14 aprile 2018

Debito pubblico italiano: un’eredità che arriva dai Savoia. Il Sud Italia era esempio di virtuosità e rigore



Il massacro di Napoli e del Regno delle Due Sicilie, appunti su un genocidio.

Nel 1815, quando i Borboni ritornarono a Napoli, la popolazione era di 5.060.000, nel 1836 di 6.081.993; nel 1846 la popolazione arrivò a 8.423.316 e dieci anni dopo a 9.117.050.

Questo vorticoso aumento della popolazione ha nome e cognome: benessere e progresso civile e sociale. Durante 127 anni di governo i Borboni diedero prosperità a tutto il popolo e da 3 milioni di anime, del 1734, si arrivò ai 9 milioni del 1856.
Cos’ era successo? Come fu possibile?

Nel Meridione non si costruivano strade fin dal tempo dei Romani e i vicerè spagnoli impoverirono la popolazione esigendo tasse e balzelli, i baroni inselvatichirono la vita civile, le campagne erano abbandonate, i boschi avevano invaso le terre fertili di buona parte del Regno, i pirati razziavano le coste, il commercio non esisteva quasi più e, non essendoci polizia, nessuno rispettava le leggi e solo gli innominati di manzoniana memoria erano i veri padroni della società.

I Borboni riuscirono dove gli altri fallirono, imbrigliarono e resero quasi innocui i baroni, costruirono strade, ricostituirono l’esercito e le amministrazioni locali cui diedero l’antica autonomia, diedero impulso all’industria, all’agricoltura, alla pesca, al turismo.

Da ultimo, tra gli Stati, divenne il primo d’Italia e tra i primi del mondo. Le ferrovie, inventate nel 1820, fecero la loro prima apparizione a Napoli (1839) con il tratto che congiungeva la capitale a Portici e poi fu concessa al Bayard di continuarla fino a Castellammare. A spese del tesoro nel 1842 cominciò quella per Capua e poi l’altra per Nola, Sarno e Sansevero. Nel 1837 arrivò il gas e nel 1852 il telegrafo elettrico.

Col benessere aumentava la popolazione in tutto il regno e per questa stessa ragione anche le entrate pubbliche che, di fatto, quintuplicarono.



Le strade erano sicure, non più masnadieri per terra ne pirati per mare; eliminate le leggi feudali fecero ordine sui territori e concessero, primi al mondo, la terra a chi la lavorava; furono così estirpate le boscaglie per far posto a frutteti e vigneti; furono prosciugate le paludi in tutto il regno e regalate ai contadini; furono arginati fiumi e torrenti.

Si mise ordine all’ amministrazione pubblica.

La scuola pubblica fu istituzionalizzata come primaria e quella religiosa a far da supporto. Laicismo e religiosità si confondevano, dando al regno nuovo impulso culturale. Fiorirono pittori, architetti, scultori, musicisti e grande sviluppo ebbe l’artigianato.

Il teatro San Carlo, fu costruito in soli 270 giorni e la stessa corrente culturale fece nascere l’Officina dei Papiri, il Museo Archeologico, l’Orto Botanico, l’Osservatorio Astronomico, la Biblioteca Nazionale e, primo al mondo, l’Osservatorio Sismologico Vesuviano.

Lo sviluppo industriale fu travolgente e in venti anni raggiunse primati impensabili sia nei settori del tessile che in quello metalmeccanico con 1.600.000 addetti contro il 1.100.000 del resto d’Italia.

Nacquero industrie tecnologicamente avanzate, dando vita a ferrovie e battelli a vapore e costruendo i primi ponti in ferro in Italia, opere d’alta ingegneria in parte ancora visibili sul fiume Calore e sul Garigliano.

La navigazione si sviluppò in modo impressionante, tanto che il governo borbonico fu costretto a promulgare, primo in Italia, un Codice Marittimo creando dal niente una rete di fari per tutta la costa.

Le navi mercantili del Regno delle Due Sicilie solcavano i mari di tutto il mondo e la sua flotta era seconda solo a quella Imperiale Inglese e così pure la flotta da guerra, terza in Europa dietro quella inglese e quella francese. Le compagnie di navigazione pullulavano e così pure i cantieri navali, tutti forniti di manodopera di prim’ordine; i suoi maestri d’ascia e così i velai e i carpentieri erano richiesti in tutto il mondo.

Le industrie tessili, navali, metalmeccaniche pullulavano in tutto il regno: quella di Pietrarsa, con mille operai e settemila d’indotto, ne era la punta di diamante. Gli operai lavoravano otto ore al giorno e guadagnavano abbastanza per sostentare le loro famiglie e primi in Italia usufruirono di una pensione statale in quanto fu istituito un sistema pensionistico (con ritenuta del 2% sugli stipendi).
Nel Regno la disoccupazione era praticamente inesistente e così l’emigrazione.

Oltre al milione e seicentomila addetti nell’industria vi erano duecentomila commercianti e tre milioni e mezzo di contadini.

Il denaro circolava e le banche sovvenzionavano le imprese con mutui a basso interesse. Gli sportelli bancari erano diffusi in ogni paese e villaggio e prime al mondo, le banche del Regno, furono autorizzate dal Governo ad emettere i polizzini sulle fedi di credito ossia i primi assegni bancari della storia economica moderna.

Il turismo non era da meno delle altre industrie: la Sicilia, la Campania, il basso Lazio erano ricchissimi di reperti archeologici greci e romani che, affiancati da musei e biblioteche, diedero un impulso notevolissimo alla costruzione di alberghi e pensioni in quanto i viaggiatori aumentavano anno dopo anno.

Sorsero così le prime agenzie turistiche italiane e Carlo III di Borbone intuendo l’importanza di Pompei ed Ercolano, profondendo mezzi e denaro fondò l’Accademia di Ercolano, dando così, di fatto, inizio agli scavi.

Oggi Pompei è una delle città più visitate del mondo, con un milione di presenze all’ anno.

Oltre a bonificare le paludi, per dare lavoro ad operai e contadini, istituirono collegi militari come la Nunziatella, Accademie Culturali, scuole di Arti e Mestieri, Monti di Pegno e Frumentari

Le Università sfornavano fior di professionisti e scienziati e il Regno poteva vantare il più basso tasso di mortalità infantile in Italia. Erano sparsi sul territorio ospedali, ospizi e ben 9.000 medici.

Lo Stato godeva di buona salute, il deficit era quasi inesistente ed il suo patrimonio aureo era invidiato da tutte le nazioni.

Avendo buona amministrazione e finanze oculate la Borsa di Parigi, allora la più grande del mondo, quotava la Rendita dello Stato napoletano al 120 per cento, ossia la più alta di tutti i Paesi.

Nella conferenza internazionale di Parigi del 1856 fu assegnato al Regno delle Due Sicilie il premio di terzo paese del mondo, dopo l’Inghilterra e la Francia, per sviluppo industriale.

L’industria trainante, controllata con oculatezza dallo Stato e assistita dal sistema bancario non centralizzato, procurò dapprima i beni di consumo che servivano alla comunità per poi cominciare ad esportarli.

L’industria di trasformazione dei prodotti agricoli fu fondamentale per lo sviluppo dell’ agricoltura come quella tessile per la pastorizia. Centinaia di frantoi macinavano le olive, centinaia di mulini trasformavano in farina il grano del Regno, migliaia di forni sparsi per le città ed i villaggi lavoravano il pane, decine di pastifici producevano pasta e conserve.
Tutto questo è oggi, ai più, ignoto oltre che al Nord dell’Italia, anche nel Mezzogiorno stesso.

Il 13 febbraio 1861 cadeva la fortezza di Gaeta: tre mesi di resistenza; tre mesi di massacri perpetrati dal generale Cialdini. 160 mila bombe rasero al suolo la città tirrenica e fiaccarono per sempre la sua vitalità.

Camillo Benso di Cavour diede al generale Cialdini l’ ordine di distruggere Gaeta in quanto stava ritardando i tempi per il suo disegno. Il Primo Ministro piemontese sapeva che il Piemonte era alla bancarotta, come sapeva che la sifilide lo stava divorando.

Prima di morire voleva vedere attuato il suo capolavoro: la cosiddetta Unità d’Italia.

Il 13 febbraio 1861 è una data che ogni Meridionale dovrebbe memorizzare perché da allora iniziò una resistenza senza quartiere contro gli invasori savoiardi che al Sud nessuno voleva.
Nacque in quel giorno la questione meridionale.

Il Sud prospero venne saccheggiato delle sue ricchezze e delle sue leggi; venne immolato alla causa nazionale; venne immolato alla massoneria che da Londra dirigeva e stabiliva il nuovo assetto mondiale. Il Regno delle Due Sicilie, unico stato libero ed indipendente da influenze straniere, fu dato in pasto agli affamati piemontesi.

Nel 1861 il Piemonte, per conto di Mr. Albert Pike, Gran Maestro Venerabile della massoneria di Londra, iniziava il più grande genocidio e prima pulizia etnica della storia del nostro paese.

A metà agosto i giornali di regime stampavano con enfasi le vittorie militari dell’esercito sabaudo e fecero passare per una grande battaglia la scaramuccia di Castelfidardo, mentre calavano una cortina di silenzio sugli eccidi perpetrati dai generali piemontesi contro cittadini inermi.

Cannoni contro città indifese; fuoco appiccato alle case, ai campi; baionette conficcate nelle carni dei giovani, dei preti, dei contadini; donne incinte violentate, sgozzate; bambini trucidati; vecchi falciati al suolo.

Ruberie, chiese invase, saccheggiati, i loro tesori rubati, quadri, statue trafugate, monumenti abbattuti, libri bruciati, scuole chiuse per decreto.

La fucilazione di massa divenne pratica quotidiana. In dieci anni dal 1861 al 1871 circa novecentomila cittadini furono uccisi su una popolazione complessiva di 9.117.050. Mai nessuna statistica fu data dai governi piemontesi. Nessuno doveva sapere.

Alcuni giornali stranieri pubblicarono delle cifre terrificanti: dal settembre del 1860 all’agosto del 1861 vi furono 8.968 fucilati, 10.604 feriti, 6.112 prigionieri, 64 sacerdoti, 22 frati, 60 ragazzi e 50 donne uccisi, 13.529 arrestati, 918 case incendiate e 6 paesi dati a fuoco, 3.000 famiglie perquisite, 12 chiese saccheggiate, 1.428 comuni sollevati.

Dati che erano sottostimati almeno di cento volte; le notizie il ministero della guerra le dava col contagocce, in quanto all’estero doveva apparire tutto tranquillo e mai giornalista fu ammesso a constatare ciò che stava accadendo nelle province meridionali. Il movimento rivoluzionario antipiemontese, chiamato brigantaggio, in realtà fu un grandissimo movimento di resistenza, per la difesa della loro patria, il loro Re e la Chiesa Cattolica, da un’ orda massonica che voleva colonizzare il Meridione.
Quella setta governa ancora.

Le cifre che pubblicavano i giornali stranieri erano sottostimate; il governo piemontese aveva dato ordine di mettere a ferro e fuoco il Regno delle Due Sicilie e dette carta bianca ai vari comandanti militari. L’esercito piemontese fu ammaestrato ed addestrato agli eccidi di popolazioni inermi, a rappresaglie indiscriminate, al saccheggio, alla fucilazione sommaria dei contadini colti con le armi in mano o solamente sospettati, arresti di partigiani o solo sospettati di esserlo, fucilazioni, anche di parenti di essi, stato d’assedio di interi paesi.

Alcuni comandanti piemontesi emanarono, fra il 1861 e il 1862, bandi che i nazisti mai avrebbero sognato di applicare a popolazioni di origine germanica.

Naturalmente i piemontesi non erano italiani e si sentivano in diritto, contro tutte le convenzioni, e il diritto internazionale, di fare quel che volevano, di poter fucilare chiunque trasgrediva i molteplici divieti.

Generali, colonnelli, maggiori e ufficiali che parteciparono a quelle repressioni dovevano sentirsi, in cuor loro, dei codardi.

Diciamo semplicemente che erano dei criminali di guerra tanto è vero che ancora oggi, dopo 150 anni, nelle scuole non s’insegni la vera storia del Risorgimento piemontese che per il Sud, in realtà, fu vera colonizzazione e sterminio di massa.

L’aiutante di campo di Vittorio Emanuele II, generale Solaroli, definiva i contadini la più grande canaglia dell’ultimo ceto. I contadini dovevano essere tutti fucilati, senza far saper niente alle autorità. Imprigionarli non era conveniente perchè, una volta in galera, lo Stato doveva provvedere al loro sostentamento.

Il più determinato e feroce fu il criminale di guerra generale Cialdini, detto Berluski, il quale dopo aver massacrato Gaeta telegrafò al governatore del Molise: “Faccia pubblicare un bando che fucilo tutti i paesani che piglio armati e do quartiere solo alla truppa”,

Il generale Fanti emanò un bando che sanciva la competenza dei tribunali militari straordinari per i colpevoli di brigantaggio.

Il generale Pinelli si superò, estese la pena di morte a chi avesse: ” .. a coloro che con parole od atti insultassero lo stemma dei Savoia, il ritratto del re o la bandiera nazionale”.

Il generale Della Rocca, altro campione ed eroe piemontese, impartì l’ordine che: “non si perdesse tempo a far prigionieri, dato che i governatori avevano fatto imprigionare troppi contadini”.

In una settimana nel Teramano furono fucilati 526 contadini e a Scurcola altrettanti, e così a Isernia e Rionero Sannitico e in mille altri paesi del Sud.

Il colonnello Pietro Fumel si vantava di aver fatto fucilare ” briganti e non briganti“ e sottoponeva a torture e sevizie inaudite i prigionieri.
IL NORD NON LASCERÀ AI MERIDIONALI NEMMENO GLI OCCHI PER PIANGERE

I Borboni avevano conservato il loro regno integro; i piemontesi, che avevano invaso un Regno senza dichiarazione di guerra, trovarono oro e denaro, saccheggiarono tutto quello che c’era da saccheggiare, massacrarono intere popolazioni, misero a ferro e fuoco il Sud per dieci anni, lo impoverirono, trasferendo tutte le sue ricchezze nel Piemonte.

Francesco II, partendo da Gaeta il 14 febbraio 1861, disse al comandante Vincenzo Criscuolo: «Vincenzino, i napoletani non hanno voluto giudicarmi a ragion veduta; io però ho la coscienza di avere fatto sempre il mio dovere, Il Nord non lascerà ai meridionali neppure gli occhi per piangere”.
Mai parole furono così vere!

Dal 1860 al 1870 i piemontesi riuscirono a depredare tutto quello che c’era da prendere, svuotarono le casse dei comuni, quelle delle banche, quelle dei poveri contadini, quelle delle comunità religiose, dei conventi; saccheggiarono le chiese e le campagne; smontarono i macchinari delle fabbriche per montarli al nord; rubarono opere d’arte, quadri, statue.

Nelle casse piemontesi finirono circa seicento milioni ricavati dalla vendita dei beni ecclesiastici e altrettanti dalla vendita dei beni demaniali che i Borboni, da sempre, riservavano ai contadini ed ai pastori.

Le miniere di ferro, il laboratorio metallurgico della Mongiana in Calabria; le industrie tessili della Ciociaria; le manifatture di Terra di Lavoro; i tanti cantieri navali sparsi per tutto il Mezzogiorno; la magnifica fabbrica di Pietrarsa che dava con l’indotto lavoro a settemila persone; le scuole pubbliche e, soprattutto, la dignità e la libertà furono tolte ai Meridionali i quali, coraggiosamente, preferirono andare a morire partigiani sui monti dell’ Appennino, piuttosto che veder calpestato il suolo della patria napoletana dalle “orde di assassjnj e ladroni del nord”.

Erano così rapaci i fautori dell’Italia Unita che a Napoli furono trafugate anche le batterie della cucina dei palazzi reali. Presero la via di Torino anche due enormi mortai di bronzo cesellati, che stavano negli ospedali militari della Trinità e del Santo Sacramento, tali opere erano state create da Benvenuto Cellini.

Tutto il Sud fu razziato e spogliato delle sue fabbriche e delle sue ricchezze: a guerra civile terminata, nel 1871, le più oneste e migliori menti della classe imprenditoriale, quel poco che restava di media borghesia oltre a una miriade di contadini e di operai del Sud, che fino al 1860 non avevano mai conosciuto l’emigrazione, furono costretti ad arricchire gli stati del continente americano.

Tutto cominciò quando il famoso, si fa per dire prode, “assassino e criminale di guerra”, Ferdinando Pinelli, varcò il Tronto con la sua armata e fu battuto dai contadini dell’ Ascolano. Fu preso a sassate ed una pietra colpì l’ardito generale che, adirato, dettò il seguente bando:

“Ufficiali e soldati! La vostra marcia tra le rive del Tronto e quelle della Castellana è degna di encomio. S.E. il Ministro della Guerra se ne rallegra con voi.

Selve, torrenti, balze nevose, rocce scoscese non valsero a trattenere il vostro slancio; il nemico, mirando le vostre penne sulle più alte vette dei monti ove si riteneva sicuro, le scambiò per quelle dell’ aquila Savoiarda, che porta sulle ali il genio d’Italia: le vide, impallidì e si diede alla fuga.

Ufficiali e soldati!Voi molto operaste, ma nulla è fatto quando qualche cosa rimane da fare.

Un branco di quella progenie di ladroni ancora si annida tra i monti, correte a snidarli e siate inesorabili come il destino. Contro nemici tali la pietà è delitto.

Vili e genuflessi, quando vi vedono in numero, proditoriamente vi assalgono alle spalle, quando vi credono deboli, e massacrano i feriti. Indifferenti a ogni principio politico, avidi solo di preda e di rapina, or sono i prezzolati scherani del vicario, non di Cristo, ma di Satana, pronti a vendere ad altri il loro pugnale.

Quando l’oro carpito alla stupida crudeltà non basterà più a sbramare le loro voglie, noi li annienteremo; schiacceremo il sacerdo tal vampiro, che con le sozze labbra succhia da secoli il sangue della madre nostra, purificheremo col ferro e col fuoco le regioni infestate dall’ immonda sua bava, e da quelle ceneri sorgerà rigogliosa e forte la libertà anche per la provincia ascolana”.

I Savoia, i Bixio, i Boiolo, i Brignone, i Cavour, i Cialdini, i Cugia, i Del Giudice, i De Luca, i Fantoni, i Farini, i Fumel, i Garibaldi, i La Marmora, i Martini, i Pinelli un giorno saranno processati da un tribunale Morale. Saranno tutti condannati dalla storia

Fino al 1860, il Regno delle Due Sicilie, ricco di pace, di memorie, di costumi, di commercio, di prosperità, di arti, di industrie, di pesca, di agricoltura, di artigianato, era l’invidia delle genti: scuole gratis, teatri, opere d’ingegneria, meravigliosi musei, strade ferrate, gas, opifici, opere di carità, bacini, cantieri navali, arsenali davano lavoro a tutto il popolo.
Non c’era disoccupazione.

Era il primo stato Sociale, il primo stato Illuminato del mondo.

Doveva essere abbattuto. La massoneria non perdona chi vive in modo dignitoso e libero. La massoneria ha bisogno di servi, di schiavi e i liberali erano i loro lacchè.

Alessandro Bianco, conte di Saint-Jorioz, piemontese, sterminatore anche lui di gente, ebbe momenti di lucida analisi scrivendo le sue memorie sul brigantaggio e le cause che determinarono la rivolta contadina post-unitaria: “…Il Piemonte si è avvalso di esuli ambiziosi, inetti, servili, incuranti delle sorti del proprio paese e preoccupati soltanto di rendersi graditi, con i loro atti di acquiescente servilismo a chi, da Torino, decide ora sulle sorti delle province napoletane. E accanto a questi uomini, adulatori e faziosi, il Piemonte ha posto negli uffici di maggiore responsabilità gli elementi peggiori del paese: figli dei più efferati borbonici, per fama spioni pagati dalla polizia, sono ora giudici di mandamento o Giudici circondariali, sotto prefetti o delegati di polizia; negli uffici sono ora soggetti diffamati e ovunque personale eterogeneo e marcio che ha il solo merito di essersi affrettato ad accettare il programma Italia e Vittorio Emanuele ed una sola qualità:quella di saper servire chi detiene il potere”.

L’ipocrisia ed il servilismo di questi uomini aveva un suo fondamento: l’arricchimento personale. Questi, della Patria, se ne infischiavano come se ne fregavano se centinaia di migliaia di loro paesani venivano passati per le armi, anzi erano proprio loro a darli in pasto ai militari perchè non fossero d’ostacolo alle loro ruberie. La stampa di regime faceva il resto.

Tutto ciò che era o puzzava di Piemonte veniva glorificato e tutto ciò che era borbonico veniva additato al pubblico disprezzo.

Giuseppe Massari, per esempio, scriveva al Cavour che le truppe piemontesi negli Abruzzi e nel Molise vennero accolte come” truppe liberatrici e la gioia della folla era indescrivibile e grande l’entusiasmo popolare”.

Questo Sig. Massari, che poi fece parte della commissione d’inchiesta sul brigantaggio del Sud, voleva apparire agli occhi del Primo Ministro come colui il quale aveva fatto il miracolo di far diventare quelle popolazioni tutte filo piemontesi. Sapeva benissimo che la realtà era ben diversa: sia gli abruzzesi che i molisani accolsero i piemontesi a fucilate.

Una volta al potere quest’accozzaglia liberal-massonica inasprì fino all’inverosimile gli animi dei contadini che reclamavano giustizia e ricevevano torti; reclamavano i terreni demaniali e venivano scacciati con la forza da quelle terre; chiedevano pane e gli si dava morte.

A far traboccare la goccia dal vaso fu il bando che rivedeva la presentazione dei soldati di leva e degli sbandati entro il 31 gennaio 1861. Ovunque fosse stato affisso si verificarono disordini ed incendi di municipi; iniziò così la caccia ai giovani a agli sbandati con rastrellamenti scientifici. Tutti i renitenti venivano fucilati sul posto.
Cominciò così la resistenza armata contro gli invasori del Regno delle Due Sicilie.

Gli ufficiali piemontesi non badavano alla forma; la fucilazione divenne una cosa ordinaria e cominciò così l’epopea della classe contadina, gli eccidi di intere popolazioni, gli incendi dei raccolti e delle città ritenute covi dei briganti.

I militari piemontesi, i cosiddetti azzurri sabaudi, in nove mesi trucidarono 8968 contadini, senza pietà; eseguivano ordini criminali ed i superiori davano loro facoltà di razzia e di saccheggio.

Cominciarono ad incendiare paesi interi per incutere timore, paura e terrore.In poco tempo tutto il Sud insorse contro i nuovi invasori e pagò un prezzo altissimo in morti.

Scurcola fu devastata dai piemontesi e così Carbonara. Avigliano, Gioia del Colle e tante altre città furono bruciate ed i loro abitanti trucidati: Pontelandolfo, Casalduni, Venosa, patria d’Orazio, Barile, Monteverde, S. Marco, Rignano, Spinelli, Montefalcione, Auletta ed altre cento città.Mai conosceremo il numero dei contadini immolati, fucilati, trucidati.

Antonio Gramsci, nato ad Ales in Sardegna ma originario di Gaeta, che aveva dato i natali al padre Giuseppe nell’agosto 1860 ed il cui nonno, Don Gennaro Gramsci, era capitano della gendarmeria borbonica, parlando della questione meridionale ebbe a dire che: “.. .Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono di infamare con il marchio di briganti”.

Il Piemonte stava massacrando un popolo, stava distruggendo l’economia del Meridione, stava imponendo con la forza il nuovo ordine voluto dalla massoneria inglese.

La legge borbonica sulla leva era mite ed accomodante; la Sicilia ne era esente.La legge di Ferdinando II del 1834 esentava i figli unici, i figli di vedovi, gli ammogliati, i sostegni di famiglia, i diaconi, i seminaristi; una famiglia con tanti figli ne dava solo uno per fare il soldato e a domanda si poteva essere esenti per grazia sovrana.

La legge piemontese distruggeva le famiglie e la loro economia. Tutti i figli maschi erano obbligati a prestare servizio militare e spesso mandati al nord a prendere istruzioni per poi andare a sparare contro i loro fratelli nel Sud.

Gli animi erano colmi d’ira, bastava un nonnulla per far scoppiare la rabbia che ognuno serbava in corpo. I contadini volevano restaurare l’antico Regno delle Due Sicilie, i liberalmassoni volevano i Savoia che garantivano loro potere e denaro.
L’ORDA MASSONICA

In un mondo di topi nasce un popolo di roditori

Il Piemonte: servo dei voleri della massoneria, indirizza da sempre la politica italiana.

Nel 1861 il Piemonte faceva capo alla gran Massoneria di Mister Albert Pike ed oggi alla Trilateral Commission.

Il 12 marzo 1849 sul Globe, quotidiano inglese, portavoce dell’alto iniziato Palmerston, ministro della regina Vittoria, apparve un articolo che era praticamente un vero libro profetico e possiamo dire, senza enfasi, che era stato preparato segretamente nel Sacro Tempio della massoneria londinese:

“.. .E’ da ritenere che gli accadimenti dell’anno scorso non siano stati che la prima scena di un dramma fecondo di risultati più vasti e più pacifici. L’edificio innalzato dal Congresso di Vienna era così arbitrario e artificioso che ciascun uomo di stato liberale vedeva chiaramente che non avrebbe sopportato il primo urto dell’Europa. L’intero sistema stabilito dal Congresso di Vienna stava dissolvendosi e Lord Palmerston ha agito saggiamente allorché ha rifiutato il proprio concorso a opporre una diga all’onda dilagante. Il piano che egli ha concepito è quello di una nuova configurazione dell’Europa attraverso la costituzione di un forte regno tedesco che possa costituire un muro di separazione fra Francia e Russia, la creazione di un regno polacco-magiaro destinato a completare l’opera contro il gigante del nord, infine un reame d’Italia superiore guidato dalla casa Savoia.”

Il disegno era chiaro, doveva essere attuata la profezia di Comenius espressa in Lux in Tenebris, secondo la quale sarebbe dovuta sorgere dalle, tenebre come fonte di luce una Super-chiesa che integrasse ogni religione attraverso i Concistori nazionali, le Chiese Nazionali, onde giungere in nome di un umanesimo unitivo ed a carattere filantropico e tollerante, a proclamare l’uguaglianza e la pari dignità di tutte le religioni

Questo progetto si scontrava con un ostacolo formidabile: la chiesa cattolica con la sua gerarchia, la cattolicissima casa Asburgo d’Austria, la Santa Russia degli zar ed il Regno delle Due Sicilie, primo stato al mondo, quest’ultimo, che aveva saputo integrare il dogma cattolico con il verbo del Vangelo; tradotto in pratica da leggi che non disdegnavano le novità della rivoluzione francese o quelle comuniste del Campanella e di Marx.

Questo nuovo ordine doveva portare sconvolgimenti politici e morali d’inaudita violenza.

In Italia il compito di capovolgere detto ordine, come abbiamo visto nell’ articolo del Globe, fu assegnato al Piemonte e a casa Savoia, votata alla Gran Consorteria. Gli altri sovrani infatti erano tutti devotissimi alla Chiesa di Roma. Lo Stato più retrivo d’Italia avrebbe dovuto dare luce allo stivale! Al suo servizio la massoneria londinese mise uomini, denaro e mezzi; soprattutto denaro ed oro. Casa Savoia doveva eseguire spietatamente gli ordini di Londra dopo.

Londra mandò Lord Gladstone a Napoli e Lord Mintho ed altri emissari nelle varie province italiane a preparare la rivoluzione liberale agli ordini di Giuseppe Mazzini, capo della Carboneria Italiana, il cui scopo finale, secondo il suo fondatore genovese Antonio Maghella, era “.. .quello di Voltaire e della rivoluzione francese: il completo annientamento del cattolicesimo ed infine del cristianesimo”.
Ma torniamo ai nostri contadini e operai napoletani
Il Regno delle Due Sicilie fu conquistato militarmente e senza dichiarazione di guerra.

Era indipendente fin dal 1734 ed era guidato da un re italiano che parlava napoletano. Il suo popolo era ingegnoso, pacifico, prospero; la sua industria dava lavoro a due milioni di persone, l’agricoltura era fiorentissima, la flotta contava 9848 navi, seconda solo a quella Iimperiale Inglese, le riserve auree erano attive e non vi era deficit pubblico; la disoccupazione era zero.

Il piccolo Piemonte, armato dalla massoneria inglese, strumento e servo di Lord Palmerston, scatenò nel Sud una repressione feroce contro i contadini e contro il clero.
Dal 1860 al 1871 il Meridione divenne un inferno.

Il terrore imperava, il genocidio di massa fu regola e legge. Si doveva distruggere un popolo la cui colpa era quella di essere cattolico e fedele al suo re, al papa e alla sua terra, che da sempre considerava la sua patria.

Il Piemonte era stato delegato dalla massoneria inglese a creare una borghesia laica, liberale, vorace, senza scrupoli.

Accentrò il potere, annullò l’autonomia impositiva dei comuni; annullò tutte quelle istituzioni, sia pubbliche che religiose, che per secoli avevano consentito un equilibrio unico al mondo, che consentivano ai deboli di difendersi dai soprusi dei ricchi.
Il Piemonte annullò lo stato sociale che i Barbone avevano eletto a patrimonio morale.

Il Piemonte, grazie alla politica dei vari governi incamerò centinaia di milioni dalla vendita dei beni ecclesiastici e demaniali.

Nel 1860 il debito pubblico del Piemonte ammontava alla somma di oltre un miliardo di lire di allora (1.159.970.595.43) e doveva pagare £ 57.561.532.18 di interessi annui alle banche inglesi, una montagna di debiti, una voragine spaventosa che 4 milioni di abitanti non sarebbero mai riusciti a pagare.
Tale debito fu caricato con lagrime e sangue sulle spalle delle popolazioni annesse con l’Unità d’Italia.

Secondo i dati del primo censimentonto dell’Italia unita (1861) risulta che su 668 milioni di lire incamerati nelle casse piemontesi, ben 443appartenevano al Regno delle Due Sicilie
NORD LADRO

Quando si parla d’industria, l’immaginario collettivo pensa al Nord, pensa al triangolo industriale Milano, Genova, Torino, come se il Padreterno avesse eletto i padani a condurre l’economia, come se i meridionali fossero incapaci di produrre beni, ma solo in grado di consumare ricchezza.

Leggendo le statistiche del primo censimento dell’unità d’Italia, ci accorgiamo che gli addetti nell’industria

erano 1.595.359 nel Regno delle Due Sicilie

contro i 376.955 del Regno di Sardegna,

i 465.003 della Lombardia,

i 66.325 del Ducato di Parma,

i 71.759 di Modena, Reggio Emilia e Massa,

i 130.062 della Romagna,

i 16.344 delle Marche,

i 10.955 dell’Umbria,

i 33.456 della Toscana.

Questi sono dati forniti dal governo piemontese nel 1861 e quindi inconfutabili. 1.595.359 addetti nell’industria del Regno Borbonico contro 1.170.859 addetti del resto d’Italia.

La Campania nel 1860 era tra le regione più industrializzata del mondo ed oggi, dopo 150 anni di potere liberal massonico, è definita terra di camorra.

Per oltre un secolo scrittori salariati dal regime massonico hanno denigrato i Borboni ed il loro Regno, tanto che la parola borbonico, nell’accezione imperante, è diventata sinonimo di arretrato, di inefficiente.

Naturalmente i pennivendoli del Nord e del Sud, baldracche allo stato dell’arte, feccia immonda senza nerbo ed imputridita, letame e monnezza, ai quali stava e sta a cuore solo il più bieco servilismo nei confronti del regime piemontese prima e borghese massonico capitalista oggi, hanno infangato un popolo, un Regno e la sua amministrazione, la sua efficienza amministrativa e tributaria, hanno infangato i contadini del Sud che erano accorsi a difendere la loro patria chiamandoli briganti, hanno infangato la storia.
Oggi è sotto gli occhi di tutti la voragine debitoria di questo Stato!

Nel 1860 scannarono il Sud e il Sud ha pagato un prezzo enorme alla causa unitaria: quasi un milione di morti, tra fucilati, incarcerati, impazziti, un decimo della popolazione, 20 milioni di emigranti; la spoliazione delle terre demaniali e dei beni ecclesiastici, tutti i risparmi dei Meridionali rapinati.

I pennivendoli di regime continuano a scrivere libri di storia menzogneri sull’Unità d’Italia, danno al Sud colpe tremende di parassitismo; continuano a chiamare “borbonica” la cattiva amministrazione e la burocrazia di stampo piemontese e, soprattutto, sono riusciti ad inculcare nell’immaginario collettivo, senza spiegarne le cause, bombardando continuamente le menti ormai fiaccate della gente, che Sud vuol dire mafia, vuol dire camorra, vuol dire ‘ndrangheta, vuol dire far niente, vuol dire assistito.

Ecco, questi pennivendoli sperano di mettere un velo sull’intelligenza umana, di far dimenticare a qualcuno le miserie del Nord, gli eccidi perpetrati dagli invasori piemontesi, le prepotenze dei liberalmassoni di ieri e di oggi e soprattutto vorrebbero farci dimenticare che il Sud era ricco.
Le finanze del Regno delle Due Sicilie nel 1860 costituirono un bottino enorme per i piemontesi ed i mercenari garibaldini al soldo inglese.

Vittorio Gleijeses nella sua Storia di Napoli scrive: “… il tesoro del Regno delle Due Sicilie rinsanguò le finanze del nuovo stato, mentre l’unificazione gravò sensibilmente la situazione dell’Italia meridionale, in quanto il Piemonte e la Toscana erano indebitate sino ai capelli ed il regno sardo era in pieno fallimento. L’ex Regno delle Due Sicilie, quindi, sanò il passivo di centinaia di milioni di lire del debito pubblico della nuova Italia e, per tutta ricompensa, il meridione, oppresso dal severissimo sistema fiscale savoiardo, fu declassato quasi a livello di colonia. Con l’unificazione, a Napoli, aumentarono le imposte e le tasse, mentre i piemontesi videro ridotti i loro imponibili e col denaro rubato al Sud poterono incrementare le loro industrie ed il loro commercio”.

Ferdinando Ritter ha scritto che: “… il Regno delle Due Sicilie contribuì alla formazione dell’ erario nazionale, dopo l’unificazione d’Italia, nella misura di ben 443 milioni di lire in oro, mentre il Piemonte, la Liguria e la Sardegna ne corrisposero 27, la Lombardia 8,1, il Veneto 12,7, il Ducato di Modena 0,4, Parma e Piacenza 1,2, la Romagna, le Marche e l’Umbria 55,3; la Toscana 84,2; Roma 35,3…“.

La ricchezza del Regno delle Due Sicilie era dovuta alla buona amministrazione pubblica che dava autonomia impositiva ai comuni. Il Sud godeva di un patrimonio aureo di poco inferiore al mezzo miliardo di lire in oro, più del doppio di quello degli altri Stati d’Italia.

Nel Regno delle Due Sicilie l’emigrazione era una parola inesistente nel vocabolario; tutti avevano un lavoro, l’occupazione era completa, la scuola era pubblica e gratuita per tutti, ne mancavano quelle private e quelle religiose; i vecchi venivano accolti in ospizi pubblici o religiosi; i braccianti agricoli, quando non trovavano lavoro nelle tenute dei possidenti, scorticavano le montagne demaniali e vi impiantavano vigne, frutteti, uliveti; i pastori avevano libero accesso ai pascoli; i pescatori utilizzavano pescherecci moderni costruiti nei cantieri navali del Regno; i naviganti solcavano tutti i mari del mondo trasportando le merci prodotte nelle fabbriche del Meridione d’Italia.

I prodotti agricoli, essendo il vanto di un’ agricoltura sana venivano trasformati negli opifici locali e destinati all’ estero dopo aver soddisfatto le esigenze degli indigeni.

Si rimane esterrefatti nel leggere le statistiche relative all’industria tessile, all’industria metalmeccanica a quella ferroviaria e mercantile del Regno delle Due Sicilie, in quanto le nostre orecchie sono state abituate da sempre a sentire parlare di un Sud povero, pieno di mafiosi e di nulla facenti, insomma un popolo di terroni.

Nel Meridione vi era una fittissima rete di opifici tessili che davano lavoro a decine di migliaia di operai, di fabbriche metallurgiche e mercantili che, con una grossa rete di maestri artigiani e una moderna industria di trasformazione agricola, formavano un tessuto laborioso di prim’ ordine.

Nel corso dei secoli il Sud era sempre stato un paese esportatore di materie prime ed importatore di manufatti.

Dal 1820 al 1860 la situazione cambiò radicalmente: una vera rivoluzione. Nel 1834 il Regno delle Due Sicilie esportò lana per 65.991 ducati; nel 1842 ne vennero importati 1.000 quintali per soddisfare le esigenze delle nostre industrie del settore; quantità che aumentò nel corso degli anni. Nel 1852 si importarono 15.000 quintali di lana.

Il cotone cominciò ad essere importato attorno agli anni trenta in quanto le industrie del Sud avevano esigenze nuove. Nel 1838 vennero importati 1710 quintali di cotone; nel 1852 i quintali arrivarono a 11.078. Il cotone filato passò dalle 1.439 tonnellate del 1830 alle 3.429 del 1855.

I prodotti manifatturieri in un primo momento servirono a soddisfare le esigenze del mercato interno in continua espansione, per poi essere esportati in tutto il mondo. Da grande esportatore di lana, il Sud divenne in un ventennio grande consumatore del prodotto. Nel 1855 s’importarono cotone e lana per circa 100.000 ducati, prodotti che venivano lavorati nelle industrie del Sud.

Intere zone del Regno delle Due Sicilie vennero rivoluzionate in poco tempo per la gran massa di operai impiegati in quelle industrie. 200 mila persone, di cui centomila donne, lavoravano nel settore.

Nella Valle del Liri, in Ciociaria, gli imprenditori locali, aiutati da una politica bancaria equa, investirono in un anno quasi un milione di ducati nel settore tessile impiegando circa 15 mila operai su una popolazione di 30 mila abitanti producendo annualmente oltre 360.000 canne di tessuti.

Nel 1846 a Napoli ed in Terra di Lavoro lavoravano nel settore tessile 60 mila operai, pari al 28% della popolazione residente nel territorio.

Nel distretto di Salerno gli operai addetti nelle fabbriche tessili erano 10.244. Famosissime erano le tele di lino di Cava de’ Tirreni.

In una città come Arpino, sempre in Ciociaria, che contava 12 mila abitanti, vi erano 32 fabbriche che impiegavano 7.000 operai locali.

Questo pullulare di industrie aveva un unico titolare: il Banco di Napoli che, favorito dalle leggi del Regno e avendo grandi capitali da investire risparmiati dalle popolazioni meridionali, dava ricchezza rimettendo il denaro nel circuito locale. Il tutto veniva facilitato dalla continua protezione governativa.
L’INDUSTRIA METALMECCANICA NEL REGNO DELLE DUE SICILIE

Per difendere l’economia del suo regno, Ferdinando II il 15 dicembre del 1823 ed il 20 novembre del 1824, emise provvedimenti doganali che proteggevano lo sviluppo industriale autoctono.

Già nel 1818, pochi anni dopo la Restaurazione, abbandonando i criteri liberistici che producevano utili per pochi e disoccupazione per molti, il Sovrano napoletano aveva imposto dazi elevati sui prodotti stranieri importati e dazi minimi sulle merci d’importazione necessarie allo sviluppo delle sue terre.

Quanto alle esportazioni, erano stati fissati dazi elevati per le materie prime che potevano essere lavorate dall’industria napoletana.

Fin dal 1821, inoltre, erano stati aboliti i regolamenti sulle corporazioni. Erano stati spesso anticipati capitali ai manifatturieri da parte della Cassa di Sconto.

Questa politica fece dell’industria tessile e metalmeccanica due settori trainanti che portarono molti stranieri ad investire nel Meridione.

Tra essi ricordiamo l’industriale Guppyche, che con il suo connazionale Pattison, aveva intrapreso a Napoli la costruzione di macchine agricole e macchine a vapore

La fonderia di Macry ed Henry, con sede al Ponte della Maddalena, con mille addetti operava nel settore del ferro fuso.

Ferdinando II divenne, di fatto, il più dinamico imprenditore del Regno.

Nacque così il Reale Opificio Meccanico e Politecnico di Pietrarsa, nei pressi di Napoli, con mille operai specializzati, fiore all’occhiello dell’industria partenopea.

Lo stabilimento fu inaugurato nel 1840 da Ferdinando II di Barbone. Pietrarsa fu il primo nucleo veramente industriale italiano; lì si producevano, con tecnologie avanzate, treni e locomotive.

Le officine della Breda nacquero 44 anni più tardi e la Fiat 57 anni dopo.

Sempre su iniziativa del Re venne istituita la real fonderia in Castelnuovo (500 operai), la Real Manufattura delle armi in Torre Annunziata (500 operai), l’Arsenale di Napoli ed il Cantiere Navale di Castellammare (2.000 operai).

1.500 operai lavoravano alle Ferriere Mongiana in Calabria, con stabilimenti a Pazzano e a Bigonci.

Quattro altiforni producevano 21.000 quintali di ghisa, mentre 200 operai specializzati lavoravano nello stabilimento metalmeccanico di Cardinale, sempre in Calabria, e producevano 2.000 quintali di ferro.

Altri centri siderurgici e meccanici erano sorti a Fuscaldo (Calabria), Picinisco (Terra di Lavoro), Picciano (Abruzzo), Atripalda (Avellino). Altri ancora a Lecce, Foggia, Spinazzola: questi ultimi tutti specializzati nel produrre macchine agricole.

In ogni paese nacquero piccole industrie, che erano il nerbo dell’ economia reale del Regno.

Di notevole importanza erano le industrie della pasta alimentare, della lavorazione del cuoio e per la produzione di colori, delle maioliche, di vetri, cristalli, metalli preziosi, stoviglie, saponi, mobili, strumenti musicali di precisione.
LE FERROVIE NEL REGNO DELLE DUE SICILIE

Il 3 ottobre 1839 venne inaugurata la Napoli-Portici, la prima ferrovia italiana: la locomotiva a vapore coprì la distanza tra le due città in nove minuti, tra due ali di folla festante e curiosa di vedere tanta potenza in quello sbuffare di vapore.

I pennivendoli post-unitari si affannarono per sostenere l’inutilità di detta ferrovia, ritenuta un passatempo da giocattolo nelle mani del Re Borbone.

In realtà quegli intellettuali da strapazzo tentarono di oscurare la grandezza illuminata di Ferdinando II che, fortissimamente, aveva voluto dare impulso all’intero assetto industriale del Regno.

Altro che giocattoli! Dietro quella locomotiva c’erano le industrie di Pietrarsa, della Mongiana e mille altre; industrie con personale qualificato e specializzato e che preparavano i ragazzi con corsi di formazione.

Durante il discorso d’inaugurazione, Ferdinando II espose il suo progetto ferroviario.

Il Sud doveva essere attraversato da due grandi dorsali ferroviarie: la prima doveva collegare Napoli a Brindisi e dalla città pugliese la ferrovia avrebbe dovuto raggiungere Pescara, Ancona Bologna e, passando per Venezia, avrebbe dovuto ricongiungersi con le ferrovie danubiane e renane.

La seconda, partendo dalla Calabria e dalla Basilicata avrebbe dovuto raggiungere Roma per poi proseguire per Firenze, Genova e Torino.

Nel 1840 la via ferrata raggiunge Torre del Greco, nel 1842 Castellammare di Stabia, nel 1844 Nocera e quindi Salerno. A nord di Napoli si lavorava speditamente: nel 1843 la ferrovia giunse a Caserta e nel 1844 a Capua e Sparanise.

Sulla Gazzetta Piemontese del 30 marzo 1847, Ilarione Petitti di Roreto esprimeva la sua ammirazione per il programma ferroviario avviato nel Regno delle Due Sicilie.

Il Piemonte, arretrato e guerrafondaio, riteneva detti programmi fantascientifici; Cavour aveva altro a cui pensare e la storiografia ufficiale di regime fece passare per «grandi opere»la costruzione del canale chiamato poi di Cavour.

Il 16 aprile 1855 Ferdinando II emanò un decreto sottofirmato dal Direttore di Stato dei lavori pubblici, Salvatore Murena. L’art. 1 così recitava:

“.. .Accordiamo concessione al Sig. Emanuele Melisburgo di costruire una ferrovia da Napoli a Brindisi…”.

Nello stesso giorno il Re firmò un altro decreto in cui all’art. 1 dichiarava:

“accordiamo concessione al Barone D. Panfilo De Riseis, di costruire una ferrovia da Napoli agli Abruzzi, fino al Tronto, con una diramazione per Ceprano, una per Popoli, una per Teramo ed una per Sansevero…”.

Ferdinando II aveva previsto persino una ferrovia per il trasporto di animali dagli Abruzzi nelle Puglie per alleviare le fatiche dei mandriani e le relative perdite di giumente compensate così da un trasporto a tariffa conveniente.

Edoardo Spagnuolo, nel n°5 dei quaderni di Nazione Napoletana, così commenta la fine del sogno vissuto dalle popolazioni meridionali dopo l’annessione piemontese:

” I grandi progetti ferroviari del Governo Borbonico avevano dunque un fine preciso. Le strade ferrate dovevano divenire un supporto fondamentale per l’economia meridionale ed essere di servizio allo sviluppo industriale che il Mezzogiorno d’Italia andava mirabilmente realizzando in quei tempi.

Il governo unitario, dopo aver distrutto le fabbriche del Sud a proprio vantaggio, realizzò un sistema ferroviario obsoleto che, assieme alle vie marittime, servì non per trasportare merci per le manifatture e gli opifici del meridione ma per caricare masse di diseredati verso le grigie e nebbiose contrade del Nord o delle Americhe”.
LA MARINA MERCANTILE, LA VERA CAUSA PER LA DISTRUZIONE DEL REGNO DELLA DUE SICILIE

Le industrie del Sud richiedevano continuamente materie prime e quindi c’era bisogno di navi che le trasportassero.

Essendo l’Italia meridionale attraversata da una dorsale appenninica formata di aspre montagne, e quindi da vie di comunicazione di difficile attraversamento, fu naturale, sin dai tempi dell’Impero Romano, che uomini e merci viaggiassero per mare.

Tutta la costa era punteggiata di centri i cui cantieri navali erano rinomati in tutto il mondo e che davano lavoro a migliaia d’operai che lavoravano nelle industrie collegate.

Nel 1818 il Regno delle Due Sicilie disponeva di 2.387 navi, nel 1833 il numero salì a 3.283, di cui ben 262 superiori alle 200 tonnellate e 42 che oltrepassavano le 300 tonnellate.

Nel 1834 i bastimenti arrivarono a 5.493 per salire a 6.803 nel 1838. Nel 1852 il numero di navi e bastimenti arrivò a 8.884.

Nel 1860 la flotta mercantile borbonica era la seconda d’Europa dopo quella inglese e contava 9.848 bastimenti per 259.910 tonnellate di stazza, dei quali 17 piroscafi a vapore per 3.748 tonnellate, 23 barks per 10.413 tonnellate 380 brigantini per 106.546 tonnellate, 211 brick schooners per 33.067 tonnellate, 6 navi per 2.432 tonnellate e moltissime imbarcazioni da pesca.

I cantieri navali erano sparsi per tutta la costa tirrenica, ionica e adriatica. Praticamente in ogni città costiera vi erano insediamenti accompagnati da scuole di formazione professionale e scuole marittime e nautiche.

Tutti pensano che Gaeta, allora, fosse solo una roccaforte militare che dava ospitalità a circa 10.000 soldati.

In realtà attorno alla fortezza ruotava un’ agricoltura ricchissima ed avanzata costellata da circa 300 trappeti che davano lavoro a centinaia di persone, come pure vi erano fabbriche di sapone e di reti.

Gaeta, come altre città del Regno, era ricchissima e la sua flotta mercantile vantava molte società di navigazione con al servizio duemila marinai sempre in viaggio.

Essa era composta da 100 brigantini e martegane, da 60 a 220 tonnellate di stazza, 60 paranzelle da 30-40 tonnellate e circa 200 barche a vela da 2 a 20 tonnellate di stazza che ogni giorno si recavano a Napoli o a Roma attraverso il Tevere trasportando merci e passeggeri.

I cantieri navali di Gaeta, da sempre attivi, costruivano brigantini, galeoni, saette e velieri che venivano anche esportati.

Tutto questo stava togliendo prestigio e competitività a una grane Marina, alla Marina Reale Inglese.

Le navi napoletane toglievano fette sempre più ampie al mercato della cantieristica inglese, non solo erano ottime, ma più economiche.

Il varo della prima nave a vapore del mediterraneo, l’attuazione di rotte che giungevano in America del Nord, del Sud e nel Pacifico, stavano intaccando i mercati commerciali Imperiali.

Soprattutto, da lì a pochi anni si sarebbe aperto il canale di Suez, e tal cosa avrebbe rischiato di fare diventare il porto Napoli, uno dei porti più importanti dell’Europa ma innanzitutto la porta dell’Europa verso il cuore dell’impero inglese; le Indie.
Questo non poteva essere più essere tollerato.

I Borboni erano a conoscenza di questo e, per calmare le acque, avevano praticamente dato la Sicilia in usufrutto agli inglesi, le minieri di zolfo erano indispensabili agli inglesi per la produzione di polvere da sparo, ma non era bastato.

All’indomani dell’invasione piemontese, l’industria e la cantieristica del Regno delle Due Sicilie venne quasi praticamente tutta smontata e smantellata, si doveva estirpare alla radice quel temibile concorrente economico.

Non solo, lo Stato Sabaudo, con una politica protezionistica a favore del Nord, con anticipi di capitale e generosi sussidi a favore delle compagnie liguri e della nascente industria padana, affossò patriotticamente la rimanente economia meridionale costringendo alla fame intere popolazioni.

Con l’avvento dei Savoia, il Sud importò solo fame e miseria per sconfiggere le quali erano possibili due soluzioni: la rivoluzione o l’emigrazione.

Il popolo tutto, verso la fine del 1860, insorse contro i piemontesi. Ma dieci anni di guerra civile, e una politica da terra bruciata da parte dei Savoia, finirono per distruggere l’intero assetto economico del Regno e la nazione precipitò nel baratro.

Dopo la sconfitta i Meridionali furono costretti ad abbandonare in massa la loro terra.
L’ISTRUZIONE PUBBLICA NEL REGNO DELLE DUE SICILIE

Nel 1734 il Sud andò a Carlo III di Borbone che, avendo in dote 28 milioni di ducati, pensò bene ricomporre lo Stato attraverso la cultura.

Nacque così il ‘700 napoletano.

La scuola fu l’ istituzione realizzata per imporsi e per rinnovare il sapere della gente.Ogni città, ogni villaggio doveva essere provvisto di scuole pubbliche.

Ogni provincia doveva avere una scuola per uomini ed una per donne, ove potessero apprendere le scienze primarie e le belle arti e, per i nobili, esercizi di colta società.

Nella capitale fiorì l’Università con le diverse specializzazioni, università che era considerata come l’atto finale e sublime della pubblica istruzione.

Nel 1806 molte leggi furono emanate nel Regno delle Due Sicilie : si ebbe l’apertura di scuole speciali come l’Accademia delle Belle Arti, la scuola delle Arti e mestieri, l’Accademia Reale militare, la Politecnica, l’Accademia Navale, quella dei Sordomuti, una delle arti da disegno, un convitto di chirurgia e medicina, uno di musica.

I seminari furono conservati e potevano svolgere regolarmente e mirabilmente la loro funzione sociale.

Nacque allora anche la Società Reale, cioè un’accademia di storia ed antichità che si giovò di doni e privilegi e, così pure, quella detta d’incoraggiamento e pontaniana.

L’istruzione pubblica permise a tutti di imparare l’arte del leggere e dello scrivere, consentendo ai figli dei contadini l’accesso agli uffici pubblici, la carriera nell’esercito e soprattutto la presa di coscienza delle libertà individuali e dell’indipendenza di cui godeva il Regno delle Due Sicilie.

I Borboni profusero non poche energie per sviluppare l’istruzione pubblica che prima del 1806 era commessa a 33 scuole normali, ai seminari delle Diocesi Vescovili, ai corpi religiosi e, come abbiamo già visto, all’Università degli Studi di Napoli.

Ad Avellino vi era un collegio che conferiva i Gradi accademici per la giurisprudenza, la teologia e la medicina.

A Salerno si davano i gradi in medicina; gradi che fecero del dottorato salernitano una scuola rinomata in tutto il mondo.

Dopo il 1810 in tutti i comuni si istituirono scuole primarie gratuite a spese dei municipi; molte ne furono istituite nei capoluoghi di provincia.

Ferdinando II volle incrementare la cultura ed il sapere nel suo Regno introducendo altre 16 cattedre nell’Università della capitale, l’Orto Botanico, il Collegio Veterinario; istituì quattro Licei a Salerno, Catanzaro, Bari e l’Aquila.

Le spese per l’istruzione pubblica ammontavano a circa un milione di ducati all’anno.

I regolamenti per le scuole primarie furono approvati il 21 dicembre 1819.

Le ministeriali del 12 giugno 1821 e 7 agosto 1821 stabilirono il modo come dovessero scegliersi i maestri nelle scuole primarie. Con decreto del 13 agosto 1850 il Re nominò i Vescovi ispettori di tutte le scuole del Regno, pubbliche e private.

A Napoli esistevano 14 istituti d’istruzione media superiore con 1.343 alunni; due istituti di nobili fanciulle con 303 educande; 32 Conservatori di musica frequentati da 2.134 studenti.

Dopo il 1861 il Piemonte, scientificamente, chiuse tutte le scuole che erano sovvenzionate con denaro pubblico.

L’operazione doveva servire a due cose: rendere il Sud schiavo e colonizzato e trasferire i soldi, tutti quelli possibili, al Nord.

Il Piemonte, indebitato di un miliardo di lire con le banche londinesi, aveva bisogno di liquidità costante, anche per portare a temine l’opera di pulizia etnica nel Mezzogiorno d’Italia.

Prima ad essere attaccata fu l’istruzione pubblica, poi vennero svuotati tutti i forzieri delle banche e quelli dei comuni. Mai, nel Sud, la barbaria fu più feroce ed infame.

Il Villardi, che era stato mandato nella capitale a smantellare 1’apparato scolastico napoletano, così ricorda:

“ Pareva che si volesse levar tutto a Napoli. Oggi per esempio, noi abbiamo sciolto l’Accademia delle Belle Arti, mentre si pagano tutti i professori; per l’istruzione secondaria, in una città di cinquecentomila anime, non abbiamo che un liceo di sessanta alunni e questo con un ministro intelligente e pieno di volontà… “.

Ecco, il Regno delle Due Sicilie era finito nelle mani degli eredi di Vittorio Emanuele I, della dinastia più reazionaria d’Europa; quella cioè che, abolendo il Codice Napoleonico, ristabilì l’antica legislazione complicata e senza unità, i privilegi fiscali e l’antica legislazione penale con la fustigazione e, cosa più terribile, proibì i culti ai cattolici perseguitando anche mortalmente ebrei e valdesi e, cosa ancora più abominevole, ridiede tutta l’istruzione nelle mani delle scuole religiose a pagamento, abolendo quelle pubbliche istituite da Napoleone.

Allo stesso modo represse con ferocia i tentativi dei genovesi di riacquistare l’antica dignità e libertà*.

*Tra il 1 e il 10 aprile del 1849, il generale sabaudo Alfonso La Marmora ordinò ai suoi 30.000 bersaglieri il bombardamento di Genova che era insorta contro la tirannìa piemontese.

I bersaglieri misero a sacco la città depredando beni e cose, violentando donne e bambini.

Uccisero circa 600 Genovesi. Vittorio Emanuele II alla fine di quell’azione si congratulò con La Marmora definendo i cittadini di Genova “vile ed inetta razza di canaglie”.

Tutto ciò che era pubblico doveva essere abolito e così le scuole.

Chi non poteva pagarsi l’istruzione, secondo le leggi dei Savoia, doveva rimanere analfabeta e la classe contadina, chiamata dai montanari piemontesi classe infima da erudire con le fucilazioni e le torture.

In pochi mesi il governo piemontese distrusse secoli di cultura, di tradizioni, di storia, secoli di libertà e dignità.

Alla guida dei licei del Regno fu mandata gente illetterata, con il solo scopo di smantellare l’istruzione pubblica e rendere il popolo ignorante e servo.

In poco tempo i piemontesi, sotto la gragnuola di ispettori, vice ispettori, delegati, bidelli, funzionari ed impiegati, quasi tutti venuti dal Piemonte, i quali non conoscevano nemmeno la lingua italiana, “‘nfrancesati” come erano, massacrarono e dissolsero la scuola primaria e secondaria.

Gli scagnozzi e gli scherani di Vittorio Emanuele II, re dei galantuomini e della borghesia cisalpina, i servi del governo della destra storica, ebbero l’ordine di chiudere l’Accademia Napoletana delle Scienze e di Archeologia, famosissima in tutto il mondo, mentre L’Istituto delle Belle Arti fu abolito per decreto.

Mai i Borboni avevano dissacrato la cultura, né la religione, né la dignità dei contadini e degli operai. La scuola superiore era affidata ad uomini di grande reputazione morale e professionalmente preparati.

Ai sovrani napoletani poco importava, se politicamente fossero di idee repubblicane, liberali o legittimiste; sapevano che la matematica o la fisica non potevano essere politicizzate in una scuola seria

Uomini del calibro di Galluppi, Lanza, Flauti, De Luca, Bernardo Quaranta reggevano le cattedre universitarie.

Macedonio Melloni, cacciato da Parma per le sue idee liberali, fu accolto dai Borboni affinché portasse la sua esperienza nella scuola del Regno. Il Melloni era raccomandato presso il Governo Borbonico da Francesco Arago, ardentissimo e passionale repubblicano, ma ai Borboni interessava soprattutto“far funzionare le libere istituzioni nel modo migliore possibile”.

Quasi come adesso…….



Aneddoti



– Nel 1852 Re Ferdinandi I fece un giro d’ispezione per il regno, in una sosta il valletto Galizia gli portò per pranzo due polli ma senza pane.«Non fa nulla» disse il monarca e mandò un ufficiale a prendere due pani. Il pane giunse, ma il re, notando che il principino ereditario mangiava solo il pollo, esclamò: «Né , Ciccí, tu magni senza pane?» Franceschiello si lagnò che era duro e muffito, «Magnatello, e l’avarissi siempe, ‘o magnano i surdati che sono meglio ‘e nuje» gli replicò il padre.

– Ferdinando I, rivolto a un ministro che criticava il Tanucci (a lungo al potere): «Zittati tu, isso è lu maestro, noi siamo li ciucci».




Debito pubblico italiano: un’eredità che arriva dai Savoia. Il Sud Italia era esempio di virtuosità e rigore


Il “padre” dell’enorme debito pubblico italiano può essere considerato il regno dei Savoia, che alla vigilia delle guerre di indipendenza aveva i conti pubblici in dissesto e spesso comunicati in modo poco trasparente. Al Sud, invece, il Regno delle Due Sicilie era un esempio di virtuosità e di rigore di bilancio, come sottolineato anche dal famoso economista napoletano Giacomo Savarese, spettatore delle vicende legate al debito pubblico dei due principali regni italiani pre-unificazione. Di certo gli oltre 2.100 miliardi di euro di debiti (non le vecchie lire o i ducati ottocenteschi) della Repubblica Italiana di oggi non sono stati ereditati dai Savoia, ovvero dal Regno di Sardegna. Tuttavia, la gestione dei conti pubblici ha per più di un secolo e mezzo mantenuto quell’impronta, accollandosi così un’eredità decisamente scomoda.

Al Nord il Piemonte aveva le finanze fuori controllo, tanto che il debito pubblico aumentò del 565% nel decennio precedente all’unità d’Italia. I Savoia hanno quindi lanciato la politica della finanza allegra e la cultura del debito facile, oggi appannaggio della maggior parte delle potenze economiche occidentali. Per il Regno di Sardegna le guerre di indipendenza e successivamente l’unità d’Italia sono state senza dubbio il modo più semplice per sistemare i conti pubblici. D’altronde il Piemonte aveva una bilancia commerciale costantemente in rosso e ingombranti oneri legati al finanziamento delle proprie guerre (già dalla spedizione di Crimea, fortemente voluta da Cavour per poi spostare il focus delle potenze europee sulla “questione italiana”).


Nel 1848 il debito piemontese era di 168 milioni di lire, ma nel 1859 era balzato a 1,12 miliardi di lire per un incremento monstre del 565%. Questa montagna di debiti era pari quasi al 74% del pil. I Savoia pagavano interessi annui sul debito pari a 68 milioni di lire, circa tre volte in più di quello che pagava il Regno delle Due Sicilie. Al Sud i Borboni potevano contare su un’economia decisamente più grande e diversificata: il pil del regno napoletano era pari a 2,62 miliardi di lire, mentre quello dei piemontesi 1,61 miliardi di lire. Dal 1847 al 1859 il debito del regno napoletano era aumentato solo del 29,6% a 411,5 milioni di lire da 317 milioni.

Il rapporto debito/pil del Regno delle Due Sicilie era pari al 16,57%, un valore che oggi farebbe impallidire anche la Germania di Angela Merkel. Il Regno di Sardegna le tentò tutte pur di oscurare i dati sui conti pubblici. Arrivò addirittura a non redigere più il bilancio statale, oltre che applicare ben 23 nuove tasse e vendere beni demaniali. Secondo uno studio dell’economista lucano Francesco Nitti, i Savoia possedevano un patrimonio pari a 27 milioni di lire di oro mentre il Regno delle Due Sicilie 443 milioni di lire di oro. Le sorti finanziarie della casa regnante piemontese era finite nelle mani dei Rothschild, i banchieri più influenti dell’800 che furono anche determinanti per la sconfitta di Napoleone a Waterloo.

Ai Savoia, dunque, l’unica cosa da fare per evitare la bancarotta era quella di unirsi con chi aveva i conti in ordine. D’altronde lo stesso Vittorio Sacchi, economista piemontese, affermò che le finanze napoletane erano in perfetto ordine quando fu chiamato a redigere il bilancio pubblico dopo l’unificazione del 1861. Dalla Restaurazione del 1815 il regno borbonico aveva solo 5 tasse e le rendite pubbliche salivano da 16 milioni a 30 milioni di ducati grazie alla ricchezza generata dall’economia. Dal 1847 al 1859 al Sud non viene introdotto nemmeno una nuova tassa. Senza contare che il bilancio pubblico era decisamente trasparente e che non era stata effettuata alcuna vendita di beni demaniali. Dopo l’Unità il debito del Regno di Sardegna era diventato il debito del Regno d’Italia. In un libricino datato 1862, l’economista Savarese sottolineava che si trattava di «eredità luttuosa».


Redazione

José Mujica il presidente più povero del mondo “Voglio vivere come il mio popolo”




Dimenticate le sale affrescate, le poltrone di velluto, gli abiti firmati e le auto blu. Dimenticate le foto dei rotocalchi sulle vacanze in yacht dei nostri politici, la compagnia di avvenenti signorine e il corteo di guardie del corpo. Provate ora a immaginare un uomo minuto – di fronte a una giornalista internazionale – vestito con un semplice maglione, seduto al tavolo di una casa umile, mentre sorseggia del mate versandolo da un thermos di plastica. E ora pensate che quell'uomo è un capo di Stato. Per l'esattezza José Mujica, il presidente più povero del mondo, balzato negli ultimi giorni all'onore delle cronache di tutto il mondo per aver permesso per la prima volta la legalizzazione totale della marijuana. La legge, approvata alla Camera bassa, dovrebbe arrivare in Senato entro la fine dell'anno: se verrà approvata l'Uruguay diventerà il primo paese al mondo a regolamentare la produzione, vendita e il consumo libero di “erba” tra le persone adulte. Una proposta che funge anche da banco di prove e potrebbe in futuro essere esportata in tutta l'America Latina, dove sono numerosi i governi di sinistra. Dal Brasile al Venezuela, dall'Ecuador all'Argentina. Mujica risponde alle domande di una giornalista di Al Jazeera, rivendica la sua scelta di liberalizzare il consumo di marijuana e spiega che ogni altra soluzione proibizionista nel mondo si è rivelata fallimentare. Poi non perde l'occasione per denunciare la “leggerezza” dell'Onu, incapace di pacificare vaste aree del pianeta. “Il dio mercato organizza ormai le nostre economie, le scelte politiche, le nostre abitudini di vita e addirittura fissa tariffe anche per la felicità. Sembra che siamo nati esclusivamente per consumare: quando non possiamo più farlo il sentimento che proviamo è di frustrazione”. Per questo di fronte alle telecamere di Al Jazeera Pepe Mujica rivendica ancora la sua scelta di vivere in povertà e rinunciare alle abitazioni lussuose che spettano ai capi di stato uruguayani. “Chi critica la mia scelta è il vero povero. Per me i poveri sono coloro che hanno bisogno di troppo, perché vivono perennemente nell'insoddisfazione”. E infine aggiunge: “Per me un presidente è un uomo al servizio della repubblica. E' un funzionario, non un re, né un Dio. Come tale deve essere sostituito al termine del suo lavoro. Io sono contrario alla ri-elezione. Non sopporterei di possedere terreni e altri beni di lusso. Credo che un presidente debba vivere come vive la maggioranza della popolazione, che deve servire e anche rappresentare”. Ma Mujica non si esime dal commentare lo scandalo che sta travolgendo gli Stati Uniti sullo spionaggio degli altri Paesi del mondo. “L'America ha paura, molta paura, perché nella sua storia si è creata molti nemici. Chi ha nemici ha paura. Ma il ventre dell'America Latina sta conquistando anche la società americana. Tutto è destinato a cambiare”. http://www.fanpage.it/jese-mujica-poverta-uruguay/#ixzz2jHxq08HZ

Redazione

Ludwig Feuerbach: “L’uomo è ciò che mangia”


«Com’è dunque possibile introdurre in quanto vi è di più inseparabile la divisione politica: qui l’anima lì il corpo?[1]».

Oltre l’uomo è ciò che mangia: la nozione di corpo in Feuerbach

Ludwig Andreas Feuerbach – (Landshut, 28 luglio 1804 – Rechenberg, 13 settembre 1872) è stato un filosofo tedesco tra i più influenti critici della religione ed esponente della sinistra hegeliana.

La nota espressione “l’uomo è ciò che mangia” che, in un certo modo, sintetizza brutalmente l’approccio di Ludwig Andreas Feuerbach (Landshut, 1804 – Rechenberg, 1872) al rapporto dell’essere umano col cibo, nella storia della filosofia ma anche da un punto di vista popolare, è spesso diventata il leitmotiva cui è stato esclusivamente relegato il suo pensiero. In realtà, la riflessione dell’autore sulla corporeità, come cercheremo di mostrare, è assai più ricca e variegata, e ricopre l’intero arco della sua produzione filosofica. Infatti, questa insistenza sullo stomaco interessa prevalentemente l’ultima fase del filosofare feuerbachiano, di certo il momento più riduttivo, in cui cede a forme di grezza concretezza. Tuttavia, così come è sbagliato condannare Feuerbach a una lettura troppo superficiale di questa paradossale affermazione e farne di conseguenza un luogo comune, altrettanto errato sarebbe minimizzarla, poiché ha comunque fatto epoca nel suo genere. Nel presente articolo, dopo una digressione storiografica tesa a mostrare la generale considerazione del corpo in Feuerbach (tralasciando, dato lo spazio limitato, le sue interessanti analisi su, ad esempio, cervello, cuore, sessualità e suicidio[2]), approfondiremo il tema dello stomaco, organo su cui il filosofo tedesco si concentra in alcuni dei suoi scritti.

1. Corpo
Il tema del corpo in generale è onnipresente nelle riflessioni di Feuerbach, centro focale dei suoi più significativi interessi filosofici.

Ovunque nelle sue opere si legge di nervi, tessuti, muscoli, sangue, vene, con costante riferimento agli apparati sensoriali di cui dispongono gli esseri viventi. Quella di Feuerbach, d’altronde, è dichiaratamente una filosofia della Sinnlichkeit, ossia un sensismo o sensualismo che, specialmente nell’ultima fase della sua evoluzione, segue le direttrici teoriche del naturalismo e del materialismo. La penna avvelenata del filosofo, in realtà, si spinge ben oltre il limite del politically correct del tempo, al di là del galateo filosofico dell’epoca quando, ad esempio, cita esplicitamente parti del corpo quali l’ano, i testicoli o le labbra della vulva, in forte polemica contro la falsa castità degli spiritualisti, secondo cui, stando alla coerenza dei loro ragionamenti immateriali, «è negata ogni differenza tra testa e culo[3]». D’altra parte Feuerbach si situa in quella fase della storia delle idee caratterizzata dalla moderna rivalutazione della corporeità,
prendendo in considerazione l’integrità dell’essere umano e attuando, pertanto, il superamento della tradizione dualistica occidentale sul problema di anima e corpo. Per lui, in questa questione, «non c’è niente che sia esclusivamente causa o esclusivamente effetto. Quel che è effetto diviene causa, e viceversa[4]».

La considerazione del corpo in Feuerbach segue la tripartizione del suo pensiero, cosicché troviamo, nella prima fase, cioè quella hegeliana, un approccio idealistico-panteistico nei confronti del corpo, in cui ciò che gli interessa è la vivente unità dialettica spirito-corpo. Nei Pensieri sulla morte e l’immortalità (Todesgedanken) del 1830, ad esempio, egli scrive: «Questo infinitamente molteplice, questo immenso tutto, diventa Uno; tutto è uno, uno è tutto, questo è il segreto della vita, dell’unità dell’anima con il corpo. L’uno come molteplice è il corpo, il molteplice come uno è l’anima[5]». Dalle pagine di questo testo, perciò, emerge una sorta di corpo “incorporeo”, derivante dall’influsso dell’idealismo e del romanticismo del tempo, dal momento che «né il corpo è esterno all’anima, ne questa ad esso; l’anima non proviene da chissà dove, ma viene solo dal corpo e nel
corpo, poiché questo non è puro materiale, nuda materia; e come il materiale che brucia è infiammabile, così il corpo è in se stesso, in sé e per sé animabile, animato; l’animabilità e l’esser animato è l’interna determinazione identica con esso stesso; l’anima è la realizzazione o l’esistenza reale di questa interna animabilità; nell’anima solo viene alla luce e ad esistenza quanto è nel corpo in e per se stesso[6]». Nel 1837 esce il Leibniz, che può essere reputato l’ultima opera hegeliana del filosofo tedesco, perché temi quali l’anima come passione, la salvaguardia della molteplicità e dell’individualità, l’interesse per la materia sono sicuramente spunti non hegeliani, anche se non ancora antihegeliani. Qui si legge: 

«Solo l’anima è perciò anche l’essenza del corpo, solo attraverso l’anima il corpo non è fantasma, ma un essere reale, effettivo. Senza di essa sarebbe qualcosa di puramente dissolto, privo di difesa e di sé, non avrebbe neanche una volta la capacità di esprimere reazione e resistenza – poiché dov’è resistenza v’è forza, e dov’è forza, vi è anima -, sarebbe un niente privo di stabilità e di fermezza, in se stesso logorato e dissolventesi nel nulla; poiché solo l’unità tiene unita la molteplicità, la semplice forza unisce il divisibile, solo l’anima tiene unito il corpo[7]».

Insomma, il giovane Feuerbach si assesta su posizioni fortemente speculative, per cui il corpo non possiede valore autonomo, ma riceve la propria forza dalla razionalità, dall’idea e dalla vita che ne è l’espressione. Nel primo Feuerbach, in altri termini, troviamo una concezione dinamica della corporeità, come qualcosa che si sviluppa dall’interno per opera della vita. Per lui il vero corpo spirituale non è quello fantastico dell’aldilà, bensì quello terreno, vivente, organico, in cui le membra sono in funzione di un unico fine, ovvero la manifestazione di un principio interiore. Questi scritti, infatti, esprimono un senso di universalità spirituale, di unità nella totalità, di superamento delle particolarità nell’essenza del Geist. Tale visione speculativa e onnicomprensiva, però, manifesta già il rapporto di continuità e di rottura con Hegel, che diverrà sempre più drastico quando l’allievo criticherà aspramente il vecchio maestro, reo di una falsa “filosofia dell’identità”.


Nel secondo periodo del filosofare feuerbachiano il superamento della separazione tra anima e corpo non avviene più su base idealistica, come negli anni giovanili, nell’unità del Geist, bensì in un’idea razionalistica di uomo e natura. Nel 1841, anno di pubblicazione di una della sue opere più
fortunate, L’essenza del Cristianesimo, Feuerbach si pone i seguenti interrogativi: «V’è un sistema di “realismo vivente” diverso dal sistema del corpo organico? La natura senza corpo non è un concetto vuoto, dedotto? Il mistero della natura non è il mistero del corpo? Conosci un’altra esistenza, un’altra essenza della natura oltre l’esistenza corporea, l’essenza corporea? Ma non è il sommo, il più reale, il più vivente corpo di carne e sangue? Conosci un’altra forza opposta all’intelligenza oltre la forza della carne e del sangue, un’altra potenza della natura oltre la potenza degli impulsi sensibili? E l’istinto sessuale non è forse il più forte impulso naturale contrapposto all’intelligenza?[8]». Ormai la sostanzialità e l’ontologicità dello spirito sono sempre più in ombra, la cui essenza pare definirsi ora come energia, attività, dinamismo. Un anno più tardi, nella recensione a uno scritto di Reiff, è chiaro come per Feuerbach sia la corporeità ad assumere il valore di apertura ontologica del soggetto al mondo: «L’Io non è in alcun modo “mediante se stesso” come tale, ma mediante sé come essere corporeo, dunque mediante il corpo, “aperto al mondo” (Welt offen). Il corpo è il mondo oggettivo, di fronte all’Io compiuto. L’Io mediante il corpo non è Io, ma oggetto. Essere nel corpo significa essere nel mondo. Tanti sensi – altrettanti pori, altrettante nudità. Il corpo non è altro che l’Io poroso[9]». Dunque, si può definire questo momento della sua filosofia come un sensualismo umanistico, dove la verità della Sinnlichkeit diviene verità totale. A questo punto è chiara la strada che intraprenderà il nostro autore: il materialismo, salvo però da ogni inflessione empiristica e riduzionistica, a causa del timore di cadere nell’aridità delle scienze positive.

Tuttavia, l’opera del Feuerbach di mezzo in cui maggiormente viene rivendicato il diritto del corpo e il suo valore è certamente Principi della filosofia dell’avvenire, apparso nel 1843. Già dalle prime pagine, infatti, è palese l’intento che muove lo studioso tedesco: «La filosofia dell’avvenire ha il compito di trarre la filosofia dal regno delle “anime morte” e di reintrodurla in quello delle “anime vive”, unite al corpo[10]». Come si evince da questo passo, è evidente l’impostazione che dovrà assumere la filosofia del futuro, per Feuerbach: «La vecchia filosofia partiva da questo assioma: “Io sono un’essenza soltanto pensante, astratta; il corpo non è costitutivo della mia essenza”; la nuova filosofia incomincia invece con l’assioma: “Io sono un essenza reale, sensibile: il corpo è costituivo della mia essenza; anzi, il corpo nella sua totalità è il mio io, la mia essenza stessa[11]”». Qui egli si schiera manifestamente contro ogni forma di filosofia che non tiene in conto la dimensione corporea, a partire dal neoplatonismo; per lui il filosofo neoplatonico «ritiene anzi che la morte sia da preferire alla vita corporea; egli non considera il corpo come elemento della sua essenza umana e, troncando ogni rapporto con tutte le cose corporee o, più sinteticamente, esterne, egli trasferisce la beatitudine solo nell’anima[12]». «Presso i neoplatonici», continua «l’uomo reale diventò una semplice astrazione senza carne e senza sangue, una figurazione allegorica dell’essenza divina. Plotino, stando a ciò che riferisce il suo biografo, si vergognava di avere un corpo[13]». Inoltre, come nei precedenti scritti contro la tradizione religiosa, che negavano l’immortalità dell’anima dopo il corpo, lo studioso esplicita che «ciò che è morto nel corpo ed insieme dell’anima non può più ritornare, nemmeno come fantasma[14]».

Arriviamo dunque alla terza fase della produzione filosofica di Feuerbach, dove la prospettiva assunta è quella del naturalismo eudemonistico. A questo punto, infatti, egli riconosce la rilevanza per l’uomo della comprensione della natura e di una relazione equilibrata con essa. Più nel dettaglio, il punto di vista adottato è una forma di organicismo vitalistico, che lo porterà a interessarsi ai progressi del materialismo scientifico dell’epoca. Nelle discussioni a integrazione dei Grundsätze, del 1846, il filosofo tedesco sentenzia così: 

«Il corpo è l’esistenza dell’uomo; togliere il corpo significa togliere l’esistenza; chi non è più sensibilmente, non è più. Ma puoi separare l’essenza dall’esistenza? Nei pensieri certamente, ma non nell’effettualità. Il superamento della mia esistenza è il superamento di me stesso – e per questo, appunto, è doloroso. Il dolore, la sensazione in generale non è altro che la chiara e comprensibilissima protesta contro la distinzione e la separazione di corpo e anima, esistenza ed essenza che compie il pensiero astratto[15]».


Ma l’opera cardinale in questo periodo è sicuramente Spiritualismo e materialismo, del 1866. Qui l’autore esclama: «Quante malattie non solo fisiche, ma anche spirituali, morali, non derivano (che) dalla mancanza di questa autocoscienza corporea! Quanti fraintendimenti e maltrattamenti del nostro prossimo da maltrattamenti e fraintendimenti di ciò che più di ogni altra cosa ci è prossimo, il nostro corpo![16]». Ritorna anche il tema ricorrente della critica antireligiosa, ma questa volta il bersaglio del filosofo è il cattolicesimo in particolare, poiché egli ravvede nella Riforma luterana la genesi del materialismo tedesco. Secondo Feuerbach, il Dio dei protestanti, con il suo amore fatto di carne e di sangue, è diverso dal Dio dei cattolici, il quale conosce solamente il numero dei capelli sulla nostra testa. Ecco un passo significativo a tal proposito: 




«L’amore teologico o ecclesiastico tormenta, anzi brucia lo stesso corpo vivente, per salvare l’anima dalle fiamme dell’inferno; l’amore reale invece si prende cura del corpo dell’amato nel modo più affettuoso e per amore dell’amato del proprio corpo. L’amore reale, fecondo, che genera ed educa gli uomini, non monaci o preti, non sa nulla del conflitto tra corpo e anima, nulla di una psicologia separata o addirittura indipendente dall’anatomia e dalla fisiologia. E quest’amore, questo Dio, al quale non sta a cuore soltanto la salvezza della nostra anima, ma anche il nostro bene e la nostra vita fisica, che non è presente nell’ostia sacerdotale ma nel nostro corpo naturale, che non si è incarnato soltanto una volta, ma si unisce ancora adesso con la nostra carne e il nostro sangue, prende realmente dimora nel nostro cervello e nel nostro cuore, e nel cervello accende la luce della conoscenza, nel cuore il fervore degli affetti, almeno degli affetti buoni, simili a lui – questo Dio è il padre del materialismo[17]».

La scissione tra anima e corpo, tipica dello spiritualismo, continua a essere la questione decisiva da risolvere: «Per millenni gli uomini non hanno pensato ad altro che alla separazione dell’anima dal corpo, per assicurarsi una vita dopo la vita; per millenni non si sono occupati d’altro che di distinguere lo spirito dalla materia, senza darsi minimamente cura della conoscenza della materia, anzi senza permettere neppure l’autocoscienza corporea, l’anatomia del corpo umano[18]». A questo riguardo, l’autore enfatizza causticamente: «Quale scrupolosità e delicatezza verso i cadaveri umani, mentre pure non ci si faceva alcuno scrupolo di squartare e bruciare uomini viventi[19]!». Ecco perciò che si chiede: «Ma dove trovi mai nel corso della vita dell’uomo anche soltanto un unico punto in cui puoi sopprimere […] l’indistinguibilità di corpo e anima, e indicare un effetto isolato dell’anima, un effetto a cui il corpo non partecipi né sia presupposto?[20]». La distinzione tra spirito e materia, pertanto, non è concepibile secondo il nostro autore: «Una speculazione che è in contraddizione con la vita, che assume come prospettiva vera la prospettiva della morte, dell’anima separata dal corpo, è una speculazione morta e falsa – una filosofia che l’uomo condanna inappellabilmente già col primo respiro e col primo grido che emette fuori dal grembo materno[21]». Il sostrato fisiologico alla base dell’individuo diviene quindi il nucleo concettuale da cui elaborare una nuova idea di unità psicofisica, perché «se lo spirito, sul piano delle coscienza, determina il corpo in una certa direzione, in quella stessa direzione lo spirito è già determinato, inconsciamente, attraverso il proprio corpo; […] se il corpo è posto o determinato in un certo modo e con una certa qualità, allo stesso modo e con la medesima qualità è posto e determinato anche lo spirito[22]». Anima e corpo, in altre parole, sono intimamente collegati, in un connubio profondo e assoluto: «L’attività, la funzione di un organo è, in termini approssimativi di pensiero e di espressione, lo scopo, cioè il senso, lo spirito, l’anima di esso. L’anima dipende dall’organo; se in quest’ultimo non c’è la giusta forma e proporzione, anche la funzione e l’attività non si esercita nel modo dovuto. Ma anche l’organo dipende dalla funzione; esso s’indebolisce, si atrofizza e infine muore del tutto, se non viene usato e consumato come si conviene; poiché nutrizione e logoramento, produzione e consumo, anche in questo caso sono inseparabili[23]». La crescita dell’organismo dell’individuo va dunque di pari passo con lo sviluppo della personalità del singolo: «L’uomo» sottolinea Feuerbach, «solo nell’atto in cui diviene padrone del suo corpo, diviene padrone anche di se stesso. […] La formazione del corpo è formazione di sé, l’indurimento del corpo indurimento di sé, l’esercizio del corpo esercizio dello spirito[24]». Ancora, « “Il corpo è lo strumento dell’anima, ma anche, per converso, l’anima strumento del corpo», di modo che «quel che fai al tuo corpo, il tuo corpo lo fa a te di rimando in virtù del sacro diritto naturale del contraccambio[25]».

In aggiunta, la polemica con Hegel è qui condotta duramente, poiché agli occhi dell’ex discepolo l’armonia che cerca di realizzare il professore di Stoccarda è solo presunta: «Una vera unità di corpo e anima può essere trovata solo a patto che si rinunci sia al corpo privo di anima, morto – ché il corpo in opposizione all’anima non rappresenta altro che il cadavere – come all’anima senza corpo dello spiritualismo, e al posto della psicologia e della pneumatologia si ponga la zoologia e l’antropologia[26]». La critica nei confronti di Hegel si fa perciò sempre più pungente, paragonato in questo caso ai neoplatonici: «Come si può dunque parlare in lui di “un’unità o armonia” per giunta “immediata” di anima e corpo? […] In ogni circostanza Hegel prende partito soltanto per l’anima; mai, mai almeno quando si tratta di esprimere la verità del corpo non in equivoci “simboli” ma in parole chiare, fa valere le ragioni e il buon diritto del corpo. Dappertutto egli si comporta come se non avesse un corpo, simile in questo al neoplatonico Plotino, il quale si vergognava del suo corpo, del resto a ragione e con apprezzabile coerenza, dato che il corpo è la vergogna e il disonore dell’anima immateriale». «Così», prosegue con sfrontatezza lo studioso, «anche quando giunge a parlare della sensazione, Hegel non ha mai sulle labbra, che in rapporto all’anima immateriale non si distinguono dalle labbra della vulva, l’oscena parola ‘corpo’, bensì definisce, anzi deduce la sensazione senza riferimento al corpo, da formule astratte generali che non determinano nulla[27]». Tuttavia, Feuerbach riconosce che pure nel padre dell’idealismo assoluto si trova la consapevolezza del valore del corpo, seppur in maniera velata: «A dire il vero in Hegel, come dappertutto, dietro l’anima si nasconde il corpo». A proposito della pazzia, per esempio, Feuerbach riconosce che il proprio maestro di un tempo ravvede che «lo spirito è suscettibile di malattia soltanto in quanto corporeo o a motivo e in virtù della corporeità». Ciononostante, si interroga Feuerbach, «non è forse un’ingiustizia, un punto di vista unilaterale, addossare e rimproverare al corpo soltanto le malattie dello spirito, e non volergli imputare anche la sanità dello spirito?[28]».

Da ultimo, riportiamo ancora una citazione paradigmatica della matura concezione feurbachiana della corporeità, estrapolata dal saggio del 1866, in cui egli osserva il fenomeno dell’abitudine, che si collega anche all’apparato digerente: 

«Riveste una grande importanza la gravità del corpo, anzi anche la sua inerzia, come del resto la sua elasticità. Chi la riduce pertanto ad una faccenda dell’anima immateriale, senza prendere in considerazione il fattore, per non dire il factotum, del corpo, fa i conti senza l’oste, poiché un simile calcolo idealistico costa molti sforzi, per giunta ahimè inutili. Che però l’abitudine non sia o almeno non sia soltanto una faccenda dello spirito, ma anche una faccenda del corpo, lo dimostra ad esempio l’esperienza che ci si può assuefare ai veleni, benché i loro effetti mortali o non mortali non dipendano evidentemente dalla nostra buona volontà né dal nostro sapere, ma rimangano al di là di quelle attività a fondamento delle quali noi ci rappresentiamo un’anima; che non possiamo viceversa abituarci a cose del tutto innocue, con tutto che lo vogliamo, se il nostro corpo non le tollera a nessun costo[29]».


2. Stomaco

Allo stomaco il pensatore tedesco dedica interi paragrafi, pieni di riferimenti al gusto, al cibo, al bere e al mangiare, alla digestione, finanche all’evacuazione del corpo[30]. Nel 1862, in particolare, Feuerbach dà alle stampe un’opera dal titolo piuttosto controverso: Il mistero del sacrificio o l’uomo è ciò che mangia. In questo testo, l’autore intende focalizzarsi sui condizionamenti naturali dell’essere umano, partendo dalla consapevolezza dell’unità psicofisica dell’individuo. Più in generale, l’obiettivo critico che muove il filosofo è il passaggio dalla teologia alla filantropia, ossia dallo studio di Dio all’amore verso gli altri uomini. In queste pagine, infatti, risuonano chiaramente motivi polemici nonché richiami etico-politici, dato che si insiste sulla necessità di risolvere gli urgenti problemi dell’epoca concernenti la sussistenza umana, piuttosto che appagarsi di una cultura meramente speculativa: «La fame e la sete abbattono non solo il vigore fisico ma anche quello spirituale e morale dell’uomo, lo privano della sua umanità, della sua intelligenza e della conoscenza[31]». L’idea che guida questo saggio è che se si vogliono migliorare le condizioni spirituali di un popolo, bisogna innanzitutto migliorarne le condizioni materiali: 

«La teoria degli alimenti è di grande importanza etica e politica. I cibi si trasformano in sangue, il sangue in cuore e cervello; in materia di pensieri e sentimenti. L’alimento umano è il fondamento della cultura e del sentimento. Se volete far migliorare il popolo, in luogo di declamazioni contro il peccato, dategli un’alimentazione migliore. L’uomo è ciò che mangia[32]».

A molti studiosi questa tesi è apparsa paradossale o quantomeno problematica[33]. Prima di tutto, però, occorre segnalare che l’espressione nella lingua tedesca suona come un gioco di parole, data la somiglianza tra il verbo essere (sein) e mangiare (essein): «Mann ist, was er isst[34]». In secondo luogo, è necessario ribadire l’intento feuerbachiano di dare dignità etica e politica alla teoria degli alimenti.

Una dozzina di anni prima, ossia nel 1850, Feuerbach giudica felicemente uno scritto di Jakob Moleschott, Lehre der Nahrungsmittel für das Volk(“Dell’alimentazione: trattato popolare”), con un pamphlet intitolato “La scienza della natura e la rivoluzione”, in cui indulge ad affermazioni di crudo realismo. Il sostentamento, qui, viene visto come la chiave di volta per comprendere l’essere umano, poiché sarebbero il bere e il mangiare a tenere unita l’anima al corpo. La nutrizione, pertanto, rappresenta la sostanza, l’identità tra spirito e natura, cosicché l’inizio della filosofia non consisterebbe nella coscienza o nell’io-penso, bensì nell’alimentazione, dal momento che la materia nutritiva è la materia pensante. Nel suo saggio, d’altro canto, Moleschott interpreta il cibo come la base che rende possibile il costituirsi e il perfezionarsi della cultura umana, perché esiste, secondo l’autore, un’unità indissolubile tra mente e organismo, di modo che se mangiamo bene necessariamente pensiamo bene. Da parte sua Feuerbach, in questa ultima fase nella sua produzione, volge sempre di più la sua attenzione al sostrato fisiologico dell’uomo e accentua il proprio impegno per abbattere i pregiudizi e gli abbagli del suo tempo – caratteristica, questa, di ogni suo scritto.

Procedendo ancora a ritroso arriviamo al 1846-47, quando vengono pubblicati alcuni saggi sul problema dell’immortalità. Un’esistenza incorporea, ragiona il filosofo, è fantastica, forse desiderata, ma sommamente incerta, poiché esistenza e corporeità rappresentano l’unica identità umana dotata di certezza indiscussa. Questa volta, perciò, il riferimento allo stomaco dell’uomo serve come criterio per distinguere la certezza dal dubbio dell’esistenza: 

«Poiché un’esistenza senza stomaco, senza sangue, senza cuore, e di conseguenza, infine, anche senza testa è un’esistenza sommamente incerta, che non mi dà la certezza della mia esistenza, in cui non mi riconosco e non mi ritrovo, un’esistenza che non è altro che la mia esistenza pensata come non-esistenza, un’esistenza che, osservata alla luce, si dissolve nel nulla[35]».

Nel 1843, inoltre, Feuerbach pubblica un testo che avrà risonanza lungo la storia delle idee, Principi della filosofia dell’avvenire. Qui, egli annota: «La fame, che è un dolore fisico, consiste soltanto nel fatto che nello stomaco non c’è alcun oggetto, che lo stomaco, per così dire, è oggetto a se stesso, e le pareti vuote si consumano vicendevolmente, invece di consumare materia[36]». Al paragrafo 53 della medesima opera si legge: «Lascia pure ad un uomo la sua testa e dagli lo stomaco di un leone o di un cavallo – egli cesserà sicuramente di essere un uomo[37]». Infine, concludendo questo breve excursus gastronomico, giungiamo al 1866, anno di pubblicazione di Spiritualismo e materialismo, uno dei suoi ultimi scritti, dove commenta in maniera assai spregiudicata: «Quanti falli morali non derivano che da errori di dieta![38]».


Fabio Dellavalle
Università degli Studi di Torino
fabio.dellavalle@unito.it


[1] Feuerbach (1993), p. 175
[2] Per questi e altri argomenti si rimanda a L. Casini, La riscoperta del corpo, op. cit., pp. 175 e ss.; L. Feuerbach, Spiritualismo e materialismo, op. cit., pp. 160-165, 176.
[3] Feuerbach (1993), p. 139
[4] Ivi, p. 164
[5] Casini (1990), p. 114.
[6] Ivi, p. 121.
[7] Ivi, p. 133.
[8] Ivi, p. 148
[9] Ivi, p. 156
[10] Feuerbach (1976), p. 200
[11] Ivi, p. 254
[12] Ivi, p. 245
[13] Ivi, p. 248
[14] Ivi, p. 270
[15] Casini (1990), p.175
[16] Feuerbach (1993), p. 112
[17] Ivi, p. 117
[18] Ivi, p. 161
[19] Ivi, p. 162
[20] Ivi, p. 179
[21] Ivi, p. 189
[22] Ivi, p. 163
[23] Ivi, pp. 162-163
[24] Ivi, p. 164
[25] Ivi, pp. 164-165
[26] Ivi., p. 151
[27] Ivi, p. 165
[28] Ivi, p. 171
[29] Ivi, p. 166
[30] Ivi, p. 180
[31] Abbagnano, Fornero (2003), p. 57
[32] Ibidem
[33] cfr. D. Fusaro, “Il menù dei filosofi”, in filosofico.net – La filosofia e i suoi eroi, on-line: «Forse questa coincidenza tra essere e mangiare potrà sembrare un po’ eccessiva, ma è innegabile il fatto che, se siamo, è perché mangiamo. Che poi siamo ciò che mangiamo, forse è un po’ troppo, con buona pace di Feuerbach». Disponibile su filosofico.net
[34] Anche «Der Mensch ist, was er iβt», in Blätter fur Literarische Unterhaltung, 12 novembre 1850.
[35] Casini (1990), pp. 178-179
[36] Feuerbach (1976), p. 253
[37] Ivi, p. 271
[38] Feuerbach (1993), p. 112


Riferimenti bibliografici:
N. Abbagnano-G. Fornero, Itinerari di filosofia, volume 3A – da Schopenhauer alle teorie novecentesche sulla politica, Paravia, Varese, 2003;
L. Casini, La riscoperta del corpo. Schopenhauer, Feuerbach, Nietzsche, Edizioni Studium, Roma, 1990;
L. Feuerbach, L’essenza della religione, a cura di C. Ascheri e C. Cesa, Laterza, Roma-Bari, 1981;
___, Per la critica della filosofia hegeliana, in Scritti filosofici, a cura di C. Cesa, Laterza, Roma-Bari, 1976;
___, Principi della filosofia dell’avvenire, in Scritti filosofici, op. cit.;
___, Spiritualismo e materialismo – specialmente in relazione alla libertà del volere, a cura di F. Andolfi, Laterza, Roma-Bari, 1993;
___, Tesi preliminari per la riforma della filosofia in Scritti filosofici, op. cit.

Facebook Seguimi