12 settembre 2018

Di Maio: "Reddito di cittadinanza deve essere in legge bilancio"



Di Maio: "Reddito di cittadinanza deve essere in legge bilancio"

"Il reddito di cittadinanza deve entrare nella legge di bilancio. O c'è, o c'è un grave problema per questo governo. Lo facciamo tenendo i conti in ordine, ma lo facciamo. Agli italiani abbiamo fatto una promessa". Lo ha detto il vicepremier Luigi Di Maio.

La priorità va al reddito di cittadinanza - "La manovra può essere coraggiosa senza sforare e tenendo i conti in ordine", ha ribadito Di Maio a Cartabianca su Rai3. "Oltre alla flat tax - ha detto - c'è il reddito di cittadinanza che serve prima di tutto a riorganizzare i centri per l'impiego che, lo dicono tutti i giovani, non funzionano. E mentre ci si forma si prende il reddito di cittadinanza. Stiamo parlando di 780 euro a persona da dare a 5 milioni di persone in povertà assoluta. Abbiamo fatto riunioni e ne stiamo facendo ancora: ci sono tante voci di copertura di finanziamento: dimostreremo agli italiani che volere è potere."

"Basta ai contributi ai giornali" - In un post su Facebook il vicepremier si è scagliato invece contro i giornali, molti dei quali, secondo Di Maio "inquinano il dibattito pubblico". Il ministro dello Sviluppo economico ha affermato di voler inserire nella manovra il taglio dei contributi pubblici alla stampa. "In legge di bilancio porteremo il taglio dei contributi pubblici indiretti e stiamo approntando la lettera alle società partecipate dallo Stato per chiedere di smetterla di pagare i giornali (con investimenti spropositati e dal dubbio ritorno economico) per evitare che si faccia informazione sui loro affari e per pilotare le notizie in base ai loro comodi", ha scritto Di Maio sul social.

Redazione

LA CHIESA CHE MENTE

LA CHIESA CHE MENTE

Pia fraus” o pia frode o inganno a fin di bene: è questa la connotazione costante che caratterizza fin dall’inizio la religione cristiana.

L’esistenza stessa di Gesù è controversa: dobbiamo fidarci esclusivamente dei Vangeli perché su di lui tacciono gli storici romani del tempo: Svetonio, Plinio il Giovane e Tacito nonché gli storici giudaici Giusto di Tiberiade e Giuseppe Flavio che pure descrissero nei particolari le vicende di quel tempo.

 


E qui interviene la “pia fraus” di uno scriba cristiano che, mosso da spirito devozionale, inserisce nelle “ Antichità Giudaiche”, opera di Giuseppe Flavio, un falso riferimento a un certo Cristo vissuto al tempo di Pilato, falso che passerà alla storia come “Testimonium Flavianum”.

Gesù figlio di Dio partorito da una vergine?
Esattamente come quasi tutte le coeve religioni prevedevano. Il dio Mitra, venerato a Roma già da due secoli ,era nato da un dio padre e da una vergine :
“ La Vergine ha partorito, la luce cresce” recitava una sua formula liturgica. Il giorno della sua nascita era il 25 dicembre (dies natalis solis) che la Chiesa usurperà per farne il suo Natale. Dioniso era figlio di Zeus e di una vergine così come Eracle risulta figlio di Zeus e della vergine Alcmena per non parlare di Esculapio generato anch’egli da una vergine. Difficile poi accertare il numero esatto dei figli che Zeus ebbe da altrettante vergini perché stando alla mitologia classica parrebbe che questa fosse la sua attività prevalente.
Ma cinque secoli prima di Cristo il Budda si era incarnato e la vergine madre era stata divinamente avvertita dagli angeli: “Rallegrati e sii lieta, vergine Maya, perché il bimbo che hai partorito è sacro!”
Ma il pio inganno assume connotazioni grottesche nel cristianesimo perché il figlio di Dio è Dio lui stesso ed anzi è lo stesso Dio padre per cui Cristo risulterà padre di sé stesso e, come creatore, anche padre di sua madre creando turbe mentali perfino al sommo poeta che così conclude nel 33° canto del Paradiso :
“ Vergine madre, figlia del tuo Figlio”.

E i miracoli?

Tutti i miracoli attribuiti a Gesù erano stati già compiuti da altri prima di lui. Eracle è capace di camminare sulle acque. Budda passeggia sul Gange e trasferisce questa sua facoltà al più fedele dei discepoli così come Cristo farà con Pietro; fa camminare gli storpi, ridà la vista ai ciechi e l’udito ai sordi e predica l’amore tra gli uomini seguito da dodici discepoli tra i quali si annida un traditore. Non trascura poi di moltiplicare i pani e i pesci e di trasformare l’acqua in vino precedendo il Cristo delle nozze di Cana, capacità che ritroviamo in Dioniso che opera molti miracoli del vino e che per ciò è venerato come “ La vite”. Ma quella di moltiplicare i pesci è una miracolosa facoltà che appartiene anche ad Empedocle, come ci riferisce Diogene Laerzio, ma anche a Pitagora che ,più onesto di tutti, ordina di ributtare a mare i pesci moltiplicati e risarcirne il valore commerciale.

Ma non si può tralasciare il profeta ebreo Eliseo che miracolosamente riempie di olio extra-vergine di oliva la cantina di una povera vedova ed è portentoso nella moltiplicazione dei pani d’orzo e di farro. Esculapio è venerato come “Soter” (Salvatore) e il suo tempio in Epidauro è frequentato come oggi la Lourdes cristiana, stracolmo di ex-voto quali ringraziamenti per altrettante guarigioni miracolose.
E i morti resuscitati? Ma via, questo è un gioco da ragazzi per gente del calibro di Elia ed Eliseo, profeti ebrei vissuti 10 secoli prima di Cristo ma anche il già citato Esculapio era capace di resuscitare i morti con il tocco di una mano. A Babilonia resuscitare i morti era considerato un fatto normale , esistevano formule magiche alla bisogna e molte divinità erano considerate “resuscitatrici”. Ma la stessa Chiesa Cattolica non fu da meno: solo i “Libri dei Miracoli” del Sacrario bavarese di Inchenhofen, in pieno medioevo, riferisce di 173 persone resuscitate per l’intercessione del grande santo Wolffgangi; fra i cento e più miracoli assemblati nel sec.XIII per il processo di santificazione di Santa Elisabetta ed esaminati alla corte papale di Perugia dai più autorevoli prelati e approvati ufficialmente dal Papa ci sono ben 9 resurrezioni.

Ma per ritornare a bomba: non è forse la resurrezione di Lazzaro il miracolo più celebrato dalla cristianità? Ma come mai i tre primi evangelisti Marco, Matteo e Luca non ne sanno nulla mentre tale portento viene riferito dal solo vangelo di Giovanni, scritto tre generazioni dopo la morte di Cristo?
La morte, la discesa all’inferno seguita dall’ascensione al cielo?
Questo formidabile e fondamentale credo della religione cristiana trova paralleli in quasi tutte le religioni precedenti e coeve. Tre giorni di viaggio all’inferno dopo la morte seguiti da successiva resurrezione era un miracolo già attribuito ad Eracle, a Dioniso, al babilonese Tammuz, al siriano Adonis, all’egiziano Osiride, al frigio Attis, al babilonese Bel Marduk il quale ultimo fu fatto prigioniero, frustato, condannato a morte e giustiziato assieme a un comune delinquente mentre un altro malfattore veniva liberato (vi ricorda qualcosa?).

Alla morte di Cesare il popolo romano credette che fosse salito al cielo per diventare un dio: e il sole si oscurò, calarono le tenebre, la terra si squarciò e i defunti resuscitarono e uscirono dalle tombe.
La frode più gigantesca è però quella che Paolo di Tarso, il fondatore del Cristianesimo, ha operato ribaltando completamente il messaggio di Cristo assicurandoci che l’avvento di Dio in terra era già avvenuto e la Chiesa lo avrebbe rappresentato, d’ora in poi. Ma Gesù, in realtà, era convinto che si sarebbe realizzato l’avvento del “Regno di Dio” prima che la sua generazione fosse passata, che l’era contemporanea era finita e che i suoi seguaci “ non gusteranno la morte finché non abbiano visto il regno di Dio venuto con potenza” (Marco 9,1 -1,15– Matteo 4,17 –10,7 – 10,23-16,28),
“ In verità io vi dico che questa generazione non passerà prima che tutte queste cose siano avvenute” ( Marco 13,30).
Un solo vantaggio io personalmente riesco a vedere in questa “pia fraus” paolina: allargando il suo messaggio di salvezza a tutte le genti e non riservandolo ai soli ebrei, come voleva Pietro, ci ha esonerato da quella oscena pratica superstiziosa rappresentata dalla circoncisione. Come sosterrebbe Villaggio almeno il nostro apparato di piacere è salvo.

Redazione

Quali prove abbiamo che esiste un dio?


Quali prove abbiamo che esiste un dio?

In generale le persone più grandi, famose o raffinate, paiono subito ‘esperti’. 
Spesso diamo per scontato che abbiano più esperienza e cultura, che siano dei gran saggi, affidabili e nel giusto. Ma – detto semplicemente – non è affatto sicuro che abbiano sempre ragione, su ogni argomento. 
E in fondo è ovvio, nessuno sa tutto di tutto. Per esempio, si potrebbe parlare di cose in un campo che non si conosce bene, avere un’esperienza insufficiente o convinzioni ormai antiquate.
Perciò quando uno scienziato, un giornalista, un capo religioso, un leader politico, o un genitore, un vicino anziano, un professore, ecc. dice una cosa che ci pare assurda, ridicola, ‘strana’ o fenomenale faremmo bene a non accettarla in automatico, pensando solo che ‘se lo dice lui/lei’… Piuttosto, cerchiamo conferme sicure, altre fonti di rilievo, e se è possibile chiediamogli/le di spiegarsi meglio e aspettiamo con gentile curiosità una prova che chiarisca e confermi ciò che dice: se quello che afferma è bizzarro ma vero, avrà zero difficoltà a farcela avere.
Non intendo di essere cinici, snob e increduli a oltranza – sarebbe l’estremo opposto della fede – ma proprio di lasciare un punto di domanda, di dubitare, almeno, in attesa della necessaria dimostrazione. Corretto, no?
Quando si parla di fede e di dogmi, i credenti in effetti dicono spesso cose che non possono provare: Dio esiste, dopo la morte vai in Paradiso, la Madonnina piange se fai il cattivo, eccetera. Dicono che ci si deve credere ‘per fede’, a occhi chiusi, cioè senza pensarci, oppure offrono prove da poco, personali interpretazioni e spiegazioni teologiche degne di letteratura fantasy. L’Inferno, ad esempio: secondo la Chiesa, sarebbe un posto orribile dove finisce una persona che durante la vita ha commesso gravi crimini, o meglio dei gravi peccati (non è la stessa cosa) e non se ne è pentito nemmeno in punto di morte. In questo luogo infuocato, l’assenza di Dio la fa soffrire in modo terribile per tutta l’eternità. Niente di meno!
Vita dopo la morte? Fuoco? Punizione eterna? E magari qualche diavoletto col forcone? Tu l’Inferno l’hai mai visto? Forse qualcuno te lo ha descritto per benino (e magari ti ha pure messo paura), ma quel qualcuno, neanche lui lo ha mai visto, né sa dov’è. L’inferno, il paradiso, il purgatorio, non esiste niente… Finora non ce n’è traccia se non nei racconti appassionati di alcuni che ancora vogliono crederci, dopo che a loro volta li hanno sentiti raccontare, da chi prima di loro li sentì raccontare, da chi a sua volta li sentì, ci credette e raccontò. Ah, la Bibbia… Nella terza parte vedremo un bel po’ delle sue fantasie.
Quello che possiamo osservare con certezza, riguardo a cosa succede dopo la morte, è… un bel niente. Nessuno, dopotutto, è mai tornato per raccontarci come vanno le cose, e non c’è certezza che una parte di noi se ne vada in un posto chiamato ‘inferno’. A soffrire per sempre poi! Che sia una panzana per farci stare buoni? E una scusa per battute d’effetto al cinema, tipo: «Ehi tu, vai all’inferno!».

Allora, la domanda era: quali prove abbiamo per credere in Dio?
Perché, si è mai fatto vedere? Vedere così, con esattezza, con semplicità, scusa ci sei? Sì, eccomi qua!
No. In effetti no. Mai…

Il solito prete, o un appassionato credente, invece, ti direbbe che le prove del suo dio ci sono, e comincerebbe: la tradizione, la bibbia, i miracoli, la storia, la logica, la scienza, l’esperienza … e persino l’etica.
Ok, vediamo:
– «In 2000 anni di storia, milioni di persone ci hanno creduto, in tanti non possono sbagliare!». E invece sì, se tutti hanno creduto alla stessa illusione iniziale. E poi, nella lunga storia dell’Uomo, altri milioni di fedeli hanno creduto a un sacco di altri dèi. Tutti veri?
– «La Bibbia afferma che Dio esiste, ed essendo parola di Dio non si sbaglia». Pensaci. Riesci a vedere l’errore? La risposta è fra i TdC alla fine del libro.
– «Vedi come quella donna si è salvata? E quell’uomo guarito? Questi sono miracoli di Dio!». Ma questa deduzione è campata per aria, potrebbe essere stato il caso, o un altro dio (non cattolico), o l’energia universale… E… si può proprio dire che sia guarito in modo miracoloso? Prima, accertiamolo.
– «Dio è per definizione migliore di qualsiasi essere concepibile. Dunque esiste, perché se gli mancasse l’esistenza non sarebbe il migliore». La famosa ‘prova ontologica’ sembra efficace, ma lascia come un senso di dubbio, di qualcosa che non torna (tanto che è usata quasi niente). È perché non funziona, e ora vediamone i motivi. Cioè, siccome ho l’idea di un essere perfetto che deve esistere, allora esiste. O anche: siccome immagino un dio, e presuppongo sia il migliore in tutto, allora deve esistere. Ferrea logica? No, un simpatico esercizio mentale: un’idea creata a misura ancora non si trasforma in realtà. Un’idea è un’idea. Ed è possibile che esista una cosa tanto infinitamente migliore? Qualsiasi cosa sia, se non può, allora è vano attribuirgli l’esistenza per via concettuale. Prima quindi, l’osservazione di dio. Poi il concetto.
Ancora: la premessa ‘non c’è niente di meglio’ è arbitraria, relativa, vaga e problematica (migliore di piccolo è infinitamente piccolo… migliore di malvagio è infinitamente malvagio… che però è anche infinitamente buono… ??). Che esistere sia meglio, per un’idea, è discutibile, non solo perché il corrispettivo reale in genere ne è una brutta copia, ma perché è variabile e corruttibile. E se esiste, dov’è?
Ancora: il concetto di Fiat Punto verde di mio cugino è identico sia che quella macchina esista sia che sia stata rottamata e non esista più. L’idea di un dio che esiste, il quale esista, è identico all’idea di un dio che esiste, il quale non esista. Esistere, dunque, non aggiunge niente a un concetto. In altre parole, esistere non è una sua qualità. Ancora: se fosse solo appena ‘migliore’ di chi esiste, non sarebbe il dio delle religioni, che invece è proprio ‘perfetto’. Se poi il confronto è con ciò che è solo immaginabile, non ha alcun senso…
I limiti del ragionamento sono anche evidenti quando costruiamo esempi equivalenti: se immagino il giocatore di baseball perfetto – uno che gioca sempre da dio, non si rompe mai, sarà per sempre il migliore, ecc. – allora, essendo perfetto per definizione, necessariamente esiste? Un dio che creasse il mondo senza essere onnipotente è migliore di uno onnipotente, per il quale sarebbe impresa banale. Dunque dio non è onnipotente? Possiamo anche immaginare 2 dèi, uno l’opposto dell’altro, ciascuno nella sua metà migliore di qualsiasi essere concepibile… Infine: molti dèi sono creduti perfetti, ma nel loro piccolo sono molto diversi (che ironia)… dunque ammesso che ‘sta perfezione esista, di quale dio parliamo?
– «Vedi che perfezione l’universo? È fatto a misura d’uomo, ed egli stesso non può essere uscito fuori per caso!». Perfezione? Ne riparliamo al prossimo terremoto? Guarda poi che è il contrario, prima c’è l’universo, poi l’uomo vi si adatta per sopravviverci. E non ‘per caso’: si è evoluto per selezione naturale in qualche miliarduccio di anni. Che gran fico! 
– «Come l’orologio denota un orologiaio, così la natura il suo architetto». Ma l’orologio è un insieme di parti preesistenti, mentre la natura sarebbe creata dal nulla… L’orologiaio ha delle mani, degli strumenti di precisione, a 10 anni non sa costruire e a 100 morirà. E Dio? Ah, di orologi ce ne sono tanti, anche di universi? A dire il vero, vengono costruiti pure grattacieli sottomarini e computer: fanno un sacco di architetti, no? Ecco, la connessione è solo superficiale, ignora ipotesi naturali e pone all’inizio un’incognita più grande: Dio. Il quale, al contrario dell’orologiaio, è un inarrivabile mistero. Ops, ma questo rende vana la similitudine… Come mai accettare la (maggiore) complessità di Dio non è un problema? Questa relazione orologio-orologiaio si osserva in natura: con che logica può essere usata per provarne una di tipo soprannaturale? Perché per spiegare il cosmo, ne usciamo letteralmente fuori? Che cosa sappiamo di cosa c’è oltre, e di quali leggi vi governino? 
– «Chi vuoi che abbia creato l’universo?». E chi dice che è stato creato?
E un eventuale creatore è anche giudice? Magari non ci si fila proprio. E perché dev’essere onni-potente? Magari invece è solo molto-potente. Metti allora che esista un creatore, ma che al di sopra egli abbia un altro dio, un padre e una madre, un datore di lavoro… E se questo non fosse che l’esperimento di fisica di un piccolo extraterrestre al concorso di scienze della scuola, in un sistema galattico ancora più grande?
E… chi ha creato Dio? La domanda è legittima, scorre diretta dalle premesse (se “tutto ha una causa”… E anche lui mostra un ‘disegno intelligente’), perciò la risposta non è ovvia. Se ammettiamo un dio increato, non potrebbe esserlo invece l’universo, nella sua essenza? Si fa anche prima… Dopotutto, non ha senso pretendere che esista un creatore fuori dalla natura solo perché ne esistono in natura, né definire l’universo una cosa fra le altre, perché è tutto ciò che c’è, per definizione. Eterno, perfetto, increato e creatore… sono qualità fantasiose di un essere del quale per logica è incomprensibile la necessità e in scienza non si sente il bisogno. Ma per alcuni lo diventa. Perché? Perché fingere di arrovellarsi sull’universo, di procedere razionalmente, di volere risposte reali, se poi basta la parola ‘Dio’ e qualche aggettivo assegnatogli a priori per gongolare tutti soddisfatti? Il cosmo è infinitamente più ricco e sofisticato in sé di quanto l’idea di ‘creato’ possa mai suggerire.
– «L’universo non può mica essere sbucato dal nulla!». E infatti chi lo dice? Proprio il credente, che non ha difficoltà ad accettarlo… a patto che ci abbia pensato un dio. Ma affermarlo è arbitrario, e se è già difficile studiare le leggi che hanno governato il lontanissimo inizio dell’universo conosciuto, perché complicare le cose implicando persino un essere al di là di esse? Perché porre un dio dietro a eventi ancora ignoti? Perché tanta fretta? Ci sentiamo in ansia, per il non sapere tutte queste cose? Di fronte all’immensità e al mistero, è comprensibile. E perché invece non curiosi e affascinati! Cercare una spiegazione è una magnifica e vitale spinta tipicamente umana, anche la scienza nasce da lì! Però poi non ha fretta, non si accontenta, e non complica pur di semplificare.
– «Come può la vita essere nata da ciò che non era vivo?». Sebbene non manchino interessanti esperimenti a supporto della sua generazione spontanea (abiogenesi), non sappiamo con certezza com’è apparsa la vita sulla Terra. Sempre liberi di credere che sia stato Dio, o un dio, o l’ingegneria genetica di una razza aliena proveniente da Vega7, ma non confondiamo ‘risposta’ con ‘ipotesi’ o ‘preferenza’. Se non sapessimo come sboccia un fiore, avrebbe senso credere alla magia di una fata? Romantico, ma non scientifico.
– «Ma c'era una possibilità su un quinquiliardo che la Terra stesse a questa esatta distanza dal Sole, e che la vita vi si formasse!». Ma dai? E come si calcola tale percentuale? E perché insistere a vederlo come un privilegio per noi, come se ne fossimo lo scopo? Questa sorta di visione teo-antropocentrica (l’uomo come fine ultimo di Dio) è cara alla fede per pregiudizio: come credere che un universo così vasto possa essere stato creato per degli esserini sperduti su un pianeta ai suoi margini? Come non accorgersi che siamo il frutto di una evoluzione fra tante, nella lunghissima storia della Terra? Se l'universo si fosse disposto diversamente, piuttosto, è probabile che ci sarebbe stato un altro equilibrio, con altre leggi e altre costanti fisico-chimiche, e forme di vita tutte diverse. Se invece questo nostro fosse l'unico stato possibile, appunto vorrebbe dire che la natura fisica dell'universo doveva essere questa, esclusivamente di suo, per proprietà intrinseche. La verità è che non sappiamo cosa sarebbe accaduto, ed è un errore contare a ritroso le possibilità che questa mano di carte uscisse, dopo che è uscita… Il vincitore di una lotteria non è l’oggetto di un piano a sua misura, ma un partecipante come gli altri, tutti con le stesse probabilità. Qualcuno doveva pur vincere, n’est pas? 
Supponi ora che esistano tanti universi. O che il nostro non sia affatto il migliore, tecnicamente. E considera i miliardi di pianeti che sono sparsi in miliardi galassie, dove è del tutto possibile esistano altri esseri viventi. Come suona rispetto all’idea della nostra unicità? Infine: solo sul nostro pianeta, fino alla prima microscopica forma di vita adatta a resisterci e replicarsi, l’attività chimica fra elementi compatibili è stata frenetica per centinaia di milioni di anni… come mille e mille lotterie contemporanee! La possibilità di vincerne una sola, per quanto bassa, non fu così inverosimile. E invece, quanto è più incredibile quella di un dio onni-tutto, increato, immateriale, giudice, trinità, esistente da prima del… tempo? Certe conclusioni di fede soffrono di un bel problema di metodo, come vedremo. La fede offre spiegazioni, ma non conoscenza.
Di fronte a questo spettacolare, gigantesco, antichissimo e pressoché inesplorato spazio stellare, presumere di averne decifrato l’enigma senza averlo studiato è pura illusione.
– «Cristo, risorto da una vita di miracoli, ne è la prova». Storicamente infondato (le ragioni al cap. 10). Basta crederci?
– «La bellezza della Natura ci parla di Dio». Dov’è la connessione? O tutto può voler dire tutto? Se si crede a un Dio dal senso artistico, tutto fa quadro. La Natura va gustata per sé stessa, non guardata pensando tutto il tempo all’‘autore’… a rischio di perdersi la vera magia dell’attimo presente.
– «Io sento Dio dentro di me». Eh, ma lo senti tu dentro di te, mica io dentro di me. E poi, i credenti di un sacco di religioni sentono il loro dio… la differenza? 
L’emozione di una presenza, la sensazione di un contatto, la percezione di un messaggio, un’esperienza mistica, una visione… non è possibile che siano soltanto interpretazioni? Dopotutto, non hanno né mittente, né timbri, né istruzioni per l’uso, né garanzie. Sono anonime per natura, vaghe quanto a contenuti, e le ragioni per pilotarne il senso – magari involontariamente – sono forti e numerose. È l’incontro che crea emozione e fede, o sono l’emozione e la fede che creano l’incontro? Sarà meglio sincerarsene.
– «Le regole morali, perché siano affidabili, devono provenire da una autorità assoluta: Dio». Già… in fondo gli umani sono imperfetti, deboli e peccatori, da soli si autodistruggerebbero, e se si danno una regola morale sarà stupida o comunque carente e instabile. Che immagine ridicola dell’uomo! Davvero limitante: più lo si crede incapace e cattivo, più lo si obbliga semplicemente a obbedire, meno gli si insegnerà a essere grande e a imparare dai suoi errori. Così resterà incapace e cattivo… Ma al mondo tutte le regole vengono dagli uomini, anche le migliori e le più durature: crederle assolute, e persino divine, non prova alcunché.
La biologia insegna un sacco di cose sulla tendenza naturale delle specie all’altruismo, l’antropologia spiega il suo evolversi in etica, e la complessa psicologia delle relazioni umane completa la scena. Se questo a qualcuno non appare sufficiente è solo perché non intende fare a meno del proprio dio, e di rendere a lui invece che a noi questo merito immenso. Logica bucata e senso d’inferiorità, amen.
– «Allora provami che Dio NON esiste!». Lo farò, non appena proverai tu a me che la gallina dalle uova d’oro NON esiste. Lo so che non puoi farlo, è per questo che io ci credo! O no?
– «L’albero di Dio si riconosce dai suoi frutti». Eh. I buoni frutti, come dire che vengano da Dio? C’è un collegamento reale, o è solo il pregiudizio di una fede? I frutti cattivi, come dire che non vengano da Dio, quando ad esso si ispirano? Solo il pregiudizio di un’altra fede? Riconosci in ciò l’albero dell’uomo?
– «Dio si fa trovare da chi lo cerca». Apparentemente semplice ed efficace, no? Ma invano un ateo offrirà a Dio di mostrarsi, pur chiedendolo col cuore in mano e mente pronta, per mille e mille volte. Non ci saranno segni inoppugnabili e definitivi, nessun miracolo certamente suo, nessuna parola, nessuna abbraccio, nessun incontro diretto. Dio si mostra solo a chi già crede, o credere vuole.
– «Dio non ci forza a credergli, ci dà segni che sta a noi accettare come prove». Appunto.
Eccetera.
In conclusione, queste ‘prove’ non provano un bel niente: sono una giocosa interpretazione della realtà, troppo approssimativa per avere un peso senza fede.
Alcuni credenti arriccerebbero ora il naso in disapprovazione: se tali argomenti hanno occupato migliaia di libri nei secoli, e richiesero giorni e giorni solo per essere formulati da così tanti arguti filosofi e teologi sopraffini, due paginette di obiezioni non vanno forse liquidate per superficialità? È questa, invece, un’obiezione superficiale: la forza di ogni argomento va valutata in sé stessa, non per quanto ha coinvolto o sconvolto l’altrui pensiero. Solo questo dev’essere il criterio di giudizio, perché il tema può essere di fatto più semplice, essere stato mal analizzato nonostante fiumi di inchiostro, o semplicemente essere vecchio e sorpassato. Non passiamo più un istante a meditare sul modello geocentrico del sistema solare, visto che la Terra non è al centro di nulla dal ’500… La massima parte dei discorsi teologici sono dello stesso stampo. In particolare, quegli autori cominciano da metà strada, avendo cioè dato per scontata l'esistenza di dio, e anzi del loro Dio; così, se pure ne sono uscite pagine di grande bellezza e profondità, persino di grande appeal intellettuale, esse non fanno che rinfrancare lo spirito di chi già vi crede. Inaccurate e astratte, esse dimostrano soltanto quanto può fuorviare la forza di una fede che venga prima dei fatti.
La Cappella Sistina non prova alcunché. La fede vince in romanticismo, ma perde in verità e realismo. 
È molto più facile oggi – in tempi di libero pensiero e democrazia – demolire certe trovate un tempo maestose, da parte di scienza, logica e sensibilità moderne.
Se questi contro-argomenti sono da respingere, lo si faccia mostrandone l’errore, non li si eviti a priori solo perché sviluppati in meno di un’enciclopedia. Ora fatti un favore: riflettici. Qui pure si va in profondità. Ma per prima cosa in direzione della verità e dell’uomo, non della fede, né di Dio.

Instancabile, il prete (o chi per lui) che ancora non si lasciasse sfiorare dal minimo dubbio e non rinunciasse ad ‘illuminarci’, potrebbe ricorrere ad imbarazzanti argomenti-patacca. Esempi:


* Minimizzare: «L’ateismo, che banalità»… E perché?
* Elucubrare: «In realtà tu senti dio ma non lo vuoi ammettere». Eeeh??
* Mischiare le carte in tavola: «Dio è Bene, si fa il bene solo in lui». Beh, forse Dio è Bene, ma Bene non è solo Dio. Senza, infatti, fare Bene si può eccome.
* Molle opportunismo: «Credici, che se c’è t’è convenuto». Reversibile: se non c’è, tutta la nostra sola vita così? Se poi c’è, non sarà felice che abbiamo cercato e ragionato da soli?
* Fraintese mancanze: «Beh, l’alternativa atea cosa offre di valido?». Il meglio della religione senza il peggio della religione, più qualche altra buona cosa, umana originale doc.
* Sconcertare: «Sai che umiliazione derivare dalle scimmie? Sai quanto più affascinante è l’idea di un dio nel mondo?». Umiliante no, ora siamo umani! Affascinante sì, ma… vero?
* Prendere per i fondelli: «Sei troppo piccolo/a per questi discorsi». Detto da uno che ci ha battezzato a pochi mesi.
* Sottovalutare: «Cosa ne sai tu della fede…». Già, questa materia oscura…

Infine, probabilmente indispettito dalla nostra ‘testardaggine’, il povero prete potrebbe rilanciare con la mitica frase: «Non c’è bisogno di prove per credere in Dio, basta la fede» …E grazie! In fondo, sono convinto, neanche lui crede che ‘basta la fede’. Infatti usa la ragione in ogni momento – pianificare una spesa, affrontare un viaggio, aiutare un parrocchiano, curarsi se sta male, … – solo che non può applicarla alle basi del suo credo, che crollerebbe d’un botto.
Avere fede senza prove è una cosa ad alto rischio. «Ragazzi, Dio è una carota! Lo so per fede!». Fa ridere. Una prova fa la differenza fra la verità e una balla colossale, fra i fatti e le superstizioni, fra la migliore approssimazione della realtà e le false certezze di un’illusione.
Basta credere? Allora credete che io sia un dio. Tra un paio di secoli, se saremo stati bravi, avremo proseliti in tutte le galassie!
Ragionare sulle cose, raccogliere prove e scoprire la verità sui fatti che ci riguardano è impegnativo, ma molto più funzionale. E libera una felicità di qualità più pregiata del cullarsi in credenze prive di evidenza, o del diventare i pupazzetti di qualcuno che sulla svendita di quelle credenze ci campa.

D’accordo che uno crede in quel che gli piace, ma meglio qualcosa che dia una certa garanzia di esistere, no?

«Però tu non puoi provare che Dio NON esiste». È vero. E allora?
Non è un problema che l’affermazione sia ‘al negativo’, ma la sua vastità. Ad esempio, si può benissimo provare che in una scatola di cerini non ci sia un ippopotamo. La apri, non c’è. La cosa cambia quando si tratta di provare la non esistenza di una entità mistica residente oltre natura.
Per essere formalmente certi che qualcosa non esiste, dovremmo prima guardare in tutto l’universo, in ogni tempo, e questo… è un po’ difficile! Va bene, allora, dimostrino i credenti che i draghi sputafuoco, gli unicorni viola, le super-formiche, il Dio-coniglio e Zeus NON esistono. Come, non si può? O bella!
È possibile dimostrare la non-esistenza di qualcosa di cui non si ha traccia concreta? E per non crederci, siamo forse obbligati a dimostrare la non-esistenza di ogni personaggio incorporeo o clandestino dai poteri irrintracciabili? Di ogni singola fantasia?
Andar dietro a questo tipo di idee per ‘provarle false’ sarebbe un immane lavoro, in realtà senza fine, e in larga parte chiaramente inutile, un vero spreco di risorse e di tempo. Chi vuole si accomodi, ma è la strada sbagliata, e la scienza lo sa. Meglio fare il contrario: provarle vere, definirle, capirle, nel momento in cui in qualche modo si manifestano.
Ora, di fatto, di qualsiasi cosa è vero che scientificamente ‘non sappiamo’, non proprio tutto almeno. Non essere certi è la condizione di base, per noi. Ma ci sono cose che conosciamo meglio, indubbiamente. Avendole osservate e sperimentate, con risultati costanti, malgrado il fatto che potremmo sbagliarci e sempre aperti a nuovi indizi, di esse diciamo che esistono e che funzionano in un certo modo. Altre invece ci sono completamente oscure. Quali e quante sono, come e se sono, sappiamo zero. E allora con lo stesso criterio – cioè malgrado il fatto che potremmo sbagliarci e sempre aperti a nuovi indizi – NON avendole potute osservare NÉ sperimentare con risultati costanti, NON potendo essere attribuite con sufficiente certezza ad alcun fenomeno misterioso e NON essendo strettamente necessarie alle teorie che già spiegano quelli conosciuti – queste, ancora non esistono per noi! 
Per ritenerle vere, reali, presenti, e almeno probabili, ragionevoli o anche solo un filo… plausibili, abbiamo bisogno di buoni motivi, di conferme. Prima. Altrimenti, l’assenza di prove è prova di assenza. Quella cosa può esistere, ma finché assente, come crederla presente? Non è ovvio per i centauri e i licantropi? Perdono tempo, i credenti, con gli altri dèi? Allo stesso modo, perché non accantonare il proprio, ma insistere a vederlo alla luce del buio?
La cosa è semplice: o abbiamo prove sufficienti e ragioni consistenti per convenire che una cosa esista e sia fatta in un certo modo, oppure no. Se non ne abbiamo, ritenere che non esistano è l’unica conseguenza logica e funzionale, non un dogma né una prova in senso assoluto, ma lo stato di partenza. Inesistente fino a prova contraria: l’evidenza deriva dallo studio dei fatti, non può esserci (e non può essere richiesta) prima o a prescindere, checché ne dica una fede. Non conta non poter provare ciò che non ha luogo, ma verificare e conoscere ciò che lo fa. Esiste ciò che si manifesta, il resto è ancora un’idea.
Il dato di fatto è che guardi e dio non c’è: in questo senso sì, possiamo dire eccome che ‘Dio non esiste’, come facciamo per tutta la miriade di esseri divini, di miti e forze magiche impalpabili partorite e rimaste nella nostra fantasia, con la tranquillità di un giudizio legato ai fenomeni e non eterno. L’argomento iniziale dunque non ha alcun senso, né forza di prova diretta o indiretta, e citarlo dimostra piuttosto una certa ingenuità. È interessante infatti che il credente non scelga alcuno degli altri dèi in base ad esso; ma improvvisamente, per il proprio, vale.
Facciamo luce quindi su un altro errore, tanto banale quanto diffuso: il fatto che la scienza ancora non spieghi certe cose, non rende una alternativa qualsiasi automaticamente vera. Non è abbastanza per ritenerla vera. “Non sappiamo cosa causa il fenomeno X, dunque la causa Y che io sostengo è vera!” -> ragionamento errato. Si può certo sempre credere con fede, uscendo appunto di razionalità. Perché hai presente quando non trovi più un calzino, o sparisce l’accendino, o il numero di forchette in casa non torna più? Un classico, a chi non è successo? Beh, c’è chi dice infatti che nelle nostre case vivano dei buffi omettini minuscoli che amano farne collezione… Li vedresti, se avessi gli occhiali di farfalla, ma il calzino sparito è la prova che esistono…
L’assenza di prove può al massimo rendere reale una possibilità di esistenza, il che non giustifica la sicurezza sull’esistenza che la fede cerca di sfoggiare. È una possibilità solo teorica – che non si nega a nessuno – e c’è anche quella che non esista… Possiamo immaginare infinite cose con una possibilità di esistenza, ma invisibili e non provate, e allora? Facciamo già che sono vere? Tutte? “Siccome è possibile che sia vera, allora lo è!” -> ragionamento errato. Si può certo credere con fede… Magari sull’Everest c’è uno che vende windsurf, ci credi?
Dire che una cosa è possibile non ci aiuta in niente, dato che tutto è ‘possibile’. Diamo un angolo di universo ad ogni mistero e possibilità teorica, e avremo una buona scusa per tutto, dalle divinità ai vampiri.

Basterebbe chiamarle ipotesi. Ipotesi ufo, ipotesi folletti, ipotesi piccoli uomini minuscoli che vivono nascosti in casa mangiano briciole e escono quando dormiamo, ipotesi uomonero, ipotesi reincarnazione, ipotesi… Dio. Qual è il problema a non pretendere che sia già una verità? Facciamolo, e siamo ancora nel campo del razionale. È nel balzo dall’ipotesi alla certezza che si entra nell’affollato e onnistupefacente pianeta della fede.
Per la scienza infatti sarebbero al massimo dei punti di partenza, non di arrivo. Ma poi ancora: davvero sono ipotesi di lavoro valide? La cosa va vista in questa luce: considerate le ambiguità di base, le ragioni alternative, le prove contro, gli errori, i dubbi, i misteri, le singolarità, i trucchi e i falsi allarmi della teologia, e il fatto che idee del genere – per definizione sopra-naturali – non sono direttamente osservabili né testabili (qualità necessarie di una buona ipotesi) né falsificabili (ovvero: per ogni caso irrisolto o esperimento fallito c’è una scusa che dice che esistono lo stesso. Qualsiasi verifica dunque non ha più valore) e poiché sono totalmente imprevedibili e poste a causa di un fatto senza la minima connessione sicura con esso (altre 2 condizioni necessarie) oltre che, nel caso di dio, vaghe immodificabili e sovrabbondanti (in scienza si va per la parsimonia: perché aggiungere un dio se una teoria funziona anche senza?)… considerato tutto ciò, è sbagliato dare a questo tipo di ipotesi lo stesso peso e la stessa forza di quelle che ne sono l’opposto. Esse non hanno alcuna proprietà scientifica, né, ad ora, alcun ruolo necessario o significativo secondo il metodo razionale. Perché proprio questo metodo? Perché è il più attendibile: di fronte all’ignoto e al sorprendente, osservazione, ipotesi e verifica consentono teorie coerenti, previsioni affidabili e correzioni incessanti. Non si può dire lo stesso di dogmi e preghiere. Idee del genere sono del tutto inutili alla scienza. Questo è il pane della fede.

Nondimeno, gli dèi potrebbero esistere. Ma abbiamo modo di saperlo, finché vorranno giocare a nascondino, i birbanti? Semplicemente, finché non si faranno vivi… finché non si faranno collegare ai fatti con certezza… dobbiamo pensare che tutti questi esseri non esistono. Quando succederà, se succederà, sarà un piacere cambiare idea. E magari intanto cercare, con forza e perseveranza, la verità, scrostando via il falso, sulla base delle ipotesi più probabili e attendibili. ‘Dio’, idea generica, non è fra quelle, così com’è costruito su attributi tanto vaghi. Qualcuno sa com’è una cosa ‘perfetta’? E una ‘trascendente’? Bah!
«Appunto, noi umani siamo così limitati, non possiamo escludere Dio solo perché non possiamo capirlo!». Al contrario: proprio perché è così inarrivabile possiamo escluderlo! Che senso avrebbe? È un’idea vuota, incolmabile di vero significato. Domanda: se appunto non possiamo capirlo, se è misterioso e inconoscibile per definizione, come fanno i credenti ad esserne tanto sicuri? Dio è questo, ha fatto quello, pensa, vuole, chiede, dice, promette… Ma di cosa parliamo?
In realtà il credente non intende un’idea di dio in generale, ma quella del suo dio, di cui pretende di sapere eccome. Beh, a parte quest’ovvio paradosso – che dovrebbe da solo bastare – meglio ancora: così è possibile una critica diretta. Se si comincia a definirlo bene, c’è un modo sicuro di vedere se quel dio non esiste: basta capire se per caso alcune di queste sue qualità non siano… contraddittorie.
La prima cosa allora è chiederne una definizione precisa: «Scusa, che cosa intendi tu per ‘Dio’, esattamente?». È necessario cominciare da lì, dal momento che di idee di dio ce ne sono molte, e da atei non possiamo dare per scontato quale preferisca la persona che abbiamo davanti. Chiarito di quale dio si tratta, possiamo finalmente intenderci, quindi esprimere un parere. E se le qualità che ha, messe insieme, lo rendessero impossibile come cosa reale? Per quello cristiano ad esempio è così, e ci stiamo giusto arrivando.
Infine: è una regola lampante che è chi fa l’affermazione a doverla dimostrare. Chiunque può parlare, e parlare è facile; verificare invece richiede tempo, impegno, meticolosità, e spostare lo sforzo di provare delle straordinaaaaarie idee personali sulle spalle di chi è lì per essere convinto è troppo comodo… e scorretto. Gettare un nuovo personaggio sul tabellone del Grande Gioco della Vita, è una responsabilità di chi per primo ce lo infila: dire che una cosa nuova esiste impegna chi lo dice a provarla. Chi ascolta invece ha il diritto di non fare nulla, di aspettare spiegazioni, e di essere scettico/a fino al momento in cui ne verranno date di convincenti. Non dovrebbe essere difficile, basta rendere chiari i motivi per cui si è così certi di quanto si afferma…
E ci si spieghi cercando di essere precisi su questa storia del soprannaturale, perché quello che si vede è invece molto naturale. La storia infatti ci racconta di uomini che hanno da sempre prestato la voce ai loro dèi… Che da primitivi e ignoranti spiegavano con essi ogni cosa sconosciuta, e che poi, contraddetti dalla realtà, ne hanno visti sempre meno, o hanno creduto in un solo dio ben nascosto, padre e padrone solo di quanto ancora la scienza non ha spiegato e l’etica si lascia scippare via. Questo è successo di sicuro, lo sappiamo!
E sappiamo anche che le persone, per loro natura, cercano sollievo dalla paura dell’ignoto e della morte, consolazione per la perdita dei cari e un desiderio a volte insostenibile di riabbracciarli, speranza per il futuro, la giustizia e il benessere che gli mancano, e tutto l’amore, la stima e l’aiuto di cui hanno profondamente bisogno… E che in queste delicatissime circostanze è quanto mai facile sbagliarsi e volersi sbagliare, illudersi, e volersi illudere.
…Sappiamo che la fede è buona per sostenere l’esistenza di qualsiasi dio, e infatti ogni religione e setta se ne serve per trovare il proprio; e che la gente per essa ha abboccato ad ogni genere di cose assurde, dalla guerra alla fine del mondo… Sappiamo che spesso non la si lascia scegliere, la fede, ma la si suscita portando i più piccoli a credere alla fede dei grandi. E che proprio assorbendola da piccoli è poi più difficile staccarsene e più facile tramandarla. Anche questo è sicuro.
…Sappiamo quale potente catena a una fede possano essere il senso di colpa e di dovere, l’idea di dover ‘essere perdonati’, l’idea di ‘Salvezza’ da un mondo corrotto… Sappiamo che un ‘Dio buono’ è un’ottima razionalizzazione di errori educativi, capace di salvare nel nostro cuore chi ce li fece subire, e garantire (pur rimosso dalla terra al cielo) l’esistenza del padre ideale, che con noi non sbaglia mai e ci ama come siamo. Anche questo succede, è sicuro.
…Sappiamo che ci esalta sempre unirci sotto un ideale, credo, bandiera, leader o progetto finalizzato a qualcosa di alto e più grande di noi… E sappiamo che l’esaltazione si trasforma presto in idealizzazione, se ci chiudiamo al mondo, e questa in un ego parrocchiale teso a difendere sé stesso e il suo posto sul podio.
…Sappiamo quanto è importante il senso di appartenenza a un gruppo, quanta pressione psicologica possa intenzionalmente (ancorché implicitamente) esercitare sui singoli membri, e cosa ci si può spingere a fare pur di sentirsene parte.
…Sappiamo che certe persone preferiscono adagiarsi e andare con la corrente, o osannare chi si piglia la responsabilità piuttosto che fare da soli. E anche che possono sbagliare a sceglierlo, soprattutto quando si fidano senza ricontrollare e quando interpretano testimonianze fatti e sensazioni secondo quanto già credono; e che la sicurezza che ricavano facendo di flebili deduzioni delle verità profonde spesso basta a convincere e coinvolgere altri ancora. Anche questo è sicuro.
…Sappiamo che gli dèi e i loro alti rappresentanti, come i leader di culti minori, hanno – e non per caso – ‘poteri’ la cui azione non è verificabile… «Non testabili, né falsificabili», direbbe uno scienziato che esperimenti ne fa ogni giorno. E che a molti basta soltanto sentire la parola miracolo per esserne immediatamente certi…
…E sappiamo che concedere felicità a fronte di obbedienza (e terribili castighi viceversa) è l’eterna promessa del pre-potente sul debole, entrambi magari convinti che sia così che deve andare. La religione infatti è storicamente (anche) comodo strumento di potere, di un gruppetto che – arrogandosi privilegi e poteri ‘divini’, ‘intoccabili’ e ‘indiscutibili’ – in ogni epoca e fino ad oggi ha tentato e spesso ottenuto d’imporre le proprie regole al resto del popolo, sottomettendolo non solo economicamente, ma fisicamente e psicologicamente. Anche questo è sicuro.
E sappiamo pure che, al contrario, all’aumentare di libertà benessere sapere e rispetto scende il bisogno di sperarli in un aldilà, e sale la voglia e la capacità di non dipendere da intricate e indimostrabili tesi da sciamano del villaggio. 

Quando una fede nasce e si diffonde per motivi come questi – potenti, ma esclusivamente umani – o ne è intrisa al punto da non riuscire a distinguerli, non ce n’è abbastanza per dedurre che ‘Dio’ è una comoda idea, un’utile creazione umana, un perfetto appiglio sagomato a ciccio? Una soluzione tattica veloce ma inaccurata? Stando così i fatti, allora: da 1 a 10, quanto c’è da stare in campana quando ci viene richiesta pura fede? E quando la si afferma con logica sgangherata? E quando la si sostiene nonostante i difetti del credo tutto intero?
Uhm, bah… coloro che credono in un dio dovranno decidersi a mostrarlo, questo dio, altrimenti la loro verità non sarà distinguibile da quella di un’altra religione… né da interessanti ipotesi, né da rozze invenzioni, da frottole, fantasie o totali imposture. Fino a quell’istante, come fidarsi?

Yumm… Era un punto importante. Cosa ne pensi?

Fraintendere la storia e usare impropriamente la scienza è purtroppo un difetto ricorrente nel ragionare della fede. Capita così di avere l’impressione che esse spieghino, difendano o almeno suggeriscano l’esistenza di un qualcosa chiamato Dio, e inoltre di essere del tutto razionali nel proprio credere. Quando si fanno errori del genere, invece, pur senza volerlo si dimostra esattamente il contrario. 
Una informazione accurata e l’abitudine a una logica corretta permettono di non perseverare, di insegnare bene, e di sostenere le proprie opinioni in modo inappuntabile. Perché no, anche la propria fede: in quanto fede, e nulla più.

Se un dio esistesse come esistono il Monte Bianco e Vienna, non staremmo a discuterne: gli atei non esisterebbero, e vi sarebbe al mondo una religione sola.

«La fede è fiducia, e tutti usiamo la fiducia, anche tu». Vero, solo in parte. Guardala così: non è un caso se la religione chiede ‘fede’ e non ‘fiducia’.
Senza dubbio ogni giorno ci fidiamo di molte cose: che la sedia su cui sediamo ci regga, che l’aereo che prendiamo ci porti a destinazione, che i nostri amici ci restino vicini, che… domani il sole sorga, e sempre dalla stessa parte! E così via.
Ma è fede, questa, o fiducia? Siamo certi al 100% che la sedia regga, che l’aereo decolli? No… Ci aspettiamo che lo facciano, ci regoliamo su questo perfino, ma non potendo leggere il futuro non possiamo affatto esserne sicuri. Ciò che possiamo fare è assicurarci che la sedia sia solida, e che la compagnia aerea esegua ogni test di sicurezza… dato che la terra fa sempre un giro intorno al sole in un certo tot di tempo, possiamo concludere che quasi certamente sarà così anche domani e stabilire leggi fisiche basate sull’osservazione… salvo imprevisti!
Ecco la differenza fra fiducia e fede: la prima va guadagnata, si costruisce poco a poco sulla base di fatti, studi e precise esperienze del passato, raramente arriva al 100% e in ogni caso è soggetta a continue verifiche e pronta a cambiare (tanto che se un buon amico ci tradisce noi perdiamo fiducia in lui). La scienza stessa per questo ammette con buon senso di poter sbagliare, e prevede di aggiornare le sue teorie nel tempo. La fede, invece, si basa su desideri e bisogni, su interpretazioni e dogmi. La fede vuole abbandono, accettazione di tutta una serie di idee e di ideatori, certezza sul mistero, travestimento di ipotesi in verità, sospensione di critica e verifica… è fiducia cieca.

Altra differenza: una cosa è la fiducia in qualcuno perché gli si riconosce un valore o un’abilità, un’altra è la fede nell’esistenza di quel qualcuno. La seconda per me è ingiustificabile: non ha senso credere vera una cosa in assenza di prove, in presenza di contraddizioni o nonostante prove del contrario. Nessuno si sogna di credere per fede alla luna di formaggio o alla pentola d’oro all’inizio dell’arcobaleno… e per gli dèi è lo stesso discorso. Se la scienza usasse la fede per conoscere, saremmo ancora fermi all’idea che il sole gira intorno alla terra e che i fulmini li lancia Giove. Saremmo letteralmente ancora là.
Quelle erano epoche di grande ignoranza, certo infatti… e la fede come modo di ‘conoscere’ vi ha sempre contribuito.
Insomma, con la fiducia si sta ai fatti, con fede si creano esseri sovrannaturali. Ma se qualcosa esiste, esiste al di là di quanto uno ci crede. Se non esiste, non c’è e basta. Non importa quanto sia forte una fede.
Perciò, se si ha bisogno di fede per credere vera una cosa, non viene da pensare che sia in effetti incerta la sua reale esistenza? Se dev’essere accettata per fede è perché non può esserlo per il suo evidente esistere.

Domanda (da un milione di dollari): dimmi, quali altre cose credi – o crederesti – esistere per fede?

La fede dunque non è fiducia. Chiamarle uguali è semplificare, al solo scopo di giustificare la fede… E se tutti usiamo la fiducia, che in effetti è utile e anzi necessaria, la cecità è un limite: nello scegliere dove portare i nostri passi non è meglio vedere se la strada è libera o c’è un campo minato davanti a noi?
Chiediti: per quale ragione dovrei credere questa cosa?

«Ma tu credi in qualcosa: che Dio non esiste. Vedi che pure tu hai una fede?», dice qualcuno. Io rispondo: «Fede? La nostra ‘fede’ è del tutto diversa!

* Io ho una opinione. Tu hai un credo che chiami Unica Verità.
* Io posso sbagliare, e sono pronto a cambiare idea davanti a una nuova prova. Tu non hai prove, e nonostante questo credi ciecamente.
* Io osservo i fatti e ne ipotizzo una spiegazione. Tu prima immagini la spiegazione, poi con essa giustifichi i fatti».

Insomma, un conto è la fede assoluta, altro è una opinione provvisoria fondata su ogni evidenza del momento, perciò non astratta e non dogmatica.
Ti pare allora che per non credere ci voglia il salto nel buio necessario al credere?
Se con i primi argomenti si è tentato di innalzare la semplice fede al livello della fiducia che il metodo scientifico consente, come avesse anch’essa una base razionale e affidabile, ora si vorrebbe abbassare quella fiducia alla fede, come se in fondo fossero entrambe limitate, e allora ‘tanto vale’ credere in Dio. Manovre scorrette da principianti: accosti prego, patente e libretto… In entrambi i casi, dev’essere ormai chiaro quanto in realtà siano diverse, e – fra le due – chi merita e perché.

Filosoficamente, le caratteristiche di Dio sono un bel problema. In effetti abbiamo inventato un dio che non si capisce se è buono o no, se è giusto o no, se è onnipotente o no… È uno strano dio, che però viene agghindato come avesse le migliori qualità al massimo del top, tutte insieme. Bello no? Si prende un uomo, si capisce che ha dei limiti e fa degli errori, si immagina un essere che non ne abbia e non ne faccia mai. Shakerare e servire con ghiaccio. Gusto forte? Si può solo immaginare. Anche perché tutte quelle qualità cominciano presto a fare a cazzotti.
Pensa all’idea di Trinità: Padre+Figlio+Spirito fanno UN SOLO dio. 3 per 1, cos’è, un saldo? 3 persone che vengono l’una dall’altra eppure sono eterne, distinte l’una dall’altra ma ciascuna Dio tutto intero e anzi un solo Dio. Sono diversi, e però identici; separati, ma uniti; singoli, eppure coincidenti! E attenzione: uno è anche vero uomo, quindi in realtà è una specie di quartetto. Per aggiungere stravaganza all’inverosimile, ovunque sia ha anche il corpo di un uomo… e perciò i limiti (come la non-eternità), se non i difetti, dell’uomo! È l’apoteosi, la vetta del trasformismo divino. 
Non posso non unirmi a questo esercizio di creatività, immaginando una conversazione in cielo: «Spirito, hai visto che bella veste nuova che indossa oggi il nostro Gesù?» – «Sì, tanto deliziosa!» – «Non trovi che mi starebbe d’incanto?» – «Beh, tu mica puoi indossarla… Però sì, credo di sì!» – «Amen! Quando arriva gli dico di darla a me… per lui non sarà un grande sacrificio» – «Guarda che sono già qui, lo sai benissimo! Ah, ma quando ti accorgerai di me?» – «Figliolo non dire così, sono tuo padre il Padre, e ti voglio bene!» – «Sarà, ma qui chi si sacrifica sono sempre io! E prenditi ’sta maglietta, và!» …E così via…

Ecco dove ragione e fede si rivelano distinte e distanti: mentre la prima è lì che si sorprende e si domanda, l’altra si scatena, e se ne esce con quello che vuole. Fiera di sparare nonsenso e di crederci…

Oddèi, faccia pure. Ma non pretenda di essere allo stesso tempo anche logica e coerente, perché proprio non lo è.

Ancora: Dio sarebbe ‘perfetto’, e questa perfezione consisterebbe nell’essere onnipotente (che significa che può fare tutto), onnisciente (sa tutto), onnipresente, trascendente (al di là della natura), eterno, e giusto e buono al massimo grado. Alleluia! Nient’altro?

Gran bella entrata, ma l’insieme di queste cose non sta in piedi… Ad esempio: come può essere giustissimo e condannare per l’eternità (’spè, fammi rendere meglio l'idea: più di un fantastiliardo di milioni di miliardi di anni) a fronte di delitti in una sola vita? Come può essere buonissimo ed esistere l’inferno? 

Se è giusto alla perfezione, come fa ad essere anche buono alla perfezione? L’uno esclude l’altro…
Se è perfetto è completo, se è completo come può beneficiare del nostro amore? Come può un essere perfetto provare il turbine dei sentimenti (amore, compassione, tristezza, ira, preferenza, …), e lasciarsi influenzare dall’esterno (cosa necessaria per cambiare sentimenti)? E… un essere proprio perfetto, può desiderare, cioè può non avere e sentire la mancanza o la voglia di qualcosa? Se è perfetto e buonissimo, perché mai richiede adorazione, come se ne avesse bisogno o fosse bello volerci in ginocchio?

Si sarà mai annoiato? Se è perfetto non ha da imparare niente, ma se non può imparare è perfetto? Perché un essere perfetto si interesserebbe di cose imperfette? Anzi, cos’è davvero la ‘perfezione’, e dov’è? 

Come può un essere infinito non comprendere anche noi e tutte le cose? Se è infinito, incorpora forse gli opposti, quindi il male come il bene? Se trascende spazio/tempo e materia/energia, come fa ad interagire con questo mondo che è l’esatto contrario? Come può essere al contempo al di là della natura e onnipresente in essa? Se è invisibile, quanti altri esseri invisibili potrebbero esserci? Onnipotenza, come è possibile avere tanta immane energia, come gestirla e dove conservarla? Se è onnipotente, come fa ad essere anche buonissimo (non può fare il male), e onnisciente (non può essere ignorante, né conoscere molte emozioni come paura, debolezza, dolore, incertezza, invidia, …)? 

Se è onnipotente può forse morire, avere imperfezioni, soffrire di malattie, non essere onnipotente, sbagliare, migliorarsi? Come fa ad essere onnisciente + incorporeo (non ha esperienza diretta di canto o di nuoto, per dire), o onnisciente + buonissimo (non avrà odiato o ucciso, ad esempio [ehm… se per convenienza dimentichiamo il VT])? Se è onnisciente non ha creatività, anzi non può nemmeno pensare, ragionare, perché conosce già tutto, ogni conseguenza, ogni soluzione. Onniscienza, dove tenere archiviata una così incredibile mole di informazioni, il passato il presente e dunque il futuro di ciascuno di noi e di tutto l’universo, includendo ogni possibilità alternativa e persino ciò che poi si rivela falso? 

Se è onnisciente, come fa a conoscere emozioni come attesa, sorpresa, curiosità o speranza? Se lo è, (=>conosce già il suo destino), come fa ad essere libero e onnipotente? Se lo è (=>conosce già il nostro destino), noi siamo davvero liberi? Oppure è lui ad essere limitato dal nostro imprevedibile libero arbitrio? Se lo è, cioè già conosce le nostre ‘scelte’, come può essere soddisfatto o deluso da noi? Anzi, che ci ha creato a fare? …

Se un essere con qualcuna di queste belle qualità esistesse sarebbe veramente un fico (non perfetto, ma fico), ma un essere con tutte queste qualità che insieme si oppongono non può esistere, come non può esistere un quadrato anche tondo. Se le possiede tutte è contraddittorio, se non le possiede è incompleto. In entrambi i casi non è perfetto. Vedi vie d’uscita?

Un essere ‘perfetto’ può esistere solo nella fantasia, il solo posto in cui possiamo immaginare anche gli Altibassi, quel popolo di ventenni di settant’anni tutti molto alti e bassissimi, con grossi nasi piccoli piccoli. In realtà, perfezione è un termine indefinibile: poiché non l’abbiamo mai osservata in natura, ce ne facciamo un concetto a nostra misura, migliorando pezzi della nostra esperienza per astrazione e sintesi. Un’abilità tutta umana, da cui nasce l’arte, la filosofia, la matematica, ma che lasciata vagabondare da sola costruisce simboli privi di senso reale, magnifiche chimere senza peso.

L’idea cristiana di Dio è incoerente con sé stessa, quindi resta un’idea.

Il passo successivo – che poteva essere cercare prove di esistenza – si rivela già inutile. A meno che… a meno che non si ammette che Dio può essere incoerente, non limitato dalla logica, illogico. Allora sì che potrebbe esistere, però potrebbe essere tutto e il contrario di tutto. Non se ne potrebbe mai dare descrizione certa – sarebbe, a maggior ragione, inconoscibile – sciocchezze e fantasie farebbero brodo, ognuno produrrebbe la sua e non capirebbe quella dell’altro. Perché, se si salta fuori dalla logica, tutto diventa possibile: anche che 1=3, che un dio si infili in un disco di pane, e che il mio orologio sappia giocare a tennis.
Si può anche rifiutare il problema e non riconoscere la gravità di queste contraddizioni, sfumandole in semplici ‘paradossi’, o chiamandole ancor più benevolmente ‘misteri che non possiamo capire’, e via sgattaiolando… Classica scusa, l’avrai già sentita. Però, più che una scusa per credere, in effetti è un solidissimo motivo per non credere: se appunto ‘non possiamo capire’…
Per sua precisa ammissione, la chiesa cattolica ritiene un mistero cardini della sua dottrina come la Trinità, la volontà di Dio, la presenza del male, l’incarnazione, la resurrezione di Cristo e la sua presenza ora fra noi, l’eucaristia, la realtà divina della Chiesa, la creazione, la trasmissione del peccato originale, la resurrezione dei corpi (v. ad es. Compendio del Ccc, pte1 sez2). Ma come si possa scegliere di credere vero ciò che è apertamente chiamato mistero, è per me il mistero più grande di tutti.
Da mistero a dogma: come aspirare alla Verità… e accontentarsi di molto meno.

A molti cristiani piace affermare che la ragione non è in contrasto con la fede, anzi la sostiene. Ma come si possono conciliare? Se ci fossero ragioni logiche, razionali, naturali sul tema, non solo non gli sarebbe più necessaria la fede, ma non lo si chiamerebbe più… soprannaturale! Diventa chiaro come la neve quindi, che le due sono quanto mai lontane: davanti a tanti misteri la ragione si fa prudente e indaga come può, la fede prosegue da sola di gran passo, la sorpassa e se ne va senza voltarsi, nemmeno a salutare.
È una questione di metodo. E un buon metodo, nella ricerca della verità, è importante come la verità stessa. Se anche la fede dicesse cose che la scienza conferma (e non è così), vi sarebbero arrivate per strade diverse, senza toccarsi. Ma il più delle volte questo non avviene, perché troppe sono le cose che ‘potrebbero essere’, e molte meno quelle che sono. Lo dimostra la recente affermazione del papa: «Il Limbo non esiste!». Vedi? Dopo che per secoli era stato creduto vero che più vero non si può, questo spazio non-paradiso e non-proprio-inferno mai osservato e però affermato per fede, per fede ora non esiste più. Prima c’era, ora no, ma niente è cambiato, se non ciò che si vuole credere. Era solo una ‘ipotesi teologica’, dice il papa, e ne inventa un’altra. Relativista come pochi, ha serie difficoltà ad ammetterlo.
Di verità quindi nemmeno l’ombra, solo ipotesi che interpretano fantasie.
La scusa ufficiale è che la dottrina è solo definita meglio, in sostanziale ‘continuità’. Giusto, è la fede che si deve adattare alla ragione e alla sensibilità, perché esse – appunto – non la sostengono… ma questo continuo cambiare dal passato fa a pugni con le idee di ‘immutabilità’, ‘assoluto’ e ‘ispirazione divina’. Come si può sostenere l’uno e le altre insieme?
Non tutti concordano, in verità: alcuni – più coerenti, ma più distanti dalla realtà – negano che la dottrina debba cambiare, e restano a prima del Concilio Vaticano II, o persino alla sola bibbia. Ma in tutti e due i casi si dà precedenza alla fede, e si chiede alla realtà di piegarvisi. Quando accade, le ragioni della ragione hanno meno valore, la logica sfugge alle regole, la scienza rinnega sé stessa, e il cuore, eh, si adatta e si inchina al nuovo senso che si dà alle parole.
Una visione di vita che si fondi e provochi questo, a mio avviso è nociva.

«Ma il mio Dio è Ragione, dunque la mia fede non può che essere razionale!». Uhmm… Dire, semplicemente dire, a parole, che Dio=Ragione, non implica che sia vero. La teologia e la scienza, fede e ragione, di sicuro desiderano e puntano entrambe alla verità. Ma ciascuna ha la sua. Nel capire, la prima procede per dogmi e affermazioni non provate, certezze ‘assolute’, ispirazioni mistiche, rivelazioni infallibili, libri sacri, giustificazioni al rovescio, storie misteriose, sopra-naturale, singole esperienze, interpretazioni personali, deduzioni spicce, emozioni, buffe razionalizzazioni e non di rado con errori logici e pregiudizi. L’altra no. Lei, l’opposto. La fede come metodo di verità è dunque per natura in inconciliabile contraddizione con il metodo scientifico.
La fede non dà certezze assolute. Solo credenze assolute.
La ragione, la logica, la scienza, hanno regole ben precise, non si può non usarle o usarle male, e dirsi lo stesso razionali. Lo abbiamo visto prima: è un punto importante per capire la differenza. Certo, l’idea di un Creatore invisibile e al di là del mondo ‘non contraddice’ la scienza, ma è ovvio: è un’idea talmente impalpabile, generica, elastica e riciclabile! Troppo comodo. Inversamente poi, la scienza non trova impronte necessariamente riconducibili ad alcun dio, nessuna evidenza conclusiva, e le sue teorie ne fanno tranquillamente a meno. C’è dunque da chiedersi perché mai vi si voglia ricorrere in questo modo, ora tentando a vuoto la via della razionalità, ora riparando nel sempreverde mistero della fede, come se nel definire incomprensibili, inintelligibili, le qualità e i progetti della dimensione divina, essa possa essere presa in qualche modo finalmente sul serio. Cosa c’è di più profondo del nulla?
La fede non risponde a nessuna domanda. Ingegnosamente improvvisa.
Senza prove, concetti come dio, anima, aldilà, finalità, verità assoluta, rivelazioni, resurrezioni e reincarnazioni, razionalmente le si può mettere al limite fra le ipotesi da verificare. Come fa la scienza. Come non fa la religione. La prima non ne esclude nessuna, e cerca la verità. La seconda le crea e si fissa su di esse, senza più tendere alla verità. Ma presupporle è arbitrario, necessarie non sono, e dirle vere perché la scienza non ne sa ancora nulla è un errore di ragionamento in sé stesso.
Sintesi e scioglimento: i ragionamenti proposti per fede partono da assunti inconsistenti, quindi gli argomenti a favore sono inconsistenti, ergo le conclusioni sono inconsistenti. Ça suffit.

Non mi sentirai dire che la ragione è in assoluto il modo migliore sempre. Deificare la scienza non è… scientifico. È solo il metodo più affidabile, al momento, per indagare e capire la realtà, e offrire il massimo grado possibile di sicurezza sull’esistenza e il funzionamento delle cose. Il ‘massimo grado’, perché la ricerca è progressiva. È un continuo esplorare, mettere in dubbio, accertare, perfezionare. L’esperienza ci insegna che una scoperta tira l’altra, e che potremmo sbagliarci completamente… c’è così tanto da capire! A noi sta – con coraggio, decisione e giusta modestia – di fare del nostro meglio. La certezza assoluta in scienza non esiste, esiste un costante affinamento della conoscenza.
«E gli assiomi?». È vero che la scienza parte dagli assiomi, anch’essi dei presupposti non provati… ma assioma e dogma non sono affatto stessa cosa: l’assioma è una premessa convenzionale, oppure attualmente auto-evidente – come il principio di non contraddizione – di cui si ipotizza la verità per ricavare teorie funzionali, coerenti, verificabili sperimentalmente e capaci di previsioni corrette e costanti. Si può benissimo cambiare o aggiungere (formulando così teorie nuove), e pure scartare all'istante se fosse contraddetto dall’esperienza. L’assioma è un punto di partenza che consente conoscenza, derivato e sottomesso ai fenomeni, valido solo finché li spiega bene, e sempre sotto esame. È anche semplice, preciso, osservabile, congruo e necessario, in un gruppo di pochi, ben scelti, essenziali e sufficienti. Chiara la differenza, no?
Non sentirai mai dire a uno scienziato «Gli assiomi sono verità assolute, trascendenti, rivelate. Se non ci credi non sei uno di noi. Brucerai all'inferno, eretico!», piuttosto «Ma dai? Fammi vedere…?».
Un assioma non è dogma, dunque, come la scienza non è una religione. Certi credenti le scambiano, per sostenere che ‘tanto c'è un identico salto di fede’, e che ‘alla fine sono entrambe incerte’, ma è un errore, e… un autogol: nel tentativo di delegittimare la scienza, non solo si dimostra grande ignoranza di come essa funziona, ma si evidenziano inconsapevolmente proprio i limiti della fede.
Non è esagerato dire, dunque, che usare la fede è… non razionale, irrazionale.
Intendiamoci: non vuol dire essere stupidi, svaniti o polli. Chi crede possiede certo intelligenza e anche grande cultura, le usa e ci tiene a farlo in tutti gli altri campi, con tutte le altre religioni, e a volte persino su parti meno centrali della sua dottrina. Sui fondamenti invece ha certo le sue ragioni, ma non… secondo ragione. In quel momento ha abbandonato la strada di una cauta, rigorosa e profonda ricerca, per la scorciatoia sentimentale, ma piripinda, del mistero ‘soprannaturale’. Le sue scuse e razionalizzazioni saranno semplicemente più sofisticate.
Allora: fede e ragione sono approcci distinti, non si mischiano, non si aiutano, non dipendono l'una dall’altra, sui temi comuni competono, ma possono certamente convivere, a patto di non confondersi né imporsi l’una all’altra. E a ciascuno la scelta su quello che ritiene essere il metodo più affidabile per la ricerca del vero.

Se esiste, se c’è un piano divino, perché Dio non ce lo dice chiaro?
Forse rimane nell’ombra perché ‘ci lascia liberi di scegliere’. Eh? E come facciamo a scegliere un’ombra? Questa cosa fa effetto e per questo è un argomento famoso, ma che significa di preciso? Vediamo:

1) Dio è (creduto) onnisciente: conosce tutto di noi dall’eternità, anche il futuro, che predice e dispone. Se così è, inevitabilmente noi non siamo mai stati liberi. Ne abbiamo l’impressione, ma per lui siamo bamboline.
2) Le opzioni sono ben conosciute: dio, credergli o no. Ciò che manca sono le prove. Quindi la cosa in realtà sta così: siamo liberi di scegliere per fede. Questa solo è la scelta che ci offre Dio, e a molti non basta o non interessa. Io, ad esempio, di essere libero di credere o non credere a Polifemo, me ne infischio.
3) Tutti gli dèi si tengono nascosti, tutti ‘ci lasciano liberi’. Chi scegliere? Possiamo sbagliarci all’infinito. Stare nascosti e sottrarsi alla verifica è un vantaggio per loro, non per noi.
4) Possiamo scegliere, però se ‘sbagliamo’ ci sbatte all’inferno. Oh, quanto liberi di scegliere!

In realtà, proprio la volontà di nascondersi alimenta i miti e gli equivoci. La conseguente necessità della fede alza paurosamente il rischio-ingenuità, l’infernale alternativa spinge a credere senza pensarci un attimo, e tutto ciò rafforza il sospetto di dominio e manipolazione da parte di chi le insegna. Ma in fondo, soprattutto, sa di scusa per un dio che non esiste, non sembra anche a te?
Così come tante altre, furbescamente sottili e altrettanto necessarie a chi vuole scusarsi l’assenza degli dèi, i quali non si curano di chiarire nulla – né potrebbero, non esistendo. Chi vuole credere deve immaginare una scusa dietro l’altra, e razionalizzazioni ad hoc, per assolvere il proprio dio dalle sue assenze, in genere e con piacere appoggiandosi a logica inesatta e deviando su di noi la colpa di non vederlo. Ad esempio: «Poiché credendo ti senti bene, allora Dio esiste» (sentirsi bene pensando una cosa non prova che esiste. Inoltre per molti pensare a Dio è causa invece di dure lotte interiori, sarebbero prove che dio non esiste?); «In realtà hai paura di conoscerlo» (svia il problema: non è la paura ma l’assenza di prove e la presenza di difetti dottrinali. Può essere vero il contrario: ci si crede per paura); «Se guardi in te onestamente, lo sentirai» (dà per scontato che non lo abbiamo ancora fatto onestamente. Inoltre non basta, visto che in ogni religione si ‘sentono’ i propri dèi. Quindi può essere vero il contrario: siccome il segnale non è chiaro, è onestamente difficile dire se è un dio e quale sia, se non per sola fede); «Non tentare Dio chiedendo prove» (come se uno al telefono ci dicesse: «Venga al parco a mezzanotte» – «Scusi, ma lei chi è?», chiediamo giustamente noi – «Come si permette?!», fa lo sconosciuto); «Se dubiti di Lui, non ti meravigliare che non risponda» (insomma abbi fede fede fede… perché non è mai abbastanza!). Gira che ti rigira, la colpa che non si faccia vedere è sempre nostra.
E… se ‘ci lascia liberi’ perché i credenti continuano a pregare, a sentirsi messi alla prova, a ringraziare e a gridare al miracolo? Non sono proprio loro ad essere abituati a dare a Dio il merito delle cose belle (ma ovviamente non la colpa per quelle brutte, in modo che ne esca ancora una volta pulito, pur senza aver mai riconosciuto in pubblico un’azione)? Davvero quindi non si intromette mai? In passato in realtà è intervenuto tantissimo, stando alla bibbia (cioè alla parola di altri uomini), s’è persino incarnato, c’è una dottrina che finisce con un giudizio universale, senza contare miracoli e angeli custodi… cosa sarebbero queste – dal punto di vista di chi crede – se non azioni sue dirette, e grandemente condizionanti? Poi però, se si tratta di prove vere e proprie, tace: non è incoerente? Ma allora dio ci guida o ci lascia liberi? 
Forse – diranno alcuni – Dio è presente sì, ma in modo silenzioso, discreto, e interviene senza ‘firmarsi’, se ci credi capisci… Bene, non è provato ma potrebbe essere, in effetti, no? Certo se fosse così, c’è da domandarsi: se al posto di questo Dio mettessimo un altro dio… o una roba qualsiasi impalpabile, metafisica o comunque invisibile… cosa cambia? Potrebbe essere chiunque. Urca!
Anzi, ora che ci penso: che differenza c’è tra un dio che per lasciarci liberi non parla con chiarezza e non si mostra, e un dio che non esiste? Come dire: che differenza c’è tra uno sformato prosciutto e patate che non vedo sul tavolo, e uno che sul tavolo non c’è? Ok, ora mettiamo ‘papà’ al posto di ‘dio’, nell’esempio. Cosa cambia? Beh, una cosa fondamentale: che un padre biologico, sia pure assente, esiste.
Dèi, Atlantidei, Fatine dei denti, Extraterrestri, Agenti Smith… Il silenzio di tutti questi esseri invisibili non è prova che esistano né che ci guidino, e una ‘azione non firmata’ resta al massimo un fenomeno dalle cause ancora da chiarire. 
E fintanto che non sappiamo, perché credere vero un dio, o l’universo dei gelati alla fragola?

«Chiaramente, stai rifiutando Dio!». Può di sicuro sembrare, a chi ci crede. Dopotutto per essi Dio esiste, e dunque l’ateo, è lui che si rifiuta di ammetterlo. È un errore, però, e da non sottovalutare. Intanto, per ripudiarlo, dovrebbe esistere. E se un dio esistesse, ce ne sarebbero conferme inequivocabili. Mancando, perciò, le parti si rovesciano: c’è chi si picca di conoscerlo. Non atei che rinnegano, disconoscono e respingono un essere che esiste, ma credenti che lo presumono e lo pretendono, per ragioni diverse.
L’affermazione è anche mal posta: atei e agnostici non credono ad alcun dio. Non hanno niente contro uno di essi in particolare, come qui sembrerebbe. Che ripudino tutti gli dèi? Avrebbe poco senso: «Chiaramente, stai rifiutando Dio, Yahveh, Allah, Geova, Marte, Anubis, Tangaroa…».
Potremmo qui convenire che, se l’evidenza manca, ciascuno è comunque libero/a di credere, magari dall’alto di una irripetibile esperienza personale. Per altri purtroppo è più facile schierarsi dietro a un pregiudizio (come “Non lo vuoi riconoscere”) con le sue imputazioni sottese (bugiardo, vigliacco) e tagliare corto sul monte di motivi – religiosamente raccolti e ponderati – per cui un ateo non crede. Tuttavia ottenendone un’accusa gratuita e una difesa infondata, e con ciò regalando a quell’ateo una conferma di ciò che pensa. …Ma una prova no?

«Allora dì, quali prove ti convincerebbero?». Non so esattamente perché si faccia questa domanda. Perché, se rispondo, dio mi accontenterà? Ci metteranno una buona parola? In realtà questa domanda indica chiaramente che non ci sono prove definitive e sufficienti da portare. Una volta smontate quelle che si ritiene esserlo, non si può che andare in cerca di idee. A rifletterci: c’è un modo per provare l’onnipotenza, l’onnipresenza, l’onnibenevolenza, la ‘perfezione’? Stanno parecchio fuori scala, anche per noi con i mezzi di oggi. I miracoli? Ammesso che la bibbia in questo dica il vero, proverebbero al massimo delle doti particolari, la perfezione invece è molto oltre. La creazione dell’universo? Sempre ammesso che si possa provarne la ‘creazione’, non arriva a rendere necessaria proprio onnipotenza. Dio non sarebbe insomma l’unica spiegazione possibile: possiamo infatti ipotizzare l’esistenza di esseri estremamente avanzati e potenti che riescono a fare quello che ai nostri occhi appare inattuabile e miracoloso, o anche solo a darcene l’impressione. Chissà dunque se potremo mai provare l’esistenza di un dio così come ce lo immaginiamo. E se questa idea non è un problema per l’ateo/a, che ha un sacco di altre cose interessanti a cui pensare, ecco perché si rende necessaria la fede a chi crede.
«Se non vuoi credere, prove non ne troverai. Ma osserva i segni, prega, e cerca Dio in profondità dentro di te». Un altro argomento assai comune. E inefficace. Intanto, la premessa è subito falsa e scortese: è raro trovare fra gli atei chi non vuole credere, come per puntiglio. Ben più spesso è che quelle prove si sono cercate, e a bocca asciutta si è dovuto concludere di non poter credere. Trasformarlo e generalizzare, è un pregiudizio. I segni? Si dimostri che lo sono, che un fatto è connesso in linea retta con un dio, o resta pura prospettiva di fede. Pregare? Ma dovremmo già crederci, no? Così ci si dispone a dare un senso – e ad accontentarsi – della minima sensazione… Guardare dentro di sé? L’ho fatto. Ho cercato a fondo, e ho fatto una scoperta meravigliosa: me stesso.

Quindi, vediamo: è dimostrato che Dio esiste? Come vedi le argomentazioni a favore riportate sopra? E i rispettivi contro-argomenti? Conosci altre prove, le hai esaminate? Sono sufficienti, o forse indizi, o solo aria calda? Di quale dio, comunque, di preciso? Se un fatto ha cause ancora sconosciute, convincersi che è stato dio è Verità o Interpretazione? Ha senso la fede, al fine di conoscere e sapere? Tu che ne pensi?
Ragiona con la tua testa, e il cuore al sicuro dalla stretta indelicata di alcuni: magari arrivi lo stesso a un certo dio, magari invece te ne libererai del tutto, in ogni caso sarà per tua libera scelta e non per imposizione, sarà perché ti senti soddisfatto/a della tua ricerca e non per aver creduto alla cieca. Meglio, così, giusto?

Va bene va bene, diciamocelo: alcune volte il dubbio viene. Il dubbio che ci sia ‘altro’! Ad esempio se viviamo delle coincidenze eccezionali, o abbiamo delle ‘sensazioni’ su qualcosa che poi accade… E se una teoria curiosa e originale ci colpisce… o si fanno nuove scoperte… o accade un fatto ‘straordinario’… E di fatti straordinari ne accadono, di quelli che la scienza non sa ancora spiegare e la fede guarda in un modo tutto suo. Mica sappiamo tutto del nostro universo!
Non possiamo escludere che possa esistere qualcosa di extra-mitico, che in futuro magari scopriremo. Anche non proprio un dio… boh! Allora, mentre il nostro amico scetticismo ci aiuta a restare vigili e accurati – uno sforzo costante – perché non lasciarci emozionare da ciò che è così misterioso, e indagarlo fino in fondo? È stimolante non sapere proprio tutto! L’ignoto, il dubbio, ci dicono che c’è ancora da vedere, ci aiutano a guardare ‘oltre’, a fare ipotesi creative, a migliorare i nostri metodi, a godere di ogni nuova scoperta… E a provare i brividi dell’inspiegabile, il solletico dell’incredibile, il fascino dell’‘irrazionale’, la magia di un viaggio di pura fantasia. Benvenuto sia il dubbio, quindi, che ci spinge a capire il mistero. Benvenuto il mistero, che rende più magica la vita. E benvenuta questa vita, che non è solo razionalità e verità, ma anche emozioni, sensazioni, curiosità… intuizione, immaginazione, bellezza, gioco, scambio… sgrammaticature… entusiasmo, incoerenza, passione, prodigio… euforia, turbamento, spontaneità, risate, meraviglia e…

È il caso di preoccuparsi, sapendo che quello in cui crediamo potrebbe un giorno rivelarsi falso? Non direi. Sbagliare è umano, come si dice, nel senso che è possibile. Cambiare idea non è un vero problema: quando qualcosa ci sembrerà migliore, più corretta o utile, è bene pensarla così più che non farlo! Le nostre idee, finché sono valide, vanno seguite e difese, però non sono Leggi assolute indiscutibili, sono idee. E le idee possono essere migliorate. Questa flessibilità di pensiero aiuta la nostra EVOLUZIONE . Sempre che ci interessi la verità.

Redazione

11 settembre 2018

Gli italiani sono più intelligenti di quello che sembra


Gli italiani sono più intelligenti di quello che sembra

Non si è trattato di elezioni qualunque: probabilmente segnano la volontà popolare più di rottura nella storia della Repubblica italiana. Mai si era vista una spaccatura così netta tra nord e sud e tra presente e passato.
Partiti che fino a una decina d’anni fa o non esistevano o avevano su scala nazionale dimensioni irrisorie sono stati votati dalla maggioranza assoluta degli italiani.
Sono partiti in nulla tradizionali, hanno caratteristiche che per alcuni sono eversivi ma per altri sono totalmente innovativi rispetto a partiti storici e rispetto a qualunque riferimento internazionale. Se si guarda ai risultati delle elezioni, l’Italia si distingue da qualunque altra democrazia al mondo.
Non è mia intenzione dare un giudizio di valore sui risultati, ossia non mi permetto di dire se quanto sia accaduto sia un bene o un male per il futuro del Paese.
Quello che vorrei dimostrare è che è sbagliato sostenere che il popolo abbia agito in modo stupido, irrazionale o ottusamente egoista.
La mia convinzione è che la scelta del popolo italiano nella sua maggioranza non solo è comprensibile ma forse è quella più di buonsenso, se si considerano le condizioni reali in cui è maturata.

LA SCELTA DEL POPOLO ITALIANO NELLA SUA MAGGIORANZA NON SOLO È COMPRENSIBILE MA FORSE È QUELLA PIÙ DI BUONSENSO, SE SI CONSIDERANO LE CONDIZIONI REALI IN CUI È MATURATA

Sono in particolare tre le prese di posizioni principale di queste elezioni che hanno provocato ironia se non denigrazione.

#1 Quello per i 5 stelle al sud è stato un voto assistenzialista?

La prima notizia è il trionfo del Movimento 5 stelle nel sud Italia.
L’attacco principale che viene fatto è che i meridionali abbiano votato per il Movimento 5 stelle per avere il reddito di cittadinanza, ossia per poter ricevere uno stipendio mensile a spese dello stato senza dover fare nulla.
Partiamo dalle premesse per capire cosa avrebbe dovuto votare una persona che vive al sud e che è animata da intenzioni legittime, sia per il suo interesse personale che per i benefici per la comunità.
La premessa è che dopo governi tradizionali, di centro destra e di centro sinistra, che ne è del sud Italia? La Calabria oggi risulta la regione più povera d’Europa (1), il sud Italia negli ultimi 15 anni è arretrato in tutte le statistiche nazionali e internazionali (2). Cinque regioni del sud Italia hanno un tasso di disoccupazione più che doppio rispetto alla media Europea con una disoccupazione giovanile che in Calabria raggiunge la vetta europea con il 58,7% (3). Il sud è diventato il luogo da cui si scappa se si vuole perseguire le proprie aspirazioni.

Cosa avrebbe dovuto fare un elettore di buonsenso?
Molti denigrano il voto dei 5 stelle come il voto di persone ignoranti. Le uniche ricerche che hanno analizzato il voto per caratteristiche sociodemografiche hanno mostrato che l‘elettore 5 stelle è mediamente il più istruito (4). Già questo può seminare qualche dubbio. Dal punto di vista logico la domanda è: che cosa avrebbe dovuto fare un elettore del sud di buonsenso che persegue il bene proprio e della sua gente?
Partendo dal fatto che la situazione sta deteriorando anno dopo anno senza mai venire cambiata da un governo o da un altro, se la priorità è il cambiamento, che senso avrebbe avuto votare per il partito del governo attuale? O che senso votare Forza Italia che ha già governato in passato e che governa diverse parti del sud Italia?
A questo si aggiunga la piaga della corruzione che ha coinvolto in passato spesso politici e amministratori a livello locale del meridione che facevano parte dei partiti tradizionali, in primis PD e Forza Italia. Se la priorità è quella di mostrare l’esigenza di un cambiamento non opportunista, non egoista, non figlio di logiche clientelari e che in mancanza di una competenza raramente dimostrata a livello locale cerchi di ripartire almeno da un livello auspicabile di onestà civica, diventa difficile pensare di non votare 5 stelle.
La maggioranza degli elettori del sud con il loro voto hanno espresso un voto non clientelare, di novità e rottura rispetto a un sistema di potere che li ha governati male.

LA MAGGIORANZA DEGLI ELETTORI DEL SUD CON IL LORO VOTO HANNO ESPRESSO UN VOTO NON CLIENTELARE, DI NOVITÀ E ROTTURA RISPETTO A UN SISTEMA DI POTERE CHE LI HA GOVERNATI MALE.

#2 Quello per la lega al nord è stato un voto ignorante e razzista?

Nel giro di una sola tornata elettorale la lega è passata da partito fortemente locale a primo partito del centro destra nazionale.
La critica denigratoria è che il nord più ignorante ed egoista avrebbe ceduto agli istinti più bassi esprimendo un voto populista, demagogico e fortemente razzista.
Cosa avrebbe dovuto fare l’elettore del nord di buonsenso?

La premessa: la situazione in cui si è venuto a creare questo voto.
Se si guarda l’economia italiana, il nord è in ripresa dalla più violenta crisi economica del dopoguerra. Ma se si confronta il nord con le regioni europee con cui storicamente fa riferimento, il nord è in declino pesante, con 10 punti PIL persi in dieci anni rispetto alla media dell’Unione Europa (5).
La perdita del PIL nasce da aziende che o chiudono o si trasferiscono nelle nazioni confinanti. La Lombardia e il veneto sono le due ragioni italiani da cui partono più “cervelli”, persone istruite, per lo più di giovane età, che devono andare all’estero per poter cercare una carriera all’altezza delle loro capacità (6). A parte qualche isola felice, come il centro di Milano o il Trentino Alto Adige, il nord è in crisi in relazione alle dinamiche internazionali e il primo colpevole di questo si chiama stato italiano.
Stato italiano rappresentato da governi che hanno di fatto mantenuto se non accentuato la spesa pubblica e l’impiego delle risorse statali in modo inefficiente e improduttivo, tutelando le rendite, sia private che pubbliche, e posizioni di privilegi acquisiti, danneggiando fortemente la produzione di ricchezza da parte di imprese piccole e medie che sono l’ossatura della società del nord Italia.
Chi fa impresa in Italia oggi è un eroe, ostacolato da una tassazione alta e confusa, che nessun imprenditore riesce a capire esattamente quanto sia, perchè solo in Italia tra anticipi, spese non deducibili, tasse non correlate ai guadagni, è l’unico Paese dove alla fine dell’anno un’impresa non sa quello che deve pagare e spesso deve pagare di più di quello che si ritrova in banca.
Chi è lo stupido, chi vota per cambiare questo sistema o chi alimenta un meccanismo masochista che costringe molte imprese a chiudere, altre a cercare forme di evasioni per sopravvivere e altre a trasferirsi nei territori oltre confine, causando così una perdita netta per lo stesso stato?
Il territorio che era ai primi posti come tasso di imprenditorialità nel mondo, ha visto crollare progressivamente il numero di nuove aziende che aprono, ha perso la rivoluzione digitale ed è ormai marginale come quota di start up a livello mondiale.
Si dice che al sud in ogni famiglia ci sia un disoccupato, così in gran parte del nord in ogni famiglia c’è un imprenditore o un commerciante o una persona che lavora in una piccola azienda. Cosa avrebbe dovuto fare questa persona considerando i grossi problemi a tirare avanti che non sono stati scalfiti se non addirittura peggiorati da parte dei governi che si sono succeduti?
Avrebbe dovuto scegliere le forze di sinistra in nome di ipotetici motivi etici, come quello di un pericolo di fascismo, che le stesse elezioni hanno dimostrato di non esistere con i partiti fascisti che hanno preso meno dell’1%? Avrebbe dovuto premiare il partito che negli ultimi cinque anni non è riuscito a intervenire in modo strutturale per rendere vantaggiosa l’attività di impresa in Italia, almeno quanto lo è nei paesi confinanti? Tutto questo in nome di una retorica multiculturale e di pericolo di razzismo che in realtà chi vive a nord sa non solo che non esiste ma che sono proprio quegli imprenditori piccoli e ignoranti che votano lega a dare spesso lavoro agli immigrati?

Se queste sono le premesse diventa una scelta quasi obbligata esprimere come voto la lega, un voto che nasce da problemi quotidiani e dalle preoccupazioni che subisce ogni persona che vive d’impresa, rivolto all’unico partito che potrebbe rappresentare un cambiamento rispetto al governo esistente, ai partiti tradizionali o a logiche assistenzialiste di altri movimenti. Significa sottolineare che la priorità in questo momento non è la retorica, non sono paure immaginarie, ma sono problemi reali nati dall’impossibilità in questo paese di poter competere in modo sano nel fare impresa, che al nord è la principale fonte di reddito della stragrande maggioranza delle famiglie. E bisogna riconoscere che la lega, a parte toni che si possono rivelare fastidiosi è stata l’unico partito a porre l’accento sul cambiamento economico, con tre economisti, Bagnai, Borghi e Siri, messi in prima fila a illustrare il programma di Salvini.


IL VOTO DEL NORD ALLA LEGA SOTTOLINEA CHE LA PRIORITÀ IN QUESTO MOMENTO NON È LA RETORICA, NON SONO PAURE IMMAGINARIE, MA SONO PROBLEMI REALI NATI DALL’IMPOSSIBILITÀ IN QUESTO PAESE DI POTER COMPETERE IN MODO SANO NEL FARE IMPRESA, CHE AL NORD È LA PRINCIPALE FONTE DI REDDITO DELLA STRAGRANDE MAGGIORANZA DELLE FAMIGLIE.

#3 Quello di Milano è stato un voto snob ed elitario?

Terza evidenza clamorosa è stata che il Milano centro ha votato in modo radicalmente diverso rispetto al resto del Paese. C’è chi lo attacca come voto snob, eccessivamente conservatore ed egoista, sordo ai problemi del Paese.
Premessa. Milano sta vivendo un momento di splendore. Sulla scia di un’Expo trionfale Milano sta venendo ben governata. A Milano il pubblico non interferisce nelle attività del privato, non interviene in modo assiestialista, ma funge spesso da facilitatore, con il risultato che Milano oggi presenta un’armonia tra i cittadini, tra pubblico e privato e un’economia in espansione.
Che cosa avrebbe dovuto fare una persona di buonsenso e che tutela i suoi interessi e quelli del Paese?
Sicuramente il centro sinistra sta facendo bene a Milano. Per molti questo non basta a votarlo, perchè votare il centro sinistra solo perchè a Milano sta facendo bene mentre il resto del paese sta male, sarebbe un atto di egoismo, specie se dichiarato nelle elezioni nazionali.
Perchè Milano avrebbe dovuto voltare le spalle al governo?

In realtà Milano sotto certi aspetti ha davvero voltato le spalle a questo governo.
Milano ha premiato il centro sinistra milanese, più che quello nazionale. Lo dimostrano due dati evidenti. Il primo è il successo straordinario dei radicali della Bonino che in centro hanno raggiunto l’11%, mentre in Parlamento erano e resteranno assenti. Il secondo è che negli unici tre seggi conquistati alla Camera dal centro sinistra sono stati eletti esponenti cittadini, mentre i candidati imposti dal PD nazionale sono stati bocciati.
Milano da un lato non aveva motivo di esprimere una critica netta a un governo che a livello cittadino danni non ne ha fatti, d’altra parte ha manifestato al paese l’esigenza di avere un altro centro sinistra, più vicino alla tradizione di un progressismo social democratico e inclusivo che a quello un po’ raffazzonato e personalistico della stagione del renzismo.
Questo è il messaggio che emerge e queste sono le persone che sono state inviate a Roma: Tabacci, che viene da una tradizione politica trasversale e non ideologizzata, Lia Quartapelle, quasi imposta dal PD milanese contro il PD nazionale che esprime una politica fatta dal basso e aperta al dialogo con chi la pensa diversamente, e anche Mattia Mor, con tutti i limiti sottolineati negli attacchi a lui rivolti in campagna elettorale è stato comunque un personaggio che si è saputo muovere nella realtà cittadina con un movimento d’opinione, forse un pochino elitario, ma aperto ad esponenti di tutte le forze politiche.

Quindi anche da Milano in realtà si è levato un messaggio di rottura: stop alla sinistra ideologizzata, ancorata alla divisione tra fascismo e antifascismo che probabilmente non rappresenta più la realtà del nostro paese, e settaria nel dividere il mondo tra buoni e cattivi, divisione che in realtà spesso nasconde solo delle logiche di potere.
Sì invece a un nuovo centro sinistra, orientato alla soluzione di problemi reali, più libero dalla retorica, più aperto al dialogo con chi la pensa diversamente e che pone il suo altolà a spinte velleitarie antieruropeiste. Perchè Milano col suo voto ha detto questo: l’Italia deve avere una nuova sinistra, ma soprattutto Milano è Europa.

IL VOTO DI MILANO DICE QUESTO: L’ITALIA DEVE AVERE UNA NUOVA SINISTRA MA SOPRATTUTTO MILANO È EUROPA


Redazione


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