14 giugno 2018

Stadio Roma, Lanzalone si dimette da presidente Acea "Stadio della Roma nella bufera"


1 | 10Un rendering del progetto dello stadio a Tor di Valle dove dovrebbe sorgere il nuovo impianto dell'AS Roma (Ansa)



 
Stadio Roma, Lanzalone si dimette da presidente Acea

Di Maio: "Dobbiamo fare subito il daspo per i corrotti". Conte: "Non esiste un caso-Roma ma un caso-Italia". Raggi: "Comune parte lesa"

Stadio della Roma nella bufera

Roma, 14 giugno 2018 - Mentre l'inchiesta sullo Stadio della Roma - che ha portato a 9 arresti e che vede 27 indagati - potrebbe portare allo stop dell'intero progetto modificato, arriva all'annuncio di dimissioni di Luca Lanzalone da presidente del Consiglio di amministrazione di Acea. E' stata la stessa Acea a renderlo noto, informando che "il Consiglio di amministrazione, nella riunione del 21 giugno 2018, assumerà le opportune determinazioni al riguardo".

A invocare le dimissioni dell'avvocato implicato nell'inchiesta e arrestato ieri era stato questa mattina il vicepremier e capo politico dei 5 stelle Luigi Di Maio, assicurando che i 5 stelle non hanno cambiato attezziamento nei confronti della corruzione. Sul caso è intervenuto anche il premierGiuseppe Conte, che alla domanda 'Esiste un caso Roma?' replica: "Esiste in Italia un caso corruzione sul quale dobbiamo sempre stare attenti, dobbiamo lavorare noi regolatori, le autorità come l'Anac e l'autorità giudiziaria ognuno nell'ambito delle sue competenze". Intanto la sindaca della Capitale Virginia Raggi ribadisce l'estraneità del Comune all'indagine. "La rassegna stampa è vergognosa - dice -, i giudici dicono che io non c'entro niente e non c'è un giornale che abbia avuto il coraggio di riportare questa notizia. Il Comune, i romani e la società Roma calcio sono la parte lesa. Partono oggi le querele".

E la stessa prima cittadina, ospite a 'Porta a Porta', spiega di non sapere cosa ne sarà del progetto. "Che fine farà lo Stadio? Non lo sappiamo. Gli atti della procedura sembrano tutti validi. Noi ci riserviamo di fare tutti gli approfondimenti del caso. Se non ci sono irregolarità a mio avviso si potrà andare avanti". Quanto a Luca Lanzalone, aggiunge, "ci ha aiutato sul fronte della normativa perché il precedente assessore più che dire 'non si deve fare' non faceva". "Ho trovato un progetto da 1 milione di metri cubi di cemento e per noi tutta questa speculazione immobiliare non era ammissibile", sottolinea infine Raggi.

INDAGATI - Si allunga la lista degli indagati: si aggiunge anche il sovrintendente Francesco Prosperetti, che si occupò del vincolo sulle tribune dell'ippodromo di Tor di Valle. Secondo la Procura l'ex capo segreteria del Ministro ai Beni culturali, Claudio Santini, "avvicinò il Sovrintendente Francesco Prosperetti chiamato a pronunciarsi sul vincolo" che poi fu tolto. Come riscontro la Procura indica "un incontro tra il Sovrintendente e il gruppo Parnasi il 19 maggio del 2017" e la successiva decisione di affidare al'architetto Paolo Desideri "la redazione di un progetto necessario per superare la questione del vincolo". Dalle intercettazione emerge che Desideri "oltre ad essere amico di Prosperetti è anche il datore di lavoro della figlia Beatrice". La procedura per il vincolo sulle tribune di Lafuente viene attivata il 15 febbraio 2017 e il 15 giugno dello stesso anno viene archiviata: nel frattempo Prosperetti era diventato direttore della nuova sovrintendenza speciale Archeologica-Belle arti-paesaggio di Roma. Secondo la Procura Santini per la sua "mediazione per conto di Parnasi" ha percepito "quale compenso per questa illecita attività 53.440 euro".

GLI INTERROGATORI - Sono stati fissati per domani gli interrogatori di garanzia delle 9 persone arrestate nell'ambito dell'inchiesta. Sei persone, l'imprenditore Luca Parnasi e cinque suoi collaboratori, si trovano in carcere, mentre gli altri tre, il presidente di Acea Luca Alfredo Lanzalone, il consigliere regionale Pd ed ex assessore Michele Civita e il vicepresidente del Consiglio regionale Adriano Palozzi di Forza Italia, sono agli arresti domiciliari. L'atto istruttorio di Parnasi si svolgerà a Milano, dove l'imprenditore è detenuto nel carcere di San Vittore. Gli altri interrogatori, invece, si svolgeranno a Roma.

DI MAIO - "Da noi, come ho sempre detto, non esiste la presunzione di innocenza per reati gravi come la corruzione - dice ai microfoni di Rtl 102.5 - Ieri si è autosospeso Ferrara, altrimenti lo avremmo espulso noi, e Lanzalone si deve dimettere perché non è pensabile che una persona ai domiciliari stia ancora ad Acea. Mi aspetto nelle prossime ore questo gesto". E ancora: "Lanzalone ci aveva aiutato a salvare l'azienda di rifiuti di Livorno, era stato brillante nello sblocco della questione dello stadio di Roma. Era una persona amministrativamente preparata e abbiamo deciso di affidargli la presidenza della più grande partecipata di Roma. Quello che è successo mi addolora. Dobbiamo fare subito il daspo per i corrotti e gli agenti sotto copertura per i corrotti ci servono", ha aggiunto. Il ministro del Lavor vuole essere chiaro sull'atteggiamento dei grillini verso la corruzione: "Ci hanno infettati? Il vero tema è come reagisce la politica quando succedono queste cose. Ho visto nel passato forze politiche proteggere i corrotti, finché noi reagiamo così significa che non ci siamo fatti infettare". 

LEGA - Nel frattempo, Matteo Salvini esclude eventuali ripercussioni sul governo dell'inchiesta in corso. "Nessun problema, aspetto che parli chi ne sa più di me - dice -: quello che posso dire è che Parnasi, per come l'ho conosciuto, mi è sembrata una brava persona". Sempre sul fronte della Lega, il ministro dell'Agricoltura e del Turismo, Gian Marco Centinaio interviene a Radio Capital: "Se avessimo avuto così tanti soldi non avremmo avuto bisogno dell'aiuto dei militanti in questi mesi in cui eravamo abbastanza alla canna del gas, non ne ho mai sentito parlare di queste casse alternative a quelle della Lega, che avevano qualche problema", dice a proposito del presunto finanziamento di enti vicini alla Lega da parte del costruttore Luca Parnasi, arrestato nell'ambito dell'inchiesta.


Luca Lanzalone (Imagoeconomia)

Droni, l’Italia spende 20 milioni di euro per armarli




MQ-9A “Predator B”

Droni, l’Italia spende 20 milioni di euro per armarli


L’Italia, in perenne crisi economica stando alle dichiarazioni dei politici, sta spendendo 20 milioni di euro per armare i droni; questo accade dal 2005, anno in cui il Pentagono ha concesso l’autorizzazione al ministero della Difesa per armare i velivoli droni comprati dall’Italia da un produttore statunitense.

Questo è quanto è stato scoperto dall’osservatorio Mil€x grazie a dei documenti fuoriusciti dal ministero della Difesa; questa è una svolta nella storia militare italiana in quanto con i droni sarà possibile non solo fare missioni di ricognizione ma attaccare. Si parla di un investimento complessivo da 700 milioni di euro.
Sul piatto ci sono già 19,3 milioni di euro, di cui 0,5 spesi nel 2017 e 5 da spendere nel 2018. La voce, contenuta in documenti ufficiali del ministero recuperati da Mil€x, è definita stanziamento per sviluppare «capacità di ingaggio e sistema Apr Predator B». Tradotto dal gergo militare, significa che i droni italiani (Apr, aerei a pilotaggio remoto) Predator B hanno cominciato la procedura per provvedere all’armamento dei velivoli.

Sino adesso i fondi stanziati dall’Italia per i droni si aggirano intorno ai 688 milioni di euro, 211 milioni sono stati spesi all’interno del programma Nato Alliance ground surveillance (Ags), attraverso cui si sono acquistati in tutto 15 velivoli (uno costa circa 187 milioni di euro).

Altre spese per un totale di 142 milioni sono state effettuate per l’acquisto dei Reaper, definiti anche General Atomics MQ-9 Reaper (originariamente conosciuto come Predator B) è un aeromobile a pilotaggio remoto (Apr) sviluppato dalla General Atomics Aeronautical Systems (GA-ASI) per l’uso alla United States Air Force, l’United States Navy, alla Aeronautica Militare e la britannica Royal Air Force. L’MQ-9 è il primo Uav hunter-killer progettato per la sorveglianza a lunga autonomia, e a elevate altitudini; sono questi i Predator B che l’Italia sta armando.

“Il Parlamento dovrebbe urgentemente affrontare questo tema, poiché la detenzione di droni armati implicherebbe dal punto di vista tecnico e politico una flessibilità di impiego bellico infinitamente maggiore rispetto ai tradizionali cacciabombardieri pilotati, che comporterebbe una rivoluzione copernicana della postura militare italiana”, scrive Mil€x nel rapporto; in questo modo quelle che una volta si definivano missioni di ricognizione possono passare senza problemi a missioni d’attacco.
Il silenzio della stampa sui droni

Come accade di sovente in Italia, la questione dei droni è passata sotto silenzio e l’unica a dare notizia dell’utilizzo di questi velivoli è stato il quotidiano “La Repubblica”, che lo scorso settembre ha raccontato degli attacchi missilistici effettuati da droni statunitensi in Libia partiti dalla base di Sigonella. I numeri che sono disponibili al momento trattano di spese già effettuate, ma il bilancio potrebbe aver un surplus di spesa: l’ex ministro della Difesa, Roberta Pinotti, ha presentato al parlamento nel mese di Febbraio, la richiesta per 20 nuovi droni P2HH Piaggio Aerospace dell’azienda che ha sede ad Albenga, ma controllata al 100% dal fondo di investimento Mubadala, per un periodo sponsor della Scuderia Ferrari, con sede negli Emirati Arabi Uniti.

La Mubadala ha effettuato un’iniezione di liquidi alla Piaggio Aerospace pari a 700 milioni di euro e la commissione dell’Aeronautica si potrebbe leggere come un ulteriore aiuto per far uscire l’azienda dalla crisi degli anni passati, ma è un programma ammantato di dubbi e incertezze. La commessa ha una durata di 15 anni con un costo di 766 milioni di euro per un totale di 51 milioni di euro l’anno e per vedere in azione i primi prototipi bisognerà attendere il 2022; inoltre il progetto rischia di scontrarsi con il piano Male 2025 (Medium Altitude Long Endurance) che vede la partecipazione delle maggiori compagnie che si occupano di difesa aerea compresa l’italiana Leonardo che ha investito nel progetto 15 milioni di euro.

Il ministero della Difesa non è nuovo a strampalati investimenti, basterebbe ricordare il clamoroso caso degli F-35, eppure 10 di questi velivoli sono stati già consegnati alla modica cifra di 150 milioni di euro l’uno che saranno accompagnati da 40 milioni di euro per l’ammodernamento; praticamente sono aerei già nati vecchi. Sul caso degli F-35 si è anche espressa la Corte dei conti: “Il programma è oggi in ritardo di almeno cinque anni rispetto al requisito iniziale”.

C’è da considerare che il tutto sta avvenendo nel silenzio terrificante della politica, della stampa (salvo rare eccezioni) e dell’opinione pubblica che viene mantenuta nella totale ignoranza sulle cifre da capogiro che potrebbero essere dirottate verso problematiche di maggior rilievo.

di Sebastiano Lo Monaco

12 giugno 2018

Perché la libertà religiosa in Iran infastidisce l’Occidente?



Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Bahram Qassemi, ha respinto come falso l’ultimo rapporto del Dipartimento di Stato americano sulle libertà religiose in Iran. Nelle sue parole, “l’Iran considera il rapporto irrealistico, infondato e prevenuto, e ritiene che sia stato elaborato per ottenere determinati vantaggi politici”. Sembra, tuttavia, che il governo degli Stati Uniti cerchi di estrarre il capitale politico dalla diversità religiosa in alcuni Paesi del mondo.

Ebrei iraniani in preghiera
La libertà religiosa in Iran

Tuttavia, la storia testimonia il fatto che il popolo religioso dell’Iran, che gode di una civiltà e di una cultura ricca e secolare, ha vissuto fianco a fianco in un’atmosfera completamente pacifica e fraterna per migliaia di anni. Nonostante ciò, l’argomento dei diritti umani e della libertà religiosa in Iran continua ad attirare la parte “malata” della stampa in Occidente, da quando gli Stati Uniti hanno invaso l’Iraq e l’Afghanistan, e in seguito hanno dato il via libera ai suoi partner e procuratori per invadere Gaza, Libia, Siria e Yemen. Questo perché l’Iran ha deciso di difendersi e, quindi, la coalizione guidata dagli Stati Uniti ha radunato un vasto contingente internazionale per sconfiggere la “minaccia” rappresentata dall’Iran.

Invece di combattere coloro che hanno devastato la Siria, l’Iraq, lo Yemen, la Libia e Gaza rendendoli rifugi sicuri per terroristi (con l’eccezione di Gaza ovviamente), Usa e alleati hanno deciso di attaccare a tutto campo l’Iran per i loro sporchi interessi geopolitici, ma soprattutto per garantire le loro posizioni pro-sioniste e filo-saudite. Nonostante tutti i loro difetti, sono persino riusciti a convincere o costringere un gran numero di Stati membri delle Nazioni Unite a seguirne questo esempio.
L’ipocrisia delle risoluzioni Onu

Israele e l’Arabia Saudita sono attualmente in violazione o sono stati oggetto di dozzine di risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti non hanno mai fatto nulla per rimediare alle violazioni. Peggio ancora, hanno persino posto il veto su di loro.

Considerando la loro storia corrente di violazione del diritto internazionale, della Quarta Convenzione di Ginevra e di innumerevoli risoluzioni Onu, è estremamente ironico che sia Israele che l’Arabia Saudita, con il sostegno degli Stati Uniti, presiedano anche il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite e un comitato legale che mira a sostenere legge e proteggere i diritti umani fondamentali!!! Attraverso il loro sostegno, gli Stati Uniti sono anche complici dei crimini di guerra israeliani e sauditi.

Mentre le atrocità e le gravi violazioni dei diritti umani compiuti dall’America fanno parte della sanguinaria storia americana, dalla schiavitù ai crimini commessi contro i Nativi per passare all’attacco nucleare contro il Giappone, i suoi alleati e la società civile internazionale hanno continuato ad adottare i doppi standard americani per quanto riguarda la libertà religiosa e i diritti umani.

Gli Stati Uniti pubblicano costantemente rapporti anti-Iran per fare pressione su Teheran e sui suoi alleati per contenere il crescente potere della Repubblica Islamica con ogni mezzo possibile, perché Washington non può controllare e incanalare l’Asse della Resistenza guidato dall’Iran verso i suoi brutali ma fallimentari progetti regionali.

di Giovanni Sorbello

I veleni dell’Ilva tornano ad essere smaltiti in Sicilia


I rifiuti dell’Ilva tornano ad essere smaltiti in Sicilia. A scendere in campo anche diverse associazioni ambientaliste fortemente preoccupate per la salute dei cittadini. Il caso dei rifiuti dell’Ilva era già scoppiato nell’aprile del 2015 ed anche in quel caso le associazioni avevano chiesto chiarezza e rassicurazioni da parte delle autorità. A distanza di tre anni l’incubo del Polverino d’altoforno – rifiuto speciale residuo dei fumi dell’Ilva – torna a destare grande preoccupazione e mette in agitazione gli abitanti di Melilli e del circondario. Legambiente segnala come anomalo il fatto che settimanalmente, da almeno un mese, circa trenta camion per volta si imbarcano a Taranto con il carico dell’Ilva per approdare nel porto di Catania e poi proseguire su strada verso la discarica di Melilli, in provincia di Siracusa. Le operazioni di sbarco avvengono rigorosamente nelle ore notturne. Ogni spedizione, secondo l’associazione, ammonterebbe a circa 900 tonnellate e sarebbero una parte delle centomila totali da smaltire.

Nell’aprile del 2015 il ministro all’Ambiente, Gianluca Galletti, chiamato in Parlamento a rispondere sulla questione, aveva parlato di “transitorietà” del conferimento precisando che i rifiuti sarebbero stati riportati indietro e smaltiti a Taranto, quando l’Ilva avrebbe messo in atto “il piano di gestione dei rifiuti aziendali e avviato nuovi impianti autorizzati di discarica”. Tuttavia, l’arrivo nel porto di Catania di nuovi carichi ha acceso l’ennesimo campanello d’allarme.

Nel frattempo, le associazioni insorgono nella lotta all’inquinamento nella provincia siciliana. Melilli, Augusta e Siracusa devono far fronte ad un’emergenza ambientale che dura da tempo immemore. L’inquinamento dell’aria, del suolo e dell’acqua causato dai petrolchimici ha devastato il territorio e minacciato seriamente la salute dei cittadini. Dopo un’assemblea popolare, associazione e arciprete hanno prodotto un documento indirizzato al ministro dell’Ambiente in cui si chiede, per l’appunto, lo stop del traffico dei rifiuti dell’acciaieria tarantina e si invita il governo Crocetta e le amministrazioni locali interessate “a prendere posizione sulla vicenda”. “Come associazioni ambientaliste e organizzazioni impegnate sui territori, riteniamo grave questo arbitrario e sistematico trasferimento di rifiuti speciali, da un’area altamente contaminata a un’altra che versa nelle medesime disastrose condizioni sanitarie e ambientali”, queste le parole.

Il timore è che il Polverino possa contenere tracce di diossina. Ragion per cui si chiede a gran voce che i rifiuti provenienti dall’Ilva vengano analizzati da organi preposti come Ispra e Arpa e venga, altresì, accertata l’adeguatezza degli impianti di smaltimento della discarica Cisma per il trattamento di questa tipologia di rifiuti speciali. Ed infine, sarebbe doveroso da parte delle istituzioni chiarire le modalità con cui si vuole risolvere la fase di “transitorietà”. Il documento si chiude con l’auspicio che si possa trovare presto una soluzione alternativa allo smaltimento degli scarti industriali ed esprime solidarietà ai tarantini: “Siamo vicini alla comunità di Taranto, perché da sempre la loro lotta per la vita è anche la nostra. E non potremmo mai trattare questa vicenda come una mera istanza localistica, senza considerare nell’insieme la problematica e aprire al confronto con le realtà e i comitati territoriali di Taranto”.

“Il dubbio delle associazione e della gente del luogo” è che si agisca tenendo nascosto qualcosa. Serve più trasparenza, coinvolgendo tutte le realtà interessate e cercando soluzioni che prevedano modalità sostenibili per risolvere l’annoso problema del corretto smaltimento di questo genere di rifiuti.

C’è un aspetto della vicenda che non può essere e non deve essere trascurato, ovvero nelle zone di Siracusa, Priolo e Melilli l’aria che si respira è calda, appiccicosa e maleodarante; impossibile non avere la sensazione che tutto trasudi insalubrità. Gli abitanti di queste città devono convivere quotidianamente con il rischio di ammalarsi a causa dell’inquinamento, che qui ha divorato quasi tutto. Aggiungere altre preoccupazioni ed altri motivi di ansia a questa gente, già vessata, è un accanimento che non trova giustificazione.

di Redazione

Vertice G7, gli Usa rischiano isolamento


Si è aperto ieri in Canada il vertice del G7 subito oscurato dalle politiche introdotte dal presidente degli Stati Uniti. La politica di First America di Donald Trump ha irritato molti dei tradizionali alleati di Washington e ha creato spaccature sulla scena mondiale.

La Francia ora sta accusando gli Stati Uniti di egemonia. Macron ha anche indicato che gli Stati Uniti potrebbero essere messi da parte dal gruppo G7, dichiarando che agli altri Stati membri non importava essere in sei.

Trump è riuscito ad inimicarsi i suoi alleati del G7 con le tariffe sulle importazioni di alluminio e acciaio. C’è anche il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo nucleare iraniano e l’accordo sul clima di Parigi. I Paesi del G7 sono le economie più avanzate del mondo.

Intanto, i manifestanti hanno occupato le strade di Quebec City, dove si tiene il summit. Sono state organizzate una serie di proteste incentrate sul commercio globale, la migrazione, l’ambiente e l’uguaglianza. I manifestanti hanno anche bruciato bandiere americane e britanniche.

Questo è il primo vertice internazionale per il nuovo presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte. Il primo ministro non ha nessuna esperienza in ambito internazionale e c’è molta curiosità su come affronterà le riunioni con leader di provata esperienza.

di Redazione

Pensioni: Ue chiede sacrifici, ma aumenta il budget funzionari


Pensioni: Ue chiede sacrifici, ma aumenta il budget funzionari

Anche sulle pensioni la Commissione Europea ha steso un rapporto che, come di consueto, ha provveduto a bacchettare l’Italia, chiedendole ulteriori sacrifici e dettando una vera e propria linea di gestione del sistema previdenziale. Lavorare di più e più a lungo, mantenere in vita la Fornero (la legge ovviamente), il tutto nella solita formula del diktat paternalistico che predica austerità

Insomma, da Bruxelles ci fanno sapere senza remore che è giunto il momento di “promuovere l’allungamento della vita lavorativa, anche alla luce della sempre maggiore aspettativa di vita”. Quindi, per far si che il sistema pensionistico in Italia sia sostenibile e possa avere un futuro è fortemente consigliato scoraggiare la fuoriuscita anticipata dal mondo del lavoro, creando le basi per un ambiente lavorativo sicuro e sano, in grado di mantenere al proprio interno ed il più a lungo possibile il lavoratore.

Al centro dell’attenzione della Commissione Europea, in particolare il rischio di povertà in cui incorrerebbero gli autonomi e coloro che svolgono attività lavorative atipiche. Nel rapporto sulle pensioni 2018 si afferma che proprio questi sarebbero i soggetti che rischierebbero di percepire pensioni inadeguate nel lungo periodo.

A fronte di una spesa previdenziale troppo elevata rispetto agli standard europei, l’Italia non riuscirebbe comunque a garantire delle indennità dignitose ad ampie fette di aventi diritto, mettendo a rischio la stabilità dell’intero sistema pensionistico fino a prospettarne il collasso o una ripresa a lunghissimo termine (si parla addirittura del 2070!).

Una sacrosanta preoccupazione quella di Bruxelles per le sorti del nostro Stato Sociale, se non fosse per un piccolissimo particolare: nel bilancio 2019 la Commissione Europea ha previsto un aumento del 6,2% del budget proprio per pagare gli assegni ai propri burocrati in pensione.

Una previsione di spesa da record che non ha precedenti e soprattutto con importi calcolati in base a quello stesso metodo retributivo che l’Europa ci aveva fatto accantonare già nel lontano 1995. Bastano 10 anni di servizio ad un funzionario Ue per andarsene in pensione, a partire dai 66 anni di età. Se poi dovessero essere troppo stanchi per le dure incombenze svolte possono scegliere di iniziare la carriera da pensionati anche a 58 anni, con una penalizzazione nell’assegno del 3,5% per ogni anno di anticipo rispetto alla soglia dei 66 anni.

Si predica bene dalle parti di Bruxelles, ma si razzola male, malissimo anzi, laddove in una situazione di generale preoccupazione per far quadrare conti e bilanci statali, un quinto dei funzionari Ue già percepisce stipendi che superano di gran lunga quelli di molti premier degli stati membri.

di Massimo Caruso

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