29 settembre 2018

Demoralizzati a vita, il prezzo della felicità illusoria dei consumi


Demoralizzati a vita, il prezzo della felicità illusoria dei consumi

La nostra discesa nell’Era della Depressione sembra essere inarrestabile. Fino a tre decenni fa le prime avvisaglie di depressione comparivano intorno ai trent’anni. Oggi l’età media è scesa ai 14. Studiosi come Stephen Izard della Duke University segnalano che, nelle società industrializzate dell’Occidente, il tasso di depressione raddoppia ogni due generazioni. A questo ritmo, oltre il 50% delle generazioni più giovani, tra i 18 e i 29 anni, soccomberà sotto il peso della depressione già a mezz’età. Considerando l’attuale tendenza, si ipotizza che nella prossima generazione praticamente tutti potranno essere potenziali vittime della depressione.

A differenza di molte culture tradizionali in cui questa malattia è totalmente assente – e in cui non esiste nemmeno un vocabolo per definirla – la cultura consumistica occidentale è sicuramente più soggetta a sviluppare la depressione. Un termine di uso comune per descrivere una condizione mentale che dovrebbe però essere interpretato in maniera diversa. In realtà, infatti, la maggior parte delle persone a cui è stato riconosciuto uno stato patologico di depressione non rientra perfettamente nei criteri diagnostici della malattia. Ramin Mojtabai della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health ha condotto lo studio più importante a riguardo, esaminando un campione di oltre 5.600 casi e riscontrando che soltanto il 38% dei pazienti aderiva strettamente ai criteri di depressione.

Contribuisce a creare tale confusione l’insidiosa epidemia di “demoralizzazione” che affligge la cultura moderna. Dal momento che alcuni sintomi sono in comune con la depressione, si tende a etichettare la demoralizzazione in modo errato e a trattarla come depressione. Lo scarso successo dei farmaci anti-depressivi, efficace solo nel 28% dei casi, è da attribuire al fatto che un’alta percentuale dei casi di depressione sono in realtà casi di “demoralizzazione”, che dunque non rispondono alle cure.Fonte: Flickr / Credits: r2hox. Alcuni diritti riservati.

Un disordine esistenziale

In passato, la nostra idea di demoralizzazione era limitata a specifiche situazioni estreme, come lesioni fisiche debilitanti, malattie terminali, campi di prigionia, o tattiche militari che andavano contro ogni morale. Ma c’è anche una varietà culturale che può esprimersi in maniera molto più sottile, e svilupparsi nascondendosi dietro la normale routine della vita di tutti i giorni, sotto le spoglie di patologie della nostra cultura odierna. La demoralizzazione, generata culturalmente, è praticamente impossibile da evitare per il consumatore moderno.

Piuttosto che un disordine di natura depressiva, la demoralizzazione è un disturbo esistenziale associato al collasso della “mappa cognitiva” della persona. È una crisi psico-spirituale complessiva che disorienta le sue vittime e le rende incapaci di assegnare il giusto significato e il giusto scopo alle cose, e di trovare fonti di soddisfazione personale. Il mondo perde di credibilità e quelle che prima erano ferme convinzioni, si dissolvono ora nel dubbio, nell’incertezza e nella perdita di orientamento. Insorgono quindi frustrazione, rabbia e amarezza insieme ad un sotteso senso di aver perso una battaglia. La definizione “depressione esistenziale” non è appropriata dal momento che, a differenza delle forme più comuni di depressione, la demoralizzazione è una risposta realistica alle circostanze che influenzano la vita della persona che ne è vittima.

La cultura dei consumi impone numerosi fattori di influenza che indeboliscono le strutture della personalità minacciando la capacità di lottare e gettando le basi per una potenziale demoralizzazione. Le sue caratteristiche portanti – l’individualismo, il materialismo, la competizione sfrenata, l’avidità, la tendenza a complicare le cose, il troppo lavoro, la frenesia, i debiti – si ripercuotono negativamente sulla salute psicologica e sul benessere sociale. Il livello di intimità, fiducia e amicizia tra le persone è colato a picco. Sono venuti meno il buon senso, il supporto sociale e comunitario, il conforto spirituale, la crescita intellettuale e l’educazione alla vita. La passività e l’ampia disponibilità di beni hanno rimpiazzato creatività e competenze. Alcuni tratti caratteristici della resilienza, come la pazienza, la capacità di controllo e la forza d’animo, hanno lasciato il posto a una generale scarsa attenzione, agli eccessi e ad un approccio alla vita autoreferenziale.

Studi dimostrano che, a differenza del passato, la maggior parte della gente è oggi incapace di trovare una qualsivoglia forma di filosofia di vita, o una linea di valori. Senza una “bussola esistenziale” la mente soggiogata dalla commercializzazione gravita attorno alla “filosofia del futile” – così ribattezzata da Noam Chomsky – nella quale le persone, schiacciate dal peso del loro ruolo di consumatori malleabili, si sentono spogliate del proprio potere e del proprio valore. In questa condizione di mancanza di sostanza, di spessore, e di deriva dagli altri e da sé stessi, il sottile e fragile “Io” del consumatore è facile da frammentare e da abbattere.

I principi organizzativi fondamentali e le pratiche della cultura del consumatore fanno sì che si perpetui un “vuoto esistenziale”, l’anticamera della demoralizzazione. Non sorprende che questo vuoto interiore venga spesso vissuto come una noia cronica da cui non si può fuggire. Sebbene in superficie appaia il contrario, l’era dei consumi è estremamente noiosa. La causa della noia non è ascrivibile all’attività in sé, che può essere intrinsecamente noiosa, ma al fatto che è priva di significato per la persona che la svolge. La vita del consumatore è imperniata sull’eccesso di desiderio per beni materiali insignificanti, ed è per questo avviluppata nella noia, nel cinismo, nella disaffezione, nell’insoddisfazione. Si evolve così in “noia esistenziale”, in cui la persona trova tutto monotono e non appagante.

Il consumismo di per sé genera una spirale motivazionale fallace per la società. La realizzazione continua dei desideri ha l’unico effetto, in totale assenza di limiti, di assuefare le persone e di smorzare ogni potenziale soddisfazione per ciò che viene consumato. La persona scivola così nell’”anedonia del consumatore”, laddove il consumo perde di ogni potere di gratificazione e offre soltanto un’effimera distrazione, assumendo un valore rituale. Consumismo e torpore psichico sono perciò irriducibili alleati.

I modelli individualistici della mente hanno ostacolato la comprensione di molti disturbi che affondano le proprie radici prima di tutto nella cultura. Gli ultimi anni hanno visto un crescente interesse verso argomenti di salute e di malattie culturali dal momento che hanno un effetto diretto sul benessere generale. Allo stesso tempo ci si sta progressivamente distaccando dai modelli comportamentali, tornando piuttosto all’ovvia constatazione che l’essere umano ha una natura essenziale, così come una serie di bisogni umani ben definiti, che devono essere indirizzati da un’impronta culturale.Fonte: Flickr / Credits: Kat Northern Lights Man. Alcuni diritti riservati.

Nel suo pionieristico libro “The Moral Order” [“L’Ordine Morale”, NdT], l’antropologo Raoul Naroll usa il termine “rete morale” per indicare l’infrastruttura culturale necessaria per il benessere mentale dei propri membri. Fornisce diversi esempi per dimostrare che una società intera può essere predisposta a una serie di disturbi mentali laddove la sua “rete morale” si deteriori. Per evitare una simile situazione la rete morale di una società deve essere in grado di adempiere ai principali bisogni – psicologici, sociali, spirituali – dei suoi componenti includendo un senso di identità e di appartenenza, un’attività di cooperazione che crei un legame tra i membri di una comunità, rituali e credenze che offrano un orientamento esistenziale credibile.

Analogamente, nel saggio “The Sane Society” [(nella versione in italiano, “Psicanalisi della società contemporanea”, NdT], Erich Fromm menziona lo “schema di orientamento” come uno dei nostri vitali “bisogni esistenziali”. Tuttavia, fa notare che le “pedine del marketing” dei nostri giorni sono vincolate a un programma culturale che blocca attivamente la realizzazione di varie necessità, inclusi il bisogno di appartenenza, d’identità, di trascendenza e di stimolo intellettuale. Viviamo in una condizione di “follia culturale”, un termine che si riferisce ad una collisione patologica tra le strategie di acculturazione di una società e i bisogni intrapsichici dei suoi membri. Essere normali non è più un’ambizione salutare.

La natura umana è virata sempre più verso una sociopatica macchina del marketing dominata da priorità economiche e manipolazione psicologica. Non si era mai visto prima un sistema culturale che obbligasse i propri membri a sopprimere quasi totalmente la propria umanità. A guidare l’ostile ribaltamento della psiche collettiva sono le industrie di propaganda e disinformazione che, in modo sempre più sofisticato, veicolano l’illusione di una felicità amplificata dalle aspettative del mondo materiale. I consumatori odierni sono senza dubbio i più influenzati dalla propaganda in tutta la storia dell’uomo. Un effetto ipnotico e ripetitivo, che riduce le capacità critiche e altera il senso di sé stessi, e trasforma la realtà fittizia del consumismo in un surrogato del senso e dello scopo della vita.

Più ci si sente persi, disorientati e spiritualmente sconfitti, più si diventa suscettibili alla persuasione e si accettano le esagerate aspettative del consumismo. Ma in una realtà fittizia, le prospettive gonfiate all’inverosimile spesso contrastano con la tangibile verità dell’esperienza. Dal momento che nulla è mai all’altezza delle aspettative, il mondo del consumatore è un continuo esercizio del disappunto. Mentre la maggior parte delle delusioni sono minime ed è facile prendervi le distanze, queste si accumulano in un bagaglio emozionale fatto di frustrazione, in cui le necessità umane più profonde vengono trascurate.

Impermeabilità culturale

Principalmente, la demoralizzazione è una perdita di credibilità nei pilastri portanti della nostra esistenza che guidano le nostre azioni. I presupposti che mantengono viva la nostra lealtà al consumismo sono vulnerabili, dal momento che sono particolarmente disumanizzanti. Man mano che questi vengono allo scoperto, diventa sempre più difficile identificarsi con nuovi valori, nuovi obbiettivi e nuove ambizioni che hanno fatto parte della realtà del consumatore. La sensazione immediatamente successiva è quella di sentirsi in qualche modo abbandonati e di aver fatto una scelta di vita sbagliata: questo stato emotivo viene spesso scambiato per depressione o per infelicità, mi si tratta di fatto di una forma di demoralizzazione che qualsiasi consumatore vive sulla propria pelle.

Per le generazioni più giovani, il decorso della noia, della delusione, della disillusione e della demoralizzazione è praticamente inevitabile. Frutto di genitori invisibili, di un’educazione industrializzata, di un marketing di stampo “dalla culla alla tomba”, di un programma culturale estremamente noioso e malsano, i giovani devono inserirsi in una cultura consumistica con la consapevolezza che questa distrugge il pianeta e minaccia il loro futuro. È quindi comprensibile che si siano trasformati in quella che è la “trance generation”, che ha uninsaziabile appetito per una tecnologia che riduce la consapevolezza e smussa le emozioni. Con una società in piena crisi esistenziale e una vita emotiva in caduta libera, la “trance” è al momento la fascia di consumatori più in crescita del mercato.

Una volta che le nostre certezze si sono sgretolate e si dà spazio alla demoralizzazione, il problema diventa come ricostruire le fondamenta, insite nel subconscio, che sorreggono la nostra vita. La psicologia e la psichiatria servono a poco, nella loro forma attuale, a curare disturbi che sono a tal punto radicati nella cultura e nella normalità. Mentre la terapia individuale non curerà una società demoralizzata, per rendere effettivi i trattamenti sarà necessario adottare un approccio orientato a un’analisi profonda e focalizzata su ciò che, culturalmente, genera certi presupposti, sul senso d’identità, sui valori e su ciò che è importante. La “deprogrammazione” culturale è essenziale, insieme a una “impermeabilità culturale”, a mettere in pratica un’educazione alla disobbedienza e strategie di crescita personale, tutte mirate a costruire una visione del mondo che meglio connette la persona a sé stessa, agli altri e alla natura.

Il compito vero e proprio è quello trattare una cultura malata piuttosto che gli individui che ad essa appartengono. Erich Fromm sintetizza così questa sfida: “Non possiamo riportare le persone in salute semplicemente facendo in modo che si adattino alla società. Ciò che serve è una società che si adatti ai bisogni delle persone”. La soluzione di Fromm prevede un Consiglio Supremo di Cultura che funga da sovrintendente culturale e consigli i Governi riguardo ad azioni correttive e preventive. Ma questo stratagemma ha ancora parecchia strada da fare, dato che si tratta di una scienza di cambiamento culturale. La democrazia nella sua guisa attuale è un guardiano della follia culturale.

La rivoluzione culturale che rinnoverà il processo politico, economico, le policy del lavoro, della famiglia e dell’ambiente, giunge comunque tardiva. È vero che una società di gente demoralizzata difficilmente si ribellerà, anche se siede su un enorme cumulo di frustrazione repressa. Ma la fiducia fa da contrappeso alla demoralizzazione, e questa frustrazione può trovare sfogo con una grande energia quando all’equazione si aggiungono una causa o una leadership credibili.

Sembra che questa fiducia, insieme a un’azione propositiva e significativa, deriverebbe dalle ripetute minacce alla nostra sicurezza e sopravvivenza posta dall’incongruenza fatale tra la cultura consumistica e i bisogni del pianeta. Il problema è che non si è rimarcato abbastanza il grado di demoralizzazione che infetta l’era del consumismo. Con un’infrastruttura fortemente consolidata e una forza di opposizione minima, tutto fa pensare che il nostro sistema obsoleto – talvolta denominato “capitalismo del disastro” – terrà banco fino a che non sarà una catastrofe globale a indirizzarci verso nuovi orientamenti culturali.

Redazione

25 settembre 2018

Volontariato e appalti pubblici. Riflessioni sulla sentenza della Corte di giustizia europea

Volontariato e appalti pubblici. Riflessioni sulla sentenza della Corte di giustizia europea.

Le associazioni di volontariato possono essere considerate imprese ai sensi delle disposizioni del Trattato europeo relative alla concorrenza. Questo principio affermato dalla Corte di giustizia europea, III sezione, nella sentenza del 29 novembre 2007 (Causa C-119/06) appare dirompente per l’ordinamento italiano, soprattutto se considerato sotto il profilo della tutela della concorrenza negli appalti pubblici. Infatti è orientamento consolidato nella giurisprudenza dei Tribunali amministrativi regionali, sin dalla fine degli anni novanta, quello di ritenere illegittime le procedure di gara per l’appalto di servizi aperte anche alle associazioni di volontariato, per la particolare natura di tali organizzazioni delineata dalla legge di riferimento n. 266/91 che non consentirebbe una competizione sul mercato al pari delle altre imprese.
La sentenza in oggetto trae origine dalla segnalazione alla Commissione europea presentata da un’azienda di autonoleggio con conducente, che denunciava come l’accordo quadro tra la Regione Toscana e alcune associazioni di volontariato per lo svolgimento di attività di trasporto sanitario precludeva la partecipazione di altre imprese in violazione della direttiva 92/50/CEE, che invece imponeva la pubblicazione di un bando di gara e, in linea di principio, l’aggiudicazione dell’appalto mediante procedura aperta o ristretta.
Se pure l’esito della sentenza è stato quello di rigetto del ricorso per inadempimento ai sensi dell’art. 226 CE proposto dalla Commissione delle comunità europee – la Commissione infatti non ha prodotto alcuna prova del valore dell’appalto impugnato che, se superiore alla soglia stabilita dalla direttiva 92/50 CEE avrebbe comportato l’accertamento di inadempimento dello Stato italiano – tuttavia la pronuncia riveste notevole importanza per le considerazioni espresse dalla Corte sulla natura delle associazioni di volontariato e della loro attività, alla luce anche dei principi codificati nel D.Lgs. 163/2006 (Codice dei contratti pubblici di lavori, servizi e forniture). 
La Corte rileva infatti che l’assenza di fini di lucro e la presenza di finalità di solidarietà sociale, evidenziate dallo Stato italiano per negare la natura di appalto pubblico all’accordo sottoscritto dalla Regione Toscana con le associazioni di volontariato, non esclude che tali associazioni esercitino un’attività economica e costituiscano imprese ai sensi delle disposizioni del Trattato relative alla concorrenza. Ne deriva pertanto che le associazioni interessate possano esercitare un’attività economica in concorrenza con altri operatori. Si tratta di un principio codificato nel D.Lgs 163/2006, in particolare il comma 19 dell’art. 3 che definisce prestatore di servizi “…una persona fisica, o una persona giuridica, o un ente senza personalità giuridica…che offra sul mercato, rispettivamente, …la prestazione di servizi”: del resto, in base all’orientamento comunitario, qualsiasi entità che eserciti un’attività economica, consistente nell’offrire beni e servizi su un determinato mercato contro un corrispettivo, assume i rischi dell’imprenditore e quindi rientra nella nozione di impresa.
La Corte inoltre aggiunge che la circostanza che i collaboratori di tali organizzazioni agiscano a titolo volontario, permettendo alle stesse di presentare offerte a prezzi notevolmente inferiori a quelli di altri offerenti, non impedisce loro di partecipare alle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici previste dalla direttiva 92/50.
Proprio l’elemento della presenza prevalente di volontari nell’attività di queste organizzazioni, unitamente al fatto che la voce principale delle entrate sia costituita, in base alla legge n. 266/91, da rimborsi e solo marginalmente da corrispettivi derivanti da attività produttive, ha orientato i giudici amministrativi nel ritenere che tali organizzazioni siano giuridicamente inidonee a svolgere attività di impresa in concorrenza con altri operatori economici, precludendo loro la partecipazione a procedure di gara per l’affidamento di servizi. 
Si badi che questo orientamento giurisprudenziale è riferito solo alle associazioni di volontariato ex L. 266/91, poichè la posizione dei giudici amministrativi nei confronti di altri soggetti no profit (come ad esempio gli enti di promozione sociale, le fondazioni, le associazioni senza finalità di lucro, altri soggetti ONLUS) è quella di ammettere la loro partecipazione alle gare pubbliche al pari delle imprese commerciali (T.A.R. Lazio sez. III quater n. 5993/2006), operando il divieto solo per le associazioni di volontariato (T.A.R. Emilia Romagna sez.II Bologna n. 822/2005).
Occorre a questo punto esaminare la disciplina normativa delle associazioni di volontariato per verificare se effettivamente costituisca un ostacolo al libero dispiegarsi sul mercato di queste organizzazioni nell’erogazione di servizi alla pubblica amministrazione.

Convenzioni con la pubblica amministrazione.
Il volontariato ha trovato una disciplina organica con la L. 266/91 (Legge quadro sul volontariato), che riconosce il valore sociale e la funzione dell’attività del volontariato come espressione di partecipazione, solidarietà e pluralismo.
Tale normativa rappresenta uno dei primi interventi completi in materia di no profit organizations: essa definisce chiaramente l’attività di volontariato come quella attività “prestata in modo personale, spontaneo e gratuito, tramite l’organizzazione di cui il volontario fa parte, senza fini di lucro anche indiretto ed esclusivamente per fini di solidarietà”.
Il legislatore del 1991, oltre che regolamentare una tipologia di organismo associativo no profit ulteriore rispetto alle forme classiche del Libro I del codice civile, si preoccupa anche di promuoverne lo sviluppo e di favorirne “…l’apporto originale per il conseguimento delle finalità di carattere sociale, civile e culturale individuate dallo Stato, dalle regioni, … e dagli enti locali.” Si tratta di finalità proprie anche dello Stato e degli enti territoriali, a sottolineare il fenomeno di condivisione di obiettivi di pubblica utilità tra soggetti privati e soggetti pubblici secondo il principio di sussidiarietà orizzontale sancito oggi dall’art. 118, 3^ comma, della nostra Costituzione.
In particolare questa condivisione è strettissima con i comuni, enti chiamati dal nostro ordinamento a produrre “… beni ed attività rivolte a realizzare fini sociali e a promuovere lo sviluppo economico e civile delle comunità locali”, come recita l’art.112 del Testo Unico degli Enti Locali.
Lo strumento per dare veste giuridica a questa forma di collaborazione tra pubbliche amministrazioni e volontariato è la convenzione, che l’art.7 della L. 266/91 introduce come una possibilità, a patto che le associazioni siano iscritte da almeno sei mesi nei registri istituiti presso le regioni e che dimostrino attitudine e capacità operativa. L’art.7 peraltro non spiega quale sia l’oggetto delle convenzioni ma si limita a prevederne l’esistenza e a disciplinarne a grandi linee il contenuto.
Nella concreta esperienza molte convenzioni hanno come oggetto attività concretamente finalizzate a produrre servizi a beneficio di utenti specifici o della comunità in generale. Il campo d’azione privilegiato, comunque, dalle associazioni di volontariato è quello dei servizi alla persona, in particolare i servizi socio-sanitari. Nel sistema degli interventi sociali le associazioni di volontariato sono chiamate dalla L.328/2000 (“Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali”), insieme agli altri soggetti del Terzo settore, non soltanto a gestire i servizi ma a co-programmare e co-progettare gli interventi insieme con le pubbliche amministrazioni competenti.
L’atto di indirizzo e coordinamento sui sistemi di affidamento dei servizi alla persona in attuazione della L.328/2000 (D.P.C.M. 30 marzo 2001) specifica meglio il ruolo del volontariato nel sistema dei servizi socio-assistenziali. Infatti l’art. 3 recita “Le regioni e i comuni valorizzano l’apporto del volontariato nel sistema di interventi e servizi come espressione organizzata di solidarietà sociale, di auto-aiuto e reciprocità nonché con riferimento ai servizi e alle prestazioni, anche di carattere promozionale, complementari a servizi che richiedono una organizzazione complessa ed altre attività compatibili… con la natura e le finalità del volontariato. Gli enti pubblici stabiliscono forme di collaborazione con le organizzazioni di volontariato avvalendosi dello strumento della convenzione…”.
Così delineata la convenzione assume carattere di accordo di collaborazione per attuare il principio di sussidiarietà orizzontale, non contratto sinallagmatico a prestazioni reciproche ma accordo associativo con cui il soggetto pubblico e il volontariato, nel perseguire le medesime finalità di solidarietà sociale, condividono responsabilità, rischi e risorse.
In questa ottica si comprende la scelta del legislatore nell’aver individuato nella convenzione un canale privilegiato con le associazioni di volontariato, non come forma di trattativa privata (rectius: procedura negoziata) in deroga alle procedure di evidenza pubblica, (per una disamina delle trattative private speciali e delle convenzioni si veda F. Botteon, “Attività intellettuale e forme associative”, in “I contratti dello Stato e degli enti pubblici”, gennaio-marzo 2003, pag. 80) ma come strumento di partnership pubblico-privato sociale in cui al volontariato viene riconosciuto non il ruolo di semplice esecutore di attività, ma quello prezioso:
a) di soggetto capace di leggere i bisogni del territorio, di attivare una rete di auto-aiuto e di portare una propria progettualità nella soddisfazione di nuovi bisogni che emergono nella società;
b) di soggetto che collabora con l’ente pubblico nell’attuazione di interventi che vanno ad integrare servizi più complessi e strutturati, che devono invece essere gestiti dai comuni secondo i consueti canoni della normativa in vigore, e cioè direttamente o tramite le forme di affidamento a terzi, in linea di principio con procedure ad evidenza pubblica.
Il sistema di convenzionamento è stato ritenuto ammissibile dalla Corte di giustizia europea (sent. 17/06/97 Causa C-70/95) e non contrastante con l’ordinamento comunitario il fatto che una normativa nazionale possa consentire ai soli operatori che non perseguono fini di lucro di partecipare alla realizzazione di un sistema socio-assistenziale basato sul sistema della solidarietà, mediante la stipula di convenzioni.
Le forti contestazioni di questi anni, per ritornare al discorso iniziale del ricorso che ha originato la sentenza della Corte di giustizia in commento, da parte delle imprese commerciali nei confronti delle convenzioni stipulate con il volontariato sono dovute ad una evidente forzatura da parte degli enti pubblici, che utilizzano impropriamente lo strumento convenzionale sopra descritto per affidare servizi complessi, a volte anche essenziali, al volontariato eludendo le procedure ad evidenza pubblica, nell’ottica della riduzione delle spese.

Volontariato e giurisprudenza amministrativa.
Occorre ora chiarire se il “privilegio” di beneficiare della corsia preferenziale del convenzionamento (che caratterizza non solo come abbiamo visto i rapporti tra pubblica amministrazione e volontariato ma anche quelli con altri soggetti no profit come ad esempio gli enti di promozione sociale, le cooperative sociali, gli enti di patronato, gli enti della cooperazione internazionale, secondo le rispettive leggi di riferimento) implica una discriminazione a rovescio, nel senso che la convenzione resta l’unico canale di accesso agli affidamenti pubblici impedendo la partecipazione paritaria e concorrenziale alle gare pubbliche in quanto soggetti prestatori di attività commerciali (si veda P. Santoro, “Associazioni no profit e cooperative sociali di fronte agli appalti pubblici”, in “I contratti dello Stato e degli enti pubblici”, aprile/giugno 2001 pag. 181).
Se per gli enti no profit, come accennato all’inizio, si apre uno scenario più aderente ad un mercato comunitario aperto che rifiuta privilegi ma anche discriminazioni, con la conseguenza che non è più possibile, anche secondo la giurisprudenza amministrativa, precludere la partecipazione alle gare pubbliche delle organizzazioni non lucrative che dimostrino la capacità di offrire un servizio qualitativamente ed economicamente competitivo, resta invece un “pregiudizio” nei confronti delle associazioni di volontariato.
Questa posizione della giurisprudenza amministrativa si può far risalire alla ormai “storica” sentenza del T.A.R. Lombardia del 1999 (T.A.R. Lombardia, Milano, sez. III, 12/1/99 n.108), seguita a distanza di un anno da un’altra sentenza dello stesso tenore (T.A.R. Lombardia, sez. III, 9/3/2000 n.1869).
Il ragionamento del tribunale lombardo si fonda sul dato normativo della L.266/91. Punto di partenza è la nozione di volontariato definita, come abbiamo visto, come prestazione personale, spontanea e gratuita da svolgere tramite l’organizzazione di cui il volontario fa parte senza fini di lucro, anche indiretto, ed esclusivamente per fini di solidarietà. Questo dato ha fatto ritenere che alle organizzazioni di volontariato, per il loro particolare modello organizzativo e gestionale, è vietato svolgere un’attività che abbia a che vedere con la logica del mercato e, dunque, che le stesse non possono partecipare a una gara pubblica con altre imprese caratterizzate dal fine principale del conseguimento del profitto in regime di libera concorrenza. Peraltro questa preclusione sarebbe giustificata dal canale privilegiato dal convenzionamento visto come strumento tipico ed esclusivo per avvalersi, da parte degli enti pubblici, delle prestazioni rese dal volontariato.
Tale conseguenza drastica che i giudici amministrativi fanno discendere dalla lettura della norma è sembrata frutto di una forzatura (si veda R. Manservisi, “Il Terzo Settore tra appalto e convenzione”, in “IPAB oggi”, n.6/2001 pag. 28), poichè il richiamo alla natura spontanea e gratuita del volontariato nella legge è riferito all’attività del volontario piuttosto che a quella dell’organizzazione.
L’interpretazione dei giudici non sembra convincente neanche sotto il profilo del rapporto tra scopo solidaristico e scopo lucrativo (si veda F. Mazzonetto, “Riflessioni sulla possibilità per le associazioni di volontariato di partecipare a una pubblica gara…”, in “I contratti dello Stato e degli enti pubblici”, aprile/giugno 2000, pag.208). Infatti nella legge non è detto che l’attività del volontariato o dell’organizzazione deve necessariamente essere non economica, ma solo che laddove il volontario sia parte di un rapporto giuridico non può ottenere da questo nessun vantaggio economico. Non solo, la tesi per cui l’attività di volontariato dovrebbe essere sempre non economica è contrastata dalla stessa legge 266 che all’art. 5 prevede tra le risorse economiche del volontariato le entrate derivanti da attività commerciali e produttive marginali.
Proprio questo spiraglio è escluso dalla giurisprudenza successiva, che esclude la compatibilità tra possibilità di svolgere attività produttive marginali e la partecipazione a gare pubbliche (si veda la più recente su Lexitalia, T.A.R. Campania, sez. I, sent. n.3021 del 2/4/2007).
Infatti non può essere definita attività produttiva marginale un servizio svolto per un ente pubblico, se non altro per gli interessi generali che esso sottende e per l’impegno che esso per ciò stesso richiede (T.A.R. Veneto, sez. I, sent. N.481 del 3/3/2004). Né possono rientrare tra i proventi derivanti da attività produttiva marginale i corrispettivi derivanti da appalti pubblici, che presuppongono l’espletamento di una procedura fondata sulla comparazione delle offerte con criteri concorrenziali di convenienza tecnico-economica, incompatibile con la natura del volontariato (T.A.R. Piemonte, sez. II, n.1604 del 31.3.2006).

Conclusioni
Pur di fronte ad un orientamento così consolidato dei tribunali amministrativi, il dato certo su cui far leva per aderire al concetto comunitario di impresa valido anche per il volontariato è la possibilità per quest’ultimo di svolgere attività commerciali e produttive marginali. Sarebbe del tutto coerente anche con il dato normativo della L.266/91, che infatti all’art.3 comma 2 consente alle organizzazioni di volontariato di assumere la forma giuridica che ritengono più adeguata compatibilmente con lo scopo solidaristico, lo svolgimento da parte del volontariato di attività di impresa, con i due limiti del rispetto dello scopo solidaristico e del suo carattere marginale, cioé limitato, collaterale e non determinante rispetto alla principale attività di volontariato.
Peraltro la normativa di carattere fiscale sulle O.N.L.U.S. (D.Lgs. 460/97) consente agli organismi non lucrativi di utilità sociale, di cui il volontariato fa parte di diritto, di svolgere attività di impresa strumentale rispetto a quella principale svolta per finalità di solidarietà sociale, perché fa parte della realtà del no profit la possibilità di finanziare l’attività principale con attività di impresa svolta marginalmente e non professionalmente.
Appare dunque poco ragionevole precludere ad una organizzazione di volontariato, strutturata e con capacità imprenditoriale adeguata, pur se riferita all’attività produttiva marginale non prevalente rispetto a quella altruistica, la partecipazione ad una gara pubblica e ammettere in linea di principio un altro soggetto no profit che in concreto potrebbe essere privo della capacità di offrire un servizio adeguato nei confronti della pubblica amministrazione. Semmai è in punto di valutazione della capacità economico-finanziaria e tecnico-professionale che si gioca la possibilità di partecipare ad un appalto pubblico da parte di un soggetto no profit, piuttosto che sulla natura e tipologia del prestatore di servizio.
Resta da vedere se il riconoscimento della natura imprenditoriale del volontariato, operata dalla Corte di giustizia europea, spingerà il legislatore italiano verso questa direzione: infatti il disegno di legge di riforma del volontariato (d.d.l. Magistrelli-Treu) attualmente in discussione presso la commissione Affari sociali della Camera esalta ancor di più la natura altruistica e gratuita del volontariato, escludendo del tutto le possibilità imprenditoriali, che in ambito sociale sono riconosciute attualmente dall’ordinamento alle cooperative sociali e alle imprese sociali.

Redazione

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