20 settembre 2018

SONDAGGI, IL PARTITO GIALLO-VERDE AL 61%...


SONDAGGI, IL PARTITO GIALLO-VERDE AL 61%

Continua la luna di miele di Lega e Movimento 5 Stelle. Dopo quasi quattro mesi al governo la coalizione giallo-verde vale oltre il 60% dei consensi, mentre arrancano Pd e Forza Italia, che raccoglierebbero oggi meno voti rispetto a quanto ottenuto alle Politiche del 4 marzo. A raccontarlo sono i dati degli ultimi sondaggi elettorali realizzati da alcuni dei più noti istituti demoscopici italiani che costantemente monitorano la popolarità dei partiti e dei loro leader.




La media di 7 sondaggi: M5S e Lega tra il 59,6 e il 62%

Stando ai numeri diffusi negli ultimi dieci giorni per trasmissioni televisive e giornali da Demopolis, Demos&Pi – Demetra, Swg, Tecnè, Istituto Piepoli, Euromedia Research e Noto, Lega e M5S (in linea con i dati di inizio settembre) oscillano tra il 59,6 e il 62% delle preferenze. La media dei sette sondaggi indica precisamente i due partiti al 60,7%, con il Carroccio al 31,7, in grande ascesa dopo il 17,4% raccolto alle urne poco più di sei mesi fa, e i 5 Stelle al 29,1%, in leggero calo dal 32,7 di marzo.

Pd e Forza Italia a picco

I segnali sono poco incoraggianti per tutti gli altri. Gli stessi sondaggi indicano il Partito Democratico tra il 15 e il 17,4%, stabilmente al di sotto del deludente 18,7% delle ultime elezioni nazionali. Forza Italia è piombata addirittura sotto il 10% dei voti. Secondo la media dei dati pubblicati dai sondaggisti se si andasse oggi ai seggi il partito di Berlusconi, dopo il 14% delle Politiche, si fermerebbe al 9,3%. Nelle rilevazioni confrontate gli azzurri si muovono tra il 7 e il 10,5% di consenso. Fratelli d’Italia si conferma mediamente al 3,5%, tra il 2,7 e il 4,3%. Una lista unitaria di sinistra, Liberi e Uguali, non arriverebbe nemmeno alla soglia di sbarramento, che la legge elettorale in vigore, il Rosatellum, fissa al 3%. Nel dettaglio Leu oscilla tra il 2,3 e il 3,5% di preferenze. Stabilmente sotto il 3% poi: +Europa, Potere al Popolo, Noi con l’Italia e le altre formazioni minori di centrosinistra. La strada, per le opposizioni, è tutta in salita.

(Foto di copertina: i due vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio durante il giuramento del Governo Conte al Quirinale il 1° giugno 2018. Credit immagine: ANSA / ALESSANDRO DI MEO

Redazione

Dove ci porterà la nuova legge sul copyright in rete?

Dove ci porterà la nuova legge sul copyright in rete?

La commissione giuridica del Parlamento europeo ha dato il via libera a una legge che potrebbe cambiare le regole di internet. 
Forse qualcuno negli ultimi giorni avrà sentito parlare di “fine dei meme”. Fermo restando che si tratterebbe di una piccola-grande catastrofe per l’ilarità in rete, in realtà in ballo c’è molto di più. In Italia la notizia è passata praticamente inosservata, eppure martedì scorso la commissione giuridica del Parlamento europeo ha dato il via libera a una proposta di legge che potrebbe cambiare radicalmente le regole di internet. In negativo.

I padri della rete in rivolta

La settimana scorsa il creatore del World Wide Web Tim Berners-Lee, l’informatico Vint Cerf, il giurista Tim Wo e decine di altri esperti hanno indirizzato una lettera al presidente del parlamento Antonio Tajani per segnalare «una minaccia imminente». Dovuta alle novità che l’Ue si prepara a introdurre in materia di copyright. Il provvedimento consiste nella modifica e nell’integrazione della Copyright Directive, proprio con l’obiettivo di adeguarla all’era di internet. Sebbene non siano ancora definiti i tempi di approvazione (si potrebbe arrivare al voto finale del parlamento intorno agli inizi del 2019), l’allarme è già scattato.

Piattaforme responsabili

Ad attirare le maggiori critiche, comprese quelle arrivate a Tajani, è l’articolo 13 del testo, in cui è sancito che le piattaforme digitali saranno responsabili dei materiali pubblicati dagli utenti, e quindi anche delle violazioni del copyright, che starà a loro evitare. Come? Adottando misure «appropriate». Ovvero? Delle «tecnologie efficaci per il riconoscimento dei contenuti». L’articolo 13, dunque, metterebbe in sordina la vigente direttiva sull’ecommerce, che attribuisce alle piattaforme un ruolo di “tramite” proteggendole dalle sanzioni. E ha due grandi implicazioni: 1) le piattaforme digitali sono considerate a tutti gli effetti come editori; 2) l’attività degli utenti dovrà essere monitorata in maniera molto più dettagliata.

La link tax

Ma non finisce qui. A scatenare polemiche è anche un altro articolo della direttiva, il numero 11, che si è già guadagnato un secondo nome: quello di link tax. Stabilisce che le piattaforme digitali che aggregano notizie e contenuti giornalistici paghino una licenza agli editori per mostrare la loro proprietà intellettuale. In base a quali criteri? Beh, stando al testo attuale, saranno i singoli Stati membri a stabilirlo. Siamo di fronte a una novità di portata epocale, soprattutto per due colossi del web come Google e Facebook. Anche l’articolo 11 ha due implicazioni fondamentali: 1) di nuovo, le piattaforme digitali sono trattate alla stregua di editori; 2) oltre ai contenuti, il link stesso è per la prima volta concepito in termini di proprietà, e quindi soggetto a copyright.

Una serie di contraddizioni

I sostenitori della normativa sono convinti che i diritti d’autore online potranno finalmente essere rispettati grazie a clausole come quelle descritte e che l’uso di internet, tanto per le aziende quanto per gli utenti, non subirà cambiamenti significativi. Axel Voss, eurodeputato tedesco dei cristiano-democratici e promotore della nuova direttiva sul copyright, ha bollato le critiche come «un’esagerazione totale». I principali oppositori, fuori e dentro al Parlamento Europeo, riconoscono l’urgenza delle grandi questioni affrontate dalla direttiva ma ne criticano le risposte. «C’è molta confusione. Probabilmente ci saranno molte implicazioni negative a cui in questo momento nemmeno pensiamo, perché il testo è mal concepito», ha dichiarato a The Next Web Raegan MacDonald, responsabile europeo di Mozilla. In effetti, ci sono delle contraddizioni per cui la rivoluzione europea nella tutela dei diritti d’autore in rete rischia di non essere efficace come quella sulla privacy degli utenti rappresentata dal GDPR.

1) Privacy e controllo

Le disposizioni dell’articolo 13, come anticipato, costringono le piattaforme a rafforzare i controlli sull’attività degli utenti per evitare appropriazioni indebite di materiali altrui di cui sarebbero responsabili. Non solo: è caldeggiato l’impiego di «tecnologie per il riconoscimento dei contenuti» che, non in politichese, sono sistemi di intelligenza artificiale che passeranno al setaccio enormi quantità di dati. Sì, gli stessi saliti agli onori della cronaca dopo lo scandalo di Cambridge Analytica. Con la differenza che dovranno essere ancora più efficaci. Possiamo quindi dire di essere di fronte a un paradosso: se da un lato l’Ue bacchetta i giganti del web per tutelare la privacy degli utenti, dall’altro li incoraggia a controllarci maggiormente in nome del copyright.

2) Tecnologie insufficienti

Gli strumenti di riconoscimento nominati dall’articolo 13 esistono già, ma sono imperfetti. Ce lo dicono innumerevoli episodi di violazione dei diritti d’autore e circostante forse più gravi, che hanno causato sdegno a livello internazionale. Pensiamo alla censura operata da Facebook sulle immagini di opere d’arte in cui sono presenti figure nude. O ai collegamenti a siti neonazisti mostrati da Google Search alla query“olocausto”. O, ancora, agli spot pubblicitari di grandi brand mostrati da YouTube prima di video inneggianti al razzismo e al terrorismo islamico. Stiamo parlando delle piattaforme digitali più grandi e ricche al mondo, figurarsi tutte le altre. C’è molto da migliorare, ha avvertito Mark Zuckerberg quando ha presentato l’intelligenza artificiale come antidoto al problema delle fake news. Ma anche qui qualcosa stona: se allora la maggioranza dei politici ha ritenuto l’I.A. una soluzione inadeguata, oggi è invece messa al centro di una nuova ambiziosa normativa.

3) Editori alla riscossa

Per i suoi fautori l’articolo 11 permetterà agli editori di non lasciarsi schiacciare dalle logiche dei colossi digitali. Una potenziale e giusta riscossa, che però non ha precedenti incoraggianti. Alla fine del 2014 Spagna e Germania imposero a Google una sorta di link tax per le notizie che fu un totale fallimento. Il Google News iberico chiuse per non dover pagare gli editori, causando ai giornali ingenti perdite di traffico e di ricavi pubblicitari. Per la stessa ragione Springer, il più grande editore tedesco, concesse al motore di ricerca di tornare a mostrare le pagine delle sue testate dopo un breve periodo e fu seguito da molti altri editori. Il relatore della riforma, Axel Voss, sostiene che se il provvedimento riguarderà tutti i Paesi Ue insieme, i giganti del web non potranno tirarsi indietro. È probabile, ma la questione di fondo a questo punto è un’altra.

4) Licenze, per cosa?

Il World Wide Web si fonda sul link e sulla possibilità di tutti i siti di linkarsi liberamente, cosa che la licenza introdotta dall’articolo 11 mette ora in discussione. Google e Facebook, tecnicamente, non copiano e pubblicano integralmente al loro interno i contenuti degli editori, ma attivano un collegamento a essi, che nel caso del social network è opera degli stessi editori o degli utenti comuni. Di fatto, c’è un problema interpretativo del concetto di link. In più, che cosa sarebbe effettivamente oggetto di copyright, i titoli e i brevi sommari mostrati negli snippet? «La frase “Angela Merkel incontra Theresa May”, che potrebbe essere il titolo di un articolo, non può essere protetta dal diritto d’autore: si tratta di una mera affermazione di fatto, non di una creazione originale», obietta l’edurodeputata del Partito Pirata tedesco Julia Reda. Oltretutto, per quanto ai giornali possa piacere l’idea di vedersi riconoscere ogni anno una bella somma dalle piattaforme digitali, non è chiaro che cosa dovrebbe essere oggetto di pagamento. Detta così, è come se un’edicola, oltre a permettere ai lettori di acquistare le riviste fornendo agli editori un guadagno, dovesse pagare anche una tassa per poterle semplicemente esporre. Farraginoso. E, probabilmente, ingiusto.

5) Soluzioni a metà

Entrambi gli articoli della direttiva partono da buoni principi. Il problema della tutela del copyright c’è e anche quello legato alla sopravvivenza degli editori. Ma se le soluzioni date sono discutibili, le indicazioni concrete sono per il momento inesistenti. L’articolo 11 rimette agli Stati membri la definizione di tutti i criteri riguardanti la cosiddetta link tax e l’articolo 13 fa riferimento a non meglio definite a misure di controllo, di cui peraltro non tutti i siti web, le piattaforme e le applicazioni sarebbero in grado di dotarsi per ragioni di compatibilità e di costi. In queste condizioni rischiano di aprirsi vuoti normativi difficilmente colmabili e facilmente eludibili dai soggetti interessati. Forse – sostengono alcuni commentatori – come già dimostrato nei recenti interrogatori a Mark Zuckerberg, i politici non sanno ancora abbastanza di digitale e la stanno sparando grossa.

6) Pesci piccoli e pesci grandi

Infine, l’attenzione dei parlamentari europei è rivolta alle piattaforme digitali più importanti. Così facendo, però, perdono di vista tutte le altre. Sia l’articolo 11 sia l’articolo 13 sottintendono spese non irrisorie che i distributori di contenuti in rete dovranno sostenere. La licenza da pagare agli editori potrebbe essere onerosa, per non parlare dello sviluppo (e delle ricerche che ci sono dietro) di tecnologie per il riconoscimento dei contenuti. Spese, insomma, che soltanto i big potrebbero permettersi davvero. E una disuguaglianza di fondo riguarda anche chi crea e pubblica contenuti in rete. Se l’importo della link tax sarà basato sul numero totale di collegamenti, a beneficiarne saranno i grandi editori. E nel caso in cui Google, Facebook, Flipboard o chi per loro dovesse scegliere di non mostrare più link ai siti editoriali, come avvenuto in Spagna, per i piccoli giornali sarebbe un vero disastro. Ma in gioco c’è anche l’attività dei comuni utenti: si è parlato di meme perché modificare immagini, gif e video altrui a fini ludici potrebbe diventare molto più complicato; stesso discorso per la musica, a cominciare dai remix. Che dire, sarebbe bene che il parlamento europeo approfondisse maggiormente la questione.

Redazione

DECRETO MILLEPROROGHE


COS’È IL DECRETO MILLEPROROGHE

Il decreto Milleproroghe è il decreto legge che ogni anno il governo approva per posticipare l’entrata in vigore o la scadenza di alcune disposizioni normative. Il provvedimento viene discusso e ottiene il via libera del Parlamento a fine anno come misura di emergenza. L’espressione decreto Milleproroghe non esiste nel linguaggio legislativo ma è stata coniata dalla stampa.
Decreto Milleproroghe, cos’è

Il decreto Milleproroghe è nato nel 2005 come misura eccezionale. Essendo un decreto legge del Consiglio dei Ministri si tratta di un provvedimento provvisorio avente forza di legge con il presupposto della necessità e dell’urgenza che successivamente diventa legge. Il dl viene approvato dal governo in Cdm, poi, come tutti i decreti legge, dev’essere trasformato in legge da Camera dei Deputati e Senato della Repubblica entro 60 giorni dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. L’articolo 77 della Costituzione recita:

Quando, in casi straordinari di necessità e di urgenza, il Governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge, deve il giorno stesso presentarli per la conversione alle Camere che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni.
I decreti perdono efficacia sin dall’inizio, se non sono convertiti in legge entro sessanta giorni dalla loro pubblicazione. Le Camere possono tuttavia regolare con legge i rapporti giuridici sorti sulla base dei decreti non convertiti.

Dopo il 2005 il decreto Milleproroghe è stato proposto annualmente. Il dl è diventato dunque negli anni una scadenza fissa della politica italiana. Viene solitamente approvato alla fine di dicembre, negli stessi giorni in cui in Parlamento passa la legge di Bilancio. Ad introdurlo, 13 anni fa, fu il governo Berlusconi III e fu in seguito utilizzato anche dai governi Prodi II e Berlusconi IV.
Cosa prevede

Il decreto Milleproroghe risulta un provvedimento controverso per il suo carattere di decreto legge. Come già detto, i dl in teoria devono essere approvati in casi straordinari di necessità e urgenza. E da questo punto di vista c’è chi ritiene il Milleproroghe un provvedimento abusato o anche illegittimo, soprattutto quando contiene misure rimaste fuori dalla legge di Bilancio. Nel testo finiscono le misure più diverse. L’ultimo Milleproroghe ad esempio, il dl 91 approvato il 25 luglio ed entrati in vigore il giorno successivo ha confermato la proroga dei termini per la piena efficacia della riforma dei gruppi bancari cooperativi, ha rinviato l’entrata in vigore della riforma Orlando delle intercettazioni, ha prorogato al 31 ottobre il mandato dei presidenti di provincia e dei Consigli provinciali in scadenza, anticipando poi, alla stessa data, il mandato dei presidenti e dei Consigli in scadenza al 31 dicembre.

Redazione

17 settembre 2018

Lo Stato nemico dei briganti e amico dei mafiosi


Lo Stato nemico dei briganti e amico dei mafiosi


Perché il Regno d’Italia, nato a seguito dell’impresa di Garibaldi e dei suoi Mille, sin dall’inizio sceglie il quieto vivere, la convivenza, la coabitazione con camorra e mafia – che altro non sono che gruppi di uomini che si organizzano e decidono di agire contro le leggi usando la violenza per ottenere potere e ricchezza – mentre invece combatte i briganti fino alla loro sconfitta finale?
È una scelta precisa: lo Stato combatte i briganti fino alla loro distruzione mentre per il fenomeno mafioso imbocca la strada opposta della tolleranza e della convivenza i cui effetti si prolungheranno fino ai nostri giorni.
La scelta è fatta per assecondare i desideri della grande proprietà terriera meridionale che non accetta di venire incontro alle richieste dei contadini di avere almeno uno spicchio di terra delle immense distese di terreni demaniali usurpati con l’inganno dai galantuomini. Queste erano le terre richieste, mentre non c’erano rivendicazioni su quelle dell’aristocrazia il cui possesso legittimo non era posto in discussione. Ma la grande paura avvinse gli uni e gli altri preoccupati del fatto che, intaccate le proprietà degli usurpatori, si finisse col prendere di mira anche le altre proprietà. La conseguenza fu che tutte le richieste contadine furono respinte. E ciò alimentò il grande brigantaggio sociale che spinse alla macchia gran parte dei contadini che avendo occupato le terre temevano di finire in prigione.
Nel fenomeno del brigantaggio, oltre ai criminali, ci furono anche coloro che sognavano il ritorno al potere della dinastia dei Borbone. Ma il brigantaggio di marca borbonica e clericale è durato un paio d’anni; s’è spento ben presto nell’illusione di far risorgere due regni – quello dei Borbone e quello del papa – che non sarebbero più tornati. Persino il generale Govone, uno degli ufficiali più noti di quel periodo, ha colto la radice sociale del fenomeno scrivendo che il brigantaggio era “una vendetta sociale la quale talora si applica con qualche giustizia”. I proprietari si sentirono minacciati dai briganti e protetti dai militari mentre i mafiosi erano visti, dagli stessi proprietari, come persone con le quali si poteva trattare e raggiungere un accordo.
La lotta al brigantaggio è affidata con ampia delega ai militari che mostrano la loro inadeguatezza ad affrontare un nemico che usa i metodi della guerriglia invece che quelli insegnati nelle accademie militari più prestigiose e moderne. La carica in terreno aperto era un sogno irrealizzabile e le bande brigantesche erano favorite perché conoscevano i posti, i boschi e gli anfratti delle montagne.
Il potere affidato ai militari ha determinato nei fatti la supremazia sulle autorità civili, prefetti e magistratura compresa. Hanno origine ben presto conflitti tra apparati dello Stato che si manifestano nei primi anni del nuovo Regno e che prelude ad altri, più impegnativi, conflitti.
Durante il primo decennio della destra storica si sospendono le garanzie costituzionali per ragioni d’ordine pubblico. Non tutti erano d’accordo, ci furono discussioni e fondati dubbi sulla legalità dei provvedimenti che non vengono bloccati perché riguardano il Mezzogiorno; circostanza, questa, che rese la prima sperimentazione, che è una soluzione di forza, accettabile, o quasi.
Eppure, nonostante un dispiegamento impressionante di militari, gli stati d’assedio e l’adozione di leggi eccezionali come la legge Pica, cresce e si rafforza la convinzione nei vertici militari – con l’avallo tacito o esplicito dei ministri e di qualche presidente del Consiglio – che per sconfiggere i briganti ci sia bisogno del terrore e di oltrepassare la stretta legalità adottando misure non consentite dalle leggi ordinarie.
Nasce da questa convinzione l’idea che occorra dare mano libera ai militari che fucilano un numero enorme di persone, molte delle quali catturate senza armi in mano, arrestano i parenti dei briganti senza consegnarli alla magistratura, oppure uccidono i briganti mentre sono portati da un luogo ad un altro. Ci sono, inoltre, stragi e incendi dei paesi da parte delle truppe.
S’introduce nella cultura dei militari – gran parte dei quali sono i parlamentari del nuovo Regno d’Italia – l’idea che i predecessori francesi e borbonici avevano messo in pratica: bisogna dare l’esempio e terrorizzare le popolazioni, fare stragi, bruciare paesi o case, arrestare tutti i parenti dei briganti per il solo fatto di essere parenti. Emergono una concezione e una cultura che s’impadroniscono della concreta azione dei militari, i quali non trovano ostacoli nel governo se non quando non se ne può proprio fare a meno. Questa è la ragione che spiega il fatto che nessuno degli ufficiali superiori, responsabili di stragi, di assassinii, di violazioni della legalità verrà mai punito. I vertici militari e i vertici governativi copriranno sempre chi ha commesso le violazioni.
Dunque, nella lotta ai caffoni meridionali emergono i tratti illiberali e la mentalità coloniale di gruppi dirigenti che si definiscono liberali e che nella pratica sconfessano questa loro appartenenza. Un fatto è certo: la lotta, anzi la guerra vera e propria, intrapresa dai poteri costituiti contro banditi e briganti ha riguardato quasi sempre le classi subalterne, infime come vengono definite in alcuni documenti, i contadini affamati e senza terra, i poveri e i poverissimi, i braccianti senza lavoro, i soggetti più deboli.
Per queste ragioni ci furono più guerre oltre a quella militare: una guerra civile che ha contrapposto selvaggiamente italiani del Nord e italiani del Sud, una guerra fratricida, paese per paese, di meridionali contro altri meridionali, una guerra di classe tra proprietari e contadini senza terre.
Il brigantaggio è stato un fenomeno sociale e di classe che fu trasformato in un problema criminale. È stato un errore tragico che ha segnato la stessa formazione delle classi dirigenti meridionali ed italiane.
In quegli anni di sfiducia profonda e di disprezzo verso i meridionali, sentimenti che aveva una parte della classe dirigente nazionale, si inviarono nel Mezzogiorno, oltre ai quadri dell’esercito e dei carabinieri, anche prefetti, questori, magistrati, personale amministrativo d’origine settentrionale perché solo loro avrebbero potuto risolvere i problemi della realtà meridionale, peraltro del tutto sconosciuta ai nuovi arrivati. Ma fu un’illusione che si rivelò sbagliata e dannosa.

Redazione

ORIGINI E STORIA DEL BRIGANTAGGIO - Il brigantaggio e la nascita della mafia



ORIGINI E STORIA DEL BRIGANTAGGIO

Il brigantaggio, come stato fuori legge, è di antica origine. Già nel periodo della Repubblica Romana esso ebbe sviluppo particolarmente in Puglia e al 185 a.C. risalgono le prime operazioni antibrigantaggio organizzate nel Tarantino da Postumio. Anche Sillalottò contro i briganti che affliggevano soprattutto alcune province romane dell'Italia meridionale ricorrendo persino a leggi molto severe che comminavano ai latrones - così erano chiamati i briganti - non solo la crocifissione ma anche la condanna ad essere gettati in pasto ai leoni (ad bestias) nei circhi. Cesare diede disposizioni al suo fido Sabino di perseguitarli senza tregua. Ai numerosi briganti di Sna e dell'Asia minore provvide Augusto e Tiberio condusse una vera e propria battaglia contro quelli che infestavano la Sardegna. Dove il fenomeno assunse toni particolarmente nefasti fu in Francia, all'epoca di Luigi XIV; una delle cause del brigantaggio francese fu indubbiamente la famosa 'legge sul sale' in seguito alla quale le organizzazioni fiscali del regno non davano tregua ai contribuenti esercitando su di essi angherie tali da costringere molti cittadini a divenire dei fuorilegge perseguitati anche dall'esercito del re. Famoso fu il brigante Cartouche che diede molto filo da torcere alle forze governative. Verso la fine del Seicento forti bande di avventurieri armati percorrevano il Paese; erano uomini dediti al saccheggio, alle ruberie, all'assassinio: galeotti evasi, ladri, grassatori che, sotto la guida di un capo, attentavano alla proprietà privata e alle persone aggredendo le diligenze, compiendo rapine, violenze d'ogni genere, a volte impossessandosi di interi villaggi di cui trucidavano gli abitanti. Tra i briganti di Francia, come del resto avvenne anche in altri Paesi, alcuni riuscirono ad accattivarsi le simpatie degli umili atteggiandosi a difensori dei poveri e rubando ai ricchi per dare ai meno abbienti. Nel XV e XVI sec. anche la Germania conobbe il fenomeno subendone le conseguenze e così pure l'Inghilterra dove forse il romantico e leggendario bandito Robin Hood fu personaggio realmente esistito: anche se probabilmente non rivestiva i panni del simpatico rivendicatore degli oppressi che la leggenda ha inventato. Caterina di Russia dovette più volte intervenire contro il brigantaggio durante il suo regno. Più tardi lo stesso fenomeno si verificò in Sna, in Corsica, nei Balcani; ma si può affermare che non ci sia stata nessuna nazione esente da brigantaggio che è sempre sorto come preludio e come conseguenza di avvenimenti politici o sociali in grado di turbare lo stato quo ante. In genere il fenomeno si verifica quando una società sta per rinnovarsi o è in corso di rinnovamento. L'attuazione del brigantaggio può avvenire durante il passaggio da un vecchio a un nuovo regime, o come conseguenza diretta di una guerra di conquista od anche per lo sire, più o meno lentamente, di una certa classe sociale che va dissolvendosi. Ma anche la debolezza dello Stato, l'oppressione fiscale, la disorganizzazione dell'esercito o delle forze di polizia, il malgoverno, la politica stessa possono essere la causa dell'insorgere del brigantaggio In Italia il brigantaggio ebbe maggior sviluppo nelle province del Mezzogiorno, nel 1861, dopo la presa di Gaeta. Numerose bande occuparono la Calabria, la Basilicata, ecc; lo spodestato re Francesco II versò grandi somme nelle mani dei briganti e non di rado, ai loro capi, riconosceva il grado di generale nella vana speranza che essi riuscissero a sopraffare le forze dell'esercito italiano. A capo delle bande c'erano molti uomini usciti dall'ergastolo ma anche degli ufficiali legittimisti, come nel caso del Borgés e di Tristany. Si calcola che, intorno al 1863, nell'Italia Meridionale ci fossero varie decina di migliaia di fuorilegge, tutti in piena attività. Contro di essi esercito italiano e carabinieri, in particolare, sostennero una lotta sanguinosa e lunghissima anche a causa dei deboli governi di allora. Un ritorno al brigantaggio si ebbe in Sicilia con l'attività della 'banda Giuliano', attività forse sostenuta dagli indipendentisti siciliani del dopoguerra (1945-50).

Il brigantaggio e la nascita della mafia

Tutti i problemi economico-sociali che affliggevano l’Italia si manifestavano al sud in forma più acuta. L’antico sogno dei contadini meridionali era la riforma agraria, cioè la distribuzione delle terre a coloro che ne erano privi. Dopo la spedizione dei Mille il nuovo stato italiano aveva messo in vendita alcune terre demaniali e altre tolte alla Chiesa. Ma, nella maggior parte dei casi, le terre erano finite in mano dei ricchi e dei latifondisti, i cosiddetti galantuomini, gli unici che avessero il denaro per acquistarle e per farle coltivare. Così la vendita dei terreni non solo non intaccò il latifondo ma qualche volta lo rinforzò. Per giunta, poiché le terre demaniali erano state vendute a privati, i contadini perdettero il diritto di andarvi a far legna e di portarvi le bestie al pascolo. L’irritazione delle popolazioni meridionali fu inasprita dall’ aggravarsi delle tasse (fra cui la tassa sul macinato che Garibaldi aveva abolito nel 1860) e , soprattutto, dall’imposizione del servizio di leva obbligatorio, che in Sicilia era una novità. L’allontanamento dei li nel pieno vigore delle forze portava alle famiglie contadine un danno così grave che molti genitori preferivano far registrare dei li maschi come femmine per sottrarli al servizio di leva. Fra il 1861 ed il 1865 la disperazione dei contadini meridionali, delusi nelle loro aspettative di riforma, esplose nella forma violenta del brigantaggio. Il brigantaggio era un fenomeno dalle origini antiche, in cui si esprimeva la protesta delle classi più povere contro i potenti che le opprimevano. Si davano alla macchia, diventavano briganti comuni criminali ma anche molti giovani che non trovavano lavoro, quelli che volevano evitare il servizio militare i poveracci che non avevano soldi per le tasse, per il padrone, per l’usuraio. Dopo l’unità si fecero briganti anche molti soldati borbonici rimasti fedeli all’ex-re Francesco II. Questi, dal suo esilio di Roma, inviava ai ribelli armi e denaro, sperando di riconquistare il trono per mezzo loro. Organizzati in bande, i briganti scendevano da inaccessibili rifugi montani e rubavano, saccheggiavano, ammazzavano, seminando il terrore. C’erano con loro anche delle donne che a volte prendevano parte ai combattimenti. I contadini li sopportavano e spesso li proteggevano, perché ai loro occhi il brigante era un alleato contro la prepotenza dei “signori”, un vendicatore dei torti subiti, addirittura un eroe. Il regno d’Italia, che si era costituito da poco, non poteva tollerare la ribellione di metà del suo territorio né gli intrighi dei Borboni. Tuttavia non fece nemmeno il tentativo di eliminare le cause sociali del brigantaggio (la miseria, la fame, il disperato bisogno di terra) e si limitò ad inviare l’esercito per reprimere la rivolta. Il brigantaggio fu stroncato, ma a prezzo di un’aspra lotta fratricida che durò cinque anni e che ancor oggi è ricordata, per la sua ferocia, nelle leggende contadine. Negli stessi anni in cui l’esercito soffocava il brigantaggio, il Sicilia si rafforzava un’organizzazione criminale dalle origini poco note, la mafia, che si rivelò presto difficilissima da estirpare. Nell’ambiente del latifondo la mafia si sviluppò al servizio dei ricchi proprietari assenteisti che, vivendo in città e non volendo occuparsi delle terre, preferivano darle in custodia a uomini di pochi scrupoli, detti gabellotti perché avano al proprietario una “gabella”, cioè un affitto. Queste le facevano coltivare da contadini e da braccianti che durante il lavoro erano controllati da guardie armate di fucile, i cosiddetti campieri. Ricorrendo a minacce, assassini, vendette spietate, gabellotti e campirei costringevano la massa inerme dei contadini ad accettare salari da fame e durissime condizioni di lavoro. Talvolta riuscivano ad incutere timore agli stessi proprietari per ottenere contratti d’affitto vantaggiosi. A chi era d’accordo con loro i mafiosi garantivano protezione e sicurezza. Perciò molti galantuomini, che temevano la riforma agraria più di ogni altra cosa e si erano fatti liberali per mantenere i propri privilegi, si servivano delle armi mafiose per bloccare le rivolte contadine. Anche in caso di elezioni la mafia divenne un potente strumento di controllo perché, terrorizzando gli elettori, poteva assicurare la vittoria del candidato scelto dai galantuomini. Naturalmente la protezione ed i servizi della mafia non erano gratuiti. In cambio i mafiosi ricevevano denaro, favori da parte di amministratori locali o di politici corrotti, a volte perfino la protezione della polizia che faceva finta di non vedere. Oltre alla mafia esistevano altre organizzazioni di tipo mafioso: nel napoletano prosperava la “camorra” e in Calabria la “ ‘ndrangheta”. Più tardi sorse in Puglia la “sacra corona unita”.

Redazione

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