22 giugno 2018

Pilecki, ecco chi è l’eroe di Auschwitz che vogliono cancellare dalla storia


Pilecki, l’eroe che entrò volontario ad Auschwitz e fuggì per raccontarlo al mondo– Marcin Zyteca

Le sofferenze del campo di concentramento furono per lui inferiori alle torture alle quali venne sottoposto nella Polonia staliniana

La figura di Witold Pilecki, 70 anni dopo la sua morte in un carcere di Varsavia (Polonia), affascina oggi gli storici, i criminologi e molti altri, che segnalano come la ricerca del cadavere di questo ufficiale polacco, iniziata solo pochi anni fa, mostra che i servizi di sicurezza della Repubblica Popolare Polacca cercarono con successo di eliminare il suo ricordo.

Le tracce di Pilecki si sono perse a Varsavia nel 1948. Dopo la sua esecuzione, il suo nome venne praticamente cancellato dai registri storici e dalla coscienza dell’opinione pubblica.


Venne “dimenticato” a tal punto che trent’anni dopo gli stessi funzionari della censura del regime, che controllavano i mezzi di comunicazione durante il periodo comunista, non sapevano chi fosse.

Inconsciamente permisero la pubblicazione di un testo sull’ufficiale polacco, scritto in Gran Bretagna.

Chi era Witold Pilecki? Nel 1979, più di trent’anni dopo la sua morte, sul quotidiano di Varsavia Kurier Polski apparve una recensione del libro Six Faces of Courage, dello storico Michael Foot, che descriveva sei persone che con il loro eroismo straordinario avevano lasciato una traccia nella storia della resistenza antihitleriana in Europa.

Pilecki era tra loro. Gli articoli successivi sul capitano apparvero sulla stampa polacca qualche mese dopo.

Lentamente si iniziava a ricordare l’ufficiale della cavalleria polacca, nato nel 1901, che difese il suo Paese lottando sia contro le truppe sovietiche, quando era appena un adolescente, che durante l’invasione della Polonia da parte della Germania di Hitler nel 1939.

Nel periodo tra le due guerre, Witold Pilecki non svolse attività militare, dedicandosi alla scienza – studiava presso la Facoltà di Agricoltura dell’Università di Poznań e la Facoltà di Belle Arti dell’Università di Vilna –, dipingendo quadri, dirigendo una fattoria e aiutando la moglie ad allevare i figli.

Tornò nell’esercito con la politica di espansione del Terzo Reich guidato da Adolf Hitler, che si intensificò alla frontiera occidentale della Polonia.

La guerra era imminente e il vicino di Pilecki, il maresciallo polacco Edward Rydz-Smigly, propose al capitano di tornare alle strutture difensive del Paese. Pilecki accettò.

Volontario ad Auschwitz. Una volta sconfitta la Polonia, dopo aver subìto successivamente le invasioni della Germania nazista e dell’Unione Sovietica, Witold Pilecki guidò come comandante un plotone nella cavalleria della divisione ed entrò nel movimento della resistenza.


Dal sud del Paese riuscì ad arrivare a Varsavia, dove iniziò a creare le strutture dello Stato clandestino polacco in un’organizzazione chiamata Esercito Segreto della Polonia (TAP).

Quando, a metà del 1940, tre funzionari del TAP furono tra le prime persone ad essere portate ad Auschwitz, campo creato da poco dai tedeschi, Pilecki e i suoi compagni iniziarono l’osservazione del nuovo campo di concentramento dal quale nessuno tornava.

Durante uno degli incontri decisero di inviarvi qualcuno perché si unisse ai colleghi reclusi, raccogliesse informazioni di intelligence sul funzionamento del campo e organizzasse dall’interno un movimento di resistenza.

Progettavano di liberare i prigionieri, stabilendo un piano di fuga o realizzando un’azione armata.

Pilecki, quando accettò di fare il volontario, non sapeva molto delle condizioni di Auschwitz.

Si sapeva solo che la struttura era in funzione da appena tre mesi e serviva per rinchiudere soprattutto prigionieri politici e membri del movimento di resistenza polacco.

Nella Polonia occupata dalla Germania nazista non mancavano le opportunità per essere spediti nei campi di concentramento, e Pilecki doveva andare direttamente ad Auschwitz.

Con quel proposito si espose all’arresto durante una delle azioni che i nazisti mettevano in atto per le vie di Varsavia per fare prigionieri che servissero da manodopera schiava.


Dopo la cattura, Pilecki venne considerato politicamente pericoloso e inviato al campo.

Con il numero 4859 e un nome falso, Tomasz Serafinski, riuscì a entrare il 22 settembre 1940 nella lista di prigionieri di Auschwitz.

Poco dopo il suo arrivo iniziò a creare una rete di cospirazione chiamata Unione delle Organizzazioni Militari (ZOW), alla quale si unirono, tra gli altri, il famoso saltatore con gli sci Bronislaw Czech e lo scultore Xavery Dunikowski.

La struttura servì a mantenere il morale, scambiare informazioni esterne al campo, acquisire cibo e abiti per distribuirli segretamente e soprattutto preparare le proprie truppe nel caso di un possibile attacco dall’esterno da parte delle unità di guerriglia.

Nemico della Nazione. Pilecki trascorse 947 giorni ad Auschwitz, vivendo, osservando e analizzando il funzionamento del campo.

Dopo essere fuggito con due compagni, scrisse, insieme ai rapporti di Jan Karski, il primo resoconto sull’attività della “fabbrica della morte”.

Lì identificò i suoi punti deboli, visto che come affermò “potrei abbandonare il campo quando voglio”.

Anche se si ammalò varie volte e perse molti denti, credeva che i nazisti fossero stati relativamente “delicati” con lui.

Alla fine dell’aprile 1943, decise di avere una conoscenza adeguata del campo per annotarla e consegnarla agli Alleati.

Credeva che grazie alla sua fuga e ai rapporti avrebbe potuto convincerli ad attaccare Auschwitz, dove grazie a lui esisteva un movimento di resistenza composto da circa 800 persone.

Le speranze risultarono vane, e i leader del movimento di resistenza, senza sostegno esterno, considerarono l’attacco a un campo fortemente militarizzato un progetto poco realistico e pericoloso.


Quando si avvicinava al fronte orientale, Pilecki decise di tornare nella capitale, dove partecipò alla sollevazione di Varsavia. Durante la rivolta diresse uno dei comandi.

Alla fine della guerra venne arrestato e deportato nel campo di concentramento di Murnau, in Baviera.

Una volta tornato in libertà ebbe l’opportunità di rimanere nell’Europa Occidentale, come molti prigionieri nelle sue condizioni, per il rischio di essere perseguitato dai comunisti, le nuove autorità della Polonia.

Pilecki, però, tornò nel suo Paese e subì la persecuzione contro le persone associate all’esercito prima della guerra e alle strutture statali del passato.

Col rafforzamento dei comunisti al potere era in grave pericolo. Rimase a Varsavia insieme alla sua famiglia, visto che la moglie rifiutò categoricamente di fuggire in Italia con i due figli separandosi da lui.

Nel 1946 il capitano venne arrestato dai servizi segreti comunisti in casa di alcuni amici e venne sottoposto a un’indagine brutale.

Come confessò in una delle sue ultime conversazioni con la moglie, “Auschwitz era un gioco” rispetto alle torture a cui fu sottoposto nella prigione staliniana.

Durante il suo processo pubblico e fraudolento, Pilecki venne accusato di tradimento dello Stato e di tentativo di assassinio di rappresentanti delle autorità della Repubblica Popolare Polacca, accusa che respinse.

La condanna a morte stabilita dal tribunale venne eseguita nella prigione di Varsavia, a Mokotów, il 25 maggio 1948, quando venne giustiziato con un colpo di pistola alla testa.

Le tracce di Pilecki si sono perse per quasi trent’anni, ma con la democratizzazione del Paese si è potuta recuperare gradualmente la memoria del capitano polacco.

Sono stati anche portati davanti alla giustizia i procuratori e i giudici che lo hanno condannato, tra i quali il procuratore militare e tenente colonnello Czeslaw Lapinski, morto due anni dopo l’apertura del processo, iniziato nel 2002 nel tentativo di promuovere la giustizia storica.

Paradossalmente, il persecutore del capitano è morto di cancro al Centro Oncologico di Varsavia, situato in via… Witold Pilecki.

Anche se ci sono sempre più luoghi dedicati all’ufficiale polacco, l’équipe di storici, archeologi e ricercatori non è ancora riuscita a trovare i resti del “volontario di Auschwitz”. Fonte Aleteia

Usa e Ue vorrebbero una nuova “mani pulite” per colpire Italia?


Usa e Ue vorrebbero una nuova “mani pulite” per colpire Italia?

Dagli USA ALL’UE, e se tentassero di organizzare una nuova Mani Pulite? – di Gianfranco La grassa

La sensazione è questa. Ne abbiamo parlato tante volte, ma ricordiamo ancora. La corruzione (che a volte è qualcosa di differente, ne riparleremo in altra occasione) è fenomeno non solo italiano; è notorio che almeno in Giappone è stata scoperta come anche più intensa ed estesa che da noi.

Figuriamoci negli Usa; e in tutta Europa. Nella prima Repubblica – come esplicitato in un famoso interrogatorio in cui Craxi rispose con molta determinazione a Di Pietro – era notorio da sempre che esistevano fenomeni di corruzione.


E perfino io, nel mio piccolo, ne sapevo un po’; non per mia partecipazione ad essa, precisiamo per i malpensanti.

Già dalla fine degli anni ’60, inizio ’70, quello che ancora si denominava PCI (e diventò di “sinistra”, mentre prima i comunisti erano tutt’altra cosa rispetto a destra e sinistra, come già raccontato) iniziò il suo passaggio di campo verso l’atlantismo, cioè gli Stati Uniti.

Un tipo come Moro, che aveva documenti un po’ compromettenti (e quindi passibili di essere usati con fini di “controllo” del “compromesso storico” in pieno svolgimento), fu reso “inoffensivo” (e infatti si sa che molti suoi documenti mancano all’appello).

Comunque, la magistratura non si mosse mai contro la corruzione. Ad un certo punto crollò il campo europeo detto “socialista” (1989) e si dissolse l’Urss (1991).

Venne dunque il momento di cambiare il regime della prima Repubblica, sempre stato fedele all’atlantismo (Usa e ovviamente Nato), ma con qualche manifestazione d’autonomia evidentemente non sempre ben sopportata dagli Stati Uniti.

Inoltre, già dal ’62 (incidente/assassinio di Mattei) era iniziata la controffensiva dei nostri “cotonieri” contro l’industria pubblica, che si era espansa dall’IRI fascista alla Finmeccanica (1948), all’Eni (1953), all’Enel (1962), ecc.

Si trattava però di accelerare il processo di indebolimento della stessa. E venne dato il via libera alla liquidazione del regime in oggetto per sostituirlo con uno più consono alla nuova epoca politica che si apriva con la fine del sistema bipolare.

Il Pci cambiò infine nome (prese quello di Pds, che poi mutò ancora) e si spostò senza più decenza verso gli Usa e quella Europa (non ancora UE, ma non differente), i cui padri fondatori erano stati finanziati dalla CIA (come scoperto dal ricercatore americano Joshua Paul nel 2000).

Era comunque impossibile (anche perché un Pci così “cangiante” non poteva godere di troppo consenso elettorale) ottenere un rapido successo. Si mise dunque in piedi l’operazione giudiziaria, assai più svelta.

I già noti fenomeni di corruzione vennero “scoperti” e perseguiti; alla magistratura si aprì il semaforo verde.

Ma non per tutti. Furono ostacolate le indagini sugli ex piciisti (i pidiessini) e “ sinistra ” Dc.

Qualche indagine, certo, per non sembrare poco obiettivi, ma furono distrutte con ben altra energia le correnti diccì principali e il Psi (salvo qualche “ruota di scorta” minore, di cui inutile fare nomi, ben noti).

Si ebbe così il nuovo “fiammante” regime, molto più servizievole rispetto agli Usa e alla Nato (e ai nostri “cotonieri”).

Malgrado si raccontassero balle circa il massiccio appoggio della popolazione all’operazione giudiziaria, quando si arrivò alle elezioni del ’94 si vide che la gran parte dell’elettorato diccì e socialista era invece disgustato e incazzato per come erano stati fatti fuori coloro che esso aveva sempre votato.

Quest’elettorato si riversò su Berlusconi. E allora si dovettero intraprendere nuove manovre giudiziarie (con l’appoggio di un presidente della Repubblica).

Comunque, anche in quel caso, il successo fu parziale (pur se consentì agli Usa di avere un governo molto “accomodante” durante l’aggressione alla Serbia del ’99).

Da allora però, e fino al cedimento berlusconiano a Obama (Deauville, marzo 2011, quando era già iniziata l’infame “primavera araba” e l’aggressione e massacro della Libia di Gheddafi, inizio del fenomeno immigratorio ben noto e che crea oggi difficoltà crescenti nella UE), si ebbero fenomeni non del tutto graditi agli Stati Uniti (e, ribadisco, ai nostri “cotonieri”).

Negli ultimi due anni si sono verificati alcuni fenomeni disgregativi di questo fronte reazionario che aveva il suo fulcro negli Usa di Obama, nella UE di Merkel e Macron (che vince le elezioni francesi prendendosi tutto il potere con appena un quarto dei voti), nell’Italia dei piddini che, con Renzi, hanno operato una nuova svolta ancora più filo-Usa e filo-cotonieri.

Negli Usa vince Trump. Tutto l’establishment americano (e la stampa, il culturame statunitense ed europeo, gli ambienti del cinema e spettacolo, tutti i “quartieri alti” insomma) gli si mettono contro.

Ma quello procede a zig zag (e finge anche di liquidare l’uomo più preparato che ha, Bannon, il quale però è in giro a tentare di organizzare il “giro di boa”).

Le “sinistre” (vero fulcro della più bieca reazione, mascherata dalla ridicola difesa dei diritti civili, con la canea sulle molestie sessuali e l’ossessione del protagonismo omosex) sono in dissesto in tutta Europa.

I partiti socialisti francese e tedesco crollano. La Csu (in fondo la versione democristiana bavarese, alleata della Cdu) entra in attrito netto con la Merkel sulla questione dell’immigrazione.

In Austria vince il partito di sempre, ma con una netta svolta detta di “destra” (secondo i vecchi canoni definitori).

Si forma il gruppo dei paesi di Visegrad; e in Ungheria un altro “destro”, Orban, stravince (e con una partecipazione elettorale sul 70%, molto alta di questi tempi).

Infine, avviene una svolta (abbastanza intorcolata e “sofferta”) anche in Italia. Tutta la stampa, la TV, il solito indegno intellettuame erede (ma in peggio) dei sessantottardi, insorgono, svolgono una campagna forsennata contro.

Tuttavia, i sondaggi non sono favorevoli al vecchio servitorame piddino (e per molti lati anche forzaitaliota). Aspettare che magari questo governo si incarti e fallisca (ma poi fallirà sul serio?) sembra molto pericoloso per il vecchio establishment europeo, legato a quello americano che appoggiava Hillary Clinton.

Figuriamoci per quello italiano, con i nostri “cotonieri” in angoscia. Ed ecco allora che forse – certo approfittando della tendenza (ribadisco: non solo italica) ad un certo grado di corruzione e di finanziamento “improprio” di certi “arrampicatori” alla politica – c’è la possibilità di mettere in piedi un’altra “mani pulite”.

Come quest’ultima, infatti, scoppia non appena crollato il sistema bipolare, l’attuale operazione, se sarà possibile per i “reazionari” lanciarla, si profila subito dopo il mutamento avvenuto in Italia; che però si sostanzia di quanto sta avvenendo in Europa e negli stessi Usa.

Il Ministro degli interni tedesco (Csu), in contrasto con la Merkel, ha detto di voler incontrare Salvini e il presidente austriaco per concordare azioni, che ufficialmente sono contro l’immigrazione incontrollata, ma in realtà hanno anche finalità più ampie di rivolgimento degli equilibri europei durati troppo tempo e ormai fonte pur essi di vera infezione e rischio di morte per il nostro continente. Stiamo in campana.

E rafforziamo la nostra convinzione circa la necessità della fine di questa sedicente “sinistra”, che è in realtà il peggio dell’involuzione reazionaria.

Bisogna batterla, possibilmente toglierla di torno definitivamente. E’ ormai dal lontano inizio degli anni ’90 che sta producendo cellule cancerogene sempre più numerose.

Le attuali forze politiche che le si oppongono sono però all’altezza del compito?

Non ne sono convito, temo siano deboli e aprano la strada a reazioni per la nostra civiltà mortali.

Comunque è ormai chiaro: il pericolo principale è la “sinistra”, è l’altrettanto falso “antifascismo”, quello degli eredi dei finti partigiani che non diedero una goccia di sangue alla Resistenza, fascisti fino all’ultima ora, venduti allo straniero e padri di quest’Europa serva, pagati lautamente dagli Usa per dominare il mondo.

E’ compito principale combatterli; bisogna opporsi a possibili rigurgiti giudiziari che vogliano spingersi troppo oltre.

E si tenga conto che il “compratore di favori” ha dichiarato che con altri personaggi politici ha dovuto pagare ben di più, somme “da non credere”.

Se qualcuno si è comportato da perfetto idiota, deve senz’altro pagare. Tuttavia, si deve impedire il tentativo dei “sinistri” di ostacolare con questi mezzi la pur incerta via che si sta aprendo in Italia e che, se sarà seguita da ben più robuste forze politiche, servirà all’Europa per liquidare la nostra subordinazione ai prepotenti d’oltreatlantico e alle loro quinte colonne qui da noi. 

20 giugno 2018

Carburanti: ecco cosa cambia dal primo luglio 2018


Carburanti: ecco cosa cambia dal primo luglio 2018

Fattura elettronica carburanti: cosa cambia dal 1 luglio 2018 (salvo proroga) – di Antonio Barbato

Salvo proroghe post sciopero benzinai, dal 1° luglio 2018 è in vigore l’obbligo di pagamento tracciabile per l’acquisto dei carburanti (benzina, gas, gasolio, ecc.) ai fini della detraibilità dell’IVA e della deducibilità dei costi.

Addio alla scheda carburante, per poter “scaricare” il costo dei carburanti obbligatorio effettuare i pagamenti con carte di credito/debito bancomat, carte prepagate, bonifico o altri strumenti tracciabili.

Introdotta la fatturazione elettronica per i carburanti (la cosiddetta E-fattura). Vediamo dalla Legge di Bilancio 2018 ai provvedimenti dell’Agenzia delle Entrate, tutta la nuova normativa sulla fattura elettronica per carburanti.

Nell’ambito del più ampio lancio della fatturazione elettronica (E-fattura) dal 2019, la Legge di Bilancio 2018 ha introdotto l’obbligo di pagamento tracciabile ai fini della deducibilità dei costi e la detraibilità dell’IVA sull’acquisto dei carburanti.

Scheda carburante addio dal 1° luglio 2018 e introduzione della fatturazione elettronica carburanti con tanto di pagamento obbligatorio tramite carte di credito/debito o bancomat o bonifico della benzina, del gasolio e dei carburanti, sempre per poter “scaricare” il costo della benzina e detrarre l’IVA.

L’anticipo della fatturazione elettronica 2019 al 1° luglio 2018 per quanto riguarda il carburante ha scatenato non poche proteste, scioperi dei benzinai ed anche forti richieste di proroga. Il Governo Di Maio Salvini ha annunciato una possibile proroga della fatturazione elettronica sui carburanti al 2019.

Nel frattempo in questi mesi tra la legge di Bilancio 2018 e le pronunce dell’Agenzia delle Entrate (provvedimento n. 73203 del 4 aprile 2018) è partita la fase di addio della scheda carburante ed il lancio della fatturazione elettronica sui carburanti.

Vediamo di approfondire la nuova normativa, come funzionerà il pagamento con E-fattura dei carburanti (benzina, gasolio, gas ecc.) e come si potrà scaricare il costo della benzina e detrarre l’IVA. La normativa è in vigore anche per autotrasportatori, per il carburante agricolo, per il metano e in generale per tutti i rifornimenti deducibili o detraibili.

Schede carburante: addio dal 1° luglio 2018. Novità importanti, salvo proroga come dicevamo, per la deducibilità e la detraibilità delle schede carburante per il 2018. Tali novità entreranno in vigore dal 1° luglio 2018 e riguarderanno le modalità di pagamento delle schede carburante per l’acquisto di carburanti e lubrificanti che consentono la detraibilità Iva e la deducibilità della spesa.

La legge di bilancio 2018 (legge n. 205 del 27 dicembre 2017) ha introdotto, tra l’altro, con decorrenza 1° luglio 2018, una serie di limitazioni alla detraibilità dell’imposta sul valore aggiunto (cfr. l’articolo 1, comma 923) relativa all’acquisto di carburanti e lubrificanti destinati ad aeromobili, natanti da diporto e veicoli stradali a motore, subordinando le stesse all’utilizzo di forme di pagamento qualificato.

L’Agenzia delle Entrate, anche a seguito delle modifiche apportate dalla Legge di Bilancio 2018 ha pubblicato un provvedimento, nello specifico il provvedimento n. 73203 del 4 aprile 2018, nel quale si elencano i mezzi di pagamento oltre le credito/debito e le prepagate che consentono al soggetto di “scaricare” il costo del carburante e detrarre la relativa IVA. Il tutto a partire dal 1 luglio 2018, salvo proroga.

Vediamo insieme cosa stabilisce l’Agenzia delle Entrate in merito alle nuove modalità di pagamento delle schede carburante, come dovranno comportarsi i soggetti IVA interessati a scaricare il costo e a detrarre l’IVA e quali relazioni ci saranno tra le schede carburante e la fatturazione elettronica.

Nuove modalità di pagamento carburante: addio al contante. Il provvedimento dell’Agenzia delle Entrate dispone che “in applicazione dell’articolo 19-bis1, comma 1, lettera d), del d.P.r. n. 633/72, ai fini della detrazione dell’IVA relativa alle spese per l’acquisto di carburanti e lubrificanti per autotrazione, si considerano idonei a provare l’avvenuta effettuazione delle operazioni i seguenti mezzi di pagamento:

assegni bancari e postali, circolari e non, nonché i vaglia cambiari e postali; bonifico bancario o postale; addebito diretto in conto corrente; carte di credito; carte di debito/bancomat; carte prepagate; gli altri strumenti di pagamento elettronico disponibili, che consentano anche l’addebito in conto corrente”.

L’articolo 19-bis1, comma 1, lettera d), del d.P.r. n. 633/72, stabilisce infatti che: “l’imposta relativa all’acquisto o all’importazione di carburanti e lubrificanti destinati ad aeromobili, natanti da diporto e veicoli stradali a motore, nonché alle prestazioni di cui al terzo comma dell’articolo 16 e alle prestazioni di custodia, manutenzione, riparazione e impiego, compreso il transito stradale, dei beni stessi, è ammessa in detrazione nella stessa misura in cui è ammessa in detrazione l’imposta relativa all’acquisto o all’importazione di detti aeromobili, natanti e veicoli stradali a motore.

L’avvenuta effettuazione dell’operazione deve essere provata dal pagamento mediante carte di credito, carte di debito o carte prepagate emesse da operatori finanziari soggetti all’obbligo di comunicazione previsto dall’articolo 7, sesto comma, del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 605, o da altro mezzo ritenuto parimenti idoneo individuato con provvedimento del direttore dell’Agenzia delle entrate”

Possiamo quindi essenzialmente affermare che per l’acquisto o l’importazione di carburanti e lubrificanti sono valide tutte le forme di pagamento tranne l’utilizzo di denaro contante, sia per la detraibilità dell’IVA che per la deducibilità del costo.

Secondo anche quanto stabilito dalla Legge di Bilancio 2018, l’obbligo di pagare gli acquisti di carburanti e lubrificanti con strumenti di pagamento diversi dal denaro contante entrerà in vigore per le operazioni effettuate dal 1° luglio 2018 e riguarderà solo i soggetti Iva, in quanto interessati a detrarre l’imposta e dedurre le spese derivanti dall’acquisto del carburante.

Carte carburanti e buoni benzina. Dal provvedimento dell’Agenzia delle Entrate si chiarisce inoltre, che le regole di pagamento appena descritte da utilizzare per poter “scaricare” il costo dei carburanti e la relativa IVA troveranno applicazione anche nelle ipotesi in cui, sulla base di specifici accordi, il pagamento avvenga in un momento diverso rispetto alla cessione.

Si tratta ad esempio, delle carte utilizzate nei contratti c.d. di “netting”, laddove il gestore dell’impianto di distribuzione si obbliga verso la società petrolifera ad effettuare cessioni periodiche o continuative in favore dell’utente, e l’utente dal canto suo utilizza, per il prelievo, un sistema di tessere magnetiche rilasciate direttamente dalla società petrolifera (si vedano, al riguardo, le circolari n. 205/E del 12 agosto 1998 e n. 42/E del 9 novembre 2012).

Inoltre, sempre leggendo il provvedimento dell’Agenzia delle Entrate relativo alle schede carburante 2018, si legge che per l’acquisto dei carburanti restano anche valide le carte (ricaricabili o meno) ed i buoni, che permettono alle imprese e ai professionisti di acquistare esclusivamente i carburanti e lubrificanti con medesima aliquota Iva quando la cessione/ricarica è documentata dalla fattura elettronica di cui all’articolo 1, comma 917, della legge n. 205 del 2017. La fatturazione elettronica è conosciuta anche come E-fattura.

L’uso di questi strumenti è possibile solo se i pagamenti vengono effettuati con uno degli strumenti di pagamento ammessi dal provvedimento tranne il denaro contante.

Normativa scheda carburante fino al 30 giugno. Come già detto precedentemente, dal 1° luglio 2018, anche a seguito di quanto stabilito dalla Legge di Bilancio 2018, ci saranno modifiche a quella che è la disciplina e le regole relative all’acquisto dei carburanti e alla tenuta delle relative schede carburanti.

Cosa prevede la normativa prima del 1 luglio 2018. Ricordiamo che la disciplina in vigore fino al 1 luglio 2018 in materia di acquisto carburanti e lubrificanti prevede che per scaricare il relativo costo e l’IVA bisogna adottare in alternativo: a) la tenuta delle schede carburante;
b) effettuare i pagamenti mediante mezzi di pagamento idonei a giustificare il pagamento stesso. Infatti in base all’art. 1 del citato DPR 444/97, la corretta documentazione dell’acquisto di carburante passa fino al 30 giugno 2018 attraverso due modalità:

1) mentre il comma 1 di tale articolo prevedeva che: “Gli acquisti di carburante per autotrazione effettuati presso gli impianti stradali di distribuzione da parte di soggetti all’imposta sul valore aggiunto risultano da apposite annotazioni eseguite, nei termini e con le modalità stabiliti nei successivi articoli, in una apposita scheda conforme al modello allegato (scheda carburante ndr)”, 2) il successivo comma 3-bis (introdotto dal D.L. n. 70/2011 c.d. decreto sviluppo) stabiliva che: “In deroga a quanto stabilito al comma 1, i soggetti all’imposta sul valore aggiunto che effettuano gli acquisti di carburante esclusivamente mediante carte di credito, carte di debito o carte prepagate emesse da operatori finanziari soggetti all’obbligo di comunicazione previsto dall’articolo 7, sesto comma, del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 605, non sono soggetti all’obbligo di tenuta della scheda carburante previsto dal presente regolamento”.

Quindi per la deduzione del costo e della detrazione dell’IVA i contribuenti possono secgliere fino al 30 giugno 2018 scegliere tra: a) la tenuta delle schede carburante con la quale i pagamenti potevano essere effettuati utilizzando qualsiasi modalità tranne i pagamenti in contanti;
b) il pagamento esclusivamente mediante l’uso di carte di credito, carte di debito o carte prepagate che esentava dalla tenuta delle schede carburante.

Normativa fatturazione elettronica carburante 2018. Dal 1° luglio 2018 tali modalità, alternative tra loro, non potranno più essere utilizzate e la normativa di riferimento da utilizzare in relazione all’acquisto dei carburanti e dei lubrificanti sarà quella contenuta negli artt. 19 bis 1 e 22 del DPR n.633/72.

Analizzando separatamente tali articoli troviamo che l’art. 19 bis 1 al 1 comma lett. d) stabilisce che: “l’imposta relativa all’acquisto o all’importazione di carburanti e lubrificanti destinati ad aeromobili, natanti da diporto e veicoli stradali a motore, nonché alle prestazioni di cui al terzo comma dell’articolo 16 e alle prestazioni di custodia, manutenzione, riparazione e impiego, compreso il transito stradale, dei beni stessi, è ammessa in detrazione nella stessa misura in cui è ammessa in detrazione l’imposta relativa all’acquisto o all’importazione di detti aeromobili, natanti e veicoli stradali a motore.

L’avvenuta effettuazione dell’operazione deve essere provata dal pagamento mediante carte di credito, carte di debito o carte prepagate emesse da operatori finanziari soggetti all’obbligo di comunicazione previsto dall’articolo 7, sesto comma, del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 605, o da altro mezzo ritenuto parimenti idoneo individuato con provvedimento del direttore dell’Agenzia delle entrate”.

Mentre l’art. 22, disciplinante il commercio al minuto, stabilisce che: “Gli imprenditori che acquistano beni che formano oggetto dell’attività propria dell’impresa da commercianti al minuto ai quali è consentita l’emissione della fattura sono obbligati a richiederla. Gli acquisti di carburante per autotrazione effettuati presso gli impianti stradali di distribuzione da parte di soggetti passivi dell’imposta sul valore aggiunto devono essere documentati con la fattura elettronica”.

Leggendo tali articoli pare abbastanza chiaro che per poter detrarre l’Iva relativa all’acquisto di carburante i soggetti passivi IVA dovranno necessariamente:

richiedere la fattura elettronica; effettuare il pagamento tramite bonifico bancario o postale, assegni, addebito diretto in conto corrente, oltre naturalmente alle carte di credito, al bancomat e alle carte prepagate e cioè mediante una delle modalità di pagamento previste nel provvedimento dell’Agenzia delle Entrate n. 73203/2018 ne cioè pagare.

Per poter detrarre correttamente l’IVA tali condizioni devono verificarsi entrambe e quindi non sono alternative tra di loro come invece accadeva in passato. Fonte: fanpage.it

Lavoro domenicale, Di Maio: “eliminare lo sfruttamento”


Lavoro domenicale, Di Maio: “eliminare lo sfruttamento”

Lavoro domenicale. Di Maio: “Stop sfruttamento”

Il ministro del Lavoro si dice pronto a rivedere il decreto Monti. Cisl favorevole

Il tema del lavoro domenicale tiene banco a via Veneto. Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, si dice pronto a rivedere il decreto Monti che ha consentito la libera apertura dei negozi e dei pubblici esercizi anche nei giorni festivi.

In precedenza la normativa limitava la liberalizzazione degli orari alle località turistiche e alle città d’arte. Il leader del M5s lo ha detto ad alcuni lavoratori riuniti fuori dal Mise, ma ha anche precisato: “Io ho preso il treno in corsa, ci sono tanti problemi, di chi lavora ma anche dei datori di lavoro. Dobbiamo cercare di seguire un filo conduttore, combattere la precarietà, eliminare lo sfruttamento”.

Il caso della Provincia di Bolzano e della Polonia. Chi già coi fatti si è battuto contro il lavoro domenicale è la Provincia di Bolzano. Nel novembre scorso è stata approvata in Consiglio una mozione contro il lavoro nelle giornate domenicali e festive.

“Ci teniamo a proteggere la nostra cultura”, spiega Andrea Pöder, della destra sudtirolese Bürger Union, che ha presentato il documento. “Noi siamo vicini all’Austria e al mondo tedesco: lì i negozi, di domenica, sono chiusi e vivono benissimo”.

“Il riposo domenicale è sempre più spesso violato e sotto attacco. Sono convinto – ha aggiunto Pöder all’Alto Adige Innovazione – che le aperture e i turni festivi non facciano crescere i profitti”.

Iniziativa simile in Polonia, dove entro il 2020 negozi e supermercati dovranno restar chiusi (quasi) tutte le domeniche e in occasione delle feste comandate. La decisione trae origine da una legge di iniziativa popolare presentata da Solidarnosc e approvata nel dicembre scorso con 254 voti a favore, 156 contrari e 23 astenuti.

La Cisl: “Non esiste un diritto allo shopping”. L’intenzione del ministro Di Maio trova il sostegno della Cisl. “E’ giusto rivedere le norme sulla liberalizzazione selvaggia del commercio.

E’ una battaglia che la Cisl conduce per tutelare la dignità del lavoro”. Lo afferma su Twitter la segretaria generale del sindacato, Annamaria Furlan aggiungendo che “bisogna lasciare alla contrattazione tra sindacati, imprese e enti locali la regolazione di questa materia.

Non esiste – ha detto – un diritto allo shopping. Va salvaguardata la volontarietà del lavoro domenicale e festivo”. In prossimità della Pasqua e del Natale le sigle sindacali si mobilitano al fianco dei lavoratori, ormai da qualche anno a questa parte, per protestare contro l’apertura dei negozi nei giorni festivi. Fonte: interris

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