30 luglio 2018

La tragedia di Marcinelle

LA TRAGEDIA DI MARCINELLE

Minatori italiani in Belgio in cambio di carbone

“Quando arrivammo alla miniera vedemmo solo fumo. Era tutto buio, ma sapevamo che lì sotto, a mille metri di profondità, c’erano 275 minatori, nostri colleghi. Io avevo già partecipato ai soccorsi in altre sciagure, ero allenato, ma quando arrivammo lì sotto abbiamo trovato l’inferno. Non so come noi stessi siamo riusciti a salvarci”.

E’ il racconto di Silvio Di Luzio, minatore-eroe, che cercò, rischiando la vita, di portare aiuto ai suoi compagni intrappolati nella miniera. La sua è una delle testimonianze di quella maledetta giornata dell’8 agosto 1956, il giorno della strage, in cui morirono 262 minatori.

Sono le 8.15. Un incendio scoppia a 975 metri di profondità nella miniera di carbone del Bois du Cazier, nel bacino carbonifero di Charleroi, nei pressi della cittadina belga diMarcinelle.

In quel momento nelle viscere della terra lavorano 275 uomini. Un addetto ai carrelli fa risalire nel momento sbagliato un montacarichi, che sbatte contro una trave metallica che va a squarciare un cavo elettrico, una conduttura dell’olio e un tubo dell’aria compressa. Poco dopo si scatena l’inferno. L’incendio è immediato e micidiale, non lascia scampo.

Le prime vittime. Archivio Nino Di Pietrantonio

Le fiamme si sviluppano rapidamente, favorite da vecchie strutture in legno, da centinaia di litri di olio e dalle ventole di areazione.Non ci sono vie di fuga, le sicurezze obsolete. Manca la dotazione delle maschere con l’ossigeno.

Il 22 agosto, dopo giorni di ricerche, mentre una fumata nera e acre continua a uscire dalla miniera, uno dei soccorritori che torna in superficie lancia un grido di orrore: “Tutti cadaveri”. Morirono 262 persone, quasi tutti soffocati dall’ossido di carbonio, avvolti dalle fiamme.

Persero la vita 136 italiani, 95 belgi, 8 polacchi, 6 greci, 5 tedeschi, 3 algerini, 2 francesi, 3 ungheresi, un inglese, un olandese, un russo e un ucraino. Dodici i sopravvissuti.

Lo sguardo perso di Rocco Romasco, uno dei 12 sopravvissuti. Archivio Nino Di Pietrantonio

La storia di questi minatori, questa strage, ci riportano al Dopoguerra, al governo De Gasperi, a una classe dirigente che fin dal 1946 iniziò a organizzare“un’emigrazione di Stato” di lavoratori italiani.

Le piazze e i bar dei paesini, da Nord a Sud dell’Italia, furono tappezzati di manifesti rosa che incitavano a partire per le miniere del Belgio, con allettanti (e false) promesse. Accanto ai centri di emigrazione legale, si creò anche la rete dei trafficanti di migranti. Regolari o irregolari, l’importante era che fossero tanti, un esercito di operai chiamato a produrre più carbone possibile.

Molti dei nostri connazionali, dopo i primi mesi, rimpatriarono o furono arrestati per il rifiuto di sottostare alle condizioni di lavoro e abitative disumane su cui il governo belga e quello italiano si erano accordati: un flusso di almeno duemila minatori a settimana, in cambio di una fornitura di carbone all’Italia. Intanto i minatori morivano, come nella strage di Marcinelle, o per malattie come la silicosi.

Le misere baracche dei minatori, prima abitate dai prigionieri di guerra. Sullo sfondo una montagna di carbone. Archivio Nino Di Pietrantonio

Oggi, sessant’anni dopo quella strage, resta il dovere della memoria collettiva, non solo per ricostruire quei momenti storici e politici, ma per riflettere sull’oggi, perché in quella tragedia si riscoprono momenti e contesti che per molti aspetti assomigliano alle drammatiche vicende attuali dei migranti.

Toni Ricciardi è uno storico delle migrazioni. Ha scritto il libro su Marcinelle (Donzelli Editore): Quando la vita valeva meno del carbone. Ricciardi in queste ore è a Marcinelle.

Che cosa l’ha colpita di più in queste ore a Marcinelle?

“Due cose. La prima sono le lacrime degli ex minatori, dei familiari delle vittime della strage, lacrime di commozione per aver impedito che nella zona della miniera, della strage, si facesse un grande centro commerciale. C’ è invece il polo museale-luogo della Memoria, diventato patrimonio dell’Unesco”.

La seconda…

“La seconda cosa che mi ha colpito è la mancanza di polemiche, di accuse verso l’Italia e il Belgio… Eppure gli emigranti italiani di fatto furono venduti con gli accordi tra i due governi del 1946 che testualmente recitavano ‘minatori-carbone’. In sostanza i due Paesi scambiarono merci: il Belgio mise sul tavolo carbone, l’Italia le braccia”.

Quindi fu un emigrazione di Stato?

“Sì, lo fu. L’Italia mise in piedi, a partire dal 1946, il più grande sistema di esportazione di manodopera che la storia occidentale ricordi”.

Per questa operazione furono creati centri per l’emigrazione statali, ma nello stesso tempo si formò una rete di trafficanti di migranti.

“Sì, come accade con i migranti di oggi, quasi in maniera identica, anche se in un contesto ovviamente diverso. C’erano finte cooperative, intermediari pagati dalle potenti società minerarie che andavano direttamente nei comuni reclutando minatori in modo sbrigativo, senza visite mediche e controlli”.

Come giudica da storico il comportamento della classe politica dell’epoca?

“Dopo il 1948, il comportamento della classe dirigente di allora fu vergognoso. Da Fanfani a De Gasperi sino a un giovanissimo Moro vennero più volte in Belgio… Ed erano consapevoli di come venivano trattati i minatori, le condizioni in cui vivevano. Ma non fecero nulla”.

In che condizioni vivevano i migranti italiani e di altri Paesi a Marcinelle?

“Ai nostri emigranti era stato promesso che avrebbero trovato alloggi confortevoli. In realtà vennero portati in baracche di ex campi di concentramento, senza luce e con bagni uno per accampamento”.

C’era anche un certo disprezzo verso gli italiani.

“Sì, li chiamavano ‘maccaronì’, come anni dopo li chiameranno nella Svizzera tedesca e in Germania ‘mangiatori di spaghetti’. Erano etichette dispregiative. Poi dal giorno della strage di Marcinelle le cose cambiarono nell’opinione pubblica belga perché si resero conto che c’era qualcuno che, con lavori durissimi e nocivi, contribuiva al loro benessere”.

Ci furono pene severe per la strage, furono puniti i veri responsabili?

“In primo grado i cinque rinviati a giudizio furono assolti. Poi venne trovato un capro espiatorio: in secondo grado venne condannato il direttore del pozzo della miniera, ma con una pene leggera di 6 mesi di carcere che non scontò mai”.

Una vergogna.

“Sì, certamente, ma guardi che la storia si è ripetuta in modo peggiore dieci anni dopo a Mattmark in Svizzera. (Nel 1965 ci fu una strage di lavoratori. Una valanga di più di 2 milioni di metri cubi di ghiaccio seppellì 88 lavoratori. Di questi 56 erano italiani. Anche in questo caso i responsabili restarono impuniti, ndr).

Ritorniamo a Marcinelle, una miniera senza sicurezze…

“La miniera doveva essere chiusa da anni, ma non fu chiusa perché arrivò manodopera a basso costo, pronta ad accettare condizioni miserevoli di lavoro. E quindi gli interventi per la sicurezza furono procastinati. Marcinelle era un miniera con ancora le armature in legno, non esistevano porte stagne, quindi l’incidente mortale era dietro l’angolo”.

Noi italiani migranti di allora, oggi quelli di altri Paesi che vengono da noi. Il contesto è diverso, ma lei che similitudini vede, che riflessione fa?

“I raccoglitori di pomodori a due euro all’ora oggi in Italia non sono dissimili dai minatori di allora. Manodopera a basso costo che si deve accontentare di condizioni misere di lavoro”.

Quindi l’importanza della memoria…

“Sì. E’ importante la memoria, sapere cosa siamo stati, cosa abbiamo subìto, per capire l’oggi. Le migrazioni sono una costante dell’umanità. E non esiste comunità, società che si sia evoluta chiudendosi dietro a un muro, al filo spinato. Dobbiamo avere la forza di spiegare che le migrazioni sono sì anche un problema, una difficoltà, ma sono soprattutto una risorsa. E non solo in termini di crescita sociale, culturale, ma anche economica. E lo dimostra la lunga epopea della migrazione italiana nel mondo”.

Redazione:

29 luglio 2018

Come fare del male e continuare a vivere bene

Come fare del male e continuare a vivere bene

Per secoli, da Socrate a Kant, nel modo di analizzare le nostre condotte morali, abbiamo confidato in una sorta di “razionalismo” etico. Anche di fronte ai suoi giudici e agli allievi che lo assistono prima di bere la cicuta, Socrate raccomanda di non rinunciare mai alla conoscenza del bene e all’autoesame che comporta, convinto che dalla conoscenza del bene non potrà non conseguire l’impegno a perseguirlo. Così Kant, che inaugura la riflessione morale moderna, è persuaso che il ragionamento, non intralciato da interessi, inclinazioni o condizionamenti esterni, è sufficiente a obbligarci ad assumere una condotta morale. A entrambi sfugge la fitta trama psicologica che separa e lega allo stesso tempo il momento in cui ragioniamo su quali siano i nostri doveri e il momento della loro traduzione in criteri effettivi di condotta. In altri termini, trascurano che la nostra agency morale, ovvero la capacità di autoinfluenzare le nostre azioni morali, non si compone solo di un aspetto cognitivo, ma anche del repertorio di meccanismi con cui autonomamente motiviamo, regoliamo, monitoriamo, l’attuazione dei nostri pensieri morali. E il più importante di questi meccanismi è rappresentato dalle autosanzioni affettive, che inibiscono condotte nocive o inumane, consentendo di evitare i sensi di colpa, la vergogna e i rimorsi che minerebbero il nostro benessere, qualora cedessimo a quelle condotte, o, addirittura, trattenendoci dal cedere ad esse anche se abbiamo la sicurezza di non essere scoperti. È questa la premessa da cui parte l’ultima fatica del più eminente psicologo contemporaneo, Albert Bandura, insignito nel 2016 da Barack Obama con la National Medal of Science, pubblicato in Italia dalla Erickson, con il titolo: Disimpegno morale. Come facciamo del male continuando a vivere bene, a cura di Riccardo Mazzeo. La presenza di questo potere autoregolatore e autosanzionatorio nella nostra agency morale spiega, d’altra parte, la celebre massima: “è meglio patire che infliggere il male”, che Socrate formula nel Gorgia di Platone e considera ancora solo l’effetto di una scelta razionale.

Per Bandura, il soggetto che decide di infliggere il male, non sopporterebbe le reazioni autosvalutative su se stesso che ne deriverebbero: facendo del male, pur traendone vantaggi immediati o apparenti, vivrebbe male, in conflitto con se stesso. Certo, è quella capacità di farsi due-in-uno, nell’intimo dialogo del pensiero, di cui Hannah Arendt parlò in un ciclo di lezioni agli studenti di New York e Chicago, tra il 1964 e il 1965, riflettendo proprio sulla morale socratica. Ma siamo sicuri che il malfattore o il criminale è colui che perde questa capacità? In altre parole, è possibile fare del male, compiere azioni nocive, e, tuttavia, continuare a vivere in pace con se stessi? Bandura risponde affermativamente e, in questo libro teoricamente robusto e ricco di case analysis, s’incarica di spiegare il come e il perché avviene, in modo dettagliato, in vari ambiti dell’attività umana oggi importanti anche per i riflessi sulla qualità e il futuro della vita collettiva, integrando, così, la tradizione filosofico-morale con la prospettiva empirica e complessa della psicologia e della teoria sociocognitiva.

I sistemi di controllo legali e sociali sono un disincentivo a compiere azioni crudeli, inumane, immorali, ma sono un deterrente insufficiente, anche nel contesto del terribile Leviatano hobbesiano che usa la leva della paura per mantenere l’ordine. Abbiamo visto che le persone si astengono dal compiere quelle azioni soprattutto perché autoregolano il passaggio dal ragionamento morale all’azione basandosi sulle autosanzioni morali, che funzionano come una censura interna rispetto a propositi incompatibili con i principi morali. Sia le persone “cattive” sia le persone “buone”, ci ricorda Bandura, hanno, infatti, bisogno di vivere in pace con se stesse, con le scelte fatte, e di valutare positivamente il proprio comportamento. Quindi, per adottare condotte lesive o nocive, senza conseguenze negative per la propria autostima, le persone (ma anche le organizzazioni, i gruppi, le imprese) si disimpegnano da una condotta morale disattivando il meccanismo delle autosanzioni. E lo fanno selettivamente e parzialmente.  Come Amon Göth, il comandante nazista di un campo di concentramento, che, mentre detta una lettera amorevole e compassionevole per il padre malato, estrae la pistola e fredda un prigioniero che gli sembra profondere poca energia nel lavoro. I principi morali trasgrediti non sono messi in discussione, ma la responsabilità è alleggerita o rigettata, il senso di colpa è attutito o scomparso, l’immagine positiva di sé è conservata e scattano vere e proprie autoassoluzioni. Il che spiega come il fenomeno di atti crudeli, illeciti, dannosi, possa essere  pervasivo ed endemico e come sia necessario volta per volta smascherarlo. Bandura esamina le strategie di disimpegno che si mettono in atto in quegli ambiti (la valenza del comportamento; gli effetti dell’azione commessa; l’assunzione di responsabilità o agency; la considerazione della vittima), in cui di norma dovrebbe funzionare l’autoregolazione morale, rendendo cogente l’esecuzione dei principi morali accettati. E la casistica è molto ampia. 

Si possono “nobilitare” azioni crudeli, deleterie, in funzione di scopi superiori e onorevoli o di una causa giusta: è la salvezza della nazione di Israele che spinge Amir ad assassinare il premier Rabin, che ne sarebbe invece il traditore e i terroristi islamici compiono martirio e massacri perché ordinati da Dio. Si può giustificare un’azione disumana in confronto a un’altra subita e ritenuta più disumana, operando una sorta di assoluzione comparativa. Si può perpetrare il male spostandone la responsabilità in capo ad altri, alle autorità gerarchicamente superiori o distanti che hanno dato gli ordini, evitando così l’autocondanna, così come queste autorità, nei gradi più elevati, fanno in modo di non essere informate sul decorso completo delle operazioni autorizzate e sugli attori coinvolti. Si possono, inoltre, minimizzare o distorcere gli effetti dannosi delle azioni commesse, soprattutto se questi sono lontani o non visibili. Peggio ancora, si può attribuire la colpa del maltrattamento alla vittima stessa o deumanizzare la vittima. Bandura passa, poi, accuratamente in rassegna i settori o i fenomeni sociali in cui più frequentemente oggi si riscontra il ricorso a strategie di disimpegno morale, con conseguenze più o meno gravi: l’industria dell’intrattenimento e delle armi; l’amministrazione della giustizia penale; il mondo della produzione di beni di consumo nocivi alla salute o delle speculazioni finanziarie; il terrorismo e la lotta al terrorismo; l’impatto ambientale delle attività economiche. Un’indagine scientifica dei meccanismi con cui la moralità viene sospesa o estromessa da condotte e atti deprecabili e nefasti è utile per spiegarli, non certo per giustificarli, precisa Bandura. Anzi, serve a rendere tutti più consapevoli, opinione pubblica e decision makers, soprattutto di fronte alle strategie autoassolutorie addotte per legittimare azioni e comportamenti, individuali, commerciali o politici, che, secondo lo psicologo americano, compromettono i tre rimedi fondamentali per evitare, a suo dire, il collasso del pianeta e della specie umana: rallentare il tasso di crescita della popolazione globale, sostituire nella produzione energetica i combustibili fossili con le energie alternative, frenare l’eccessivo consumo.

Rimedi su cui si registrano progressi, oscillazioni e ritardi, allo stesso tempo. Ma, quel che conforta delle teorie e delle ricerche di Albert Bandura sull’agencyumana è la conferma della presenza di un autocontrollo morale, a prescindere dalle costrizioni giuridiche e sociali, che conduce gli esseri umani sempre a valutare gli effetti sugli altri delle proprie azioni e a giudicarsi in base agli effetti della propria condotta. Con buona pace di Nietzsche e di tutte le “genealogie” che hanno cercato di risalire ad una originaria e probabile valutazione extramorale dei nostri comportamenti, in termini di forza o vitalità, ci è impossibile vivere “al di là del bene e del male” e senza dare un valore morale alle nostre condotte. Tanto che per agire in modo immorale e irresponsabile e vivere senza conflitti interiori, dobbiamo annullare o quantomeno indebolire il potere regolativo delle autosanzioni morali, che normalmente inibiscono o censurano quel modo di agire. Insomma, possiamo essere irresponsabili e felici, però, invero, mai fino in fondo o totalmente o irreversibilmente. Possiamo ancora sperare, allora, nella capacità di autodeterminazione morale di questo strano animale chiamato uomo.  

Redazione:

Baby pensioni

Pensioni, compie 40 anni il decreto che fece nascere le babypensioni (e che ci costa ancora oggi lo 0,4% di Pil)

Ancora non si chiamava decreto omnibus o milleproroghe, ma la sostanza era già chiara: a fine anno, tra Natale e Capodanno, un provvedimento ad hoc interveniva a far felice alcune mirate categorie di italiani. E in questo marketing politico la Prima Repubblica era maestra. Esattamente quarant'anni fa, in questi giorni, si metteva a punto uno dei provvedimenti che solo con il tempo diventò tra i più contestati, indicatore di come la politica sia capace di viaggiare in direzione opposta rispetto all'interesse collettivo.

Era il 29 dicembre 1973 quando il governo di Mariano Rumor inaugurò la controversa stagione delle baby pensioni, con un Dpr (decreto del presidente della Repubblica, all'epoca Giovanni Leone) destinato ai dipendenti pubblici che avessero lavorato per 14 anni, sei mesi e un giorno, se donne sposate e con figli; meno generose (si fa per dire) le condizioni per gli altri, ossia 20 anni per gli altri statali, 25 anni per i dipendenti degli enti locali (in epoca pre-federalismo, ancora pochi).

Andarono in pensione poco più che trentenni che avevano iniziato presto a lavorare, incassando oltre al denaro, quello che divenne un totem del sistema della contrattazione italiana: il diritto acquisito. Un "diritto" sancito da una norma legislativa, com'è d'uso, la cui copertura viene però data in carico alle generazioni future. Quanto? Secondo alcune stime si tratta di circa 7,5 miliardi di euro l'anno – una volta e mezzi l'Imu sulla prima casa -, destinati a un plotone di babypensionati. Quanti? In totale circa 400mila persone. I calcoli li ha fatti tempo fa la Confartigianato: in 17mila hanno smesso di lavorare a 35 anni di età mentre altri 78mila sono andati in pensione tra i 35 e 39 anni. E visto che la loro aspettativa di vita stimata è di circa 85 anni, i baby pensionati incassano durante la loro vita almeno il triplo di quanto hanno versato durante la loro attività lavorativa.

L'idea di varare questo provvedimento nacque alla vigilia delle elezioni amministrative in cui la Democrazia Cristiana, il partito di Rumor, fece il pieno di voti. Il 1973 era stato l'anno dello Yom Kippur, del Watergate e della crisi petrolifera e l'Austerity che proprio Rumor, il 2 dicembre precedente, aveva imposto con domeniche a piedi e tv spenta alle 22,45, per contrastare la carenza di energia. Eventi tutti entrati nei libri di storia ed usciti dalla cronaca e dalla contabilità. A differenza che in Italia, dove le baby pensioni sono contabilizzate come liabilities, uscite previste cioè, al pari delle pensioni minime e delle pensioni d'oro. Con tutto ciò che ne segue in termini di equità, per chi le pensioni percepisce e per chi le incassa.

E poi c'è l'effetto prodotto in modo indiretto dalle baby pensioni: ne hanno beneficiato le donne che sono uscite dal mondo del lavoro sottraendo il loro contributo all'economia reale, in termini di cultura e competenza, riducendo la domanda di servizi per la famiglia (asili nido, in primis), riducendo così la creazione di nuovi posti ldi lavoro che all'epoca erano meno "costosi" (vedi alla voce cuneo fiscale) di oggi ; e quindi innalzando il tasso di tutela finanziaria del pubblico sul singolo, hanno ridotto la forza di intrapresa dei singoli nel tessuto sociale. Il che, insieme alle svalutazioni competitive e all'evasione fiscale, ha posto le basi del declino economico italiano di questi anni.

Franco Marini, all'epoca appena entrato nella segreteria Cisl, ricordava tempo fa al Messaggero: "Sì, è vero che non c'era nella classe politica né nel corpo della stato di allora una grande consapevolezza di quello che sarebbe accaduto, dell'impatto che l'allargamento del welfare avrebbe avuto sui conti pubblici. Però il provvedimento sulle baby-pensioni causò sin da subito una forma di imbarazzo anche nel sindacato che a quel tempo aveva un fortissimo potere contrattuale nei confronti della politica. Era una norma squilibrata. Ci fu disagio nei confronti dei lavoratori privati che erano esclusi da quel trattamento. Anche se qualcuno riteneva che il baby-pensionamento compensasse il fatto che i dipendenti del privato avessero avuto fino a quel momento salari molto più alti".

A poco è servita la retromarcia decisa meno di dieci anno dopo il decreto Rumor, quando a Tangentopoli esplosa, un altro provvedimento omnibus di fine anno, il decreto legislativo 503 del 30/12/1992 ("Norme per il riordinamento del sistema previdenziale dei lavoratori privati e pubblici, a norma dell'articolo 3 della legge 23 ottobre 1992, n. 421"), corse a cancellare la possibilità di smettere di lavorare e incassare una pensione ancora nel fiore degli anni (gli stessi, all'incirca, in cui i precari di oggi provano riescono nelle migliori delle ipotesi a entrare nel mondo del lavoro). Restò il conto da pagare: un esborso per la previdenza pubblica pari a circa lo 0,4% del Pil nazionale l'anno.

Redazione:

Inps al collasso nel 2030

Nel 2030 il sistema pensionistico italiano potrebbe implodere. È uno scenario realistico, secondo le proiezioni che La Stampa ha analizzato assieme a diversi esperti, incrociando previsioni demografiche e studi sulla spesa previdenziale. Il 2030 non è una data a caso: è l’anno in cui andranno in pensione i figli del baby boom, cioè i nati nel meraviglioso biennio 1964-65, quando l’Italia nel pieno miracolo economico partorì oltre un milione di bambini. Quei bambini, al compimento dei 66-67 anni, busseranno alla porta dell’Inps. Un picco di richieste che si tradurrà in uno choc, soprattutto se la crescita economica rimarrà modesta. Il periodo più critico arriva fino al 2035. Poi, se le casse dell’Inps reggeranno, anno dopo anno la situazione dovrebbe migliorare per stabilizzarsi tra il 2048 e il 2060.   

Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, fa professione di ottimismo e snocciola diagrammi che non vedono schizzare all’insù la spesa pensionistica in rapporto al Pil. Una risalita ci sarà, dopo anni di curva verso il basso, esattamente attorno al 2030. All’Inps, infatti, ammettono che «qualche problema potrebbe esserci fino al 2032, quando il sistema sarà tutto contributivo». Una fotografia che alimenta l’ansia se si pensa che è tra pochi anni e che stiamo ragionando in un sistema che è stato già stravolto dalla tanto detestata legge Fornero del 2011. Adesso che di pensioni si è tornato a parlare quotidianamente, con varie ipotesi di modifica per alleggerire la Fornero, c’è chi alza gli scudi e anzi dice che quella legge potrebbe non bastare. 

Raffaele Marmo, collaboratore di Maurizio Sacconi e della stessa Fornero al ministero del Welfare, poi inventore della start up Miowelfare.it, racconta l’urgenza in cui maturò quella riforma e avverte: «Con la disoccupazione che abbiamo e la mancata crescita economica, in un’Italia sempre più anziana, l’Inps rischia di saltare entro 15 anni». Marmo è poco convinto anche delle previsioni di Boeri che sono alla base della Busta arancione, il prospetto che consente ai lavoratori di calcolare la pensione futura: «L’Inps presuppone il canonico 1,5% di crescita del Pil, ma chi l’ha detto che sarà così?». Nel 2015 l’Italia è rimasta inchiodata allo 0,8%, le recenti stime sul 2016 sono all’1,2% e il 2030, in un certo senso, è dopodomani. Servirebbe un nuovo miracolo. 

IL PROBLEMA DEMOGRAFICO  

Gian Carlo Blangiardo è ordinario di Demografia all’Università Bicocca di Milano. Ha appena rielaborato i dati Istat in uno scenario che svela un processo di invecchiamento inarrestabilecon tutte le conseguenze che questo comporta sulla spesa previdenziale e le inevitabili ricadute sulle nuove generazioni. «Il rapporto tra la popolazione attiva (20-65 anni) e i pensionati si raddoppierà nel giro di una generazione. La percentuale di pensionati rispetto ai lavoratori passerà dal 37% di oggi al 65% nel 2040 (da 1 su 3 a 2 su 3)».  

Questo significa: il doppio del carico previdenziale. A parità di condizioni, in pratica, servirebbe raddoppiare la produttività. I 16 milioni di pensionati di oggi aumenteranno fino a 20 milioni, in meno di 25 anni. «Tra i nuovi pensionati e chi muore, cioè tra chi entra e chi esce dal sistema previdenziale, c’è uno sbilancio che oggi è nell’ordine delle 150 mila unità. Nel 2030 salirà a 300 mila e resterà tale fino a circa il 2038». Poi comincerà a scendere il numero dei nuovi pensionati e ad aumentare quello dei morti. Magicamente, attorno al 2048, i due gruppi si equivarranno, finché, da lì a poco, non avverrà il sorpasso. La spiegazione è semplice. Dopo gli anni del boom demografico del 1964-65, l’Italia ha fatto sempre meno figli e nel 2015 ha toccato il nuovo minimo storico dall’Unità: 488 mila nati. Sono i pensionati del futuro, la metà di quelli che ci andranno tra 14 anni. 

Il problema della sostenibilità delle pensioni si potrebbe risolvere demograficamente: «Sì - spiega Blangiardo - sempre che prima del 2050 l’Inps non scoppi». Una catastrofe nella quale l’Italia sarebbe già sprofondata se, come dice la Corte dei Conti, non ci fossero state le riforme dal 2007 al 2011: la spesa per le pensioni sarebbe stata superiore di ben 2 punti di Pil, cioè 30 miliardi di euro l’anno per altri 15 anni. 

Le statistiche però devono anche fare i conti con la vita quotidiana e le sempre minori certezze di chi in pensione andrà nel 2030, come Sergio Bucciarelli, baby boomer, oggi 51enne, impiegato a Fabriano in una ditta di cappe aspiranti. «Lavoro ininterrottamente dal marzo 1989 e guadagno 2 mila euro al mese - racconta -. La mia pensione sarà il 60% dello stipendio quindi da vecchio stringerò la cinghia. Non potrò aiutare i miei figli e se avrò problemi di salute non potrò curarmi al meglio». Già oggi, secondo l’Inps il 63% degli assegni è fermo sotto i 750 euro al mese. 

ANSA

Sui numeri complessivi del sistema, che è ancora misto (retributivo e contributivo), e sulla sua tenuta ci sono letture divergenti. Chi, come gli artigiani di Mestre (Cgia) dice che nonostante gli sforzi la spesa pensionistica è sfuggita alla spending review ed è salita solo nell’ultimo anno di 3,1 miliardi. E chi propone invece di allentare le rigidità della Fornero attraverso varie ricette. Per esempio, la flessibilità in uscita: è il cuore di due proposte, una di Boeri, l’altra del presidente della commissione Lavoro alla Camera, Cesare Damiano, Pd, ex ministro autore della riforma del 2007. La prima prevede fino al 9% di decurtazione e un’uscita dal lavoro dai 63 anni e 7 mesi in poi con disincentivi. Applicandosi solo alla quota retributiva, se quest’ultima scende la penalizzazione è minore (4,5%). Per le coperture, Boeri ha pensato a un contributo di solidarietà sulle pensioni più alte. Damiano, invece, propone di uscire anche un anno prima (62 anni e 7 mesi) con un taglio del 2% l’anno fino a un massimo dell’8%.  

Entrambe le soluzioni si basano sul presupposto che i costi a breve saranno compensati dai risparmi futuri. Ma nessuna delle due convince Giuliano Cazzola, economista, tra i massimi esperti di previdenza, strenuo difensore della Fornero: «Ci vorrebbero 50 anni per ammortizzare queste operazioni. Non peggiorerei le cose e comincerei a pensare ai giovani e agli occupati, che sono la classe contributiva, purtroppo ancora debole, del futuro». 

Il conflitto tra generazioni è già in corso. Se n’è accorto Ivan Pedretti, segretario generale dei 3 milioni di pensionati della Spi-Cgil che di fronte all’inevitabilità della Fornero è convinto che la soluzione non sia la sua totale abrogazione, ma correttivi precisi. Come sui lavori usuranti e ancor di più sui requisiti anagrafici agganciati alla speranza di vita: «Se il contributivo nasce con la logica del “prendo quanto verso”, non spetta allo Stato decidere quando mandare in pensione il lavoratore. Permettete che lo decida lui?». In effetti è un paradosso. Però Pedretti fa anche mea culpa: «Anche noi abbiamo permesso una transizione troppo lungo dal retributivo al contributivo». Il tabù Fornero deve essere affrontato senza ideologismi. Anche secondo Cazzola è necessaria una rivalutazione dei requisiti anagrafici legati all’aspettativa di vita. «Altrimenti, si arriverà a 45 anni di contributi». L’Italia è già in cima alla classifica Ue delle soglie stabilite per la pensione, però è di ben 5 anni sotto la media europea per la permanenza sul mercato del lavoro (10 in meno rispetto all’Olanda). Un divario che per le donne è inequivocabile: la durata media è sotto i 25,5 anni.  

ANSA

Il Paese sconta una storia nota, di privilegi e pensioni usate come arma politica, che ancora pesa sui conti e trasferisce sui più giovani un carico insopportabile. «Sì, ma bisogna stare attenti - continua Cazzola - siamo l’unico Paese che usa il sistema pensionistico per fare politiche occupazionali». Il riferimento è a uno studio di Boeri presentato alla Bocconi a gennaio che lega la riduzione delle assunzioni al forte aumento dell’età pensionabile imposto dalla Fornero. «Se la quota di posti bloccati è al 5% - sostiene Boeri - il tasso di assunzioni scende al 6%». E così via. In una situazione di crisi economica, la convinzione del presidente dell’Inps è che il turnover potrà far crescere occupazione e produttività.  

FISCO E IMMIGRATI  

Una delle proposte alternative che si sta facendo largo ribalta l’impostazione sulle pensioni. Da un sistema previdenziale a uno più assistenziale finanziato in parte dalla fiscalità generale. In commissione Lavoro alla Camera giace una proposta di legge a firma Marialuisa Gnecchi (Pd) che prevede una pensione di base di 442 euro, a cui si aggiunge quella maturata dal lavoratore con il contributivo. Sarebbe un salto culturale verso un sistema che tiene conto del mercato del lavoro di oggi e di domani. È uno sforzo che chiedono anche i fiscalisti italiani. Tra loro, Raffaello Lupi, docente di diritto Tributario: «Bisogna inventarsi un nuovo welfare. La gestione della terza età si deve trasformare in una delle tante funzioni pubbliche, come sanità e istruzione». 

Gli over 95 passeranno dai 150 mila di oggi a quasi 1,3 milioni del 2063. Alla flessibilità in uscita vanno affiancate formule di pensionamento attivo. Il demografo Blangiardo ha calcolato che se fossero valorizzate le persone tra i 65 e i 75 anni, con un attività light capace di essere monetizzata in 5 mila euro l’anno di media, avremmo tra il 2016 e il 2020 33 miliardi di euro in più ogni anno, tra il 2021 e il 2040, 40 miliardi. C’è chi guarda con speranza anche a chi arriva da fuori. È il fattore immigrazione che spacca l’opinione pubblica e anche gli studiosi. È un’ancora di salvezza o un’ulteriore zavorra? Blangiardo lo chiama «invecchiamento importato» convinto che i giovani immigrati diano solo una boccata di ossigeno ai conti dell’Inps con i loro contributi, ma che non siano una soluzione definitiva al calo della popolazione attiva, «perché anche loro invecchieranno e riceveranno in cambio la pensione». 

Boeri invece sostiene che il loro aiuto sia determinante. In futuro, quando varrà solo il sistema contributivo, il riequilibrio coinvolgerà anche gli stranieri che prenderanno quanto versato. Intanto, l’Inps calcola che il 21% degli immigrati già in pensione secondo le regole italiane, e che in gran parte tornato nei Paesi d’origine, non ha ricevuto gli assegni previdenziali. Un tesoretto di contributi lasciati all’Italia di 16 miliardi di euro. In vista del 2030, non si butta via nulla. 

Redazione:

Facebook Seguimi