08 giugno 2019

RELATIVISMO E PENSIERO DEBOLE: LA PERDITA DEL FONDAMENTO

RELATIVISMO E PENSIERO DEBOLE:
LA PERDITA DEL FONDAMENTO

(Rocco Vittorio Macrì)

"La Verità con la V maiuscola che mai vuol dire? Quid est Veritas, dobbiamo riconoscere che quel procuratore vedeva giusto e che era anzi all’avanguardia. Bisogna mettere solo minuscole ovunque. "Tutto è relativo, ecco il solo principio assoluto", diceva già il nostro Padre Auguste Comte. Poiché l’abbiamo fatta finita con il positivismo classico, è vero, ma il fatto è che noi viviamo nel mondo di Auguste Comte: la Scienza (lato della ragione) completata dal mito (lato del sentimento)."
Jacques Maritain, Il contadino della Garonna
  
Ci troviamo al culmine della diffusione di un fenomeno che appare ormai irrefrenabile: ogni campo del sapere sembra intaccato e affetto da un’epidemia che lascia poche speranze per il nuovo millennio. Si tratta del relativismo, struttura portante del cosiddetto "pensiero debole", che la "modernità" ha inflitto alla nostra civiltà diffondendolo a dimensione planetaria sotto morfologie solo apparentemente cangianti, come indifferentismonichilismomobilismopirronismosoggettivismoindividualismo, ecc., in campo ontologico, gnoseologico, culturale, etico, terminologico, ...
E l’indebolimento del logos, nella nostra epoca, sta portando i suoi frutti: si assiste - e spettatori passivi e inermi ci sentiamo tutti - ad un consequenziale e inesorabile indebolimento del piano valoriale e semantico, fonte di una metafisica distorta che - per dirla con le parole di Giovanni Paolo II - consuma il mondo dei valori come "semplici prodotti dell’emotività e la nozione di essere è accantonata per fare spazio alla pura e semplice fattualità"1.
Effettivamente, siamo figli del pensiero debole, sfondo e respiro di un mondo frantumato, senza più unità semantica. "La filosofia moderna - scrive Giovanni Paolo II nella sua lettera enciclica Fides et ratio - , dimenticando di orientare la sua indagine sull’essere, ha concentrato la propria ricerca sulla conoscenza umana. Invece di far leva sulla capacità che l’uomo ha di conoscere la verità, ha preferito sottolinearne i limiti e i condizionamenti. Ne sono derivate varie forme di agnosticismo e di relativismo, che hanno portato la ricerca filosofica a smarrirsi nelle sabbie mobili di un generale scetticismo. Di recente, poi, hanno assunto rilievo diverse dottrine che tendono a svalutare perfino quelle verità che l’uomo era certo di aver raggiunto. La legittima pluralità di posizioni ha ceduto il posto a un indifferenziato pluralismo, fondato sull’assunto che tutte le posizioni si equivalgono: è questo uno dei sintomi più diffusi della sfiducia nella verità che è dato verificare nel contesto contemporaneo"2.
Parole che riecheggiano - con infinite armoniche - il pensiero di quello che potremmo definire "il difensore della verità e paladino dell’assoluto del XX secolo": Jacques Maritain, al quale il presente lavoro si ispira. Egli, come Wojtyla, definisce "l’uomo come colui che cerca la verità"3. Nonostante "il modernismo sfrenato d’oggi"4, "l’annuncio nietzschiano che "Dio è morto""5, Maritain ha la forza di gridare: "La ragione è fatta per la verità, per conoscere l’essere"!6 "Non c’è niente al di sopra della verità"!7 E tanto più si indebolisce la verità, la "nostalgia dell’assoluto"8, tanto più si avanza nello spirito di terrestrità, in quella "specie di inginocchiamento davanti al mondo che si manifesta in mille modi"9.
Nelle pagine che seguono si tenterà di dare un volto e un percorso al relativismo sottostante le espressioni di una modernità che, affetta da una "cronolatria epistemologica", - per usare le parole di Maritain - porta alla "logofobia", al prassismo e all’efficientismo contemporanei, alla perdita del fondamento. Ed è lo stesso spirito maritainiano - nelle parole del Papa - che, se ci mette in guardia da un lato dalle insidie di un’epoca nella quale "ci si accontenta di verità parziali e provvisorie"10, forzatamente "costretti a costatare la frammentarietà di proposte che elevano l’effimero al rango di valore"11, dall’altro ci esorta a "non perdere la passione per la verità ultima e l’ansia per la ricerca, unite all’audacia di scoprire nuovi percorsi. È la fede che provoca la ragione a uscire da ogni isolamento e a rischiare volentieri per tutto ciò che è bello, buono e vero. La fede si fa così avvocato convinto e convincente della ragione"12.
 
 1. La più antica reazione al relativismo
  
1.1 Il relativismo ha radici millenarie, che arrivano a toccare l’humus speculativo della Sofistica del V secolo a.C., quella sorta di "Illuminismo greco", che aveva come sua insegna l’uso libero e spregiudicato della ragione in tutti i campi. Il primo e più importante Sofista, esponente di un relativismo conoscitivo e morale, fu Protagora, famoso per il suo principio: "L’uomo è misura di tutte le cose"13. Commenta Platone, riferendosi ad esso, nel suo Teeteto: "Quali le singole cose appaiono a me, tali sono per me e quali appaiono a te, tali sono per te: giacché uomo sei tu e uomo sono io"14. Tramite la frantumazione della realtà in una miriade di interpretazioni soggettive, il relativismo protagoreo minava alla base il concetto stesso di "verità" e di "ricerca". Il relativismo dei valori era poi il nucleo fondamentale di tale dottrina. Infatti il riconoscimento della disparità dei valori che presiedono alle diverse civiltà umane portava inesorabilmente a quello che oggi viene chiamato relativismo culturale: "se qualcuno ordinasse a tutti gli uomini di radunare in un sol luogo tutte le leggi che si credono brutte e di scegliere poi quelle che ciascuno crede belle, neppure una ne resterebbe, ma tutti si ripartirebbero tutto"15. Tutto ciò conduceva ad "un’equivalenza di principio" delle opinioni; con le parole di Protagora, al "tutto è vero". Tuttavia egli, nel vuoto di verità "forti", ammetteva un "principio debole" come criterio di scelta e di legittimazione: quello dell’utilità.
Se Protagora può essere visto come il precursore dell’"ontologia debole", un suo contemporaneo - Gorgia di Lentini - potrebbe essere collocato come precursore del nichilismo filosofico più radicale. Le sue tre tesi, infatti, portano ad un agnosticismo impenetrabile: "[1] - Nulla c’è; [2] - Se anche qualcosa c’è, non è conoscibile dall’uomo; [3] - Se anche è conoscibile, è incomunicabile agli altri". Con Gorgia troviamo la prima, esasperata messa in discussione occidentale della metafisica. Scollegati dalla "verità", il pensiero e il linguaggio perdono ogni valore. Se per Protagora abbiamo ancora un debole criterio di verità, il giovevole all’uomo, l’utile, in Gorgia quel "tutto è vero" si rovescia in "tutto è falso", uno scetticismo metafisicosenza finestre.
Un secolo e mezzo dopo, in piena età ellenistica, Pirrone di Elide, considerato il fondatore della scuola scettica, avrebbe fatto suo un simile scetticismo. Secondo Pirrone, al di fuori delle credenze e convenzioni umane, sempre mutevoli, risulta per principio impossibile alcuna valutazione o giudizio che resista al relativismo gnoseologico. Dunque, l’unico atteggiamento legittimo, come diranno più tardi altri esponenti dello Scetticismo, rimane l’epoché, la sospensione cioè di ogni giudizio. Ciò porta, secondo Pirrone, all’imperturbabile serenità della mente: l’atarassia. Aggiungerà il suo allievo Timone di Fliunte che atteggiamento veramente degno dello scettico è quello di non pronunciarsi su niente (afasia). L’Accademia scettica di Arcesilao e la nuova Accademia di Carneade seguiranno la stessa strada, cercando di "umanizzarla" tramite la legittimazione all’uso del buon senso (eulogia) e della verosimiglianza. Gli Scettici posteriori però, a partire da Enesidemo, sosterranno un ritorno al pirronismo.
Possiamo riassumere i caratteri del primo relativismo universale della storia occidentale con le parole di Maritain: "L’apparizione della sofistica nel V secolo a.C., nel periodo di crisi filosofica e di scetticismo seguito allo sforzo dei grandi "fisici" presocratici, e il predominio da essa allora conseguito sull’educazione generale, segnavano l’avvento di un razionalismo libero e ardito, ma che faceva della ragione un uso soprattutto negativo e la cui prospettiva rimaneva ingenuamente empiristica. Chi se ne meraviglierebbe? Quando la ragione non è ricondotta alle proprie profondità dall’intuizione dell’essere o dall’esperienza del mondo interiore, essa si trastulla nei sensi e tra i fantasmi, senza nemmeno rendersi conto che ne è prigioniera"16.
 

1.2 La reazione al caos verbale e concettuale degli eristi, alla mancanza di un punto d’appoggio fermo e incrollabile propagandata dai Sofisti, al relativismo linguistico, conoscitivo e morale - "frammentatorio" dell’ordine, del kósmos, in una molteplicità dissonante di opinioni - accomuna gli sforzi di Socrate, Platone e Aristotele. La situazione a quell’epoca doveva essere in qualche modo vicina al pensiero debole del nostro tempo, al "vuoto ontologico" che Maritain si impegnò a combattere con tutte le forze. "Nulla mantiene l’ordine delle cose se non la verità. L’opera di spogliazione critica intrapresa dai Sofisti era fatta in nome di un relativismo universale. Ma il relativismo, con il suo apparato negativo e distruttore è, a dire il vero, assai prossimo a convertirsi in servile sottomissione a regole in cui lo spirito non crede"17.
"Da una concezione della vita dominata da un relativismo generale e da una universale messa in dubbio di ciò che può riferire la condotta umana a fini e valori superiori al vantaggio dell’individuo"18, Socrate, per primo, prende le distanze e individua le contromisure. I Sofisti avevano raggiunto l’apice di un modo di ragionare ingannevole, capzioso, avente l’effetto di indurre in errore attraverso l’inevitabile polisemia del linguaggio ordinario. "Molti di loro erano uomini di intelligenza superiore, ma inebriati delle apparenze e delle verosimiglianze nelle quali si spiega la ragione quando discute delle nozioni comuni e non è ancora addestrata alle discipline della concettualizzazione scientifica"19.
Se Protagora proclama che "L’uomo è misura di tutte le cose" e che "tutto è vero", Socrate risponde che "se tutto è vero niente è vero"20, e Maritain acutamente osserva che "l’ignoranza di Socrate", quell’"io so di non sapere" rinvia ad una verità, ad una scienza: "L’ignoranza socratica è una finzione da cui non bisogna lasciarsi prendere": "con il suo attaccamento all’assolutezza della verità, Socrate difendeva la tradizione in un modo ben più profondamente rivoluzionario di quello con cui l’attaccavano i Sofisti. Emergeva così chiaramente la nozione di una conoscenza autenticamente intellettuale stabilita a livello dei propri lumi e delle esigenze proprie dell’intelletto - in una parola la nozione di scienza. Per questo Socrate tiene tanto a renderci coscienti della nostra ignoranza. Quest’ignoranza, almeno, io la conosco. Ma, se non avessi l’idea di scienza, potrei forse avere quella della mia ignoranza?"21.
Da Socrate, che ha manifestato il bisogno di andare oltre il pragmatismo protagoreo, parte lo sforzo intellettuale di Platone per cogliere un sapere assoluto, capace di battere in breccia il relativismo dilagante, responsabile del caos morale e civile. L’opposizione a tale relativismo costituisce il cuore della sua dottrina delle idee, nucleo fondante della filosofia platonica: "La dottrina delle idee nasce e acquista il suo significato nella polemica contro il relativismo sofistico e contro il mobilismo eracliteo"22. Sottolinea con maggior precisione Giovanni Reale: "Platone era andato via via maturando e fissando la sua teoria delle Idee in opposizione a due forme di relativismo: a) quello sofistico-protagoreo, che riduceva ogni realtà e azione a qualcosa di puramente soggettivo e faceva del soggetto medesimo la "misura" o "criterio di verità" delle cose (si ricordi la proposizione protagorea "l’uomo è misura di tutte le cose"); e b) quello di origine eraclitea, che, proclamando il perenne flusso e la radicale mobilità di tutto, giungeva di fatto e di diritto a disperdere ogni cosa in una molteplicità irriducibile di stati, e quindi giungeva a renderla inafferrabile, inconoscibile e inintelligibile"23.
Il relativismo sofistico e il mobilismo eracliteo si dovevano arrestare, dunque, di fronte alle Idee dell’Iperuranio platonico "che sono in sé e per sé, sono l’essere puro, si trovano sempre e costantemente nella medesima condizione e non subiscono mai alcuna sorta di mutazione"24. "La natura delle cose non è relativa al soggetto, non è manipolabile a nostro capriccio. L’essenza o natura o Idea delle cose è stabile, è assoluta. Se così non fosse, non avrebbe senso alcun nostro giudizio né alcuna nostra valutazione, di alcun genere. Platone è qui soprattutto preoccupato dei giudizi e delle valutazioni morali [...] La dottrina delle Idee, pertanto, segna il superamento del soggettivismo: la "misura" delle cose non è l’uomo, il soggetto conoscente, bensì la "natura", l’"essenza", l’"Idea" o "Forma" delle cose stesse"25.
In particolare, come lo stesso Maritain sottolinea, l’antirelativismo platonico scolpisce un concetto di "valore" la cui assolutezza, verticalità e dignità assesteranno un percorso che sarà battuto fino in fondo dallo stoicismo: "L’etica di Platone enuclea e sottolinea, mette in rilievo la nozione di valore con una forza eccezionale, e la fa passare al primo posto, particolarmente per quanto riguarda il modo con cui viene misurata o determinata la moralità degli atti umani"26.
L’"ago magnetico" che Platone utilizzò e dal quale si fece guidare doveva essere sensibile al "mondo perfetto della matematica": "Nella formulazione della dottrina delle Idee giocò un ruolo determinante l’influsso delle scienze matematiche. Fu la riflessione matematica che aiutò Platone, in misura considerevole, a scoprire la fondamentale distinzione fra sensibile e intelligibile e la sua portata"27. Quello del suo discepolo Aristotele sarebbe stato più sensibile alla logica (oltre alle "invarianti intelligibili" - per usare le parole di Maritain - che sono a fondamento della "filosofia della natura"28), a quei princìpi primi irremovibili e supremi, come quello di non-contraddizione. Aristotele ritiene che quest’ultimo non sia dimostrabile ma che possa venir polemicamente difeso contro i suoi negatori - fra i quali include proprio i Sofisti e gli Eraclitei - mostrando che, se questi ultimi dovessero confutare la validità del suddetto principio, dovrebbero avvalersi a tal scopo proprio dello stesso, riaffermandolo: "Il celebre "procedimento elenchico" consiste, dunque, nella mostrazione della contraddittorietà in cui cade chi nega il principio stesso. Infatti, chi nega il principio di non-contraddizione si contraddice, perché proprio nel momento in cui lo nega, ne fa uso. Dal punto di vista del "metodo" metafisico è questa, probabilmente, la più cospicua scoperta aristotelica (peraltro largamente preparata dagli Eleati e da Platone): le supreme verità irrinunciabili sono quelle che, nel momento stesso in cui uno le nega, è costretto a farne surrettizio uso, proprio per negarle, e, dunque, le riafferma negandole. È questo l’"agguato" che tendono le verità metafisiche cui l’uomo non può sfuggire: esse si riaffermano con prepotenza, nel momento stesso in cui si cerca di calpestarle"29.
Per Aristotele, dunque, esiste "la verità", nucleo distruttore per ogni forma di relativismo. Il libro II della sua Metafisica comincia proprio con "La filosofia è conoscenza della verità"... Come dire che il relativismo è tenebra, non-conoscenza.
  
2. Il relativismo moderno
  
2.1 La rivoluzione copernicana segna una nuova era, un nuovo modo di vedere le cose, una nuova immagine del mondo. Un nuovo capitolo del relativismo, questa volta con i tratti di una presunta sapienza che scavalca i limiti dell’umano, molto meno ingenuo del primo e quindi molto meno vulnerabile, si innesta e prende forma rimodellandosi sulla struttura concettuale della neo-nata scienza moderna. La sostituzione della "millenaria concezione dell’universo elaborata da Aristotele, e scientificamente precisata alcuni secoli più tardi da Tolomeo"30, avrebbe insidiato la conquista di quell’"Assoluto" di Platone e Aristotele, vanificando gli sforzi dei più grandi pensatori del mondo antico.
In un articolo del 1916 e apparso in lingua tedesca nel ’17, Freud "scattava un’istantanea" di quell’immagine del mondo che si era creata con la nascita della scienza moderna, sottolineando le "umiliazioni" inferte da questa al narcisismo umano31:
 

"Vorrei mostrare come al narcisismo universale, all’amor proprio dell’umanità, siano state fino ad ora inferte tre gravi umiliazioni da parte dell’indagine scientifica. a) Dapprima, all’inizio delle sue indagini, l’uomo riteneva che la sua sede, la terra, se ne stesse immobile al centro dell’universo, mentre il sole, la luna e i pianeti si muovevano attorno ad essa con traiettorie circolari. [...] La posizione centrale della terra era comunque una garanzia per il ruolo dominante che egli esercitava nell’universo, e gli appariva ben concordare con la sua propensione a sentirsi il signore del mondo. La distruzione di questa illusione narcisistica si collega per noi al nome e all’opera di Niccolò Copernico nel sedicesimo secolo. [...] Quando tuttavia essa fu universalmente riconosciuta, l’amor proprio umano subì la sua prima umiliazione, quella cosmologica. b) L’uomo, nel corso della sua evoluzione civile, si eresse a signore delle altre creature del mondo animale. Non contento di tale predominio, cominciò a porre un abisso fra il loro e il proprio essere. Disconobbe ad esse la ragione e si attribuì un’anima immortale, appellandosi a un’alta origine divina che gli consentiva di spezzare i suoi legami col mondo animale. [...] Sappiamo che le ricerche di Charles Darwin e dei suoi collaboratori e predecessori hanno posto fine, poco più di mezzo secolo fa, a questa presunzione dell’uomo. L’uomo nulla più è, e nulla di meglio, dell’animale; proviene egli stesso dalla serie animale ed è imparentato a qualche specie animale di più e a qualche altra di meno. Le sue successive acquisizioni non consentono di cancellare le testimonianze di una parità che è data tanto nella sua struttura corporea, quanto nella sua disposizione psichica. E questa è la seconda umiliazione inferta al narcisismo umano, quella biologica. c) La terza umiliazione, di natura psicologica, colpisce probabilmente nel punto più sensibile. L’uomo, anche se degradato al di fuori, si sente sovrano nella propria psiche. [...] Tu ti comporti come un sovrano assoluto che si accontenta delle informazioni del suo primo ministro senza scendere fra il popolo per ascoltarne la voce. Rientra in te, nel tuo profondo, se prima impari a conoscerti, capirai perché ti accade di doverti ammalare; e forse riuscirai a evitare di ammalarti. Così la psicoanalisi voleva istruire l’Io. Ma le due spiegazioni - che la vita pulsionale della sessualità non si può domare completamente in noi, e che i processi psichici sono per sé stessi inconsci e soltanto attraverso una percezione incompleta e inattendibile divengono accessibili all’Io e gli si sottomettono - equivalgono all’asserzione che l’Io non è padrone in casa propria. Esse costituiscono insieme la terza umiliazione inferta all’amor proprio umano, quella che chiamerei psicologica"32.
  
Non è difficile individuare - puntando lo sguardo da una certa prospettiva - il percorso di queste "orme ancora fresche", il filo d’Arianna che le collega, lo schema mascherato, il disegno sottostante, la filosofia "anti-tomista" che porta la firma del nuovo e implacabile relativismo, l’indebolimento generato dalla perdita del rapporto privilegiato con l’assoluto:
  
"Il copernicanesimo significò prima di tutto il rifiuto di ogni organizzazione intrinseca dell’Universo. Il fatto che il centro del mondo fosse spostato dalla Terra al Sole fu un aspetto minore della rivoluzione. Ciò che contò è che non esistesse più un corpo privilegiato. Nel tempo di poche generazioni, l’Universo non avrebbe avuto più alcun centro e sarebbe diventata legge il "Principio Cosmologico", secondo cui ogni punto dell’Universo vale l’altro. I corpi astrali furono affidati ad una "meccanica celeste" che sapesse solo di masse e di distanze, e rifiutasse il compito di dar conto di qualunque tipo di costellazione o di configurazione, e in genere di qualunque situazione iniziale.
La conversione della biologia in teoria probabilistica meccanica fu realizzata dalla teoria darwiniana e soprattutto dalle sue riletture genetiche. Lo stesso L. Boltzmann (1844-1906) asserì che la "teoria cinetica dei gas" gli era stata ispirata dal darwinismo. I viventi di Darwin sono corpi senza "natura" e senza "tendenze", vaganti nel vuoto a misurare sugli "urti" la loro forza e il loro diritto all’esistenza.
Del darwinismo è stato detto (Freud) che esso ha spostato l’uomo dal centro della natura vivente, compiendo una sorta di rivoluzione copernicana"33.
  
In particolare, la nuova scienza, sembra operare un taglio netto con le cause finali e formali aristoteliche34: lo "schema aristotelico della spiegazione fisica (cioè la sua statica del luogo naturale e la sua dinamica delle cause efficienti guidate dalle cause finali, in quanto nulla avviene in natura senza uno scopo o una spiegazione) [viene] criticato e modificato"35. La ricerca delle "cause finali" verrà rimpiazzata da quella "delle cause materiali (corpuscoli, elementi chimici, cellule protoplasmatiche), delle cause efficienti (forze elastiche, attrazione gravitazionale, leggi della dinamica) e delle cause formali (funzioni matematiche di forza, di energia ecc.)"36. La scienza moderna - e qui con questo termine si intende la linea "morfo-epistemologica" caratteriale (e contingente) adottata dalla nascita fino ai nostri giorni37 - è stata sempre caratterizzata da una weltanschauung materialista (o, se vogliamo, anti-spiritualista), non solo nel metodo seguito fin da Galileo, e cioè quello di confinare l’esistenza alle sole realtà oggettive (e conseguentemente negare le entità spirituali in quanto non osservabili), ma anche nella speranza di fondo: spiegare tutte le cose, uomo compreso, a partire dai mattoni primari che chiamiamo particelle elementari.
Scrive Richard Dawkins nella prefazione al suo Orologiaio cieco: "Questo libro è stato scritto nella convinzione che la nostra esistenza fosse un tempo il massimo di tutti i misteri, ma che oggi non sia più tale perché l’enigma è stato risolto. Il merito di questa impresa va riconosciuto a Darwin e a Wallace"38. Sottolinea giustamente Sermonti:
  
"All’evoluzionismo anti-aristotelico accadde in pochi decenni ciò che ad Aristotele accadde nei secoli: di ricevere una accettazione così universale da identificarsi con la Scienza. Il testo darwiniano divenne l’"ipse dixit" che sostituì l’"ipse dixit" aristotelico. Aristotele aveva risposto a tutte le domanda e i neo-darwinisti (Dawkins) esclamarono: l’enigma è stato risolto. L’evoluzionismo ha lentamente assunto il carattere di dottrina ufficiale e ha iniziato una operazione tendente ad escludere come "non scientifico" tutto ciò che fosse in contrasto con la teoria"39.
  
Lo stesso pensiero filosofico, a questo punto, attinge da questa nuova immagine del mondo40. Esclama Maritain in Antimoderno: "Innalzando se stessa a giudice supremo della verità, la filosofia moderna non può che aborrire profondamente il soprannaturale e tutto ciò che porta il segno di una verità e di un’autorità superiori alla ragione"41.
 
 2.2 "Col positivismo la scienza si proclamava unica forma di sapere scientifico, respingendo nel mondo del probabile e dell’immaginabile tutto quanto non potesse essere positivamente constatato"42. In questo modo diventava manifesto ed evidente "il rapporto stretto di ateismo e modernizzazione"43. Comte riassume in modo esemplare le caratteristiche del positivismo e, avendo il pregio di uscire allo scoperto senza più veli riguardo alla "nuova religione" dello scientismo44, viene esaminato e analizzato sotto "la luce dei riflettori" di Maritain45. La "vecchia" religione "appartiene al passato, che oggi non ha più nulla da dire e le sue funzioni vengono ora esercitate dalla scienza sociale e dai suoi sacerdoti... La scienza è una enorme spugna, che cancella dalla lavagna della storia tutte le immagini mitiche, perché l’umanità possa, per mezzo della tecnologia, scrivere le sue vittorie "magnifiche e progressive""46.
In Comte abbiamo un abbattimento in blocco di tutta la metafisica elaborata durante i secoli precedenti, e il volto pieno senza nascondimenti della nuova filosofia emergente dalla neo-nata scienza47. Si parlava precedentemente del principio di finalità; ecco come viene bruciato da Comte, nelle parole di Maritain: "Il principio di finalità: ogni agente agisce per un fine, è una verità conosciuta di per sé. No!, mi dice Auguste Comte. Il principio di finalità è un vestigio dello stato metafisico, bisogna sostituirgli il principio positivo delle condizioni di esistenza. L’uccello vola perché ha le ali, non ha le ali per volare; se non fosse realizzata la condizione di avere le ali, non ci sarebbe uccello che vola: tutta la spiegazione è questa"48.
Qual è dunque, una volta tolto il velo, il vero volto della nuova immagine del mondo? Con le parole di Comte: "Tutto è relativo, ecco il solo principio assoluto"!49 Ecco la nuova metafisica della scienza. "Relativismo che concerne non solo l’espressione della verità, inevitabilmente condizionata dall’epoca e dall’ambiente, ma la verità stessa e i valori"50. Comte si appresta ad usarla subito a tutto campo: "Non si tratta più di dissertare a perdita d’occhio per sapere quale sia il miglior governo; non vi è nulla di buono, non vi è nulla di cattivo assolutamente parlando; tutto è relativo, ecco la sola cosa assoluta"51. Commenta Maritain: "Tutte le cose, e in primo luogo tutti i nostri valori, sono inghiottiti dal tempo, sottomessi al tempo e misurati dal tempo... Quanto più Comte avanzerà in età, tanto più insisterà sul carattere fondamentale del suo principio e più ne estenderà la portata. Esso si applica a tutti gli ordini. Lo spirito positivo ci domanda di "sostituire dappertutto il relativo all’assoluto""52.
Viene così tolta la maschera a quella metafisica nascosta tra l’intelaiatura di quella che Maritain definisce "la scienza dei fenomeni". Ci ritornano in mente gli antichi sofisti, il "tutto è vero" di Protagora e il vano affanno di Socrate, Platone e Aristotele. La "verità", così tanto desiderata nel mondo antico e medievale, viene schiacciata dal relativismo, dalla nuova immagine del mondo:
 

"È la verità d’oggi che sarà falsa domani. In breve, non bisogna dire che vi sono delle asserzioni puramente e semplicemente vere (assolutamente vere), e delle asserzioni vere sotto un certo rapporto (relativamente vere), e che le asserzioni esplicative della scienza dei fenomeni non sono vere che in rapporto all’insieme dei fatti conosciuti, bisogna dire che non vi è alcuna asserzione assolutamente vera. La verità come tale è relativa; la verità non è immutabile; la verità cambia"53.
  
3. Le nuove umiliazioni inferte dalla scienza
 
 3.1 "All’inizio del XVI secolo si è prodotto il profondo rivolgimento del mondo moderno. Tutto quest’ordine intellettuale si è infranto. Il mondo moderno, e intendo con questa espressione il mondo che sta finendo il suo corso sotto i nostri occhi, non è stato il mondo dell’armonia della saggezza, ma quello del conflitto della saggezza e delle scienze e della vittoria della scienza sulla saggezza"54.
Così Maritain denuncia - in Scienza e saggezza - la tragedia intellettuale che si è innescata con l’avvio della scienza moderna. E aggiunge: "Al di sotto del piano della metafisica, nel mondo del primo ordine di astrazione è scoppiato un dramma oscuro tra Conoscenza fisico-matematica e Conoscenza filosofica della natura sensibile, le cui conseguenze sono state capitali per la metafisica stessa e per il regime intellettuale dell’umanità"55. In particolare: "Il tempo di August Comte… ha domandato la saggezza alla scienza. Ma questa illusione si è rapidamente dissipata. Nella struttura della scienza la matematica ha divorato tutto quanto poteva ancora restare della filosofia. La matematica e l’empiriologia hanno distrutto l’ontologia"56. Ora, tutto ciò, si traduce nel nostro tempo in una filosofia, in una immagine del mondo tanto disumana quanto moderna, con inevitabili riflessi in campo sociale, religioso e spirituale, come ben sintetizza Piero Viotto:
  
"L’aver ridotto la fede alla ragione, come accade nel deismo moralistico di Kant, la grazia alla coscienza soggettiva, come si manifesta nel naturalismo psicologistico di Rousseau, e la Chiesa alla società umana, come si afferma nel socialismo utopistico di Comte, significa aver neutralizzato il Cristianesimo, lanciando nella storia semi di verità impazzite, perché non più alimentate dalla sorgente soprannaturale. Di qui l’equivoco di certi miti contemporanei, come egualitarismo illuministico e il messianesimo comunistico. […] Si è giunti così al predominio della scienza sulla saggezza, della tecnica sulla cultura, dell’azione sulla contemplazione, della quantità sulla qualità"57.
 
 E in verità, questi "semi di verità impazzite" cominciano a portare il loro frutto. Le umiliazioni inferte dalla scienza al genere umano sono appena cominciate. Si parla già dell’umiliazione inferta all’uomo dall’Intelligenza Artificiale (IA): l’uomo sarebbe nulla di più che una macchina. Il pensiero, le emozioni, i sentimenti, le sensazioni, l’intelligenza: roba da computer! Ciò che per Aristotele era prerogativa esclusivamente umana, viene data in pasto a degli ingranaggi, ingoiata dai transistor: dalla materia neuronale - è ormai l’ultima sfida lanciata dalla scienza - si approda ai circuiti di silicio. Oramai la classe degli scienziati e dei pensatori si sente finalmente svincolata da quelle che loro stessi definiscono arcaiche e infantili weltanschauung spiritualiste; togliendo ogni residuo "platonico-cartesiano" di res cogitans si domandano candidamente insieme a Rucker: "Sarebbe giustificato asserire che questi robot altamente evoluti sono dotati di coscienza nello stesso senso in cui ne sono dotati gli esseri umani?" In fondo si tratterebbe di esseri pensanti evolutisi "da un substrato di metallo e di chips al silicio, come noi siamo esseri pensanti evoluti da un substrato di aminoacidi e altre sostanze a base di carbonio"58. "Il segreto dell’intelligenza è che non ha segreti. Il mistero e la magia non abitano qui"59, ci assicura Marvin Minsky, il padre dell’IA.
Maritain aveva già previsto: "Ecco dunque che grazie al darwinismo i fenomeni della vita perderanno il loro aspetto irriducibile e misterioso, e si collocheranno nei quadri ordinari della causalità efficiente!"60. Le entità spirituali appaiono agli occhi dello scienziato moderno come simboli romantici del passato, lasciati magari come "foto ricordo" della vecchia filosofia di S. Tommaso. Si chiede il famoso scienziato Paul Davies: "Tuttora non è ancora immaginabile una mente senza cervello. Se Dio è una mente, avrà dunque un cervello? Un cervello corporeo?"61. Fanno eco scienziati come Changeux e Connes: "Nessuno dirà, salvo certi credenti, che il Verbo esiste prima della Materia!"62. Tale è il livello di materialismo nel quale stiamo per affondare. Giustamente osserva il biblista Sergio Quinzio: "Evoluzionismo e progressismo […] sono il basso luogo comune della modernità"63. Quanto risultano vere e attuali le parole di Maritain: "E si vedrà che i pensatori moderni preferiscono di buon grado a priori, e senza esitazione alcuna, dieci errori provenienti dall’uomo ad una verità proveniente da Dio"64.
Ecco una sintesi del "credo" dell’uomo di scienza contemporaneo:
  
"Un’idea centrale, ad esempio, è che il mondo non è statico ed eterno, ma si evolve nel tempo. Nel XIX secolo questa verità riguardava solo il mondo biologico, mentre nel secolo successivo l’ipotesi evoluzionista è diventata valida per l’universo nel suo complesso. Questa idea ha impiegato molto tempo ad affermarsi, così come è dovuto passare un secolo perché le ipotesi di Copernico fossero confermate. Si può dire che solo in questi anni ci stiamo rendendo conto di cosa significhi un realtà in evoluzione perenne. Inoltre, questa nuova filosofia naturale considera inutile, anzi ridicola, l’ipotesi di una intelligenza superiore responsabile della bellezza e della complessità del mondo. Si può sostenere, invece, che in un contesto biologico la materia vivente si è creata e organizzata da sé a partire da principi semplici, come la selezione naturale. Credo che lo stesso si possa affermare per le leggi della fisica e la struttura del cosmo. […] La nozione di proprietà assolute, come ad esempio quella di specie biologica, è diventata altrettanto obsoleta dello spazio e tempo assoluti di Newton"65.
  
Evidente il contenuto relativistico di questo tipo di credo e di immagine del mondo. "Darwin ha scoperto che l’evoluzione è un processo algoritmico, cieco ma eccezionalmente efficace, per produrre gradualmente tutte le meraviglie della natura. E’ un punto di vista riduzionista solo nel senso che elimina i miracoli, i ganci che scendono dal cielo: tutto quello che ha prodotto l’evoluzione attraverso le ere è stato fatto con semplici gru terrestri"66. Più apertamente:
  
"Se si potesse dare l’oscar alla migliore idea mai avuta, lo darei a Darwin, più che a Newton o a Einstein. La sua è più che una meravigliosa idea scientifica. E’ un’idea pericolosa. Rovescia, o almeno sconvolge, alcune delle convinzioni più profonde e radicate della psiche umana. Ogni volta che si parla in pubblico di darwinismo, la temperatura sale e la gente cerca di distogliere l’attenzione dalla questione reale, bisticciando diligentemente su controversie marginali. Chiunque si sente in dovere di prendere posizione ogni qual volta sente avvicinarsi l’uragano dell’evoluzione. L’idea di Darwin è pericolosa perché sfila il tappeto da sotto il migliore ragionamento filosofico mai concepito per dimostrare l’esistenza di Dio: l’argomento del progetto. Come altro potrebbe spiegarsi il formidabile progetto che sta alla base dell’ordine naturale, se non con la creazione di un Dio infinitamente sapiente e potente? Come la maggior parte delle argomentazioni che si fondono su una domanda retorica, anche questa non risulta del tutto convincente. Tuttavia essa ha persuaso miliardi di persone, almeno fino a quando Darwin non ha proposto una risposta alternativa: la selezione naturale. Da allora la religione non è più stata la stessa. Almeno agli occhi degli accademici, la scienza ha avuto la meglio sulla religione. L’idea di Darwin ha relegato il libro della Genesi nel limbo della mitologia pittoresca"67.
 
 Come d’altra parte asserisce Monod: "Il caso puro, il solo caso, libertà assoluta ma cieca, alla radice stessa del prodigioso edificio dell’evoluzione […] L’universo non stava per partorire la vita, né la biosfera l’uomo. Il nostro numero è uscito alla roulette"68. E ancora: "L’antica alleanza è infranta; l’uomo finalmente sa di essere solo nell’immensità indifferente dell’Universo da cui è emerso per caso. Il suo dovere, come il suo destino, non è scritto in nessun luogo"69. Commenta Sermonti: "Vagando senza fini e senza idee la natura perde qualunque valore e qualunque significato. L’accadere ha bisogno di una trama su cui svolgersi, di un apparato di significati cui riferirsi. Se tutto ciò è negato, allora si può ben affermare che nel mondo dell’evoluzione tutto si è svolto senza che accadesse mai niente, tutto è diventato senza che mai si verificasse alcunché di notevole. E allora come c’è il mondo? E’ semplice: il mondo è niente, c’è per puro caso, potrebbe benissimo non esserci"70. La risultante di tutto ciò ce la dà il nostro Maritain:
 
 "Tutto si evolve, tutto cambia, tutto muta, le verità, i dogmi, l’intelligenza, le leggi metafisiche, il bene, il male; l’energia diventa pensiero, la magia diventa religione, le rappresentazioni sociali del clan primitivo diventano la coscienza morale di Durkheim e dei suoi discepoli, il totem diventa il loro dio, e lo slancio vitale, con il superuomo vago ed evanescente che cerca di realizzarsi, produce ciascuno di noi, mentre i suoi rifiuti lasciati per strada si perdono nell’animalità e nel mondo vegetale. Insomma l’evoluzionismo s’affaccenda per far uscire qualcosa dal nulla, e per estrarre geneticamente, soltanto con la forza del tempo, il superiore dall’inferiore, il determinato dall’indeterminato. E così, se è in grado di sfuggire al dominio esclusivo della quantità matematica, assoggetta, più che mai, l’intelligenza alla materia"71.
 

3.2 Gli influssi nel campo etico come conseguenza della nuova immagine del mondo sono, a dir poco, catastrofici. Un esempio ce lo offre James Rachels, con molta crudezza e senza alcuna maschera:
 

"Dopo Darwin, non possiamo più ritenere di occupare un posto speciale nella creazione - al contrario, dobbiamo renderci conto di essere un prodotto delle stesse forze evolutive cieche e prive di finalità che hanno modellato il resto del regno animale. E ciò, si afferma comunemente, ha una profonda rilevanza filosofica.
Le implicazioni religiose del darwinismo sono state molto dibattute. Fin dall’inizio, gli uomini di chiesa hanno sospettato e temuto che l’evoluzione fosse incompatibile con la religione. Se le loro preoccupazioni siano giustificate è ancora oggetto di discussione, e avrò molto da dire a questo proposito. Ma il darwinismo pone problemi anche alla moralità tradizionale. Non meno della religione, la moralità tradizionale presuppone che l’uomo sia "una grande opera". Essa attribuisce agli umani uno status morale superiore a quello di ogni altra creatura sulla terra, e considera la vita umana, e solo la vita umana, sacra, vedendo nell’amore per il genere umano la prima e più nobile virtù. Che ne è di tutto ciò, se l’uomo non è che una scimmia modificata?"72
"[…] Può effettivamente essere vero che il darwinismo, che ribalta tutte le nostre precedenti idee circa l’uomo e la natura, non abbia conseguenze destabilizzanti? La moralità tradizionale è in parte fondata sull’assunto che la vita umana abbia un valore e una dignità speciali. Se dobbiamo rinunciare alla nostra concezione di noi stessi, e alla presuntuosa idea che il mondo sia stato creato soltanto come dimora per gli umani, non dovremo rinunciare allo stesso tempo agli elementi della nostra moralità che da tale visione dipendono? Un’impressione che la scoperta di Darwin mini la religione tradizionale, così come alcuni aspetti della moralità tramandata, non se ne andrà, a dispetto delle sottili disquisizioni logiche su cosa possa derivare da cosa, e a dispetto del fatto che possiamo non volerci trovare fianco a fianco con gli avversari dell’evoluzione. Credo che tale impressione sia giustificata. Esiste una relazione tra la teoria di Darwin e queste più ampie questioni, anche se si tratta di qualcosa di più complesso di una semplice implicazione logica. Io argomenterò che la teoria di Darwin mina in effetti i valori tradizionali. In particolare, essa mina l’idea che la vita umana abbia un valore speciale e unico."73
"[…] Il darwinismo, tuttavia, mina la dottrina tradizionale, in un senso che spiegherò, privandola dei suoi sostegni. Esso mina tanto l’idea che l’uomo sia fatto a immagine di Dio quanto l’idea che l’uomo sia l’unico essere razionale. Inoltre, se il darwinismo è corretto, è improbabile che si trovi un qualsiasi ulteriore sostegno per la dottrina della dignità umana. Tale dottrina risulta pertanto essere l’emanazione morale di una metafìsica screditata"74.
 
Tale è il baratro che si è spalancato con la modernità. L’uomo si trova a maneggiare "semi di verità impazzite" con la stessa disinvoltura di un bambino che per curiosità smonti un ordigno atomico capitatogli fra le mani. Il relativismo che governa filosoficamente le "orme" appena accennate, rimane da sfondo, da base strutturale e strutturante:
  
"Il particolare processo che abbiamo considerato consta di quattro stadi. Nel primo stadio la moralità tradizionale viene accettata senza difficoltà perché sostenuta da una visione del mondo che a tutti (o a una maggioranza tale da rendere equivalente il risultato) appare degna di fiducia. La prospettiva morale è ingannevolmente semplice. Gli esseri umani possiedono, in termini kantiani, "un valore intrinseco, cioè dignità" che li rende "superiori a ogni prezzo"; mentre gli altri animali "... non sono che dei mezzi rispetto a un fine. Tale fine è l’uomo". La visione del mondo che sosteneva questa dottrina etica presentava parecchi elementi familiari: si riteneva che l’universo, con al centro la Terra, fosse stato creato da Dio soprattutto per fornire una dimora agli umani, fatti a sua immagine, e che gli altri animali fossero stati creati a uso di questi ultimi. Gli umani, pertanto, erano separati dagli altri animali, e avevano una natura radicalmente diversa. Ciò giustificava il loro speciale status morale.
Nel secondo stadio tale visione del mondo comincia a sgretolarsi. Ciò aveva avuto inizio, naturalmente, molto tempo prima di Darwin - si sapeva già che la Terra non era il centro del cosmo, e invero che, come corpo celeste, non risultava nulla di eccezionale. Ma Darwin completò l’opera, mostrando che gli umani, lungi dall’essere distinti dagli altri animali, non solo sono parte dello stesso ordine naturale, ma sono di fatto con essi imparentati. Dopo Darwin, la vecchia visione del mondo era virtualmente demolita.
[…] Noi ci troviamo ora al terzo stadio, che sopraggiunge quando ci si rende conto che la vecchia concezione morale, avendo perso i suoi fondamenti, deve essere riesaminata. […] "La graduale illuminazione della mente degli uomini" deve portare a una nuova etica, in cui l’appartenenza di specie sia considerata virtualmente priva di importanza. La tesi più difendibile sembra essere una qualche forma di individualismo morale, secondo cui ciò che conta sono le caratteristiche individuali degli organismi, e non le classi cui essi vengono assegnati. […] Comunque sia, i problemi posti dalla disintegrazione della vecchia visione del mondo non possono più essere evitati. Il quarto e ultimo stadio del processo storico sarà raggiunto se e quando tali problemi saranno risolti e si troverà un nuovo equilibrio in cui la nostra moralità possa ancora una volta coesistere senza difficoltà con la nostra comprensione del mondo e del posto che in esso occupiamo"75.
  
Vittorio Possenti, nell’introduzione a Riflessioni sull’intelligenza e la sua vita propria di Maritain, mette l’accento proprio sulle conseguenze etiche e sociali che queste "detronizzazioni" hanno innescato, e il rischio di un’umanità in balìa di un nichilismo "gorgiano" - una delle facce più temibili del relativismo:
  
"Certo le rivoluzioni culturali degli ultimi secoli hanno costituito delle sfide esigenti per il soggetto, sottoposto a tre distinte detronizzazioni: a) la detronizzazione cosmologica, in quanto la terra e l’uomo non sono più il centro del cosmo; b) la detronizzazione biologica, innescata dal darwinismo secondo cui l’uomo non è superiore agli animali; c) la detronizzazione psicologica, iniziata dalla psicanalisi, che identifica nell’inconscio, non nell’io conscio, il livello basale e primario del dinamismo psichico.
Queste specifiche detronizzazioni possono essere superate con un rinnovato impegno a più livelli, di cui è momento essenziale la salvaguardia del realismo. La sua negazione comporta quella della conoscenza reale e il giudizio che la coscienza è naturalmente disposta all’errore e all’autoinganno invece che alla verità: i maestri del sospetto non hanno seminato invano.
Da qui al nichilismo il passo è breve. Per nichilismo intendiamo un complesso filosofico-culturale denotato da alcuni almeno dei seguenti caratteri: 1) dissoluzione di ogni fondamento (l’annuncio nictzschiano che " Dio è morto ", tradotto in chiaro esprime appunto la caduta del fondamento); 2) la negazione di ogni finalità dell’uomo e del cosmo; 3) la riduzione del soggetto a mera funzione; 4) la pari validità di tutti i giudizi di valore (asserzione che si può convertire nella seguente: invalidità di ogni giudizio di valore; o anche: il valore non ha più alcun nesso con l’essere, ma emerge dal fondo più oscuro dell’assoluta libertà del soggetto). Il complesso metafisico-etico del nichilismo finisce per approdare al tramonto della tensione conoscitiva e al declino del domandare"76.
  
Dunque Maritain, paladino dell’Assoluto, aveva ben individuato nel relativismo la radice avvelenata della nuova immagine del mondo che si sarebbe venuta a creare: "Tutte queste confusioni non provengono del resto da una causa estranea, accidentale e imprevista, sopraggiunta un certo giorno e paragonabile ad una malattia che avrebbe intaccato la limpida purezza di una scienza innocente. No, erano presenti fin dall’origine stessa della "scienza moderna", ne circondavano la culla, l’hanno accompagnata lungo il suo sviluppo"77."L’asservimento al relativo è così… uno dei caratteri più salienti della filosofia moderna in opposizione alla filosofia scolastica, che vive dell’assoluto"78. In particolare, in Antimoderno, egli fotografa la realtà attuale da una prospettiva verticale: "Alla sola idea dell’assoluto questa ragione depravata cade in deliquio; all’idea del soprannaturale, si esaspera. Ai suoi occhi il bene e il male sono pregiudizi da ottentotti, il bello e il laido nozioni talmente "relative" che, senza l’aiuto della selezione sessuale, si volatizzerebbero. La distinzione tra superiore e inferiore, quando non si tratti di una differenza di temperatura o del livello dell’acqua, le sembra mitologica o, in ogni caso, singolarmente ereditaria. Ama l’uguaglianza dal basso, e per essa tutto s’equivale e può intercambiarsi indefinitamente"79.

La conclusione di Maritain, a questo punto, è una riflessione che non riesce più a sorprenderci, tanta è la coerenza e la linearità della sua analisi:
 
"Ciò che a loro [ai pensatori del mondo moderno] interessa non è la verità, ma il modo con cui ci giunge; e poiché essi non cercano la verità, ma se stessi, non accettano allora altra verità che non sia quella che passi attraverso di loro. Si leggano ad esempio le speculazioni dei biologi sull’origine della vita, si vedrà con quale dolce sicurezza scartano l’idea di una creazione, perché è "teologica", e vi sostituiscono le ipotesi più assurde… Ciò che chiedono, reclamando la libertà della scienza, o della ricerca, o del pensiero, non è la libertà di pervenire al vero: chi mai penserebbe di negargliela e come una verità della scienza potrebbe mai contraddire una verità della fede, tutt’e due essendo parti della stessa verità e della stessa opera divina? Ciò che in realtà essi chiedono non è la libertà della ragione, la libertà di essere ragionevoli, ma la libertà del ragionamento, la libertà di ragionare senza regola e misura, la libertà d’ingannarsi come vogliono, quanto vogliono, dovunque vogliono, senz’altro controllo che loro stessi"80.
 
  4. La perdita del fondamento
  
4.1 "La fisica di Newton con il suo rigido determinismo che vedeva l’Universo come una grossa macchina animata da un moto perenne regolato da leggi eterne ed immutabili, aveva trasfuso negli uomini dei secoli XVIII e XIX un senso di certezza del domani favorevole allo spirito imprenditoriale (siamo nel periodo della rivoluzione industriale) e alla conservazione di certi valori umani tradizionali. Ed anche oggi noi troviamo un impressionante parallelismo fra il pensiero scientifico moderno, probabilistico, statistico, adogmatico, e l’incertezza spirituale della grande maggioranza degli uomini e la tendenza all’annullamento dell’individuo nella massa e l’abbandono di tanti valori tradizionali che per millenni avevano rappresentato i geni spirituali della razza umana. Questo stato ha creato un inconscio malessere negli uomini e negli ultimi decenni si è parlato sempre più frequentemente di responsabilità della scienza"81.
Parole che trovano eco nei vari campi del sapere. La geometria euclidea, prodotto dello spirito squisitamente teoretico dei Greci, colonna portante di quell’assoluto platonico che doveva resistere alle mutevolezze del mondo sensibile, alla doxa protagorea e al panta rei eracliteo, - ancora nella seconda metà dell’800 ritenuta privilegiata in quanto capace di imporre le proprie leggi al mondo oggettivo, almeno, kantianamente, come scienza sintetica a priori - veniva minata alle fondamenta: la detronizzazione euclidea veniva attuata da Riemann tramite il suo concetto di curvatura alle varietà pluriestese, concetto che seguiva la teoria delle superfici curve di Gauss e che "decentrava" copernicanamente la geometria euclidea come una tra le tante geometrie metriche possibili. Dopo due millenni di "glorioso legame all’assoluto" la geometria euclidea subiva la stessa sorte che aveva visto la Terra esiliata in periferia e l’uomo schiacciato verso l’ameba: la perdita della certezza, il processo di relativizzazione del fondamento, il decadimento da substantia ad accidens. Cedeva così quella barriera iperuranica che Platone aveva mirabilmente posto contro gli attacchi dei relativisti. In particolare, lo stesso fondamento intuitivo della geometria subirà, all’inizio del ’900, un primo attacco dal matematico tedesco David Hilbert, il quale, introducendo una rigorosa prospettiva assiomatica che prescinde da ogni riferimento all’intuizione, arriverà all’abbattimento in blocco delle verità intuitivamente evidenti a favore di un formalismo estremo. Altri attacchi arriveranno, oltre allo sviluppo delle geometrie non-euclidee, dallo sviluppo dell’algebra astratta manipolante enti matematici con procedimenti puramente formali, evitando ogni interpretazione sulla natura di essi. L’abbattimento totale però avverrà con l’avvento della seconda rivoluzione scientifica, a partire dalla teoria della relatività di Einstein, che sigillerà in modo irreversibile la perdita dell’intuizione e del senso comune, lasciando il posto al puro operazionismo: "Pertanto, non solo la dottrina generale dell’intuizione intesa come fonte infallibile di conoscenza è un mito, ma la nostra intuizione del tempo, [...] come lo è [...] la nostra intuizione dello spazio"82.
  
4.2 La crisi della geometria euclidea mette in discussione il fondamento di tutto l’edificio delle matematiche, le quali, fino allora, rimandavano in un modo o nell’altro alla geometria l’onere di dimostrare la razionalità dei metodi83. Viene a proporsi così il problema dei fondamenti nelle scienze matematiche, le quali sentono scricchiolare le basi e i punti d’appoggio84. La sacra tetraktyspitagorica viene "desacralizzata", rompendo l’"unità" in numerosi frammenti: Logicismo (Frege, Russell), Intuizionismo (Brouwer, Weyl), Formalismo (Hilbert, von Neumann), Insiemismo(Zermelo, Fraenkel): al congresso di Königsberg del 1930 il confronto fra le diverse correnti diede "il senso e la profondità dei dissensi che dividevano i matematici sulle questioni più importanti della loro scienza"85. Morris Kline, nel suo saggio Matematica: la perdita della certezza, racconta con rara chiarezza e lucidità il percorso e le difficoltà del pensiero matematico degli ultimi cento anni:
  
"Gli sviluppi succedutisi nei fondamenti della matematica a partire dal 1900 sono sorprendenti; attualmente la matematica è in uno stato anomalo e giace in una condizione deplorevole. La luce della verità non illumina più la strada che deve essere seguita. Invece di un unico corpo matematico universalmente accettato… troviamo ora diversi punti di vista in conflitto fra loro… Oggi il disaccordo si estende fino a raggiungere i metodi di ragionamento: la legge del terzo escluso non è più un principio logico indiscutibile… In breve, oggi nessuna scuola può affermare con diritto di rappresentare la matematica e sfortunatamente, come osservò nel 1960 Arend Heyting, dal 1930 in avanti il clima di cooperazione amichevole è stato sostituito da uno spirito di implacabile contesa"86.
  
La detronizzazione apportata dal celeberrimo teorema di Gödel non è solamente applicabile al programma hilbertiano, ma è diventata contrassegno della torre di babele che si è venuta a creare all’interno di quel "paradiso da cui nessuno potrà scacciarci" - come si espresse Hilbert riguardo l’edificio della matematica:
 
 "Molti matematici si rifugiano in un angolo della matematica dal quale non cercano affatto di uscire, e non solo ignorano quasi completamente tutto ciò che non riguarda il loro argomento, ma non sono neppure in grado di comprendere il linguaggio e la terminologia impiegata dai loro colleghi che si definiscono specialisti di una disciplina lontana dalla loro. Non c’è nessuno, neppure fra coloro che possiedono la cultura più vasta, che non si senta spaesato in alcune regioni dell’immenso mondo matematico"87.
 

A tutto ciò deve essere aggiunta una troppo disinvolta trattazione dell’infinito, che da Cantor in poi alimenta l’epidemia di operazionismo scoppiata all’inizio del XX secolo. Avvisa candidamente Paul Davies che "le proprietà degli insiemi (o collezioni) infiniti contraddicono sovente la nostra intuizione e che d’altra parte il senso comune può generare dei nonsense"88. Tuttavia, visto che l’uso e il funzionamento "operativo" di tali proprietà è coerente ed efficace, la paura di questo mostro è stata esorcizzata, e i matematici possono "far uso dell’infinito senza paura, sempre che si attengano fedelmente alle regole, per strane che possano apparire"89. Delle insidie di una "metafisica operazionista" che, traboccando dall’atanor del pensiero scientifico moderno in cui è annidata, possa contagiare l’intero pensiero filosofico parleremo più avanti. Adesso ci preme sintetizzare, con le efficaci parole di Selleri, quanto appena esposto riguardo a quello che potremmo definire come "debolismo matematico moderno":
  
"Vi sono tre momenti nella matematica moderna che segnano altrettanti aspetti della perdita di quelle certezze che il matematico aveva tradizionalmente ritenuto di possedere:
  1. La scoperta che nessuna contraddizione logica nasce dalla negazione dell’assioma delle parallele (quinto postulato di Euclide) e la nascita delle geometrie non euclidea mostrarono che esistono infinite geometrie possibili, tutte perfettamente razionali. E siccome il mondo reale è uno solo, moriva così la "certezza" di una corrispondenza biunivoca fra matematica e realtà.
  2. La scoperta delle "antinomie" all’interno della teoria degli insiemi mostrò che si potevano dedurre in modo assolutamente rigoroso delle vere e proprie contraddizioni a partire da affermazioni o da principi la cui evidenza sembrava incontestabile (si pensi all’antinomia di Russell). Spariva così la "certezza" che l’evidenza empirica potesse suggerire affermazioni o principi di assoluta validità.
  3. La scoperta del celeberrimo teorema di Gödel: data una teoria formale sufficientemente potente da esprimere almeno l’aritmetica dei numeri interi, questa teoria non può essere al tempo stesso coerente e completa. Cioè, se si vuole che essa sia coerente si deve necessariamente rinunciare alla sua completezza… Spariva così anche la "certezza" nella potenza logica della matematica. […] I risultati di Gödel ebbero chiaramente conseguenze esplosive: l’ultima certezza che restava alla matematica del nostro secolo, quella della validità assoluta dei suoi risultati, non poteva più essere sostenuta… Diventava cioè lecito dubitare di tutto"90.
4.3 La perdita del concetto di etere, subita ad opera di Einstein in seguito alla crisi vettorializzata dall’esperimento di Michelson e Morley, deve ritenersi fondante di una buona parte della mentalità scientifica e filosofica del XX secolo. Il contributo dato dagli scienziati moderni quali Einstein, Bohr e Heisenberg va considerato proprio sotto il profilo di un abbandono definitivo di quella adaequatio rei et intellectus che aveva caratterizzato i secoli precedenti. Con "la morte dell’etere" viene estinto il logos, l’acqua di Talete, l’aria di Anassimene, l’apeiron di Anassimandro, il vortice di Anassagora, la chora di Platone, l’hyle di Aristotele. … Il kósmos ritorna caos.
Gli stessi principi primi aristotelici vengono messi in discussione: "Mediante la meccanica quantistica viene stabilita definitivamente la non validità del principio di causalità"91, sentenzia Heisenberg. "Scompare così, nella fisica moderna, anche il principio di causalità, vecchio di due millenni"92 e ciò non può non avere ripercussioni nella nuova immagine del mondo che si viene a creare. Anche il principio del "terzo escluso" viene sostituito: "Nella teoria dei quanta questa legge del "tertium non datur" deve essere modificata"93. La stessa logica classica "sarebbe contenuta come un tipo di caso limite all’interno della logica quantica, mentre quest’ultima costituirebbe il modello logico più generale"94. Così, se con la "detronizzazione euclidea" crollava l’assoluto platonico, con la nuova fisica cede l’assoluto aristotelico. Persino il supremo dei principi aristotelici, quello di non-contraddizione, comincia a vacillare95.
Da qui l’invito di scienziati e premi Nobel come Feynman di "accettare la Natura come è: assurda"96. Di contraddittorietà si ciba ormai l’intero quadro metafisico della scienza: "La teoria ha due argomenti molto efficaci a suo favore e solo uno, di scarso rilievo, a sfavore. Innanzitutto, la teoria è sorprendentemente esatta rispetto a tutti i risultati sperimentali fino ad oggi ottenuti. In secondo luogo [...] si tratta di una teoria di straordinaria e profonda bellezza dal punto di vista matematico. L’unica cosa, che può essere detta contro di essa, è che, presa in assoluto, non ha alcun senso!"97. Ci consola Heisenberg: "È vero che ci apparirà subito chiaro che questi concetti non sono ben definiti nel senso scientifico e che la loro applicazione può condurre a varie contraddizioni; ma noi sappiamo tuttavia che essi toccano la realtà. Può essere utile a questo proposito ricordare che perfino nella parte più precisa della scienza, nella matematica, noi non possiamo fare a meno di servirci di concetti che implicano contraddizioni. È ben noto, ad esempio, che il concetto d’infinito conduce a contraddizioni che sono state analizzate; eppure sarebbe praticamente impossibile costruire senza questo concetto le più importanti parti della matematica"98.
Con la fisica quantistica viene definitivamente abbattuto anche uno dei più antichi baluardi del senso comune, il principio dell’invarianza di scala, quello cioè della "Tavola di Smeraldo": "Ciò che si trova in basso è simile a ciò che si trova in alto, e ciò che si trova in alto è simile a ciò che è in basso", la corrispondenza micro-macro cosmo, specchio di quel "procedimento analogico" che abbraccerà l’intero arco di vita del pensiero filosofico occidentale. Rompere tale principio significa operare un taglio profondo con la tradizione, con le stesse categorie mentali umane, con quell’adaequatio rei et intellectus che è ad un tempo speranza e possibilità di ricerca, fondamento della scienza e della sapienza, della fisica e della metafisica: physis e sophia. Frantumare lo schema mentale è diventato vanto della fisica moderna. Famosa la risposta di Niels Bohr a quanti gli esponevano nuove idee sulla risoluzione dei tanti enigmi della teoria dei quanti: "La sua teoria, caro signore, è folle, ma non lo è abbastanza per essere vera"99.
Non appare più strano, allora, che questa "miscela di pessimismo, positivismo e pragmatismo"100 abbia portato nella nostra epoca alla "nascita di una epistemologia della rassegnazione verso i limiti, reali o supposti, della conoscenza scientifica"101; e, nello stesso tempo, la ricerca sia stata vettorializzata verso un "fanta-mondo" aleatorio e alienante che simboleggia la rottura in blocco col passato: nascono così spazi curvi a 950 dimensioni102, universi paralleli103, "closed timelike curves" e viaggi nel tempo!104 La semantica - oramai sbiadita, scolorita, ossidata, avvilita, degradata - viene rimossa come "virtus" peripatetica obsoleta. I fisici moderni si danno licenza di parlare addirittura di "spremitura del vuoto" o di "energia negativa" con la massima disinvoltura e senza alcun timore di sorta:
 
 "Può una regione di spazio contenere meno di nulla? Il senso comune suggerirebbe di no: il massimo che si può fare è rimuovere tutta la materia e la radiazione e lasciare il vuoto. Ma la fisica quantistica ha una collaudata abilità nello smentire l’intuizione, e questo caso lo conferma. Risulta infatti che una regione di spazio possa contenere meno di nulla: la sua energia per unità di volume, o densità di energia, può valere meno di zero. Le conseguenze, inutile dirlo, sono stravaganti"105.
 
 Il motto della nuova scienza è a questo punto quello stesso di Jean Le Rond d’Alembert: "Allez en avant, la foi vous viendra"106. Alla guida vengono lasciate "le formule matematiche", che assurgono a "promotrici di visioni del mondo radicalmente nuove"107. L’operazionismo della pura funzionalità matematica ha ormai sostituito la realtà fisica, imponendo una tale portata ontologica nelle formule da dissolvere gli atomi in un sistema di equazioni.
  
4.4 In realtà l’operazionismo è andato oltre, scavalcando i confini della dimensione tecnico-scientifica per affondare in quella morale. L’epoché della scienza108 che esso presuppone ha proiettato il suo campo d’azione fino a inglobare tutto il piano gnoseologico umano. Così, ci dimostra Bridgman, "se una questione specifica ha senso, deve essere possibile trovare operazioni mediante cui ad essa si può dare una risposta. In molti casi si vedrà che tali operazioni non possono esistere e che quindi la questione non ha senso"109. In altri termini: "nessuna operazione?... nessun senso!" Ma dove ci porta tutto questo? "Credo che molte delle questioni poste intorno a soggetti sociali e filosofici risulteranno prive di significato, una volta esaminate dal punto di vista delle operazioni. Senza dubbio si giungerebbe ad una grande chiarezza di pensiero, se il modo operativo di pensare venisse adottato in tutti i campi della ricerca oltre quello fisico".110
Ed ecco che anche il concetto di "verità" traballa. Scrive Heisenberg: "Non ogni concetto o parola che si siano formati in passato attraverso l’azione reciproca fra il mondo e noi sono in realtà esattamente definiti rispetto al loro significato; vale a dire, noi non sappiamo fino a qual punto essi potranno aiutarci a farci trovare la nostra strada nel mondo. Spesso sappiamo che essi possono venire applicati ad un ampio settore dell’esperienza interna od esterna, ma non conosciamo praticamente i limiti della loro applicabilità. Questo è vero anche nel caso di concetti più semplici e più generali come esistenza e spazio e tempo. Perciò non sarà mai possibile con la pura ragione pervenire a una qualche verità assoluta"111. Arriviamo così alla "fine della metafisica"112, vanto e conquista del "maestro di color che sanno"113, con evidente danneggiamento all’"interfaccia" col mondo della Rivelazione114.
Eppure, dinanzi a questo quadro che per molti versi rivela quella che Maritain definisce la "presente agonia del mondo"115, alcuni pensatori e scienziati avanzano l’idea che tutto ciò sia vantaggioso per la fede; in particolare, le "teorie relativistiche e quantistiche" indirizzerebbero - dicono - verso la fine del meccanicismo e all’apertura dello spiritualismo, alla Chiesa. In realtà ogni "detronizzazione", come acutamente osserva Maritain, non favorisce il credo della Chiesa, ma un "decentramento" della fede verso le sponde di un indifferenziato orientalismo. Lo stesso Heisenberg ammette l’"esistenza d’una certa relazione fra le idee filosofiche dell’Estremo Oriente e la sostanza filosofica della teoria dei quanta"116. Ci troviamo cioè dentro un circuito relativistico chiamato "debolismo", dove "può essere che la parola "credere" non significhi per la maggioranza di quella gente "percepire la verità di qualche cosa", ma viene piuttosto presa nel senso di "assumere questo a base della vita""117.
Inoltre, il cosiddetto "meccanicismo" (o "determinismo"), considerato dai più come sfondo epistemico per assumere "lo spirito e il libero arbitrio come uno scandalo per la scienza"118, è stato epistemologicamente distorto e sovrapposto al tracciato materialista holbachiano, quando invece - come osserva Maritain - "era falsissimo che la meccanica e la fisica classica per se stesse implicassero necessariamente la negazione del libero arbitrio"119. In effetti, è possibile (e preferibile) capovolgere la linea interpretativa: la nuova meccanica, oltre a porre "un senso di disagio e confusione"120, vettorializza su un certo irrazionalismo e magicismo (commenta Selleri a questo riguardo: "Non è un caso che tutti quelli che guardano con simpatia al mondo magico dei fenomeni "paranormali" accettano senza difficoltà la violazione della disuguaglianza di Bell!"121), mentre la vecchia (particolarmente quella cartesiana) è più solare, è "a misura dell’intelletto umano", è - parafrasando Leibniz nel suo carteggio con Clarke - "esplicabile, intelligibile e intuitiva"122, a patto che non venga negata "la possibilità di eventi contingenti liberi, dipendenti dalla volontà di agenti intelligenti sottratti al dominio delle scienze della materia, in proporzione alla loro spiritualità"123. Mai come in questo contesto, dunque, appare densa di significato e profondità l’antica affermazione del pitagorico Filolao: "La natura del numero e dell’armonia non ammettono alcun inganno perché l’inganno non è loro proprio. La natura dell’indeterminato e dell’impensabile e dell’irrazionale porta l’inganno e l’invidia"124.
Invece, oggi, gli "orbitali nebulosi del debolismo" dissolvono come acqua regia quella che Possenti definisce "solarità della forma"125 o, in altre parole, "intelligibilità dell’essere", - non solo nel campo della fisica, ma ben oltre, nella "meta-fisica" - fantasma del passato per coloro che "non ammettono ormai più alcuna verità assoluta"126. "La distruzione della forma coincide con la morte della metafisica"127: "La caduta degli immutabili o delle verità eterne va considerata l’elemento basale più significativo di molte espressioni della filosofia contemporanea. Il loro tratto comune è la fede nell’inesistenza di verità assolute: per questo esse possono essere caratterizzate come "pensiero debole""128.
Tutto ciò ha naturalmente riflessi in ogni campo dell’umano esistere. Dalle avanguardie artistiche (si pensi, ad esempio, al futurismo129) alla "completa eliminazione delle consonanze" e "smarrimento della tonalità" nel discorso musicale contemporaneo130. Dalla ilozoistica concezione dei "fotoni coscienti"131 al dissolvimento della parte spirituale dell’uomo132. Lo stesso concetto di vita viene indebolito, pronto ad assumere i contorni dell’artificiale133.
Ecco le macerie lasciate da quella che Maritain definisce la "Grande Sofistica"134: "si conosce l’essere a condizione di metterlo tra parentesi o di fare astrazione da esso"135. Ma, avverte il pensatore francese, il prezzo che paghiamo per avere "il potere della materia, un sogno inebriante di perfetto dominio sulle cose visibili (magari anche invisibili)"136, è "l’abdicazione dello spirito che rinuncia alla Verità per la Verifica, alla Realtà per il Sogno"137.
    
5. Logofobia
  
5.1 Quanto appena visto porta - secondo Maritain - al dissolvimento del "valore della prefilosofia spontanea che si esprime attraverso il linguaggio del senso comune"138. Il pensatore francese denuncia quel degrado che si sta verificando sul piano del Logos, quel "potente disgusto della Ragione"139 che prende il volto di "logofobia che lussureggia sotto i nostri occhi"140. Scrive Gianni Vattimo: "È legittimo sospettare che il bisogno di "idee chiare e distinte" sia ancora un residuo metafisico e oggettivistico della nostra mentalità"141.
La logofobia consiste appunto nella perdita di "fiducia non solo nel sapere filosofico, ma nella prefilosofia spontanea che è per l’uomo come un dono di natura incluso nell’equipaggiamento di prima necessità che si chiama senso comune, e velato quanto manifestato dal linguaggio comune"142. Sotto l’etichetta di "categorie del linguaggio"143 ci si trova oggi a mascherare e a denigrare, o meglio, "a farsi beffa di quelle cose, oscuramente percepite dall’istinto dello spirito, che sono il bene e il male, l’obbligo morale, la giustizia, il diritto, o ancora l’essere extra-mentale, la verità, la distinzione tra sostanza e accidente, il principio d’identità"144. "La febbre neo-modernista"145 che affligge il nostro tempo non poteva portare frutti peggiori: se queste cose succedono "vuol dire che tutti cominciano a perdere la testa. Si invochi pure finché si vuole lo slogan delle categorie del linguaggio. Non è il linguaggio a fare i concetti, sono i concetti a fare il linguaggio"146.
In effetti, l’esortazione di Misone, uno dei Sette Sapienti ricordato da Platone: "Indaga le parole a partire dalle cose, e non le cose a partire dalle parole", è oggi fortemente osteggiata. Le conseguenze vengono messe in evidenza dallo stesso Maritain: "Questa prefilosofia cade in polvere e per ciò che riguarda le condizioni primordiali poste dalla sua natura all’esercizio della ragione, l’uomo diventa simile ad un animale che avesse perduto il proprio istinto, a un’ape che non avesse più l’istinto di fare il miele, a pinguini o ad albatri che non avessero più l’istinto di costruire il nido"147. "Primo dovere dei filosofi", dunque - secondo il "teorico dell’assoluto" - sarebbe quello "di ripulire accuratamente tutte queste nozioni per scoprire la purezza del loro senso autentico - diamante nascosto sotto la sporcizia; - senso che è funzione dell’essere e non della pratica umana"148.
D’altra parte "la facoltà del linguaggio è stata talmente disonorata, il senso delle parole talmente falsato, tante verità presentate in ogni occasione dalla stampa e dalla radio sono, in ogni istante e in ogni modo perfetto, mescolate a tanti errori parimenti annunciati a suon di tromba dalla pubblicità, che gli uomini sono tratti a perdere il senso della verità. Si è talmente mentito agli uomini, ch’essi hanno bisogno, come di un tonico, di dosi quotidiane di menzogne; essi mostrano di credervi, ma cominciano a praticare una specie di vita mentale clandestina, nella quale essi, non credendo nulla di ciò che è loro detto, finiscono per affidarsi solamente all’esperienza selvaggia e agli istinti elementari"149.
Maritain denuncia, senza mezzi termini, il pericolo di un cedimento totale del Logos e di una sua riduzione ad un "simbolismo convenzionale"150:
  
"Non si crede più al diavolo, né agli angeli cattivi; né ai buoni, naturalmente. Essi non sono che sopravvissuti eterei di un museo di immagini babilonese. A dire il vero, il contenuto oggettivo al quale la fede dei nostri avi si appoggiava, è tutto un mito ormai, come il peccato originale, per esempio (non è forse nostra grande preoccupazione oggi spazzar via il complesso di colpevolezza?) e come il Vangelo dell’Infanzia e la resurrezione dei corpi e la creazione. E come il Cristo storico naturalmente. Il metodo fenomenologico e la scuola delle forme hanno cambiato tutto. La distinzione tra natura e grazia è un’invenzione scolastica, come la transustanziazione. L’inferno, perché darsi da fare a negarlo? È più semplice dimenticarlo, ed è probabilmente quanto si può far di meglio con l’Incarnazione e la Trinità. Ad essere sinceri, la massa dei nostri cristiani pensa forse mai a tali cose o all’anima immortale e alla vita futura? La Croce e la Redenzione, sublimazione estrema degli antichi miti e riti immolatori, sono da guardarsi come i grandi e commoventi simboli, per sempre impressi nella nostra immaginazione, dello sforzo e dei sacrifici collettivi necessari per portare la natura e l’umanità al grado d’unificazione e di spiritualizzazione, - e di potere sulla materia - in cui esse saranno infine liberate da tutte le antiche servitù ed entreranno in una specie di gloria.
[…] La nostra fede, avendo così debitamente evacuato ogni oggetto specifico, può diventare finalmente ciò che realmente era, una semplice aspirazione sublimizzante; […] Tutta questa gente ha semplicemente finito di credere alla Verità e crede soltanto a verosimiglianze appuntate con uno spillo su alcune verità (cioè a verificazioni o constatazioni del particolare osservabile) che del resto invecchiano in fretta"151.
 
 E in effetti, in quest’epoca "del fallibilismo e del tramonto degli assoluti"152, il concetto stesso di peccato, così come Maritain aveva presagito, si riveste di relativismo. Si domanda Vattimo, esponente del pensiero debole:
 
"Non accadrà di quello che noi chiamiamo peccato quello che si è verificato a proposito delle tante prescrizioni rituali che erano contenute nel Vecchio Testamento, e che Gesù ha messo fuori gioco come provvisorie e non più necessarie? Non solo il sabato ("Non l’uomo per il sabato, ma il sabato è per l’uomo"), ma la stessa circoncisione, che non è più una condizione indispensabile per appartenere al popolo di Dio. Che cosa impedisce di pensare che anche gli altri peccati, che noi ancora crediamo tali, siano destinati un giorno a svelarsi nella stessa luce?"153
 
 Si arriva così al nichilismo che ha invaso il pensiero occidentale, che - se misto a "quel senso di potenza che l’odierno progresso tecnico immette nell’uomo"154 - si preferisce etichettare come debolismo, quella sorta di "teoria dell’indebolimento come carattere costitutivo dell’essere nell’epoca della fine della metafisica"155.
  
"Quale filosofia del nulla, esso riesce a esercitare un suo fascino sui nostri contemporanei. I suoi seguaci teorizzano la ricerca come fine a se stessa, senza speranza né possibilità alcuna di raggiungere la meta della verità. Nell’interpretazione nichilista, l’esistenza è solo un’opportunità per sensazioni ed esperienze in cui l’effimero ha il primato. Il nichilismo è all’origine di quella diffusa mentalità secondo cui non si deve assumere più nessun impegno definitivo, perché tutto è fugace e provvisorio."156
 

È intuibile allora, in questa prospettiva, l’odierna "tendenza a dare all’efficacia il primato sulla verità"157. Ora, per Maritain, secondo cui "i relativisti dimenticano la verità in nome dell’amore"158, ciò si presenta erroneo e alquanto grave, in special modo all’interno della fede: "Veniteci a parlare d’efficacia! Il risultato sarebbe infine la defezione d’una grande moltitudine. Il giorno in cui l’efficacia prevalesse sulla verità non verrà mai per la Chiesa, poiché quel giorno le porte dell’inferno avrebbero prevalso su di essa"159. Egli ribadisce con forza l’umana vocazione originaria della "ricerca del vero"160: "non è possibile per un cristiano essere relativista"161, "l’uomo è fatto per la verità"162… e "il Buon Pastore è proprio la Verità stessa"163.
  
5.2 Niente può essere messo davanti alla verità. Né la ragione può venire secolarizzata o indebolita, come vorrebbe un Vattimo quando afferma che persino "la ragione va secolarizzata, in fondo, in nome della carità"164: "Come infatti quei poveri imbecilli che siamo potrebbero, per fede, conoscere con piena certezza la Verità soprannaturalmente rivelata, alla quale lo spirito dell’uomo non è proporzionato, se non potessimo conoscere con piena certezza le verità d’ordine razionale, alle quali esso è invece proporzionato?"165. "È illusorio pensare che la fede, dinanzi a una ragione debole, abbia maggior incisività; essa, al contrario, cade nel grave pericolo di essere ridotta a mito o superstizione"166, con la conseguenza di un "offuscamento della vera dignità della ragione, non più messa nella condizione di conoscere il vero e di ricercare l’assoluto"167.
È vero che, "parlando dei tempi moderni, si può dire che la loro caratteristica è un indebolimento e un generale decadimento della ragione"168: "Il mondo moderno produce e consuma una straordinaria quantità di derrate intellettuali. Non ci sono mai stati tanti autori, tanti professori, tanti ricercatori, tanti laboratori e strumenti, tanto talento, tanta carta. Ma se vogliamo stimare le cose dalla qualità, e non dal peso, si vedrà ciò che esso in realtà è, e si rimarrà spaventati dalla diminuzione dell’intelligenza. L’Intelligenza in senso comune, l’agilità nell’agitar parole, è ben presente, e regna; ma l’intelligenza vera è soltanto una mendicante scacciata da ogni luogo"169. E aggiunge: "Sembra che in questi tempi la verità sia troppo forte per le anime e ch’esse possano nutrirsi soltanto di verità sminuite"170:
 
"Il piccolo meccanismo del ragionamento procede senza sosta, sminuzzando, sbriciolando, criticando, discutendo, svilendo ogni pensiero, e trasformando tutto ciò che gli vien presentato, errore o verità poco importa, in una sorta di pasta amorfa che si può tagliar come si vuole, che si presta a tutte le manipolazioni e s’adatta a tutti i gusti, e che gl’istitutori ed i giornali hanno il compito di distribuire alle anime. Ma la realtà, che ha una forma e che resiste, e che vuole che si dica sì o no, spaventa la ragione fiacca. Non si sa più scegliere; non si sa più tirar la conclusione di un sillogismo, e si pensa che il fatto che ogni uomo è mortale, e che Paolo è uomo, può forse provare soltanto, a rigore, ma senza certezza, e con molta buona volontà, che Paolo è mortale."171
  
D’altra parte è pur vero che "l’uomo, per natura, ricerca la verità"172, e tale ricerca "non può trovare esito se non nell’assoluto"173. E, se si "vuole evitare che le verità "impazziscano" nel radicalismo nichilista"174, bisogna seguire una sapienza capace di riconoscere che "l’uomo vale più per quello che "è" che per quello che "ha""175 e cercare ad ogni costo di "riconciliare il mondo con la verità"176. In un’epoca che si è fermata alle soglie della quantità, in una conditio humana mutata, nella quale l’homo faber per un verso si è trasformato in homo creator, dove l’avere ha visto l’affermazione sull’essere, e dove si assiste ad "una così rapida e crescente dispersione delle scienze particolari", c’è un urgente bisogno di armonizzare e "mantenere nell’uomo le facoltà della contemplazione e dell’ammirazione che conducono alla sapienza"177: "L’epoca nostra, più ancora che i secoli passati, ha bisogno di questa sapienza, perché diventino più umane tutte le sue nuove scoperte. È in pericolo, di fatto, il futuro del mondo, a meno che non vengano suscitati uomini più saggi"178.
 
  6. Cronolatria epistemologica
  
6.1 Già Platone, nel suo Cratilo, aveva messo in discussione quel particolare tipo di relativismo fondato sul panta rei, il mobilismo eracliteo: "Ma neppure è lecito dire che esiste conoscenza, o Cratilo, se tutte le cose mutano e nessuna sta ferma…"179. Ora, in "questo nostro strano tempo"180, il mobilismo assume una veste nuova, intelaiandosi nella dimensione temporale in modo tale da vanificare con "l’adorazione dell’effimero"181 qualunque accenno alla verità: "Preoccupandosi della verità e affermandola, lo spirito trascende il tempo. Far passare le cose dello spirito sotto la legge dell’effimero, che è quella della materia e del puramente biologico, far come se lo spirito fosse sottomesso al dio delle mosche, ecco il primo segno, il primo sintomo grave della malattia denunciata da san Paolo"182. Così Maritain evidenzia quel "deplorevole desiderio di novità"183, quel "prurito alle orecchie"184 che nel nostro tempo "ha l’aria di battere brillantemente ogni record"185: la cronolatria epistemologica.
La "malattia annunciata da s. Paolo per un tempo da venire (erit enim tempus…)"186 sembra aver trovato, dopo due millenni, il vero focolaio: "E il prurito alle orecchie diventerà così generale che non si potrà più ascoltare la verità e ci si volgerà verso le favole"187. E di "favole" si nutre il nostro "vuoto semantico-ontologico e valoriale" creato dalle "correnti di pensiero che si richiamano alla post-modernità", dove "il tempo delle certezze sarebbe irrimediabilmente passato, [e dove] l’uomo dovrebbe ormai imparare a vivere in un orizzonte di totale assenza di senso, all’insegna del provvisorio e del fuggevole"188. Si pensi al "vortice new age", dove l’inebriante, l’insolito, l’assurdo, il fantascientifico vengono attinti dallo stesso pensiero scientifico contemporaneo:
 
""Alcuni esperimenti hanno rivelato che quando si frantuma questa energia in minuscole parti (quelle che chiamiamo particelle elementari) e cerchiamo di osservare come agiscono, l’atto stesso di osservare altera i risultati - come se il loro comportamento venisse influenzato dalle aspettative di chi compie l’esperimento. Ciò accade anche quando le particelle appaiono in luoghi in cui, secondo le leggi dell’universo così come le conosciamo, non sarebbe possibile: in due posti diversi nello stesso momento, avanti o indietro nel tempo, tanto per capirci." Si fermò di nuovo. "In altre parole, la materia basilare dell’universo, il suo stesso centro, si presenta come una specie di energia pura che si piega alle intenzioni e aspettative umane in un modo che sfida l’antico modello meccanicistico del cosmo - come se le nostre speranze proiettassero nel mondo la nostra energia, influenzando altri sistemi energetici. Il che, naturalmente, è esattamente ciò che la Terza Illuminazione ci porterà a credere.""189
 

E chissà a quante "Illuminazioni" ci porterà, di questo passo, la "sacra voracità del divenire"190. L’"assoluto", lo "spirituale", il "trascendente" vengono posti in oblio alla maniera dei concetti antiquati di caloricoflogisto e spiriti vitali. Se con Comte lo spirito positivista dichiarava che "tutto è relativo, ecco la sola cosa assoluta", oggi lo "spirito cronoloiatrico" del post-positivismo può rivelare che "la verità d’oggi… sarà falsa domani"191. Precisa Maritain: "Tutto ciò che era considerato per l’addietro come superiore al tempo e partecipe di una qualche qualità trascendente - valore ideale o realtà spirituale - è ormai assorbito nel movimento dell’esistenza temporale o nell’oceano onnipotente del divenire e della storia. Verità, giustizia, bene, male, fedeltà, tutte le norme della coscienza, ormai rese perfettamente relative, non sono più che delle forme mutevoli del processo della storia… La verità quindi cambia secondo il mutare del tempo. Una certa azione da me compiuta, oggi è atto meritorio, domani sarà delitto… Non vi è niente di eterno nell’uomo, egli morrà tutto intiero, non vi è niente da salvare in lui. Ma egli può darsi, e darsi interamente al tutto di cui egli è una parte, al flusso senza limite che è l’unica realtà e che regge il destino dell’umanità… Non solo egli è soddisfatto di perire in esso, come un filo d’erba nel limo della terra per renderlo più fertile, dissolvendosi in esso, ma consente pure che il suo proprio essere totale, con tutti i suoi valori, i suoi limiti e le sue credenze, sia ceduto a questo grande Minotauro che è la storia"192.
Lucida è la sintesi che pavimenta Vittorio Possenti nell’introduzione a Riflessioni sull’intelligenza…:
 
"La continua produzione/distruzione di valori, il cambiamento elevato a unica regola trascendentale della realtà e dell’agire umano, ossia in altri termini la paradossale "tradizione del nuovo" (o anche la "tradizione di ciò che non c’è più") costituiscono il profilo del modernismo culturale, che possiede una valenza assai più ampia del semplice (e derivato) modernismo religioso. Non è senza importanza osservare che il modernismo è interno alla dialettica dell’idea di progresso, che implica il continuo superamento dell’esistente in una nuova fase anch’essa presto destinata all’oltrepassamento. La coscienza della caducità e mortalità di ogni cosa è il lato d’ombra (ma intrinseco) dell’ideologia del progresso veicolata dalla modernità."193
  
Grazie all’"adorazione dell’effimero", al "fissarsi ossessivo sul tempo che passa"194, ogni verità è provvisoria e mai definitiva, "temporale", sempre moderna195: "nulla infatti invecchia con la rapidità della moda e delle teorie che fanno della verità o delle formulazioni concettuali una funzione del tempo"196. "Il neomodernista non si preoccupa di vedere invecchiare le sue credenze, perché lui è un uomo di questo mondo, perché vuole sempre essere aggiornato, sempre rinnovarsi, ed ha finito per rendere assoluto il divenire e ciò che è relativo e provvisorio"197.
  
6.2 Il rischio è che, a causa di una ingenua ed eccessiva fede di buona parte dei credenti in quella che potrebbe essere "una scienza di falso conio"198 , "amando le novità più del dovuto e timorosi di essere ritenuti ignoranti delle scoperte fatte dalla scienza in quest’epoca di progresso"199, tale mobilismo si trasmetta anche nel campo della fede, indebolendo lo stesso dogma: "Al termine "moderno" viene attribuito un significato emotivo-normativo, quasi soteriologico: è la fede nella superiorità del moderno sul "vecchio" e sul "superato" in quanto, delle tre dimensioni temporali, il passato (che in ogni civiltà tradizionale è carico di valore) perde ogni significato, insieme con il presente, il quale vale solo come "rampa di lancio" verso il futuro utopico. La dimensione temporale della modernità è il futuro, o meglio, l’avvenire, che è il futuro privato del suo significato escatologico. È il trionfo di Utopia, il Dio-in-avanti che sempre si attende e si attenderà, perché sempre deve e dovrà venire"200.
Lo stesso magistero ecclesiale aveva ravvisato - già con Pio IX201 (1864) prima e con Pio X tramite la Pascendi del 1907 dopo - il rischio di una "verità relativa" soggetta alle "intemperie" della scienza della propria epoca: "Per detto dunque e per fatto dei modernisti nulla, venerabili fratelli, vi deve essere di stabile, nulla di immutabile nella chiesa"202. Per bocca di Pio XII poi, aveva messo in guardia contro il "fluttuante" che "rende lo stesso dogma simile ad una canna agitata dal vento":
  
"E perciò taluni, più audaci… affermano, non possono mai esprimersi con concetti adeguatamente veri, ma solo con concetti approssimativi e sempre mutevoli, con i quali la verità viene in un certo qual modo manifestata, ma necessariamente anche deformata. Perciò ritengono non assurdo, ma del tutto necessario che la teologia, in conformità dei vari sistemi filosofici, di cui essa nel corso dei tempi si serve come strumenti, sostituisca nuovi concetti agli antichi; cosicché in modi diversi, e sotto certi aspetti anche opposti, ma - come essi dicono - equivalenti, esponga al mondo umano le medesime verità divine. Aggiungono poi che la storia dei dogmi consiste nell’esporre le varie forme di cui si è rivestita successivamente la verità rivelata, secondo le diverse dottrine e le diverse opinioni che sono sorte nel corso dei secoli.
Da quanto abbiamo detto è chiaro che queste tendenze non solo conducono al relativismo dogmatico, ma di fatto già lo contengono; questo relativismo è poi fin troppo favorito dal disprezzo verso la dottrina tradizionale e verso i termini con cui essa si esprime.
[…] Per tali ragioni, è della massima imprudenza il trascurare o respingere o privare del loro valore i concetti e le espressioni che da persone di non comune ingegno e santità, sotto la vigilanza del sacro magistero e non senza illuminazione e guida dello Spirito Santo, sono state più volte con lavoro secolare trovate e perfezionate per esprimere sempre più accuratamente le verità della fede, e sostituirvi nozioni ipotetiche ed espressioni fluttuanti e vaghe della nuova filosofia, le quali, a somiglianza dell’erba dei campi, oggi vi sono e domani seccano; a questo modo si rende lo stesso dogma simile ad una canna agitata dal vento."203

Maritain, dunque, ci assicura che "Essere in disaccordo col ritmo intellettuale del proprio tempo è un guaio minore per il filosofo che per l’artista"204. Con tutto ciò, per Maritain è più che lecito amare il nuovo, "ma a condizione che questo nuovo continui veramente l’antico, e si aggiunga, senza distruggerla, alla sostanza acquisita"205; in perfetta armonia col magistero della chiesa:

"Qualsiasi verità la mente umana con sincera ricerca ha potuto scoprire, non può essere in contrasto con la verità già acquisita; perché Dio, somma Verità, ha creato e regge l’intelletto umano non affinché alle verità rettamente acquisite ogni giorno esso ne contrapponga altre nuove; ma affinché, rimossi gli errori che eventualmente vi si fossero insinuati, aggiunga verità a verità nel medesimo ordine e con la medesima organicità con cui vediamo costituita la natura stessa delle cose da cui la verità si attinge. Per tale ragione il cristiano, sia egli filosofo o teologo, non abbraccia con precipitazione e leggerezza tutte le novità che ogni giorno vengono escogitate, ma le deve esaminare con la massima diligenza e le deve porre su una giusta bilancia per non perdere la verità già conquistata o corromperla, certamente con pericolo e danno della fede stessa."206
 
 
 

7. Conclusione
 

Abbiamo visto come le svolte fondamentali del pensiero scientifico, "le umiliazioni inferte dalla scienza", seguano un filo di Arianna che approda al relativismo, ossia ad un nitido indebolimento dell’assoluto, al decentramento dei fondamenti, alla perdita delle certezze. Bisogna di ciò prenderne atto in relazione al pensiero debole della nostra epoca: questo è espressione di quell’indebolimento della dimensione ontologico-semantica verificatosi prima nel piano della scienza, poi in quello del pensiero filosofico (ormai contagiato dal primo), e infine in quello etico e religioso. È questa una delle analisi fondamentali e preziose che Maritain ci lascia in eredità.
Lo scienziato, quindi, si ritrova come background un "reticolo epistemologico-subliminale" invisibile ma presente, sfondo stellato della ricerca scientifica e relativa ermeneutica da Galileo fino ai nostri giorni, che "per interpolazione" giustifica e legittima la moderna immagine relativista e debolista. Ci preme, a questo punto, rilevare che "i punti d’interpolazione" utilizzati, cioè i vari decentramenti e detronizzazioni, non sono a loro volta "Beyond a Shadow of a Doubt", per citare un commento del noto fisico Clifford Will riguardo la relatività di Einstein: ossia, la "cornice relativizzante" non è essa stessa assoluta e irreversibile; l’ideologia scientista cade qui in un grossolano sofisma quando fa assurgere il contingente a dogmatica certezza.
"Gli innegabili successi della ricerca scientifica e della tecnologia contemporanea hanno contribuito a diffondere la mentalità scientista, che sembra non avere più confini, visto che è penetrata nelle diverse culture e quali cambiamenti radicali vi ha apportato. […] Accantonata, in questa prospettiva, la critica proveniente dalla valutazione etica, la mentalità scientista è riuscita a fare accettare da molti l’idea secondo cui ciò che è tecnicamente fattibile diventa per ciò stesso anche moralmente ammissibile"207.
Maritain non si lascia abbindolare da un tale quadro semantico e la sua prima reazione, quella contro il positivismo, va inquadrata all’interno della cornice antirelativista, al "bisogno di assoluto"208. Dopodiché, tramite il concetto di cronolatria epistemologica, egli ha puntellato un altro aspetto dell’assoluto: quello, cioè, di resistere "alle fluttuazioni del tempo"209. Infine, col concetto di logofobia, smaschera il tessuto epistemologico sottostante il cosiddetto pensiero debole, che, "minuscolizzando" la V maiuscola del Quid est Veritas di Pilato, deliberatamente rifiuta "quel desiderio della Verità senza il quale non si è uomini"210.
In sintesi, la nostra epoca si caratterizza all’insegna "della cultura dell’effimero, che nasce dall’adorazione del tempo (cronolatria) e dal disprezzo della verità (logofobia) e si traduce nel prassismo e nell’efficientismo (dell’epoca contemporanea)"211. Ciò si traduce in "una diffusa diffidenza verso gli asserti globali e assoluti"212, in una "crisi del senso"213, "all’affermarsi del fenomeno della frammentarietà del sapere"214, in uno "stato di scetticismo e di indifferenza o nelle diverse espressioni del nichilismo"215, nonché in una acclamata "fine della metafisica"216, tutto ciò fomentato da un mai spento e anti-tomistico scientismo che aleggia in ogni angolo della nostra cultura contemporanea.
Il mondo moderno sembra aver intrapreso una direzione per certi versi opposta a quella suggerita dal "testo sacro": in questo, infatti, "ciò che emerge, comunque, è il rifiuto di ogni forma di relativismo, di materialismo, di panteismo"217. Tutto ciò porta, inevitabilmente, "a una più generale concezione, che sembra costituire l’orizzonte comune a molte filosofie che hanno preso il congedo dal senso dell’essere"218, ad un nichilismo occulto quanto operante, commisto ad una "fabulatria polifemica", grazie alla quale "le varie potenze d’illusione si diffondono sul mondo intero disorientando tutte le bussole"219.
Ed è lo stesso gusto dell’effimero, del transitorio, che veste di risibile oggi pensatori come Maritain che hanno scavato, con profitto, nella tradizione. Eppure "il richiamo alla tradizione… non è un mero ricordo del passato; esso costituisce piuttosto il riconoscimento di un patrimonio culturale che appartiene a tutta l’umanità. Si potrebbe, anzi, dire che siamo noi ad appartenere alla tradizione e non possiamo disporre di essa come vogliamo. Proprio questo affondare le radici nella tradizione è ciò che permette a noi, oggi, di poter esprimere un pensiero originale, nuovo e progettuale per il futuro"220.
L’incontro fra il pensiero del pensatore francese e quello contemporaneo è più che produttivo, poiché fa scaturire "la scoperta della possibilità, per l’uomo del nostro tempo, di un umanesimo integrale, autenticamente eroico, proteso alla ricerca dell’Essere, della Verità, della Bellezza, del Bene oggettivi e capace di superare, nell’orizzonte della conoscenza, tanto il fenomenismo quanto l’idealismo, e, in quello dell’etica, il soggettivismo e il relativismo"221. Lo sforzo di Maritain è stato quello di restituire dignità alla verità, addirittura urgenza: perdere il contatto con il logos - con la verità - infatti, significa perdere la struttura semantica e la tavola dei valori, il senso e l’orientamento dell’umano esistere, il supremo bene della libertà: "Una volta che si è tolta la verità all’uomo, è pura illusione pretendere di renderlo libero. Verità e libertà, infatti, o si coniugano insieme o insieme miseramente periscono"222. Urge quindi il bisogno di ritornare ad "una filosofia di portata autenticamente metafisica, capace cioè di trascendere i dati empirici per giungere, nella sua ricerca della verità, a qualcosa di assoluto, di ultimo, di fondante"223. Ci esorta Giovanni Paolo II: "Una grande sfida che ci aspetta al termine di questo millennio è quella di saper compiere il passaggio, tanto necessario quanto urgente, dal fenomeno al fondamento".

Redazione

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