31 agosto 2018

Sono le banche ad eludere il fisco

Italiani, popolo di evasori. Almeno così sembrerebbe, a giudicare dai numeri dell’Agenzia delle Entrate: c’è un buco di oltre 270 miliardi di euro. Chi paga le tasse deve mettere in conto un 10% in più. E ci sono elusori considerati “intoccabili” che non danno affatto il buon esempio e generano un “effetto domino”. Il presidente dello Snarp (Sindacato nazionale antiusura riabilitazione protestati), Francesco Petrino, acerrimo nemico delle banche chiarisce come stanno le cose e, senza mezzi termini, dice che «quella messa in giro dall’Agenzia delle Entrate e dal governo è una bugia». Conti alla mano, il leader del sindacato smonta il teorema della lotta all’evasione fiscale firmato Padoa Schioppa e lo riscrive. «L’ammanco dei 270 miliardi è l’esatto equivalente delle imposte eluse dalle banche a partire dal 1998, anno in cui è stata varata la legge per la cartolarizzazione dei crediti dal governo D’Alema, che ha creato questo presupposto dell’elusione fiscale a catena – spiega -. Le banche vendono i loro crediti e, negli ultimi anni, ne hanno venduti per oltre 600mila miliardi di vecchie lire, mediamente al 40% del loro valore e li hanno venduti in prevalenza a società di loro emanazione. Con la vendita al 40%, nello stesso anno, portano in bilancio una perdita secca media del 60%, che diviene del 90% sui crediti chirografi, cioè quelli di conto corrente. Di conseguenza, il credito viene pagato quattro lire dalla loro società di cartolarizzazione, e poi viene recuperato integralmente: le società che hanno comprato i crediti pagano la banca con obbligazioni fino a 25 anni. È chiaro – prosegue - che se su 600mila miliardi di vecchie lire hanno perso la bellezza di 360mila miliardi, non hanno pagato imposte per identico importo. È una forma di elusione autorizzata solo al sistema bancario». Attenzione, questo non significa che l’Italia paga sempre le tasse. «Sicuramente l’evasione c’è a tutti i livelli, ma tutto questo nasce dal fatto che se le tasse le devono pagare soltanto i cittadini o le piccole imprese, arriva il momento che questa gente non ce la fa – chiarisce Francesco Petrino -. La situazione si è aggravata con la pressione fiscale arrivata alle stelle. Va da sé che se le banche pagassero come gli altri le tasse noi avremmo maggiori entrate che consentirebbero al governo di allentare la pressione fiscale». E chi può non pagare le tasse ne fa volentieri a meno. «È inutile che il solito Montezemolo venga a raccontarci che solo lo 0,8% degli italiani dichiara più di 100mila euro». Ma se la sovranità monetaria tornasse al popolo e le banche pagassero le tasse alla stregua degli onesti cittadini, il debito pubblico sarebbe solo un brutto ricordo, quanto le tasse che strangolano le famiglie. «L’evasione fiscale è la conseguenza della pressione, la pressione fiscale è la conseguenza della elusione delle banche – conclude Petrino -. Se si riuscisse a ripristinare la finalità reale del sistema fiscale, quella di far pagare i redditi a chi li produce realmente e di evitare le grandi evasioni col ricorso all’elusione, l’Italia cambierebbe».
Redazione

L’emigrazione italiana interna negli anni ’50 e ‘60

Il fenomeno migratorio italiano ha falcidiato fin dall’Ottocento, in misura diversa, tutte le comunità regionali. La nostra ricerca si sofferma, in particolare, sugli aspetti che esso ha assunto negli anni del miracolo economico. Soprattutto fra gli anni ’55-’63, un flusso notevole di persone scorre verso le città del centro-nord Italia, in particolare verso le metropoli di Milano, Torino e Genova, ai vertici del cosiddetto “triangolo industriale”. Gravi condizioni di vita e di lavoro al sud spinsero gli uomini ad andare via da una terra che sembrava arcigna. Il fenomeno non si limitò al sud, ma coinvolse anche alcune zone del nord, impoverito per le stesse ragioni. L’emigrazione italiana, dal 1861 al 1970, coinvolse da ogni parte del territorio complessivamente oltre 27 milioni di cittadini, una cifra impressionante! Circoscrivendo il periodo all’ultimo dopoguerra, possiamo affermare che le regioni meridionali acquistano una netta “supremazia” nel contributo di continua e inarrestabile emorragia di persone, incoraggiata dalle autorità perché si riteneva servisse da antidoto alle tensioni sociali e perché avrebbe fornito una via “naturale” e “spontanea” alla soluzione della questione meridionale (1). Dal 1958 al 1963 l’Italia “esporta” nei paesi europei oltre un milione e mezzo di emigranti, fra i quali circa i 2/3 provengono dal Sud. Sono per l’Italia “gli anni del più rapido sviluppo economico”, in cui è relativamente facile trovare un posto di lavoro a Milano, a Torino, a Monaco, a Colonia o a Zurigo. Il peso delle regioni meridionali nell’originare questi flussi migratori aumenta progressivamente fino a costituire nel 1963 quasi i ¾ degli espatri e il 100% del saldo migratorio. Fra le regioni meridionali, Puglia e Campania appaiono le più “ricche di emigranti” (2). Verso la metà degli anni ’70 cessa ormai ogni flusso migratorio verso i paesi extra-europei. Prendiamo ora in considerazione le migrazioni in territorio italiano. Negli anni dal 1958 al 1963 si muovono dalle regioni del Mezzogiorno oltre un milione e trecentomila persone. Dalle 69.000 nuove iscrizioni anagrafiche del 1958 nei comuni del triangolo industriale, si passa nel 1963  ad un numero quasi triplicato (183.000), già superato l’anno precedente fino a raggiungere le  200.000 unità (3). A Milano, al lento declino dei flussi migratori dell’area lombarda e veneto-emiliana negli anni ’50, fa riscontro la crescita progressiva dell’immigrazione meridionale e insulare. Questa passa dal 17% del totale nel periodo 1952-57, al 30% nel periodo 1958-63. A Torino l’ondata migratoria più massiccia investe la città negli anni tra il 1959 e il 1962 con 64.745 unità nel ’60, 84.426 nel ’61 e 79.742 nel 1962. Questa manodopera disperata e a buon mercato giunge sui treni della speranza soprattutto dalla Puglia e dalla Sicilia (rispettivamente sono 16.951 e 10.783 gli emigranti che lasciano quelle terre), ma anche le altre regioni meridionali partecipano cospicuamente: la Calabria con 4.890 unità, la Sardegna e la Campania rispettivamente con 3.504 e 3.536 immigrati (4). Un fenomeno particolare riguarda il Lazio, interessato ai movimenti migratori soprattutto per la natura amministrativa e terziaria di Roma. Che lavoro fanno gli emigranti al loro arrivo nelle città del nord o nella capitale? Soprattutto si impiegano nell’edilizia, un lavoro che richiedeva un numero consistente di operai per costruire i palazzoni nelle periferie metropolitane. I dati parlano chiaro. Nel 1962 a Genova il 70% della manodopera edile è di provenienza meridionale, a Torino nel 1960-61 lo è l’80% circa degli edili iscritti alla Cassa. Mentre a Milano i non residenti avviati in edilizia nel 1962 sono quasi l’85% del totale e i gruppi di calabresi, pugliesi e siciliani sopravanzano ormai i veneti e anche i lombardi (5). Per passare ad una situazione di nuova precarietà e talvolta di stabilità, occorrerà attendere la chiamata della FIAT a Torino o di una grande fabbrica meccanica, chimica o siderurgica a Milano (6). Gli anni che vanno dal 1968 al 1970 sono caratterizzati da una “seconda ondata” migratoria di rilevanti proporzioni dal sud al nord; nel 1969 risultano immigrati a Torino circa 60.000 lavoratori, di cui oltre al metà dalle regioni meridionali (7), mentre in Lombardia giungono 70.000 nuovi immigrati (8). A Torino e provincia l’elemento scatenante sono le assunzioni alla FIAT: “si trattò di un afflusso improvviso di 15.000 operai giovani, meridionali, nella loro stragrande maggioranza di origine non contadina” (9). Una massa enorme che si trova a fare i conti con il problema dell’abitazione. Si cercano le più disparate soluzioni, quelle che offre una società stravolta e impreparata a questi arrivi e quelle che suggerisce l’arte di arrangiarsi. Nascono case “fai da te” e piccoli, disordinati, nuclei urbani lontani dal centro, le “coree degli immigrati”, un nome assunto dalla contemporanea guerra in Corea (10) e dall’impressione che ne avevano avuto i residenti nel milanese, ai quali gli immigrati si presentavano come degli esuli, dei profughi, come “gente che aveva perduto una guerra” (11). Nei paesi della “cintura” milanese, dove i terreni costano di meno, si formano dei nuclei urbani (coree), che significano “disordine di accostamento, assurdità urbanistica, cumulo di errori tecnici, promiscuità di ogni tipo, speculazione incontrollabile” (12). Altrove, come a Torino e a Genova, si verifica l’abbandono del centro degradato da parte dei proprietari che cercano altrove abitazioni più confortevoli e più moderne. Nella città marittima si svuotano i quartieri del porto e in generale della città vecchia per riempirsi dei diseredati, lo stesso avviene a Torino con i Murazzi e San Salvario. Gli emigranti occupano tutti gli spazi disponibili: soffitte, cantine, sottoscale, vecchie cascine e  persino case destinate alla demolizione, e quando non ci riescono vivono in alloggi sovraffollati (13). L’esito è il moltiplicarsi delle bidonville: “ruderi delle case bombardate nel vecchio centro storico erano stati riadattati ad abitazioni primitive…  sulle rive e sui greti dei due corsi d’acqua si stendevano lunghe file quasi ininterrotte di baracche e capanne” (14). Da un lato quindi lavoro precario e mansioni dequalificate, dall’altro pessime condizioni di vita fuori dalla fabbrica, a cominciare dal problema della casa. Di fronte a questo scenario, ai meridionali non resta che reagire intensificando il lavoro, nella speranza e nella prospettiva di conquistare una condizione di vita più dignitosa e poter richiamare la famiglia. L’esperienza sui luoghi di lavoro e la condivisione delle sofferte condizioni materiali spinge ad un processo di omogeneizzazione fra emigranti e classe operaia locale, favorito dalla pratica di forme di solidarietà e dalla partecipazione alle lotte sindacali che si andavano organizzando per ottenere migliori condizioni di vita e di lavoro e per l’affermazione di un maggior potere contrattuale in fabbrica. Nel corso dei rinnovi contrattuali si organizzano scioperi e manifestazioni pubbliche – una novità per gli operai meridionali! -, che culminano a volte in veri e propri scontri con le forze di polizia, come avvenne nel 1962 in Piazza Statuto a Torino (15). L’autunno caldo e le lotte del ‘68-’69 in Italia e in Europa consolidano il rapporto di solidarietà e saldano le rivendicazioni degli operai e degli emigranti con quelle degli studenti. In Francia essi partecipano alle manifestazioni del “Maggio” , in Belgio sono in prima fila fra i minatori immigrati e in Italia innalzano il vessillo delle lotte e dei diritti alla FIAT e nelle altre piccole e grandi fabbriche, dove ormai – si può dire – si era chiuso un ciclo e se ne apriva un altro, con un ruolo da protagonisti. L’esito della lunga marcia da un capo all’altro della penisola era sotto i loro occhi, compiaciuti rispetto ai progressi fatti, ma incerti di fronte ai problemi irrisolti e alle  prospettive future.
Redazione

Quando gli immigrati eravamo noi

Le storie Così il dramma dell'emigrazione resta scolpito nella memoria della comunità italiana d'Argentina. Quando i migranti eravamo noi
"I nostri morti gettati nell'oceano"

BUENOS AIRES - Loro muoiono nel Mediterraneo. Quando gli emigrati eravamo noi, morivamo nell'Atlantico. "Buttarono nell'Oceano donne, un bambino e molti vecchi, in tutto quasi venti persone. Così raccontava mio padre". Maria Dominga Ferrero vive in provincia di Cordoba, in Argentina, nella casa che suo padre comprò quando, nel 1888, arrivò alla "Merica" a bordo del 'Matteo Bruzzo'. Una casa con i muri bianchi, la cucina grande, le stanze ariose e l'orto nel retro. "In barca gli dicevano 'coma esto, gringo de mierda', mangia questo. Era pane e vermi. Vide morire di fame una donna incinta. Ma cosa poteva fare?". 
Maria parla un po' in piemontese e un po' in castigliano, mentre gira la minestra di verdure che bolle sul fuoco. "La solfa era la stessa. La differenza era che se sopportavi il male potevi fare suerte, fortuna. Non come capita agli immigrati che oggi vanno in Italia. A l'è vera? Non è vero?". La domanda rimane sospesa, Maria apre i cassetti, cerca ricordi. "Mio padre - dice - all'inizio vendeva la verdura che coltivava ma nessuno capiva la sua lingua. Così vendeva tutto a 5 centesimi". 
Loro, i sopravvissuti di oggi, vengono rinchiusi nei Cie, i Centri di identificazione ed espulsione. Noi finivamo negli Alberghi degli immigrati gestiti dallo Stato o nei Conventilli in mano ai privati. Felicia Cardano è molto anziana, ma ricorda bene i racconti di famiglia: "Mio padre arrivò a Buenos Aires nel 1889 a bordo del 'Frisca'. Durante il viaggio morirono il suo migliore amico e altre trenta persone. Lo misero all'Hotel della Rotonda, un enorme baraccone di legno, dove si stava stipati come sardine insieme ai pidocchi e alla puzza. Si poteva rimanere al massimo cinque giorni, il tempo di trovare un lavoro in città o nei campi, dove era più facile". 
Scenari confermati da Luigi Barzini che così scriveva sul Corriere della Sera nel 1902: "L'Hotel degli emigranti (lo chiamano Hotel!) ha una forma strana, sembra un gasometro munito di finestre (...). L'acre odore dell'acido fenico non riesce a vincere il tanfo nauseante che viene dal pavimento viscido e sporco, che esala dalle vecchie pareti di legno, che è alitato dalle porte aperte; un odore d'umanità accatastata, di miseria (...). Più in alto, le tavole serbano dei segni più vivi di questo doloroso passaggio: li direi le tracce delle anime. Sono nomi, date, frasi d'amore, imprecazioni, ricordi, oscenità raspati sulla vernice o segnati colla matita, talvolta intagliati nel legno. Il disegno più ripetuto è la nave; il loro pensiero guarda indietro!". 
Gli stessi graffiti ricoprono adesso le pareti dei Cie, memoria recente del transito dei migranti di oggi, stranieri di tutto il mondo, che lavorano nei cantieri, nei campi, nelle cucine dei ristoranti, nelle case, invadono i quartieri, contaminando le loro e le nostre abitudini. Noi, i "gringos" di allora, invadevamo "le passeggiate perché sono gratuite, le chiese perché credenti devoti e mansueti, gli ospedali, i teatri, gli asili, i circoli e i mercati": così scriveva infastidito all'inizio del secolo il sociologo argentino Ramos Mejía. 
Numeri alla mano, dal 1886 al 1889 gli emigrati partiti da Genova e sbarcati a Buenos Aires raddoppiarono da 43mila a 88mila. Nel 1897 nel porto argentino erano già sbarcati un milione di italiani. Nel 1895, su 660mila abitanti di Buenos Aires, 225mila erano dei nostri. In provincia di Cordoba i 4.600 del 1869 diventarono 240mila nel 1914. Muratori, fabbri, falegnami, calzolai, sarti, fornaciai, meccanici, vetrai, imbianchini, cuochi, domestici, gelatai e parrucchieri: non avevamo concorrenza. 
"Si lavorava da matin a seira e la domenica si andava a messa ben vestiti - raccontano le sorelle Fusero, nipoti di Bartolomeo arrivato a Buenos Aires il 22 novembre 1905, a 22 anni - . I bambini mangiavano il gelato, le donne bevevano la limonata e gli uomini il vermouth. Si cantava Quel mazzolin di fiori, La Piemontesina e Ciao bela mora ciao, si giocava a bocce e si chiacchierava. La sera si mangiava la bagna càuda e prima di andare a dormire si pregava: il parroco dovette imparare il piemontese perché le donne, non riuscivano a confessarsi. Nduma bin! Eravamo messi bene! Siamo nati tutti nella stessa camera, all'ombra di un magnolia nata da un seme portato dall'Italia". 
Centoventi anni dopo, i nuovi migranti inseguono in Europa il posto migliore dove vivere. Poi chiamano a raccolta il coniuge, i figli, il fratello, l'amico. Nel frattempo mandano i soldi a casa. "Noi, poveri e affamati di allora, andavamo a fare l'America - racconta la nipote di Giuseppe Caffaratti, torinese arrivato in Argentina nel 1890 a 15 anni - perché peggio di com'era in Italia non si poteva: era uno sgiai, uno schifo". "Emigravamo per mangè", racconta Reinaldo Avila, nipote di Giuseppe partito da Caraglio, in provincia di Cuneo, nel 1883. "Mio nonno era un contadino ignorante, si è spaccato la schiena nei campi. Oggi qui tocca ai boliviani e in Italia agli africani. È la vita". 
Loro, i profughi di oggi, scappano dalle guerre moderne, dalla miseria dell'Africa, dell'Asia e dell'Est europeo. Noi, vittime di allora, fuggivamo dalla Grande Guerra. Racconta Margherita Lombardi, nipote di Clelia scappata da Alessandria: "Mia zia perse un figlio in battaglia nel 1916 e un altro nel viaggio sull'Oceano. Si salvò solo lei". Si fuggiva dalle cartoline precetto, il terrore delle madri: "Meglio un figlio lontano ma vivo che vicino ma sotto terra, disse mia nonna a mio padre Fernando - racconta Gladis Fiacchini - . Siamo cugini di Renato Zero, ma abbiamo perso i contatti: mio padre non volle mai più ritornare indietro". 
Altri fuggivano dopo aver visto la morte in faccia. "Ci imbarcammo sulla 'Filippa' senza documenti e senza un soldo il giorno dopo che Miguel tornò dal campo di concentramento in Germania", ricorda Letizia Garessio. Suo marito, Miguel Bautista Pistone, argentino nato da italiani emigrati in America a metà '800, era tornato in Italia dopo aver fatto fortuna e durante la guerra era finito in un campo di concentramento: "Miguel era pelle e ossa - dice Letizia - , che cosa potevano fargli? Chi gli avrebbe impedito di salvarsi?". Gli dico che ora l'Italia respinge i profughi che vengono dal mare: "Meno male che siamo nati un secolo fa e che siamo scappati qui - commenta - . Miguel tornò in Italia solo una volta per vendere tutto e comprare una casa qui". 
"Mio padre scappò da Fossano e dalla guerra che gli aveva ucciso un fratello - racconta Antonio Caballero - , aveva 17 anni e fin dal primo giorno cominciò a dimenticare l'Italia. Non ho mai parlato con i miei parenti rimasti a casa. Non ho mai imparato l'italiano perché nessuno me l'ha mai insegnato. Nessuno di noi ha fatto fortuna, semplicemente siamo sopravvissuti". 
I migranti di oggi arrivano in Italia con il sogno di guadagnare per poter tornare in patria. Ma anche loro spesso finiscono per mettere radici. Come il nonno di Teresa Burdone, piemontese emigrato in Argentina alla fine dell'Ottocento: "Quasi tutti noi - dice Teresa - , figli o nipoti di italiani, abbiamo la doppia cittadinanza e un'altra vita da vivere, ma il cognome ci ricorda che siamo stranieri da sempre". 
Redazione

Il problema è il debito, o una politica monetaria sbagliata? Lo capirete molto presto (ma continuate seguire sempre i guru in TV.. stile Cottarelli)




Quando sentite parlare in TV gli Economisti “Mainstream”, che passano il proprio tempo a truccarsi per dire banalità e che spesso non hanno neanche la laurea in economia, o la laurea in generale, sentirete una litania de “Il debito è alto”, “Come faremo a piazzare i nostri titoli ” etc etc. Perchè in tutto il mondo c’è solo un problema: il debito italiano, tutto il resto, debito privato in primis, è irrilevante.

Pare che non sia così.. o meglio che sia sono una fetta della verità. Torniamo al problema dei paesi in via di sviluppo. La Turchia è nella cronache ma tutti stanno pagando la stretta monetaria partita dalla FED e proseguita con la BCE, e la pagano molto male perchè una caratteristica di questi paesi è di avere dei debiti spesso limitati (tra 50 ed 80 per cento del PIL), ma in valuta estera , quindi, quando i paesi in cui è espressa la loro valuta iniziano a fare un po’ di restrizione monetaria, vedono saltare bilanci e valute perchè non possono trovare la valuta necessaria sui mercati internazionali, a prezzi decenti. Argentina Docet. Ed infatti….

Redazione

Esteri del governo Letta, Emma Bonino, dal 2014 al 2016 il governo Renzi si sarebbe impegnato per conto dell’Italia



Di Paolo Becchi e Giuseppe Palma su Libero, 12/07/2017

Secondo l’ex ministro degli Esteri del governo Letta, Emma Bonino, dal 2014 al 2016 il governo Renzi si sarebbe impegnato per conto dell’Italia, d’accordo con altri governi europei, ad accogliere tutti i migranti che giungevano in Europa. E fin qui nulla di nuovo, visto che ciò è scritto nero su bianco sugli accordi relativi all’operazione Triton. Il problema sorge se, come ha lasciato velatamente intendere l’ex ministro della Difesa del governo Letta, Mario Mauro, ciò fosse avvenuto in cambio di una maggiore flessibilità da parte dell’Ue sui nostri conti pubblici, circostanza non scritta evidentemente da nessuna parte, ma tutto di un eventuale accordo segreto tra il governo Renzi e l’Ue. In cambio di una flessibilità, che gli serviva a scopi politici, è possibile che Renzi abbia tradito il Paese, consentendo l’invasione migratoria, indirizzata unicamente sul nostro territorio? Le dichiarazioni della Bonino e di Mauro, se lette insieme, a tanto porterebbero. Molti ne hanno parlato, avanzando critiche anche dure, ma nessuno ha sottolineato un punto decisivo: se un accordo di quel tipo vi è stato, come l’accordo segreto di scambio tra petrolio e migranti a Malta (di cui su Libero si è già data notizia), la cosa avrebbe persino riflessi penali.

Vi sarebbero infatti responsabilità penali, oltre che politiche, in capo all’ex presidente del Consiglio ed eventuali ministri in concorso con lui. L’art. 243 del codice penale recita: «Chiunque tiene intelligenze con lo straniero affinché uno Stato estero muova guerra o compia atti di ostilità contro lo Stato italiano, ovvero commette altri fatti diretti allo stesso scopo, è punito con la reclusione non inferiore a dieci ami. Se la guerra segue o se le ostilità si verificano, si applica l’ergastolo».

La finalità della condotta non deve essere necessariamente la guerra, ma un qualsiasi atto di ostilità verso lo Stato. E, a quanto pare, di accordi segreti si tratterebbe, visto che Renzi si difende parzialmente dichiarando che gli accordi Triton sono scritti nero su bianco, lasciando senza risposta l’altra parte del problema, quello dello scambio con la flessibilità di cui non si fa nessun cenno in tali accordi.

La norma del codice penale punisce la condotta di chiunque stipuli accordi con lo straniero, di qualsiasi tipo, al fine di indurre lo Stato estero (o più Stati esteri) a muovere guerra o comunque a compiere atti di ostilità verso lo Stato italiano, i quali non necessariamente debbono tradursi in atti di violenza. Quali sono quindi gli «atti ostili»? Le «cessioni di sovranità» rientrano nel novero degli atti ostili puniti dall’art. 243 del codice penale? Si parta dal presupposto che l’articolo citato punisce i delitti contro la personalità dello Stato, quindi contro i suoi tre elementi costitutivi: popolo, territorio e potestà di imperio. Venisse meno anche solo uno di essi, verrebbe meno anche lo Stato. Renzi, in cambio di una flessibilità sui conti, che tra l’altro di fatto non c’è stata, avrebbe ceduto una parte ulteriore della nostra sovranità nazionale. E se qualcuno cede porzioni di sovranità nazionale in segreto, senza accordi trasparenti, compie certamente atto ostile nei confronti e a danno dello Stato. In nome di chi avrebbe agito il governo Renzi per quello scellerato accordo (segreto) con lo straniero? Perché di straniero si tratta, parliamoci chiaro. In nome di chi o di cosa, e con chi, Renzi avrebbe barattato la questione migranti con una maggiore flessibilità sui conti pubblici? E a giovamento di chi?

Al fine di fare chiarezza urgono, a nostro avviso, due cose 1) un pubblico ministero che apra un fascicolo e indaghi sulla vicenda; 2) una commissione parlamentare d’inchiesta che faccia luce su questa brutta storia. La cosa più sorprendente è che tutti ne continuino a parlare, ma nessuno faccia veramente qualcosa. I pubblici ministri sembrano poco interessati e le forze politiche (tutte) anche. Tanto rumor per nulla, in fondo.

Di Paolo Becchi e Giuseppe Palma su Libero, 12/07/2017

Redazione

Immigrazione, M5S: "Bando Sprar realizzato ad hoc per un solo partecipante. La Regione chiarisca"

Andrea Quartini (foto da Facebook)

Immigrazione, M5S: "Bando Sprar realizzato ad hoc per un solo partecipante. La Regione chiarisca"

La loro accoglienza è anche questa?

Gestione centri di accoglienza nel Fiorentino: 4 misure cautelari.

Agosto 2017: “La Società della Salute di Firenze ha aggiudicato un appalto legato al Sistema Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR) con una gara partecipata da un’unica realtà, il Consorzio CO&SO, che ha vinto con un ribasso di un centesimo di euro rispetto alla offerta base. Perché una gara da 6,6 milioni di euro, per un servizio triennale rinnovabile, abbia attirato un solo partecipante e perché questo avrebbe rischiato di perdere presentando un ribasso così minimo ce lo deve spiegare qualcuno. In primis la Regione che di questa Società della Salute è comproprietaria tramite l’Azienda Sanitaria fiorentina e insieme al Comune guidato da Nardella” così Andrea Quartini, consigliere regionale M5S firmataria di un’interrogazione sul tema."

Andrea Quartini (foto da Facebook) “La Società della Salute di Firenze ha aggiudicato un appalto legato al Sistema Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR) con una gara partecipata da un’unica realtà, il Consorzio CO&SO, che ha vinto con un ribasso di un centesimo di euro rispetto alla offerta base. Perché una gara da 6,6 milioni di euro, per un servizio triennale rinnovabile, abbia attirato un solo partecipante e perché questo avrebbe rischiato di perdere presentando un ribasso così minimo ce lo deve spiegare qualcuno. In primis la Regione che di questa Società della Salute è comproprietaria tramite l’Azienda Sanitaria fiorentina e insieme al Comune guidato da Nardella” così Andrea Quartini, consigliere regionale M5S firmataria di un’interrogazione sul tema. “Studiando le carte di questo appalto ci siamo dati una parziale spiegazione per questa rappresentazione imbarazzante del sistema PD di gestire la cosa pubblica. Il 10 agosto 2016 il Ministero dell’Interno ha definito per decreto le modalità attraverso le quali gli enti locali come i Comuni possono accedere al Fondo Nazionale per le Politiche Sociali e i Servizi dell’Asilo in ambito SPRAR. In quel decreto è scritto che gli Enti Locali già titolari di progetto SPRAR, o anche solo con competenza territoriale coincidente con quella di enti già titolari di progetto, non possono accedere al Fondo” precisa il Cinque Stelle che aggiunge “Questa novità metteva in difficoltà il Comune di Firenze che aveva attivi alcuni progetti SPRAR, uno dei quali - avviato nel 2010 e concluso ai primi di quest’anno - gestito proprio dal Consorzio CO&SO. Questo progetto, chiamato PACI, era in ambito SPRAR quindi si desume coperto dal Fondo Nazionale e gestito dal Consorzio CO&SO”. “Di qui l’escamotage che sembrerebbe creato per aggirare parzialmente il decreto e garantire continuità (e introiti) a chi aveva realizzato questo servizio nei sette anni precedenti: una gara della Società della Salute di Firenze - e non del Comune - per cercare un partner col quale presentarsi al Ministero e accedere così al Fondo Nazionale in ambito SPRAR” sottolinea Quartini. “La gara è stata indetta il 28 ottobre 2016, con un mese di tempo per eventuali partecipanti per dimostrare di avere requisiti ritagliati sul Consorzio vincitore. Per dirne uno: l’aver gestito nel quadriennio precedente almeno due strutture di accoglienza attrezzate per richiedenti o titolari di protezione internazionale, per almeno 36 mesi. Non facile a Firenze e infatti nessuno tranne il Consorzio CO&SO si è presentato alla gara e chi l’ha fatto ha presentato un ribasso di un centesimo rispetto alla base di gara” evidenzia il Cinque Stelle in Commissione Politiche Sociali. “Il vincitore fornirà sicuramente al meglio il suo servizio ai 131 ospiti – 14 dei quali con bisogno di assistenza sanitaria domiciliare – e avrà di certo risolto le criticità denunciate con una protesta pubblica dai rifugiati accolti nel progetto PACI nel 2013, ma tutta questa storia merita l’opportuno approfondimento” conclude Quartini chiamando in causa l’assessora regionale Saccardi “Attendiamo risposte da Saccardi, che conosce bene il Consorzio in questione e il progetto PACI essendo nato sotto l’assessorato da lei diretto quando era nella giunta Renzi del Comune di Firenze. Nel frattempo ci resta la sensazione che quanto accaduto racconti come i partiti abbiano una certa idiosincrasia nel rispettare le leggi che loro stessi, al governo, decidono per cittadini e istituzioni” .

Fonte: Area Comunicazione M5S - Regione Toscana

Redazione


30 agosto 2018

La guerra tra poveri è un escamotage per renderci sempre più schiavi

La guerra tra poveri è un escamotage per renderci sempre più schiavi


Sono in molti coloro che possiedono poco, in termini di soldi e di diritti, e costoro, naturalmente, tendono a preferire che vengano cancellati diritti o aumentate le tasse a qualcun altro, anche se, troppo spesso, viene comunque colpito chi, pur facendo un altro lavoro o vivendo un'altra situazione problematica, già non era ricco nè privilegiato. Senza pensare che quelli che vengono più facilmente e più spesso deprivati sono proprio gli appartenenti alle categorie più deboli.

La guerra tra poveri è un escamotage per renderci sempre più schiavi, togliendoci quei pochi diritti che ci siamo conquistati con le lotte di classe e per le piazze. ti porto 3 esempi di guerra tra poveri: 

1) I lavoratori precari accusano i lavoratori a tempo indeterminato di essere dei privilegiati. 
I lavoratori a tempo indeterminato, dal canto loro, accusano i lavoratori stagionali di campare a spese loro grazie al sussidio di disoccupazione.

2) I lavoratori privati concordano che vengano aboliti i privilegi dei lavoratori del settore pubblico.

3) I lavoratori italiani accusano gli extracomunitari di "rubare il lavoro".

Tu hai individuato un ricco in qualcuna delle figure succitate?

Gli immigrati fanno parte è un progetto prestabilito e dagli speculatori: Banche, Multinazionali, Mercato, con la globalizzazione ci hanno ridotti alla miseria, ad un perpetuo bisogno, sia economico, ma anche di identità e dignità umana. Gli immigrati sono un arma per togliere sovranità ai paesi e di conseguenza ai popoli come l'Italia, la Grecia, la Spagna, il Portogallo, a finchè questi accettino le loro condizioni, destabilizzando governi a colpi di spread, obbligandoli a privatizzare industrie, sanità, a svendersi i tesori di un paese. Se pensassimo ad un padre di famiglia, con 2 bambini e la moglie casalinga e, deve pagarsi un mutuo, mandare i figli a scuola, è messo davanti a una minaccia di perdere il posto di lavoro pur di non perderlo, è disposto a scendere a compromessi ed accettare le condizioni al ribasso,senza appellarsi più ai sindacati, "che non fanno più un cazzo". Concludo dicendo Che ci vuole un drastico cambiamento, Abbiamo diritto alla legittima difesa? E allora attuiamola.
Confido nel Movimento 5 Stelle e nel nuovo governo, se pur inaspettato, ma che mantengano le promesse...amici  SPERIAMO!

Debito pubblico e mercato

Spogliare la Grecia è stato uno scherzo.
Aeroporti, qualche isola, industrie zero, terre poche, risparmi privati ridicoli, demanio interessante.
Comunque la Grecia aveva un Pil inferiore alla sola provincia di Treviso.
E' bastato un sol boccone.

Per l'Italia è diverso.
Un capitale assolutamente enorme.
Secondo al mondo in quanto a risparmio privato, primo come abitazioni di proprietà, terre di valore assoluto e coste meravigliose.

Quinta potenza industriale al mondo prima dell'euro, ottava oggi.
Il Made in Italy è ancora oggi il marchio numero uno al mondo, davanti a Coca Cola.

Biodiversità superiore alla somma di tutti gli altri paesi europei.
Come capitale artistico momumentale, non ne parliamo neanche: è superiore a quello di tutto il resto del mondo.
Francia e Germania, più qualche fondo americano, cinese o arabo hanno fatto la spesa da noi a "paghi uno e prendi quattro".
Tutto il lusso e la grande distribuzione sono passati ai francesi insieme ai pozzi libici passati da Eni e Total.
Poi anche Eni è diventata a maggioranza americana.

Anche il sistema bancario è passato ai francesi insieme all'alimentare.
I tedeschi si sono presi la meccanica, e il cemento.
Gli indiani tutto l'acciaio.
I Cinesi si son presi quote di Terna, e tutto Pirelli agricoltura.

Se ne sono andate Tim, Telecom, Giugiaro, Pinin Farina, Pernigotti, Buitoni, Algida, Gucci, Valentino, Loro Piana, Agnesi, Ducati, Magneti Marelli,Italcementi, Parmalat, Galbani, Locatelli, Invernizzi, Ferretti Yacht, Krizia, Bulgari, Pomellato, Brioni, Valentino, Ferrè, la Rinascente, Poltrona Frau, Edison,
Saras, Wind, Ansaldo, Fiat ferroviaria, Tibb, Alitalia, Merloni, Cartiere di Fabriano.....

Ma...non hanno finito.
Ci sono rimaste ancora le case e le cose degli italiani.
E i loro risparmi. Circa 3000 miliardi di euro.
Ora vogliono quelli.
Ecco chi ha chiamato Mattarella e gli ha "intimato " di procedere a sbarrare la strada a chi poteva mettere a rischio la prosecuzione della spoliazione.
I fondi di investimento, i mercati, che, come ricordavo raccolgono i soldi delle mafie, tutte, grandi e piccole, dei traffici di droga, di umani, di truffe internazionali, di salvataggi bancari, del "nero" delle grandi multinazionali, siano esse del commercio, dei telefonini, della cocaina o delle armi, questi fondi di investimenti dicevo, non hanno finito.
Ora tocca alle poche industrie rimaste, ai fondi pensioni, ai conti privati, agli immobili.
Ora tocca a noi.
Ecco perché non serve a nulla mediare, arretrare un po'.
Non si placheranno, l'abbiam già visto.
Bisogna fermarli ora.
Redazione

29 agosto 2018

L’8×1000 è bocciato anche dalla Corte dei Conti

FONDATO SULL'INGANNO

L’8×1000 è bocciato anche dalla Corte dei Conti:

“l’ammontare è distribuito ripartendo anche le quote di chi non si è espresso”

“manca trasparenza nell’erogazione dei fondi”

“non ci sono verifiche sull’utilizzo dei fondi erogati”

Come funziona

L’otto per mille è il meccanismo adottato dallo Stato italiano per il finanziamento delle confessioni religiose. Probabilmente pensi che, quando fai la scelta per l’otto per mille, l’otto per mille delle tue tasse vada a chi decidi tu… Sbagliato! Lo Stato ogni anno raccoglie l’IRPEF e ne mette l’8‰ in un calderone. Sembra una quota piccola, ma in realtà sono molti soldi: circa un miliardo di euro. Questi soldi vengono poi ripartiti a seconda delle scelte che sono state espresse: insomma la tua firma conta come un voto e ha lo stesso valore di quella dei più ricchi d’Italia.

Possono accedere all’otto per mille solo le confessioni che hanno stipulato un’intesa con lo Stato e che abbiano avanzato apposita richiesta, approvata dal Parlamento. Al 2014 i destinatari sono: Chiesa cattolica, Chiesa valdese, Unione delle Chiese metodiste e valdesi, Unione delle chiese cristiane avventiste del settimo giorno, Assemblee di Dio in Italia (Pentecostali), Unione delle comunità ebraiche italiane, Chiesa evangelica luterana in Italia, Unione cristiana evangelica battista d’Italia, Sacra arcidiocesi ortodossa d’Italia ed esarcato per l’Europa meridionale, Chiesa apostolica in Italia (pentecostali), Unione buddhista italiana, Unione induista italiana.

Dai Patti lateranensi fino al 1984 la Chiesa Cattolica riceveva dallo Stato la cosiddetta “congrua”, a risarcimento dei beni confiscati alla Chiesa e per il mantenimento dei preti. Nel 1984, con la revisione del Concordato firmata da Craxi, è stata eliminata la congrua ed introdotto l’otto per mille, che è poi stato concesso anche ad altre confessioni religiose. Da allora l’aumento delle tasse e del reddito degli italiani ha fatto salire vertiginosamente le cifre in gioco, passando dai 398 milioni di euro del 1990 ai 1.067 del 2010 (per la sola Chiesa Cattolica).

In teoria ogni tre anni una commissione potrebbe modificare la percentuale (da otto per mille a sei per mille, ad esempio), ma in realtà questo non è mai stato fatto. Nel 2014 anche la Corte dei Conti ha rilevato che i fondi destinati alle religioni sono “gli unici che, nell’attuale contingenza di fortissima riduzione della spesa pubblica in ogni campo, si sono notevolmente e costantemente incrementati”. “Nel corso del tempo, il flusso di denaro di è rivelato così consistente da garantire l’utilizzo di ingenti somme per finalità diverse”, dando così vita “a un rafforzamento economico senza precedenti della Chiesa italiana”.

Cosa accade in pratica

Queste sono state le scelte nella dichiarazione dei redditi del 2014 (dati definitivi pubblicati dal Ministero). Che fine fanno i soldi di chi non firma per nessuno?
Anche quelli finiscono nel calderone e vengono ripartiti a seconda dei voti di chi ha espresso la scelta. Nel 2017 il gettito è stato ripartito così:
Una minoranza determinante

Negli ultimi anni circa quattro contribuenti su dieci hanno firmato esplicitamente per l’otto per mille. Visto che la maggior parte di chi firma (circa il 70% di loro) sceglie la Chiesa Cattolica, questa riceve ogni anno l’80% della torta, cioè più di un miliardo di euro. Invece quasi sei persone su dieci non scelgono niente, e la loro quota viene gestita dagli altri!

Perché lo contestiamo

Quasi nessuno sa come funziona e i mezzi di informazione si guardano bene dal dirlo. Lo Stato non si fa nessuna pubblicità e tra le confessioni religiose solo la Chiesa Cattolica può permettersi grandi campagne. Chi non deve presentare la dichiarazione dei redditi (alcuni lavoratori dipendenti o i pensionati) spesso non sa come scegliere a chi destinare l’otto per mille.

Scegli con attenzione

Le gerarchie ecclesiastiche hanno lanciato campagne pressanti anche dirette a commercialisti e dei responsabili dei Caaf. Molte persone segnalano che le scelte su otto e cinque per mille cambiano misteriosamente al momento della trasmissione dei dati all’agenzia delle entrate. Consigliamo di controllare sempre sulla copia che resta al contribuente!

Redazione

Stato e Banca d’Italia

Il delirio contabile tra Stato e Banca d’Italia
Non contento di avere relegato e regalato alla Banca d’Italia il potere d’emissione, lo Stato tafazziano-fantozziano pretende di garantire il valore di questa moneta cedendo titoli di debito “a copertura”. Lo Stato cioè “coprirebbe” un suo credito con un suo debito (!), per annullarlo e così farlo sparire: una vera assurdità che nemmeno sotto l’effetto di psicofarmaci si potrebbe concepire. Questo, si sostiene nelle aule universitarie di economia, darebbe stabilità e maggiore credibilità al sistema – mentre proprio il contrario è ciò che si avvera.
Per confondere le cose, la Banca d’Italia “scarica” l’utile da emissione di banconote con una passività semifalsa nel suo bilancio, denominata “banconote in circolazione”. Questa passività da 174 miliardi di euro, che, per pudore, non considera la massa di tutto il denaro elettronico emesso da bankitalia, oltre alle banconote, non trova riscontro in una corrispondente attività nel bilancio del Tesoro, non viene cioè incassata dal Tesoro stesso. E’ come se la Banca d’Italia esponesse delle spese che non sostiene, ovvero il valore facciale delle banconote emesse, per abbassare fittiziamente i suoi profitti che, altrimenti, se evidenti, andrebbero davvero restituiti al Tesoro – come la banca sostiene erroneamente che nella realtà farebbe.
Questa evasione fiscale è equivalente, in tutto e per tutto, a quello che avviene quando una impresa contabilizza spese fittizie per abbassare i profitti ed evadere le tasse.

Redazione

27 agosto 2018

MMS, una subdolannfregatura": un euro a messaggio nell'era di WhatsApp


MMS, una subdolannfregatura": un euro a messaggio nell'era di WhatsApp

Pochi KB di dati per un messaggio con foto o piccoli video vengono tariffati dagli operatori anche più di un euro: l'MMS non lo usa più nessuno, ma chi li manda per sbaglio paga molto salato. Ha ancora senso tener vivo il servizio? Per gli operatori si, per i consumatori niente affatto.

Se ormai gli SMS vengono regalati a pacchetti, le telefonate anche e il costo dei dati si sta abbassando arrivando a prezzi "ragionevoli”, nel corso dell’ultimo anno alcuni gestori hanno addirittura alzato il prezzo degli MMS, che arriva anche a superare l'euro per ogni messaggio inviato. Una retaggio del passato che molti utenti, proprio per la natura un po' subdola dell'MMS, stanno pagando a caro prezzo con la riduzione del proprio credito telefonico.

Nell’era di iMessage, Whatsapp e di altri mille servizi di messaggistica multimediali che permettono di spedire ogni tipo di contenuto a una o più persone in modo efficiente e gratuito, la presenza degli MMS nell’offerta dei vari operatori telefonici appare del tutto fuori dal tempo.

Il Multimedia Message System, noto come MMS, nasceva ancora in epoca pre-smartphone per poter mandare una piccola fotografia o un minuscolo e breve video in allegato a un SMS: una soluzione comoda, anche se non trovò mai la piena compatibilità con tutti gli apparati di allora. Ma oggi l'MMS appare del tutto superato, visto che ora il traffico dati già compreso nei piani tariffari consente invii più efficaci e veloci. Tanto più che l'MMS si confronta con limiti non da poco come i 300 Kb massimi per messaggio (anche se qualche gestore consiglia di non superare i 30 Kb per avere la certezza che il messaggio venga consegnato correttamente). Che senso ha tenere ancora attivo un servizio che praticamente non usa più nessuno, se non per sbaglio e a caro prezzo? Solo per aumentare il costo della bolletta?

I costi degli MMS: anche oltre l'euro a messaggio

Ecco, operatore per operatore, i costi di invio degli MMS (IVA inclusa), a prescindere dalla dimensione del messaggio, che comunque non può superare i 300 KB:

Tim0,90 €
Tre1,12 €
Vodafone0.99 €
Wind
0,30 € verso Wind
0,60 € verso altri gestori
Una tariffazione di questo tipo comporta praticamente un costo minimo al MB che varia da 1,5 a oltre 3 euro, anche se - a onor del vero - bisognerebbe tenere conto del fatto che è tariffato solo l'invio e non la ricezione, il cui traffico generato è sostenuto economicamente solo dal mittente. Ma è altrettanto vero che non tutti gli MMS impiegano effettivamente tutti i 300 KB indicati come massimo gestito dal sistema.

La maggior parte degli MMS parte a insaputa dell'utente. O comunque senza che sia cosciente dei costi connessi

Si tratta di un servizio che pochi usano volontariamente, eppure la voce “MMS” continua a pesare sul conto telefonico di migliaia di italiani: con abbonamenti a tariffe mensili omnicomprensive di telefonate, SMS e traffico dati da 10-20 euro, vedere il credito scendere di una cifra paragonabile solo per aver mandato qualche MMS fa trasecolare. Tanto più che in molti utenti ritengono - e non a torto - che il traffico dati generato dall'invio dell'MMS (perché di traffico dati si parla) possa essere integrato delle proprie soglie, spesso generose, e quindi sono convinti in buona fede di non dover sostenere alcun extracosto nel condividere una foto con qualche amico con questa modalità.

L'equivoco è dietro l'angolo anche in virtù degli invii involontari, visto che la funzionalità MMS è attiva di default sia su iPhone che su Android sin dal momento in cui viene inserita la SIM e caricati i parametri dell'operatore. Basta quindi una svista, una foto mandata ad un amico pensando di utilizzare iMessage (ma se il contatto è offline la foto parte come MMS) o un messaggio di auguri di gruppo inviato a più persone con una emoticon all’interno o un testo lungo per vedere il semplice SMS convertito in MMS e spedito a caro prezzo (sono noti i casi di alcuni Samsung che convertono gli SMS in MMS in particolari situazioni). Non è un caso che molti utenti che inviano MMS non solo pensano di non dover spendere altro sulla base del proprio piano, ma non sanno neppure che stanno mandando qualcosa di diverso da un SMS o da un messaggio istantaneo annegato nel proprio piano dati.

Difficile pensare che ancora oggi, nell'era di WhatsApp, ci sia chi necessita di un MMS per inviare un messaggio con una foto; ma anche ipotizzando che una piccolissima percentuale di utenti non dotati di smartphone trovino utile il servizio, si fa fatica a comprendere il motivo di una tariffazione così elevata per un prodotto di nicchia e sulla via del tramonto, che, tra le altre cose, va a colpire le fasce più deboli e meno digitalizzate della popolazione, tipicamente gli anziani. Un prodotto che - lo ripetiamo - movimenta pochi KB di dati a un prezzo "truffa" se rapportato a quello del traffico dati 3G e 4G, che tra l'altro va anche molto più veloce.

L'unica difesa vera (in attesa dell'AGCOM): disattivare la funzione MMS

Disattivare l'invio degli MMS è piuttosto semplice nel caso di un iPhone: basta andare in "Impostazioni > Messaggi" e togliere il flag da "Messaggeria MMS".


Più complicato invece con Android: è necessario infatti rimuovere il profilo destinato all'invio e alla ricezione degli MMS nella sezione delle impostazioni destinata al gestore.


Un intervento dell'AGCOM, che già nel 2009 si era interessata ai costi eccessivi di SMS e MMS, sarebbe doveroso per pretendere una tariffazione realmente legata al costo industriale di consegna dell'MMS ed evitare che il vecchio messaggio multimediale si trasformi semplicemente in un sistema per drenare surrettiziamente ulteriori quattrini in aggiunta ai tanto sbandierati piani "tutto incluso". 
Che poi tutto incluso non sono mai.

Resazione

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