11 agosto 2018

Come funziona il decreto Salva Banche

Come funziona il decreto Salva Banche

Come fa lo Stato a salvare una banca da una grave crisi finanziaria? Ci sono diverse strade che si possono seguire, ma dal 2016 è in vigore la direttiva europea BRRD. Vediamo cosa prevede.

Capita spesso di sentir parlare dell’intervento dello Stato per salvare una banca da una grave crisi finanziaria, però non sempre è chiaro quali siano le procedure che uno Stato mette in atto per sopperire alla crisi o al possibile fallimento di una banca.

Come fa, dunque, lo Stato a salvare le banche che attraversano una grave crisi finanziaria?

Per farlo può ricorrere al cosiddetto decreto salva-banche, una procedura attraverso cui la banca ottiene il denaro sufficiente per uscire dalla crisi e per evitare il fallimento proprio attraverso l’intervento dello Stato.

La domanda che sorge spontanea, a questo punto, è chi paga il salvataggio della banca da una grave crisi finanziaria?
Fino a qualche anno fa era lo Stato a salvare direttamente la banca utilizzando i soldi dei contribuenti.

Dal 2016, invece, è in vigore la BRRD (Banking Recovery and Resolution Directive), la direttiva europea per il salvataggio e la risoluzione del dissesto degli istituti di credito, è stato introdotto lo strumento del bail In, che non prevede più un intervento diretto dello Stato, ma solo degli investitori della banca.

Vediamo, dunque, nello specifico, come fa lo Stato a salvare le banche e chi paga per risolvere la situazione finanziaria di un istituto di credito sull’orlo del fallimento.

Per seguire tutti gli aggiornamenti sulla questione ti consigliamo di consultare la sezione Economia di Ultim’ora.news dove troverai tutti gli ultimi sviluppi del caso.

Come fa lo Stato a salvare una banca da una grave crisi finanziaria
Quando una banca si trova in una condizione finanziaria sfavorevole ed entra in crisi, lo Stato può decidere di intervenire per risolvere la situazione ed evitare, così, il fallimento della banca.

Ogni caso è a sé e lo Stato può decidere di intervenire in vari modi, ma dal 1 gennaio 2016 in Italia è stata introdotta la BRRD, una direttiva europea che ha lo scopo di unificare le procedure d’intervento dello Stato nel salvataggio delle banche che attraversano una grave crisi finanziaria.

Fino al 2016, infatti, era lo Stato a fornire alla banca i soldi necessari per la risoluzione del periodo di crisi, attingendo ai soldi dei contribuenti (bail out).

Per evitare questo tipo di procedura, con la direttiva BRRD è stato introdotto lo strumento del bail in, che non prevede più l’intervento diretto dello Stato nelle procedure di salvataggio di una banca da una grave crisi finanziaria.

Vediamo quindi come funziona il bail in e chi paga il salvataggio della banca da una grave crisi finanziaria.

Come funziona il bail in
Il bail in, dunque, si differenzia dal bail out perché prevede che nel caso in cui una banca si trovi in gravi condizioni finanziarie, a contribuire al suo risanamento siano gli stessi investitori, dunque azionisti, obbligazionisti e correntisti.

Ad essere esclusi da questa procedura sono i clienti delle banche che hanno un deposito inferiore ai 100 mila euro.

Questi, infatti, sono tutelati da un Fondo di Garanzia dei Depositi, un fondo alimentato da tutte le banche italiane e straniere (che hanno sede in Italia) e supervisionato dalla Banca d’Italia.
Il fondo serve, appunto, a tutelare i risparmiatori con un conto bancario inferiore ai 100 mila euro per evitare che siano questi a pagare per il fallimento della banca.

Questo tipo di procedura è stato istituito per far sì che una banca possa risanare dall’interno una grave crisi finanziaria, evitando il fallimento e continuando a garantire il servizio alla collettività.

Chi paga per salvare una banca da una crisi finanziaria?
Come abbiamo detto, a pagare per salvare una banca da una crisi finanziaria sono i suoi investitori.

I risparmiatori contribuiranno al salvataggio in base ad un diverso grado di rischio che li divide in varie categorie: i creditori con maggior grado di rischio saranno i primi a contribuire e, qualora il loro intervento non dovesse essere sufficiente, si passerà mano mano alle altre categorie.

Come abbiamo specificato, sono invece esonerati dal contributo i clienti con un conto bancario inferiore ai 100 mila euro, per i quali la copertura sarà ottemperata dal Fondo di Garanzia dei Depositi.

Il fondo opera per singolo correntista e per singolo istituto, perciò nel caso di un conto cointestato coprirà fino a 200 mila euro.

Redazione

Stipendio preti e suore: chi paga?

Vi siete mai chiesti quanto guadagnano preti e suore e chi paga i loro stipendi? Lo Stato italiano? Il Vaticano? Vediamo la risposta

Fare il prete o la suora è solo una missione oppure è un vero e proprio lavoro? La vocazione basta per vivere o serve altro? Vivono di donazioni oppure hanno un vero e proprio stipendio? Versano contributi e vanno in pensione proprio come tutti noi? Chissà poi come vive il Papa. Qualcuno si sarà posto queste domande, senza sapere bene come funzionano le cose nel mondo ecclesiastico. Partendo dal presupposto che di sola vocazione non può vivere nessuno e qualcuno dovrà pure sostenere economicamente chi ha scelto di abbracciare la vita religiosa, la curiosità è quella di sapere se le casse dello Stato italiano (e quindi le tasche di noi cittadini) vengono intaccate per pagare preti, suore e vescovi. Polemiche a parte sul mancato pagamento Imu, sugli attici in Vaticano, sui festini organizzati e sulle vite extra-lusso di alcuni alti rappresentanti della Chiesa, smascherate da diverse inchieste giornalistiche, proviamo a rispondere a queste domande. Stipendio di preti e suore: chi paga?

Stipendio preti e suore: chi paga?

Vi siete mai chiesti quanto guadagnano preti e suore e chi paga i loro stipendi? Lo Stato italiano? Il Vaticano? Vediamo la risposta

Fare il prete o la suora è solo una missione oppure è un vero e proprio lavoro? La vocazione basta per vivere o serve altro? Vivono di donazioni oppure hanno un vero e proprio stipendio? Versano contributi e vanno in pensione proprio come tutti noi? Chissà poi come vive il Papa. Qualcuno si sarà posto queste domande, senza sapere bene come funzionano le cose nel mondo ecclesiastico. Partendo dal presupposto che di sola vocazione non può vivere nessuno e qualcuno dovrà pure sostenere economicamente chi ha scelto di abbracciare la vita religiosa, la curiosità è quella di sapere se le casse dello Stato italiano (e quindi le tasche di noi cittadini) vengono intaccate per pagare preti, suore e vescovi. Polemiche a parte sul mancato pagamento Imu, sugli attici in Vaticano, sui festini organizzati e sulle vite extra-lusso di alcuni alti rappresentanti della Chiesa, smascherate da diverse inchieste giornalistiche, proviamo a rispondere a queste domande. Stipendio di preti e suore: chi paga?

Indice

1 Quanto guadagnano i preti?2 Quanto guadagnano le suore?3 Stipendio preti e suore: chi paga?4 Stipendi preti militari: chi paga?5 Pensione preti e suore: chi paga?

Quanto guadagnano i preti?

Prima di rispondere al quesito di chi paghi effettivamente lo stipendio a preti e suore, dobbiamo capire se ‘lavoratori’ ecclesiastici – i preti – percepiscano stipendio. La risposta è ovvia, certo che sì. Proprio come tutti noi, che offriamo la nostra prestazione lavorativa a un datore in cambio di un salario, anche i preti svolgono il loro servizio ecclesiastico come un lavoro. Una professione particolare, basata sulla vocazione, ma pur sempre professione.

Curiosi di sapere le cifre? innanzitutto chiariamo che nel mondo ecclesiastico esistono diverse figure, ognuna con un proprio ruolo e una propria anzianità di servizio. Proprio questi fattori incidono sull’ammontare dei compensi percepiti.

La prima distinzione da fare è tra preti e parroci. Nella nostra parrocchia ad esempio possono esserci anche più preti, ma di parroco (responsabile della parrocchia) c’è ne è uno solo. E i loro stipendi sono diversi. Lo stipendio di un prete si aggira attorno ai 1.000 euro per 12 mensilità, mentre ai parroci spettano circa 1.200 euro al mese.

Ma non è tutto. Non scordiamoci di vescovi, arcivescovi, cardinali e monsignori. Anche quella ecclesiastica è una carriera e nella scala gerarchica la loro posizione e il loro prestigio sono sicuramente più alti, così come la loro anzianità di servizio e i loro stipendi. Per questo le cifre percepite possono arrivare anche a livelli a dir poco astronomici: lo stipendio dei vescovi può raggiungere i 3.000 euro al mese; i cardinali arrivano anche a portarsi a casa 5.000 euro al mese più bonus. Insomma un bel gruzzoletto.

La carica massima invece, il Papa può accedere direttamente e liberamente a un istituto che raccoglie donazioni ogni 29 giugno (l’Obolo di San Pietro).

Tornando alla fascia operaia della chiesa, preti e parroci, se questi oltre alla loro attività principale, svolgono anche altri lavori, ad esempio insegnano religione, percepiscono un normale stipendio da insegnamento e poi gli verrà versata solo la parte mancante per arrivare all’intera cifra di reddito prevista per loro.

Quanto guadagnano le suore?

Le suore invece non sono colleghe dei preti, ma dei frati. E per loro non è previsto stipendio, a meno che questi non svolgano altri lavori. Insegnanti, infermieri o altre attività. In questo caso percepiscono uno stipendio normale, derivante dai contratti collettivi di lavoro, esattamente come ogni civile che lavori.

Stipendio preti e suore: chi paga?

Arriviamo ora al punto cruciale. Chi paga lo stipendio a preti e suore?Assodato che per le suore non c’è stipendio, se non quello derivante dalla loro prestazione professionale in altri campi, quei 1.000 -1.200 euro al mese dei preti qualcuno dovrà pure tirarli fuori. Bene, state tranquilli perché non è lo Stato a farsi carico di questi stipendi. E non è neppure il Vaticano (almeno non direttamente).

Le retribuzioni nel mondo ecclesiastico vengono pagate dall’Istituto centrale per il sostentamento del clero (Icsc): un organo della Cei il cui compito è appunto quello di gestire tutti gli stipendi di preti, parroci, cardinali, vescovi.

Funziona così:

la Cei regola tutta la materia e stabilisce le soglie di reddito che ogni persona che ricopre un ruolo ecclesiastico deve percepire. Al raggiungimento di questa soglia contribuisce ogni entrata (altri lavori, incarichi speciali, ecc). L’erogazione degli stipendi viene gestita invece dall’Istituto centrale per il sostentamento del clero (Icsc) Ogni diocesi ha come riferimento un istituto locale speciale per il sostentamento del clero, che fa capo a quello centrale. I sacerdoti comunicano ogni anno al proprio Istituto per il sostentamento locale competente tutti questi redditi. Il reddito viene stabilito sulla base di una dichiarazione che il sacerdote fa compilando un modello da consegnare all’Istituto per il sostentamento, in cui dichiara le sue attività e la sua anzianità di servizioL’istituto locale trasmette questi redditi comunicati all’Istituto centrale per il sostentamento del clero (Icsc), che verifica tutta la situazione reddituale del sacerdote e, se il suo reddito è sotto la soglia stabilita dalla Cei, integra il reddito.

Ovviamente questo Istituto centrale per il sostentamento del clero si basa anche:

su donazioni libere dei cittadinie su una percentuale di 8×1000

In pratica, una buona fetta dei proventi della Chiesa cattolica derivanti dall’8×1000 servono a finanziare le attività di questo istituto per il sostentamento del clero. Quindi una parte del nostro 8×1000 in dichiarazione serve a coprire gli stipendi di preti, vescovi e cardinali.

Stipendi preti militari: chi paga?

Non confondete le parole, non sono preti che vanno in guerra, ma in un certo senso mantengono le stellette. I cappellani militari sono quei sacerdoti che operano al servizio delle forze armate italiane. Questa particolare tipologia di clero (Ordinariato militare), chiamata a dare conforto spirituale ai cattolici militari, è a tutti gli effetti arruolata nelle forze armate e i suoi preti sono considerati ufficiali [2]. Con beneplacito di uno stipendio che può anche arrivare ai 4.000 euro al mese e anche più.

Questa volta però, la Cei non c’entra nulla, perché a pagare lo stipendio dei preti cappellani militari è lo Stato italiano, quindi noi cittadini italiani civili.

Pensione preti e suore: chi paga?

Anche i preti vanno in pensione. Versano quindi anche loro i contributi previdenziali. Ma a chi? E chi paga le pensioni ecclesiastiche?

Qui viene chiamato in causa l’Istituto previdenziale dello Stato italiano. La nostra cara vecchia Inps si trova a dover gestire un apposito fondo pensionistico: il Fondo del clero, all’interno del quale confluiscono i contributi previdenziali trattenuti dagli stipendi dei preti e degli altri religiosi. È compito di questo fondo erogare le pensioni ai preti. L’Inps in pratica gestisce e amministra la parte previdenziale dei sostentamenti che la Cei tramite Icsc dà ai suoi ‘dipendenti prelati’.

Anche gli ecclesiastici hanno la loro pensione sociale, il minimo percepito da chi si trova nella parte più bassa della piramide religiosa (ad esempio le suore): la soglia corrisposta si aggira intorno a poco meno di 500 euro.

Redazione

Dopo la morte non c'è nulla

Dopo la morte non c'è nulla. ell'esistenza di dio e delle fate dei boschi.
Cosa c'è dopo la morte? Ricordi com'era l'esistenza prima della tua nascita? Be', dopo la morte è uguale. Non devi avere paura della morte: sei stato morto per miliardi di anni prima di nascere, e, ammettilo, la cosa non ti ha mai disturbato, vero?

Compreso il fatto ovvio che non esista un aldilà nel quale cercarlo, dobbiamo concentrare la nostra ricerca dello scopo della vita nella vita stessa. E qui ognuno deve trovare le proprie risposte.
Lo scopo della mia vita lo trovo nel rapporto con la mia famiglia, mio figlio, mia moglie e i nostri parenti.
Trovo lo scopo nel cibo, nella musica, nelle passioni, nell'arte, nel suonare la chitarra e l'ukulele, nella lettura, nelle passeggiate in montagna, nelle nuotate al mare, nei viaggi, in un tramonto, nella volta stellata, nella corsa in un a fresca mattina di primavera...
Hai voglia di trovare cose che danno scopo alla vita, anche senza illudersi nell'esistenza di un paradiso dove l'unica cosa che ci è permesso fare è adorare per l'eternità un invisibile amico immaginario.

Redazione

Libertà o Accontentarsi?

Libertà o Accontentarsi?

Un uccello nato in gabbia crede che volare sia una malattia.
A livello metaforico, vivere in una gabbia come gli uccelli non ci permette di avere a disposizione una prospettiva più ampia di ciò che potremmo provare.
Ci sono persone che si accontentano di quello che hanno, che le fa sentire sicure e non si danno il permesso di esplorare altri ambiti o di fare nuove esperienze.
Tutto questo non sarebbe così negativo se si ripercuotesse solo su quell’uccello e se fosse una sua scelta consapevole: il problema si presenta quando l’uccello nato in gabbia crede che siano gli altri a sbagliare, quando gli dicono di voler volare.
“L’usignolo si rifiuta di fare il nido in una gabbia, affinché la schiavitù non sia il destino dei suoi pulcini.”
L’uccello che rimane in gabbia anche quando la porta è aperta
Proprio come gli uccelli, anche noi esseri umani siamo nati con la possibilità di dirigere i nostri passi verso ciò che desideriamo, in modo libero e autonomo.
Tuttavia, per i motivi più disparati, come l’educazione o l’influenza della società, ci sono persone che, una volta raggiunta una certa età, si impantanano in una zona conosciuta come “zona di comfort”, e non sono in grado di uscirne nemmeno quando gli altri li invitano a farlo.
La zona di comfort ha a che fare con tutto ciò che per loro è familiare e che li fa sentire protetti, in cui la routine è già stabilita e agisce al posto loro.
Di fatto, sono persone che fanno molta fatica a cambiare le loro abitudini, i loro comportamenti e i valori che hanno acquisito, e che si sentono a disagio quando incontrano persone diverse da loro.
Visto che siamo liberi, nessun uccello è obbligato a uscire dalla gabbia e spiccare il volo, ma nessuno è nemmeno obbligato a restarci.
La tolleranza dovrebbe portarci a comprendere che ci sono stili di via diversi, solo così possiamo relazionarci con gli altri in modo positivo.
L’uomo è libero, deve essere libero.
La sua prima virtù, la sua grande bellezza, il suo grande amore, è la libertà.
Due occhi bendati vedono di più di una mente cieca
Uno dei personaggi più conosciuti a livello mondiale, Nelson Mandela, credeva nella libertà della mente al di sopra di tutto: un paio di occhi bendati possono sempre togliersi ciò che impedisce loro di vedere, ma per una mente cieca sarà molto più complicato.
Le persone che non sono capaci di vivere in gabbia si sentono spesso giudicate dalle menti meno flessibili. “Sei pazzo”, “Non ci si comporta così”, “Quello che fai non va bene”, “Cosa diranno di te?”, sono frasi che chi ha il coraggio di volare si deve spesso sentire dire.
Chi vive dentro una gabbia non potrà mai capire che il mondo è pieno di sfumature e possibilità. Chi non sa di avere le ali, inchioda i suoi sogni al suolo e si costringe a vivere dentro un recinto. Chi non si chiede se sarà in grado di volare, spesso giudica chi si decide a farlo e critica i loro sogni.

Bisogna accendere la mente, non riempirla
Se un uccello ha le ali per volare, il mezzo con cui l’uomo può farlo è la mente. Eppure, la mente ha bisogno di essere sempre accesa, di essere alimentata con semi che la aiutino a pensare, e non riempita con idee preconfezionate.
Ci sono persone che vivono come un uccello nato in gabbia, che ha paura di saltare quando gli aprono la porta: non giudica i suoi compagni che volano, solo che non ha il coraggio di farlo anche lui. In questo caso, la paura è giustificata, e l’unica cosa necessaria è un po’ di coraggio.
Come disse il filosofo Kant, sapere aude: abbiate il coraggio di sapere, conoscere, usare la vostra ragione per ottenerlo.
La libertà fa paura quando non si è più abituati a viverla.

Redazione

Che età potevano avere Maria e Giuseppe quando è nato il Bambin Gesù?

Che età potevano avere Maria e Giuseppe quando è nato il Bambin Gesù?
La Bibbia non offre indicazioni precise riguardo all’età in cui ci si sposava, ed erano i genitori che decidevano e stabilivano i matrimoni per i loro figli, senza necessariamente consultare il loro parere; certamente si davano le figli a mariti molto giovani, e lo stesso avveniva per i figli maschi. Più tardi i rabbini fisseranno l’età minima per il matrimonio a dodici anni compiuti per le femmine e tredici per i maschi. Tutto sommato sembra verosimile che al momento della nascita di Gesù, Maria possa aver avuto 14-15 anni e Giuseppe intorno ai 18 anni. La tradizione di presentare la figura di Giuseppe come un anziano, vedovo e padre di altri figli, al momento delle nozze con Maria e della nascita di Gesù, risale al racconto apocrifo del Protovangelo di Giacomo (capitoli IX-XVI, che però ha soprattutto l’intento di raffigurare Giuseppe come tutore provvisorio e non come un vero sposo, e spiegare in questo modo la perpetua verginità di Maria.

Redazione

Il tempo è l'unica cosa che possediamo

Non abbiamo altro che il tempo

Non le "cose" di cui ci circondiamo, ma il tempo. Il tempo è l'unica cosa che possediamo, e dovremmo esserne più avari, e attenti all'uso che ne facciamo.

I soldi, la macchina, i vestiti, il computer, la casa… non li possediamo davvero. Sono solo “cose”. Cose che si possono perdere, rompere o rubare. Possono passare di moda, o possiamo cambiarle perché ci siamo stufati di averle intorno. Può arrivare un terremoto e spazzare via tutto.

Sono solo oggetti, utili magari, ma di passaggio.

Solo il tempo è davvero nostro, perché di cosa è fatta la vita, se non di tempo?

Possiamo credere al destino, a qualche dio, al karma, al caso oppure in niente, ma c’è una verità su cui possiamo essere tutti d’accordo: ognuno di noi nasce con una certa quantità di tempo a disposizione, non sappiamo quant’è, e prima o poi finisce.

Non importa se sei ricco, povero, bianco o nero. Il tempo finisce per tutti.

Il tempo allora è una ricchezza limitata, perché non ci sono entrate in questo tipo di economia. Non ci sono investimenti possibili. Ci sono solo uscite.

L’unica cosa che possiamo controllare è cosa avere in cambio.

Preleviamo due ore del nostro tempo, e le usiamo per andare in palestra o leggere un libro. Ne prendiamo otto e andiamo a lavorare, per venderle in cambio di denaro. Ne prendiamo altre due e le spendiamo per guardare il Grande Fratello alla televisione.
Il tempo? Non compro le cose con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli.
Se compriamo un cellulare di ultima generazione che costa come un mese di stipendio, noi non l’abbiamo comprato con i soldi, ma con un mese della nostra vita. Lo vale? Solo noi possiamo stabilirlo, ma è bene saperlo. È bene sapere che quel mese non tornerà mai più indietro. Quanto siamo gelosi delle cose inutili, a volte. Per illuderci di essere ricchi sprechiamo l’unico bene prezioso che possediamo. Per fare qualcosa che abbia veramente un valore, invece, aspettiamo. Troviamo scuse.  Rimandiamo a “domani”.
Ma alla fine arriverà quel giorno in cui di “domani” non ce ne saranno più. E tutto il tempo che avevamo a disposizione ormai è lì, a terra, sabbia che ci è scivolata dalle dita mentre eravamo distratti. Magari a guardare il culo di qualche puttana famosa in televisione, o mentre entravamo nei negozi di abbigliamento pensando di comprarci una personalità. Tutto il tempo dedicato ad accumulare cose che non ci porteremo mai nella tomba, speso per impressionare persone che non ci hanno dato nulla in cambio, sprecato a riempirci la testa e la casa di stronzate inutili. E assieme ad esso, tutti i sogni e i desideri che non abbiamo realizzato, le persone che non abbiamo conosciuto, le parole che non abbiamo detto, le cose che avremmo sempre voluto fare ma non abbiamo mai fatto. Dovremmo iniziare ad essere più avari del nostro tempo, amici miei, e più attenti all’uso che ne facciamo. Perché quello che ci rimane è il solo che avremo. E sta scorrendo…anche adesso.

Redazione

10 agosto 2018

Anche l’uomo può “creare dal nulla”

Anche l’uomo può “creare dal nulla”

È un bene che il popolo non comprenda il funzionamento del nostro sistema bancario e monetario, perché se accadesse credo che scoppierebbe una rivoluzione prima di domani mattina (Henry Ford, 1863-1947). Pubblichiamo la trascrizione di un documentario tratto da Zeitgeist addendum, di Peter Joseph, dal titolo “Genius Seculi – Moneta Debito“, che “svela” il mostruoso meccanismo di creazione di una “moneta vuota” che genera continua e progressiva inflazione, una subdola “tassa collettiva nascosta”.

Parte Prima: http://www.youtube.com/watch?v=_c5gDcc1DV8

«La società di oggi è composta da una serie di istituzioni, dalle istituzioni politiche a quelle giuridiche,  a quelle religiose. È ovvia la profonda influenza che queste sovrastrutture hanno nel dare forma ai nostri giudizi e alle nostre opinioni. Fra tutte le istituzioni sociali da cui siamo diretti e condizionati fin dalla nascita, non sembra esserci alcun sistema dato per scontato e così poco compreso come quello monetario. Anche in periodi di profonda crisi economica, quando sarebbe legittimo dubitare della loro funzionalità, le istituzioni monetarie continuano ad esistere come una sorta di dogma, un dogma fra i più forti mai esistiti. Ma in un mondo in cui l’1% della popolazione possiede il 40% della ricchezza planetaria, in un mondo in cui 34.000 bambini muoiono ogni giorno per povertà e prevenibili malattie, dove il 50% della popolazione mondiale vive con meno di due Euro al giorno e dove la restante classe media assiste quotidianamente al proprio impoverimento, una cosa è chiara: c’è qualcosa di profondamente sbagliato. Il denaro è il sangue che dà vita a tutte le nostre istituzioni; ma domande quali  chi crea il denaro? in base a cosa lo crea? cos’è il debito pubblico? chi è il creditore di questo debito? hanno risposte trascurate dalla maggior parte della popolazione. Sfortunatamente, infatti, l’economia e i suoi processi tecnici appaiono caotici e noiosi  e lo scorrere di notizie in gergo economico, insieme ad incomprensibili grafici, sigle e percentuali, sono un ottimo deterrente al suo studio. La realtà è che la complessità associata con il sistema finanziario è soltanto una maschera, progettata per nascondere uno dei meccanismi più paralizzanti che l’umanità abbia mai introdotto. Il denaro, sotto forma di moneta metallica, nacque per semplificare gli scambi di beni sostituendosi lentamente alla pratica del baratto, ossia allo scambio diretto di merci. Queste monete metalliche coniate dal re o dall’imperatore di turno, erano per la maggior parte prodotte in oro o argento, quindi avendo un valore fisico, ben si prestavano allo scopo di favorire gli scambi e semplificare i commerci. Ecco la nascita delle prime banche private, custodi dell’oro e degli altri oggetti preziosi del cliente. Esse rilasciavano in cambio del deposito una ricevuta, la nota di banco, che certificava l’esistenza del deposito stesso. Per alcuni anni questo rimase il meccanismo di creazione del denaro: ad ogni banconota corrispondeva un valore equivalente in oro depositato in banca. Prendiamo ad esempio la banconota più famosa fra tutte: il dollaro. Fino al 1933, su una qualsiasi banconota da un dollaro, si poteva leggere “convertibile in oro”. È importante sottolineare che, con poche eccezioni tra le economie occidentali, le banche mantengono ancora oggi la loro natura: il controllo da parte di privati. La FED, o Federal Reserve, è la banca centrale americana ed è privata sia nella forma che nella sostanza. Cosa dire della nostra Banca d’Italia? La Banca d’Italia è parte del sistema europeo di Banche Centrali e possiede una quota del 14% della Banca Centrale Europea (BCE). Agendo per conto della stessa, la possiamo identificare come una vera e propria filiale della BCE. Nel sito ufficiale essa si descrive istituto di diritto pubblico, ma attenzione: pubblico non significa statale. Pubblico significa che le partecipazioni delle quote della banca sono aperte al pubblico. Chi ha in mano queste quote? La risposta è tra i dati forniti dalla banca stessa. Leggiamo che, tolte le quote appartenenti all’Inps e all’Inail, il restante 94,6% è in mano ad altre S.p.A. private, prime fra tutte Intesa San Paolo S.p.A., Unicredit S.p.A., Assicurazioni Generali S.p.A. Leggendo gli articoli riportati sullo statuto troviamo che gli stessi proprietari eleggono un Consiglio Superiore, il quale, addirittura, indica al Consiglio dei Ministri chi sia gradito come Governatore della Banca, ottenendo così proprietà in quote, amministrazione e controllo della banca stessa. Ma la Banca d’Italia non risponde delle sue azioni in Parlamento? Dal decreto del 2006 “Modifiche alla legge 28 dicembre 2005, n.262”, leggiamo che l’attuale obbligo si limita nel trasmettere al Parlamento una relazione sull’attività svolta.

Abbiamo messo sul tavolo solo il primo pezzo del puzzle e già il quadro generale si prospetta preoccupante. Le istituzioni che in Italia, come in America, come nella maggior parte delle Economie Occidentali, sono preposte alla stampa ed emissione di denaro, non sono statali come sarebbe logico fossero: sono istituzioni controllate da privati. Torniamo all’esame del dollaro americano e vediamo cosa sia effettivamente successo nel 1933. l’America vive da più di tre anni un momento di forte depressione e collasso economico, per la FED la circostanza è propizia per solidificare il suo potere acquisendo le banche rivali a prezzi stracciati, intere corporazioni pagandole una piccola frazione del loro valore reale, e infine, con la scusa di porre fine alla depressione, grazie all’ordine esecutivo dell’1 maggio 1933, la FED rastrella tutto l’oro disponibile nel sistema, rapinando di fatto la gente di quel poco di ricchezza rimasta. La pena per chi non consegna il suo oro alla FED è la reclusione per dieci anni. Ora che la FED in pratica è l’unica istituzione a possedere oro, le regole sulla stampa delle banconote sono a sua completa discrezione. Ecco infatti scomparire la dicitura “convertibile in oro” ed apparire “moneta a corso legale”, ossia questa banconota non rappresenta più l’oro che ne ha giustificato il valore, questa moneta “è” un valore.

“Una volta la banca stampava dei soldi ma aveva una riserva di oro, in base all’oro stampava dei soldi. È successo questo… Perché abbiamo l’economia in dollari? Perché dopo la guerra gli Americani, attraverso la Federal Bank, la loro banca, hanno stampato, senza avere la copertura in oro, novanta miliardi di dollari dell’epoca e hanno infestato di fogli di carta senza copertura. Poi ne ’71 Nixon è uscito, ha detto: ‘Signori, non c’è copertura, perché l’oro è questo qui (la banconota), ce l’avete. Tutti hanno accettato che un pezzo di carta diventasse…” (Beppe Grillo).

Sarà lecito dunque chiedersi: se non più in base all’oro, in base a cosa vengono stampate oggi le banconote? Troviamo la risposta in un documento ufficiale della FED intitolato Modern Money Mechanics, ossia Meccaniche della moneta moderna. Questa pubblicazione rappresenta in dettaglio le procedure istituzionali per la creazione della moneta utilizzate dalla Federal Reserve e dalla rete di banche commerciali mondiali che la sostiene. A pagina 1 leggiamo: “Scopo di questa pubblicazione è di descrivere le basi del processo di creazione della moneta in un sistema bancario a riserva frazionaria”; poi, facendo uso di terminologia bancaria, procede nella descrizione di questo processo. Per noi in Italia il meccanismo non è differente ed è materia di studio universitaria. Tale descrizione e la sua applicazione nella creazione del denaro sono disponibili in un qualsiasi testo di materia. E la sintesi? Può essere spiegata come segue.

Parte Seconda: 
http://www.youtube.com/watch?v=FmowizOksto&feature=related

Il Governo Italiano decide di aver bisogno di moneta. Non potendo creare direttamente le banconote stampa dei pezzi di carta detti “titoli del debito pubblico” per un valore, ad esempio, di dieci miliardi di Euro. La Banca d’Italia, per mezzo di intermediari che lei sola può autorizzare a partecipare alle aste di vendita, acquista di fatto il debito emesso dallo Stato. In che modo? Stampa anch’essa un mucchio di carte chiamate banconote, anche queste di un valore attribuito pari a dieci miliardi di Euro. Ridistribuite nei Conti Correnti dei partecipanti all’asta, le banconote di carta aggiungono ora dieci miliardi di Euro alla base monetaria. Per avere conferma che sia la Banca d’Italia a gestire i titoli del debito pubblico, non ci resta che tornare sul sito ufficiale e leggere che “per  conto del Ministero dell’Economia e delle Finanze, la Banca d’Italia ha la responsabilità dell’organizzazione e di conduzione dell’attività di collocamento e di acquisto dei Titoli di Stato e di servizio finanziario del debito”.  Quello che è avvenuto, in realtà, è un vero e proprio scambio fra uno Stato ed una banca gestita da privati: i titoli del debito pubblico sono stati scambiati con nuovo denaro emesso dalla Banca d’Italia per conto della BCE. Per quanto assurdo, se questo processo non avesse luogo, nessuna nuova moneta verrebbe creata.

Eccoli: dieci miliardi nuovi di zecca sono stati creati!

Naturalmente questa transazione oggi avviene elettronicamente, senza carta. Infatti si stima che solo il 10% della base monetaria in Italia sia costituito di moneta fisica: il restante 90% esiste solo negli archivi informatici. I titoli del Tesoro sono per loro natura strumenti di debito, come le cambiali, quindi la Banca d’Italia in realtà presta denaro allo Stato, utilizzando come garanzia solo la promessa del Governo di restituire quel denaro, ossia quel denaro è stato creato dal nulla, attraverso l’indebitamento del Governo che promette di restituirlo. Chiaramente il Governo è solo portavoce: questo debito ricade sullo Stato, sul popolo, e si chiama debito pubblico. Da oggi in poi quanto meno sappiamo cos’è e sappiamo chi è il creditore originale e poi gestore di questo debito: la Banca d’Italia, una banca gestita da privati. Questo paradosso che stupisce sul come il denaro possa essere creato attraverso l’indebitamento, diverrà più chiaro proseguendo con questo esempio.

Lo scambio è avvenuto ed ora dieci miliardi di Euro sono depositati sul conto di una banca commerciale. Qui le cose diventano molto interessanti. Basandosi sulla regola della riserva frazionaria, quel deposito di dieci miliardi di Euro istantaneamente diventa parte della riserva di quella banca, come avviene per tutti gli altri tipi di depositi, e circa i requisiti di questa riserva, come è detto nel Modern Money Mechanics, una banca deve mantenere le riserve chieste dalla legge pari ad una percentuale prefissata dei suoi depositi, la quale viene quantificata affermando: “Sulla base delle norme attuali i requisiti necessari della riserva per la maggior parte dei Conti Correnti è del 10%”. Questo significa che con dieci miliardi di Euro depositati, il 10%, cioè un miliardo, è preso come riserva obbligatoria, mentre il restante nove miliardi di Euro è da considerarsi in eccesso, utilizzabile come base per concedere nuovi prestiti. Sarebbe logico dedurre che questi nove miliardi, qualora venissero prestati, si sottraessero dal deposito esistente di dieci miliardi, ma non è questo che avviene. Quello che accade, in realtà, è che quei nove miliardi vengono semplicemente creati dal nulla sulla base del precedente deposito di dieci miliardi. Questo è il modo con cui la base monetaria si espande. Come detto nel Modern Money Mechanics: “Ovviamente loro, le banche, non concedono prestiti utilizzando realmente il denaro che ricevono nel deposito. Se facessero questo non verrebbe creata nuova moneta. Quello che fanno, quando concedono un prestito, è di accettare delle specie di cambiali, i ‘contratti di mutuo’, in cambio di concessione di credito”. Come avvenuto con i titoli di Stato si accetta la promessa che quel denaro venga restituito: in altre parole i nove miliardi possono essere creati dal nulla, semplicemente perché esiste domanda per quel tipo di mutuo e perché c’è un deposito di dieci miliardi di Euro che soddisfa i requisiti obbligatori  della riserva. Supponiamo che qualcuno entri in questa banca e prenda in prestito questi “nuovi” nove miliardi a disposizione. Non appena costui prenderà quel denaro e lo depositerà nel proprio Conto Corrente il processo si ripeterà: quel deposito entrerà a far parte della riserva di quella banca, il 10% verrà accantonato, e a sua volta il 90% dei nove miliardi, cioè 8,1 miliardi, sarà ora disponibile per creare nuovo denaro per nuovi prestiti, e naturalmente quegli 8,1 miliardi possono essere di nuovo prestati e ridepositati creando 7,29 miliardi, poi 6,561 miliardi, poi  5,904 miliardi e così via. Questo ciclo di creazione della moneta e di depositi bancari può tecnicamente andare avanti all’infinito: matematicamente si possono ottenere novanta miliardi di Euro sulla base degli iniziali dieci miliardi. In altre parole, per ogni deposito che viene creato nel sistema bancario, una somma di denaro circa nove volte superiore può essere creata dal nulla.

Ora, dato che sappiamo come viene creata la moneta attraverso il sistema a riserva frazionaria, una domanda logica dovrebbe venirci in mente: “Cosa dà vero valore a questa moneta?”. La risposta è: il denaro che già esiste. La nuova moneta essenzialmente succhia valore alla base monetaria esistente, ad ogni incremento di moneta complessiva in circolazione, corrisponde un incremento della domanda di beni e servizi, e per la legge della domanda si ottiene l’equilibrio: i prezzi aumentano, riducendo il potere di acquisto di tutta la moneta complessivamente in circolazione. Questa viene generalmente chiamata inflazione, e l’inflazione è praticamente una tassa collettiva nascosta.   

“Stampano soldi e prestano,  stampano e prestano. Noi non riusciamo più a percepire  cos’è la verità… Non sappiamo se una medicina ci fa bene o male, se una notizia è vera o falsa, non sappiamo cos’è un debito e non sappiamo più cos’è un credito, nelle banche non c’è più niente, non ci sono neanche i vostri risparmi. Oggi i soldi nascono dal nulla creati dalle banche. Bip con un computer… mille miliardi in Messico, e nel Messico bancarotta… bip… mille miliardi in Tailandia, bancarotta…  Corea, bancarotta, Indonesia…  si mangiano le rupie… Jugoslavia… c’è un’inflazione come nel ’30 in Germania, che andavano a comprare le sigarette con la carriola. Può succedere domani mattina qui… qui può succedere, domani mattina” (Beppe Grillo).

Risolvere il problema dell’inflazione? Non si può. L’espansione monetaria del sistema a riserva frazionaria è intrinsecamente inflazionistica. Attraverso l’allargamento della base monetaria, senza che ci sia un proporzionale incremento di beni e servizi, si riuscirà sempre a far diminuire il potere di acquisto. Tralasciando i dati passati forniti dall’Istat, osserviamo che dal 1999 al 2007 il potere di acquisto dell’Euro si è dimezzato: se non fosse sufficiente la vostra esperienza personale, abbiamo realizzato un grafico prendendo in considerazione nove materie prime, grano, mais, carne, benzina, gasolio, gas, cotone, rame, oro. l’Euro ha perso il 50% del suo valore in otto anni, i prezzi sono saliti con una media annua di quasi l’8%. Le banche la chiamano inflazione, quasi fosse un evento naturale: noi la vediamo per quello che è: la programmatica svalutazione del nostro denaro da parte di banche che emettono ulteriore denaro in circolazione, rendendoci di fatto più poveri. Sembrerebbe assurdo ed antieconomico, ma tutto diventa logico considerando che quando una banca stampa moneta in realtà emette un debito del quale resta creditrice. Poiché l’unico modo per creare moneta è attraverso un prestito, nel nostro sistema il denaro e il debito sono la stessa cosa: il denaro è un debito. Sommando tutti i debiti pubblici e privati si giunge ad una conclusione sconvolgente: se tutti nella Nazione fossimo in grado di estinguere i nostri debiti, Governo compreso, non rimarrebbe alcun Euro in circolazione. “Se non ci fosse debito nel nostro sistema monetario, non ci sarebbe moneta” (Marriner Eccles, Governatore della FED, 1941).

Parte Terza: http://www.youtube.com/watch?v=z8l9vd28M9M&feature=related

Sinora abbiamo discusso del fatto che il denaro viene creato dal debito attraverso prestiti. Questi prestiti si basano sulle riserve bancarie, e queste dipendono dai depositi, e attraverso questo sistema della riserva frazionaria ciascun deposito può creare per nove volte il suo originario valore determinando una perdita del potere di acquisto della moneta esistente, con conseguente aumento dei prezzi.  E dato che tutta questa moneta viene creata attraverso il debito e circola in modo casuale attraverso il commercio, gli individui vengono scollegati dal loro debito iniziale e si crea uno stato di squilibrio in cui la gente è costretta a competere per lavorare, al fine di ottenere abbastanza denaro dalla base monetaria per coprire il costo della vita. A differenza di quanto può sembrare, c’è ancora un elemento mancante in questa equazione, ed è questo elemento che rivela la vera natura fraudolenta del sistema stesso: l’applicazione di un interesse. Quando il Governo prende in prestito denaro o una persona prende prestiti dalla banca, il prestito va restituito insieme ad un interesse. In altre parole tutti gli Euro in circolazione sono destinati a tornare nella banca che li ha prestati assieme all’interesse. Fate attenzione: le banche creano denaro e lo prestano, ma in nessun modo creano il denaro chiesto per pagare gli interessi. Vista la cosa in un quadro globale, le banche hanno creato dal nulla un certo capitale, capitale che altro non è che la totalità del denaro in circolazione, lo hanno dato in prestito, per poi attendere che quel capitale fosse restituito maggiorato dagli interessi. Ma allora dov’è il denaro che serve a coprire tutti gli interessi sul capitale? Da nessuna parte: non esiste. Le implicazioni  di tutto ciò sono sconvolgenti. L’ammontare del denaro che deve essere restituito alle banche eccederà sempre la quantità del denaro in circolazione. Questo è il motivo per cui l’inflazione è una costante in Economia, in quanto c’è sempre bisogno di nuovo denaro per consentire la copertura  del deficit insito nel sistema, causato dalla necessità di pagare gli interessi. Questo significa che matematicamente le insolvenze e i fallimenti fanno parte del sistema e ci saranno sempre elementi poveri della società che rimarranno con il cerino acceso in mano. Qualcuno, per forza di cose, deve rimanere a bocca asciutta. Con quale risultato? Le proprietà degli individui si trasferiscono alle banche, in quanto, se tu non sei in grado di pagare il tuo mutuo, si prenderanno la tua casa. Questo fa ancor più indignare, se ci si rende conto non solo che tali insolvenze sono inevitabili a causa della pratica della riserva frazionaria, ma anche perché il totale di denaro che la banca ci chiede non è neanche mai stato stampato. In Italia il nome attribuito a questo fenomeno è “signoraggio bancario”. Purtroppo non siamo qui a parlare di una teoria, ma stiamo esponendo i fatti per quello che sono. Possibile che mai nessuno abbia tentato di risolvere o far luce su questo problema? Nel 1964 il professor Giacinto Auriti, docente di Diritto, denunciò la Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, all’epoca Governatore della stessa, e in seguito Antonio Fazio, successore di Ciampi nella medesima carica, esponendo la pratica del signoraggio alla Corte che, non potendo negare la veridicità dei fatti, ha potuto solo constatare che di reato non si trattasse, semplicemente in quanto ‘consuetudine’ . In altre parole, truffa o no, si può fare perché si è sempre fatto così. Come a dire che se commetti uno stupro commetti un reato, se gli stupri  sono mille, eserciti una consuetudine e tutto va bene.

“Allora questo professor Auriti cosa diceva? Andava dalla banca, adesso la Banca Centrale, e dice, ogni volta che la Banca Centrale emette, stampa dei  soldi non avendo una copertura, stampa della carta, e dice un principio di Giurisprudenza straordinario… di chi sono i soldi? Se ho un pezzo di carta che non ha nessuna copertura in oro, c’è scritto cinquecento Euro… ma di valore intrinseco non ne ha… il prezzo della stampa e il prezzo della carta… Chi dà un valore di cinquecento Euro? Siamo io e te che accettiamo cinquecento Euro.  La gente, le persone che li prendono, determinano il valore dei soldi. Mi segui? Ecco, allora, se i soldi sono i nostri, perché la banca ce li presta? Nessun monetarista ti dà una risposta, perché non c’è risposta, c’è un vuoto di giurisprudenza: è l’incantesimo del monetarismo. Una volta era la Banca Centrale che dava moneta, oggi stampa moneta anche una banca normalissima, quando ti dà una carta di credito o il libretto degli assegni. Le banche, dentro… non c’è più niente nelle banche” (Beppe Grillo).

Ma questo signoraggio che scopo ha? È facile dedurre che non siano i soldi ad interessare i signori di questa truffa planetaria. Parliamo comunque di persone che probabilmente non hanno il problema di arricchirsi, dal momento che controllano il denaro fin dalla fabbricazione. Un debito, per sua natura, va saldato. E che interesse avrebbero questi signori delle banche a ricevere indietro una montagna di carte senza valore? E se non possiamo pagarlo, cosa ci chiederanno in cambio? Dare delle risposte sarebbe ipotizzare: qui ci vogliamo limitare solo ai fatti… ma c’è una considerazione logica che accompagna i fatti. Il signoraggio bancario, praticato dalla stragrande maggioranza delle banche del mondo, è in realtà un sistema moderno di schiavitù. Pensateci. Cosa fanno le persone quando sono indebitate? Presentano una domanda di lavoro per poter saldare il loro debito. Ma se il denaro può essere creato solo attraverso prestiti, come può la società essere libera dal debito? Non può: è questo il punto.  È la paura di perdere il proprio patrimonio che accompagna la lotta per tenere il passo che il debito e l’inflazione ci impongono essendo cardini del sistema. Tutto questo, combinato con l’inevitabile carenza della stessa offerta di moneta, per causa di interessi che non potranno mai essere ripagati, ci rende schiavi legati al salario, in linea, come se corressimo su una ruota per criceti, con milioni di altri individui, di fatto potenziando l’impero di cui beneficia soltanto un’élite situata in cima alla piramide. E quindi, a fine giornata, per chi stai lavorando veramente? Per le banche. Il denaro viene creato dalle banche, e lì deve finire. Loro sono i veri padroni, insieme alle multinazionali che le sostengono e ai Governi che lo permettono. Nella vecchia schiavitù era obbligatorio che le persone avessero una casa e del cibo. Questo signoraggio bancario, invece, obbliga le persone a sfamarsi e ad aiutarsi da sole. È una delle truffe più ingegnose per la manipolazione sociale che siano mai state create. In ultima analisi il signoraggio è una guerra invisibile contro il popolo. Esserne a conoscenza è solo il primo passo. Sulla Rete potrete trovare migliaia di persone che discutono il problema del signoraggio e le sue possibili soluzioni, ma facciamo attenzione a chi specula su questo fenomeno. Usiamo la nostra testa, cerchiamo di fare attente valutazioni ed uno studio serio, senza salire sul primo carro che passa.

A tutti noi, buona fortuna!».

“Stampano soldi dal nulla e ce li prestano. Lo Stato dovrebbe stampare i soldi… i soldi ci servono per lavorare. Lo Stato dovrebbe dire: ‘Ce ne sono pochi? Ne stampo un po’… Ce ne sono molti? Ne prendo un po’ e ne brucio un po’: mantengo la circolazione stabile, i prezzi stabili…’. I soldi servono per tenere i prezzi stabili e per farci lavorare… sono pezzi di carta, però li stampa un S.p.A., però li stampa un S.p.A….” (Beppe Grillo).

IL RE E LE BANCHE CENTRALI: LA TEORIA DELLA MONETA MODERNA!

IL RE E LE BANCHE CENTRALI: LA TEORIA DELLA MONETA MODERNA!

Cosa accadrebbe se la gente comune sapesse che per finanziare una guerra è possibile emettere debito monetizzandolo, stampando denaro dal nulla e invece in Europa nulla di tutto ciò è permesso per favorire la coesione sociale, anzi l’austerità è la pena necessaria per estinguere il debito PRIVATO creato dalle banche ?

Cosa accadrebbe se i cittadini europei, scoprissero che chi ha inventato la favola dell’euro e dell’Europa per favorire la pace, oggi vi nasconde che la stessa natura di questa unione potrebbe scatenare una guerra, come raccontava nel 1998 Martin Feldstein, che ciò che potrebbe favorire la coesione sociale attraverso investimenti pubblici in realtà viene messo in pratica per salvare banche, mantenendo basso il costo del debito statale?

Mettetevi comodi, sarà un altro lungo viaggio, io cercherò di raccontarvelo come meglio posso, probabilmente altri sarebbero più indicati, ma qui abbiamo quello che passa il convento ovvero la nostra voglia di raccontarvi la verità figlia del tempo.  

Chi ci segue da tempo, sa che due dei nostri autori preferiti sono Irving Fisher e Hyman Minsky, grazie alle loro teorie abbiamo potuto comprendere prima di chiunque altro in Italia la tempesta perfetta che ha colpito l’America nel 2008.

Deflazione da debiti e l’ipotesi di instabilità finanziaria non sono argomenti molto trattati nelle nostre università per questo in pochi hanno capito quello che stava per accadere.

C’è un’altra cosuccia che alla gente comune fa fatica ad entrare nell’immaginario popolare, il denaro come mezzo di scambio, una storia piacevole e semplice, il problema è che tutto ciò potrebbe non essere vero, la comprensione del significato del denaro potrebbe essere del tutto sbagliata.

Uno dei nostri maestri, John Kenneth Galbraith, uno dei più grandi economisti del secolo scorso, un rivoluzionario, ha scritto un libricino dal titolo, “La moneta: da dove viene e dove va.” un libro riproposto recentemente con il titolo  “SOLDI. Conoscere le logiche del denaro per capire le grandi crisi”… che vi consiglio caldamente di leggere!

Prima di cominciare questo viaggio è meglio sapere che …

Forse pochi lo sanno ma per buona parte della storia umana la moneta utilizzata per gli scambi era costituita da un metallo: oro, argento, rame; finché in America fu scoperto e messo in atto il potere rivoluzionario della carta moneta. Scrive Galbraith: “se la storia delle banche commerciali è prima di tutto italiana, e quella delle banche centrali britannica, è sicuramente americana la storia della carta moneta emessa da un governo”.

Fu la guerra, osserva Galbraith, all’ origine dell’ innovazione finanziaria costituita dall’introduzione della carta moneta; come sostituto della tassazione, la stampa delle banconote cartacee divenne infatti indispensabile per finanziare la guerra di indipendenza delle colonie americane dall’Inghilterra:“furono questi biglietti a finanziare la Rivoluzione americana. Tra il giugno 1775 e il novembre 1779, si ebbero ben quarantadue emissioni di valuta da parte del Congresso continentale (…) La Rivoluzione insomma fu soprattutto pagata con moneta cartacea”. Il potere rivoluzionario della moneta

Un risultato politico rivoluzionario, conclude Galbraith, veniva così ottenuto utilizzando mezzi finanziari discutibili: “i biglietti avrebbero poi reso un analogo servizio ai sovietici durante e dopo la Rivoluzione russa. Nel 1920 circa l’85 per cento del budget dello stato era coperto dalla stampa di moneta cartacea”. Stampare denaro ‘dal nulla’ per pagare le spese militari e per finanziare le rivoluzioni: questo è stato un metodo, pratico e discutibile quanto efficace, che ha contribuito a cambiare la storia recente del mondo moderno.

Ma tu pensa, che sarà mai il “quantitative easing” dopo aver usato il denaro degli Stati, stampare denaro dal nulla per tenere in piedi i propri azionisti, banche fallite e banchieri avidi e psicopatici, con la scusa del rischio sistemico, la banca sai non è un’impresa come un’altra, la banca…

A noi interessa la dichiarazione che le banche non sono aziende qualsiasi!

Per carità di patria invece, faccio finta di non aver letto nulla a proposito degli effetti negativi del bailin a meno che quella che scriveva questo non fosse la banca centrale di un altro Paese…

Io vi ammiro Ragazzi, non so come fate a restare calmi, davvero!

Galbraith prosegue ricordando che …

L’inflazione, e spesso l’iperinflazione che seguiva le grandi emissioni di moneta cartacea, conduceva poi le autorità politiche – le stesse autorità politiche che avevano vinto anche grazie alla stampa delle banconote- ad assumere posizioni di grande rigore economico: “in seguito, l’Unione Sovietica, come gli altri stati comunisti, divenne un rigido difensore della solidità della moneta e della stabilità dei prezzi. Ma anche i russi, come gli americani e i francesi, devono alla valuta cartacea il successo della loro rivoluzione”.

Stampare moneta non serviva però soltanto alle cause rivoluzionarie, fu anche il sistema utilizzato per finanziare le guerre, a partire ancora una volta dalla guerra civile americana, “perché non esistevano altre soluzioni per pagare urgenti conti bellici”.

E ora tenetevi forte e andate a rileggervi il recente articolo dal titolo ….

DA QUESTA CRISI NON USCIREMO …!

 

In effetti, un’alternativa c’era ed era l’aumento della tassazione, una via poco praticabile per il mancato consenso sociale che otteneva, specialmente negli Stati Uniti dove, tra l’altro, i potenziali contribuenti erano distribuiti su un territorio troppo vasto;

…fu così che il costo finanziario di entrambe le guerre mondiali fu sostenuto dal Tesoro americano attraverso l’emissione di obbligazioni che venivano acquistate dalla Riserva federale, appunto stampando moneta:

“Si è affermato, sin dai tempi antichi, che la verità è la prima vittima della guerra. Ma è possibile che la prima sia la moneta”.

No dai scherzi, ma non è possibile, ma è una storia veraaaaa?

La banconota non è solo un mezzo per conseguire importanti cambiamenti politici, è essa stessa talvolta causa o concausa del cambiamento, e non sempre in positivo: come accadde in Germania nel 1933, quando Hitler andò al potere in seguito “alla diffusa disoccupazione e alla dolorosa contrazione dei salari, degli stipendi, dei prezzi e dei valori delle proprietà determinata dalla folle politica di Bruning in difesa del marco”.

Vi ricorda qualcosa questa storiella?

La moneta è costituita non solo dal denaro in circolazione, ma anche dai crediti bancari, ed è importante il ritmo con cui viene spesa: il denaro può esserci in quantità sufficiente, ma rimanere inattivo, non utilizzato, fermo nei depositi bancari; come avvenne durante la Grande Depressione, dove la politica di bilancio restrittiva si sommava ad una politica monetaria anch’essa restrittiva;

…scrive Galbraith in proposito: “la politica monetaria era come una corda. Si poteva tirarla, sia pure con risultati imprevedibili. Ma non era assolutamente possibile spingerla”.

Come si poteva allora indurre la gente a spendere in una situazione di trappola della liquidità?

Non con le politiche monetarie, perché stampare nuova moneta non serviva a nulla e il credito bancario non veniva utilizzato, ma con la politica fiscale; fu la grande rivoluzione economica di Keynes, che focalizzò l’attenzione sul fatto che la domanda aggregata è costituita non solo dai consumi delle persone e dagli investimenti delle imprese, ma anche dalla spesa pubblica, e che il bilancio dello Stato – in disavanzo – può contribuire a far uscire un’economia dalla recessione: “non bastava fabbricare moneta, bisognava che venisse spesa e che agisse direttamente sull’andamento economico”.

A però, chi l’avrebbe mai detto. E’ chiaro perchè oggi stanno facendo tutto il contrario di quello che dovrebbero fare?

E chi assimila l’economia di uno Stato a quella di una famiglia, osserva Galbraith, fa un confronto che non sta in piedi, perché “la ricchezza e la solvibilità di una nazione dipendono da ciò che produce la sua economia. Se prestiti e spese fanno aumentare la produzione, come sostiene Keynes, accrescono anche la sua solvibilità.

Solo di rado invece i prestiti e le spese aumentano la ricchezza di una famiglia”.

Ma dalla fine della seconda guerra mondiale la spesa pubblica americana si incrementò sempre più, e sempre più per scopi militari: le spese dello Stato “non servivano più a sostenere il reddito, la produzione e l’occupazione, per quanto bene accetti potessero essere questi effetti collaterali, ma a contenere il comunismo, a rafforzare la sicurezza nazionale, a difendere la libertà, ad armare il ‘mondo libero’; tutti obiettivi graditissimi ai conservatori”. Con la guerra del Vietnam i prezzi ripresero a salire e l’inflazione si propagò dagli Stati Uniti al resto del mondo. Inflazione e deflazione depressiva contribuiscono entrambe, conclude Galbraith, alla distruzione dell’ordine internazionale, e non esiste alcuna ricetta economica in grado di risolvere l’una evitando l’altra, o di intervenire quando entrambe si manifestano insieme (nella stagflazione).

Il governo della moneta ha sempre più dimensioni internazionali, ma è troppo spesso lasciato in mano a persone inadeguate e conformiste, che peraltro non pagheranno mai i costi dei loro fallimenti;

la via d’uscita, per Galbraith, ancora una volta non è la divisione egoistica fra gli interessi dei singoli paesi, ma la collaborazione fra le nazioni, una collaborazione che non escluda la creazione di un’organizzazione sovranazionale e che arrivi a regolare i movimenti internazionali delle valute. L’esatto opposto, in pratica, di quanto abbiamo visto accadere in questi ultimi anni.

John Kenneth Galbraith, LA MONETA. Da dove viene e dove va. Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1976.

Si lo so che è lungo, ma la consapevolezza ha un costo, su coraggio!

Tra i maggiori esponenti della corrente di pensiero, che oggi si rifà alla ” Teoria monetaria moderna”, c’è anche il figlio di JK.Galbraith oltre a Wray, Skidelsky, Stephanie Kelton e via dicendo.

Prima che qualcuno faccia il solito sorrisino, faccio presente che ad esempio, Stephanie Kelton è attualmente economista capo presso la minoranza Democratica della commissione bilancio del Senato USA.

Ma prima date un’occhiata qui …

The History of Money: Not What You Think – The Minskys

La favoletta che vede il denaro come mezzo di scambio, presuppone che prima ci fosse un mercato e che poi la gente abbia introdotto il denaro per far funzionare meglio il mercato.

Vediamo cosa racconta la teoria del cartalismo, “chartalism” in inglese che deriva dal latino “charta”, ovvero “carta” in sintesi la moneta cartacea prevista nel sistema della moneta a corso legale.

Cercherò di semplificare al massimo, provate a seguirmi!

Nel primo Medioevo, nella società feudale esisteva un sistema per mantenere la giustizia nella comunità.Se qualcuno commetteva un crimine, l’autorità, faceva chiamare il Re, il quale avrebbe deciso la multa che il criminale avrebbe dovuto pagare alla vittima. La multa poteva essere una vacca, una pecora, tre polli, a seconda del crimine. Il criminale quindi aveva un debito con la vittima. Il re avrebbe registrato il debito del criminale.

Nel primo Medioevo “non esisteva molto spazio per un sistema punitivo di Stato. La faida e la penance finivano per costituire un sistema giuridico di rapporti tra soggetti eguali per stato sociale e per censo (…)  Solitamente, in caso di dispute, “si teneva un raduno solenne di uomini liberi, in cui si pronunciava il giudizio e si costringeva il colpevole a pagare … la penance; in tal modo la vendetta delle parti offese non degenerava nella faida e nell’anarchia” (…) La legge penale aveva quindi, quale obiettivo primario, il mantenimento della pace, perseguito, appunto, attraverso l’imposizione di pene pecuniarie. “Le distinzioni di classe si manifestavano nelle caratteristiche della penance; questa era attentamente misurata sulla base sociale del reo e della parte che aveva subito il torto. La penalità nell’epoca feudale

Questo sistema è cambiato nel tempo.Invece di pagare le multe alla vittima, ai criminali è stato ordinato di pagare le multe al re. In questo modo, le risorse sono state trasferite al re, che poteva coordinare il loro uso a beneficio della comunità nel suo insieme. Questo è stato utile per il re, e per lo sviluppo della società. Ma la quantità di risorse provenienti da un criminale qua e là non era impressionante. Il sistema doveva essere ampliato per attirare maggiori risorse per il regno.

Per espandere il sistema, il re ha quindi creato la sua moneta. Poi, è andato dai suoi cittadini e ha chiesto loro se gli davano le risorse di cui aveva bisogno.Se un cittadino dava   la sua mucca al re, il re in cambio gli  avrebbe dato alcune delle sue banconote.  Ora, una mucca può sembrare più utile di un pezzo di carta, così sembra stupido che un cittadino sia d’accordo nel fare questo scambio. Ma il re aveva pensato a una soluzione. Per assicurarsi che tutti volessero le sue banconote, le sue monete ha creato un sistema in cui tutti avessero bisogno di queste banconote.

Egli ha proclamato che ogni tanto, tutti i cittadini avrebbero dovuto farsi avanti.Ogni cittadino sarebbe finito in grossi guai, a meno che non potesse fornire dei piccoli pezzi di carta che mostrassero come il re era in debito nei loro confronti. In tal caso, il re avrebbe lasciato libero il cittadino.  Il cittadino sarebbe libero di andare fuori e acquisire ancora più monete, per assicurarsi che la prossima volta sarebbe stato al sicuro. In questo modo, tutti i cittadini avevano necessariamente bisogno delle monete per restare fuori dai guai. Il che ha prodotto la necessità che la moneta del re, fosse ampiamente accettata da tutti e di conseguenza divenne anche un utile mezzo di scambio. Questo ha portato alla nascita di mercati.

Elementare Watson, direbbe il nostro Sherlock, se non hai bisogno di qualcosa, te lo creo io il bisogno, cosi diventi mio schiavo, chiaro il concetto!

E chi è oggi schiavo del re, ovvero delle banche centrali?

A voi la risposta!

Questo stesso modello può essere osservato nella storia più recente. Matthew Forstatere Farley Grubb spiegano che quando i colonizzatori europei arrivarono nel nuovo mondo, volevano mettere al lavoro la popolazione locale.

Ma quando hanno offerto loro di lavorare per un salario, i locali – che prima di allora non avevano mai visto una moneta – non capivano. Allora gli europei ha deciso che ogni capanna doveva   pagare loro una certa quantità di monete di tanto in tanto al fine di rimanere fuori dai guai. Ora, per assicurarsi che essi potessere pagare le imposte alle autorità, lavorare per  un salario sembrava una buona idea.

Non è cambiato molto da allora. Il denaro può ancora essere inteso come una cambiale. Negli Stati Uniti, abbiamo i dollari. I dollari sono creati dalla nostra versione di un re: il governo. Come il re usva la moneta per pagare le risorse,  il governo degli Stati Uniti usa i dollari per pagare le cose che i cittadini forniscono.

Piuttosto che una mucca, i cittadini degli Stati Uniti possono fornire una strada, e quindi  ricevere dollari da parte del governo a titolo di risarcimento. Ciò significa che ora che hanno costruito una strada, il governo è loro debitore. Questo è un bene per i cittadini, perché quando è il momento di pagare le tasse, questo è quello di cui hanno bisogno. Danno al governo i loro dollari (che indicano il governo è loro debitore) e, in cambio, il governo non li mette in galera.

Diceva il buon Hyman Minsky che ” … poiché i banchieri vivono nello stesso clima di aspettative degli uomini d’affari, quelli in cerca di profitto potranno trovare diversi modi di soddisfare i propri clienti; questo comportamento delle banche rafforza le pressioni destabilizzanti …

Tutti possono creare moneta; il problema è quello di farla accettare. Tu prova a pensare ai prodotti strutturati e derivati creati dalle banche in questi anni!

Chiudo infine questa lunga favola, con l’assioma fondante della teoria moderna della moneta, ovvero che una nazione dotata di sovranita’ monetaria (moneta a corso legale fiat),  in libera fluttuazione sul mercato valutario e la cui emissione è di pertinenza dallo Stato stesso in maniera diretta o indiretta, non può fallire in quanto la sua “capacità di pagamento” è illimitata come è illimitata la sua capacità di stampare moneta.

A meno che questo Stato non si chiami Europa e che non abbia scelto un sistema di cambi fissi. E così bellezza, e tu non ci puoi fare nulla se non esserne consapevole!

Redazione

Signoraggio, svalutazioni e sovranità monetaria

La grave situazione economica dell'Italia sta portando molti a individuare nell'euro, e nel trasferimento della sovranità monetaria da Roma alla Banca Centrale Europea, una causa degli attuali problemi. Da diverse parti politiche (Grillo, Casapound, Lega, Forconi...) si sente auspicare che il paese si riappropri della propria sovranità.  Purtroppo  il dettaglio di questa proposta viene raramente articolato con precisione: si dice che  rinunciando alla propria moneta abbiamo (i) perso il "signoraggio", (ii) perso la possibilità di monetizzare il debito pubblico (ripagarlo stampando moneta) e (iii) perso la capacità  di svalutare.  A questo proposito vorrei fare  alcune sintetiche considerazioni: senza entrare in una valutazione circa la bontà della  monetizzazione o della  svalutazione, mi limiterò  a discutere  se  davvero il signoraggio sia stato perduto e se davvero la partecipazione all'euro renda impossibile monetizzare e/o svalutare.  A fini divulgativi i temi non saranno affrontati con rigore accademico, ma rimandero'  chi fosse interessato a qualche approfondimento. Il mio modesto obiettivo è  fare un po' di chiarezza, sperando  che possa servire  ai sostenitori delle diverse tesi per organizzare i propri argomenti in modo più informato e comprensibile. 

Il Signoraggio

Il signoraggio è il  reddito derivante dall'attività di stampare moneta.  Ne esistono diverse definizioni:  quella che si impara a scuola è che se in un anno lo stato  stampa  nuove banconote pari a un ammontare  dH,  il valore reale del signoraggio  e'  s = dH/P   (dove P è il livello dei prezzi al momento della stampa), che lo stato può utilizzare per esempio per   finanziare  spesa  pubblica. E'  vero: il privilegio di stampare moneta genera reddito. Una seconda definizione di signoraggio considera che la moneta che lo stato stampa  viene immessa nel sistema scambiandola con titoli che pagano un interesse R.   Quindi se H indica le passivita' a vista della banca centrale, il  circolante  ad esempio (trascuriamo la riserva obbligatoria per semplicita'),  il valore reale del signoraggio è   s = H R / P.  Le due definizioni sono molto simili: se il tasso di interesse R  e'  pari al tasso di crescita  della moneta (cioè se R = dH/H), le due grandezze coincidono. Nei dati le due grandezze sono generalmente vicine.   

Un giovane lettore potrebbe sospettare che partecipando all'euro l'Italia abbia quindi perso il proprio signoraggio (in quanto non si stampano più lire). Possiamo rassicurarlo che non è cosi. Oltre il 90 per cento del signoraggio prodotto nell'area dell'euro viene redistribuito ai vari paesi partecipanti in misura proporzionale alle loro "capital keys" (i conferimenti alla BCE); in soldoni in misura proporzionale al loro PIL; la Banca d'Italia, fatti gli accantonamenti a riserva, trasferisce quindi il signoraggio  ricevuto  (denominato ``reddito monetario'' nel bilancio, e gli altri eventuali profitti dopo le imposte) al Tesoro (non, come sostengono alcuni ai suoi azionisti).  Da questo punto di vista e'  interessante notare che la forte domanda di euro dal momento della sua creazione ha portato a tutti, Italia compresa, guadagni da signoraggio che con la lira era difficile avere (chi, nel mondo,  domandava lire come riserva di valore?)  in questo senso l'euro ha ereditato il ruolo del Marco divenendo ancora più appetibile (la circolazione di banconote in euro ha registrato crescita a 2 cifre per quasi un decennio dalla sua nascita).  Non e'  vero pertanto che l'Italia (o altri stati  dell'area)  abbia trasferito a Francoforte il diritto su questa fonte di reddito.  Certo si potrebbe discutere di altri aspetti del signoraggio, come la sua ripartizione tra Tesoro e Banca centrale: visto che il reddito retrocesso al tesoro e'  legato al profitto netto delle banche centrali, queste possono avere un incentivo ad accantonare molte riserve e/o spendere molto (per esempio costruendo sedi faraoniche o assumendo più personale del necessario) piuttosto  che a massimizzare il trasferimento al Tesoro. Forse in una certa misura questo avviene, così come avviene in molti centri di spesa pubblica, ma poteva avvenire anche prima e c'entra poco con l'euro. 

Due fatti vanno però registrati:  i trasferimenti di Bankitalia al tesoro, deliberati dal Consiglio superiore e documentati nella relazione annuale di BI, non sembrano essere cambiati molto con l'euro. I dati reperibili online (capitolo sul Bilancio della relazione annuale di Banca d'Italia, anni vari)  mostrano un trasferimento medio  intorno a  600 milioni  di euro l'anno  nel periodo 1997-2001 (anno di scomparsa della lira) contro un trasferimento medio pari a 370 milioni nei dieci anni successivi. Una riduzione c'e', quindi, ma queste medie riflettono forti oscillazioni annuali  legate alle condizioni del ciclo economico: negli ultimi anni per esempio  le abbondanti iniezioni di liquidità  hanno generato trasferimenti al tesoro molto sopra le media, rispettivamente per  700 e 1.500 milioni di euro nel 2011 e 2012.   Il secondo fatto e' che  il signoraggio e'  poca cosa nel quadro macroeconomico: in rapporto al PIL, meno dell'1 per cento. Niente, insomma, con cui sperare di ripagare il debito pubblico o le pensioni, a differenza di quanto alcune parti politiche suggeriscono ai cittadini dai talk-show e dalle piazze.  La stima per  l'area  dell'euro è presto fatta:  il valore della banconote in circolazione nel 2013  è intorno a 930 miliardi  di euro,  circa il 10% del PIL dell'area.  Se assumiamo che la BCE ricavi un interesse del 5% (direi per eccesso) sui titoli che ha in portafoglio come contropartita di questa passività, il signoraggio  è pari allo 0,5%  del PIL.   Se il tasso di interesse sui titoli è più basso (come verosimile), esso è piu piccolo. È interessante notare che  valori intorno a questo ordine di grandezza si osservano nelle maggiori economie sviluppate: uno studio di Neumann per gli Stati Uniti indica per il 1990 un signoraggio pari allo 0,4 % del PIL. Hochreiter, Rovelli e Wincklercalcolano  che nel 1993 il signoraggio era  lo 0,8% del PIL in Germania,  l'1% in Austria.    In sostanza, i guadagni da signoraggio sono contenuti  in economie, come quelle sopra citate, dove l'inflazione è bassa.   Mi pare utile avere in mente questi numeri quando si discute di sovranità monetaria: non e'  certo con il signoraggio (perduto o ritrovato)   che si possono aggiustare squilibri fiscali come quelli Italiani.  A meno di non volere imbarcare il paese in una iperinflazione, ipotesi degna di considerazione senza bisogno che le si cambi il nome.

Monetizzazione del debito

Per osservare livelli più elevati di signoraggio bisogna spostarsi in economie ad elevata inflazione:  Hochreiter e coautori  riportano nel 1993  un signoraggio pari all'1% del PIL nella repubblica Ceca, al  4%  in Ungheria e al 30%  in Romania, a fronte di tassi di inflazione del 20%,  22% e 256%.  Nessuna  grande sorpresa: la relazione tra crescita monetaria e inflazione e'  tenue quando l'inflazione è bassa (si veda la figura  2 nel paper di Teles e Uhlig);   ma ci sono poche previsioni economiche robuste come quella che dice che se il tasso di crescita monetaria diventa a doppia cifra  allora l'inflazione lo segue:  quando si stampa molta moneta   (per qualunque motivo)  questa finisce per alimentare  la crescita dei prezzi (si veda la Figura 1 del paper di Teles e Uhlig, oppure l'analisi di 4 famosi casi storici di Sargent, o ci si informi su cosa è successo in Zimbawe di recente).    Il debito pubblico italiano e'  intorno a 1,2 volte  il valore del PIL italiano: una sua monetizzazione (possibile una volta che il paese uscisse dall'euro)  implicherebbe un  aumento della base monetaria di circa 12 volte (assumendo un circolante pari a circa il 10% del PIL, un valore storicamente corretto e vicino al livello attuale), ovvero un tasso di crescita della moneta del 1100 (mille e cento) per cento.  Il risultato dell'iperinflazione che ne seguirebbe sarebbe, come altre volte nella storia, di ridurre consistemente il valore reale del debito (pubblico e non), facendo fallire il sistema bancario e impoverendo così tutti i "creditori" dello stesso (famiglie e imprese). Per non parlare di cosa succederebbe ai percettori di redditi fissi (lavoratori dipendenti e pensionati, ad esempio). Le  perdite per i creditori derivanti dalla monetizzazione possono apparire un concetto astratto (a molti, incluso il piu' simpatico di Topolinia, sfugge il concetto). Che siano invece concrete e dolorose lo si capisce osservando che la monetizzazione del debito è equivalente a un parziale default: se lo Stato mi deve 100 euro e mi ripaga stampando moneta in una misura tale da aumentare, per esempio, del doppio il livello dei prezzi, mi ritroverò in mano un potere d’acquisto di 50 euro. Di fatto (ovvero in termini reali, forse non giuridici) questo e' un default: e' lo stesso che sentirsi dire dallo Stato: dei 100 euro che ti devo, te ne do solo 50 (a prezzi invariati).  Va infine ricordato che circa il 70%   dei titoli del  debito pubblico italiano e' detenuto da residenti  italiani:   famiglie (circa il 13% direttamente), banche e altri intermediari  (e quindi indirettamente dalle famiglie che ivi depositano; se la banca investe i depositi delle famiglie in titoli che fanno default, i depositi delle famiglie scompaiono.....). Solo una parte minore, stimabile intorno al 30% e ridottasi molto negli ultimi anni proprio in seguito ai timori di un default e' detenuta all'estero e sarebbe (per cosi dire) "trascurabile" per le prospettive italiane successive a un default. Quindi, pur non potendo monetizzare il debito, si potrebbe ottenere un risultato  analogo "ristrutturandolo'' (propongo un premio per chi ha inventato questo eufemismo): lo  stato  dichiara che ne ripaga solo una parte. Astraendo dai mille cavilli giuridici che sorgerebbero in questo secondo caso  (in cui lo stato rinnega una promessa su un debito nominale), l'analogia  dovrebbe essere chiara.  Coloro che desiderano monetizzare il debito pubblico possono perseguire il medesimo fine sostenendo il default sul debito.  Ovviamente costoro devono anche formulare una proposta su come gestire l'inevitabile crisi finanziaria che ne seguirebbe: che si monetizzi o che si "ristrutturi", se falliscono le banche chi rimborsa i depositi ai cittadini e chi finanzia le imprese? le esperienze storiche indicano in questi casi recessioni e disoccupazione in stile "grande depressione". 

Le svalutazioni  competitive

La  fissazione irrevocabile dei tassi di cambio  ha rimosso l' aggiustamento del cambio nominale dallo  strumentario di politica economica.   Per molti, incluso  Milton Friedman, questo è un  errore.  Per  altri una scelta irrilevante, perche' ritengono gli effetti delle svalutazioni siano nulli (succede con prezzi flessibili) o al massimo temporanei o perche' le svalutazioni del cambio possono essere replicate con altri strumenti, come discutiamo sotto. Ma partiamo definendo un po' di che si tratta: quando i prezzi si aggiustano lentamente  una svalutazione del cambio nominale beneficia gli esportatori a spese degli importatori:  vendiamo più mattonelle in Germania  ma le BMW e la benzina costano di più. Se  vendo mattonelle  mi piace, altrimenti un po' meno.    A me pare utile tenere a mente alcune cose: (1)  la svalutazione crea inevitabilmente effetti distributivi:   aiuta l'export a spese dei consumi degli altri cittadini (per i quali aumentano i  consumi  legati all'import).  Si può discutere di quanto aumenti l'import:   per svalutazioni grandi c'e' molta  evidenza che i prezzi al dettaglio dei beni importati, pur aumentando notevolmente meno della svalutazione del cambio nominale,  pur sempre aumentano (si veda la figura 1 del paper di Burnstein, Eichenbaum e Rebelo). Inoltre, c'e' un effetto diretto sul benessere perche' la sostituzione dei beni di importazione (piu' cari) con quelli di produzione interna (piu' economici) previene maggiore inflazione ma lascia il consumatore con un paniere di beni peggiore, dal suo punto di vista. Ma non e'  questo il punto qui (leggete il prossimo paragrafo).  (2)  per funzionare, una svalutazione deve essere unilaterale:  se Italia e Spagna fanno a gara a vendersi mattonelle contro Jamon, potrebbero finire entrambe a cambio invariato ma con alta inflazione; la prevenzione di queste guerre del cambio  (ex-post inefficaci)  fu uno dei motivi  a sostegno del coordinamento monetario in Europa.    (3)  anche quando è unilaterale la svalutazione difficilmente ha effetti duraturi: i prezzi interni si aggiustano al cambio svalutato e  c'e'  bisogno di una nuova svalutazione  per rimanere competitivi (facendo  aumentare nuovamente il prezzo al consumo delle importazioni).

Una valutazione complessiva dei pro e contro della svalutazione (l'aumento  dell'export, il rincaro  degli import, la risposta dei paesi esteri a una svalutazione)  è un lavoro complesso.  Ma se proprio si ritiene che una svalutazione sia necessaria alla nostra economia   cé' una buona notizia:  si può  ancora  fare.   Tre giovani e bravi economisti Fahri, Gopinath e Itskhoki hanno recentemente mostrato  formalmente  un  risultato piuttosto intuitivo: esistono misure fiscali che generano effetti reali analoghi a quelli di una svalutazione  (su export, import, consumi e benessere, leggere il paper per i dettagli). Semplificando un po', mostrano che si possono manipolare le aliquote fiscali, mantenendo invariato il gettito fiscale, in modo da replicare gli effetti di una svalutazione del cambio: una riduzione generalizzata  della imposizione sulle imprese (l'eliminazione dell'IRAP per esempio, o la riduzione dei contributi a carico del datore di lavoro) riduce i loro costi rendendo i prodotti meno cari (e quindi più competitivi);  si deve pero' compensare la riduzione del gettito fiscale  con un aumento delle imposte indirette (l'IVA per esempio), che non grava sull'export  (si veda anche l'articolo divulgativo di Keen and de Mooi su Vox).   Questa politica replica le conseguenze reali di una svalutazione, in particolare riproduce (1): aiuta l'export, riducendo i prezzi dei beni commerciati,  a scapito dei consumi italiani soggetti a più IVA. Altri economisti  hanno esplorato quantitativamente, per mezzo di modelli econometrici, l'efficacia  delle  "svalutazioni fiscali":   gli effetti trovati sono simili (anche se non identici)  a quelli di una svalutazione del cambio. Certo da un punto di vista politico la svalutazione fiscale è poco attraente: chi la decide è costretto a riconoscere che vuole tassare tutti i cittadini (aumentare l'IVA) per sostenere l'export. Una svalutazione del cambio produce gli stessi effetti, ma un politico ha gioco facile a imputarla al maltempo o agli speculatori finanziari.  Il punto da tenere a mente è che se quello che interessa sono gli effetti della svalutazione (non come la si ottiene), sembrano essere disponibili politiche fiscali che producono effetti molto simili. La mia modesta opinione e' che queste politiche non offrano una risposta duratura alla crisi che il paese attraversa da un paio di decenni. Abbassare il prezzo del proprio lavoro (ovvero aumentare le ore di lavoro necessarie ad acquistare una BMW) e' una scelta guidata dalla disperazione, e non promette niente di buono per il futuro. Ma se proprio si desidera dare una boccata d'ossigeno al paziente moribondo  sarebbe piu' semplice concentrarsi su una svalutazione fiscale piuttosto che invocare l'uscita dall'euro.    

Redazione

09 agosto 2018

Tor "Deep Web: cos’è?"

Deep Web: cos’è?

Nota: Le informazioni e i link contenuti in questa guida sono a puro scopo informativo. Non è assolutamente mia intenzione promuovere qualsivoglia tipo di attività illegale e non mi assumo alcuna responsabilità circa l’uso che farai delle indicazioni in oggetto.


In TV e sui giornali se sente parlare sempre più spesso di Deep Web, ma cos’è e come entrare? Per rispondere a questa domanda in parole povere, il Deep Web è una parte di Web “sommersa” in cui vengono svolte tantissime attività, da quelle più discutibili e illegali (come la vendita di documenti falsi) ad altre molto più “tranquille”. Trattasi sostanzialmente di siti “nascosti” che non si trovano facendo delle normali ricerche in Google e che possono essere visitati solo sfruttando la rete di anonimizzazione TOR.

Di TOR (acronimo di The Onion Router) te ne ho già parlato molte volte in passato. È un sistema di anonimizzazione gratuito che permette di nascondere il proprio indirizzo IP e la propria identità in Rete “rimbalzando” la connessione fra vari computer sparsi in tutto il mondo. A dispetto di quello che si può pensare, è molto facile da usare ed oggi te lo dimostrerò spiegandoti come entrare nel Deep Web sfruttando le sue potenzialità.

Adesso che hai finalmente capito cos’è questo Deep Web, se ti interessa sapere che cosa bisogna fare per riuscire ad accedervi ti suggerisco di prenderti qualche minuto di tempo libero, di sederti ben comodo dinanzi al tuo computer o di afferrare il tuo fido device mobile e di concentrarti attentamente sulla lettura delle mie indicazioni. Qualora ti stessi preoccupando non temere, per accedere al Deep Web non dovrai fare nulla di eccessivamente complicato, almeno non se seguirai scrupolosamente le mie indicazioni. Sei pronto? Si? Perfetto, allora rimbocchiamoci le maniche e cominciamo!


Nota: Le informazioni e i link contenuti in questa guida sono a puro scopo informativo. Non è assolutamente mia intenzione promuovere qualsivoglia tipo di attività illegale e non mi assumo alcuna responsabilità circa l’uso che farai delle indicazioni in oggetto.
Entrare nel Deep Web da computer

Se ti interessa capire che cosa bisogna fare per entrare nel Deep Web e se desideri effettuare questa operazione dal tuo computer il primo passo che devi compiere è quello di eseguire il download di Tor Browser, una versione modificata del browser Web Firefox e configurata in modo tale da collegarsi alla rete Tor senza che l’utente debba effettuare chissà quali particolari operazioni.

Per scaricare Tor Browser sul tuo computer clicca qui in modo tale da collegarti subito al sito Internet ufficiale del browser Web dopodiché pigia sul link xx-bit (al posto di xx trovi indicata la versione del browser che desideri scaricare) collocato accanto alla voce Italiano (it) in corrispondenza della colonna indicante il sistema operativo in uso sulla tua postazione. Puoi scaricare ed utilizzare TOR su PC Windows, su Mac e su computer Linux.



A download completato, se possiedi un PC Windows apri, facendo doppio clic su di esso, il file appena scaricato (es. torbrowser-install-5.x.x_it.exe) e, nella finestra che si apre, clicca prima su OK e poi su Sfoglia. Seleziona dunque la cartella in cui estrarre Tor Browser e premi su Installa per completare l’operazione. Se invece stai utilizzando un Mac, fai doppio clic sull’archivio appena scaricato (es. TorBrowser-5.x.x-osx32_it.dmg) e trascina l’icona di TorBrowser nella cartella Applicazioni di OS X. Avvia infine l’applicazione TorBrowser ed attendi che parta il browser.



Adesso, vai nella cartella in cui hai estratto Tor Browser, avvia il collegamento Start Tor Browser e clicca sul pulsante Connetti. Tempo qualche secondo e si aprirà la versione modificata di Firefox configurata per navigare nel Deep Web. Il resto lo puoi intuire da solo: per navigare online basta digitare un indirizzo nella barra degli URL del browser e pigiare il pulsante Invio presente sulla tastiera del computer o cliccare su un link, come quelli che trovi indicati di seguito.


Come già detto in precedenza, i siti che compongono il Deep Web non possono essere trovati mediante delle semplici ricerche in rete. Questo significa che devi avere dei punti di partenza alternativi per trovare tutte le risorse nascoste di questo mondo. Per cominciare puoi cliccare qui per dare uno sguardo a Hidden Wiki, un sito collaborativo in cui gli utenti del Deep Web postano link a siti nascosti suddivisi per genere e lingua. Puoi inoltre cliccare qui per accedere a Onion URL Repository, un sito simile a quello che ti ho già indicato, e qui per accedere a Torch, un motore di ricerca specifico per il Depp Web. Consulta questi siti e nelle loro pagine troverai sicuramente il meglio del Deep Web.


Se invece vuoi verificare come appare il tuo indirizzo IP all’esterno mentre usi Tor Browser puoi utilizzare il servizio WhatIsMyIP a cui puoi accedere cliccando qui.

Tieni inoltre presente il fatto che per entrare nel Deep Web e navigare al suo interno in maniera corretta e sicura è bene mantenere una condotta adeguata al contesto. In particolare ti invito a:

Non usare Google per effettuare ricerche. Clicca qui per accedere e usare StartPage, il motore di ricerca che ti viene proposto quando avvii Tor Browser. In alternativa, utilizza DuckDuckGo a cui puoi accedere facendo clic qui.
Non attivare mai plugin esterni come Flash Player, Silverlight o funzioni come JavaScript (sono tutte disattivate di default in Tor Browser) poiché potrebbero lasciare trapelare dei dati sulla tua reale identità.
Non installare estensioni in Tor Browser.
Non aprire i file scaricati tramite Tor Browser mentre sei ancora online.
Non usare Tor Browser per scaricare dati da Torrent o altre reti P2P.

Terminata la navigazione nel Deep Web puoi poi disconnetterti da Tor Browser e cancellare automaticamente tutte le tracce delle tue recenti attività online semplicemente chiudendo completamente la finestra del browser Web. Facile, vero?

Tieni presente che per incrementare il livello di sicurezza di Tor sarebbe bene servirsene su un sistema operativo diverso da Windows (che solitamente è preso di mira dagli “spioni”) e su un computer su cui non sono presenti dati sensibili. A questo proposito, ti segnalo l’esistenza di Tails, una distro Linux avviabile da chiavette USB e schede SD che include tutto quello che occorre per navigare in maniera anonima correndo il minor numero possibile di rischi. Per scaricare Tails puoi collegarti al suo sito Internet ufficiale accessibile cliccando qui.
Entrare nel Deep Web da smartphone e tablet

Se desideri entrare nel Deep Web ma non hai un computer a portata di mano oppure preferisci fare ciò direttamente dal tuo smartphone o tablet ho una buona notizia per te: si tratta di un’operazione possibile. Utilizzando apposite app specifiche per iOS e Android e configurandole nella maniera corretta si può infatti entrare nel Deep Web anche da mobile.


Se hai un iPhone oppure un iPad puoi entrare nel Deep Web utilizzando l’app Onion Browser. Si tratta di un browser Web open source che può essere usato senza jailbreak e che non richiede alcuna particolare configurazione per poter essere utilizzato. L’applicazione ha un prezzo pari a 0,99 euro.

Per scaricare Onion Browser sul tuo iPhone o iPad pigia quindi sull’icona di App Store presente nella home screen del dispositivo, fai tap sulla scheda Cerca collocata in basso a destra nella schermata visualizzata e poi digita onion browser nell’apposito modulo collocato in alto. Pigia poi sul pulsante Cerca presente sulla tastiera a schermo e poi sul primo risultato di ricerca visualizzato. Se desideri velocizzare l’esecuzione di questi passaggi puoi pigiare qui direttamente dal tuo iPhone o iPad.


Successivamente pigia sul pulsante indicante il prezzo dell’applicazione collocato sul lato destro, se richiesto digita la password relativa al tuo account Apple dopodiché attendi che la procedura di download e quella di installazione dell’app vengano avviate e portate a termine.

In seguito, per poter accedere al Deep Web tramite Onion Browser non dovrai far altro che pigiare sull’icona dell’app che è stata aggiunta alla home screen del tuo dispositivo. L’applicazione una volta avviata andrà a stabilire automaticamente la connessione alla rete TOR e potrai navigare nel Deep Web senza problemi.

Per interrompere la navigazione nel Deep Web ti basterà invece chiudere l’app così come fai di solito con tutte le altre applicazioni installare tuo iDevice.

Se invece è tua intenzione entrare nel Deep Web utilizzando uno smartphone o un tablet Android puoi sfruttare le app Orbot e Orfox. Trattasi, rispettivamente, del client ufficiale di Tor per Android e del browser Web pre-configurato per la navigazione anonima.


Per navigare nel Deep Web da smartphone e tablet Android la prima operazione che devi effettuare è quindi quella di scaricare entrambe le app da Google Play Store. Per scaricare Orbot puoi pigiare qui direttamente dal tuo dispositivo e fare tap sul pulsante Installa mentre per scaricare Orfox puoi fare tap qui e pigiare poi l’apposito pulsante per l’installazione.

Una volta completata la procedura di installazione di entrambe le app sul tuo dispositivo, avvia Orbot pigiando sulla sua icona che è stata aggiunta in home screen dopodiché seleziona l’utilizzo della lingua italiana nel menu per la scelta della lingua, pigia su Avanti, metti il segno di spunta accanto alla voce Ho capito e desidero continuare senza il root (se hai un dispositivo sbloccato con il root devi invece pigiare sul pulsante Richiedi accesso superuser) e concludi il wizard premendo su Avanti e poi su Fine.

Adesso che ti viene la schermata iniziale dell’applicazione tieni premuto il dito sul pulsante collocato al centro e attendi qualche istante affinché venga stabilita la connessione con la rete Tor. In seguito, seleziona l’icona del mondo in alto a destra e pigia su Check browser per cominciare a navigare con Orfox.


Dopo essere riuscito ad entrare nel Deep Web con il tuo smartphone o tablet Android così come ti ho appena indicato potrai interrompere la navigazione in qualsiasi momento semplicemente accedendo nuovamente ad Orbot, facendo tap sul pulsante collocato al centro e chiudendo l’app pigiando prima sul bottone Menu che risulta collocata in alto a destra e poi seleziona la voce Exit dal menu che si apre.

Redazione:

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