17 maggio 2018

Svelata la grande truffa dello spread, ecco chi lo manovra e perchè?


Svelata la grande truffa dello spread, ecco chi lo manovra e perchè?

Da un paio di giorni a questa parte, lo spread, il famigerato spread, è tornato a galoppare, screditando la nuova formazione del governo M5S, Lega.

La causa scatenante, apparentemente, è stata la pubblicazione dei dati Eurostat che vedono ancora il pil italiano in crescita con cifre decimali, a dispetto delle previsioni degli analisti e del governo.

Ma cos’è in realtà lo spread e quali conseguenze porta?

A) Lo spread, nome esotico, può tranquillamente essere tradotto con il termine italiano “differenziale”. In campo finanziario esso rappresenta la differenza tra i rendimenti di due titoli di pari caratteristiche. Convenzionalmente viene utilizzato per confrontare i rendimenti dei titoli di stato decennali (BTP italiani, Bund tedeschi, Bonos spagnoli, ecc), ma potrebbe essere usato per qualsiasi titolo di debito (ad esempio obbligazioni FIAT e FORD con scadenza entrambe nel 2017).

Normalmente, in economia, più alto è il rendimento di un titolo, maggiore è il rischio collegato ad esso di non veder rimborsato il proprio investimento. Molti ricorderanno che alcune emissioni di bond greci avevano raggiunto tassi nell’ordine del 25%. Un titolo a zero rischi, teoricamente, dovrebbe offrire rendimento pari a zero. Nella realtà non accade perché comunque gli investitori desiderano percepire un interesse per vedere i propri soldi bloccati per un certi periodo di tempo.

Lo spread dovrebbe quindi misurare quanto un titolo è più rischioso rispetto ad un altro.

Come si genera lo spread? Semplicemente dalla legge di domanda ed offerta: più persone vogliono un titolo, meno rendimento darà; meno persone vogliono quel titolo, maggiore sarà il rendimento che dovrà offrire per essere venduto.

Sostanzialmente, quindi, uno spread alto significa che gli investitori non vogliono quel titolo e, trasposto sui titoli di stato, che non hanno fiducia in quello stato e nella sua capacità di ripagare i propri debiti.

Ma è proprio così? No, perché nella realtà lo spread è frutto delle speculazioni delle grandi banche d’investimento, dei fondi comuni e dei fondi sovrani che puntano a speculare sui differenziali tramite strumenti finanziari derivati. Spesso questi “mostri” dei mercati, vendono titoli senza averne la proprietà per creare panico nei piccoli investitori e portarli a vendere ed acquistarli ad un prezzo più basso di quello cui hanno venduto ciò che non avevano. Sono le famose vendite allo scoperto che tanto fanno guadagnare i grandi speculatori e tanto fanno perdere i piccoli.

Vediamo un esempio concreto: la Banca “DB” vende 8 miliardi di euro di titoli di stato italiani a 100, affermando che non si fida dell’Italia. DB gli 8 miliardi non li ha, ma ha alcune ore di tempo (spesso bastano minuti) per saldare l’operazione. Se il panico si diffonde, ci saranno molti ordini di vendita da una miriade di piccoli risparmiatori o altre banche che abboccano all’amo e le quotazioni scenderanno, ipotizziamo, a 95. A quel punto DB acquisterà gli 8 miliardi a 95 e li consegnerà a chi glieli aveva presi a 100. Il risultato del giochino è un guadagno del 5% su una cosa che DB non aveva in cassa. Che poi questo giochino abbia rovinato qualche migliaio o milioni di persone, e messo in ginocchio un’intera nazione, poco importa: i bilanci della banca DB saranno contenti.

Operazioni del genere possono essere ripetutamente compiute sia con lo scopo di guadagnare sia con lo scopo di condizionare i governi nazionali

B) Quali conseguenze ci sono per i piccoli risparmiatori dall’altalena dello spread? NESSUNA. Il BTP, come tutti i titoli a tasso fisso, viene emesso con un rendimento certo (ipotizziamo il 5%) che verrà dato all’investitore sotto forma di cedola annua. Alla scadenza del titolo, il risparmiatore riceverà il capitale investito inizialmente. Vediamo un esempio di btp decennale: oggi 16 maggio, va all’asta un btp decennale con rendimento 5%; significa che io verso ad esempio 100 e ogni anno riceverò un “compenso” di 5 ed alla scadenza del 10° anno avrò indietro i miei 100. Di quello che capita durante questi 10 anni, ovvero le famose oscillazioni dello spread e dei rendimenti, non mi devo preoccupare: io continuerò comunque a percepire 5 ogni anno e ad avere 100 a scadenza.

Il bello dei titoli a tasso fisso è proprio questo: se li tengo fino a scadenza non devo preoccuparmi di quello che capita sui mercati.

L’unico rischio che posso correre è di doverli vendere anticipatamente per qualche emergenza: SOLO in questo caso, effettivamente, potrei vedere variare il valore di rimborso. Per i piccoli risparmiatori si tratta di un caso marginale (mediamente solo un 7-8% dei risparmiatori mettono in vendita un BTP in anticipo, a meno che non siano “imbeccati” da solerti direttori di banca più interessati al bilancio della banca che all’interesse del cliente)

Da queste righe emerge quindi chiaramente come lo spread, non solo sia gestito dai grandi squali della finanza, ma che esso sia utilizzato spesso e volentieri per “tosare” il parco buoi dei piccoli risparmiatori e, vista la mole di miliardi di euro che essi riescono a muovere, addirittura per condizionare l’operato dei governi nazionali, come accaduto in Grecia, in Italia, in Spagna, in Portogallo ed in Irlanda.

Il modo migliore per “tagliare le mani” a questi sciacalli che non hanno il minimo scrupolo a gettare nella miseria più nera intere popolazioni, è quello di ignorare bellamente lo spread e continuare ad acquistare btp e bot o a tenerli nel cassetto per chi già li ha, come nulla fosse.

Redazione

15 maggio 2018

Yemen, se non uccidono le bombe ci pensa la fame

Yemen

Continua la quotidiana attività criminale che il regime saudita sta portando avanti da oltre tre anni in Yemen. L’Arabia Saudita continua a commettere i peggiori massacri contro la popolazione yemenita disarmata e ridotta alla fame. Nel più recente atto criminale avvenuto ieri, gli aerei da guerra sauditi hanno preso di mira il palazzo presidenziale nella capitale Sana’a, causando più di 91 tra morti e feriti, compresi molti studenti.
La Tv yemenita al-Massirah ha riferito che sei civili, tra cui un bambino, sono stati martirizzati, mentre oltre 86 hanno subito lesioni. Il direttore della scuola di Jamal Abdel Nasser ha confermato che gli attacchi aerei sauditi hanno causato il ferimento di diversi studenti. Purtroppo, si teme che il numero dei martiri possa aumentare a causa delle condizioni molto critiche in cui versano molti feriti, ha riferito al-Massirah, aggiungendo che le operazioni di salvataggio sono ancora in corso.
Gli aerei da guerra della coalizione saudita colpiscono sistematicamente i quartieri popolati durante l’orario di lavoro e nell’ora di punta, in modo da poter uccidere il maggior numero possibile di civili. In questo caso, non si alza nessuna voce di condanna da parte della complice comunità internazionale, tanto impegnata a costruire pretesti per andare a massacrare altri popoli e Stati sovrani.
In risposta al massacro compiuto ieri, la Resistenza yemenita di Ansarullah ha lanciato nel pomeriggio di ieri quattro missili Zelzal-1, con una portata media di 150 chilometri, contro la base militare di mercenari sauditi di Fardha, nel distretto di Nihm. Il movimento yemenita ha confermato che i proiettili hanno colpito gli obiettivi designati con grande precisione, causando diverse perdite nei ranghi nemici e danni alle loro attrezzature militari.

Un Paese ridotto alla fame

La guerra a guida saudita è iniziata nel marzo 2015 a sostegno dell’ex regime yemenita fedele a Riyadh. Il ministero dei Diritti Umani yemenita ha annunciato in un comunicato del 25 marzo che l’aggressione militare saudita ha causato fino a questo momento oltre 600mila civili tra morti e feriti. Le Nazioni Unite riferiscono che circa 22,2 milioni di persone nello Yemen hanno bisogno di aiuti alimentari, tra cui 8,4 milioni rischiano di morire per mancanza di cibo.
di Giovanni Sorbello

Siria: mappa degli obiettivi occidentali

Il ministero della Difesa russo ha pubblicato in una nota i dettagli dell’aggressione aerea Usa-Francia-Regno Unito sulla Siria, identificando il numero totale di missili lanciati sui vari bersagli e il numero dei missili intercettati.
“I sistemi di difesa aerea russi, presso la base aerea di Khmeimim e Tartus, hanno localizzato in modo tempestivo e hanno controllato tutti i lanci navali e aerei fatti dagli Stati Uniti e dal Regno Unito contro la Siria”. Secondo la dichiarazione, sono stati lanciati 103 missili da crociera, inclusi i missili a base navale Tomahawk e le bombe guidate Gbu-38 sparate dal B-1B; gli aerei F-15 e F-16 hanno lanciato missili aria-superficie.

L’immediata reazione siriana

In totale sono stati intercettati 71 missili da crociera. I sistemi S-125, S-200, Buk, Kvadrat e Osa Syrian sono stati impiegati per respingere l’attacco. Gli attacchi hanno preso di mira anche le basi aeree siriane. La Russia ha registrato i seguenti dati:
  • Quattro missili hanno preso di mira l’aeroporto internazionale di Damasco; 12 missili l’al-Dumayr, tutti i missili sono stati abbattuti.
  • 18 missili verso l’aerodromo di Blai, tutti i missili abbattuti.
  • 12 missili verso la base aerea di Shayrat, tutti i missili abbattuti. Le basi aeree non sono state colpite dai raid.
  • Cinque missili su nove sono stati abbattuti contro la base aerea di Mazzeh.
  • Tredici missili su sedici, sparati contro l’aeromobile di Homs, sono stati abbattuti. Non si registrano danni ingenti.
  • In totale 30 missili hanno preso di mira le strutture vicino a Barzah e Jaramana. Sette di loro sono stati abbattuti. Queste strutture presumibilmente relative al cosiddetto “programma chimico militare della Siria” sono state parzialmente distrutte. Tuttavia, non erano presenti persone e attrezzature.
di Redazione

Il 90 per cento del pianeta respira aria inquinata

aria inquinata

L’inquinamento atmosferico porta via sette milioni di vite all’anno, riferiscono gli esperti delle Nazioni Unite sulla salute, tra nuovi dati che dimostrano che il problema interessa nove persone su dieci in tutto il pianeta. Il 90 per cento del pianeta respira aria inquinata.
In un appello per gli Stati membri a intervenire con urgenza, il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Tedros Adhanom Gebreyesus, ha avvertito che l’inquinamento atmosferico “ci minaccia tutti, ma i più poveri e più emarginati sopportano il maggior del peso”. Secondo il database della qualità dell’aria ambiente dell’Oms, nonostante alcuni miglioramenti, i livelli di inquinamento sono “ancora pericolosamente alti” in molte parti del mondo.
Ciò include “molte delle megalopoli del mondo”, secondo la dott.ssa Maria Neira, direttore dell’Oms del Dipartimento di salute pubblica, determinanti sociali e ambientali della salute, che ha aggiunto che i livelli di qualità dell’aria in quei centri urbani superano le linee guida dell’Oms “più di cinque volte”.
Coprendo più di 4.300 città in 108 Paesi, i dati indicano circa 4,2 milioni di morti ogni anno a causa dell’inquinamento dell’aria esterna, con 3,8 milioni di morti complessivamente, a causa di inquinanti domestici, legati alla cucina.
Oltre il 90% delle vittime proviene da Paesi a basso e medio reddito in Asia e Africa, seguiti da altri nella regione del Mediterraneo orientale, in Europa e nelle Americhe. La minaccia per la salute umana deriva dall’esposizione a tossine quasi invisibili presenti nell’aria inquinata come particelle fini. Questi inquinanti, tra i più pericolosi tra cui solfati, nitrati e carbone nero, penetrano in profondità nei polmoni e nella circolazione sanguigna e causano una serie di malattie tra cui ictus, malattie cardiache, cancro ai polmoni e altre infezioni respiratorie.
Secondo l’Oms, l’inquinamento atmosferico globale è legato all’uso di energia inefficiente in ogni settore dell’attività umana: centrali elettriche a carbone, industria, agricoltura e trasporti. I rifiuti che bruciano e la deforestazione sono ulteriori fonti di inquinamento atmosferico, come lo sono la sabbia e la polvere del deserto, riferisce l’agenzia. All’interno delle case popolari, la principale fonte di inquinamento atmosferico deriva dalla mancanza di accesso a combustibili da cucina puliti.

Il tardivo intervento della comunità internazionale

È un problema che colpisce più del 40% della popolazione mondiale – circa tre miliardi di persone – una situazione che il Direttore Generale dell’Oms ha definito “inaccettabile”. Anche se ci sono grosse lacune sui dati sull’inquinamento atmosferico da regioni come il Pacifico occidentale e l’Africa – dove le informazioni erano disponibili solo in otto dei 47 Paesi del continente – il capo dell’Oms ha notato che la comunità internazionale “inizia a prestare attenzione e ad agire” sull’inquinamento atmosferico, riconoscendolo come una minaccia allo sviluppo sostenibile.
“La buona notizia è che stiamo vedendo sempre più governi aumentare gli impegni per monitorare e ridurre l’inquinamento atmosferico, nonché un’azione più globale da parte del settore sanitario e di altri settori come i trasporti, l’alloggio e l’energia”, ha affermato il funzionario.
Il dottor Neira dell’Oms ha fatto eco a questo messaggio, sottolineando “un’accelerazione di interesse politico in questa sfida globale per la salute pubblica”. Ma ha notato che il crescente impegno a registrare dati sull’inquinamento atmosferico fino ad oggi proviene principalmente dai Paesi ad alto reddito. I Paesi che stanno adottando misure per ridurre l’inquinamento atmosferico includono l’India, secondo l’Oms, dove un nuovo schema ha fornito connessioni di gas gratuite per oltre 37 milioni di donne, per aiutarle a passare all’utilizzo di energia pulita in casa.
La pubblicazione delle scoperte dell’Oms anticipa la prima conferenza globale sull’inquinamento atmosferico e la salute, che si svolgerà dal 30 ottobre al 1° novembre a Ginevra, dove l’agenzia delle Nazioni Unite intende promuovere una migliore qualità dell’aria e combattere gli effetti nocivi del clima modificare.
di Giovanni Sorbello

Perché l’Italia è diventata un protettorato di sua Maestà Britannica

Italia

Che le mire britanniche sull’Italia fossero nate con la stessa Italia, e che anzi l’Italia e la sua unità politico-territoriale fossero in qualche modo il prodotto delle ambizioni inglesi, sono dati storici ormai chiari anche agli studenti della “buona scuola”. Ma non tutti sono a conoscenza  dei documenti desecretati degli archivi londinesi di Kew Gardens, da cui emerge che non è tanto Washington ad ordire piani eversivi per l’Italia, ma è soprattutto Londra che non volendo perdere il controllo delle rotte petrolifere ha ingaggiato una guerra devastante mai interrotta a cominciare dal delitto Matteotti (1924) per arrivare alla morte di Mattei (1962) e di Aldo Moro (1978) tesa a contrastare la politica filoaraba e terzomondista di Mattei, Gronchi, Moro e Fanfani.


Ma non solo il petrolio è il problema, per gli inglesi anche i comunisti sono un’ossessione


Ogni mezzo è valido per contrastare i desideri primari (il petrolio) e le ossessioni (il comunismo) di suo Maestà Britannica, persino arruolando schiere di giornalisti, intellettuali e politici per orientare l’opinione pubblica e il voto degli Italiani.
Un apposito dipartimento del Foreign Office lavora a questo obiettivo, a cui partecipano vecchi amici dei servizi britannici come l’ex partigiano monarchico Edgardo Sogno e l’ex comandante repubblichino della Decima Mas, Junio Valerio Borhese. E arriva l’anno 1976, quando al Pci si aprono le porte del governo. A Londra si progetta un Golpe per bloccare Aldo Moro, in quegli anni lo stratega della politica mediterranea e mediorientale dell’Italia. Il Golpe non viene attuato per alcune opposizioni tedesche e statunitensi e il governo inglese fa da solo, scegliendo un’altra “azione sovversiva”.  Si scatena così un’ondata terroristica che culmina nell’assassinio di Aldo Moro.
Molti documenti inediti degli archivi inglesi sono stati consultati e pubblicati in due libri (“Il Golpe inglese” e “Colonia Italia” di Fasanella e Cereghino), alcuni di particolare interesse come quello del gennaio del 1969, in cui un funzionario dell’ambasciata britannica invita il suo governo ad “usare altri metodi” per contrastare la politica mediterranea dell’Italia, che si stava facendo più “aggressiva” nelle aree che Londra considera di esclusivo interesse britannico (Libia e Medio Oriente), troppo aggressiva nonostante la massiccia propaganda occulta esercitata negli anni precedenti dalla macchina dei servizi britannici attraverso il controllo di gran parte della stampa italiana. Troppo aggressiva da meritare una risposta con “altri metodi”.
Purtroppo non sappiamo quali, perché questa parte del documento è ancora oggi protetta dal segreto. Nel 1969 inizia la stagione delle stragi e del terrorismo. A oltre quaranta anni di distanza, in Italia si continua a strapparsi i capelli chiedendo verità e giustizia, si piangono lacrime di coccodrillo ad ogni commemorazione, si indaga all’infinito, si costituiscono commissioni parlamentari di inchiesta, ma NESSUNO  fa la cosa giusta e naturale: chiedere ad un governo, in teoria nostro amico e alleato, di confermare o smentire attraverso la desecretazione di un documento, se la sua intelligence ha avuto un ruolo oppure no nella strage di Piazza Fontana.

Perché?

Gran parte dell’informazione italiana ha partecipato alla guerra politica e propagandistica condotta con metodi non ortodossi contro l’Italia da un Paese “amico, di cui sono state le “quinte colonne” interne, quindi non hanno alcun interesse a fare emergere questo aspetto imbarazzante. Quando si tocca il tasto delle azioni “sporche” britanniche, scatta il silenzio.
Quanti e quali son i nomi dei giornalisti, politici, scrittori, filosofi italiani, religiosi, famiglie nobili che hanno collaborato e forse collaborano ancora oggi con il Foreign Office britannico a difesa degli interessi di Sua Maestà Britannica, che considera l’Italia un Paese sconfitto dalla seconda guerra mondiale e quindi un Paese sui cui esercitare il suo protettorato? Nel libro “Colonia Italia” sorprende un interessante elenco di collaboratori, da Renato Mieli a Benedetto Croce, dai cenacoli di Villa Idania a Palazzo Caetani, da Montanelli contro Mattei ai servi segreti di Pio XII, al Cardinale Montini, alla longa manus dei gesuiti.
di Cristina Amoroso

A Gaza i proiettili diventano opere d’arte



Striscia di Gaza – Il 38enne palestinese, Majdi Abu Taqiyya, trasforma munizioni e proiettili di gas lacrimogeni sparati dalle forze israeliane contro i palestinesi, in opere d’arte. Alla morte, i palestinesi, rispondono con la vita.

Redazione

Siria: “ribelli” consegnano armi israeliane



Siria – I “ribelli” sponsorizzati dall’Occidente hanno consegnato grandi quantità di armi e munizioni, alcune delle quali di fabbricazione israeliana, prima della loro evacuazione dalle città a sud della capitale siriana, Damasco, al nord del Paese.

Iran condanna brutale massacro di palestinesi a Gaza



L’orrendo massacro compiuto ieri dal regime israeliano contro i manifestanti palestinesi a Gaza, sta suscitando una forte ondata di condanna da parte di diversi Paesi. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Bahram Qassemi, ha condannato con fermezza l’uccisione “senza pietà e senza precedenti” del regime israeliano di civili palestinesi, compresi i bambini, chiedendo la reazione immediata degli organismi internazionali.
“Il massacro di civili palestinesi, comprese donne e bambini indifesi, e l’occupazione dei territori palestinesi si sono trasformati nella strategia principale dei sionisti negli ultimi 70 anni…”, ha dichiarato Qassemi durante una dichiarazione rilasciata ieri.
Oggi, l’ambasciata e il governo degli Stati Uniti hanno celebrato il trasferimento dell’ambasciata da Tel Aviv a Quds (Gerusalemme) in concomitanza con il brutale massacro di persone innocenti. “I crimini incessanti commessi dai sionisti in Palestina sono il risultato del sostegno costante degli Stati Uniti e del traditore compromesso e vergognosa inerzia di alcuni governi regionali. Sono indubbiamente responsabili e complici dell’umiliante spargimento di sangue nella Palestina occupata, nonché delle sofferenze e delle privazioni del popolo palestinese”, ha proseguito Qassemi.
Il portavoce iraniano ha anche invitato le organizzazioni regionali e internazionali a intraprendere azioni immediate senza alcuna esitazione e ad inserire il regime israeliano alla Corte penale internazionale come criminale di guerra.
Nella giornata di ieri, decine di migliaia di palestinesi si sono radunati vicino al recinto sul confine israeliano per protestare contro il blocco del loro territorio e il trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv ad al-Quds. Il ministero della Salute di Gaza ha riferito che circa 60 palestinesi sono stati uccisi e più di 2700 feriti, di cui 130 sono versano in condizioni gravi o critiche.Il Consiglio di sicurezza dell’Onu si riunirà oggi per discutere delle uccisioni di massa di palestinesi da parte delle forze israeliane vicino al confine di Gaza.
di Redazione

Il clamoroso reportage di Robert Fisk dalla Siria: “Non era gas, era polvere”


Robert Fisk è considerato uno dei più grandi reporter di guerra del mondo. In Medio Oriente dal 1976 come corrispondente del Times, ha seguito la guerra civile libanese, l’invasione sovietica dell’Afghanistan, la guerra Iran-Iraq, le guerre balcaniche, la prima e la seconda guerra del Golfo, sempre denunciando crimini di guerra di opposte fazioni e molte delle attività dei governi occidentali in Medio Oriente. Un vero testimone del nostro tempo. Oggi collabora con l’Independent, e qui vi proponiamo ampi stralci del suo ultimo clamoroso articolo sulla Siria. Titolo: “La ricerca della verità tra le macerie di Duma – e i dubbi di un medico sull’attacco chimico”. La parola di Fisk ha un peso, e se anche lui si chiede “gli attacchi con il gas sono avvenuti davvero?”, il mondo non può non ascoltare.
Questa è la storia di una città chiamata Duma, un luogo devastato tra palazzi distrutti, e di una clinica sotterranea le cui immagini di sofferenza hanno autorizzato tre delle nazioni più potenti del mondo occidentale a bombardare la Siria la settimana scorsa. C’è un dottore amichevole in camice verde che, mentre lo seguo nella clinica, allegramente mi dice che il video sul “gas” che ha fatto inorridire il mondo, malgrado i dubbiosi, è perfettamente autentico.
Le storie di guerra, comunque, hanno l’abitudine di diventare sempre più oscure. E lo stesso esperto dottore siriano 58enne aggiunge poi qualcosa di profondamente disturbante: i pazienti, sostiene, non sono stati sopraffatti dal gas ma dalla carenza di ossigeno nei tunnel pieni di immondizia e nelle cantine dove vivono, durante una notte di vento e di pesanti bombardamenti che hanno sollevato una tempesta di polvere.
Mentre il dottor Assim Rahaibani  annuncia questa straordinaria conclusione, è giusto osservare che per sua stessa ammissione lui non è un testimone, e malgrado parli un buon inglese si riferisce due volte ai miliziani jihadisti di Jaish el-Islam (l’Esercito Islamico) a Dumas come a dei “terroristi”, la parola del regime per definire i nemici e un termine usato da tanta gente per tutta la Siria. Sto capendo bene? A quale versione degli eventi dobbiamo credere?
Per mia sfortuna, inoltre, i dottori che erano in servizio quella notte del 7 aprile sono tutti a Damasco per rispondere ad una commissione di inchiesta, che cercherà di arrivare ad una risposta definitiva alla questione nelle prossime settimane.
La Francia, intanto, ha detto di avere “le prove” che siano state usate armi chimiche, e i media USA hanno citato fonti che sostengono che i test di sangue e urina hanno mostrato la stessa cosa. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha comunicato che i suoi partner sul posto hanno trattato 500 pazienti “che esibiscono segni e sintomi consistenti con l’esposizione ad agenti chimici tossici”. Gli ispettori dell’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPAC) però non riescono ad arrivare nel sito del presunto attacco col gas, apparentemente in quanto mancanti dei corretti permessi ONU.
Prima di andare avanti, i lettori devono sapere che questa non è l’unica storia a Duma. Ci sono molte persone con cui ho parlato, tra le rovine di questa città, che affermano di “non aver mai creduto” alle storie sul gas che vengono solitamente diffuse, così sostengono, dai gruppi armati islamisti. (…)
E’ stata una breve camminata fino al Dr Rahaibani. Dalla porta della sua clinica, chiamata “Punto 200” nella strana geologia di questa città in parte sotterranea, scende un corridoio fino al suo ospedale e ai pochi letti, dove una bambina piange mentre le infermiere le curano un taglio sopra un occhio. “Ero con la mia famiglia nella cantina della mia casa a 300 metri da qui, quella notte, ma tutti i dottori sanno ciò che è successo. C’erano grossi bombardamenti (delle forze governative) e gli aerei sono sempre sopra Duma durante la notte. Ma quella notte c’era vento, e grandi nuvole di polvere hanno cominciato ad infiltrarsi nelle cantine dove vive la gente. Le persone hanno cominciato ad arrivare qui in ospedale soffrendo di ipossia e scarsità di ossigeno. Poi qualcuno alla porta, un Casco Bianco, ha urlato “Gas!” ed è cominciato il panico. Le persone hanno preso a tirarsi addosso l’acqua l’una con l’altra. Sì, il video è stato filmato qui, è genuino, ma quelle che tu vedi sono persone colpite da ipossia e non da avvelenamento da gas. (…)
I Caschi Bianchi -i primi soccorritori, già leggendari in occidente, ma con alcuni risvolti interessanti nella loro stessa storia- hanno giocato un ruolo familiare durante le battaglie. Loro sono parzialmente finanziati dal Foreign Office inglese, e molti degli uffici locali impiegano uomini di Duma. (…)
Naturalmente volevamo ascoltare il loro punto di vista, ma non è stato possibile: una donna ci ha detto che tutti i membri dei caschi Bianchi hanno abbandonato il loro quartier generale e hanno scelto di evacuare con i bus organizzati dal governo verso la provincia ribelle di Idlib, insieme ai miliziani che hanno aderito alla tregua. (…)
Le mie domande sul gas hanno trovato solo una franca perplessità. Come è possibile che i rifugiati di Duma che hanno raggiunto i campi in Turchia abbiano descritto un attacco con il gas che nessuno a Duma oggi sembra ricordarsi? Mi è venuto in mente, mentre camminavo per un miglio in questi tunnel, che i cittadini di Duma vivono così isolati gli uni dagli altri e per così tanto tempo che le notizie come le intendiamo noi semplicemente per loro non hanno significato. La Siria non è una democrazia, come dico cinicamente ai miei colleghi arabi, ed è sicuramente una spietata dittatura, ma questo non dovrebbe trattenere persone felici di incontrare finalmente stranieri, dal rispondere con parole di verità. Così, cosa mi stavano davvero dicendo? (…) Un colonnello siriano in cui mi sono imbattuto davanti a uno di questi edifici mi ha chiesto se volevo vedere quanto erano profondi i tunnel. Mi sono fermato dopo oltre un miglio, e lui ha curiosamente osservato: “Questi tunnel possono arrivare lontano, fino in Gran Bretagna”. Ah sì, la signora May, mi ricordo, i cui bombardamenti sono così intimamente collegati a questi luoghi di tunnel e polvere. E anche di gas?

ECONOMIA TEDESCA AD ALTO RISCHIO: BRIDGEWATER PUNTA 22 MILIARDI DI DOLLARI CONTRO SIEMENS E ALTRI COLOSSI TEDESCHI E UE



Il Financial Times non fa sconti alla Germania e con un articolo che suona come un rumorosissimo campanello d'allarme svela dati e percentuali sull'economia e la finanza tedesca da spavento.

"Chi ha investito sulle azioni tedesche ha ricevuto una spiacevole sorpresa quest’anno: l’indice di borsa tedesco (Dax) infatti ha perso l’11% da gennaio divenendo il ‘ground zero’ della finanza globale, con gli investitori che devono fare i conti con una crescente ‘guerra’ commerciale".

"Joachim Schallmayer, gestore di fondi per la Deka, una banca di Francoforte, sostiene che “l’attuale dibattito sul protezionismo sta intimidendo gli investitori nei confronti dell’azionariato germanico,” aggiungendo che i tempi in cui i titoli tedeschi rappresentavano un caposaldo della globalizzazione finanziaria sembrano essere ormai un bel ricordo".

E fin qua, sarebbero anche notizie "accettabili" non fosse che l'articolo prosegue così: "I produttori di automobili e l’industria della chimica valgono circa il 30% dell'indice DAX – due settori che subiscono l'andamento ciclico dei mercati vulnerabili al rallentamento della crescita che ha spinto in alto le azioni nel 2017. Al contrario, le banche e le compagnie tecnologiche – due settori che hanno avuto una performance migliore fuori dalla Germania – non pesano molto nel paniere Dax e dunque l'indice risulta ulteriormente rallentato. Un altro investitore di Francoforte ha puntato il dito sulla speculazione: alcuni hedge fund stanno usando le multinazionali tedesche come un ''canarino nella miniera'' degli scambi globali e scommettono contro di esse. Il fondo americano Bridgewater ad esempio, ha puntato 22 miliardi di dollari contro una trentina di grandi aziende europee, incluso il colosso tedesco Siemens".

"Sono stati pochi gli analisti a prevedere - aggiunge il Financial Times - il netto calo del Dax, in parte perché l’economia tedesca è ancora forte e la valutazione del mercato non appare eccessiva. Il Dax, composto da 30 titoli, scambia attualmente con multipli di 12,5 sulla proiezione degli utili, perfettamente in linea col suo trend storico ma di un quarto sotto il mercato statunitense. Tuttavia, il titolo Deutsche Bank ha perso il 10% la settimana scorsa, confermando la sua posizione di peggior titolo del 2018 e anche nell’industria automobilistica molti investitori stanno mettendo in dubbio la sostenibilità del modello di business tedesco".

"Le vendite e i profitti di Volkswagen, Daimler, BMW e Continental fanno affidamento principalmente sui loro motori a combustione interna, che molti vedono come una tecnologia ormai in declino. Gli attuali guadagni sono ancora forti, ma c'è chi si interroga sulla loro solidità futura. Non esiste una singola ragione dietro agli attuali segnali di debolezza del Dax, ma col mercato tedesco che registra ritardi rispetto ad ogni altro principale indice europeo, a eccezione dell’FTSE 100 in Inghilterra, si pone la pressante questione se, all’interno di questo scenario fragile, le prospettive di guadagno su queste aziende influiranno sulle offerte pubbliche iniziali a Francoforte, cioè sul valore dei titoli di queste industrie".

"Albrecht (Karl Hans Albrecht. Secondo Forbes nel 2014 era l'uomo più ricco di Germania e il 23° uomo più ricco del mondo con un patrimonio di 26 miliardi di USD -ndr) è convinto che lo scarso rendimento attuale del Dax non sia altro che un contrattempo: “Tutti gli argomenti utilizzati per spiegare il recente scivolone erano già reali l’anno scorso, ma crediamo che il Dax possa tornare nel territorio dei 14.000 punti quest’anno” ha detto recentemente. Ma, come ha dimostrato un ultimo sondaggio sui livelli di fiducia dei dirigenti aziendali tedeschi che ma mostrato un forte calo della fiducia per il 2018 -ndr) queste voci ottimiste faticano a farsi sentire man mano che le preoccupazioni commerciali si intensificano".


Redazione Milano




Facebook Seguimi