15 giugno 2019

Riforme: un Parlamento illegittimo non può cambiare la Costituzione


Riforme: un Parlamento illegittimo non può cambiare la Costituzione

Penso che il problema fondamentale, al di là del merito delle proposte, è che le istituzioni che le stanno proponendo sono illegittime e che di questo non si tiene il giusto conto. Infatti, a gennaio 2014 la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale la legge elettorale con la quale sono stati eletti l’attuale Parlamento, le più alte cariche dello Stato ed è stata data la fiducia al governo. Per brevità taccio sulle modalità fortemente “atipiche” con cui l’attuale capo del governo si è appropriato della carica.

Per tornare al punto: se la legge elettorale è incostituzionale ne deriva necessariamente che tutto quello che discende da quella legge è incostituzionale anch’esso ed in particolare Parlamento, PdR, governo sono anch’esse incostituzionali. Da ciò, sempre necessariamente, consegue che:

1) un Parlamento incostituzionale tutto può fare tranne che modificare la Costituzione perché a distanza anch’essa potrebbe essere dichiarata incostituzionale;

2) dopo la sentenza della Corte Costituzionale in un paese democratico il Parlamento avrebbe dovuto e potuto fare una sola cosa: una legge piccola piccola per sanare lo sfregio del Porcellume rimettere in funzione la legge elettorale precedente cioè il Mattarellum;

3) a questo punto il Presidente della Repubblica, avrebbe dovuto sciogliere le Camere e mandarci al voto. E forse avremmo potuto contemporaneamente anche votare per i membri dell’Assemblea Costituente sottraendo ai politici il compito di riformare la Costituzione.

Così, soltanto dopo le nuove elezioni avremmo avuto o un nuovo Parlamento legittimato a riformare eventualmente la Costituzione oppure, e meglio, direttamente i membri dell’Assemblea Costituente. Pertanto mi sembra che il punto fondamentale su cui martellare l’opinione pubblica è che l’attuale Parlamento e l’attuale governo sono illegittimi e quindi non debbono e non possono, riformare né la Carta Costituzionale, né la legge elettorale e che potremmo rimettere in vigore immediatamente il 

Mattarellum.

Questo mi sembra il punto su cui battere e non i singoli punti delle riforme, più o meno obbrobriosi e reazionari nel loro insieme comunque. Per cui propongo:

1) insistere nel sostenere e nello spiegare che chi sta facendo le riforme non è legittimato a farle;

2) pretendere che si rimetta in funzione subito il vecchio Mattarellum;

3) ben sapendo che dovremmo andare al voto ma che alla sola parola “elezioni” tutti scatteranno dicendo che le attuali condizioni economiche non ce lo permettono, diciamo a Renzi di lasciar perdere tutte le riforme e mettere mano, se sa, all’economia e poi si vada comunque subito al voto con il redivivo Mattarellum.

Infine, vorrei dire ai parlamentari del M5S: non vi dividete su leader sì, leader no perché i leader servono, senza di loro non si va da nessuna parte. Ma sappiate che i leader servono ma non bastano. Pertanto stringetevi attorno a quelli che sono emersi e agli altri che potrebbero continuare ad emergere e continuate a lavorare seriamente perché comunque i leader, per quanto bravi, intelligenti, onesti non possono fare tutto da soli. E il nostro paese ha tanto bisogno di tutti voi perché ha bisogno di una classe dirigentetutta, tutta nuova, per cui c’è posto per tutti voi e tanti tanti altri. Vi voglio ricordare che l’Italia , ma non solo, sta vivendo un momento storico molto pericoloso e che per questo motivo una grande responsabilità ricade sul vostro movimento: voi siete l’unica forza veramente pulita, democratica e quindi l’unico punto di forza e di speranza che è rimasto al nostro paese per cui non vi potete permettere il lusso di dividervi, perché solo su di voi ricade la responsabilità del futuro del paese e se vi dividete voi dovremo espatriare tutti.

Redazione

Parla l’economista Nino Galloni: “I minibot possono salvare l’euro”



Parla l’economista Nino Galloni: “I minibot possono salvare l’euro”

La Camera dei Deputati ha approvato all’unanimità una mozione che dà via libera all’introduzione dei minibot, titoli di Stato di piccolo taglio da utilizzare per pagare i debiti della pubblica amministrazione. Dalla Banca Centrale europea è arrivato un brusco stop, con il presidente Mario Draghi che li ha bollati come “valuta illegale” e “nuovo debito”. Nel governo il Premier Conte e il Ministro dell’economia Tria hanno già stoppato l’idea, tanto cara invece alla Lega, ed in particolare al Presidente della Commissione Bilancio di Montecitorio Claudio Borghi che è uno degli ideatori. Lo Speciale ha chiesto un commento in merito all’economista Antonino Galloni, già direttore generale del Ministero del Lavoro, della Cooperazione, dell’Osservatorio sul Mercato del Lavoro, Politiche per l’Occupazione Giovanile e Cassa Integrazione straordinaria nelle grandi imprese. Ha ricoperto anche l’incarico di sindaco all’INPDAP, all’INPS, all’INAIL in rappresentanza del Ministero del lavoro e all’OCSE. È presidente del Centro Studi Monetari, un’associazione per lo studio dei mercati finanziari e delle forme di moneta emettibili senza creare debito pubblico. La persona quindi più accreditata a parlare di minibot e di incidenza sul debito pubblico.

Mario Draghi ha detto che i minibot o sono valuta illegale oppure sono debito aggiuntivo. Come risponde?

“Innanzitutto qui c’è un grosso problema rappresentato dalla liquidità. Draghi, come presidente della Bce, controlla la liquidità del sistema, ma non la sua distribuzione fra l’economia reale – che ne ha poca – e l’economia finanziaria che, invece, ne ha troppa. E’ normale che esprima disagio, in quanto le banche, vincolate dai parametri di Basilea, non erogano prestiti alle piccole imprese. Da ciò si deduce che a soffrire di più siano le economie, come quella italiana, che si fonda proprio sull’attività delle piccole imprese, quelle appunto che hanno maggior bisogno di liquidità. Ciò premesso è chiaro che i minibot non sono una moneta così come intesa dalle banche centrali e dal Trattato di Lisbona che parla esplicitamente di valuta a corso legale in tutta l’Unione europea. Qui non parliamo di banconote, bensì di statonote nella loro versione non a corso legale, una sorta di moneta fiduciaria e quindi non illegale”.

Dunque si tratta di altro debito?

“No. I minibot andrebbero di fatto a colmare il divario creato dalla carenza di liquidità fra il bilancio di competenza dello Stato, dove il debito è già formato e compensato, e la cassa che non ha erogato i soldi per saldare il debito stesso. In teoria lo Stato, dopo aver impegnato la cifra necessaria a pagare i debiti senza però averla erogata, per sistemare questa situazione può emettere qualcosa che abbia valore di titoli di debito, dal momento che non può stampare euro essendo, questa, prerogativa esclusiva della Bce. Una moneta fiduciaria, per giunta non a termine, non sarebbe dunque debito aggiuntivo, ma un qualcosa che poi circolerà nel sistema e al massimo tornerà allo Stato per il pagamento delle tasse”.

Il ministro Tria, sposando le convinzioni di Draghi, ha detto che il governo non discuterà di minibot, ma Lega ed M5S hanno ribadito che la loro introduzione è contemplata nel contratto di governo. Chi ha ragione secondo lei?

“Nel contratto di governo i minibot ci sono, senza ombra di dubbio. Non capisco sinceramente l’atteggiamento di Tria e ancora meno quello di Confindustria. Perché sostenere che con i minibot si aumenterebbe il debito, dal momento che si tratta di un’accusa infondata? Se il Papa domattina dicesse che Gesù in realtà è morto di freddo, penso gli si chiederebbe conto di tale dichiarazione. La stessa cosa andrebbe fatta con Tria, bisogna chiedere a lui perché sostiene questa posizione”.

C’è chi, anche fra gli economisti, sostiene che i minibot possano rappresentare l’anticamera per l’uscita unilaterale dell’Italia dall’euro. E’ d’accordo?

“Non la vedo affatto così. Io sono favorevole ai minibot anche se preferirei che avessero corso legale e non fossero moneta fiduciaria perché così avrei la certezza che tutti li accetterebbero. Faccio un esempio. Se ho un credito nei confronti della pubblica amministrazione pari a circa 200mila euro e mi vengono offerti minibot fiduciari di quel valore, farei molta fatica ad accettarli, perché avrei difficoltà a riutilizzarli. Se invece mi offrissero il corrispettivo in lire o in moneta parallela con cui poi io potrei andare ad acquistare un immobile, allora potrei prendere la cosa molto seriamente. Io rispetto molto di più chi mi critica per i minibot perché vorrebbe uscire immediatamente dall’euro e dall’Unione europea, rispetto a chi l’euro lo vuole difendere. E sa perché? Perché i minibot possono fungere benissimo da valvola di salvezza sia per l’euro che per la Ue. Del resto la Francia non sta nell’Unione e nell’eurozona pur potendo emettere il franco africano? E la Germania non sta nell’Unione e nell’eurozona pur potendo tenere fuori dal bilancio pubblico la spesa previdenziale e quella dei Lander? Noi potremmo quindi beneficiare benissimo di questa valvola di sfogo. E in una moneta parallela, si chiami minibot o valuta a corso legale nazionale, io intravedo la possibilità di rafforzare l’euro, non di indebolirlo”.

Perché?

“Perché se Draghi e la Bce non trovano il modo di risolvere il problema della distribuzione della liquidità, l’euro rischierà di saltare. E non perché esploderà la finanza, visto che troverà sempre il modo di alimentarsi, ma perché salterà l’economia reale, dal momento che le piccole e medie imprese non avranno più soldi, le famiglie non avranno più reddito e questo sarà il grande problema dell’Unione europea e dell’euro. Di questo dovrebbero seriamente preoccuparsi tanto alla Bce che alla Commissione europea”.

A parte i limiti dei loro congegni, come rendere davvero efficaci i minibot?

“Penso che sia giusta la proposta di stamparli in versione cartacea, visto il precedente della Grecia, dove l’ex ministro Varoufakis l’introdusse soltanto in forma telematica con il risultato che dai bancomat non uscivano né in forma di euro, né di nuove dracme. La quantità potrà essere agganciata ai debiti già impegnati dalla pubblica amministrazione, quindi parliamo di decine di miliardi. Il problema è capire chi potrà accettarli. In piccole quantità potremmo anche accettarli tutti, anche se poi vedo molto difficile che la cassiera del supermercato possa accettare il pagamento della spesa pari a 40 euro con quaranta di questi minibot. Personalmente avrei preferito una valuta parallela a corso legale ma solo in Italia, ossia non banconote valevoli in tutta l’Unione europea. Sono due cose molto diverse: banconote a corso legale in tutta l’Unione e statonote valide solo all’interno di un circuito nazionale”.

Come pensa finirà il braccio di ferro fra il governo italiano e la Commissione Ue sulla paventata procedura d’infrazione?

“Penso che la Commissione Ue commetta un grande errore nel volere una sottomissione dell’Italia, perché questo si ripercuoterà contro le posizioni moderate del premier Giuseppe Conte e del ministro Tria. La procedura d’infrazione per noi sarebbe dannosa, considerando che lo Sbloccacantieri e i minibot avranno effetti concreti sull’economia da qui ad un anno. La Commissione europea, per dimostrare un briciolo di buon senso dovrebbe congelare la procedura d’infrazione almeno fino all’aprile del 2020, in attesa dell’uscita dei dati consuntivi del 2019. A quel punto – se davvero l’Italia sarà cresciuta dell’1% – tanti complimenti a tutti; in caso contrario, qualora non ci fosse crescita ma aumento del debito, allora si riparlerà di procedura. Devo dire che i minibot un risultato positivo l’hanno già prodotto, avendo di fatto aperto un dibattito a tutti i livelli sulla moneta, e soprattutto avendo acceso i riflettori sul grave problema rappresentato dalla liquidità”.

Redazione

Mario Draghi: ecco le prove di come lo imporranno al Governo



Mario Draghi: ecco le prove di come lo imporranno al Governo

In Italia stanno silenziosamente preparando il Governo tecnico guidato da Mario Draghi per fare nuovamente gli interessi del Cartello finanziario speculativo. Ecco le prove: Approfondimenti nel libro inchiesta La Matrix Europea disponibile sul sito www.francescoamodeo.it


Redazione

Zanni (Lega) neo capogruppo Enf: “L’idea dei sovranisti in Europa”



Zanni (Lega) neo capogruppo Enf: “L’idea dei sovranisti in Europa”

L’europarlamentare italiano Marco Zanni, responsabile esteri della Lega, è stato eletto all’unanimità presidente del gruppo sovranista denominato Identità e Democrazia che sostituirà nel prossimo Parlamento europeo il vecchio schieramento dell’Enf (Europa delle Nazioni e della Libertà) di cui la Lega faceva parte nella passata legislatura. Oltre al Carroccio saranno attori del blocco sovranista fra gli altri, il Rassemblement National di Marine Le Pen e i tedeschi di Alternative für Deutschland. In questa intervista a Lo Speciale Zanni oltre a commentare la sua elezione, ci tiene anche a sgomberare il campo da tante accuse piovute negli ultimi tempi sulla testa dei sovranisti, accusati fra le altre cose di voler distruggere l’Unione Europea, l’euro e riportare il continente all’epoca dei nazionalismi.

Soddisfatto della fiducia ricevuta all’unanimità da parte delle forze che aderiscono al gruppo sovranista? Dobbiamo considerarlo un esempio di compattezza e perfetta unità di intenti?

“È un onore per me essere stato investito di questo incarico. Ringrazio Matteo Salvini e la Lega, il mio partito, e tutti i colleghi e gli alleati che hanno deciso di affidare a me un compito così importante. Il nuovo gruppo Identità e Democrazia è nato con uno spirito unitario e dalla volontà precisa di far tornare al centro delle politiche europee gli Stati membri. È un progetto che non si fermerà alla legislatura che sta per iniziare e che realizzerà i suoi scopi aprendo le sue porte anche ad altre delegazioni che condividono la visione e gli obiettivi politici del gruppo e dei suoi partiti fondatori”.

Vi considerano antieuropeisti, euroscettici, vi accusano di voler distruggere l’Europa? Come risponde? 

“L’idea dei sovranisti che vogliono distruggere l’Europa è diffusa ad arte da chi fino a oggi ha voluto dare una sola direzione alla politica europea. Il nostro obiettivo è quello di creare una cooperazione reale tra gli Stati membri, che ne tuteli le peculiarità dando vita a un’Europa diversa da quella che abbiamo visto finora”.

Quali saranno i suoi primi obiettivi?

“Come capogruppo sarà mia intenzione tenere fermi i punti fondamentali alla base di Identità e Democrazia: la crescita dell’economia europea, l’attenzione alle questioni riguardanti la sicurezza interna e un approccio diverso rispetto al tema della gestione dei fenomeni migratori, che sia finalmente condiviso”.

Cosa significa per la Lega e per Matteo Salvini aver ottenuto la guida del gruppo al Parlamento europeo?

“La guida del gruppo è senz’altro un chiaro riconoscimento della leadership internazionale di Matteo Salvini. Per la Lega, Identità e Democrazia è il risultato di anni di impegno e lavoro portati avanti a Bruxelles insieme agli alleati delle altre delegazioni che fanno oggi parte del gruppo. È la concretizzazione di un’idea di Europa che vuole offrire un’alternativa di buonsenso. È l’inizio della fine del pensiero unico portato avanti in tutti questi anni da Bruxelles. È quello che ci hanno chiesto i cittadini alle elezioni europee, ed è quello che faremo”.

Redazione

"Con l'Euro l'Italia ha perso 4.300 miliardi". Lo dice uno studio tedesco"



"Con l'Euro l'Italia ha perso 4.300 miliardi". Lo dice uno studio tedesco"

Secondo il think tank Cep, il nostro è il Paese che ci ha rimesso di più in termini di prosperità economica dall'introduzione della moneta unica con una perdita pro capite di 73mila euro in 20 anni

A vent’anni dall’entrata in vigore della moneta unica, l’Italia è il Paese della zona euro ad averci rimesso più di tutti in termini di prosperità economica. È quanto emerge da uno studio pubblicato dal Centro per la politica europea (Cep), think tank tedesco che si occupa di politiche economiche dell’Ue. Secondo i dati raccolti, la Germania è il Paese che ha maggiormente approfittato dell'euro, mentre ad aver subito le perdite maggiori sono l’Italia e la Francia.

Il rapporto

Il rapporto “Vent’anni di euro: vincitori e perdenti”, delinea la mappa dei Paesi che hanno approfittato della moneta unica, arricchendo le casse nazionali e le tasche dei cittadini. Lo studio, che ha preso in considerazione solo otto Paesi su 19 dell'area euro, analizza gli scenari e le tendenze di crescita per stabilire quanto sarebbe stato alto il Pil pro capite di un Paese nell’euro, se quest’ultimo non avessero introdotto la moneta unica. L’Italia, con una perdita totale di 4.325 miliardi di Pil “bruciati”, è il Paese della zona euro che si aggiudica l’ultimo posto nella classifica della crescita economica. 

Nessuno peggio di noi

“Nessun altro Paese l'euro ha portato a perdite così elevate di prosperità come in Italia”, scrivono gli esperti del Cep. “Ciò è dovuto al fatto che il Pil pro capite italiano è rimasto stagnante dall'introduzione dell’euro”, spiega il rapporto, che quantifica in 73.605 euro la perdita economica pro capite dal 1999 al 2017. Gli studiosi mettono in relazione la situazione del nostro Paese con quella della Spagna, che nel passaggio alla moneta unica aveva problemi simili ai nostri. Eppure gli spagnoli sarebbero riusciti a ridurre le perdite “grazie alle riforme strutturali”, capaci di “invertire la tendenza negativa di perdite sempre crescenti in prosperità”.

Anche la Grecia ci ha guadagnato

Stando ai dati riportati, la Germania, dal 1999 al 2017 avrebbe guadagnato in totale 1.893 miliardi di euro, ovvero 23.116 euro per abitante. I Paesi Bassi si aggiudicano il secondo posto tra i vincitori, guadagnando circa 346 miliardi, e cioè 21.003 euro per abitante. Perfino la Grecia, Paese “commissariato” per anni dalla Troika, avrebbe approfittato dell'euro, registrando un guadagno complessivo di 2 miliardi, pari a 190 euro pro capite. Tra gli altri perdenti, si evidenzia la Francia, con un “danno” di circa 3.591 miliardi, pari a 55.996 euro pro capite. La Spagna, in perdita nei primi dieci anni dall’introduzione della moneta unica, è invece riuscita a ribaltare la tendenza, portando i suoi cittadini a beneficiare dell’effetto euro dal 2011 in poi. Le perdite degli iberici, spalmate nei due decenni dall’ingresso nella valuta comunitaria, si attestano comunque oltre i 5mila euro a persona.

Redazione
https://youtu.be/x1vkIlUmkso

14 giugno 2019

https://youtu.be/bGNssfQ1Awg

Procedura d'infrazione e debito pubblico: Smascherati i colpevoli


Procedura d'infrazione e debito pubblico: Smascherati i colpevoli

Continuano le bufale dei disinformatori mainstream sulle cause del debito pubblico. E noi dal web continuiamo a smascherarli. Seguitemi su www.francescoamodeo.it Approfondimenti nel libro inchiesta La Matrix Europea.

Redazione

CHI SONO I NEOBORBONICI - Gennaro De Crescenzo


CHI SONO I NEOBORBONICI

Gennaro De Crescenzo

In Italia esiste un movimento che si è dato il nome di “Neoborbonico”. Il suo presidente Gennaro De Crescenzo, professore di Italiano e Storia, ha chiesto a Byoblu di dar voce alle persone che ne fanno parte per spiegare le ragioni che li hanno spinti ad associarsi. A suo parere la storia del Risorgimento è stata mistificata allo scopo di dare al popolo meridionale le colpe dell’arretratezza del Mezzogiorno. Colpe che invece dovrebbero essere attribuite alla classe dirigente, di allora e di oggi, incapace di gestire in modo onesto il processo di Unificazione, un periodo caotico e difficile dal punto di vista culturale, economico, sociale, amministrativo, giuridico, insomma da qualsiasi prospettiva lo si voglia osservare. De Crescenzo, in rappresentanza di un movimento che guarda al passato ma che si impegna nel presente, parlerà di Garibaldi e di brigantaggio, di regionalismo e di emigrazione coatta, di Lira, Euro, industrializzazione e rivoluzioni sociali perché, a suo avviso, occorre ridare dignità a un popolo che ne è stato ingiustamente privato.

Redazione

CHI HA PAURA DEI MINIBOT? Mauro Scardovelli


CHI HA PAURA DEI MINIBOT? 

Mauro Scardovelli


Chi ha paura dei Minibot? Perché il "terzo partito" non li vuole? Mario Draghi presiede la BCE, una banca privata. Gli stati membri dell'Europa Unita devono prendere a prestito una moneta a debito dalla Banca Centrale Europea, che è indipendente. Ma indipendente da chi? Dalla politica democratica: le decisioni non le prendono più i politici ma i banchieri. Ma i banchieri sono meglio dei politici? Nell'intervista di Tiziana Alterio (https://www.youtube.com/watch?v=rTYhV...), la politica Giorgia Bitakou dice che la Germania è riuscita ad ottenere dalla Grecia, grazie all'Euro, quello che non ha ottenuto con la seconda guerra mondiale, e parla di "criminali". Perché dovremmo stare dentro a un sistema che è una gabbia, preda di diktat che provengono da "criminali"? Il popolo oggi non è pronto ad uscire dall'Euro, ma agli italiani prima o poi bisognerà dire la verità. Prima di questo, però, c'è bisogno di un cambiamento forte nella coscienza popolare. Per questo Byoblu lavora con gli intellettuali più onesti del Paese: per attivare la coscienza collettiva e realizzare quell'anima del popolo italiano che si esprima con una sola voce. Certe cose vanno dette, non bisogna aver paura. Il nostro compito è diffonderle a un numero di persone sempre maggiore, creando interconnessioni anche con altri popoli. Un popolo che si ribella sotto la bandiera della propria Costituzione non ha niente da temere dalla finanza speculativa. Ma è necessario prima affrontare il tema del cambiamento interiore. Durante il periodo governato da Margaret Thatcher e da Ronald Reagan siamo stati indotti a cambiare il nostro modo di pensare, di sentire. Hanno modificato l'anima e il cuore delle persone. Siamo diventati tutti neoliberisti: liberarci dal neoliberismo interiore è il nostro obiettivo, un cambiamento antropologico, dell'io umano, da un io egocentrato, narcisista, narciliberista, a un io comunitario, donativo, perché la comunità è la legge del dono reciproco. L'unica legge che consenta all'umanità di prosperare davvero.

Redazione

Bolla speculativa



Generalmente si parla di bolla speculativa con riferimento a mercati finanziari nei quali vengono trattate azioni, obbligazioni e titoli derivati. Tuttavia la storia delle bolle speculative mostra come siano stati frequenti i casi di bolle che hanno riguardato beni materiali, come gli immobili. Alla fase di nascita e di crescita della bolla segue poi la fase di scoppio che tende a ripristinare i valori originari del bene in questione.

Nascita di una bolla
L'eccesso di domanda che spinge verso l'alto in poco tempo il valore di un bene, di un servizio, di una impresa o più semplicemente di un titolo che rappresenta un qualche diritto sugli stessi, si può ricondurre all'irrazionale (o razionale) euforia di soggetti economici convinti che una nuova industria, un nuovo prodotto, una nuova tecnologia potranno offrire cospicui guadagni e registrare una crescita senza precedenti. Scatta, pertanto, la corsa all'acquisto del diritto, nella speranza di rivendere lo stesso ad un prezzo superiore. La corsa all'acquisto provoca un aumento del prezzo che conferma, agli occhi di molti, la bontà della precedente previsione di un futuro aumento del prezzo del diritto. Questo stimola ulteriormente gli acquisti e quindi fa aumentare ancora una volta il prezzo. La profezia in altri termini si autoavvera, inducendo nuovi soggetti economici ad acquistare i medesimi titoli. Tra questi, man mano che i valori crescono, si annoverano sempre più soggetti solitamente restii ad acquistare strumenti finanziari dal rischio elevato.

Scoppio della bolla
Quando il valore dei titoli scende repentinamente e si assiste a un cambiamento radicale delle prospettive economiche retrostanti, si parla di scoppio della bolla speculativa.

L'eccesso di acquisto di un diritto, infatti, ad un certo punto si arresta. Le cause possono essere almeno tre:

è difficile trovare nuovi investitori disposti ad acquistare ulteriori diritti ad un prezzo che nel frattempo è diventato elevato;
chi ha comperato diritti in precedenza è spinto a vendere i titoli per monetizzare il guadagno;
le ottimistiche prospettive di guadagno precedentemente formulate possono essere riviste e ridimensionate.
Alla fase di crescita dei valori segue dunque una fase opposta, durante la quale si assiste ad un calo considerevole delle quotazioni. All'eccesso di vendite contribuiscono la consapevolezza che, di fronte a prospettive economiche meno ottimistiche, i valori dei titoli trattati sono destinati a calare, e la volontà di molti possessori di titoli di cederli prima che si verifichino ulteriori diminuzioni del valore.

Fasi
Come spiegato nella seconda parte della teoria di Dow, il mercato finanziario si evolve per fasi cicliche più o meno regolari:

Fase di accumulazione: a crescita piuttosto moderata e regolare e caratterizzata da volumi in aumento e relativamente elevati; è una fase in cui si cominciano a muovere capitali di operatori istituzionali.
Bolla speculativa: durante questa fase il mercato prende una direzione decisamente rialzista e molti operatori, anche medio-piccoli, si inseriscono nel mercato. A questa fase, che porta i corsi azionari molto in alto con prezzi gonfiati, segue un periodo breve di ulteriore aumento dei valori di mercato in cui gli investitori istituzionali cominciano ad alleggerire le posizioni vendendo agli investitori occasionali.
Scoppio della bolla: un crollo improvviso del mercato. Tale crollo di solito riporta i valori di mercato indicativamente ai valori originari di inizio ciclo facendo perdere agli investitori non istituzionali gran parte del capitale investito. All'esplosione della bolla speculativa è legato anche il tema della falsificazione del bilancio e del sistema premiante dei manager, in particolare il meccanismo delle stock option.

Redazione

Repubblica: “Governo dà soldi a Radio Padania”. Di Maio: “Glieli ha dati il Pd. Relativi a bando 2017”



Repubblica: “Governo dà soldi a Radio Padania”. Di Maio: “Glieli ha dati il Pd. Relativi a bando 2017”

di F. Q. | 12 Gennaio 2019

In un articolo il quotidiano attacca il leader M5s che "stacca l'assegno al Mise" per l'emittente leghista. Ma il vicepremier risponde: "I criteri per cui risultano assegnati questi fondi sono di un bando fatto nel 2017. Praticamente i soldi a Radio Padania glieli ha dati il Pd. Che geni"


MEDIA & REGIME | DI F. Q.


“Oggi Repubblica e la Boldrini mi attaccano sul finanziamento a Radio Padania. Bene! Così posso chiarire la questione: prima di tutto ancora non abbiamo assegnato un solo euro a nessuna emittente radiofonica, perché ho predisposto un supplemento di istruttoria sulle radio politiche che otterranno questi finanziamenti grazie al bando del Governo Gentiloni. Infatti criteri per cui risultano assegnati questi fondi sono di un bando fatto nel 2017. Praticamente i soldi a Radio Padania glieli ha dati il Pd. Che geni”. Luigi Di Maio risponde su Facebook agli attacchi dell’ex presidente della Camera e di Repubblica, che oggi in un pezzo dal titolo “Aiuti pubblici a Radio Padania. Di Maio stacca l’assegno del Mise” scrive che “l’emittente della Lega” sarà “finanziata con 70mila euro. Ma la cifra potrebbe raddoppiare”. Il quotidiano ricorda poi che più volte il sottosegretario con delega all’editoria Vito Crimie Alessandro Di Battista hanno ribadito di volere cancellare il finanziamento pubblico all’editoria. I fondi per Radio Padania, continua Repubblica, sono relativi ai contributi per le emittenti locali ai quali la Lega ha “legittimamente” chiesto di accedere un anno fa.

“Non solo dopo aver gridato ‘onestà, onestà!’ si sono alleati con chi ha illecitamente sottratto 49 milioni di euro ai cittadini – ha scritto in mattinata su Twitter la deputata di Leu Laura Boldrini, accompagnando il tweet con gli hashtag #DoppiaMorale e #RadioPadania -. Ma ora #DiMaio fa i tagli all’editoria tranne che alla radio leghista a cui il #Mise regala 70.000 euro di soldi pubblici”. E anche il capogruppo del Pd al Senato Andrea Marcucci era insorto: “Il bello è che dicevano di perseguire il modello BBC. Tagliano progressivamente fondi editoria, dimezzano risorse per convenzione con Radio Radicale, però poi Di Maiostanzia 70 mila euro per Radio Padania“.

Di Maio, però, nel suo post su Facebook risponde agli attacchi e aggiunge: “Mi duole informare la sedicente sinistra che nell’elenco c’è anche Radio Popolare, emittente cara a Laura Boldrini, leader di quella sinistra ipocrita ma col portafoglio sempre pieno di soldi pubblici, a cui spetterebbero solo questo anno più di 370mila euro (a Radio Padania 70mila). Sono tante le norme che dobbiamo rivedere sui finanziamenti pubblici – aggiunge Di Maio – e ci stiamo già lavorando. Una cosa è certa: per il prossimo bando la musica cambia. Come è cambiata per i finanziamenti ai giornali, per i vitalizi e per le pensioni d’oro”.

Redazione

Le maschere bianche contro i «Padroni di me***»: a Bologna i blitz contro molestie e sfruttamento



Le maschere bianche contro i «Padroni di me***»: a Bologna i blitz contro molestie e sfruttamento

13 GIUGNO 2019 - 11:41
di OPEN

L’ultima protesta contro un annuncio di un tirocinio da Natura Sì: «I lavoratori vanno assunti e pagati adeguatamente, non sfruttati con gli stage!»

Maschere bianche, megafoni, incursioni nei luoghi di lavoro. Così un gruppo di attivisti e attiviste di Bologna ha dato vita alle proteste contro lo sfruttamento dei giovani lavoratori nella città: «Ogni tipo di tirocinio, stage o percorso formativo è un’invenzione degli ultimi 20 anni per usare giovani come forza lavoro gratuita».

Tutto nasce da una pagina Facebook chiamata “Il padrone di merda – Bologna” attraverso la quale un gruppo di ragazzi e ragazze tra i 19 e i 27 anni ha iniziato a raccogliere segnalazioni in maniera anonima contro datori di lavoro scorretti che non garantiscono stabilità contrattuale o una giusta retribuzione. Ma anche contro i proprietari di casa che non tutelano i giovani inquilini con contratti di locazione adeguati.

E sempre maniera anonima sono iniziate le proteste, non più solo tramite post, ma sul territorio. A volto coperto per rivendicare l’impersonalità delle richieste e per tutelare i lavoratori coinvolti nelle azioni, i giovani hanno affrontato i datori segnalati sulla loro pagina: una bar in centro, una pasticceria, la pizzeria Spaccanapoli, appelli per i rider. Fino ad arrivare, ieri 12 giugno, a convocare il presidente della catena di prodotti biologici NaturaSì Fabio Brescian.
La protesta contro NaturaSì: «Il bio che piace alla natura ma sfrutta i giovani»

«Pretendiamo la cessazione di ogni tirocinio o progetto di alternanza scuola-lavoro. I lavoratori vanno assunti e pagati adeguatamente non sfruttati con gli stage!», hanno scritto su Facebook. Il motivo delle proteste era un annuncio per un tirocinio da 40 ore settimanali per laureati in economia o scienze della comunicazione, alle quali sarebbe corrisposta una retribuzione di 450 euro mensili.

Gli attivisti hanno organizzato un incontro alla sede del negozio in Via de’ Toschi: «Portate amici, parenti, coinquilini, compagni di scuola o di università e chiunque abbia voglia di vendicarsi dei padroni di merda, non ci saranno trattative segrete, tutti parleranno e tutti potranno dire la loro. Il lavoro va pagato!».

Dopo le mobilitazioni, il presidente Brescian ha cancellato l’annuncio e si è scusato con i lavoratori, rendendosi disponibile a partecipare all’incontro: «Chiedo scusa per quell’annuncio e sono contento che gli attivisti lo abbiano segnalato. Gli uffici che lo hanno pubblicato hanno sbagliato, le mansioni erano effettivamente ambigue. Non succederà più», ha detto.
Le mobilitazioni contro le molestie

Nel corso dei mesi, le segnalazioni non si sono fermate solo alla denuncia della paga misera: «Molte ragazze ci hanno scritto di aver ricevuto molestie da un proprietario di un bar e se più persone ci dicono la stessa cosa allora noi ci crediamo», hanno dichiarato.

«Una ragazza ci ha segnalato un Padrone di merda di zona San Lazzaro, che le ha chiesto foto nuda per essere assunta come cameriera», scrivono su un post di Facebook. «Non solo, questo soggetto ha anche mandato una foto della sua faccia e una del suo pene, continuando a molestarla».

«Abbiamo deciso quindi di voler dare coraggio alle ragazze per denunciare l’accaduto tramite la nostra pagina. È una rottura del silenzio per tante donne che possono raccontare a qualcuno le molestie subite e condividere le proprie paure».

Redazione

Procedura d’infrazione Ue: Di Maio accusa i governi precedenti e racconta le cose a metà



Procedura d’infrazione Ue: Di Maio accusa i governi precedenti e racconta le cose a metà
6 GIUGNO 2019 - 06:21
di David Puente

Di Maio racconta le cose a metà accusando i governi precedenti e ignorando le critiche al suo governo

Il 5 giugno 2019 nella pagina Facebook di Luigi Di Maio viene pubblicato un postcritico nei confronti della procedura di infrazione annunciata da Pierre Moscovici in un tweet.


 
La procedura riguarda i governi precedenti?

Secondo il ministro dello sviluppo economico la procedura di infrazione riguarda il debito prodotto dal Partito Democratico nel 2017 e 2018:

Ora si parla tanto di questa possibile procedura di infrazione e sapete cosa riguarda? Riguarda il debito prodotto dal Partito Democratico nel 2017 e 2018. Noi la prendiamo seriamente, ma non possiamo fare finta di non sapere che ci sono Paesi europei che in questi anni, per risollevare la loro economia, hanno fatto molto più deficit di quanto consentito dai Trattati. E non sono andati incontro a nessuna sanzione!

Dal sito della Commissione europea è possibile consultare la relazione del 5 giugno 2019 relativa al debito italiano. Vengono citati i dati relativi al 2017 e il 2018, ma nello stesso documento si cita che la Commissione aveva esaminato il caso italiano tenendo conto del programma di stabilità 2019 presentato dall’Italia alla Commissione stessa il 19 aprile 2019:

Based on notified data and the Commission 2019 spring forecast, Italy did not comply with the debt reduction benchmark in 2018 (gap of some 7 ½% of GDP) (see Table 1). Overall, Italy’s lack of compliance with the debt reduction benchmark in 2018 provides evidence of a prima facie existence of an excessive deficit within the meaning of the SGP before considering all factors as set out below. Moreover, based on both the government plans and the Commission 2019 spring forecast, Italy is not expected to comply with the debt reduction benchmark either in 2019 (gap of some 5% and 9% of GDP, respectively) or in 2020 (gap of some 4 ½% and 9 ¼% of GDP respectively).



In pratica, la Commissione europea ha rilevato che le norme sul debito non sono state rispettate nel 2018 e non lo saranno, secondo le previsioni, nemmeno nel 2019 o nel 2020. Lo stesso documento, nelle conclusioni, critica le recenti riforme italiane in particolare quella del pensionamento anticipato che potrebbe incidere negativamente – secondo la Commissione – sul potenziale di crescita del Paese.

Ciò significa che nonostante vi sia un problema relativo al debito degli anni precedenti, le decisioni dell’attuale governo italiano non hanno convinto la Commissione. Non è finita qua perché la palla passa all’Ecofin del 2019 e tutto può ancora succedere, come spiegato anche da Moscovici durante la conferenza stampa, e l’Italia potrebbe ancora evitare la procedura di infrazione. Di Maio, in tutto questo, ha raccontato solo una parte della vicenda.
«Sono anni che diamo senza ricevere»

Luigi Di Maio contesta l’Europa sostenendo che «diamo senza ricevere» o che riceviamo meno di quanto ci spetterebbe:

Sono anni che diamo senza ricevere, o che riceviamo meno di quanto ci spetterebbe, anni che siamo totalmente ignorati sulla questione migranti, ad esempio. Ci lasciano tutto il peso e, come se non bastasse, poi ci fanno pure la morale. Così non va bene, così è troppo facile.

Per prima cosa sostenere che «diamo senza ricevere» è una falsità, siccome i fondi dell’Unione europea non mancano affatto.


Nel meme del post Facebook mette in risalto la frase «l’Italia dà senza ricevere»

Riceviamo meno di quanto ci spetterebbe? Non risulta corretto parlare dei saldi finanziari senza tenere conto dei benefici derivanti dall’appartenenza all’Unione europea come la possibilità per le aziende di accedere senza barriere a un libero mercato e avere attraverso la stessa un peso contrattuale nei confronti dei colossi internazionali come Stati Uniti e Cina.



Tenendo comunque in considerazione i saldi finanziari, quel che è certo è che diamo di più di quanto riceviamo e non siamo gli unici. Ad esempio la Germania ha un saldo negativo maggiore rispetto a quello del nostro Paese che, a conti fatti, ha il quarto saldo negativo davanti alla Francia e dietro i Paesi Bassi. A beneficiare maggiormente sono paesi come la Polonia, la Grecia e l’Ungheria nei primi tre posti. Trovate tutti i dati nel nostro articolo del 25 maggio 2019.
Siamo ignorati sulla questione migranti?

Luigi Di Maio sostiene che «siamo totalmente ignorati sulla questione migranti, ad esempio». Non è propriamente corretto, ne avevamo parlato in un articolopubblicato in vista delle elezioni europee.

La Commissione europea, a guida Juncker, aveva presentato la riforma del regolamento di Dublino che prevedere una ridistribuzione obbligatoria dei migranti tra gli Stati membri. Tra i contrari alla riforma troviamo Paesi come Ungheria e Austria, ma anche la Spagna e la stessa Italia perché non concordano sul mantenere le responsabilità del Paese di primo arrivo. A marzo 2019 la proposta di riforma era in discussione al Consiglio Giustizia e Affari Interni (GAI) dell’Unione europea e il rappresentante italiano, il Ministro dell’Interno Matteo Salvini, non si è presentato per la quinta volta su sei incontri.


La nave Aquarius delle ong Sos Mediterranèe e Medici senza frontiere è appena entrata nel porto di Valencia. A bordo ci sono 106 dei 629 migranti che erano stati soccorsi sabato scorso al largo della Libia, 17 giugno 2018. ANSA/GUIDELLI

Per quanto riguarda il tema dei fondi destinati all’accoglienza dei migranti trovate i dati all’interno dell’articolo del 25 maggio 2019 dove si spiega quanto spendiamo, quanto riceviamo dall’Unione europea e il «trucco» dello scorporamento dai normali vincoli di bilancio.

Redazione

Cos’è la procedura d’infrazione e cosa rischia l’Italia, spiegato in 3 minuti



Cos’è la procedura d’infrazione e cosa rischia l’Italia, spiegato in 3 minuti
12 GIUGNO 2019 - 11:30
di Giada Ferraglioni

Gli italiani la temono, il Governo la nega, l’Ue la minaccia: capiamo di più sulla procedura d’infrazione contro l’Italia

Per la prima volta nella storia dell’Unione Europea, uno Stato membro potrebbe essere vittima di una procedura di infrazione per debito eccessivo. E questo Stato è l’Italia. Da fantasma che si aggirava per i ministeri già nel 2018, la prospettiva di una procedura di infrazione ha preso una forma più concreta quando, lo scorso 29 maggio, la Commissione europea ha fatto il primo passo previsto dal provvedimento: inviare una lettera di ammonimento indirizzata al Governo. Ma perché l’Europa ha deciso di mandarci un avvertimento?

Come funziona la procedura di infrazione

Nello specifico, la procedura di infrazione per eccesso di debito pubblico è una dinamIca regolata dall’articolo 126 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea. Si tratta di un provvedimento che l’Ue è chiamata a prendere in considerazione quando un Paese membro non rispetta due requisiti:
Il deficit di bilancio pubblico non deve superare il 3% (cioè le uscite di uno Stato non devono superare gli incassi di oltre 3 punti percentuali). Contrariamente a quanto annunciato nel Def, nel quale il Governo aveva previsto una riduzione del deficit dello 0,3% rispetto al 2,4%, al momento l’Italia si aggira attorno al 2,5%. Secondo quanto rivendicato da Giovanni Tria durante il G20 finanziario di Fukhuoka (quello dove ha bocciato i minibot come possibilità sanatoria), l’Italia riuscirà a toccare quota 2,1% entro la fine del 2019. 

Il debito non deve superare il 60% del Pil. Per debito pubblico si intende quel debito che lo Stato contrae con altri soggetti che hanno deciso acquistare dei titoli di Stato. I creditori possono essere piccoli investitori, banche o anche altri Paesi. Al momento, l’Italia ha superato del 132% il suo prodotto interno lordo (prima di noi c’è la Grecia al 181%, subito dopo il Belgio e Cipro intorno al 102%).

Il rapporto tra Pil e debito è fondamentale per scongiurare il rischio del fallimento di uno Stato: più l’andamento del Pil è positivo, più un Paese non rischia di perdere i suoi creditori.

La condizione italiana, in prospettiva

Secondo quanto previsto dal Fiscal compact, l’accordo europeo sulla stabilità del bilancio, il debito di uno Stato deve diminuire ogni anno di un ventesimo – o quantomeno procedere il più velocemente possibile verso il limite del 60%.

Negli ultimi anni all’Italia sembra aver giocato una partita con regole a parte: nel 2018 il debito è aumentato di 0,8 punti percentuali (passando dal 131,4% al 132,2%), e nel 2019 si attesterà attorno al 133,7%. Con buone probabilità, tutto si muove verso il traguardo del 135,2% del 2020.

Per quanto riguarda lo stato del deficit, parametro fondamentale per capire l’andamento economico del Paese, anche qui non c’è stato nessun passo verso il miglioramento. L’Italia non ha rispettato la promessa di migliorare il rapporto tra quanto spende e quanto incassa, e quella paventata riduzione dello 0,3% non c’è mai stata.

Cosa comporta

Il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha avuto 48 ore di tempo («che non si danno nemmeno ai camerieri», ha commentato Antonio Rinaldi della Lega), per rispondere alla lettera dell’Ue con un’altra lettera di spiegazioni – poi circolata per colpa di una “manina” – alla quale ora l’Italia attende una risposta.

Se l’Ue non riterrà valida la strategia correttiva sul disavanzo progettata dall’Italia, la Commissione chiederà alla corte di Giustizia di imporre delle sanzioni. Come si legge sul sito della Commissione europea, le sanzioni sono calcolate tenendo conto di tre elementi:
l’importanza delle norme violate e gli effetti della violazione sugli interessi generali e particolari;
il periodo in cui il diritto dell’Unione non è stato applicato;
la capacità del paese di pagare, con l’intento di assicurare che le sanzioni abbiano un effetto deterrente.

Le conseguenze per l’Italia

Secondo l’opinione di alcuni esponenti del governo, tra i quali il vicepremier Luigi Di Maio, l’Ue non andrà fino in fondo con la procedura di infrazione. Ecco perché i vertici gialloverdi non sembrano essere intenzionati a stravolgere l’idea di welfarepromossa dalla manovra. Niente passi indietro sulle pensioni, niente aumenti dell’Iva, niente tagli al Reddito di cittadinanza (forse).

In ogni caso, se l’Italia non correggerà la rotta in maniera soddisfacente, e se non verranno rivisti i piani di investimento pubblico in modo da ridurre il disavanzo, il Paese diventerà a tutti gli effetti un sorvegliato speciale.

Oltre al peso delle sanzioni (fino a quasi 9 miliardi), all’aumento dell’Iva, alle revisione dei piani di investimento (cioè al ritiro di molte promesse e progetti), cose che graverebbero direttamente sulla vita dei cittadini, ci sarebbero altre due conseguenze.

Come visto, un Paese che dà una cattiva immagine di sé a livello finanziario non attira gli investitori. Da una parte, se la sfiducia sale, l’Italia non avrà abbastanza entrate per realizzare i progetti di interesse pubblico. Dall’altra, la spesa per interessi su titoli di debito pubblico di vecchia e nuova emissione, aumenterà.
Il calendario: le tempistiche previste dalla normativa europea

Secondo uno specchietto stilato dall‘Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, diretto da Carlo Cottarelli, la prossima tappa dovrebbe esserci attorno al 20 o 21 giugno. In quelle date, la Commissione europea potrà far sapere all’Italia cosa ne pensa del rapporto inviato il 31 maggio da Tria.

Ecco il calendario completo delle azioni europee, redatto sulla base della normativa sul funzionamento dell’UE: 5 giugno 2019: La Commissione ha prepara la relazione per la violazione della regola del debito 11 giugno 2019: Il Comitato Economico e Finanziario del Consiglio formula un parere in merito alla relazione dell’art. 126 (3) e lo manda alla Commissione probabilmente il 20 o 21 giugno: La Commissione, se lo ritiene opportuno in base alla situazione, inoltra il parere all’Italia e informa il Consiglio probabilmente il 9 luglio: Il Consiglio di Economia e Finanza decide se avviare la PDE (Procedura per Disavanzi Eccessivi) dopo una valutazione globale. Inizia qui la PDE entro luglio: vengono decisi termini e condizioni da rispettare per l’Italia. La Commissione può proporre al Consiglio di far depositare all’Italia un deposito infruttifero al massimo pari allo 0,2% di Pil entro agosto: La proposta è accettata automaticamente, salvo che il Consiglio voti per rigettare la proposta della Commissione. Ci sarà un ulteriore confronto tra Commissione e Ecofin per eventuali modifiche sulle percentuali dell’importo entro lo 0,2% entro 3/6 mesi dall’apertura della procedura: La Commissione verifica la “mancanza di azioni efficaci” da parte dell’Italia e propone delle raccomandazioni al Consiglio. In caso di mancanze, le sanzioni (entro lo 0,2%) dovranno essere decise nell’arco di 30 giorni. entro i successivi 2/4 mesi: se le inadempienze continuano e si aggravano, Ecofin può decidere di aumentare le sanzioni fino allo 0,5%, la Bci può essere esortata a rivedere i prestiti e il Fondo Europeo per Investimenti Strategici può sospendere gli impegni e i pagamenti.

Redazione
https://youtu.be/xmzLJOJEzXo

12 giugno 2019

LA LIBERA OPINIONE È UN CRIMINE - Enzo Pennetta - Infamia


LA LIBERA OPINIONE È UN CRIMINE - Enzo Pennetta - Infamia


Alla domanda su quale sia la vera natura della guerra il più noto autore di tutti i tempi, Sun Tzu, rispondeva “piegare gli altri ad eseguire il nostro volere”, e alla domanda su quale fosse l’essenza della guerra la risposta era “l’inganno”. La propaganda per orientare la popolazione a favore del potere costituito risale all’antichità ma un grande salto su questo terreno è avvenuto nel ventesimo secolo con l’invenzione di cinema e televisione e le tecniche di manipolazione di massa promosse da Edward Bernays. Oggi siamo nel pieno di una seconda rivoluzione dell’informazione, quella nata con Internet. I nuovi mezzi hanno creato una situazione del tutto inedita nella quale alle fonti ufficiali si contrappone una realtà diffusa che ha raggiunto la forza di cambiare le sorti politiche dei paesi leader della scena mondiale, dalla Brexit all'elezione di Donald Trump per finire con il referendum sulla Costituzione italiana del 4 dicembre 2016. L'informazione indipendente ha battuto quella ufficiale ottenendo la fiducia e quindi il consenso degli elettori sulle proprie posizioni. La reazione non poteva tardare e così, con il pretesto della lotta alle notizie false - le cosiddette “fake news” - è scattata un'articolata e imponente operazione di silenziamento e di vera e propria censura dell'informazione indipendente. Il libro "Infamia: L'informazione tra manipolazione e repressione", di Enzo Pennetta, con la prefazione di Claudio Messora, racconta le fasi di questo scontro, le armi con cui si sta giocando e quelle con cui dovremo confrontarci nel futuro immediato. L’esito di questo confronto sarà deciso dal numero di quanti ne saranno consapevoli, se la battaglia sarà persa le prossime elezioni politiche in Italia potrebbero essere le ultime che si svolgeranno con una informazione libera. Acquista "Infamia" e difendi la libertà di opinione: http://amzn.to/2DSi10d

Redazione

CHI HA PRIVATIZZATO LA SCUOLA PUBBLICA (SENZA DIRLO)? Pietro Ratto



CHI HA PRIVATIZZATO LA SCUOLA PUBBLICA (SENZA DIRLO)? Pietro Ratto


Chi scrive veramente i programmi scolastici? Chi c'è dietro alla gestione dell'INVALSI, il sistema di valutazione della preparazione degli studenti, in base ai cui risultati le scuole ricevono i finanziamenti? Perché i dati sensibili degli alunni, compresi i dettagli delle valutazioni degli insegnanti, vengono gestiti da aziende private? Quali conflitti di interesse esistono nelle Commissioni Cibo e nell'Educazione alimentare? A questa e altre domande tenta di rispondere Pietro Ratto, professore di filosofia, giornalista e saggista, già noto a chi segue Byoblu per essersi occupato di Aldo Moro

Redazione

LA SCUOLA TI VUOLE MEDIOCRE - Enzo Pennetta

LA SCUOLA TI VUOLE MEDIOCRE - Enzo Pennetta


Torna Enzo Pennetta su Byoblu,com. Dopo la grande intervista su Charles Darwin e il Neolibersimo, che ha già totalizzato 120 mila visualizzazioni (https://www.youtube.com/watch?v=-WIGq...), oggi parliamo di cos'era la Scuola (con la S maiusscola), di cosa l'hanno fatta diventare e di come dovrebbe invece essere. Come siamo passati da una scuola finalizzata al pieno sviluppo della persona, a una scuola finalizzata al mercato?
Da Roma, per byoblu, Danilo D'Angelo.

Redazione

IL RUOLO DEGLI STATI UNITI NELLA COSTRUZIONE DELL'UNIONE EUROPEA - Francesco Labonia


IL RUOLO DEGLI STATI UNITI NELLA COSTRUZIONE DELL'UNIONE EUROPEA - Francesco Labonia


La questione nazionale e quella della sovranità popolare sono i nodi principali da articolare per un obiettivo strategico: la riscrittura dei rapporti di società, di relazione e di produzione alternativi al modello capitalistico dominante. La fine della cosiddetta Guerra Fredda (implosione dell’URSS nel 1991) determinò una dipendenza ancora più stretta dell'Italia dagli Stati Uniti, che si andò consolidando grazie alla piattaforma atlantica dell’unione europea, avviata dagli USA fin dall’immediato dopoguerra. Secondo Francesco Labonia - presidente di Associazione Indipendenza, nata nel 1986 come rivista cartacea e organismo promotore di iniziative e campagne politiche - questo portò al degrado politico, economico, sociale e culturale del nostro Paese, con conseguenze negative per le classi popolari. In Italia, abbiamo subìto, pressoché in solitudine, una serie di imposizioni, direttive, vincoli di matrice euro-atlantica a tutto campo, reso possibile dalla compiacenza - ora subalterna, ora interessata - delle classi sub-dirigenti italiane (e si potrebbe affermare che, grossomodo, analoghi processi avvengono anche in altri Stati europei), sia afferenti al mondo politico, sia a quello culturale ed imprenditoriale. Su Byoblu in prima visione alle 21, Labonia ripercorre le tappe storiche che portarono alla costruzione dell’Unione Europea, avvenimenti noti o poco noti, importanti o all’apparenza poco significativi. Una cronaca guidata da un’analisi puntuale e ragionata, filosofica e impregnata di materialismo storico che descrive “Il ruolo degli USA nella costruzione dell’Unione Europea, da Altiero Spinelli a Steve Bannon”.

Redazione

Venti di questi cargo inquinano più di tutte le auto del mondo. E sapete quanti ne circolano?

cargo


Venti di questi cargo inquinano più di tutte le auto del mondo. E sapete quanti ne circolano?

– di Maurizio Blondet – Pieni di alta coscienza ambientale, di sicuro siete già molto preoccupati di quanto inquinano gli automezzi a combustione interna, specie Diesel.
Presto vi faranno allarmare sempre più, grazie ad appositi servizi mediatici. Ma ecco la soluzione: come a segnale convenuto, Volvo annuncia che produrrà solo auto elettriche o ibride, BMW costruirà una Mini elettrica in Gran Bretagna, “Mercedes sfida Tesla: dieci modelli elettrici dal 2022”.
Elon Musk, il più geniale imprenditore secondo i media, ha già costruito la Tesla Gigafactory, “la più grande fabbrica del mondo”, che (promette) “dal 2018 potrà fornire celle al litio per 500.000 vetture all’anno”.
E se accadesse che la maggior parte dei consumatori, arretrati ed ecologicamente scorretti, non fossero convinti della convenienza di acquistare auto elettriche con batterie al litio, decisamente più costose?
Niente paura: ecco i governi che, sempre solleciti del vostro bene, già annunciano: vieteremo l’entrata delle auto a Londra entro il 2040, a Berlino entro il 2020, “Parigi ed Oslo dichiarano la guerra al Diesel”, i sindaci di diverse capitali stanno seguendo:  solo  auto elettriche  nei centri cittadini.
Il governo Usa elargirà a Elon Musk 1,3 miliardi di sussidi pubblici, per la sua geniale impresa (Musk è geniale anche nell’intercettare sussidi pubblici). Vi toccherà comprare un’auto elettrica.
Ostinarsi a tenere un diesel sarà  segno di rozzezza e insensibilità, come essere “omofobo” e populista.

Di punto in bianco, l’auto elettrica.

E anche i governi, avrete notato, si sono schierati per l’elettrico “a segnale convenuto” –  signo dato, come dice Giulio Cesare nel De Bello Gallico.
Chi  e da qual luogo abbia dato lo squillo di tromba convenuto a cui tutti i leader e le Case obbediscono, è difficile dire; […]
La   decisione titanica di riconvertire l’industria dell’auto non può esser venuta che molto dall’alto, ed  esser dovuta a motivi strategici che saranno chiari più avanti.
Forse s’è deciso di tagliare per sempre il lucro petrolifero ai paesi produttori, specie a quello che, solo, si rifiuta di piegarsi alla Superpotenza. Forse hanno  pronta una innovazione cruciale nelle batterie, e questa innovazione è nelle mani “giuste”.
Forse hanno escogitato questo processo per rivitalizzare – letteralmente con un  elettroshock – l’economia dell’intero mondo occidentale, dal 2008 in stagnazione irreversibile nonostante i troppi  trilioni di dollari iniettati dalle banche centrali nel sistema:  nonostante il denaro a costo sottozero, le banche non lo offrono, le imprese non lo chiedono, i privati se possono li tengono in deposito; la velocità di circolazione  di moneta cala invece di salire, di inflazione non si vede l’ombra. L’obbligo di comprare auto elettriche, con la riconversione di tutta la rete di rifornimento dalla benzina alla corrente, dovrebbe innescare l’auspicata ripresa e la fiammata inflazionista.

Contro l’inquinamento, naturalmente

Qualunque sia la ragione, quella che vi diranno è la più virtuosa: contro l’inquinamento, contro l’effetto serra, per bloccare il riscaldamento globale prodotto dalle auto coi loro particolati dannosi.
Questo  serve ad introdurre  e spiegare il  titolo  di questo articolo.   Voi non   lo sapete, ma   venti   navi porta containers  inquinano quanto  la totalità degli automezzi  circolanti nel mondo.  Sono cargo colossali, lunghi trecento metri – Maersk ne ha di 400 metri, quattro volte un campo di calcio – perché più  sono colossali, più peso e containers possono trasportare, e quindi più il costo del trasporto diminuisce.  I loro titanici motori, onnivori,  bruciano  ovviamente tonnellate di carburante:  ovviamente il meno costoso   sul mercato,  residui della distillazione catramosi, financo “fanghi di carbone”, con altissime percentuali di zolfo che alle auto, semplicemente, sono vietate.
Per questo 20  cargo  fanno peggio che tutto gli automezzi sulla Terra.  Il punto è che non sono venti;  sono 60 mila supercargo che stanno navigando gli oceani,  traversano gli stretti di Malacca, fanno  la fila per entrare nel canale di Suez,  superano  Gibilterra  e dirigono alle Americhe.
Non solo, ma ogni anno si contano 122 naufragi – uno ogni tre giorni – di cargo con più di 300 containers; che finiscono in mare col loro contenuto: quanto di questo contenuto è inquinante? Secondo gli esperti, ogni anno vanno a fondo in questo modo 1,8 milioni di tonnellate l’anno di prodotti tossici. Insieme, beninteso, a duemila marinai; duemila morti l’anno, perché il loro è il secondo mestiere più pericoloso del mondo.
Il primo è quello del pescatore, spiega un’esperta intervistata in una inchiesta di France 5, “Cargos, la face cachée  du Fret” (Cargo, la faccia nascosta del trasporto  marittimo):  una inchiesta impressionante, che non   si capisce come sia riuscita a passare in un medium  mainstream – evidentemente ci  sono ancora giornalisti  non-Botteri.  Una indagine spietata su questo settore   – le multinazionali dell’armamento – che preferisce stare nell’ombra;  i cui colossi battono bandiere di comodo,  dalla Liberia alle Isole Marshall,  da Tonga a Vanuatu, e persino della Mongolia,  che non ha sbocco a nessun mare, ma offre condizioni di  favore agli armatori  globali. Fra le quali c’è  questa:  che qualunque sia la nazionalità dei marinai, le leggi sul lavoro,   obblighi salariali ed assicurazioni  infortunistiche e sanitarie applicate loro sono quelle della nazione di  bandiera. Tonga e Mongolia sono famose per l’avanzata legislazione sociale.
Di fatto, metà del personale navigante  è  filippino, perché “i filippini sanno l’inglese e costano poco”; un saldatore  filippino  su un cargo conferma, guadagno quattro volte più di quello che prenderei al mio paese, “ma è come stare in prigione”.  Gli smartphone non prendono, Internet  nemmeno a pensarci, gli alcoolici sono vietati sulla  flotta Maersk.  Se poi un’ondata ti porta via dal  ponte durante una tempesta,  oppure resti schiacciato dallo scivolare dei containers male assicurati,   la famiglia può adire alle  corti  mongole o di Vanuatu.    Ormai non si sbarca più nel porti, non c’è riposo:  la grande invenzione dei containers, questi parallelepipedi di quattro misure standard, intermodali, ossia concepiti come caricabili su pianali di treno o di camion, non consentono soste:  lo stivaggio non esiste più, ormai dagli anni ’60;   uno solo di questi  mega-cargo, ci informano, può  caricare 800 milioni di banane (abbastanza per dare una banana ad ogni abitante d’Europa e Nordamerica),  scaricarle in 24  ore,  e poi via, perché  il tempo è denaro.  Il comandante (il servizio ne intervista uno,  è un romeno) non sa cosa trasporta e non gli importa:   del contenuto di ogni container   – che parte sigillato – è legale responsabile lo speditore,   e il destinatario.  Ciò praticamente azzera i  controlli doganali, con gran risparmio del tempo  che è denaro. Vari dirigenti di frontiera sostengono che “solo” il 2% può contenere armi o droga, “perché  la massima parte degli spedizionieri rispetta le leggi”.  Un’industria senza regole ,  del tutto estraterritoriale, che rende alle compagnie giganti 450 miliardi di giro d’affari.
Quando i grandi cargo ripartono, sono in parte scarichi avendo lasciato sulla banchina parte dei containers: allora, per stabilizzare l’equilibrio, pompano   nei cassoni decine di tonnellate di  acqua  di mare.  Con migliaia di pesci e creature viventi che  poi trasportano, e scaricano, a migliaia di chilometri dal loro habitat nativo.    Per tacere del rumore dai motori  (sott’acqua, risulta 100 volte il volume sonoro di un jet), un inquinamento  acustico fortemente sospettato di disorientare i grandi cetacei, che sempre  più spesso finiscono spiaggiati.
Ma allora – direte voi  – se governi e  lobbies ecologiste sono così preoccupati per l’inquinamento dei mari e il riscaldamento globale, tanto da aver deciso di vietare prossimamente tutte  le auto a motore a scoppio del pianeta  e sostituirle con motori elettrici puliti e più  efficienti,  perché non pongono qualche limite ai mega-cargo e  alle mega-petroliere? Se 20 di loro   inquinano come la totalità degli automezzi,  basterebbe ridurre dello  0,35 per cento il traffico navale per ottenere lo stesso  risultato di disinquinamento  della riconversione globale all’auto elettrica.
Ma no. Avete fatto la domanda sbagliata.  Vi deve mettere sull’avviso il fatto che il Protocollo di Kioto non copre il trasporto marittimo, ignora quel che inquina e distrugge.    Come spiega  l’economista  Mark Levinson, autore dello studio più  approfondito sui containers, The Box: How the Shipping Container Made the World Smaller and the World Economy Bigger, (Princeton University Press), “la gente crede che la  globalizzazione sia dovuta alla disparità dei salari, che provoca la delocalizzazione della produzione in Asia o dovunque la manodopera è meno cara.  Errore: la disparità di salari esisteva anche prima della mondializzazione. Quello che permette lo sfruttamento della manodopera a basso  costo per fare prodotti da vendere poi  sui  mercati di alto reddito,  è  l’abbassamento tremendo dei costi di trasporto navale. Questo è il  fattore cruciale, reso possibile dai containers e dalle mega-cargo, che   riducono il costo all’osso”.
Costi talmente bassi, “che conviene spedire i merluzzi pescati nel mar di Scozia  in Cina  in container refrigerati   per essere sfilettati e ridotti a bastoncini in Cina, e poi rimandati  ai supermercati e ristoranti di Scozia, piuttosto che pagare retribuire sfilettatori  scozzesi”.   Questo lo racconta Rose George, giovane giornalista britannica, che dopo 10 mila chilometri fino a Singapore a bordo della Mersk Kendal, una portacontainer da 300 metri, manovrata da   solo 20 uomini, ha scritto un libro chiamato “Novanta per cento di tutto – Dentro l’industria invisibile che ti porta i vestiti che indossi, la benzina   nella tua auto e il cibo nel tuo piatto”. (Ninety Percent of Everything: Inside Shipping, the Invisible Industry That Puts Clothes on Your Back, Gas in Your Car, and Food on Your Plate).   Perché la   brava giornalista ha scoperto questo: che nella nostra società post-industriale dove non produciamo più ma compriamo, il 90 per cento di ciò che ci occorre e che acquistiamo, ci viene portato dalle portacontainers.  Tutto: dalla carta al legname, al bestiame vivo al macellato e surgelato.   Il giaccone di sintetico imbottito, i jeans, le giacche   che trovi da Harrod’s  o alla Standa, sono cuciti in Vietnam o Bangladesh;  smartphone e tablets e tutta l’elettronica di consumo, viene dalla Corea, dalla Cina,dal Giappone; non parliamo di  frigoriferi e lavatrici; il grano, dal Canada o dall’Australia; le primizie   di frutta e verdura fuori stagione, dagli antipodi.
Una volta scaricati, i containers sono vuoti a rendere, che sono noleggiati per altri viaggi; prima o poi finiscono per rifare la rotta di ritorno, dall’Occidente all’Asia. Riempiti, per non fare il viaggio a vuoto, di rottami metallici e di plastica, di stracci e vestiti vecchi, di carta usata da riciclare. Tutto ciò che ci resta dopo aver consumato cose che un tempo sapevamo fare, ma che adesso compriamo perché ci costano meno che pagare i nostri operai. Un “meno” che ha un costo altissimo, sociale, di civiltà, ed ambientale. Basta pensare all’eventualità che il colossale traffico si debba bloccare, come è possibile per un una guerra guerreggiata che blocchi, poniamo, il Canale di Suez, o renda impraticabile Malacca o – facilissimo – Ormuz : la nostra autosufficienza, insomma autonomia economica vitale, sarebbe il 10 per cento di quel che ci abbisogna. 
Redazione

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