06 ottobre 2018

Scuola. Il controllo ideologico nei libri di testo


Scuola. Il controllo ideologico nei libri di testo

Nonostante da più parti si cerchi di convincerci del contrario, l’educazione non è neutra né equidistante, ed educare è un’azione politica. Benchè i sistemi di potere cerchino in diversi modi di escludere dall’aula ogni discorso perturbatore e critico sull’ordine sociale (e sul fine stesso della scuola), puntando sull’idea di una scuola tecnicamente, didatticamente e burocraticamente perfetta che sia oasi artificiale situata in un limbo, estraneo alle conflittualità del tempo, del luogo e delle relazioni in cui viviamo, gli stessi sistemi di potere si adoperano in realtà per veicolare, all’interno delle aule, una visione del mondo a tutto vantaggio del sistema capitalistico globale, o perlomeno a eliminare qualsiasi visione altra, antagonista a quel modello. Dunque, mentre parlano di “neutralità”, di “lasciare la politica fuori dalla scuola”, tutto nella scuola è politica, dalle modalità di gestione di studenti e insegnanti ai programmi ai contenuti.

L’aveva capito Don Milani (che cito benchè non sia uno dei miei preferiti), o Paulo Freire, e perfettamente l’aveva capito Howard Zinn, storico radicale statunitense, che appunto per questo nel suo “Storia del popolo americano” tenta (e in gran parte riesce) di spostare la narrazione storica dalla prospettiva, consueta nei libri scolastici, dei governanti, dei conquistatori, dell’ “interesse nazionale”, verso quella dei “perdenti”, degli oppressi, dei lavoratori, delle minoranze, delle donne, poiché “la storia di qualunque paese, presentata come fosse la storia di una famiglia, nasconde la realtà di feroci conflitti di interesse (che talvolta esplodono, ma più spesso vengono repressi) tra vincitori e vinti, padroni e schiavi, capitalisti e lavoratori, tra gli oppressori razziali e sessuali e gli oppressi”1. La semplificazione e la selezione storiografiche sono inevitabili, e Zinn lo sa bene; ma sa anche che, a differenza della cartografia, “la distorsione dello storico, invece, non è tecnica ma ideologica; viene diffusa in un mondo di interessi contrastanti, dove scegliendo di sottolineare un certo aspetto si sostiene (che lo storico voglia o no) qualche interesse economico, politico, etnico, nazionale o sessuale”2. L’importanza del punto di vista, dunque. Non per eliminare i punti di vista avversi al proprio, ma quantomeno per l’onestà intellettuale di rendere nota al lettore la propria posizione, che è comunque sempre “di parte”. Onestà ancor più importante se il lettore è uno studente.

Questa selezione dei contenuti ideologica e strumentale al potere avviene in modi diversi. Parlando dell’invasione europea delle Americhe, Zinn afferma: “Sul passato si può mentire direttamente, oppure si possono omettere fatti che suggerirebbero conclusioni inammissibili” ma si tratta di tecniche pericolose per il potere perchè “la menzogna aperta, così come l’omissione, rischia infatti di essere scoperta e di indurre il lettore a diffidare dell’autore. Esporre i fatti seppellendoli sotto una massa di altre notizie, invece, è come dire al lettore con una noncuranza contagiosa: sì, lo sterminio c’è stato, ma non è poi così importante; non deve pesare troppo sul nostro giudizio finale, né influenzare ciò che facciamo”3.

Queste modalità sono tipiche dei testi di storia e di economia politica dedicati agli studenti delle scuole superiori o dell’università, ma anche di testi apparentemente “neutrali” come quelli di geografia per le scuole medie. Nessuno stupore, dal momento che da sempre il controllo, fisico ma anche simbolico, dello spazio ha chiare implicazioni politiche, ma è interessante notare come testi diversi utilizzino a grandi linee le stesse tecniche citate da Zinn: fornire informazioni di parte e/o menzogne ma, in misura maggiore, eludere informazioni importanti o eliminare dal discorso qualsiasi cenno di problematizzazione di eventi o situazioni, utilizzando un linguaggio astratto, falsamente neutrale ed equidistante e, per questo, ancor più pericoloso. Il tutto al fine di far assumere il punto di vista dominante, cioè quello del capitalismo globale, utilizzando l’efficace tecnica del, per dirla con Chomsky, dibattito inutile tra posizioni che vengono fatte passare per opposte ma che in realtà sono solo sfumature diverse all’interno della medesima posizione, che è l’unica consentita (il falso dibattito che peraltro è l’unico accettato e propugnato anche nei media mainstream).

Ho analizzato tre testi di geografia per la terza media, tutti pubblicati nel 2009-2010. Si tratta di testi che, come da programma, trattano il mondo e gli stati extraeuropei. Molto interessanti dunque per farsi un’idea di quale visione del mondo, appunto, si voglia veicolare.

Tutti i testi, seppure con modalità differenti, distinguono i paesi in una specie di classifica che, sia essa basata sul Pil o sul più politicamente corretto Isu (indice di sviluppo umano), si risolve in una dicotomia a scelta fra paesi ricchi/paesi poveri, Sud del mondo/Nord del mondo, paesi sviluppati/paesi arretrati. La classifica più completa la offre Il pianeta dell’uomo, che propone paesi sviluppati, paesi avviati a uno sviluppo maturo, paesi a sviluppo debole, paesi sottosviluppati. Si tratta di termini ormai entrati a far parte del linguaggio usuale e che quindi, purtroppo, raramente vengono problematizzati. Sarebbe essenziale, invece, anche come proposta didattica e soprattutto considerato che la classe standard è composta da alunni di provenienze diverse, chiedersi cosa si intenda per “sviluppo”: sviluppo di chi, di cosa? Della qualità di vita della popolazione, o dell’economia, o degli scambi commerciali, o delle libertà politiche? Sviluppo verso cosa? l nuovo geoviaggi ci dice che “il termine sviluppo è spesso usato come sinonimo di crescita: è un po’ come riferirsi allo sviluppo di una persona nell’età in cui si continua a crescere […].

In campo economico, infatti, ci si aspetta che il Pil segnali ogni anno la crescita o mancata crescita di un’economia. In realtà, anche nel linguaggio quotidiano, siamo abituati ad associare il concetto di sviluppo economico non solo alla crescita ma pure all’identità dell’economia di un Paese, in particolare al fatto che essi sia prevalentemente agricola o industriale, o che gli stabilimenti industriali siano a tecnologia avanzata o arretrata” (p.86), definizione che, al di là dell’idiozia dell’esempio “corporale” iniziale, evidenzia come il punto di vista sia quello astratto dell’economia, non quello della vita delle persone. Il pianeta dell’uomo invece ci illumina con “i paesi in via di sviluppo sono avviati sulla strada del progresso, disponendo delle risorse politiche, sociali ed economiche necessarie a entrare in una fase di sviluppo maturo e stabile” (p.119). L’assurdità linguistica e l’inutilità concettuale di questa definizione sono evidenti; questo è ciò che insegniamo ai nostri alunni.

I vari paesi, comunque, si situano all’interno di questa suddivisione come se fossero entità sociali uniche e monolitiche (la grande “famiglia” di cui parla Zinn), come se al loro interno non vi fossero enormi contraddizioni sociali ed economiche. Il dilemma è piuttosto “come classificare per esempio la forte ascesa di potenze come la Cina che fanno parte del Sud del mondo?” (Mondi & paesaggi p.59). Basterebbe forse dire che all’interno di ogni paese, Sud o Nord che sia, esistono élites ricche che, controllando i sistemi di produzione e finanza, li rendono “ricchi”, dal punto di vista di questa classifica; questo non viene fatto perchè, appunto, le differenze di reddito, e quindi di classe sociale, all’interno della popolazione di ogni paese non sono prese in considerazione. Il testo Il pianeta dell’uomo giunge ad affermare che “nelle nostre città si sta bene: l’aria non è sempre pulita, ma la vita scorre abbastanza tranquilla e abbiamo molto più di quello che ci serve per vivere” (p.113). Ora, io vorrei che questa frase la leggessero i milioni di disoccupati, senza-casa, cassa-integrati che vivono nelle nostre città per sapere cosa ne pensano.

Ma perchè, secondo questi testi, questi paesi sono “poveri”/”sottosviluppati”/ecc…? Come hanno fatto a perdere la competizione nella gara globale per lo “sviluppo”, o a rimanere indietro rispetto agli altri? Quali fattori determinano questo “arretramento”? Il testo Il pianeta dell’uomo spiega “perchè esistono tante differenze di benessere tra i popoli” (p.118); ovviamente la formulazione corretta sarebbe dovuta essere “perchè esistono tante differenze di benessere tra le classi sociali che compongono la popolazione di un paese”, ma le classi sociali non vengono mai menzionate. Ebbene, le cause individuate sono per esempio l’alto tasso di natalità (“In Asia, Africa e America Latina è concentrato oltre l’80% della popolazione mondiale, in continua crescita a causa di un alto tasso di natalità”), tale per cui “i loro abitanti dovranno quindi spartirsi una ricchezza assai limitata”.

In soldoni: queste persone sono povere perchè sono troppe e non ci sono ricchezze per tutti. Infatti, “le risorse naturali sono limitate, mentre la popolazione mondiale e le sue necessità – prima di tutto alimentari e idriche – crescono continuamente, e di più nei Paesi poveri”. E’ interessante analizzare questo discorso perchè convoglia elementi di verità (la finitezza delle risorse, che riporta peraltro a tutto il discorso delle energie rinnovabili, green economy ecc.. caro alle élites capitaliste progressiste) con falsità evidenti, cioè che le risorse alimentari e idriche sarebbero assorbite in misura sempre maggiore dai Paesi poveri (ancora considerati peraltro come un tutto omogeneo). Mica dalle industrie, allevamenti, impianti turistici di Usa ed Europa dei cui prodotti e servizi beneficiano le classi benestanti di tutto il mondo. Andiamo a dire a un contadino africano o sudamericano che ha troppe necessità alimentari e idriche e vediamo se ci prende a bastonate come dovrebbe.

Per amor di mezza verità, il testo continua dicendo che però “la parte maggiore di queste risorse sono sotto il controllo degli Stati più ricchi del mondo, che si trovano nel Nord della terra. Non sono quindi immediatamente disponibili nel Sud, dove ce n’è più bisogno. Anche in questo caso c’è un rapporto iniquo tra ricchezza e necessità”. Ora, qui dal punto di vista linguistico e concettuale questa frase è illogica, di per sé e rispetto a quanto detto prima. Prima ci dicono che la popolazione dei paesi poveri è troppo numerosa rispetto alle poche risorse, e che queste persone hanno troppe necessità, poi che però queste risorse sono “controllate” (sia mai dire “sfruttate, rubate”) dai paesi ricchi (ancora una volta, come se la popolazione di questi paesi fosse tutta composta da “ricchi”), ma il problema di fondo non è questa ruberia, bensì in generale che dove c’è poca “ricchezza” c’è molta “necessità”. Cosa significa? Che chi è meno ricco ha più necessità? E ricco di cosa, di risorse o dal punto di vista del reddito?

A me, francamente, il significato di questa frase rimane oscuro; e penso lo sia anche per un alunno di terza media. Parole vuote per non dire che il problema sono le enormi diseguaglianze nelle possibilità di accedere alle risorse e al reddito. Ancora, prosegue il testo, “molto dipende dalla diversa organizzazione delle economie dei singoli paesi”. Giusto, diciamo noi: serve un sistema economico che permetta a tutti di avere secondo le proprie necessità e che garantisca una equa distribuzione della ricchezza… Macchè: serve “un’economia ben funzionante [?] che promuove lo sviluppo della popolazione [che non si sa cosa significhi] e le garantisce un più alto livello di reddito [per chi? anche per quelli già ricchi?]”; tale economia necessita di “conoscenze scientifiche e tecnologiche, intraprendenza [il mito nordamericano del “siate imprenditori di voi stessi”], una classe dirigente competente, un apparato dello Stato efficiente [a fare cosa?] e una società pacifica [o pacificata?]”.

Eccoci al mantra del capitalismo globale: tecnologia e intraprendenza manageriale finalizzati allo “sviluppo”, apparati statali efficienti nel pacificare la società.

Il testo Il nuovo geoviaggi, ad onor del vero, talvolta assume una linea più sfumata del considerare le nazioni come entità omogenee all’interno delle quali stanno o tutti bene o tutti male: trattando il dopoguerra, afferma che un “crescente benessere si estese a una parte dei cittadini dei paesi industrializzati (corsivo mio)” [cosa successe all’altra parte non importa] e, più avanti, che, per esempio nel continente americano, “il controllo, l’accesso e il consumo di tutta questa ricchezza non sono garantiti a tutti in modo omogeneo, neppure all’interno di uno stesso paese” (p.302). Ma il discorso non cambia, perchè deve essere lo sviluppo il fine del controllo/accesso/consumo di ricchezze: ecco allora che “l’America Latina, pur essendo ricca di risorse, ha un ‘deficit energetico’ molto grande, in quanto non riesce a sfruttarle anche per mancanza di infrastrutture. Questo costituisce un serio ostacolo allo sviluppo” (p.302). Oltre ad essere falso (il problema dell’America Latina sono le multinazionali estere che si accaparrano le ricchezze del sottosuolo, e che costruiscono infrastrutture devastando territori e popolazioni), il discorso continua a ruotare intorno a un aleatorio e astratto concetto di sviluppo economico, come si parlasse di una qualche divinità a cui sacrificare risorse naturali, necessità, diritti e benessere dei popoli e non, come invece è, di un sistema economico, quello del capitalismo globale, che è strutturalmente fatto per permettere il maggiore profitto per pochi proprio a spese di risorse naturali, necessità, diritti e benessere dei popoli.

Comunque, molti paesi sono “poveri” o “sottosviluppati” non a causa di questo capitalismo strutturalmente di rapina, bensì a causa dell’ “alto tasso di incremento demografico; l’assenza di infrastrutture necessarie allo sviluppo economico” o della corruzione di governi e istituzioni che non ha permesso di investire in modo appropriato il denaro proveniente dagli aiuti esteri (Mondi & paesaggi p.110-111). Esempio di tutto questo è la Nigeria: le sue “enormi ricchezze non bastano però a far decollare l’economia nigeriana [la divinità-sviluppo], perchè la corruzione e l’instabilità politica, insieme all’insufficienza delle infrastrutture, frenano gli investimenti esteri” (p.227).

Ecco qui delineata anche la soluzione al “sottosviluppo”, cioè gli investimenti esteri: girando la frase, infatti, il senso risulta essere che gli investimenti esteri potrebbero far “decollare l’economia”, la quale economia invece rimane frenata a causa di corruzione e instabilità politica di governi che non garantiscono nemmeno le adeguate infrastrutture. Ecco qui ancora la ricetta del capitalismo globale: i paesi “poveri” devono aprire le loro economie agli investimenti stranieri, garantendo però una relativa stabilità delle istituzioni, necessaria affinchè i guadagni delle grandi imprese siano assicurati, e agevolando la realizzazione di infrastrutture che, appunto, rendano possibile le attività e i profitti di queste imprese.

A onor del vero, il medesimo testo accenna anche alle multinazionali come possibile causa di “povertà e mancato sviluppo” [tra le righe: ciò significa ancora che l’unica soluzione alla povertà è lo sviluppo stesso], poiché “le multinazionali che operano nelle regioni più ricche di risorse ne sono anche proprietarie, quindi le sole di fatto a beneficiare dei guadagni che ne derivano, sfruttando spesso le popolazioni locali (neocolonialismo)” (p.110). Tutti e tre i testi riservano una trattazione più o meno estesa alle multinazionali; ci torneremo poi.

Cosa fanno dunque i “poveri” dei paesi “poveri”? Come fanno a sopravvivere? Per esempio, migrano: “A causa della scarsità delle risorse in rapporto alla crescita della popolazione [ancora], negli ultimi anni, si sono fortemente intensificati i processi migratori dai paesi più poveri e sovrappopolati [sic], verso quelli più ricchi e in cui la crescita della popolazione è minore” (Mondi e paesaggi p.62). Come visione corrente vuole, vanno a svolgere quei lavori che i cittadini di tali paesi non vogliono più fare ecc… ecc… Nessun accenno a sfruttamento del lavoro, lavoro nero né, figuriamoci, nessuna messa in discussione del concetto stesso di legame tra questo sfruttamento e leggi sull’immigrazione pensate per rendere ricattabili, quindi appunto sfruttabili, i lavoratori migranti (e abbassare il costo del lavoro degli autoctoni).

Apprendiamo invece che queste migrazioni comportano talvolta “problemi nei paesi di accoglienza” perchè “la legittima richiesta degli immigrati di mantenere una propria identità culturale giunge in alcuni casi a scontrarsi con le regole e con le tradizioni dei paesi ospitanti, creando tensioni ed emarginazione” (p.62). L’unico problema è lo scontro culturale, dunque.

Altro problema: l’immigrazione clandestina che arricchisce le organizzazioni criminali e “costringe spesso gli immigrati a vivere in condizioni precarie, senza alloggio né occupazione e col rischio di cadere vittima di organizzazioni criminali” (p.63). Come se la “clandestinità” fosse una condizione indipendente da volontà politiche specifiche, come se fosse una malattia, un evento naturale, come se a causare questa “clandestinità” e a rendere impossibile ottenere occupazione e alloggio non fosse invece la gestione stessa delle modalità di ottenimento dei documenti di soggiorno (quindi in definitiva della non libertà di circolazione delle persone).

Oltre al completo ribaltamento delle cause e degli effetti, appare tra le righe lo spauracchio di masse di clandestini senza lavoro né casa che assediano le città e si dedicano ad attività criminali. Con buona pace di tutti i falsi discorsi su integrazione-tolleranza-ecc… e in ossequio alle derive securitarie tanto care alle amministrazioni pubbliche odierne.

Il pianeta dell’uomo, insieme a generalizzazioni che diventano falsità (“a muoversi per primi sono gli uomini adulti e solo successivamente le mogli e figli”; e le badanti allora??) arriva a riprendere teorie assimilazioniste che pensavamo dimenticate affermando che “comincia allora un lungo processo di inserimento e adattamento alla nuova cultura, che non di rado porta il migrante alla conquista della cittadinanza del paese che lo ospita (corsivi miei)”, la quale cittadinanza “assicura al cittadino i diritti politici e civili” (p.87). La cittadinanza dunque come traguardo da conquistarsi a prezzo di sacrifici (l’adattamento alla cultura del paese – la cultura dominante, suppongo), o come premio che il paese che ti ospita ti concede se ti comporti bene; la carota della cittadinanza come porta che ti apre al meraviglioso mondo dei diritti di cui, è noto, ogni cittadino gode senza riserve. Ci sarebbe da rotolarsi dal ridere, se non fosse che questo è ciò che insegniamo ai nostri alunni.

In alternativa alla migrazione verso l’estero, c’è per queste popolazioni la migrazione interna verso la città. Il nuovo geoviaggi ci dice che, a seguito della Rivoluzione Industriale in Europa, molte persone già si spostarono dalle campagne alle città poiché “le città offrivano condizioni e opportunità di lavoro e di maggiore benessere delle campagne”. Opinabile se non falso. Continua però affermando che, ai nostri giorni, “molte persone si trasferiscono nelle periferie delle città nel tentativo di sfuggire la fame e la miseria” (p 66). Giusto, e la causa risiede sempre in quel capitalismo rapace che depreda risorse e possibilità di vivere una vita dignitosa nelle campagne. Questo però non viene detto, e il testo non spiega qui a cosa sono dovute questa fame e questa miseria; ma altrove, parlando dell’Africa, ci dice che “nelle campagne il livello di vita è sempre più disastroso (siccità, raccolti insufficienti, carestie, malattie) [che pare si verifichino in quanto eventi naturali indipendenti da qualsiasi condizionamento economico-politico, niente di più lontano dal vero] e spinge la popolazione verso le città” (p.144) anche perchè “l’agricoltura di sussistenza” fornisce “raccolti insufficienti al bisogno delle comunità” (p.154).

Pare dunque che sia l’inadeguatezza dell’agricoltura di sussistenza a causare fame e povertà che poi spingono i contadini a lasciare la campagna. Il che potrebbe anche essere vero, se poi si dicesse anche che questo è provocato dal settore agroindustriale finalizzato all’esportazione, lo stesso che ci permette di trovare al supermercato prodotti esotici o fuori stagione o di utilizzare i super-ecologici sacchetti per la spesa fatti di amido di mais o i vari biocarburanti che, sempre secondo quel capitalismo green progressista, sarebbero la soluzione a tutti i mali del mondo.

Questa connessione con le modalità di consumo della classe media-benestante di molti paesi (del nord ma non solo) non viene fatta. Almeno questo testo, però, ci dice che “i terreni dove il clima è più favorevole sono utilizzati per monocolture di piantagione, destinate alle esportazioni e in mano a imprese multinazionali, invece che lasciati coltivare alle popolazioni locali” (p.154).

Mondi e paesaggi è ancora più diretto: “l’Africa subsahariana è la regione più povera del mondo. La maggioranza della popolazione, infatti (corsivo mio – introduce una causa), vive praticando l’agricoltura di sussistenza e l’allevamento del bestiame, condotto con mezzi tradizionali” (p.222). Deduciamo come siano agricoltura e allevamento tradizionali a determinare (“infatti”) l’estrema povertà. Ma non basta, perchè “la situazione è aggravata dal forte aumento della popolazione che ha portato allo sfruttamento eccessivo dei suoli e provocato il grave fenomeno della desertificazione, riducendo così le superfici coltivabili”. Sono le troppe persone che lavorano la terra a sfruttare il suolo, capito?, mica le coltivazioni estensive con macchinari moderni e prodotti chimici!

Il testo cita anche le piantagioni, affermando che lì la situazione è “diversa” (il che, paragonato alla povertà estrema di prima, ci induce implicitamente a sostituire il termine con “migliore”): lì “con mezzi moderni si coltivano grandi quantità di prodotti destinati all’esportazione. I ricavi non sono però in grado di risollevare l’economia dell’Africa subsahariana perchè le piantagioni sono per la maggior parte di proprietà straniera e, quindi, anche i ricavi vanno all’estero”. Un fondo di verità qui c’è, ma il ragionamento che il testo induce è: se le multinazionali proprietarie fossero autoctone i ricavi rimarrebbero sul territorio, quindi la popolazione potrebbe godere di tale ricchezza; il che non è vero, perchè se così fosse tutta la popolazione degli Usa dovrebbe vivere nel completo benessere, visto che le grandi imprese che sfruttano anche il territorio degli Stati Uniti sono per la maggior parte statunitensi.

Ritorna qui l’identificazione non solo tra popolazione e nazione, ma tra popolazione e impresa, su cui ci sarebbe molto da discutere. Ma d’altra parte, come lamentarsi di questa formulazione di fronte al “larghe aree dell’America meridionale e, soprattutto, la maggior parte dell’Africa non dispongono purtroppo di risorse agricole sufficienti”? (Il pianeta dell’uomo p.124). Ah si? E allora le multinazionali dell’agroindustria cosa ci vanno a fare?? O di fronte alle affermazioni di Il nuovo geoviaggi a proposito dell’India, laddove ci dice che “sull’andamento del settore primario indiano hanno pesato favorevolmente gli effetti della cosiddetta ‘Rivoluzione Verde’, per migliorare la produttività agricola con nuove varietà di sementi e forti progressi nell’irrigazione” (p.252). Effetti favorevoli non si sa per chi; dovremmo chiederlo ai contadini del Punjab, uno degli stati indiani all’avanguardia in questo tipo di nuova agricoltura, stato che è sull’orlo del collasso a causa di contaminazione delle acque per effetto dei fertilizzanti chimici, onnipresenza di pesticidi nei terreni e negli animali, siccità e impoverimento dei suoli, aumento dei malati di cancro, aumento dei suicidi dei contadini che non potevano ripagare i debiti contratti per acquistare macchinari e sementi geneticamente modificate. Beh, forse qualcuno che ci ha guadagnato c’è: appunto le grandi imprese che producono macchinari e semi brevettati…

Ad ogni modo, queste persone che lasciano la campagna per recarsi in città si trovano spesso a vivere in periferie urbane malsane e prive dei servizi fondamentali: slum, bidonville o come vogliamo chiamarle, le quali secondo Mondi & paesaggi (che in un afflato legalitario parla anche di “insediamenti abusivi”-p.67) sarebbero “prodotto di una crescita urbana incontrollata” e “conseguenza dell’imponente sviluppo delle periferie urbane” (p.70). Come è noto, l’estendersi di città e periferie è dettato da forze sovrannaturali e non da precise pianificazioni politiche ed economiche. Tutti i testi descrivono queste periferie come caratterizzate da povertà, mancanza di acqua corrente e luce, sporcizia e alti tassi di delinquenza; e ovviamente secondo tutti questi testi sono tipiche dei paesi del Sud del mondo. Nei paesi del Nord si tratta, al limite, di megalopoli in cui volendo i problemi sono l’inquinamento e la convivenza fra etnie diverse (Mondi & paesaggi p.107).

Se è forse vero che i paesi capitalisti dell’Occidente non presentano situazioni identiche a quelle che potremmo incontrare negli slum di Lagos o Mumbai, bisognerebbe forse dire che anche negli Usa, per esempio, ci sono zone periferiche caratterizzate da povertà estrema, come le riserve in cui sono stati relegati i nativi americani dopo essere stati derubati delle loro terre5. Ma parlare di questo avrebbe incrinato l’elogio delle meraviglie dello “sviluppo”. Il pianeta dell’uomo dedica cinque pagine alle grandi città statunitensi; da nessuna parte però troviamo un accenno alla dissoluzione e al collasso di città un tempo industriali come Detroit, Youngstown, Chicago, Baltimore. Philadelphia (cfr. il bel testo di A. Coppola Apocalypse town. Cronache della fine della civiltà urbana). Anzi, lo stesso testo ci informa che “i cittadini del Nord America godono di un’alta qualità di vita” con una “mortalità infantile tra le più basse al mondo, una speranza di vita che supera ampiamente i 75 anni e una grande disponibilità di medici e strutture sanitarie […] La popolazione di Canada e Stati Uniti possiede un reddito individuale elevatissimo” (p.259). Peccato non dire che negli Usa 20 milioni di bambini riescono a nutrirsi solo facendo affidamento sui Food Stamps, i buoni-cibo gratuiti forniti dal governo6.

Perlomeno più avanti il testo ci dice che la società Usa è in effetti percorsa da forti disuguaglianze sociali che determinano una peggiore qualità della vita per afroamericani e latinos rispetto ai bianchi. Vero, ma si evita di dire che non si tratta solo di razzismo, per quanto esso pervada la società americana in modo sistemico, bensì di una questione di classe. D’altronde, focalizzare l’attenzione sul solo razzismo (come piace fare anche a tanta “sinistra” nostrana) serve a distoglierla da un sistema che continua a emarginare, reprimere e sfruttare ampi strati di popolazione povera, nera o bianca che sia. Il fatto che ad affidarsi ai buoni-cibo gratuiti siano spesso famiglie all’interno delle quali comunque almeno una persona lavora, ma con un salario così basso da non permettere la sopravvivenza, dovrebbe far riflettere.

A proposito di lavoro, Il nuovo geoviaggi parla del concetto di “produttività”, affermando che la crescita della produzione non necessariamente si traduce in maggiore occupazione “perchè la crescita delle quantità di prodotto può avvenire per una crescita delle quantità prodotte da ciascun lavoratore, cioè con una crescita della produttività dovuta sia a una nuova organizzazione del lavoro, sia all’introduzione di nuove tecnologie” (p.102). Ora, a parte che questa frase è, a mio avviso, incomprensibile per un qualsiasi alunno di terza media, e tralasciando il discorso sulle tecnologie, il testo dovrebbe anche spiegare cosa sia questa “nuova organizzazione del lavoro”: forse lavoro precario, eliminazione dei diritti dei lavoratori, aumento dell’orario di lavoro? Non è dato sapere.

Il punto è che, in generale, le questioni legate all’economia, dunque anche al lavoro, vengono trattate in modo così astratto da sembrare completamente sganciate dalla vita delle persone, che è l’ambito che invece dovrebbe interessare maggiormente, soprattutto nel caso di un testo di studio per alunni adolescenti.

Un altro esempio: quando Il nuovo geoviaggi parla di produzione industriale, afferma che “i sistemi industriali dei Paesi altamente sviluppati hanno infatti tratto grande beneficio dalla cosiddetta delocalizzazione delle imprese con il trasferimento delle lavorazioni meno specializzate nei Paesi che offrono una grande quantità di manodopera a costi molto bassi, e spesso senza adeguate tutele di legge, dei diritti sindacali e della sicurezza” (p.112). Può anche esser vero che “i sistemi industriali” sono stati avvantaggiati dalla delocalizzazione, anche se sarebbe più corretto utilizzare come soggetto “le imprese”, perchè spesso la delocalizzazione ha portato al disfacimento dei sistemi produttivi nazionali, ma il fatto è che i vantaggi per “i sistemi industriali” non si traducono automaticamente in benefici per la popolazione del paese le cui imprese delocalizzano.

L’utilizzo di un linguaggio astratto che fa riferimento a categorie altrettanto astratte, oltre ad essere inadatto a favorire la comprensione degli alunni, è un’abile strategia per eliminare dal discorso la componente “umana”, come se l’economia non riguardasse affatto la vita delle persone.

Anche parlare di “manodopera a costi molto bassi” fa parte di questo uso disumanizzato del linguaggio; avessero scritto “lavoratori sfruttati e poco pagati” avrebbe fatto senza dubbio un altro effetto. Ma del resto, “il fine del processo produttivo consiste nell’incremento e nella accumulazione costante della ricchezza prodotta, nelle mani della grande borghesia finanziaria, industriale e commerciale. Le necessità concrete (di alimentazione, servizi basici, salute) imprescindibili per la riproduzione della vita degli abitanti del pianeta risultano praticamente intrascendenti, superflui di fronte al fine ultimo del capitalismo in ogni sua fase o momento di sviluppo storico: il profitto”7. E questa è la visione del mondo che, in generale, questi testi veicolano.

Lo stesso avviene parlando della delocalizzazione della produzione “al fine di usufruire dei vantaggi di un costo minore della forza lavoro” (Mondi & paesaggi p.94): il punto di vista è quello dell’impresa, per cui la manodopera è semplicemente un costo che è vantaggioso abbattere.

Trattando di delocalizzazione, non si può fare a meno di citare le imprese multinazionali, “aziende di enormi dimensioni che operano in molti Stati diversi. Esse mantengono il centro direzionale e le decisioni di carattere operativo, amministrativo e finanziario nel paese in cui sono nate. Nel Nord del mondo si trova anche la parte maggiore dei loro punti vendita, che vanno incontro così ai bisogni dei mercati [i mercati hanno bisogni o sono le persone?] più ricchi del pianeta. Le attività produttive, al contrario, vengono impiantate dove è più conveniente: è la cosiddetta delocalizzazione. Ecco perchè in Cina, per esempio, è facile trovare fabbriche straniere: la manodopera costa meno, gli orari sono più lunghi e flessibili, le garanzie sindacali modeste e il governo favorisce gli investimenti esteri imponendo tasse inferiori a quelle che l’azienda pagherebbe nel Nord del mondo” (Il pianeta dell’uomo p.130).

Di certo questa definizione non è né falsa né scorretta, ma ancora una volta manca l’essenziale esempio concreto di come questo sistema si traduca nella vita reale delle persone reali. Si sarebbe potuto portare l’esempio, che so, delle fabbriche di abbigliamento del Bangladesh che ogni tanto crollano o prendono fuoco, che avrebbe permesso agli alunni di vedere esemplificati gli effetti di questa corsa ai vantaggi per le attività produttive.

Lo stesso testo ci dice che le multinazionali “spesso si trovano al centro di contestazioni: proprio per il loro enorme potere sarebbero, secondo molti, causa delle disuguaglianze economiche prodotte dalla globalizzazione stessa” (p.131). Troppo diretto scrivere che vengono contestate per gli effetti devastanti che con il loro modo di produzione hanno sulla vita delle persone e sull’ambiente, e che causano non solo astratte “disuguaglianze”, ma perdita di dignità di vita, sofferenza e morte. Ovviamente questo non viene fatto.

Il nuovo geoviaggi, perlomeno, usa un linguaggio più concreto e ci dice che “le multinazionali sono spesso accusate di sfruttare il lavoro umano e di non tutelare adeguatamente l’ambiente in cui operano” (p.90). La cosa importante è che si sorvola agilmente su ciò che conta, cioè sul fatto che lo sfruttamento di persone e ambiente è una caratteristica intrinseca all’operato delle multinazionali, è ciò che permette loro di accumulare profitti, quindi ciò che rende possibile la loro stessa esistenza, non una deviazione, una deriva accessoria. Ma dire questo significherebbe entrare in quel dibattito inaccettabile per il sistema.

Poiché le imprese multinazionali sono il “motore del mercato globale e, al tempo stesso, espressione di questo tipo di economia” (Mondi & paesaggi p.80), non possiamo che concludere esaminando come viene trattata la globalizzazione nei vari testi. In generale, la globalizzazione viene definita come interdipendenza fra le varie aree del mondo, flusso mondiale di risorse, merci, servizi e persone, diffusione di modi simili di produzione e consumo, diffusione di modelli culturali omogenei. Il nuovo geoviaggi dedica addirittura un paginone a cinque storie esemplificatrici dei collegamenti della globalizzazione (abbigliamento, arredamento, banane, prodotti chimici). Ci sarebbe stata bene qui, come dicevamo sopra, anche la storia delle fabbriche del Bangladesh o delle maquiladoras sudamericane, invece niente. Ovvio, se pensiamo che, ad ogni modo, il punto di vista portato in campo è o quello delle imprese o, al limite, quello del consumatore borghese occidentale.

Nessuno dei tre testi ovviamente parla della globalizzazione come dell’azione espansiva del capitalismo, come mondializzazione del capitalismo in quanto unico modo di produzione tollerato, né collega in qualche modo il termine “globalizzazione” al termine “capitalismo”. Solo Il nuovo geoviaggi parla di liberismo economico in quanto politica “tendente a ridurre il più possibile l’intervento dello Stato nell’economia” (p.92), conformandosi alla trattazione standard che presenta come unici elementi caratterizzanti il liberismo il libero mercato e la libera iniziativa privata, dimenticandosi di dire che il concetto di libero mercato opera solo quando conviene a determinati interessi economici e che in realtà si basa su macro-sussidi statali al capitale e abbandono delle responsabilità dello Stato per ciò che riguarda le esigenze della popolazione. Nonostante tutti e tre i testi citino, oltre ai vantaggi, anche gli svantaggi del modo di produzione globalizzato, in modo astratto ma volendo anche condivisibile (mancata redistribuzione della ricchezza a favore delle multinazionali, aumento del divario economico fra paesi ricchi e poveri, estensione del degrado ambientale, rischio di crisi economiche dovute a deregolamentazione del mercato, privatizzazione di servizi pubblici, deindustrializzazione dei paesi sviluppati, deprezzamento dei prodotti locali, perdita di identità culturale), non si raggiunge mai il cuore del problema, ovvero il fatto che la globalizzazione renda il mondo una fabbrica globale dai cui processi produttivi sono comunque esclusi ampi settori di popolazione, i quali vedono precarizzate vite e diritti, che sia un sistema proclama la discipline di mercato sì, ma solo per i poveri, attivando invece protezioni statali e sussidi pubblici per i ricchi e che, in definitiva, rende pressochè inutile l’esercizio di quella democrazia formale che chiamiamo elezioni, dal momento che le decisioni sono prese altrove, da organismi economico-finanziari internazionali che manovrano i governi nazionali (cosa che ai governi peraltro non dispiace affatto). Parlare di democrazia in questi termini, del resto, è qualcosa di completamente impossibile nell’ambito della cultura scolastica.

Ecco, tutto questo non viene detto poiché in generale non appartiene al dibattito accettabile; anzi continuano a propinare la favola dei governi e degli organismi internazionali come preoccupati per il miglioramento delle qualità di vita delle popolazioni, di FMI, WTO e BM come organismi che regolano lo “sviluppo dell’economia”, la cooperazione economica fra stati (che detto così suona anche bene) e che in generale favoriscono lo “sviluppo economico”. Nessun accenno a quelle riforme strutturali propugnate da questi organismi e ai loro effetti devastanti sulla vita delle persone. Eppure gli esempi, anche di facile comprensione per alunni adolescenti, e spesso riferentisi proprio ai paesi da cui molti di loro provengono, non mancano.

Ecco dunque, in breve, che cosa troviamo in un testo standard di geografia per le scuole medie.

C’è anche dell’altro, ovviamente, e sarebbe interessante analizzare come viene trattato per esempio il problema dell’acqua (in generale, con la solita retorica dello spreco, nessun accenno alle privatizzazioni) o, trattando i singoli Stati, la situazione di Palestina ed Israele (che merita una analisi a parte), o ancora il ruolo degli Stati Uniti (una chicca: “Divenuti l’unica superpotenza mondiale in campo militare, politico ed economico, gli USA hanno finito per rappresentare il principale avversario di quanti vogliono contrapporsi al mondo Occidentale e sono diventati bersaglio del terrorismo”, Mondi & paesaggi p.247; ovviamente nessun accenno agli Usa come potenza terroristica globale, come li definisce con cognizione di causa Chomsky).

Insomma, ci sarebbe da continuare a divertirsi. E sarebbe un lavoro molto utile smascherare queste finte neutralità dietro cui si celano precise visioni del mondo costruite dai sistemi di potere, i quali evidentemente hanno ben compreso l’importanza della scuola nel diffondere l’unico punto di vista accettabile, che non metta in pericolo il sistema stesso.

Siamo lontani, per ora, dal controllo ideologico esercitato dai testi di scuola statunitensi, sponsorizzati dalle multinazionali stesse e quindi con un orientamento preciso che in molti casi “forniva agli alunni informazioni incomplete o tendenziose, volte a favorire i prodotti dello sponsor o le sue opinioni” (come quelli forniti dalla Exxon Education Foundation che sostenevano che “i carburanti fossili creavano pochi problemi ambientali e che le fonti di energia alternative erano troppo costose” -Ibid.). Ma si tratta di segnali che, proprio perchè relativamente più piccoli, sono più difficili da ricondurre alla medesima volontà di controllo ideologico che si gioca in tutti i settori dell’informazione e della formazione.

E sarebbe anche interessante ed utile cominciare a pensare a materiali alternativi, su modello del testo di Zinn o di quelli di gruppi di insegnanti attivisti per la giustizia sociale ed economica. Materiali didattici militanti, schierati, che trattino per esempio anche della “globalizzazione” di movimenti sociali antagonisti al sistema capitalistico di sfruttamento globale, delle reti di attivisti che agiscono per creare un mondo ugualmente senza frontiere ma con al centro la vita delle persone e dell’ambiente, non lo “sviluppo”, testi che facciano sentire la voce e le esperienze dei numerosi popoli in lotta.

Redazione

Spread, chi lo manovra? Facciamo un po’ di chiarezzal’uso politico dello spread: come la BCE ha messo in riga l’Italia


Spread, chi lo manovra? Facciamo un po’ di chiarezza

Che cos’è lo spread?

Dato che la spiegazione reale è molto articolata e complessa, mi propongo un approccio didattico, facendo qualche passo indietro rispetto al nostro focus. Cominciamo col dire che, quando uno stato o un’azienda hanno bisogno di denaro per rispondere a un proprio ‘fabbisogno di cassa’, possono ricorrere a un tipo di prestito che differisce un po’ da quello comunemente inteso, cosicché si rivolgono a tutti coloro che liberamente vogliano fare un certo investimento. In che modo? Nella sostanza, essi emettono delle obbligazioni, che, una volta acquistate, garantiscono all’acquirente una percentuale d’interesse come rendimento alla scadenza (trimestrale, semestrale, annuale, decennale et cetera). Nel caso dei Buoni Poliennali del Tesoro che riguardano il tormentoso argomento dello spread, l’unità di rendimento o scadenza è il decennio: BTp a 10 anni. Di conseguenza, lo stato contrae un debito nei confronti degli investitori e ogni debito, com’è noto, dev’essere rimborsato. E inoltre, ogni prestito è legato a un tasso d’interesse che ne determina il ripianamento.

A cosa serve la ‘liquidità’ che lo stato ottiene dal collocamento dei propri titoli?

Ciò che lo stato ricava dall’emissione obbligazionaria è necessario a coprire la spesa pubblica o, meglio, a far fronte a tutte quelle esigenze economiche dirette che non sono state coperte con le entrate derivanti dal gettito fiscale. Qui, entra in gioco un altro elemento decisivo, il disavanzo o deficit pubblico: se le uscite sono superiori alle entrate, è evidente che, o per politiche economiche sbagliate o per eventi imprevisti e circostanze congiunturali, il Ministero dell’Economia e delle Finanze deve ricorrere allo strumento obbligazionario di cui finora abbiamo parlato. Tuttavia, è bene precisare, a scanso d’equivoci, che tanto più alto è il rendimento di un titolo, italiano o tedesco che sia, quanto maggiore è il debito del paese emittente. In altre parole, quando si sente parlare di debito sovrano, si fa esplicitamente riferimento a questo, benché il concetto di sovranità sia alquanto discutibile.

La contrattazione sui mercati – si badi bene – è libera, incondizionata e, spesso, per certi aspetti, anche imprevedibile. Prevale la legge della quantità, non quella della logica. Che vuol dire? Per paradosso, se la relazione trimestrale di un’azienda X quotata è negativa, ma un elevato numero d’investitori decide, per un motivo ignoto, di premiarla lo stesso, allora il valore delle azioni dell’azienda X salirà. È chiaro che non stiamo sostenendo la tesi della totale irrazionalità dei mercati. Si vuole solo dare una misura del rischio che il mercato stesso comporta.


Qual è il criterio mediante il quale si stimano i titoli di uno stato?

In questo caso, la risposta è semplice. Se lo stato è giudicato affidabile e si pensa che la sua ‘contabilità’ sia regolare, allora le obbligazioni sono considerate sicure e l’interesse di collocamento sarà basso con conseguente riduzione del debito. Viceversa, se lo stato è giudicato inaffidabile, l’acquisto dei suoi titoli sarà considerato rischioso in prospettiva d’un possibile default (o insolvenza), che, in parole povere, si traduce nel timore che esso non paghi il proprio debito. Quindi, quando un rappresentante di un governo si abbandona a dichiarazioni ambigue e soprattutto propone manovre finanziarie in assenza di coperture (flat tax, moneta fiscale o reddito di cittadinanza, vogliamo parlarne?), gli investitori cominciano a dubitare dell’affidabilità del paese in questione e rinunciano ad acquistare i suoi titoli. Di conseguenza, lo stato, che deve venderli, a tutti i costi, come si suol dire, è costretto a garantire rendimenti sempre più alti, indebitandosi notevolmente.

Ciò non esclude che si possano rispettare gli impegni presi coi propri elettori e rimettere i conti in ordine, per carità! Ma, stando ai fatti, certe uscite incongrue degli ultimi giorni avevano fatto pensare per lo meno a un po’ di faciloneria. Allo stesso modo, non si vuole assolvere e consacrare l’operato del governo precedente. Insomma, si tratta solo di un invito alla presa di coscienza. Non si può trattare con superficialità l’argomento, fomentando agitazione populistica con frasi come “non siamo schiavi dell’Europa né dello spread”… anzitutto perché sarebbe un errore scientifico.

Perché si fa continuamente e ossessivamente riferimento alla Germania e ai suoi bund?

Lo si fa unicamente perché i bund sono ormai considerati i più affidabili tra i titoli, con basso rendimento e così sicuri da assurgere quasi a ‘bene rifugio’ e, di conseguenza, si prendono a modello o unità di misura, come dir si voglia. Lo spread è allora la misura della differenza tra il rendimento dei titoli più sicuri e il rendimento dei titoli meno sicuri. Se, com’è accaduto in questi giorni, i BTp Italia a 10 anni fanno registrare un 2,47%, mentre i Bund Germania a 10 anni si attestano sullo 0,41%, allora la differenza è fissata in 206 punti.

Il collocamento più volte citato avviene per mezzo di un’asta, alla quale la Banca d’Italia ammette in prima istanza solamente degli investitori autorizzati (per lo più, banche e SIM), i quali fanno le proprie offerte sulla base di dati tecnici e rumors, non certo per fare un dispetto a Renzi o Conte o chi per loro. Il prezzo, infatti, viene fissato solo dopo che tutte le offerte sono state raccolte ed elaborate secondo il criterio dei valori decrescenti.

In conclusione, è bene precisare che col termine spread non ci si riferisce solo ed esclusivamente al differenziale già illustrato. Nei mercati azionari, per esempio, ogni giorno si svolgono operazioni di compravendita mediante asta, pertanto anche la differenza tra ask price, cioè il prezzo formulato da un venditore, e bid price, vale a dire il prezzo formulato dai compratori, determina uno spread. Nell’ambito delle operazioni a tutti noi più vicine, le banche acquistano il denaro dalle banche centrali e lo rivendono proprio applicando uno spread. In effetti, il suo significato non è univoco ed è probabile che spesso se ne sia fatto un uso strumentale, ma ciò non deve indurre il lettore a credere che sia una cosa da poco o di cui ci si possa disinteressare.

Redazione

Il quarto reich dell’Euro e dell’Unione Europea: verso una nuova festa della liberazione



Gli industriali della Germania Nazista sono i veri padri fondatori del mercato unico europeo e dell’Euro

di Cesare Sacchetti

1944. La Germania è a un passo dalla sconfitta definitiva nella seconda guerra mondiale. Gli alleati avanzano sul fronte occidentale e l’Armata Rossa continua la sua marcia verso il fronte orientale. L’obbiettivo militare dei nazisti è proteggere a tutti i costi la linea Siegfried, in uno strenuo tentativo di difendere le posizioni che giorno dopo giorno vengono perdute sotto i colpi della crescente pressione delle forze alleate che avanzano.

La guerra è perduta, anche se molti non hanno il coraggio di dirlo apertamente per timore di essere accusati di alto tradimento. Il colonnello dell’Esercito, Von Stauffenberg , ne era pienamente consapevole, e insieme ad alti ufficiali della Wermacht ordì la camarilla che avrebbe dovuto uccidere Hitler e che avrebbe permesso al nuovo governo di firmare una pace separata con gli alleati. Il colonnello è la stessa persona che piazzò l’ordigno esplosivo che avrebbe dovuto uccidere Hitler, ma quel giorno la fortuna era con il Fuhrer, e la detonazione non risultò fatale. Molti uomini nei ranghi militari e nelle elite industriali sapevano che non c’era scampo, e già pensavano a come limitare l’impatto dell’inevitabile sconfitta. 

L’incontro al Mason Rouge Hotel

Come era dunque possibile costruire un nuovo progetto di dominio dell’Europa da parte della Germania post-bellica? E’ il quesito che si posero gli industriali tedeschi che si riunirono il 10 agosto 1944 a Strasburgo, nel Mason Rouge Hotel in una cornice di segretezza nella quale si possono fare le ammissioni più franche, ben lontane dai trionfalismi della propaganda nazista. Un agente dei servizi segreti francesi stilò un rapporto di quell’incontro (http://www.cuttingthroughthematrix.com/articles/Intelligence_Report_EW-Pa_128.html) nel quale si descrivono i piani degli industriali tedeschi per soggiogare l’Europa uscita dalla seconda guerra mondiale. A presiedere l’incontro fu il Dr. Heich, luogotenente generale delle SS e direttore della Hermandorff & Schonburg , mentre tra gli invitati era presente il gotha dell’industria tedesca come il Dottor Kaspar, rappresentante della Krupp, Ellenmayer and Kardos, rappresentanti della Volkswagen, i Dr. Kopp, Vier e Beerwanger in rappresentanza della Rheinmetall, e il Dr. Sinderen, in veste di rappresentante della Messerschmitt.

Scheid dichiarò che la guerra era perduta e propose di gettare fin da subito le basi per costruire il futuro dominio della Germania sull’Europa. Il primo passo da fare fu il trasferimento dell’apparato industriale tedesco presente in Francia verso la Germania. Il problema principale era rappresentato in quel momento dalla difesa della linea Siegfried e occorreva quindi trasferire immediatamente i materiali industriali in Germania. La Germania post-bellica avrebbe dovuto lanciarsi in una campagna di guerra commerciale nei confronti degli altri paesi europei, una volta che la guerra sul piano militare era fallita. Il timore di molti industriali e banchieri tedeschi era di rivivere nuovamente l’incubo dell’iperinflazione dopo la prima guerra mondiale, che compromise la crescita dell’economia tedesca, fortemente provata anche dalle ingenti riparazioni di guerra nei confronti delle potenze vincitrici. La nuova Germania avrebbe dovuto avere una moneta stabile e una bassa inflazione, le condizioni essenziali che le avrebbero poi permesso di lanciare la sua guerra commerciale, puntando sulla crescita imponente delle proprie esportazioni. Ogni grande industriale quindi avrebbe dovuto cercare delle alleanze nella discrezione più totale con importanti società straniere, così da ottenere quei finanziamenti necessari per costruire la crescita tedesca del dopoguerra. 

L’esempio più lampante dell’interconnessione con imprese straniere, viene dalle indicazioni fornite dal Dr. Scheid che cita in proposito i brevetti per la produzione dell’acciaio posseduti rispettivamente dalla Chemical Foundation Inc. assieme alla Krupp e le partnership tra le grandi corporation americane come la U.S. Steel Corporation, la Carnegie Illinois, la American Steel and Wire che avevano un accordo di cooperazione con la Krupp, senza trascurare il fatto che la Zeiss Company e la Leisa Company erano state particolarmente efficienti nella protezione degli interessi tedeschi all’estero. Il Dr. Scheid diede agli industriali presenti alla riunione gli indirizzi delle sedi di New York delle imprese tedesche. 

Il nuovo impero tedesco: il mercato unico europeo

Dopo l’incontro tra il Dr. Scheid e gli industriali, ne seguì un altro più ristretto tra il ministro degli Armamenti Bosse e i soli rappresentati della Krupp, della Hecho e della Rochling. Il ministro informò i presenti che la guerra era perduta e che gli industriali avrebbero dovuto fondare una strategia commerciale alimentata esclusivamente dalla propulsione delle esportazioni tedesche. Il nuovo Reich non doveva essere più militare, ma economico e commerciale. Il rigido divieto di esportazione dei capitali che il regime nazista aveva imposto fino a quel momento cadde, quando il governo decise di favorire il flusso dei capitali verso paesi stranieri e finanzia le imprese tedesche all’estero che in questo modo beneficarono di una riserva di liquidità dopo la fine del conflitto, senza la quale sarebbe stato impossibile ricostruire l’impero tedesco. 

Se dunque la sconfitta del regime nazista apparve inevitabile, ecco che i suoi protagonisti erano pronti a modificare i loro piani di dominio per adattarli alle nuove contingenze. L’impero economico pan-europeo nacque sotto l’egida delle tre grandi industrie tedesche della BMW, della Volkswagen e della Siemens, sotto la guida di Alfred Krupp e Friedrich Flick. Secondo lo storico Michael Pinto-Duschinsky “per molte figure industriali vicine al regime nazista, l'Europa è diventata una copertura per perseguire gli interessi nazionali tedeschi dopo la sconfitta di Hitler. La continuità dell'economia della Germania e le economie europee del dopoguerra in Europa è impressionante. Alcune delle figure di spicco dell'economia nazista sono divenute i principali artefici dell'Unione europea”. Il banchiere tedesco Abs che partecipa al consiglio di amministrazione della Deutsche Bank, faceva anche parte del consiglio di amministrazione della I.G. Farben, la compagnia che produceva il gas Zyklon B usato nei campi di concentramento nazisti. Lo stesso Abs nel 1946 diviene membro della Lega Economica per la Cooperazione Economica, un gruppo di pressione che è il precursore del mercato unico europeo. L’analogia tra le politiche naziste e le successive politiche che hanno poi fondato i pilastri dell’Unione Europea sono impressionanti e lo storico Rodney Atkinson nel suo libro “ Europe’s full circle” ne cita alcuni esempi:

Europaische Wirtshaftsgemeinschaft
Comunità Economica Europea
Europabank 
Banca Centrale Europea
Accordi di liberalizzazione commerciale
Mercato Unico Europeo

Abs nel dopoguerra divenne uno degli artefici principali della rinascita della Germania, e gli venne affidato l’incarico di gestire i fondi del Piano Marshall che vennero affidati alle industrie tedesche.

Le fondamenta della ripresa tedesca erano solide e Abs nel 1949 venne chiamato ad affiancare il Cancelliere della Germania Occidentale Konrad Adenauer nel ruolo di consigliere economico. Il timore di un’iperinflazione come quella del primo dopoguerra fu scongiurato, l’economia tedesca era stabile e il DeutscheMark introdotto nel 1948 ebbe un ruolo primario nella crescita economica del dopoguerra. 

Nonostante i sei anni di guerra, gli asset a disposizione dell’industria tedesca sono superiori a quelli del 1936, grazie anche al business degli armamenti. Una volta assicurata la stabilità monetaria e la crescita economica, restava da sciogliere il nodo del dominio economico e commerciale sul resto dell’Europa. Ludwig Ehrard, consigliere economico di Adenauer e futuro cancelliere tedesco si pose la questione e scrisse un manoscritto nel quale elaborava la fase di transizione economica del dopoguerra tedesco, mentre esprimeva gli stessi timori di instabilità monetaria che furono poi messi da parte grazie al decisivo intervento della potenza occupante americana, che rafforza la stabilità del Marco tedesco. La risposta alla domanda di Ehrard era il sovranazionalismo. Occorreva costruire delle entità sovranazionali che avocassero a sé i poteri dei singoli stati, per poter così rafforzare la supremazia tedesca sugli altri paesi europei. Nel 1951 nacque così la CECA, Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, dietro alla quale c’era la regia di Francia e Germania. Sorse in questo modo il primo nucleo di entità sovranazionale che sottrasse potere agli stati nazionali e questo fu il primo dei passaggi necessari per erodere successivamente i poteri degli stati. 

L’amnistia sui crimini degli industriali tedeschi

Il mercato unico europeo non poteva nascere però senza che prima venissero perdonati i crimini di guerra agli industriali nazisti. Nel 1957, John J. McCloy, Alto Commissario per la Germania, promulgò l'amnistia per gli industriali accusati di crimini di guerra. Alfred Krupp e Friedrich Flick, che possedeva una quota del 40 per cento in Daimler-Benz, furono rilasciati dal carcere dopo aver scontato appena tre anni. Le industrie di Flick e Krupp si servivano del lavoro degli schiavi nei campo di concentramento che spesso morivano tra indicibili stenti, per poter alimentare la produzione delle industrie tedesche. La schiavitù fu la fonte della ricchezza delle industrie naziste. 

I passi per la successive cessioni di sovranità sono dunque pronti e nel 1957 con il Trattato di Roma nasce la CEE (Comunità Economica Europea) che istituisce il mercato unico europeo. L’area di libero scambio fu il principio della liberalizzazione dei mercati che si realizzò negli anni successivi. Il Trattato prevede anche l’istituzione della Commissione Europea, organismo di governo sovranazionale europeo e del Parlamento Europeo. I poteri della Commissione Europa all’epoca non erano pari a quelli attuali, ma lo diventeranno in seguito con il Trattato di Maastricht del 1992 che attribuirono alla Commissione il ruolo di dominus sovranazionale. Uno dei primi a proporre la creazione di questo tipo di entità sovranazionali europee fu Walther Funk, ministro per gli affari economici della Germania Nazista, che nel suo libro “La Comunità Europea” evidenziò la necessità di costruire una “Unione Centrale Europea” e una “Area Economica Europea” che si sarebbe realizzata attraverso un’unione di cambi fissi; il futuro SME del 1979 al quale aderì anche l’Italia, pagandone le conseguenze negli anni successivi. 

Funk sosteneva che “nessuna nazione in Europa può raggiungere da sola il più alto livello di libertà economica che sia compatibile con tutte le esigenze sociali. La formazione di grandi aree economiche segue una legge naturale di sviluppo. Gli accordi tra gli stati in Europa determineranno il controllo delle forze economiche in generale e ci deve essere dunque una disponibilità a subordinare i propri interessi in alcuni casi, a quelli della Comunità Europea.” Funk non era il solo tra i nazisti a credere al progetto di unificazione europea. Joseph Goebbels, il famigerato Ministro della Propaganda, credeva necessaria “l’unificazione su larga scala dell’economia europea” e arrivò a sostenere che “ nell’arco di 50 anni i popoli non avrebbero più pensato in termini di singoli paesi”. 

Lo SME, l’Euro e Maastricht 

Le radici del mercato unico europeo e delle successive cessioni di sovranità, sono dunque il frutto del concepimento di un sistema che trae le sue origini da progetti nazisti di dominio sull’Europa ed è amaro constatare che i piani nazisti sono oggi diventati realtà. L’unica maniera per poter soggiogare le nazioni europee, dopo il fallito tentativo militare, era quello di spogliarle dei loro poteri economici e limitarne la competitività sui mercati. Il mercato unico ingloba e divora i singoli paesi, costretti a sottostare a dei parametri monetari come quelli dello SME, disegnati per permettere all’economia tedesca di essere più competitiva. Il Trattato di Maastricht del 1992 concepisce la moneta unica per alimentare il dominio dell’economia tedesca sugli stati europei e soffocare le politiche sociali degli stati nazionali. 

L’Unione Europea e la moneta unica sono l’emanazione di politiche nazisteespressione del totalitarismo più subdolo. Un totalitarismo che non appartiene più al singolo stato nazione, ma che si riconosce nella governance sovranazionale europea che sanziona i singoli stati che non obbediscono al suo sistema normativo e li costringe a praticare politiche di austerity. La seconda metà del XX secolo ha testimoniato i vari passaggi della cessione di sovranità fino ad arrivare agli ultimi anni, nei quali il dominio delle esportazioni tedesche è stato possibile solamente grazie all’adozione della moneta unica che ha annullato il bonus di competitività delle monete nazionali. I documenti dimostrano come la moneta unica e l’Unione Europea siano l’emanazione diretta del pensiero nazista ed è un fatto da tenere a mente, anche in occasione del settantesimo anniversario della Liberazione che cade domani.

Redazione

04 ottobre 2018

Grecia, iI popolo è in rivolta. La polizia non obbedirà più agli ordini del governo4 ottobre 2018



La Grecia risulta paralizzata dalla proclamazione di uno sciopero generale contro le riforme imposte al Governo Tsipras dalla Commissione Europea e dalla Troika di Bruxelles.

Dopo il tradimento degli impegni presi da Tsipras, la Commissione Europea, il FMI ed i conglomerati finanziari sovranazionali, con la collaborazionbe della “Frau” Merkel, si accingono ad asfissiare la popolazione greca con un insieme di provvedimenti che prevedono: taglio delle pensioni , aumento dei contributi e delle imposte, privatizazzione dei servizi pubblici, aumenti delle tariffe, svendita del patrimonio dello Stato, incluse alcune delle migliori isole dell’Egeo che diventeranno proprietà privata di grandi società immobiliari tedesche.

Come risultato delle proteste, si sono fermati del tutto i trasporti urbani ed extra urbani, protesta dei dipendenti pubblici, in sciopero anche artigiani, commercianti, professionisti, medici, infermieri, farmacisti, notai ed avvocati. Una paralisi completa del paese e, nonostante gli appelli al dialogo lanciati dalle autorità del governo, nessuno si fida più delle promesse ed il governo Tsipras appare del tutto screditato ed accusato di essersi “venduto” ai potentati finanziari.
Circola molta rabbia contro il governo della sinistra mondialista, considerata complice della Troika di Bruxelles, si nota un forte astio contro le autorità della Unione Europea che hanno decretato i provvedimenti punitivi emessi nei confronti del paese che avranno l’effetto di una ulteriore caduta del reddito che era già crollato in questi ultimi anni. La polizia teme per l’ordine pubblico e per la possibilità che agitatori si infiltrino all’interno delle proteste.


Per effetto delle agitazioni, è’ stato chiuso nuovamente oggi il valico di frontiera di Medzitilja, tra Macedonia e Grecia. Questo valico era stato chiuso, come già accaduto nei giorni scorsi, a causa delle proteste degli agricoltori greci che hanno provveduto a bloccare strade, autostrade, valichi e ponti.

Aria di rivolta anche tra le forze di polizia. Uno dei principali sindacati della polizia ellenica, la Poasy, con una lettera resa di pubblico dominio ha proclamato che “…..non obbedirà agli ordini del Governo ma, al contrario, che si riserva di far scattare subito il mandato d’arresto immediato per componenti della Commissione Europea e della BCE che si troveranno sul suolo greco per il reato di ricatto, istigazione multipla a reato contro lo statuto nazionale e, alla sua abrogazione legislativa, violazione ed offesa della sovranita’ popolare mirata al bene comune del popolo greco, ecc..ecc…” In pratica spira un vento di insurrezione anche tra le forze dell’ordine.

Intanto i sindacati degli agricoltori greci hanno deciso di estendere la loro protesta fino ad Atene, per manifestare contro i piani del governo in materia fiscale e pensionistica. Il piano degli agricoltori è quello di arrivare ad Atene il venerdì prossimo con i loro trattori e scaricare qualche quintale di letame davanti alla sede del Governo. Attive anche le delegazioni di categoria che al momento hanno creato circa 70 blocchi lungo le strade e autostrade greche ed hanno rifiutato l’invito al dialogo lanciato dal ministro dell’Agricoltura di Atene Vangelis Apostolou. Ieri e’ stato chiuso anche il valico di frontiera Ilinden-Exochi, tra Bulgaria e Grecia.

Frattanto nelle isole dell’Egeo si stanno verificando forti disordini e proteste mentre arrivano ondate di extracomunitari sospinti dalla Turchia che vuole fare pressioni per ottenere i miliardi di aiuti dalla UE (quelli che vengono invece negati alla Grecia). La situazione sta rapidamente collassando con i centri di raccolta al completo, le gente accampata all’aperto senza servizi e senza generi di sostentamento, i cittadini locali in gravi difficoltà che vengono rifiutati dagli stessi centri e dagli ospedali intasati per l’arrivo della massa dei profughi.

A tutto questo si aggiungono i piani della NATO per militarizzare le isole per causa dell’emergenza profughi e per le tensioni che si registrano ai confini della Turchia. La stessa Turchia che sospinge l’esodo dei profughi verso le isole della Grecia per fare pressioni sulla UE ed invia i suoi aerei militari nello spazio aereo della Grecia, suscitando le proteste delle autorità militari greche.

In definitiva la Grecia sta subendo pesantemente tutti i contraccolpi di una crisi economica e del fallimento delle politiche dell’ Unione Europea,con il Governo che non ha avuto il coraggio di fare le uniche scelte nette che avrebbero potuto portare il paese fuori dalle secche: uscire dal sistema euro che si è rivelato un cappio al collo del paese ellenico ed accettare le proposte di partnership economica da parte di Russia e Cina che si erano fatte avanti con proposte precise.

Tutte le voci popolari ad Atene dicono che Tsipras, sottoposto a forti pressioni, si è venduto agli americani, prima ancora che alla Troika di Bruxelles e Francoforte.

Per una volta si può citare a proposito il vecchio motto latino: “vox populi vox Dei”.

Ninco89

Fonti: TVXS.gr Tanea.gr

Segnalato da Claudio Martinotti Doria, che la redazione ringrazia

Redazione

03 ottobre 2018

Sanità, “tempi di attesa per una visita aumentati fino a 27 giorni in tre anni. Ssn soccombe alla concorrenza del privato”


Lo studio commissionato al Crea dalla Funzione Pubblica Cgil e dalla Fondazione Luoghi Comuni ha esaminato un campione di 26 milioni di residenti in Lombardia, Veneto, Lazio e Campania. Per una visita nel pubblico si attendono mediamente 65 giorni a fronte dei 7 necessari nel privato. E i prezzi "talvolta sono persino inferiori a quelli dell’intramoenia e non lontani dal costo del ticket"

Sempre più lunghi i tempi di attesa per effettuare visite mediche nella sanità pubblica, con una media di 65 giorni. A fronte dei 7 necessari per essere visitati nel privato. Quanto ai prezzi, nel privato “risultano mediamente abbastanza consistenti, ma in molti casi non molto distanti dal costo del ticket pagato nelle strutture pubbliche e private accreditate”. Risultato: “Il Servizio Sanitario Nazionale continua ad arretrare soccombendo alla concorrenza del privato”. È quanto emerge dall’Osservatorio sui tempi di attesa e sui costi delle prestazioni sanitarie nei Sistemi Sanitari Regionali condotto da Crea, commissionato dalla Funzione Pubblica Cgil e dalla Fondazione Luoghi Comuni. L’indagine ha riguardato un campione di oltre 26 milioni di utenti, pari al 44% della popolazione totale, ed è stata condotta sulla popolazione residente in Lombardia, Veneto, Lazio e Campania prendendo in considerazione esclusivamente le prestazioni mediche  senza esplicita indicazione di urgenza.

Il primo dato è che i tempi medi di attesa per effettuare una visita medica attraverso il Sistema Sanitario Nazionale sono nettamente maggiori rispetto a quelli dell’offerta privata: 65 giorni nel pubblico a fronte di 6 nell’intramoenia, 7 nel privato e 32 per il privato convenzionato. Nella sanità pubblica si va da 22,6 giorni per una Rx articolare a 96,2 per una colonscopia. Le stesse prestazioni registrano attese invece in intramoenia di 4,4 (Rx articolare) e 6,7 (Colonscopia), privato convenzionato rispettivamente di 8,6 e 46,5. Infine, privato a pagamento di 3,3 e 10,2.

E i tempi di attesa sono aumentati tra 20 e 27 giorni in 3 anni. Una visita oculistica nel pubblico richiedeva nel 2014 dei tempi di circa 61 giorni a fronte degli attuali 88 (+26 giorni in 3 anni) mentre nel privato a pagamento, sempre lo scorso anno, si registravano 6 giorni di attesa. Quanto invece alla stessa visita oculistica condotta in intramoenia l’attesa lo scorso anno era di 7 giorni mentre nel privato convenzionato 55. Per una visita ortopedica nel pubblico invece i giorni di attesa nel 2014 erano 36, oggi sono 56 (+20 giorni); nel privato a pagamento, guardando al solo 2017, 6 giorni, anche in intramoenia 6 nel privato accreditato 27. Infine per una colonscopia nel pubblico nel 2014 avremmo dovuto attendere 69 giorni, oggi 96 (+27 giorni). Guardando allo scorso anno per la stessa prestazione nel privato a pagamento l’attesa era di 10 giorni, in intramoenia 7 e nell’accreditato 46.

“Il privato – si legge nel rapporto – riduce drasticamente i tempi di attesa per prestazioni mediche e anche il privato convenzionato garantisce un servizio notevolmente più rapido a quello del sistema pubblico degli ultimi anni”. E i prezzi? Talvolta sono persino inferiori a quelli dell’intramoenia. Per una visita oculistica in sanità privata, lo studio rileva come nel 2017 si siano spesi circa 97 euro a fronte dei 98 euro dell’intramoenia. Lo stesso vale per la visita ortopedica che nel privato ha un costo di circa 103 euro contro i 106 euro dell’intramoenia. “La sanità privata fa riferimento all’offerta pubblica per calibrare la propria e rendersi competitiva, puntando sul rapporto qualità/prezzo e dunque accorciando notevolmente, con prezzi di poco superiori al ticket, i tempi di attesa”, osserva la Fp Cgil. Si registra quindi, osserva ancora il sindacato, che “le poco sostanziali differenze di prezzo e le lunghe liste di attesa hanno incentivato lo sviluppo di un’offerta privata di servizi spesso concorrenziale con quella pubblica, per costo e tempi di risposta”. In altre parole, “la Sanità privata ha trovato un suo specifico posizionamento derivante dalle inefficiente del pubblico”.

Redazione

02 ottobre 2018

Savona Ministro dell'economia, fa paura all'Europa?

Uscita dall'Euro

Qualsiasi cosa succeda nelle prossime settimane, sentiremo parlare di Europa parecchio da qui in avanti. Sarà un tema fondamentale nel dibattito politico. Ma anche sociale ed economico. È un tema importante, spesso però affrontato con luoghi comuni e frasi fatte. Cosa significa quindi l’Europa per l’Italia e viceversa?

Il Presidente Sergio Mattarella ha ritenuto Paolo Savona inadatto a ricoprire l’incarico di Ministro dell’economia. Secondo lui si rischiava una possibile uscita dell’Italia dall’Europa e dalla moneta unica. Poteva essere uno scenario realistico?
“Credo l’azione del Capo dello Stato fosse orientata a rassicurare i mercati che tale scenario non si sarebbe mai avverato.

In un contesto storico quale quello italiano, sembra davvero difficile anche solo pensare all’uscita dell’Italia dall’euro e dall’Europa. Tuttavia, evidentemente il Presidente Mattarella ha ritenuto che il comunicato di Paolo Savona in cui affermava di volere un’Europa diversa, più forte ma più equa, e confermava la volontà di attuare un piano di governo che non prevedeva l’uscita dalla moneta unica non fosse sufficiente a rassicurare i mercati ed i partner europei”.

E il piano più o meno segreto per ritornare alla lira che avrebbe avuto l’eventuale governo?
“Il famoso Piano B, di cui l’economista si è fatto garante altro non è che una guida pratica e percorribile, fondata su analisi di politica economica, per l’uscita del nostro paese dell’euro. A condizione che il Piano A, ovvero la costruzione di un assetto europeo più equo e politicamente coeso, non avesse visto la luce. I questi giorni ho parlato con molti investitori ed effettivamente temono l’uscita dell’Italia dall’euro in un weekend”.

Mettiamo che alle prossime elezioni vincano le forze politiche che auspicano un’uscita dell’Italia dalla Comunità europea e l’abbandono dell’euro. E mettiamo che una volta al potere ottengano una vittoria referendaria analoga a quella avvenuta nel Regno Unito con la Brexit. Si tratta di un’eventualità concreta?
“I recenti sviluppi politici, nonché le reazioni che la scelta del Presidente Mattarella ha suscitato a livello sociale, mi inducono a prevedere una vittoria del fronte anti-establishment alle prossime elezioni. Tuttavia, a differenza del Regno Unito, l’Italia, ha un senso di appartenenza europeo più radicato del popolo britannico, che da sempre ha fatto uso di clausole di opt-out per smarcarsi da politiche comunitarie che non condivideva. È pur vero che il sentire degli italiani verso l’Europa è profondamente e drasticamente cambiato nell’arco di un tempo davvero minimo. Dall’essere i maggiori sostenitori del progetto europeo, gli italiani sono diventati fra i più scettici”. 

Quali sono però i rischi a livello internazionale della permanenza di un’Italia senza governo?
“Il rischio maggiore concerne non solo la credibilità politica globale ed europea ma l’incapacità di poter influenzare le decisioni non avendo peso politico. Il rischio dunque è quello dell’irrilevanza del nostro Paese alla vigilia di una serie di appuntamenti fondamentali. L’8 e il 9 giugno ci sarà il G7 in Canada. Il Consiglio Europeo del 28 e 29 vedrà sul tavolo dei negoziati dossier sia politici che economici. Si parlerà tra l’altro del futuro dell’Accordo di Dublino e del Quadro finanziario pluriennale 2021-2027. Ci sarà anche il summit NATO a Bruxelles dell’11 e 12 luglio, in cui centrali saranno i rapporti con Russia e Iran”.

Eppure il Belgio, l’Olanda e la Spagna sono rimasti senza governo per lungo tempo senza aver subito apparentemente conseguenze così catastrofiche.
“Il Belgio toccò il record di 541 giorni senza governo tra il 2010 e il 2011. In Olanda Mark Rutte nel 2017 ne ha impiegati 208 per trovare una maggioranza che lo sostenesse. La Spagna di Rajoy ha visto nascere l’esecutivo a quattro mesi di distanza dalle elezioni del 2015. Sono situazioni limite da analizzare con cura. Per quanto simili all’Italia dal punto di vista sociale e istituzionale, nonché di avanzamento democratico, prendere tali esempi come riferimento per il futuro politico ed economico del nostro paese potrebbe essere fuorviante. L’Italia rimane la terza economia europea e il secondo esportatore. Si potrebbe dire too big too fail. Il debito pubblico italiano però è elevatissimo, quindi siamo ad una situazione limite gravissima. Avere un governo di responsabilità politica è fondamentale”.

Perché il celeberrimo spreaddovrebbe preoccuparci?
“Come noto, lo spread descrive il differenziale di rendimento tra i titoli di stato italiani a 10 anni (i Btp) e gli equivalenti titoli pubblici tedeschi (Bund). Lo spread fa parte di quel set di indicatori che raccontano lo stato di salute dell’economia di un paese. Più lo spread è basso, meno i titoli sono rischiosi e minore è il rendimento di cui beneficiano gli investitori. Al contrario, l’aumentare dello spread, e dunque dei tassi di interesse sui titoli, ha come principale conseguenza quella della crescita del debito pubblico. Per l’Italia, in questo caso, è più difficile finanziare il proprio debito. Questo ha effetti concreti nella vita del paese. Una minore capacità di investimento, un calo della domanda interna, una diminuzione dei salari, un incremento dei tassi sui mutui”.

Stando a una certa vulgata populista, la sovranità europeafavorirebbe i banchieri e i poteri forti. Da dove deriva questa visione, secondo lei? E soprattutto, perché i banchieri e poteri fortisono considerati un male?
“Chiediamoci, prima di tutto, cosa vuol dire sovranità europea. Lo scollamento tra popolo europeo e istituzioni, che sempre più veementemente le società civili di alcuni stati membri denunciano come elitarie, affonda le sue radici in un progetto europeo che, dalla creazione della CECA nel 1951, ha da sempre anteposto l’integrazione economica e finanziaria a quella politica. La sovranità oggi contestata è quella economica. Impedisce alla comunità di stati membri di guardare, in maniera coesa, al futuro politico regionale e internazionale dell’Unione Europea. La crisi finanziaria del 2008 ha, inoltre, ulteriormente eroso la fiducia di gran parte della popolazione europea, prostrata economicamente e, di conseguenza, a livello sociale. La soluzione però non è fuori, ma dentro l’Europa. Recuperare la fiducia nelle istituzioni europee è cruciale per dare nuovo slancio ad un’autentica sovranità e coerenza politica della regione”.

Recuperare la fiducia nelle istituzioni europee sembra proprio essere il punto nodale. L’opinione pubblica italiana è veramente così delusa?
“I risultati prodotti dall’EU Cohesion Monitor di ECFR rispetto all’Italia dicono che la coesione individuale è diminuita del 3,7% dal 2007 al 2017. Gli italiani sono stati già scottati una volta. Nel 2012 Berlusconi fu costretto a dimettersi senza aver perso la maggioranza in parlamento, per essere sostituito da un governo tecnico (Monti). Ancora oggi gli italiani lo ricordano come il governo dell’austerità estrema. Gli elettori vogliono vedere che il loro voto conta. Vogliono percepire il proprio ruolo nella società e non accettano di essere guidati dai mercati, dalla finanza o da altri paesi europei. Dichiarazioni come quelle delCommissario Oettinger esprimono esattamente tutto ciò che gli italiani non vogliono, e per questo molto pericolose”.

L’Europa ha veramente bisogno dell’Italia?
“Sì. Moltissimo. Se sorvoliamo sull’aspetto identitario (siamo uno dei paesi fondatori dell’Unione Europea) a livello puramente pratico e strategico l’Italia è la terza economia europea. Se salta l’Italia salta il progetto europeo. Ha inoltre una posizione geografica al centro della rotta mediterranea che funge da ponte di collegamento tra i migranti e l’Europa. Il nostro paese contribuisce alla stabilità europea. Anche con la gestione del Sistema europeo comune di asilo, che vede nell’Accordo di Dublino, presto al vaglio istituzionale, uno dei pilastri su cui poggia. Siamo il paese di primo ingresso, e per questo tenuto a valutare le domande di asilo. All’Italia vengono sottoposte protezione sussidiaria e internazionale. Svolge quindi un compito insostituibile, insieme agli altri stati del Sud Europa, nell’assicurare una gestione ottimale dei flussi”.

Cosa ci guadagnerebbero paesi come Francia e Germania da un’eventuale uscita dell’Italia dall’Europa?
“I recenti sviluppi in ambito di accordi bilaterali (Francia-Germania e Francia-Italia) non fanno presagire particolari vantaggi per l’asse franco-tedesco, in caso di uscita dell’Italia dall’UE. Peraltro le economie di Italia e Germania sono fortemente legate. Inoltre come Francia e Germania si stanno preparando all’elaborazione del Nuovo trattato dell’Eliseo, per dare avvio a una cooperazione sempre più intensa in ambiti cruciali quali difesa, politica estera, cultura e diritti sociali, così Francia e Italia sono all’opera per l’elaborazione del Trattato del Quirinale. Il Trattato, la cui firma è prevista per il prossimo autunno, mira a rafforzare la cooperazione tra i due Paesi europei. In particolare nell’ambito dei rapporti industriali, culturali e dell’istruzione”.

A questo punto è auspicabile la famosa Europa a due velocità?
“Più che a più velocità meglio parlare di multi track. Soprattutto dopo Brexit, le istituzioni europee, commissione in primis, si sono rese conto della necessità di permettere ai paesi che vogliano progredire sulla strada dell’integrazione di farlo senza impedimenti. Non dimentichiamo però che l’Unione è tale in quanto espressione della volontà di 28 (ancora per poco) stati membri. Accanto alla possibilità che paesi simili approfondiscano la propria cooperazione in specifici ambiti della politica europea, i trattati ci impongono di applicare il principio di solidarietà. Non ci è concesso lasciare deliberatamente indietro nessuno”.

Quanto pesano e peseranno gli avvenimenti di queste settimane sulla reputazione italiana e sul nostro peso politico a livello internazionale?
“Sulla reputazione, sarebbe bene ciascuno guardasse a casa propria. Ed evitasse interferenze soprattutto nella fase di creazione di un governo. Semmai come già sottolineato, siamo alle porte di importanti appuntamenti europei e internazionali. Se l’Italia non avrà un governo politico solido sarà irrilevante. E rischierà di procedere al traino di Paesi economicamente e politicamente più solidi”.

Redazione

30 settembre 2018

Tassare la Prostituzione

Paradossi Italiani 2012 ! A Bologna esperimento per pilota per regolarizzare i versamenti del mestiere più antico del mondo

Il Governo Monti ha chiesto tra le lacrime agli italiani maggiori sacrifici: sono previsti aumenti delle tasse pressoché per tutte le categorie di lavoratori. Restano però anche esenti, collocate in una sorta di limbo fiscale, le prostitute che non sono sottoposto ad alcuna tassazione. La normativa italiana non regolamenta, come ignorasse il fenomeno, e a quanto pare così fa il Fisco.

LA LEGGE SULLA PROSTITUZIONE IN ITALIA

Occorre partire da una premessa importante, oggetto spesso di considerazioni errate. La prostituzione in Italia non è reato: lo sono invece tutta una serie di potenziali attività ad essa correlate e illecite, quali il favoreggiamento o lo sfruttamento della prostituzione, l’induzione alla prostituzione etc.

Finora quindi lo Stato ha preferito tirarsi fuori e non regolamentare la situazione, giungendo peraltro ad evidenti contraddizioni come quella dell’inquadramento fiscale.

E’ ovvio che non si può chiedere ad un ladro di pagare le tasse sul bottino perché esso svolge un’attività illecita, ma in questo caso la situazione è diversa.

TASSE PROSTITUZIONE: PERCHE’ LE PROSTITUTE NON LE PAGANO

Ma allora perché se quello della prostituta è un mestiere legale queste ragazze sono esenti dal pagamento delle tasse? La questione è tornata di attualità ora che il Fisco ha messo di nuovo mano nelle tasche degli italiani ma non si tratta certo di una faccenda nuova. Ci sono associazioni, ad esempio l’Associazione Toscana a Difesa dei Consumatori, che da anni si battono per questo problema nell’ipocrisia e l’indifferenza generale.

Dal punto di vista giuridico non esiste dunque una motivazione che giustifichi questo paradosso: intuitivamente le ragioni di questa esclusione non sono difficili da immaginare e più che ad un privilegio delle prostitute sembrano orientate alla tutela della privacy dei clienti e alla protezione omertosa del giro d’affari illegale che la prostituzione genera a basse tariffe per i consumatori.

In Italia del resto la privacy è un alibi perfetto quando si vuole agire nell’anonimato (vedi anche il decreto sulle intercettazioni). Ma siamo sicuri che la privacy di cui sono preoccupati sia solo quella legata alla sfera sessuale? Potersi permettere di andare con le prostitute in tempi di crisi significa avere un certo tenore di vita quindi forse sarebbe proprio il caso di estendere anche ai clienti i controlli sulle dichiarazioni.

LEGALIZZAZIONE PROSTITUZIONE: A BOLOGNA LE PROSTITUTE PAGANO LE TASSE

Da questo punto di vista merita di essere citato l’esperimento pilota che vede protagonista la città di Bologna. Nelle strade del capoluogo emiliano i carabinieri hanno censito le prostitute annotando i guadagni medi giornalieri. Il 95 % di quelle che lavorano per strada risultano essere di nazionalità rumena: non sono rimpatriabili perché fanno parte dell’ Unione Europea ma non godono del privilegio esentasse. Ed ecco il cavillo che l’Agenzia delle Entrate aspettava: considerando che in media ognuna di loro guadagna dai 300 ai 500 euro a notte è evidente che per le casse dell’Erario rappresenta un’entrata non indifferente.

Anche la senatrice radicale Poretti, propositrice di un disegno legge per la legalizzazione della prostituzione, ha fatto i conti: «70 mila prostitute presenti nel nostro paese per 9 milioni di clienti e un costo medio per prestazione di 30 euro fa un giro d’affari, sicuramente per difetto, di 90 milioni al mese, oltre un miliardo l’anno».  Rapportato ad un’aliquota al 26 % significa un’entrata pari a 260 milioni di euro (al netto del denaro incassato da straniere irregolari e dalle minorenni).

L’esperimento avviato a Bologna, una delle città italiane in cui il business della prostituzione sembra essere maggiormente proficuo, ha creato una spaccatura politica. Sel e radicali si sono opposti, Pdl e Lega hanno invece approvato l’idea. Sicuramente oltre alla tassazione va previsto un trattamento fiscale completo, come ha sottolineato la vendoliana Cathy La Torre, capogruppo Sel in Comune: questo include diritto alla pensione e di tutti gli altri servizi connessi al fatto di essere riconosciute dal Fisco.  

I leghisti hanno ripreso la raccolta di firme per abrogare la legge Merlin e riaprire le case chiuse. Anche l’Udc si schiera con la Lega, deciso ad abbattere il muro di omertà che protegge il fenomeno della prostituzione.

Pia Corve, segretaria del Comitato per i diritti delle prostitute, si è detta fortemente contraria e ha invitato le ragazze a farsi identificare ma senza offrire dettagli sulla propria vita privata.

Intanto il censimento dei carabinieri va avanti: su 248 ragazze finora identificate il 955 sono rumene, l’1,8% russe e l’1,6% uruguaiane. 

Redazione

Reddito di cittadinanza approvato con il DEF 2019


Reddito di cittadinanza approvato con il DEF 2019

Il reddito di cittadinanza (insieme alla pensione di cittadinanza) partirà dal 2019: il Governo Conte darà fino a 780€ alle persone che stanno attraversando un momento di difficoltà economica.

Il reddito di cittadinanza sarà all’interno della manovra finanziaria, con la quale saranno stanziate le misure per far partire questo importante strumento per il sostegno del reddito già dal 2019.

La conferma dell’introduzione del reddito di cittadinanza già dal prossimo anno è arrivata con l’approvazione della nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza - il DEF 2019 - con il quale il Consiglio dei Ministri ha accettato di aumentare il rapporto deficit/PIL al 2,4%.

In questo modo il Governo avrà a disposizione abbastanza risorse per introdurre con la Legge di Bilancio 2019 molti dei provvedimenti annunciati dal contratto nato dalla collaborazione tra Lega e Movimento 5 Stelle: oltre al reddito di cittadinanza - che potrà essere richiesto tramite i centri per l’impiego da marzo 2019 - quindi ci sarà la tanto paventata riforma delle pensioni con il superamento della Legge Fornero e l’introduzione della flat tax.
Il reddito di cittadinanza

A partire dal prossimo anno quindi le persone che vivono una situazione di difficoltà economica (si parla di una soglia Isee di circa 8.000€) potranno richiedere un contributo economico mensile di importo pari a 780€.

Per coloro che invece sono occupati ma percepiscono uno stipendio inferiore a questa cifra, sarà prevista un’integrazione sulla retribuzione fino ad arrivare appunto ai suddetti 780€.

Oltre a beneficiare di un contributo economico, però, chi ha diritto al reddito di cittadinanza deve rispettare determinati obblighi: questo strumento, infatti, non ha un obiettivo meramente assistenzialista dal momento che punta anche a favorire il reinserimento sociale e lavorativo della persona in difficoltà.

Ecco perché chi fa domanda per il reddito di cittadinanza dovrà accettare di iscriversi al centro per l’impiego e dimostrare di passare almeno 2 ore al giorno per la ricerca di una nuova occupazione, oltre a frequentare corsi specifici per l’acquisizione di una qualifica professionale e ad offrire la propria disponibilità per 8 ore alla settimana per la partecipazione a progetti utili alla comunità.

È previsto il decadimento del beneficio, invece, per chi non accetterà una delle prime tre proposte di lavoro pervenute tramite il centro per l’impiego.

Per maggiori informazioni, ecco una guida sul reddito di cittadinanza con tutte le informazioni su importi, requisiti e tempistiche.

La pensione di cittadinanza

Quanto detto per il reddito di cittadinanza, ovvero che nessuna persona in età da lavoro dovrebbe vivere al di sotto della soglia di povertà, si applica anche per i pensionati.

Per questo motivo è prevista l’introduzione di una pensione di cittadinanza, di importo sempre pari a 780€, per i pensionati che hanno un reddito inferiore ad una determinata soglia.

Il funzionamento della pensione di cittadinanza è simile a quello dell’integrazione al minimo della pensione, con il quale oggi le pensioni di coloro che soddisfano determinati requisiti legati al reddito vengono integrate fino al raggiungimento del minimo di 507€.

Con l’entrata in vigore della pensione di cittadinanza, quindi, questa integrazione verrà portata ad un massimo di 780€, importo che dovrebbe essere rimodulato a seconda del numero dei familiari a carico del pensionato.

Perché tutto questo allarmismo per un rapporto deficit/PIL al 2,4% quando tutti i governi dal 2011, compreso quello di Mario Monti, hanno fatto di peggio? Nel 2011 il rapporto deficit/PIL fu addirittura del 3,5%, e solo il governo Gentiloni si è comportato in maniera sostanzialmente uguale (2,3%). Perfino lo stesso Trattato di Maastricht prevede una soglia di sicurezza più alta, fissata al 3% (parametro privo di fondamenti economici e fissato arbitrariamente dal Governo Mitterand, secondo il suo stesso economista Guy Abeille https://www.byoblu.com/2015/07/09/ecc...


 Valerio Malvezzi



Redazione

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