07 settembre 2018

Germania per manipolare la Grecia anche dopo la fine del salvataggio

Germania per manipolare la Grecia anche dopo la fine del salvataggio

In vista dell'imminente scadenza del terzo piano d'assistenza per la Grecia, la Germania fa notare come una riduzione del debito significherebbe meno soldi indietro ai loro contribuenti, e preme per una linea dura.

Per il Fondo Monetario Internazionale, la risposta è una generosa dose di riduzione del debito per aiutare la Grecia a mantenere un solido equilibrio finanziario, e assicurare che i creditori non si mostrino irrigiditi quando arriverà la prossima crisi. I governi dell’Eurozona, guidati dalla Germania, sono riluttanti: più sollievo dal debito significa meno soldi indietro per i loro contribuenti.

Si stanno diffondendo pareri differenti sul modo in cui i creditori dovrebbero gestire gli accordi di restituzione una volta terminato il periodo di salvataggio. Al momento è in discussione un meccanismo di riduzione del debito definito “dinamico”, ovvero progettato per collegare i rimborsi alle prestazioni economiche del Paese: in tempi difficili le cifre da restituire sono minori; nei periodi di «boom», i greci restituiscono cifre maggiori.

Berlino e i suoi alleati del nord - ancora segnati dallo spavento arrivato dalla vittoria di Syriza alle elezioni del 2015 - vogliono che ogni accordo venga rispettato in maniera rigorosa. Il nuovo ministro delle finanze tedesco, Olaf Scholz, insiste sul fatto che il parlamento federale tedesco - il Bundestag - stabilisca ogni anno una riduzione del debito. I falchi vogliono anche una clausola di rottura efficace, che arresterebbe lo sgravio se Atene non riuscisse a rispettare le condizioni post-programma e gli obiettivi di bilancio.

A opporsi sono la Francia e il Fondo monetario internazionale, che vogliono un sistema automatico che non offra spazio di discrezione politica a Berlino. Sostengono infatti che questo sia il modo migliore per assicurare agli investitori che l’UE è determinata nell’aiutare la Grecia.

Nessuna decisione concreta è stata presa dai ministri delle finanze a Sofia questo venerdì, ma le due squadre in campo dovranno presto affrontare un compromesso. Giugno è la scadenza per finalizzare i termini dell’uscita del salvataggio, e il FMI ha bisogno che gli europei si accordino entro maggio se intende aderire formalmente al programma greco.

In ballo c’è la questione di come vincolare i governi futuri affinché le prossime generazioni ricordino le promesse dell’attuale regime.
L’euro è sceso ai minimi di tre mesi contro il dollaro, dopo che Mario Draghi, capo della BCE, ha evidenziato come l’economia dell’Eurozona abbia perso terreno negli ultimi mesi. Giovedì Draghi ha ammesso che c’è stata “una perdita di slancio piuttosto ampia, che riguarda tutte le nazioni e tutti i settori”.

Circostanza che si è rivelata sufficiente a far sì che i trader vendessero la moneta unica, malgrado alle parole di Draghi non abbia fatto seguito nessuna modifica della politica monetaria del mese.

Redazione

Psicologia della fede calcistica

La religione è la pratica di elezione della fede. Nessun vero fedele crede in Dio perchè ha una dimostrazione matematica della sua esistenza, e neppure perchè pensa che gli ritorni un utile concreto. Dio è amato per fede. E questa fede non è scalfita dalle catastrofi naturali, dalle guerre, dagli omicidi o dalle malattie, che anzi vengono considerate disegni imperscrutabili e prove. La fede non vacilla nemmeno davanti alle malefatte della Chiesa, che addirittura sono considerate una prova della esistenza di Dio.
La fede religiosa esiste a prescindere. E può anche chiedere il sacrificio della vita.

L'oggetto è diverso, ma il processo psicologico della fede è simile anche nel tifo calcistico. Il tifoso dichiara di avere "fede" e si comporta da fanatico per una squadra che può cambiare i giocatori, l'allenatore, i dirigenti, il proprietario; può vincere o perdere; può essere travolta da scandali. I fatti non hanno rilevanza sulla fede calcistica, come su quella religiosa. La fede per una squadra esiste a prescindere, e può anche chiedere il sacrificio del carcere, di un pestaggio o di una coltellata.

Anche in politica esiste una fede, legata non solo ad un ideale astratto ma anche al culto di una personalità. Non a caso, tutta la storia è caratterizzata dalla confusione fra religione e politica. Non solo nel senso che i capi religiosi facevano politica, ma anche nel senso che i capi politici usavano l'investitura religiosa. Nel mondo antico era l'idea che il faraone, l'imperatore, il re fosse un Dio. Nel medioevo e nel rinascimento il leader politico doveva essere benedetto e incoronato dall'autorità religiosa. Persino le crociate e la conquista del sudamerica, coi loro massacri e genocidi, erano fondati sulla credenza "Dio lo vuole!". Nel mondo moderno, da Hitler a Bush, i grandi criminali hanno gridato "Dio è con noi!". Napoleone, ladro di opere d'arte e massacratore di centinaia di migliaia di francesi, è stato seguito al bagno di sangue di Waterloo (25.000 morti e feriti francesi) come se fosse Gesù risorto. Nella campagna di Russia Hitler causò 3.500.000 morti nel suo esercito, composto, pochi lo sanno, anche di volontari ebrei, indiani, inglesi. A Salò andarono 558.000 volontari, malgrado fosse chiara l'imminente sconfitta. La fede politica per un'idea o un leader non guarda nè ai risultati nè ai benefici e chiede facilmente il sacrificio della vita.

Il termine "fede" è etimologicamente collegato a "fiducia, legame, credere, fidarsi, affidarsi". L'affidamento è il bisogno più basilare di ogni essere umano, che alla nascita è totalmente in balìa della madre. Affidarsi significa godere di sicurezza e appartenenza, dipendenza e protezione. Lo sviluppo fisiologico dell'individuo solitamente prevede il raggiungimento anche dell'autonomia. Che non è la soppressione dell'affidamento, ma il suo affiancamento alla razionalità. L'adulto non perde mai il bisogno di fidarsi, ma lo riequilibra con il giudizio, il test di realtà, la valutazione.

La religione chiede la fede in Dio ma non l'abdicazione della ragione. Il calcio e la politica sono invece più esigenti.Spingono il "fedele" all'emozione più basica e primitiva. Chiedono una regressione stabile ed un'assoluta sottomissione. Chiedono la rinuncia definitiva al superiore bisogno di autonomia. La logica e il giudizio sono soppressi. Ogni avvenimento non è giudicato obiettivamente, ma diventa una prova della bontà dell'oggetto di fede. Qualsiasi cosa succeda, la fede cieca nella squadra di calcio non viene meno. Qualsiasi cosa succeda non viene meno l'incrollabile e cieca fede nell'ideologia o nel leader.

Forse è per questo che la religione supera le prove della Storia, mentre il calcio e la politica no.

Redazione

06 settembre 2018

Avv. Gianni Agnelli "LA STORIA DI UN UOMO CHE DALLA VITA HA AVUTO TUTTO"



LA STORIA DI UN UOMO CHE DALLA VITA HA AVUTO TUTTO, BELLEZZA, FASCINO, LE DONNE PIÙ BELLE DEL MONDO, DENARO SENZA LIMITI, IL RUOLO DI ITALIANO PIÙ NOTO E PIÙ AMMIRATO NEL MONDO INTERO, SARÀ DISTRUTTO DALL'INCAPACITÀ DI AMARE IL SUO UNICO FIGLIO MASCHIO - AGNELLI TIRAVA DI COCAINA QUANDO ANCORA A TORINO SI FACEVANO DI BAGNA CAUDA - LAPO: "E' STATO UN NONNO MERAVIGLIOSO, MA NON AVREI VOLUTO ESSERE SUO FIGLIO "


Verso la fine del documentario prodotto dalla Hbo le parole di Lapo Elkann, figlio di Margherita Agnelli e nipote di Gianni l' Avvocato, nella loro asciuttezza suonano agghiaccianti: "Penso che sia stato un nonno meraviglioso, ma non avrei voluto essere suo figlio". Anche la testimonianza sullo zio e sul cugino Edoardo di Lupo Rattazzi, figlio di Susanna Agnelli, è asciutta e agghiacciante: "Eravamo a pranzo, a un certo punto Edoardo ha detto qualcosa, e Gianni gli rispose male, sprezzante. E io pensai che non riuscivo a credere che dopo tanti anni quel rapporto fosse così logorato dalla mancanza di rispetto del padre verso il figlio".

Agnelli doc HBOAGNELLI DOC HBO

Tre giorni dopo, il 15 novembre 2000, Edoardo Agnelli si suicidò lanciandosi nel vuoto da un viadotto alto 80 metri sull' autostrada Torino-Savona. Giulio Marconi, per una vita cuoco dell' avvocato, sembra il più umano: "Allora io gli ho fatto, Avvoca', dico, un po' di colpa ce l' ha pure lei. Edoardo per me era un ragazzo bravissimo, il padre ha avuto poca fiducia in lui, e lui vedendosi così ha fatto quello che ha fatto".

Tiberto Rodrigo Brandolini d' Adda, detto Ruy, figlio di Cristiana Agnelli e cugino di Edoardo, sembra emozionato: "Gianni era totalmente devastato. Mi disse: 'Dio, devi avere un sacco di coraggio per buttarti giù da quel ponte'. Sì, Edoardo lo fece per mostrare al padre che aveva coraggio".
Agnelli si sposaAGNELLI SI SPOSA

Nicola Caracciolo di Castagneto, fratello di Carlo e Marella, cognato dell' Avvocato, si commuove: "Dopo il funerale di Edoardo, nella casa di Villar Perosa, Gianni mi disse: 'Non dovremmo mai dimenticare che questa è stata una casa felice, ma questa adesso non è una casa felice'". La sorella Cristiana: "Vidi Gianni un mese dopo la morte di Edoardo. Era molto, molto triste. Non lo riconobbi". Dopo il suicidio del figlio che non aveva saputo amare, l' Avvocato sprofonda in una invincibile depressione e nella malattia che lo ucciderà due anni dopo, il 24 gennaio 2003.

Gianni Agnelli con EdoardoGIANNI AGNELLI CON EDOARDO
Il documentario di Nick Hooker con cui questa sera alle 21,15 (domenica scorsa, ndr) il canale Sky Atlantic HD ricorda il signor Fiat a quindici anni dalla morte, è sobrio come il suo titolo (Agnelli) e con qualche lacuna e ingenuità storiografica riempie un vuoto singolare. Attorno a quest' uomo, centrale nella storia italiana del Dopoguerra, si è creata una cortina di silenzio.
edoardo agnelliEDOARDO AGNELLI

Trent' anni fa Agnelli incaricò di scrivere la sua biografia il giornalista del Wall Street Journal Roger Cohen, gli fece ore di confidenze e poi cambiò idea, lo pagò e si tenne il libro. Nel 2008 John Elkann incaricò di scrivere una biografia autorizzata del nonno la giornalista dell' Economist Vendeline von Bredow. Due anni di lavoro ma neanche quel volume è mai uscito. Si parla di un libro di memorie di Gianluigi Gabetti, uno dei manager più vicini all' Avvocato, stampato e mai pubblicato.
Gianni Agnelli con EdoardoGIANNI AGNELLI CON EDOARDO

Poi c' è lo storico Giordano Bruno Guerri che ha in gestazione una nuova biografia autorizzata, sempre sotto la regia di Elkann, che però sembra faccia fatica a uscire. Agnelli l' irresistibile di Marie-France Pochna risale al 1990, quindi è datato e comunque ormai introvabile come Tutto in famiglia di Alan Friedman (1988). Inspiegabilmente, poi, la Mondadori ha messo fuori catalogo un recente (2007) piccolo classico come Casa Agnelli di Marco Ferrante.

Gianni Agnelli con MarellaGIANNI AGNELLI CON MARELLA
A questo deserto di documentazione sulla storia di Agnelli fa eccezione il film di Giovanni Piperno Il pezzo mancante, disponibile sul sito Raiplay, che sviluppa da Casa Agnelli uno dei temi più imbarazzanti per la famiglia, ignorato da Hooker: la storia di Giorgio Agnelli, il fratello di Gianni, suicida nel manicomio svizzero dove fu rinchiuso dopo avergli sparato.

Certe reticenze sembrano dovute, come molti credono, alla comprensibile volontà degli eredi di non vedere strombazzati gli aspetti più imbarazzanti della biografia dell' Avvocato, almeno finché sarà in vita la moglie Marella Caracciolo, oggi novantenne. Per questo si fatica a capire la partecipazione corale dei parenti più stretti di Agnelli (in testa le due sorelle Maria Sole e Cristiana ei tre nipoti John, Lapo e Ginevra Elkann) al lavoro di Hooker, apologetico nei toni ma spietato nella sostanza.
Lapo Elkann - Gianni AgnelliLAPO ELKANN - GIANNI AGNELLI

C' è un prima e c' è un dopo. Il prima è la storia di un ragazzo nato nel 1921 a Torino in una famiglia ricchissima che perde il padre a 14 anni e si trova con sei sorelle e fratelli più piccoli. Vengono di fatto adottati ed educati dal nonno, il senatore Giovanni Agnelli, che dopo la Liberazione viene estromesso dalla sua Fiat come collaborazionista e, secondo la leggenda, ne muore di crepacuore. La fabbrica viene gestita dal manager Vittorio Valletta che dice a Gianni, il padrone, secondo la ricostruzione di Maria Sole Agnelli: "Lei si diverta e quando sarà il momento le riconsegnerò la Fiat". La sorella, ilare, commenta che Gianni davvero "si è divertito!".
Gianni Agnelli 0GIANNI AGNELLI 0

Diventa presidente della Fiat e smette di divertirsi (non del tutto, naturalmente) nel 1966, a 45 anni. Il prima e il dopo però si parlano. L' Avvocato padre della patria degli anni '70 e '80 è lo stesso uomo che, come raccontò la sorella Susanna a Massimo Fini, aveva letto un solo libro in vita sua (Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway), pubblicato peraltro quando Gianni aveva già passato i 30 anni: "Preferisce vivere piuttosto che leggere". È lì che si prepara la tragedia. Un uomo che dalla vita ha avuto tutto, bellezza, fascino, le donne più belle del mondo in fila per stare con lui, denaro senza limiti, e poi il potere, il prestigio, il ruolo di italiano più noto e più ammirato nel mondo intero, sarà distrutto dall' incapacità di amare il suo unico figlio maschio, colpevole forse di preferire leggere che vivere. O semplicemente di essere meno cinico di suo padre.
edoardo agnelliEDOARDO AGNELLI

La vita di Gianni da giovane? "Ragazze, ragazze, ragazze", sorride compiaciuta Maria Sole. "Un seduttore irresistibile", chiosa Diane von Fürstenberg, ex moglie di Egon figlio di Clara Agnelli. Un matto, insinua Carlo De Benedetti: "Guidava come se stesse gareggiando in Formula 1 e invece era nel centro di Torino". Una vita erotica turbolenta ma alla luce del sole, almeno davanti agli occhi di amici e amiche che nel documentario di Hooker non lesinano particolari indiscreti e piccanti fino al cattivo gusto.
edoardo agnelli con il padre gianniEDOARDO AGNELLI CON IL PADRE GIANNI

La stilista Jackie Rogers racconta della sera che in un albergo lo trovò a letto con Anita Ekberg, non si capisce bene se prima o dopo il matrimonio con Marella Caracciolo, ma forse si capisce. Sicuramente quel matrimonio fu preceduto da una relazione di cinque anni con la scoppiettante Pamela, un anno più grande di Gianni ed ex moglie del figlio di Winston Churchill.

Pamela lo voleva sposare ma non piaceva alle sorelle dell' Avvocato, e forse nemmeno a lui. La relazione costa cara all' Avvocato, in tutti sensi. Copre d' oro la ragazza, regalandole un attico nella zona più prestigiosa di Parigi e mettendole a disposizione servitù e autista. Ma una sera del 1952, in Costa Azzurra, Pamela lo sorprende con la giovane Anne-Marie d' Estainville e dà in escandescenze, notificando alla ragazza, e senza abbassare la voce, di ritenerla "una puttana".

Edoardo, Marella e Gianni AgnelliEDOARDO, MARELLA E GIANNI AGNELLI
Gianni e Anne-Marie, raccontano divertiti gli amici, decidono di sottrarsi all' ira funesta dell' ex nuova di Churchill e futura ambasciatrice americana a Parigi. Saltano sull' auto sportiva del giovane miliardario e vanno a tutta velocità incontro al grave incidente stradale (sette fratture alla gamba) di cui Agnelli porterà i segni per il resto della vita. "Era pieno di droga", racconta l' amico fedele toccandosi platealmente il naso, come a dire che Agnelli tirava di cocaina quando ancora a Torino si facevano di bagna cauda.
Agnelli docAGNELLI DOC

A questo punto le sorelle decidono che la donna giusta per Gianni è Marella, sei anni più giovane di lui e da anni, dicono, innamoratissima dello scapestrato dongiovanni, come lo definisce la sorella Maria Sole, la quale giura che, a dispetto della celebre massima dell' Avvocato secondo cui innamorarsi è roba da cameriere, anche lui "era molto innamorato" della donna che sposò nel 1953. Se a casa Agnelli non impazzivano per Pamela, a casa Caracciolo non apprezzano Gianni: "A mia madre non piaceva, non pensava che fosse un buon marito. Disse che era un tipo terribile", ricorda Nicola Caracciolo.
umberto gianni agnelliUMBERTO GIANNI AGNELLI

Montezemolo - AgnelliMONTEZEMOLO - AGNELLI
Nel film di Hooker non si coglie facilmente il confine tra il royal gossip compiaciuto e apologetico e l' inchiesta corrosiva. Se l' obiettivo era il primo, sicuramente il risultato è la seconda. Si ipotizza che Agnelli avesse annoverato tra le sue prede sessuali anche la first lady americana Jackie Kennedy durante una vacanza da cartolina a Capri nell' estate 1962, con l' Avvocato (già sposato e padre di due figli) a fare i fastosi onori di casa e John Kennedy a Washington a occuparsi dei destini del mondo (ed eventualmente anche di quelli della sua amante Marilyn Monroe, morta suicida proprio in quelle settimane).
Gianni Agnelli con De BenedettiGIANNI AGNELLI CON DE BENEDETTI

Qui l' allegra fiducia di Maria Sole sulle inclinazioni non fraterne del fratello verso casa Kennedy ("Non ne sarei sorpresa") consegna allo spettatore un senso di sospensione tra l' ammirazione e il disprezzo. E comincia a proiettare il racconto verso il finale tragico. Questa gioventù dorata che pensa solo a divertirsi viene dipinta in modo impietoso dagli stessi reduci. Parla l' amica Marina Branca: "Gianni e Marella erano due genitori assenti. Anche io non ero così presente. Il nostro centro era uscire e divertirsi. I figli restavano a casa con signorine e governanti". "Non erano una famiglia normale", dice una voce fuori campo.

gianni agnelliGIANNI AGNELLI
Racconta De Benedetti, socio e amministratore delegato della Fiat nei famosi cento giorni del 1976: "Ero dall' Avvocato, a un certo punto si apre una porta ed entra Margherita, completamente rasata. Agnelli la guarda e dice: 'Ma che hai fatto?'. E lei: 'Almeno ti sei accorto di me'".

È con questo retroterra privato che Agnelli proietta la sua ombra sulla vita pubblica italiana. È la parte più debole della ricostruzione di Hooker, che indulge in una tipica semplificazione. Il '68; l' autunno caldo; le lotte operaie che culminano nel 1980 nello sciopero dei 35 giorni e nella marcia dei 40 mila che segna la sconfitta del sindacato; la lotta armata che ha la Fiat tra i principali obiettivi; l' avvicinamento del Pci all' area del governo.
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gianni agnelliGIANNI AGNELLI
È tutto raccontato come una storia unica, un movimento compatto diretto dagli interessi di Mosca, con i leader sindacali e il segretario comunista Enrico Berlinguer oggettivamente alleati delle Brigate Rosse. Era la visione del mondo di Agnelli, che si rappresentava come estremo baluardo atlantista di un' Italia minacciata dal comunismo. La ricostruzione di Hooker la fa propria e così manca la comprensione del nodo davvero drammatico: chi ha in mano il gioco non è Agnelli ma Cesare Romiti, il manager imposto ad Agnelli da Enrico Cuccia.
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Con la crisi iniziata nel 1973 (primo choc petrolifero in seguito alla guerra del Kippur) la Fiat perde la sua autosufficienza finanziaria e si assoggetta al protettorato di Mediobanca. È Romiti, il figlio del barbiere che studiava sodo mentre Agnelli se la godeva in Costa Azzurra, a orchestrare la marcia dei 40 mila e a tenere i rapporti quelli veri con la politica, a Roma, la sua città.

gianni agnelli jackie kennedyGIANNI AGNELLI JACKIE KENNEDY
All' Avvocato resta la parte del cinico fascinoso. Racconta il cuoco Giulietto: "Doveva venire a pranzo nella residenza romana degli Agnelli in via XXIV maggio il presidente della Repubblica. Mi chiama l' Avvocato per parlare del menu e mi dice: 'Gli diamo i coglioni di toro'. Io gli dico: 'Scusi Avvocato, ma dare al presidente della Repubblica due coglioni, così, non mi sembra una cosa esatta, facciamo un' altra cosa'. E lui: 'Caro Giulietto questi personaggi vanno trattati come meritano, pensa com' è bello dare due coglioni a un coglione'".

gianni agnelli kissingerGIANNI AGNELLI KISSINGER
In tanto cinismo tocca a Carlo Callieri - fama di super duro quando era capo del personale della Fiat Auto, e simbolo suo malgrado del declino dell' Avvocato quando nel 2000 fu sconfitto a sorpresa dal napoletano e berlusconiano Antonio D' Amato nella corsa alla presidenza della Confindustria - mettersi a piangere davanti alla telecamera quando ricorda l' assassinio di Carlo Ghiglieno, 51 anni, sconosciuto dirigente della logistica Fiat freddato da un gruppo di fuoco di Prima Linea nel 1979: "Una persona dolcissima e mite, ammazzato per strada come un cane".
Pamela ChurchillPAMELA CHURCHILL

Di quei momenti drammatici viene restituita in trasparenza un' immagine dell' Avvocato, ancora una volta, fredda, distante e vagamente spensierata.
Va in barca a vela in Libia per vendere a Gheddafi il 10 per cento della Fiat (1976), poi telefona all' amico banchiere Michel David Weill, che racconta: "Mi ha detto di dimettermi perché ai nuovi soci non sarebbe piaciuto vedere un cognome ebreo nel cda della Fiat. E poi, ciao". Ride: "Un uomo totalmente privo di sentimenti".
gianni agnelliGIANNI AGNELLI

gianni agnelliGIANNI AGNELLI
E in definitiva anche un perdente molto sfortunato. Da Agnelli emerge che la Fiat non è più stata veramente sua dopo l' ingresso di Romiti, tanta era la dipendenza da Mediobanca. Dopo aver annunciato che sarebbe toccato al fratello Umberto succedergli alla presidenza, si trova costretto da Cuccia a smentirsi per dare strada proprio a Romiti. Un dolore e un' umiliazione. Racconta il giardiniere: "Tornarono a casa e Marella disse: 'Oggi bisogna stargli vicino'".

gianni agnelliGIANNI AGNELLI
L' Avvocato è ossessionato dal tema della successione dinastica. Considera Edoardo inadatto, inutile. Ricorda il giornalista Jas Gawronski: "Era una persona sentimentale, un intellettuale, totalmente diverso dal padre che non lo apprezzava". Gianni designa Giovanni Alberto, detto Giovannino, figlio di Umberto, una vera star, sembra fatto su misura per piacere allo zio, ma viene ucciso dal cancro a soli 33 anni, nel 1997. "A quel punto della dinastia era rimasto solo John Elkann", nota cinico da par suo De Benedetti.

C' è nel film un' intervista profetica di Agnelli, data in Francia a un giovanissimo Alain Minc all' indomani dell' uccisione di Aldo Moro. Dice: "Accanto al cadavere di Moro c' è quello della Prima Repubblica". Agnelli suggerisce che, analogamente, accanto al cadavere di Edoardo c' era quello di suo padre. E accanto al cadavere dell' Avvocato, nel funerale al Lingotto con 500 mila torinesi accorsi a salutare il loro re senza corona, c' era il cadavere della Fiat. Il brillante playboy non c' è stato per costruirla, non c' è stato per ricostruirla e non ha saputo farla sopravvivere a se stesso.
gianni agnelliGIANNI AGNELLI

pamela churchill e l'avvocato
Redazione



Verità e menzogne della Chiesa cattolica

Verità e menzogne della Chiesa cattolica

Come è stata manipolata la Bibbia
N.B.: Data l’incisiva estensione dei titoli delle Parti e dei capitoli, che bene sintetizzano la sostanza degli argomenti svolti, riteniamo più giusto riportarne alcuni testualmente, limitandoci a sottolinearli.
  • Pepe Rodriguez ha ascoltato direttamente i dettami della critica e la voce di una sua pura coscienza, una posizione di radicale distacco dalle menzogne sulle quali la Chiesa cattolica, continuamente rinnegando le Scritture e perfino se stessa, ha fondato il suo straordinario potere sulle coscienze di esseri umani perpetuamente in cerca di verità «garantite».
Dalla Prefazione di Mario Alighiero Manacorda, p. XIV
  • Se ci fermiamo a riflettere, ci renderemo di avere non solo una struttura mentale cattolica per credere, ma d’averla pure per essere atei. Possiamo negare Dio e la religione solo da quella piattaforma che ce lo ha fatto conoscere; perciò un ateo nel nostro contesto culturale è, basilarmente, un ateo cattolico. […] Le nostre vite, sia per il più pio dei cittadini come per l’ateo più convinto, sono dominate dal cattolicesimo.
Dall’Introduzione «La verità vi renderà liberi, la menzogna credenti», p. 4
  • Perciò la Chiesa ha da sempre imposto che la Tradizione abbia un valore uguale (che in pratica è superiore) a quello delle Scritture, che si suppone siano la parola di Dio. Con questa arguzia essa nega tutto ciò che nelle Scritture la contraddice, sostenendo che «non è conforme alla Tradizione» (p. 7).
  • Di come, senza nemmeno volerlo, uno scriba creò il Dio ebraico-cristiano della Bibbia. […] Sorse così un’immagine di Dio tanto universale quanto fortemente personale. Il Signore è il creatore del cosmo, ma anche «il Dio tuo padre». La fusione fu artisticamente drammatica e teologicamente profonda, ma anche carica di una nuova tensione. Rappresentava gli esseri umani che intavolavano un dialogo personale con il creatore onnipotente dell’universo (26).
  • Gran parte del Nuovo Testamento non fu scritto dagli apostoli ma da redattori che non hanno conosciuto Gesù (48).
  • San Paolo: l’ebreo «avventizio» che fondò un cristianesimo a misura dei suoi delirî mistici e delle sue frustrazioni personali. […] È ovvio che Paolo mentiva: non ha mai conosciuto Gesù e meno ancora è stato un suo discepolo; però la sua convinzione (che oggi in linguaggio diagnostico psichiatrico potrebbe esser denominata «disturbo delirante paranoide di tipo grandioso») di essere l’interprete della volontà di Dio e di Cristo non aveva bisogno di fermarsi su questi particolari (66).
  • Nascere da una donna fertilizzata da Dio è stato un mito pagano frequente in tutto il mondo antico precedente a Gesù. Tutti i grandi personaggi, re o sapienti, […] furono mitizzati ai posteri come figli di una vergine. […] In questo modo buddismo, confucianesimo, taoismo e cristianesimo sono impregnati della impronta indelebile di essere stati il risultato dell’operato di un «figlio del Cielo» incarnato, attraverso l’accesso diretto e sovrannaturale di Dio, al ventre d’una vergine scelta e particolarmente appropriata (81).
  • La figura di Cristo è stata delineata secondo il modello pagano della divinità solare (92).
  • Tutte le divinità solari finiscono per essere vittime propiziatorie che espiano i peccati dei mortali, facendosi carico delle loro colpe, e sono uccisi in modo violento, per poi resuscitare (94).
  • Quando un popolo di credenti dimentica il significato dei propri miti, o questi divengono obsoleti, la religione che li amministra si trasforma velocemente in una volgare burocrazia di dubbia utilità. Non sono pochi i teologi contemporanei che situano la Chiesa cattolica occidentale già all’apice di questo stadio funzionale basato sulla mera burocratizzazione del sacro (98).
Gli altri figli di Maria o i fratelli carnali di Gesù che la Chiesa ha fatto sparire (110).
  • L’evoluzione della cristologia, dalle sue origini fino alle credenze cattoliche ufficiali di oggi, è stata veramente allucinante […] Ciò rivela come la teologia, invece di essere la «scienza che si occupa di Dio a partire dalle verità rivelate», sia l’arte sottile di costruire la struttura mitica degli dèi, che poi si diranno rivelati e saranno innalzati come tali da una ecclesiologia priva di basi e dalla dubbia origine (149).
Di come la Chiesa cattolica si è data fondamento e legittimità manipolando i Vangeli e creando una struttura organizzativa contraria ad essi per trasformarsi in una istituzione di potere (157).
  • Quanto detto significa che la Chiesa cattolica può interpretare come «nero» ciò che Gesù, gli apostoli, o un testo sacro, mostrano espressamente come «bianco» e che, come è sua abitudine, disprezzando la realtà originaria, impone dogmaticamente a tutti i cattolici il suo criterio suggerito da motivi opportunistici (162).
  • Né cattolica significa universale, né il Gesù dei Vangeli ha mai preteso che il suo messaggio avesse questo carattere (170).
  • Erano così nati i professionisti del sacro. […] Al centro della Chiesa, contrariamente a quanto stabilisce il Vangelo, continua a mancare la figura di Gesù. Il posto centrale è occupato dal clero: papa, vescovi e sacerdoti, ognuno con il proprio rispettivo ambito di regno ecclesiale. La croce peggiore di Gesù non è stata la sua esecuzione a morte. Senza dubbio gli sarebbe risultata molto più tragica e dolorosa la croce di un clero che ha la sfrontatezza di presentarsi come continuatore della sua opera e suo mediatore davanti all’umanità (180).
  • Sono troppe le questioni fondamentali che mancano di senso nella religione cattolica, dove le Sacre Scritture mostrano che Gesù non ha fondato la Chiesa e ha esplicitamente proibito il clero professionale, che le chiese non sono la casa di Dio, e che Gesù non può farsi presente nell’eucarestia, né ha niente a che fare con la messa (193).
  • La figura del papa è contraria al messaggio di Gesù e si basa sulle falsificazioni dei Vangeli e degli elenchi dei vescovi di Roma (195).
  • Nonostante non lo fosse nei Vangeli, la donna comincia ben presto a essere discriminata dalla ecclesiacristiana. […] Questa antropologia, difesa da Agostino e più tardi rinsaldata da Tommaso, che dichiara che le donne in se stesse non possiedono l’immagine di Dio, ma la ricevono solo dall’uomo che «è la loro testa», non è ovviamente un’antropologia rivelata (218).
  • Dal 1958 s’incrementa in modo progressivo e inarrestabile il numero delle Chiese cristiane che accettano come normale l’ordinazione sacerdotale delle donne […] Ma la Chiesa cattolica preferisce continuare ad ignorare gli insegnamenti del NT e si mantiene salda nella sua tradizione: le donne non passeranno! (219)
  • La Chiesa ha falsificato il Decalogo biblico, eliminando il secondo comandamento che proibisce l’idolatria, per render più redditizio il culto alle immagini di Gesù, della Madonna e dei santi(230).
  • Come minimo si può dire che la Chiesa cattolica è formalmente idolatra. […] Negli ultimi anni, molti teologi cattolici stanno pubblicamente denunciando la papolatria sorta principalmente - per opera dell’Opus Dei - intorno all’attuale papa Giovanni Paolo II (232).
  • La «Santissima Trinità»: il mistero venuto dal lontano Oriente (239).
  • L’immacolata concezione di Maria, un dogma di fede fondamentale della Chiesa cattolica… imposto ai credenti solo nel 1854 (244).
  • La dottrina cattolica dell’inferno era sconosciuta al Dio dell’A.T. e a Gesù […] Nel XIII secolo è stata inventata una delle chiavi del negozio ecclesiale: il purgatorio, che è uno stato di espiazione temporale dove si presume vi siano tutte le anime, anche quelle dei peccatori morti in grazia di Dio. […] Con l’invenzione dell’inferno e del purgatorio, la Chiesa cattolica ha costruito un efficace e schiacciante strumento di ricatto (252).
  • Non vi è perciò la benché minima base evangelica per imporre il celibato obbligatorio al clero. […] Era così frequente che i clerici avessero concubine, che i vescovi stabilirono la cosiddetta renta di putane , ossia una somma di denaro che i sacerdoti dovevano pagare al vescovo ogni volta che trasgredivano la legge sul celibato (257).
  • La Taxa Camarae di papa Leone X, uno dei punti più alti della corruzione umana (Appendice, 263-266).
Queste pagine vengono riportate integralmente nel presente sito all’interno della sezione Diamo i Numeri.

L’AUTORE

Pepe Rodríguez, dottore di ricerca in psicologia e scienze dell’informazione, si occupa particolarmente delle tecniche di persuasione coercitiva utilizzate dalle sette religiose. Tra le sue ricerche storiche, non ancora tradotte in italiano: Las sectas hoy y aqui (1985), El poder de las sectas (1989) Què hacemos mal con nuestros hijos (1993), La vida sexual del clero (1995).
Luciano Franceschetti
Giugno 2000

I conti della Chiesa ecco quanto ci costa




A metà anni Ottanta le finanze vaticane sono una scatola vuota e nera. Un anno dopo l'arrivo di Ruini alla Cei, soltanto il passaporto vaticano salva il presidente dello Ior, monsignor Paul Marcinkus, dall'arresto per il crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. La crisi economica è la ragione per cui Giovanni Paolo II chiama a Roma il giovane vescovo di Reggio Emilia, allora noto alle cronache solo per aver celebrato il matrimonio di Flavia Franzoni e Romano Prodi, ma dotato di talento manageriale. Poche scelte si riveleranno più azzeccate. Nel "ventennio Ruini", segretario dall'86 e presidente dal '91, la Cei si è trasformata in una potenza economica, quindi mediatica e politica. In parallelo, il presidente dei vescovi ha assunto un ruolo centrale nel dibattito pubblico italiano e all'interno del Vaticano, come mai era avvenuto con i predecessori, fino a diventare il grande elettore di Benedetto XVI. 
Le ragioni dell'ascesa di Ruini sono legate all'intelligenza, alla ferrea volontà e alle straordinarie qualità di organizzatore del personaggio. Ma un'altra chiave per leggerne la parabola si chiama "otto per mille". Un fiume di soldi che comincia a fluire nelle casse della Cei dalla primavera del 1990, quando entra a regime il prelievo diretto sull'Irpef, e sfocia ormai nel mare di un miliardo di euro all'anno. Ruini ne è il dominus incontrastato. Tolte le spese automatiche come gli stipendi dei preti, è il presidente della conferenza episcopale, attraverso pochi fidati collaboratori, ad avere l'ultima parola su ogni singola spesa, dalla riparazione di una canonica alla costruzione di una missione in Africa agli investimenti immobiliari e finanziari. 

Dall'otto per mille, la voce più nota, parte l'inchiesta di Repubblica sul costo della chiesa cattolica per gli italiani. Il calcolo non è semplice, oltre che poco di moda. Assai meno di moda delle furenti diatribe sul costo della politica. Il "prezzo della casta" è ormai calcolato in quattro miliardi di euro all'anno. "Una mezza finanziaria" per "far mangiare il ceto politico". "L'equivalente di un Ponte sullo Stretto o di un Mose all'anno". 

Alla cifra dello scandalo, sbattuta in copertina da Il Mondo e altri giornali, sulla scia di La Casta di Rizzo e Stella e Il costo della democrazia di Salvi e Villone, si arriva sommando gli stipendi di 150 mila eletti dal popolo, dai parlamentari europei all'ultimo consigliere di comunità montane, più i compensi dei quasi trecentomila consulenti, le spese per il funzionamento dei ministeri, le pensioni dei politici, i rimborsi elettorali, i finanziamenti ai giornali di partito, le auto blu e altri privilegi, compresi buvette e barbiere di Montecitorio. 

Per la par condicio bisognerebbe adottare al "costo della Chiesa" la stessa larghezza di vedute. Ma si arriverebbe a cifre faraoniche quanto approssimative, del genere strombazzato nei libelli e in certi siti anticlericali. 

Con più prudenza e realismo si può stabilire che la Chiesa cattolica costa in ogni caso ai contribuenti italiani almeno quanto il ceto politico. Oltre quattro miliardi di euro all'anno, tra finanziamenti diretti dello Stato e degli enti locali e mancato gettito fiscale. La prima voce comprende il miliardo di euro dell'otto per mille, i 650 milioni per gli stipendi dei 22 mila insegnanti dell'ora di religione ("Un vecchio relitto concordatario che sarebbe da abolire", nell'opinione dello scrittore cattolico Vittorio Messori), altri 700 milioni versati da Stato ed enti locali per le convenzioni su scuola e sanità. Poi c'è la voce variabile dei finanziamenti ai Grandi Eventi, dal Giubileo (3500 miliardi di lire) all'ultimo raduno di Loreto (2,5 milioni di euro), per una media annua, nell'ultimo decennio, di 250 milioni. A questi due miliardi 600 milioni di contributi diretti alla Chiesa occorre aggiungere il cumulo di vantaggi fiscali concessi al Vaticano, oggi al centro di un'inchiesta dell'Unione Europea per "aiuti di Stato". L'elenco è immenso, nazionale e locale. Sempre con prudenza si può valutare in una forbice fra 400 ai 700 milioni il mancato incasso per l'Ici (stime "non di mercato" dell'associazione dei Comuni), in 500 milioni le esenzioni da Irap, Ires e altre imposte, in altri 600 milioni l'elusione fiscale legalizzata del mondo del turismo cattolico, che gestisce ogni anno da e per l'Italia un flusso di quaranta milioni di visitatori e pellegrini. Il totale supera i quattro miliardi all'anno, dunque una mezza finanziaria, un Ponte sullo Stretto o un Mose all'anno, più qualche decina di milioni. 

La Chiesa cattolica, non eletta dal popolo e non sottoposta a vincoli democratici, costa agli italiani come il sistema politico. Soltanto agli italiani, almeno in queste dimensioni. Non ai francesi, agli spagnoli, ai tedeschi, agli americani, che pure pagano come noi il "costo della democrazia", magari con migliori risultati. 

Si può obiettare che gli italiani sono più contenti di dare i soldi ai preti che non ai politici, infatti se ne lamentano assai meno. In parte perché forse non lo sanno. Il meccanismo dell'otto per mille sull'Irpef, studiato a metà anni Ottanta da un fiscalista all'epoca "di sinistra" come Giulio Tremonti, consulente del governo Craxi, assegna alla Chiesa cattolica anche le donazioni non espresse, su base percentuale. Il 60 per cento dei contribuenti lascia in bianco la voce "otto per mille" ma grazie al 35 per cento che indica "Chiesa cattolica" fra le scelte ammesse (le altre sono Stato, Valdesi, Avventisti, Assemblee di Dio, Ebrei e Luterani), la Cei si accaparra quasi il 90 per cento del totale. Una mostruosità giuridica la definì già nell'84 sul Sole 24 Ore lo storico Piero Bellini. 

Ma pur considerando il meccanismo "facilitante" dell'otto per mille, rimane diffusa la convinzione che i soldi alla Chiesa siano ben destinati, con un ampio "ritorno sociale". Una mezza finanziaria, d'accordo, ma utile a ripagare il prezioso lavoro svolto dai sacerdoti sul territorio, la fatica quotidiana delle parrocchie nel tappare le falle sempre più evidenti del welfare, senza contare l'impegno nel Terzo Mondo. Tutti argomenti veri. Ma "quanto" veri? 

Fare i conti in tasca al Vaticano è impresa disperata. Ma per capire dove finiscono i soldi degli italiani sarà pur lecito citare come fonte insospettabile la stessa Cei e il suo bilancio annuo sull'otto per mille. Su cinque euro versati dai contribuenti, la conferenza dei vescovi dichiara di spenderne uno per interventi di carità in Italia e all'estero (rispettivamente 12 e 8 per cento del totale). Gli altri quattro euro servono all'autofinanziamento. Prelevato il 35 per cento del totale per pagare gli stipendi ai circa 39 mila sacerdoti italiani, rimane ogni anno mezzo miliardo di euro che il vertice Cei distribuisce all'interno della Chiesa a suo insindacabile parere e senza alcun serio controllo, sotto voci generiche come "esigenze di culto", "spese di catechesi", attività finanziarie e immobiliari. Senza contare l'altro paradosso: se al "voto" dell'otto per mille fosse applicato il quorum della metà, la Chiesa non vedrebbe mai un euro. 

Nella cultura cattolica, in misura ben maggiore che nelle timidissime culture liberali e di sinistra, è in corso da anni un coraggioso, doloroso e censuratissimo dibattito sul "come" le gerarchie vaticane usano il danaro dell'otto per mille "per troncare e sopire il dissenso nella Chiesa". Una delle testimonianze migliori è il pamphlet "Chiesa padrona" di Roberto Beretta, scrittore e giornalista dell'Avvenire, il quotidiano dei vescovi. Al capitolo "L'altra faccia dell'otto per mille", Beretta osserva: "Chi gestisce i danari dell'otto per mille ha conquistato un enorme potere, che pure ha importantissimi risvolti ecclesiali e teologici". Continua: "Quale vescovo per esempio - sapendo che poi dovrà ricorrere alla Cei per i soldi necessari a sistemare un seminario o a riparare la cattedrale - alzerà mai la mano in assemblea generale per contestare le posizioni della presidenza?". "E infatti - conclude l'autore - i soli che in Italia si permettono di parlare schiettamente sono alcuni dei vescovi emeriti, ovvero quelli ormai in pensione, che non hanno più niente da perdere...". 

A scorrere i resoconti dei convegni culturali e le pagine di "Chiesa padrona", rifiutato in blocco dall'editoria cattolica e non pervenuto nelle librerie religiose, si capisce che la critica al "dirigismo" e all'uso "ideologico" dell'otto per mille non è affatto nell'universo dei credenti. Non mancano naturalmente i "vescovi in pensione", da Carlo Maria Martini, ormai esiliato volontario a Gerusalemme, a Giuseppe Casale, ex arcivescovo di Foggia, che descrive così il nuovo corso: "I vescovi non parlano più, aspettano l'input dai vertici... Quando fanno le nomine vescovili consultano tutti, laici, preti, monsignori, e poi fanno quello che vogliono loro, cioè chiunque salvo il nome che è stato indicato". Il già citato Vittorio Messori ha lamentato più volte "il dirigismo", "il centralismo" e "lo strapotere raggiunto dalla burocrazia nella Chiesa". Alfredo Carlo Moro, giurista e fratello di Aldo, in uno degli ultimi interventi pubblici ha lanciato una sofferta accusa: "Assistiamo ormai a una carenza gravissima di discussione nella Chiesa, a un impressionante e clamoroso silenzio; delle riunioni della Cei si sa solo ciò che dichiara in principio il presidente; i teologi parlano solo quando sono perfettamente in linea, altrimenti tacciono". 

La Chiesa di vent'anni fa, quella in cui Camillo Ruini comincia la sua scalata, non ha i soldi per pagare gli impiegati della Cei, con le finanze scosse dagli scandali e svuotate dal sostegno a Solidarnosc. La cultura cattolica si sente derisa dall'egemonia di sinistra, ignorata dai giornali laici, espulsa dall'universo edonista delle tv commerciali, perfino ridotta in minoranza nella Rai riformata. Eppure è una Chiesa ancora viva, anzi vitalissima. Tanto pluralista da ospitare nel suo seno mille voci, dai teologi della liberazione agli ultra tradizionalisti seguaci di monsignor Lefebrve. Capace di riconoscere movimenti di massa, come Comunione e Liberazione, e di "scoprire" l'antimafia, con le omelie del cardinale Pappalardo, il lavoro di don Puglisi a Brancaccio, l'impegno di don Italo Calabrò contro la 'ndrangheta. 
Dopo vent'anni di "cura Ruini" la Chiesa all'apparenza scoppia di salute. È assai più ricca e potente e ascoltata a Palazzo, governa l'agenda dei media e influisce sull'intero quadro politico, da An a Rifondazione, non più soltanto su uno. Nelle apparizioni televisive il clero è secondo soltanto al ceto politico. Si vantano folle oceaniche ai raduni cattolici, la moltiplicazione dei santi e dei santuari, i record di audience delle fiction di tema religioso. Le voci di dissenso sono sparite. Eppure le chiese e le sagrestie si svuotano, la crisi di vocazioni ha ridotto in vent'anni i preti da 60 a 39 mila, i sacramenti religiosi come il matrimonio e il battesimo sono in diminuzione. 

Il clero è vittima dell'illusoria equazione mediatica "visibilità uguale consenso", come il suo gemello separato, il ceto politico. Nella vita reale rischia d'inverarsi la terribile profezia lanciata trent'anni fa da un teologo progressista: "La Chiesa sta divenendo per molti l'ostacolo principale alla fede. Non riescono più a vedere in essa altro che l'ambizione umana del potere, il piccolo teatro di uomini che, con la loro pretesa di amministrare il cristianesimo ufficiale, sembrano per lo più ostacolare il vero spirito del cristianesimo". Quel teologo si chiamava Joseph Ratzinger.

Redazione

Libia sempre più nel caos

Libia sempre più nel caos. E il governo francese, come suo solito, al centro delle operazioni affinché la situazione rimanga esplosiva... Tale e quale al febbraio-marzo 2011, quando la Francia scatenò la guerra contro Gheddafi perché aveva osato proporre l'abolizione del franco CFA, la valuta utilizzata da 14 paesi africani che permette a Parigi di rimanere padrona di fatto dei Paesi che formalmente erano parte del suo ex impero coloniale. Ma che, oltre alla finta retorica democratica di cui i cugini d'Oltralpe sono maestri indiscussi, continuano a restare soggiogati al controllo asfissiante della geopolitica francese nel continente. Ora che l'immigrazione dalla Libia verso il Sud Italia è stata fortemente diminuita e si profilava all'orizzonte qualche spiraglio di normalizzazione per quella terra martoriata, ecco che il ministro degli Esteri Le Drian si è personalmente assicurato - con un viaggio in Libia - che le tensioni esplodessero in maniera aperta. Cosa puntualmente avvenuta in questi giorni. E ora, come dopo il disastro del 2011 che ha destabilizzato tutto il Nordafrica, se non verranno prese serie misure di contenimento sarà ancora una volta l'Italia a patire le peggiori conseguenze.

Redazione

05 settembre 2018

La fortuna e la virtù

La fortuna e la virtù

Gratta_e_vinci! Uno degli elementi più importanti nella nascita della civiltà occidentale è stata la contrapposizione tra fortuna e virtù. Nel mondo mitico greco esisteva uno stretto rapporto tra felicità e fortuna: era considerato felice chi aveva dalla sua parte un buon dio. Socrate e la grande stagione filosofica greca affermarono invece che la felicità, la fioritura umana, dipende dalle virtù e non dalla fortuna. La virtù vince la cattiva sorte. Su questo si è costruita tutta l’etica personale e collettiva dell’Europa che, ha affermato che la vita buona, la felicità, dipende dalla capacità di coltivare le virtù, dal nostro impegno e dalla nostra responsabilità.

Oggi assistiamo invece a un grande revival della fortuna. La ricerca della felicità è sempre meno legata alla virtù, al lavoro in particolare, e sempre più alla fortuna, al gioco, alla sorte. Proliferano trasmissioni basate su promesse di arricchimenti facili, gratta e vinci, lotterie, slot machine, lotto, telepoker.

La crisi finanziaria ed economica è anche espressione di questo revival di cultura arcaica, e dell’allontanamento dall’idea delle virtù e dal lavoro. La nostra Repubblica nasce fondata sul lavoro, una tesi che racchiude secoli di civiltà nei quali l’Occidente aveva affermato che la ricchezza che non nasce dal lavoro umano non porta normalmente felicità individuale e collettiva. Oggi invece questa cultura della fortuna (che va assieme alla magia e all’astrologia, altri ambiti in forte crescita, altri ambiti neopagani) ci sta promettendo, illudendoci, che ci si possa arricchire senza lavorare, ma trovando un investimento fortunato, o vincendo una lotteria. Non c’è una grande differenza culturale tra chi consuma sistematicamente gratta e vinci e chi specula in borsa: è la cultura della fortuna che si sta prendendo la rivincita sulla cultura della virtù. Si uscirà da questa crisi lavorando, meglio e insieme, rilanciando una stagione di virtù pubbliche, di beni collettivi, di progetti comuni. Se così non sarà, continueremo ad attenderci la salvezza da fuori, e rimanderemo ancora il tempo della responsabilità, individuale e collettiva.

Enzo Sciarra

Usa all'attacco dell'Europa dove va il risparmio degli italiani

Usa all'attacco dell'Europa: dopo Soros nel 1992 e nel 2010 la storia si ripete e gli speculatori vogliono banchettare sulle macerie dell'euro.

La storia si ripete? A volte molto più spesso di quanto non si creda. Il brutto è che la storia - scriviamola in corsivo per darle identità di personaggio teatrale - ha l'astuzia di presentarsi ogni volta con qualche sfumatura diversa, dettagli che la aiutano a camuffarsi come un agente segreto che si mette o si toglie barba e baffi. Piccole variazioni le quali insieme alla nostra sbalorditiva smemoratezza fanno sì che il vecchio che ritorna, il già visto, il già accaduto, ci appaia in veste di nuovo e ci sorprenda. Il buon vecchio Marx, sì proprio quello del Capitale, sosteneva che la storia si presenta sempre due volte. La prima sotto forma di tragedia, la seconda di farsa. Sbagliato: la storia si ripete una, due, tre, infinitamente volte. Sempre simile a se stessa.

La storia che oggi si ripete è l'attacco della speculazione internazionale. Non la riconoscete, non ricordate? Non vi dice nulla il nome di George Soros lo speculatore che nel 1992 anmaccò la Lira e nel 2010 ci riprovò con l’Euro e gli andò male?

L’8 Febbraio 2010 non è un giorno qualunque, nella ancor breve storia dell’Euro risulterà essere una data importante. La leggenda narra di un incontro riservato a New York tra un gruppo di gestori hedge fund. Si racconta di una cena presso un broker di Manhattan, gli ospiti sono di primo piano, il gotha di Wall Street, piatto principale del menù l'attacco concertato all'euro sotto il cappello del grande stratega e stregone, ovvero il padre di tutti gli Hedge Fund, il Soros Fund Management.

All’apparenza una follia, un’operazione gigantesca e irrealizzabile; con il tempo poi ci siamo resi conto di quanto reale potesse essere il pericolo. A distanza di qualche anno, tiriamo un sospiro di sollievo, ci hanno provato e ci sono quasi riusciti, ma l’Euro è salvo. L’Europa dell’Euro, una fortezza disordinata ma al tempo stesso solida e tenace. In principio, ancor prima dell’assalto dei “corsari speculativi” ci fu la Grecia, quello che sembrava un piccolo inciampo, una palla di neve, con il passare del tempo si è trasformata in valanga che solo oggi sembra aver trovato una soluzione. Dopo la Grecia, gli assalti furono sferrati contro i bersagli grossi, toccò all’Italia e alla Spagna difendersi. Un Debito che faceva gola agli speculatori era il premio più prestigioso; il debito dell’Italia era un bersaglio a parete intera, chiunque sarebbe riuscito a colpire. Quello che la finanza internazionale non conosceva era la determinazione degli europei, ben incarnata nella sua figura di riferimento, il presidente della Banca Centrale Mario Draghi. La frase pronunciata a Londra il 26 Luglio2012 “Ho un messaggio chiaro da darvi: nell'ambito del nostro mandato la Bce è pronta a fare tutto il necessario a preservare l'euro. E credetemi sarà abbastanza”, non solo entrerà nei libri di storia ma per tempismo e decisionismo fu uno tsunami capace di scacciare definitivamente gli squali della finanza. Quel contrattacco finì come sappiamo, alla grande.

Oggi, esattamente 8 anni dopo, sempre a Febbraio, sempre gli stessi yankee, ci stanno riprovando, protagonisti diversi, con armi diverse, ma sempre con lo stesso obiettivo: banchettare, fare la grana sulle macerie dell'Europa e dell'Euro. Guadagnare e togliersi di torno un concorrente sempre più scomodo, non male come piano.

I protagonisti di oggi si chiamano Ray Dalio, che come Annibale sugli elefanti, scortato dal fondo speculativo americano Aqr Capital e da quello inglese Marshall Wace, sembrano intenzionati a mettere in ginocchio quello che fu l'antico Impero Romano.

Anche gli strumenti oggi sono diversi, i titoli di stato usati nel precedente attacco del 2010 oggi sono sterilizzati, c'è lo scudo spaziale della Bce impermeabile a tutto, si deve escogitare un'alternativa, come le grandi aziende private, banche in particolare, che oggi come allora rimangono il reparto più vulnerabile.

Oggi come allora è l'Italia il "big fish", il bersaglio grosso da colpire, prima i Btp, ora banche e assicurazioni. Ma nel mirino non c'è solo il tricolore, sul radar di questi speculatori sembra essere finita anche Deutsche Bank, il colosso dai piedi d'argilla.

DB non è una banca qualunque, è il cuore finanziario dell'Europa, il panzer tedesco che punì vigliaccamente l'Italia nel 2011 e che poi vide ritorcersi contro tutti i danni collaterali.

DB è una base militare finanziaria, ma altamente infiammabile, vista la quantità, ormai incalcolabile, di derivati che si trova in pancia. Ed è proprio per questo che secondo alcune indiscrezioni, siano ora al lavoro alcune BIG come Citigroup e sua maestà Goldman Sachs, per la creazione di un etf che lavori su una particolare categoria di obbligazioni, nello specifico la "CoCo", titoli non garantiti che hanno già fatto danni nel 2016.

Un'operazione volta a minare nuovamente la fiducia dei risparmiatori, che devono essere prima invogliati a investire su questi strumenti, che ripeto non sono garantiti, e poi tramite l'affondo speculativo, devono incenerire il risparmio. Operazioni già viste su altre banche più piccole.

Chissà cosa ne pensano i principi del Qatar, che dopo aver schivato la trappola MPS, si sono ritrovati a dilapidare il capitale su altri investimenti: nello sport con il giocattolo Psg, e nella finanza entrando massicciamente (attraverso un aumento di capitale) proprio in Deutsche Bank.

Alla vigilia di un appuntamento elettorale dall'esito molto incerto, con lo Stato italiano ancora impegnato a restaurare le nostre banche e con un debito pubblico ancora in crescita, siamo di nuovo in pericolo?

Fortunatamente no, il contesto è totalmente diverso, migliore, con un'economia in crescita, banche maggiormente capitalizzate è una Bce che vigila senza nessuna intenzione di alzare i tassi a breve. Forse per una volta ha ragione Marx, in questo caso la storia si ripete, la prima sotto forma di tragedia, così fu nel 2010/2011, la seconda sotto forma di farsa. Ray Dalio e il suo codazzo sono avvertiti, cave canem.

Redazione

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