03 marzo 2018

PER AMOR DELLA VERITA'

PER AMOR DELLA VERITA'
I finanziamenti di George Soros tramite la Open Society. 188.840 dollari a Gedi (Gruppo Editoriale l’Espresso La Repubblica, opera in tutti i settori della comunicazione, stampa quotidiana e periodica, radio, internet, televisione e raccolta pubblicitaria. La società è quotata in Borsa ed è soggetta all'attività di direzione e coordinamento di CIR SpA). Adesso si capiscono meglio gli attacchi diffamatori ricevuti da Repubblica, i cui giornalisti saranno chiamati a rispondere in Tribunale.
219.400 dollari all’associazione Luca Coscioni, per ‘incoraggiare’ Emma Bonino.A
130.910 dollari Usa alla Padania (Lega Nord) il cui segretario è Matteo Salvini. 
Soros lo speculatore, il 16 settembre 1992, vendendo lire allo scoperto, causò una perdita valutaria per 48 miliardi di dollari; una perdita di valore del 30% sulla divisa italiana;  un suo profitto speculativo di 1,1 miliardi di dollari; l'uscita dell’Italia dal Sistema Monetario Europeo, nonostante la manovra  finanziaria lacrime e sangue per gli italiani da 100.000 miliardi di lire, il prelievo forzoso del 6‰ su  conti correnti e deposti bancari e postali, con decreto d'urgenza pubblicato alla mezzanotte tra  il 10 e l’11 luglio 1992 dal presidente del Consiglio Giuliano Amato.
Mentre gli speculatori internazionali finanziano partiti e associazioni, gli unici azionisti che finanziano il M5S sono i cittadini e le cittadine, che magari rinunciano ad una pizza, per dare una mano a far affermare un ideale di pulizia, trasparenza, legalità e bene comune. Il 4 marzo con la rivoluzione mite delle matite, mandiamo a casa le accozzaglie di partiti guidate da un pregiudicato riesumato da Renzi, dalla cleptocrazia europea e dalla Troika, per poterle manovrare come teleguidate marionette contro i diritti ed interessi del popolo italiano, con l’unica finalità di contrastare il cambiamento assieme ai loro finanziatori-speculatori.

Giochi popolare Salinari

Cecerètte e altri giochi

Voce nel gioco di ragazzi “cicerètte-cavallètte”. Si esegue in due squadre di tre o quattro ragazzi. Una si serra curvata in fila;i ragazzi dell’altra squadra saltano uno alla volta sulla schiena degli altri,fino a occupare il minimo spazio,indi dànno la voce : “Cecerètte”. Se quelli che sopportano il peso non rispondono significa che resistono,sperando che qualcuno dalle loro groppe caschi giù,così che tutta l’altra squadra è costretta a offrire la propria schiena.

Cecerètte

Voce nel gioco di ragazzi “cicerètte-cavallètte”. Si esegue in due squadre di tre o quattro ragazzi. Una si serra curvata in fila;i ragazzi dell’altra squadra saltano uno alla volta sulla schiena degli altri,fino a occupare il minimo spazio,indi dànno la voce : “Cecerètte”. Se quelli che sopportano il peso non rispondono significa che resistono,sperando che qualcuno dalle loro groppe caschi giù,così che tutta l’altra squadra è costretta a offrire la propria schiena. Se invece risponde “Cavallètte”,vuol dire che si arrende; il gioco riprende e la stessa squadra farà da “cavalletto”.

La Carriola

Si tracciava una linea di partenza in terra, e una linea di arrivo ad una certa distanza. I giocatori si dividevano in coppie. All'interno di ogni coppia un giocatore fa il pilota e resta in piedi, l'altro, di solito il più robusto, fa la Carriola e si mette disteso a terra a pancia in giù. Gioco divertentissirno, la Carriola generava uno strano animale a quattro zampe, con due piedi e due mani. Il pilota prendeva il compagno per le gambe e la Carriola avanza sulle mani il più velocemente possibile Al via! Le Carriole partivano. Vinceva la coppia che tagliava per prima il traguardo. Grande responsabilità era quella del pilota, che non solo sosteneva la parte posteriore della Carriola (le gambe del compagno) ma doveva anche dolcemente, ma con decisione, spingere. Non troppo però, per non sbilanciare la Carriola, che sarebbe caduta a terra perdendo il ritmo. La Carriola si considerava arrivata quando anche il pilota aveva superato la linea del traguardo

La Piramide:

i divertimenti rispecchiavano la vita dei Salinari, povera e faticosa. I giovani si divertivano con poco e sulla spiaggia si vedevano spesso questi giochi che gli altri osservavano divertiti e ammirati. Da notare il costume del ragazzo in alto ed il modesto abbigliamento degli altri

L'albero della cuccagna

Di norma questo gioco veniva fatto a Torre Pietra nella festa di San Michele (protettore degli arenili) che si svolge il 29 settembre. Si trattava di un alto palo in cima al quale, da una ruota, pendevano cose stuzzicanti: salami, prosciutti, collane di salsicce. I giovani più robusti e atletici si arrampicano sull'albero e un malcapitato si metteva sotto in modo da permettere agli altri di arrampicarsi: chi riusciva ad afferrare le cose appese poteva portarsele via. Sembrava facile, ma non lo era: l'Albero della Cuccagna, infatti, veniva abbondantemente spalmato di grasso e perciò... sviscccc! Quando uno credeva di esser arrivato alla meta.... eccolo scivolare verso il basso.

Gioco dei tappi

Si usavano i tappi della birra come fossero biglie: quelli della San Pellegrino con la "Stella" valevano di più. Si schiacciava la corona del tappo in modo da renderli piatti e si iniziava a giocare.Regolamento: Si tracciava una pista con dei gessetti (o pezzetto di mattone) larga circa 10 cm. e lunga almeno 10 mt., nelle curve esterne si mettevano dei sassetti a mo' di paracarro. A sorteggio si decideva chi doveva partire per primo e questo doveva fare tre tiri badando di non uscire dalle righe (in tal caso doveva tornare da dove aveva tirato). Quando tutti avevano fatto i tre tiri (sempre per opposizione delle dita: pollice-indice, pollice-medio o indice-pollice, il tappo non andava mai lanciato o spinto) si partiva dal primo ma solo con un colpo e così via.

Trainìtt (carrettini) in legno con cuscinetti a sfera

Era il primo mezzo di trasporto dei bambini (piuttosto pericoloso...) Una robusta cassetta, delle ruote di legno (ora introvabili) oppure cuscinetti a sfera, in genere senza freni e talvolta con un manubrio.Regolamento: Si sceglieva una discesa non troppo perigliosa, delle robuste scarpe (per frenare..) un percorso identico per tutti.Molto divertenti erano i trenini fatti con più carrettini (mettendo un adulto alla guida del primo).

Zùmbe e Zzumbètte

Zumbe e zzumbètte,
Marèje e Resabbètte,
che ccinde matarazze,
Criste mèje pigghjeme 'mbrazze

Canti popolari Salinari

Chiove e chiove
e papè è scioute foure
è scioute senza chepp
e Madonne mantiene l'acque

'A Zengarèlle -
(Canto popolare)
Sò na povera zengarèlle,
dall'Eggitte è venòute,
ce me date na cosètte
v'addevène 'a vendòure.
'A vendòure sta addevenate,
maccaròune e strascenate;
va vède jind'o stepòune
sè ce stonne i ccòuse bbòune;
va vède jind'p ffucarèle
sè ce stè nu pannarèle.
U pannarèle vacande vacande
jignamille tutte quande.
Jucchjie frecagnuòle,
te vogghje addevenè:
sètte figghje m...

Tagliare la tromba marina

Tagliare la tromba marina

Le trombe marine erano molto temute dai pescatori delle paranze (barche). Quando si formavano all'orizzonte bisognava prepararsi al peggio. Si faceva di tutto per evitarle ma non sempre era possibile. I sistemi per scongiurare le trombe marine erano basati sulla credenza che bastava toccare con un ferro acuminato (spesso forbici o coltelli) la tromba marina, perché questa venisse "liberata". Anche la sola rappresentazione figurata del "taglio" era sufficiente allo scopo. Mentre il coltello lentamente tracciava il segno, il marinaio addetto alla pratica,insieme a donne spesso vestite di nero e con fazzoletti che le coprivano il capo, recitava lo scongiuro, spesso l'invocazione era rivolta al Santo protettore del paese e proseguiva con una colorita descrizione in versi dell'evento da scongiurare. Infine, terminava con la raccomandazione di dirigere la tromba lontano da lì,in una valle oscura.

U scezzamurodd

U schezzamuridd

E' il termine dialettale in uso nella popolazione salinara che tradotto nella lingua italiana,significa spiritello, folletto, gnomo. Frutto della fantasia popolare,u schezzamuridd spesso dispettoso, disturbava il sonno dei nostri antenati. I suoi poteri erano vanificati, se si riusciva a togliere il cappuccio che gli ricopriva il capo, infatti piangevano ed erano pronti ad esaudire qualsiasi desiderio (spesso soldi) pur di riaverlo. Conosceva i luoghi dove erano nascosti i tesori, agiva nelle ore notturne in modo imprevedibile, ilare e dispettoso. La sua presenza fu causa di incubo, di fastidio, di paure per i viventi.

01 marzo 2018

Elezioni 2018, 4 motivi per cui questa è la peggior campagna elettorale di sempre


Elezioni 2018, 4 motivi per cui questa è la peggior campagna elettorale di sempre

Siamo così giunti all’ultima settimana delle Elezioni 2018 e soprattutto di quella che è stata riconosciuta all’unanimità come la “campagna elettorale più brutta di sempre”. Osservatori, blogger, addirittura gli stessi politici hanno preso le distanze spesso dalle loro stesse dichiarazioni, o dai loro stessi candidati. La definizione, insomma, per quanto già sentita, sembra calzare a pennello a questo periodo di avvicinamento ai seggi, per almeno quattro ragioni fondamentali.

1) Nessun confronto tv

L’Italia si conferma l’unica democrazia occidentale in cui i confronti diretti tra i leader sembrano un orpello al regolare avvicinarsi delle urne. In realtà, come studi e analisi hanno dimostrato, i dibattiti tra i principali candidati, oltre a incollare al video milioni e milioni di spettatori, possono indirizzare in un senso o nell’altro il voto soprattutto quando c’è incertezza. Vista la centralità del mezzo televisivo nell’orientare gusti, opinioni e giudizi, sarebbe stato necessario che Di Maio, Salvini (Berlusconi è ineleggibile), Renzi e Grasso si fossero incontrati almeno una volta in diretta, senza filtri, davanti agli elettori. Questo, purtroppo, non è accaduto e ci abbiamo rimesso tutti, in primis la credibilità degli stessi leader.

2) Decide chi non vota

Inutile girarci intorno: la questione principale di queste elezioni è una sola: l’immigrazione. Il tema, cavalcato ormai stabilmente da forze politiche e organi di informazione, è deflagrato con i fatti drammatici di Macerata e ha portato fino alle opposte manifestazioni di piazza, lasciando campo libero agli estremisti e riducendo l’intera popolazione alla dicotomia antistorica comunisti/fascisti. Peccato, però che proprio coloro che sono al centro del dibattito politico e dunque a influenzare in maniera decisiva le preferenze – gli stranieri, i clandestini, i rifugiati – sono gli unici a non avere diritto di voto.

3) Il primo partito non avrà rappresentanti

È ormai scontato che le elezioni politiche 2018 segneranno un record nella storia dell’Italia Repubblicana: saranno infatti quelle con il maggior tasso di astensione mai registrato. Un primato molto giovane, se si pensa che il 25% attuale picco massimo del non voto, risale appena al 2013. Che la china sia stabilmente in discesa, lo si era capito già dalle europee e soprattutto dalle recenti amministrative, con i ballottaggi che hanno visto esprimersi meno della metà degli aventi diritto. I sondaggi degli ultimi tempi hanno previsto regolarmente un’astensione superiore al 30%, senza tenere conto dell’ondata di gelo che si sta abbattendo sulla Penisola e potrebbe ingrossare le fila del primo partito italiano: non M5S, non il Pd, ma l’indifferenza.

4) …e alla fine non ci sarà maggioranza

Se tutta questa fatica – e denaro pubblico – almeno portasse un risultato tangibile in Parlamento, quantomeno si potrebbe apprezzare il buon funzionamento delle istituzioni. Ma il quadro politico frammentato e una legge elettorale che non aiuta a semplificare porteranno, con ogni probabilità, a uno stallo totale tra i partiti.

Il rischio concerto è di ritrovarsi, tra pochi giorni, con un teatrino se possibile ancora più pallido e sfiancante della campagna elettorale stessa. Con una differenza: a quel punto, gli elettori potranno solo stare a guardare.

Redazione

Elezioni 2018, come funziona il tagliando antifrode sulla scheda elettorale

scheda elettorale con tagliando antifrode elezioni 2018



Tra le novità della scheda elettorale delle Elezioni 2018 che gli italiani si troveranno di fronte fra meno di una settimana alle urne, c’è il tagliando antifrode, introdotto dal Rosatellum. Vediamo nel dettaglio cos’è, come funziona e cosa dovrà fare l’elettore al seggio. Scopri come si vota con la nuova scheda elettorale
Cos’è il tagliando antifrode

All’interno della scheda elettorale che l’elettore riceverà ai seggi delle Elezioni 2018 sarà presente un tagliando cartaceo contenente un codice progressivo alfanumericogenerato in serie che verrà annotato sul registro elettorale.

Dopo aver espresso il proprio voto l‘elettore dovrà consegnare la scheda elettorale chiusa al presidente di seggio, e non metterla nell’urna, diversamente dalle precedenti elezioni.

Il presidente di seggio staccherà il tagliando dalla scheda elettorale e confronterà il codice con quello annotato sul registro elettorale. Dopo il controllo inserirà la scheda nell’urna che, così tornerà ad essere anonima.

Il tagliando antifrode è stato inserito per contrastare la contraffazione delle schede, compilate fuori dal seggio e poi introdotte illegalmente.

Questo nuovo meccanismo è stato introdotto con la nuova legge elettorale Rosatellum, aggiornando l’articolo 58 della legge 361 del 1957:
“L’elettore consegna al presidente la scheda chiusa e la matita. Il presidente constata la chiusura della scheda e, ove questa non sia chiusa, invita l’elettore a chiuderla, facendolo rientrare in cabina; ne verifica l’identita’ esaminando la firma e il bollo, e confrontando il numero scritto sull’appendice con quello scritto sulla lista; ne distacca l’appendice seguendo la linea tratteggiata, stacca il tagliando antifrode dalla scheda, controlla che il numero progressivo sia lo stesso annotato prima della consegna e, successivamente, pone la scheda senza tagliando nell’urna”.

Cosa deve portare l’elettore al seggio per votare

Ricordiamo che per poter votare l’elettore deve presentarsi al seggio munito di un documento di identità valido ricompreso in una delle tre seguenti categorie:
a) carta d’identità o altro documento d’identificazione munito di fotografia, anche se scaduto, rilasciato dalla pubblica amministrazione;
b) tessera di riconoscimento rilasciata dall’Unione nazionale ufficiali in congedo d’Italia, purché munita di fotografia e convalidata da un Comando militare;
c) tessera di riconoscimento rilasciata da un ordine professionale, purché munita di fotografia.

L’elettore dovrà presentarsi munito anche di tessera elettorale che è possibile richiedere e/o rinnovare presso l’ufficio elettorale del comune di residenza. In occasione delle Elezioni 2018 gli uffici elettorali comunali resteranno aperti dalle ore 9 alle ore 18 nei due giorni antecedenti la data della consultazione e, nel giorno della votazione, per tutta la durata delle operazioni di votazione, e quindi dalle ore 7 alle ore 23.

Per maggior informazioni sul voto è possibile consultare anche le FAQ sulle Elezioni 2018 del Ministero dell’Interno.

Redazione

25 febbraio 2018

CLIMA DA GUERRA FREDDA: GLI USA BLOCCANO ENORMI INVESTIMENTI CINESI IN AMERICA NEL SETTORE TLC. SOSPETTI DI SPIONAGGIO



WASHIGTON - I regolatori statunitensi hanno bloccato l'acquisizione da parte di un fondo cinese appoggiato dallo Stato della Cina dell'azienda texana Xcerra, produttrice di apparecchiature per il collaudo di semiconduttori. Xcerra ha annunciato ieri di aver concordato la rinuncia all'accordo da 580 milioni di dollari per la fusione con Hubei Xinyan Equity Investment Partnership. "Nonostante i nostri sforzi tesi a garantire l'approvazione (dell'accordo), e' ormai chiaro che il Cfius (Comitato sugli investimenti esteri negli Stati Uniti) non intende dare il via libera alla transazione; abbiamo pertanto stabilito di comune accordo con Xinyan di terminare l'accordo di fusione"; ha dichiarato l'ad dell'azienda texana, Dave Tacelli. Lo scorso settembre il Cfius ha bloccato un accordo da 1,3 miliardi di dollari per l'acquisizione di Latice Semiconductor da parte di un consorzio cui partecipava il fondo di Stato cinese China Venture Capital Fund. 

Le societa' russe e cinesi attive nel settore dell'information technology sono oggetto da mesi di una brusca stretta alle loro operazioni da parte delle autorita' statunitensi, che giustificano le restrizioni con i timori legati alla sicurezza nazionale. L'Esercito degli Stati Uniti ha rimosso dalla base di Forte Leonard, nel Missouri, tutte le videocamere del produttore cinese Hangzhou Hikvision Digital Technology, il primo costruttore di sistemi di videosorveglianza al mondo.

L'azienda e' una controllata di China Electronics Technology Group, che e' controllata a sua volta dal governo cinese. La commissione della camera dei rappresentanti Usa sulle Piccole imprese terra' un'udienza pubblica il prossimo 30 gennaio proprio per discutere i rischi per la sicurezza legati all'impiego dei sistemi di videosorveglianza di Hikvision; gia' lo scorso anno, il dipartimento di Sicurezza interna ha diramato un avviso secondo cui alcune delle videocamere potrebbero essere facilmente attivate tramite controlli remoti per attivita' di spionaggio.

Come dire, che la Cina potrebbe spiare con queste telecamere che produce chiunque le abbia comprate e le utilizzi.

Il National Defense Authorization Act per l'anno fiscale 2018, firmato lo scorso dicembre, bandisce invece qualunque acquisizione di tecnologie o servizi della societa' di sicurezza informatica russa Kaspersky Lab da parte di entita' governative statunitensi. Ad oggi circa 400 milioni di persone e 270,000 aziende utilizzano antivirus e altri servizi di Kaspersky.

La mossa del governo Usa pare essere una rappresaglia: e' stata infatti adottata dopo che Kaspersky ha svelato uno strumento di hacking dei computer privati utilizzato dalla National Security Agency statunitense (Nsa) e ne ha inviato il codice alla propria sede in Russia, per analizzarlo e approntare una contromisura. L'azienda russa ha intentato causa al dipartimento di Sicurezza nazionale Usa per una direttiva emessa lo scorso settembre, che bandisce di fatto l'impiego a fini governativi della tecnologia di Kaspersky.

Importanti attori della grande distribuzione elettronica Usa, come Best Buy, hanno interrotto le vendite dei prodotti di Kaspersky, e quest'ultima accusa il governo degli Stati Uniti di aver causato "danni indebiti alla reputazione della compagnia nell'industria It e alle vendite negli Usa". 

Anche il produttore cinese id smartphone Huawei Technologies Co e' divenuto bersaglio delle istituzioni Usa, che hanno bloccato l'accordo tra il colosso tecnologico cinese e l'operatore statunitense delle telecomunicazioni At&T Inc.

Il collasso dell'accordo, comunicato la scorsa settimana, in apertura del Consumer Electronic Show di Las Vegas, e' l'ennesimo segnale del riacuirsi delle tensioni tra le due potenze sul piano commerciale, e rischia di innescare una vera e propria escalation delle tensioni bilaterali.

Lo ha denunciato nei giorni scorsi il quotidiano di Stato cinese "Global Times", che ricorda come At&T abbia rinunciato all'intesa dopo l'invio di una lettera da parte di 18 parlamentari statunitensi alla Commissione federale per le comunicazioni Usa. Nella missiva, i parlamentari esprimevano preoccupazioni in merito "allo spionaggio cinese in generale, e al ruolo di Huawei nelle pratiche di spionaggio in particolare".

Ad oggi, il 90 per cento degli utenti di telefonia mobile statunitensi acquistano il loro smartphone direttamente dal loro operatore; dal momento che la cinese Huawei non e' in grado di siglare un accordo con nessuno degli operatori Usa di telefonia mobile, l'unico "canale" per la vendita dei suoi smartphone sono le catene di elettronica. 

Il mancato accordo tra Huawei e At&T, avverte il "Global Times", e' ben piu' di una questione commerciale: "I legislatori Usa non soltanto hanno impedito a Huawei e ad altre aziende tecnologiche cinesi di entrare nel mercato Usa, ma hanno anche ingigantito alcuni casi commerciali facendone una questione di competizione e sicurezza nazionale, una condotta del tutto fuorviante".

Secondo il quotidiano cinese, "l'opposizione politica" alle aziende tecnologiche cinesi non frenera' lo sviluppo di queste ultime, ma "intensifichera' la gia' feroce competizione bilaterale sul mercato globale", e potrebbe innescare rappresaglie da parte di Pechino. Huawei, ricorda il "Global Times", opera in 170 paesi e regioni ed ha accordi di cooperazione con 45 dei 50 maggiori operatori di telefonia mobile mondiali. 

Gia' nel 2012 con Obama la commissione d'Intelligence della Camera dei rappresentanti Usa aveva esortato le aziende statunitensi ad evitare l'utilizzo di apparecchi per le comunicazioni realizzati da Huawei o da un altro produttore cinese, Zte, affermando che tali infrastrutture critiche "potrebbero minare gli interessi di sicurezza nazionale fondamentali degli Stati Uniti".

La convenienza di questi prodotti sul piano economico, pero', ne ha garantito comunque la penetrazione sul mercato Usa. Un disegno di legge presentato il 9 gennaio scorso alla Camera proibirebbe a tutti i contractor del governo federale Usa l'impiego di sistemi per le comunicazioni prodotti da Huawei o Zte.

Ad oggi non esiste alcuna prova che le societa' russe e cinesi succitate trasmettano informazioni riservate ai rispettivi governi, tanto quanto circa l'elezione del presidente Usa Donald Trump non essitono prove per le accuse di collusione tra la sua campagna elettorale e la Russia, e tuttavia questa situazione provocata dai "veleni" sparsi dalla stampa americana schierata con al candidata sconfitta Hillay Clinton hanno innescato negli Stati Uniti un clima di maccartismo stile anni Cinquanta del secolo scorso senza precedenti, dalla fine della Guerra fredda.

Redazione

La Polonia invoca sanzioni Usa contro il gas russo


La Polonia invoca sanzioni Usa più dure contro il Nord Stream 2, il progetto di raddoppio del gasdotto che porta il gas fra Russia e Germania. Il premier polacco Morawiecki si è dichiarato insoddisfatto della bozza di sanzioni formulata dal Dipartimento di Stato Usa, giudicandola insufficiente e ambigua. Il Segretario di Stato Tillerson si era recato nel weekend scorso a Varsavia per consultarsi col Governo polacco.

La Polonia continua a considerare una minaccia ogni iniziativa presa da Germania e Russia, leggendo come un pericolo per il proprio interesse nazionale qualsiasi intesa fra i due Paesi.

Questo atteggiamento ossessivo è alla base dell’iniziativa polacca del Trimarium; il progetto, mascherato da una veste economica, è teso a contrastare a prescindere Mosca e Berlino, opponendosi a qualsiasi distensione (non parliamo di collaborazione) fra l’Europa Occidentale e la Russia.

L’iniziativa tende a unire i Paesi fra il Baltico, il Mar Nero e l’Adriatico (i Tre Mari) in una cooperazione energetica, attraverso una serie di infrastrutture volte a collegare i gasdotti i vari Paesi, in modo da superare le forniture diretta dalla Russia. Per tutte valga la partecipazione dell’Ucraina che attraverso le infrastrutture progettate potrebbe così ricevere il gas russo da altre Nazioni, a prescindere dai propri rapporti con Mosca.

In realtà, dietro alla veste ufficiale, il Trimarium ha un fine essenzialmente politico: mira a fare della Polonia il Paese guida (ed egemone) dell’area, in contrapposizione alla Russia e, all’Occorrenza, all’Europa Occidentale (leggi Germania).

Nel suo progetto Varsavia conta sull’attuale contrapposizione fra Washington e Mosca, puntando sull’appoggio americano e a divenire il Paese di riferimento dello Zio Sam in Europa.

Alla luce di queste considerazioni, è ovvio che la Polonia s’opponga furiosamente ad ogni tentativo degli altri Paesi europei di riannodare i fili del dialogo con la Russia ed agiti incessantemente un fantomatico pericolo a Est per giustificare il proprio ruolo di “baluardo”; ruolo che l’accredita agli occhi di diversi Governi dell’Est Europa.

Il gas è una risorsa strategica al pari del petrolio; impedire la realizzazione del raddoppio del Nord Stream, il Nord Stream 2, sarebbe un colpo assestato sia alla Russia, che vedrebbe limitate le sue esportazioni, che alla Germania, dal cui potere economico (e politico) Varsavia intende affrancarsi del tutto, per sostituirsi ad essa nell’Europa Orientale.

Inutile dire quanto un simile progetto sia dannoso agli interessi del resto dell’Europa, soprattutto quella Occidentale, al momento ostaggio passivo nelle mani delle velleitarie aspirazioni polacche. Ma anche pericoloso per il costante rilancio di provocazioni verso Mosca messo in atto da Varsavia.

Gli stessi Stati Uniti, che pure hanno tutto l’interesse a mantenere lo stato di tensione con la Russia al fine di giustificare la presa sull’Europa e l’esistenza stessa della Nato, non possono accettare appieno le iniziative polacche che tendono sistematicamente ad attizzare crisi e a forzare la mano a Washington ed alleati (salvo celarsi dietro essi), in nome del proprio velleitario revanscismo sull’Europa Orientale.

Sia come sia, la sudditanza e la mancanza di autonomia politica sta inchiodando l’Europa Occidentale agli anacronistici sogni della Polonia e alle manovre degli Stati Uniti. Un gioco devastante per le economie del Continente e rischioso per le imprevedibili conseguenze di tali politiche avventuristiche.

di Salvo Ardizzone

Rivoluzione Islamica, 39 anni di Resistenza


Trentanove anni sono trascorsi da quando il popolo iraniano, sotto la guida dell’Imam Khomeini, è sceso in piazza a sostenere la Rivoluzione Islamica del 1979.

Il movimento rivoluzionario del 1979 in Iran è sorto quando milioni e milioni di persone hanno gridato la loro opposizione al regime dittatoriale di Mohammad Reza Pahlavi. La Rivoluzione, guidata da Khomeini, ha cambiato le equazioni politiche del mondo. Ogni anno in Iran, le manifestazioni hanno inizio il 1° febbraio e terminano l’11 febbraio, meglio conosciuto come Daheye Fajr o “Dieci giorni di Dawn”, un periodo che celebra l’indipendenza dell’Iran dall’influenza occidentale e dal dominio straniero.

La Rivoluzione Islamica come Ispirazione

La Rivoluzione Islamica in Iran ha rafforzato il nazionalismo nei Paesi della regione, ed ha intensificato il risveglio delle masse guadagnando slancio nella regione. In tutto il mondo arabo si diffuse tra le masse un’immensa ammirazione per la Rivoluzione Islamica. Molti popoli sono stati ispirati dalla Rivoluzione, il cui leader, l’Imam Khomeini, ha sottolineato che l’Islam è l’unico modo per liberare la regione dai disagi e dalle dittature appoggiate dalle potenze occidentali. Molti popoli arabi hanno disprezzato la debolezza dei propri leader e condannato la loro subordinazione agli Stati Uniti.

L’Iran è diventato un modello di ispirazione per le altre nazioni regionali e per i movimenti di lotta contro l’imperialismo e le potenze arroganti. Masse diseredate della regione considerano la Repubblica islamica dell’Iran e la sua leadership un orientamento per tutti i movimenti di Resistenza.

di Redazione

Italiani, primato nel turismo sessuale minorile


Gli italiani hanno un triste primato, quello del turismo sessuale minorile, uno degli “affari economici” più consistenti al mondo e che lede mortalmente la vita psico-fisica di tantissimi minorenni che si trovano in uno stato di indigenza che li porta a vendersi per una manciata di euro.

Stando ai dati diffusi da Ecpat, che si batte contro lo sfruttamento sessuale dei minori, gli italiani si collocano al primo posto tra i violentatori di bambini del Terzo Mondo e, come sempre accade quando c’è di mezzo l’Italia, si entra nel paradosso: l’Italia è tra i pochi Paesi dell’Unione europea a essere in una posizione di avanguardia sul contrasto al fenomeno del turismo sessuale minorile, per essersi dotato di strumenti legislativi specifici in grado di rispondere in maniera concreta.

Le responsabilità delle dimensioni del fenomeno stanno sia nelle azioni di contrasto, inficiate dall’assenza di una giurisdizione univoca, sia, e soprattutto, nel cinismo di una “cultura” che ha smarrito il senso della dignità, della realtà di un bambino.

Se si pensa che la stragrande maggioranza di questi ‘turisti’, non solo pensionati ma anche uomini d’affari, piloti d’aereo, professionisti all’apparenza irreprensibili alla ricerca di “un’esperienza trasgressiva”, allora si comprende che il turismo sessuale è il frutto marcio di una pseudocultura (distorta) dello svago forte, della mostruosa convinzione di portare ricchezza economica in Paesi in difficoltà. Insomma si maschera un’azione depravata, il più abbietto dei crimini che si possano compiere su un bambino in stato di necessità, con la maschera dell’ipocrisia.

I turisti del sesso si stimano in almeno un milione all’anno; in testa alle mete ci sarebbe il Kenya, con tremila bambini fra i dodici e i quattordici anni nel mercato del sesso a tempo pieno e circa quindicimila nel giro di quello occasionale; seguono Santo Domingo, la Colombia e il Brasile.

A conferma del fatto che gli abitanti del Belpaese siano i principali fruitori del turismo sessuale con i minori, in alcune strade dell’Africa non è difficile trovare cartelli che intimano di non toccare i bambini, scritti in italiano.

Marco Scarpati, presidente della sezione italiana dell’Ecpat, spiega che si tratta di una tendenza allarmante; solo il 5% di quelle persone sono pedofili abituali, il resto è composto da persone che vanno all’estero per provare un’esperienza trasgressiva, appunto il turismo sessuale minorile che si rivolge a minori tra i 12 e 14 anni, e a volte anche più piccoli.

Come detto, i motivi che muovono un turista sessuale sono quelli dell’esperienza trasgressiva, la ricerca di una prestazione sessuale effettuata da chi, nel proprio Paese, è intoccabile, salvaguardato dalle leggi e dal mancato bisogno di vendersi al miglior offerente. Altro fattore fondamentale è quello dell’anonimato e dell’impunità che sia le leggi che la condizione sociale offrono nel territorio prescelto.

Ma vi sono anche motivazione psicologiche a muovere un turista del sesso minorile: la difficoltà nello stabilire rapporti paritari con le donne e la falsa credenza che fare sesso con bambini sia a minor rischio Aids. Nei fatti, la rappresentazione di una mostruosa realtà malata. E criminale.

di Sebastiano Lo Monaco

Italia, Iran e le occasioni perdute


Alla fine della scorsa settimana, in margine alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, un gruppo di Paesi europei, insieme alla Ue, hanno dato vita a un tavolo di consultazioni fra essi e Iran sulle crisi regionali, a cominciare dallo Yemen.

È un formato inedito, battezzato E4, e ancor più inedito è il fatto che, oltre alla Ue, Germania, Francia e Regno Unito ci sia l’Italia, una partecipazione che dopo 15 anni corregge la scellerata scelta del 2003, quando Roma si autoescluse dalle trattative sul nucleare iraniano, malgrado le insistenze di Teheran.

Il Governo Berlusconi di allora se ne lavò le mani, evitando di prendere posizione su temi delicati per Washington, ed evitando pure di doversi allineare a posizioni troppo partigiane contro Teheran.

Intendiamoci: Italia e Iran hanno sempre avuto relazioni speciali, o meglio, Teheran ha sempre puntato su Roma, forse nel ricordo dell’Eni di Mattei; d’altronde è un fatto che il tour europeo del presidente Rouhani all’indomani della firma del Jcpoa, l’accordo sul nucleare iraniano, è cominciato volutamente proprio dall’Italia.

Relazioni che, malgrado la riluttanza della Politica, la diplomazia italiana ha saputo curare, vedi la firma a gennaio del Master Credit Agreement, che stabilisce le modalità di finanziamento degli investimenti italiani in Iran.

Sia come sia, è un fatto che senza il coinvolgimento dell’Italia e dell’italiana Mogherini quale Alto Rappresentante della Ue, Teheran non avrebbe accettato di sedersi a un tavolo sulle crisi regionali.

Il fatto che si cominci dalla Yemen importa poco, serve a varare un meccanismo di consultazione; averlo fatto su un caso certo scottante, ma che si presta poco a fraintendimenti, può aiutare a procedere verso le questioni più spinose.

In testa c’è il pericolo della denuncia del Jcpoa da parte dell’Amministrazione Trump; è ovvio che Washington procederà a prescindere, ma una sponda europea complicherebbe molto i programmi di sauditi, israeliani & c. contro Teheran, e gli iraniani sarebbero molto grati dell’aiuto.

Inoltre, nella stessa Monaco c’è stato un assaggio della partita più rovente per i suoi sviluppi, quella siriana, con le teatrali invettive del premier israeliano Netanyahu e la replica del ministro degli Esteri iraniano Zarif. Ma è tutto il Medio Oriente che è in movimento, e il gruppo di lavoro dell’E4 è l’unico ora riconosciuto da Teheran, quello di Astana ha obiettivi completamente diversi.

Il fatto che l’Italia sia stata messa nelle condizioni di partecipare è certo un merito della diplomazia, ma molto più del fatto che in Iran si continui a puntare sul nostro Paese, quanto meno perché nei tempi più bui i Governi e le imprese italiane hanno dato mostra di moderazione verso Teheran, e questo conta. Quanto poi Roma sarà in grado di cogliere l’ennesima occasione che le si offre è tutt’altro discorso. Purtroppo.

di Salvo Ardizzone

Iran pronto ad aiutare il Venezuela


Iran – Il direttore generale per gli Affari americani del ministero degli Esteri iraniano, Mohammad Keshavarzzadeh ha dichiarato giovedì scorso che sia il governo che il settore privato della Repubblica islamica dell’Iran sono pronti ad aiutare la nazione e il governo del Venezuela per superare il situazione attuale.

Keshavarzzadeh, a Caracas per colloqui con i funzionari venezuelani, ha fatto l’osservazione di cui sopra nel corso del suo incontro con il vice presidente dell’economia venezuelana Wilmar Soteldo. Le due parti hanno indicato i giusti legami politici ed economici tra i paesi dell’Iran e del Venezuela e hanno posto un’enfasi particolare sulla formulazione di strategie appropriate per entrare in una nuova era di cooperazione economica e commerciale.

I funzionari iraniani e venezuelani hanno anche sottolineato la necessità di adottare nuove politiche in linea con l’allargamento delle relazioni tra Teheran e Caracas sulla base delle condizioni attuali. Secondo i Memorandum of Understanding (MoUs) precedentemente formulati, è stato stipulato che la roadmap per le relazioni economiche tra i due Paesi sarebbe stata avviata con l’obiettivo di creare nuova mobilità in questa parte di relazione in una sessione in presenza di esperti delle due parti.

Da parte sua, il vicepresidente per gli Affari economici del Venezuela ha sottolineato alcuni dei progetti costruiti dalle compagnie iraniane in Venezuela negli anni passati e ha dichiarato: “La Repubblica islamica dell’Iran è stata uno dei pochi Paesi che ha contribuito al trasferimento di tecnologia e know-how tecnico nel Paese venezuelano”.

Ha espresso i suoi ringraziamenti speciali alla perseveranza e alla serietà della nobile nazione iraniana nell’affrontare e resistere alle varie sanzioni aggiungendo: “Ora, è il turno della nazione venezuelana di seguire la strada intrapresa dal popolo dell’Iran e ridurre la dipendenza dalla sua economia basata sul petrolio”.

A margine della sua visita nella capitale venezuelana Caracas, Keshavarzzadeh ha anche incontrato il vice ministro degli Affari Esteri, Felix Plasencia.

Netanyahu braccato dagli scandali, scatenerà una guerra?


Dopo l’incriminazione ad opera della Polizia, per Netanyahu è cominciato il conto alla rovescia; in passato ha saputo districarsi dai tanti scandali che l’hanno toccato, ma stavolta prove e testimonianze contro di lui sono enormi e disegnano la figura d’un Primo ministro corrotto e bugiardo. Per mantenere il potere tenterà di tutto col consueto cinismo, sia politicamente che giocando con la guerra.

Per prima cosa proverà a guadagnar tempo, sperando che il procuratore generale non dia seguito alle durissime raccomandazione degli inquirenti, ma l’impianto delle accuse è più che solido e punta direttamente su di lui.

In Occidente i commentatori pensano che in Israele il consenso della base elettorale si basi sui temi della guerra, della sicurezza o degli insediamenti, in realtà, come testimoniano gli univoci sondaggi, l’argomento di gran lunga più sentito è quello della corruzione; è questo alla base della crescente mobilitazione contro Netanyahu.

D’altronde su questi temi la magistratura israeliana va pesante; è assai lungo l’elenco di ministri, primi ministri e addirittura capi di Stato che hanno visto per questo la propria carriera spezzata. Stesso discorso vale per i media, contro cui Netanyahu è intervenuto pesantemente più volte per fermare le indiscrezioni sulle inchieste che lo inseguono.

Per mettersi al riparo, il Premier israeliano tenterà la carta politica (lo sta già facendo) gridando al complotto e chiederà il sostegno della Destra estrema, ricordando che è improbabile che un nuovo Esecutivo possa essere più sensibile alle loro parole d’ordine. Al contempo proverà a chiedere la solidarietà del Likud, il suo partito, per il leader sotto attacco.

Il fatto è che nel Likud è ormai forte il dissenso sia verso le scelte compiute da Netanyahu, ritenute al limite dell’avventurismo, sia per la sua concezione padronale del partito che ha generato una crescente insofferenza. Sono ormai molti che vedono l’indebolimento del leader come un’occasione per sbarazzarsi d’un uomo divenuto troppo ingombrante.

La partita, che è già in corso nel campo dei partiti di destra, si gioca fra componente più “moderata” che si rifà al capo dello Stato Reuven Rivlin, e quella più oltranzista che si culla nel sogno del Grande Israele che ha nel ministro dell’Istruzione Naftali Bennet il suo leader.

Finora Bennet ha svolto il ruolo di contraltare di Netanyahu radicalizzandone le scelte, ma un premier sotto lo scacco delle inchieste è un’occasione irripetibile per farsi leader del fronte delle destre, attualmente quello di gran lunga più forte, e divenirne il successore.

Per farlo cercherà l’aiuto di Avigor Lieberman, l’altro “falco” della politica israeliana e attuale ministro della Difesa, che quanto a posizioni estremiste non teme rivali giungendo a definire i parlamentari arabi israeliani conniventi con i terroristi, Gaza un covo di assassini e l’Iran un Paese che sta preparando una Shoah nucleare.

Liberman non può ambire al posto di Netanyahu per sé, perché fu toccato da uno scandalo che nel 2012 lo costrinse alle dimissioni frenandone le ambizioni politiche, ma oggi potrebbe avere una rivalsa su Netanyahu.

Al Premier non restano molte altre strade per rimanere al potere; l’unica via d’uscita è un’avventura militare contro Hezbollah e l’Iran, che mobiliti la Nazione e faccia passare in secondo piano la sua vicenda.

Gl’ingredienti ci sono già tutti: da tempo i vertici militari israeliani parlano dal pericolo rappresentato da un Hezbollah sempre più forte e dalla crescente influenza iraniana in Siria. D’altronde è un fatto che la Resistenza, già più che forte sul versante libanese, ora s’affaccia sul Golan, a mano a mano che elimina i gruppi di terroristi foraggiati da Tel Aviv per fare da cuscinetto.

Non è un mistero per nessuno che con la vittoria definitiva in Siria, la Resistenza punterà alla liberazione di Gerusalemme e alla sconfitta definitiva dell’entità sionista. In un simile scenario non è affatto strano che Netanyahu voglia giocare d’anticipo, lo ha già pensato nel passato e se non lo ha fatto, col pieno avallo delle destre radicali, è stato solo per la feroce opposizione dei militari, consapevoli degli enormi rischi di una simile decisione.

Tuttavia, pressato dalle inchieste, il Premier potrebbe cercare lo scontro a prescindere, all’insegna del tanto peggio tanto meglio. Che poi i leader delle destre siano disposti a seguirlo nell’avventura, nel momento in cui potrebbero raccoglierne l’eredità è altro discorso.

Sia come sia, è un fatto che il Primo Ministro d’Israele farà di tutto per attizzare lo scontro è distrarre opinione pubblica e mondo politico dai suoi guai, ma è pure un fatto che per Netanyahu, comunque vadano le cose, il tempo è ormai contato.

di Salvo Ardizzone

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