06 novembre 2018

La truffa del debito pubblico che ha fregato tutti gli italiani



La truffa del debito pubblico che ha fregato tutti gli italiani

Ci hanno sempre detto che la colpa dell’alto debito pubblico è di noi italiani che abbiamo speso più del dovuto, ma è davvero così?

La truffa del debito pubblico è tornata sulle prime pagine dei giornali qualche tempo fa, mentre l’Italia ha assistito con apprensione alla nascita del nuovo Governo.

Dell’argomento hanno parlato diversi esperti e osservatori per mettere in luce la discrepanza tra i proclami delle élite politiche relativi al debito pubblico e i dati economici reali. 
Tra questi esperti anche Marco Bersani, che nel suo volume “Dacci oggi il nostro debito quotidiano. Strategie dell’impoverimento di massa” ha voluto aprire gli occhi in merito alla truffa del debito pubblico che continua ancora a pesare sulle nostre tasche.

Alla luce delle mai sopite discussioni sul’eccessivo indebitamento del Bel paese (un indebitamento che secondo alcuni aumenterà con il Governo M5s-Lega), la questione è tornata più infuocata che mai.

Eppure vale innanzitutto la pena di chiarire che cosa vuol dire truffa del debito pubblico. Con questa terminologia ci si riferisce ad una particolare teoria secondo cui l’aumento del debito italiano, ma anche europeo, non sarebbe giustificabile tramite le “scuse” fornite dai governi nazionali, compreso quello del Belpaese.

In altre parole, se fino ad ora ci è stato raccontato che l’ascesa vertiginosa del debito pubblico è stata causata dagli stessi Paesi che hanno vissuto per anni al di là delle loro concrete potenzialità, la realtà dei fatti potrebbe risultare ben diversa. È qui che entra in gioco la cosiddetta truffa del debito pubblico.

Truffa del debito pubblico: cosa ci hanno raccontato

Noi italiani, ma anche noi europei in generale, siamo stati accusati di aver vissuto sprecando risorse al di fuori delle nostre reali possibilitàeconomiche. Il nostro vivere da “spendaccioni” ha portato il debito ad aumentare sempre di più fino a toccare quota 2.217,7 miliardi al 31 dicembre 2016 e ha diretto il rapporto debito/Pil fino al 132,8%. Nel mese di maggio 2018 il debito è schizzato ancora oltre i oltre €2.327 miliardi, il tutto rispetto ai 2.313 miliardi del mese precedente e ai 2.263 miliardi di fine 2017.

La colpa è nostra se l’Italia ha ripetutamente vinto la medaglia di bronzo nella classifica dei Paesi con il debito pubblico più alto al mondo (spesso terza soltanto dopo USA e Giappone) e la colpa è ancora nostra se il rapporto tra debito e prodotto interno lordo è sempre tra i più alti in ottica internazionale. Ma è davvero così oppure non siamo noi la causa della crescita del debito?
I dati reali

Come accennato, della truffa del debito pubblico è tornato a parlare anche Marco Bersani. La domanda centrale del suo discorso è: siamo stati fregati dalle belle scuse propinateci dai nostri governi nazionali?

Abbandonando per un attimo l’ambito europeo vale innanzitutto la pena di notare come il debito pubblico dell’Italia non sia nato già grande. In altre parole, l’ascesa del debito nostrano è un fenomeno relativamente recente le cui cause andrebbero ricercate oltre i semplici proclami delle élite politiche.

Dal 1960 al 1981, ha fatto notare Bersani, il rapporto debito/Pil si è sempre assestato sotto la soglia del 60%, quella che ci dice se un’economia è in salute o è malata. Dal 1981 in poi, però, il rapporto è schizzato dal 58,46% al 121,84% rilevato nel 1994.

A tutto ciò si aggiunga però che, al netto degli interessi sul debito, la spesa pubblica italiana è salita dal 42,1% del Pil nel 1984 al 42,9% nel 1994. In Europa, invece, si è passati dal 45,5% al 46,6%, mentre nell’Eurozona dal 46,7% al 47,7%.

Come è possibile che con una spesa pubblica italiana inferiore alla media europea (anche in virtù della corruzione e dell’evasione che hanno sempre più pesato sulle nostre tasche), il nostro debito pubblico sia schizzato oltre i 100 punti percentuali a causa del nostro spendere troppo? Qualcosa non torna.

Debito pubblico: le cause dell’ascesa

Nel 1981 viene proposta e approvata l’indipendenza della Banca d’Italia dal Ministero del Tesoro con implicazioni più che evidenti sulle stesse casse statali. Ricordiamo che sino a quel momento i titoli statali invenduti (a basso tasso di interesse) venivano comunque coperti da garanzia da parte della Banca d’Italia cosa che limitava le speculazioni.

Con la scissione inizia a delinearsi la truffa del debito pubblico: per vendere tutti i titoli non più coperti dalla Banca d’Italia lo Stato inizia ad alzare i tassi di interesse degli stessi pagando così interessi superiori rispetto al tasso d’inflazione. È qui che il debito pubblico inizia a gonfiarsi ed è qui che entra in gioco la speculazione finanziaria italiana.

Secondo i dati riportati dall’analisti, dal 1990 al 2015 noi cittadini abbiamo versato 700 miliardi in più allo Stato rispetto ai servizi effettivamente ricevuti. Il debito è aumentato ancora a causa degli interessi.

In altre parole secondo la truffa del debito pubblico dopo la scissione Tesoro-Banca d’Italia lo Stato ha cominciato a finanziarsi tramite i mercati e ha iniziato a pagare interessi sempre più elevati.

Il debito è schizzato dal 60% al 120% in pochi anni, sono state introdotte le prime misure di rigore e la spesa pubblica è stata tagliata ed è diventata inferiore rispetto alle entrate statali: lo Stato ha iniziato a pagare interessi da usura sempre più elevati. Il denaro degli italiani ha intrapreso una strada piuttosto peculiare: prelevato dalle nostre tasche tramite lo Stato esso è poi finito nelle mani degli speculatori.
La crisi del 2008

La situazione del debito pubblico italiano si è aggravata con la crisi finanziaria del 2008 che ha coinvolto soprattutto le banche europee. La conseguenza? 2.000 miliardi di euro in più sulle casse degli Stati e un debito ancora in salita. È qui che la truffa del debito pubblico si è evoluta ed è diventata la primaria giustificazione del rafforzamento delle politiche di austerità.

Dal 2008 in poi, fa notare Bersani, abbiamo assistito ad un travaso dai debiti privati a quelli pubblici, che a loro volta sono aumentati ancora (il debito sovrano della zona euro passa dal 25% del Pil nel 2007 al 94% nel 2014). In sintesi? A pagare la crisi sono state di nuovo le fasce deboli.

Redazione

05 novembre 2018

La più grande truffa fiscale europea è tedesca: 55 miliardi, frode di massa

Risultati immagini per foto truffa delle banche tedesche indagate

La più grande truffa fiscale europea è tedesca: 55 miliardi, frode di massa

Noi facciamo “ammuina” (in napoletano) ma i tedeschi fanno i fatti, verrebbe da dire. Parliamo della più grande frode fiscale mai perpetrata in Europa, per 55 miliardi di euro finora stimati ma che potrebbero diventare molti di più, e sarebbe stata effettuata da un gruppo di manager bancari tedeschi che per anni ha agito con la complicità di quasi tutte le banche del loro territorio. La notizia dovrebbe essere l’apertura di tutti i telegiornali che per farcela capire meglio, per dimensioni e portata, potrebbero martellarci per giorni. E invece no, possiamo continuare a parlare di caccia all’idraulico evasore o a pensare che eliminando il contante, imponendo l’obbligatorietà del pagamento con carte di credito e bancomat, si risolverebbe l’evasione, mettendoci così mani è piedi nelle mani delle banche, tra i principali attori di questa storia.

Un centinaio di persone e diversi istituti di credito sono accusati di una frode di massa. Gli “indiziati” sostengono di essersi mossi nella legalità, ma i tribunali di Colonia, Monaco, Francoforte e Copenhagen li stanno indagando per truffa ed evasione fiscale su campo europeo. Gli investigatori tedeschi hanno scandagliato centinaia di transazioni incriminate, gestite in vari Paesi da istituti di credito come Santander, Barclays, Goldman Sachs, Bank of America, Macquarie Group, Bnp Paribas, Société Générale, Crédit Agricole e HypoVereinsbank del gruppo Unicredit.

Un insider, una persona che ha partecipato al sistema e conosce il meccanismo, sta vuotando il sacco alla Procura di Colonia.

L’inchiesta è stata resa pubblica dalla gruppo di giornalismo tedesco Correctiv, una società senza scopo di lucro, che ha ricostruito tutto il sistema infiltrando dei propri inviati: due giornalisti si sono finti miliardari in cerca di opportunità di investimento ed hanno incontrato un banchiere. Potete approfondire l’inchiesta originale qui

In sintesi il sistema funziona così: bisogna avere a disposizione alcune centinaia di milioni di euro per acquistare, tramite una banca affiliata al “gioco”, delle azioni quotate in Borsa nel periodo in cui le società distribuiscono i dividendi. Si acquista e poi si restituisce pochi giorni dopo il tutto, usando le agevolazioni che i residenti all’estero hanno sui dividendi delle società dei Paesi predati. Agendo con una banca complice e con dei partner residenti all’estero ci si può far restituire tasse mai versate e incassare decine di milioni di euro a spese del fisco di quel Paese. Un sistema semplice quanto devastante.

Ben 38 giornalisti di una dozzina di Paesi europei si sono messi alle calcagna del “gioco” analizzando almeno 180.000 pagine di file. Chiamato anche sistema “Cum-cum” oppure “cum-ex”, inizialmente funzionava solo in un periodo dell’anno, il periodo di distribuzione dei dividendi, ma poi è stato allargato a tutte le stagioni.

L’inchiesta pubblicata su varie testate, 19 in 12 Paesi europei (in Italia lo ha fatto La Repubblica, anche se vista la visibilità attribuita al lavoro non sembra che la testata abbia voluto più di tanto calcare la mano), è stata diffusa in tutte le aree geografiche in cui la truffa sarebbe stata perpetrata: Germania, Italia, Francia, Spagna, Belgio, Norvegia, Danimarca, Finlandia e in diversi altri Stati. Ma leggendo il lavoro direttamente dal sito di di Correctiv, si comprende che la portata dell’inchiesta è davvero enorme. Il direttore Oliver Schroem ha detto che lo schema è sempre lo stesso ed è evidente quanto per l’Europa sia grave, “una rapina, un furto al fisco”. Le tv del continente ne parlano da giorni. La tv pubblica tedesca Ard ha trasmesso l’inchiesta con un intervista all’insider che per evitare il carcere ha confermato il funzionamento.

L’aspetto più sorprendente è che dall’approfondimento della tv Ard, risulta che Wolfgang Schauble, l’ex ministro delle Finanze tedesco di Angela Merkel che un giorno sì e l’altro pure faceva la morale all’Italia ed ai Paesi latini per i propri bilanci, sarebbe stato a conoscenza del sistema truffaldino almeno dal 2002, ma avrebbe avvertito gli altri Stati vittime e partner in Europa solo nel 2015.

L’Italia ha avuto però danni meno ingenti grazie alla Procura della Repubblica di Pescara e alla fantomatica inefficienza che ci caratterizza. La Procura nel 2007 aveva scoperto la stessa frode messa in atto dai gruppi bancari Goldman Sachs, Merryl Lynch, Bnp Paribas e da alcuni fondi pensione inglesi e americani. L’indagine si chiamava “Easy credit” e la procura effettuò diversi arresti minacciando anche di mandare in galera i direttori delle banche. In quel frangente i rimborsi vennero restituiti e il caso archiviato, mettendo però in subbuglio i truffatori. Ma sembra ci si sia salvati soprattutto grazie alla burocrazia e all’inefficienza: i rimborsi da parte del fisco italiano non sono automatici, anzi possono richiedere anni, e questo ha impedito alla macchina da truffa di funzionare alla perfezione, inceppandosi.

L’insider tedesco che sta parlando a Colonia e che è stato intervistato dalla tv tedesca ha detto che non conosce banca che non abbia partecipato al sistema.

Mentre questa storia sta sconvolgendo l’Europa e anche il New York Times ha dedicato un approfondimento al caso, in Italia non si ricordano tg o servizi televisivi che se ne siano occupati. Possiamo così in serenità continuare a parlare di argomenti più importanti, come dell’idraulico evasore che non rilascia le fatture alle vecchiette e ragionare con i grandi soloni del giornalismo su come eliminare il contante mettendoci, ancor di più di quanto non sia, nelle mani delle banche.

Redazione

04 novembre 2018

PREPARARSI AL COLLASSO DEI DEBITI I debiti che non possono essere onorati, non lo saranno





PREPARARSI AL COLLASSO DEI DEBITI: 

“I debiti che non possono essere onorati, non lo saranno”. 

“Continuare sulla via di espansione monetaria attuale non serve più a niente”, è rimandare a più tardi l’inevitabile, “ed è ogni giorno più pericoloso. Purtroppo il ritorno indietro implica grandissimi rischi. Sicché i rischi di un’altra crisi [come il 2008] continuano a crescere”.

William White è il presidente della Commissione Ocse per l’analisi dell’economia e lo sviluppo. Proviene dalla Banca dei Regolamenti internazionali e i competenti gli riconoscono che non parla la neolingua politicamente corretta. Sta dicendo che la crisi è vicina, e che ci si deve preparare.

Una premessa per capire. La BCE e le altre banche centrali comprano obbligazioni e titoli del debito pubblico a vagonate,ottenendo la “repressione degli interessi” per farli restare bassi, prossimi allo zero o addirittura sottozero. Era quello che faceva lo Stato prima di quello che si chiama “Divorzio fra Tesoro e Bankitalia” (1981). Il Tesoro emetteva titoli del debito pubblico ad interesse (BOT); se la finanza privata (“il mercati”) non li comprava perché voleva un interesse più alto, la Banca d’Italia era tenuta a comprare l’invenduto. Ciò costituiva un calmiere sul costo del debito; il nostro debito pubblico era sottratto alla speculazione, specie estera. Anche perché di fatto il debito pubblico era sempre coperto dai risparmiatori italiani. Lo Stato non aveva bisogno di indebitarsi all’estero, Londra o Wall Street. Prima del “divorzio”, il debito pubblico italiano era costante, e circa il 60% del Pil, e l’economia cresceva nonostante (anzi, a causa) del’inflazione al 10%; un decennio dopo, il debito era già raddoppiato al 120%. I “mercati”, ossia la speculazione privata, hanno lucrato gli interessi in più che abbiamo pagato “servendo” il debito pubblico.

Ne hanno accumulati tanti, e non solo dall’Italia, quasi tutti i paesi europei sono almeno al 90% del debito in rapporto al Pil. E’ a questo punto che le banche centrali (in mano ai privati) prima la Fed e poi la BCE (fra gli strilli della Bundesbank) hanno fatto il quantitive easing e la “repressione degli interessi”: non li fanno più crescere come esigerebbe “il mercato” assetato di lucri. Falsano la concorrenza e sopprimono il rischio-paese, attività “artificiale” e “contro natura” per l’ideologia liberista. Insomma, non fanno altro che fare quel che faceva il Tesoro, ossia lo Stato.

Il Tesoro lo faceva per finanziare a debito la crescita del Paese e per il pieno impiego, grazie ai “bassi tassi e cambio debole” (Andreatta). La BCE lo fa per mantenere in vita il sistema globale finanziario, ossia la speculazione privata, fatta di miliardari stra-indebitati, fornendole liquidità a tasso zero – e soprattutto mantenendo la finzione che i debitori, sempre più indebitati, sono in grado di “onorare i loro debiti”. E’ chiarissimo nel caso della Grecia: le vengono prestati soldi – quindi viene indebitata sempre più – perché Deutsche Bank e la banche francesi possano mostrare i loro crediti verso la Grecia come “attivi” – attivi su cui chiedere nuovi prestiti, accumulando “piramidi di debiti l’una sopra l’altra in equilibrio instabile”(Maurice Allais).

White sta dicendo: “I debiti che non possono essere onorati non lo saranno. Ciò che non può essere servito, non lo sarà”. In altre parole: il sistema finanziario globale, che s’è arricchito espropriando gli Stati della sovranità monetaria, è al capolinea.

“La politica monetaria globale ultra-lassista è presa nella trappola del debito che essa stessa ha creato”.

Non è solo il rischio di inflazione, se l’immane liquidità falsa creata si riversa sull’economia reale. I debiti non hanno fatto che aumentare e ormai coinvolgono il mondo intero.

La tolleranza rischio degli speculatori rassicurati dalle banche centrali; il restringersi dei margini di profitto delle “istituzioni finanziarie tradizionali” (assicurazioni e fondi pensione, che hanno bisogno di lucrare ragionevoli interessi per pagare le pensioni); “la cattiva allocazione di risorse reali da parte del sistema finanziario” privato “non fa che aumentare la probabilità che i debiti non possano essere onorati”.

Persino un ritorno alla crescita economica, se uscissimo dalla recessione, rappresenta un pericolo, perché “in una situazione di crescita, le pressioni inflazioniste aumentano, e possono obbligare (le banche centrali) ad una serrata monetaria pericolosa per la stabilità”.

Insomma, per dirla con un altro economista, Bruno Bertez, il Sistema finanziario globale, quello basato sul dollaro, “deve continuare a rimpiazzare la redditività reale con il rialzo dei corsi, ossia col sistema Ponzi: quel sistema in cui gli investitori traggono i loro profitti dagli stessi pezzi di carta che si rifilano l’un l’altro a prezzi sempre più cari”.

Per fare che “l’illusione di ricchezza continui, il sistema è obbligato a ingozzare il mostro che ha creato, specie dopo il 2008. Se non lo nutriamo, esso ci divora. In altre parole: “Marcia o crepa”.

White dice che non è più nemmeno “marcia o crepa”. “I rendimenti dei titoli di Stati avanzati, bassi da tempo, sono maturi per un rialzo”: addio Italia, direte voi. Ma non solo. “Se rendimenti dei titoli pubblici cominciano a salire, ciò avrà ripercussioni importanti per i prezzi, già troppo elevati, degli altri attivi finanziari”. Traduco: se i Bot rialzano, gli speculatori affamati di rendimenti si precipitano a comprarli, disinvestendo dal mercato azionario che è tragicomicamente sopravvalutato, facendo collassare Wall Street. Ecco cosa significa “globalizzazione”, l’assenza di frontiere.

Che fare? “I governi nazionali e le banche centrali dovrebbero negoziare già ora dei memorandum per sapere cosa fare in caso di crisi. Si dovrebbero fare simulazioni, war games. […] L’urgenza più essenziale per i governi è rivedere le norme fallimentari: i debiti che non si possono servire non saranno serviti”.“Anche se non ancora alcuna ragione di andare nel panico, penso sia prudente che ci prepariamo ad andare nel panico”.

E’ una frase molto forte, avvolta un poco stavolta nella neolingua finanziaria. Provo a tradurre, con Bruno Bertez: “La sola soluzione è la distruzione dei debiti eccessivi, improduttivi, inadatti, fittizi. In breve: la ristrutturazione, le moratorie, le conversioni. Prepararsi in modo che quando ciò si scatenerà, siano pronti i dispositivi perché questo resti ordinato”:

Vi pare che le nostre cosiddette classi dirigenti siano all’altezza? Culturalmente preparate a prevedere e a gestire la distruzione dei debiti in modo ordinato e saggio? Da Francoforte a Bruxelles, da Wall Street a Londra e a Roma, continuano a far finta di credere che i debiti saranno onorati.

Redazione

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