23 gennaio 2018

IL 4 MARZO CI SONO LE “ABOLIZIONI”: IL MEGLIO DELLA CAMPAGNA ELETTORALE A COLPI DI #ABOLISCIQUALCOSA



Come con la storia dell’uovo e della gallina, non è chiaro se sia nata prima la campagna elettorale o le false promesse. È certo però che già da qualche settimana è partita la gara, tra i candidati premier, a chi la spara più grossa: non una generica promessa di FARE qualcosa, ma la specifica promessa di ABOLIRE qualcosa. Se false o meno, come cantava il grande Lucio, lo scopriremo solo vivendo (dal 5 marzo in poi).

La leggenda narra che a dare il La sia stato Matteo Salvini, che ha fatto dell'”abolizione” della Legge Fornero il suo cavallo di battaglia. A seguire Matteo Renzi, che ha promesso di abolire il canone Rai; poi Pietro Grasso con la promessa di abolire le tasse universitarie; e ancora Silvio Berlusconi, con l’abolizione del Jobs Act; e di nuovo Salvini, con la promessa di “abolire” il Decreto Lorenzin sui vaccini obbligatori. Certamente il podio spetta a Gigi Di Maio che ha annunciato di voler “abolire”: spesometro, split payment, redditometro e altre 400 leggi, imprecisate.

Negli ultimi giorni, dunque, abbiamo assistito a una vertiginosa scalata verso la promessa d’abolizione più sorprendente e populista, quella che dovrebbe attrarre il maggior numero di consensi e simpatie.

E al gioco abbiamo voluto partecipare in tanti, immaginando, per scherno, sarcasmo o pura ironia, quello che ci piacerebbe venisse abolito davvero.

Così sui social è subito diventato virale l’hashtag #AbolisciQualcosa. Ecco alcuni esempi memorabili:

– Di Maio vuole abolire 400 leggi. Così il libro di diritto privato si dimezza. (Luca Fois)

– Aboliremo quelli che fanno il tiramisù con i Pavesini. (Leonardo)

– Aboliremo la legge di gravità, basta pesare di meno solo su Marte, non siamo un pianeta di serie B! (Sh1bano)

– Aboliremo i 5 secondi in cui il ventilatore fa vento verso nessuno. (Marco Marino)

– Aboliremo i 40 minuti di pubblicità e trailer al cinema. Pago già 9 € di biglietto, dovrei comparire tra i ringraziamenti. (Il Nick)

– Aboliremo il canone Mediaset. (diodeglizilla)

– Aboliamo l’enorme disuguaglianza sociale. (Luca701)

– Aboliamo le persone che usano “piuttosto che” invece di “oppure”. (Ambra Ginoble)

– Manca solo politico che promette di abolire portiere in calcio, così tifosi contenti perché vede più gol. (Vujadln Boskov)

– Aboliamo i “Ciao bella” a prescindere e solo perché non ricordano il tuo nome. (Simona)

– Aboliremo l’utilizzo della pancetta nella carbonara. (Iaia)

– Abolirei la R di “Marlboro”. Che non è mai servita a un cazzo. (Marco off)

– Aboliremo la pubblicità delle ragadi anali all’ora di pranzo. (Citazioni famose)

– Aboliremo i ministri dell’istruzione senza laurea. (Dottor Jekyll e Mister Hyde)

– Aboliremo l’inizio dello scotch, tanto non si trova mai. (Serena)

– Aboliremo le mestruazioni. (Il Bomma)

– Aboliamo “Uomini e donne”della De Filippi. Chiunque lo metta nel programma elettorale, lo voto. Giuro. (Il fabbricante di spade)

– Aboliremo le Smart che occupano i parcheggi. (Dario Piro)

– Aboliamo le frasi di Bukowski che ti distraggono dalle tette sulle foto. (Pietro Mula)

– Aboliamo la pizza con l’ananas. (Dottor Jekyll)

– Aboliremo Salvini. (Luca Asproso)

– Aboliremo quelli che ti toccano mentre ti parlano. (Diego Finotti)

– Aboliremo le visualizzazioni senza risposta. (Bastianich contrario)

– Quelli che commentano seriamente i tweet ironici. (fe de ri ca)

– Aboliremo Gigi D’Alessio. (Alex Durden)

– Aboliremo le elezioni, verranno sostituite con una gara di rutti. (Senso di nausea)

– Aboliamo chi non sa fare ma solo abolire. (Mangino Brioches)

– Volevo dire a Luigi Di Maio [ma aggiungerei che non vale solo per lui] che le leggi si “abrogano”, non si “aboliscono”. Ignorante! (Fabio Franchi)

Francesco Giamblanco

MATTEO SALVINI E IL DIZIONARIO DELLA LINGUA LEGHISTA: LE 3 PAROLE PIÙ USATE


1) Buonista

Secondo il dizionario della lingua italiana (Zanichelli o Treccani non fa alcuna differenza), “buonista” è “colui che ostenta buoni sentimenti, tolleranza e benevolenza verso gli altri (in particolare verso gli avversari)”.

Secondo il dizionario della lingua leghista, fondato e divulgato con cieca costanza da Matteo Salvini, “buonista” (inteso come insulto) è colui che dichiara apertamente la propria contrarietà a idee razziste, violente e omofobe; colui che riflette sulle cose, valutandone cause e conseguenze; colui che ha una cultura e un’intelligenza che gli permettono di esprimere opinioni sensate; colui che prova un profondo senso di imbarazzo (misto a rabbia) di fronte al proliferare del populismo e della involuzione culturale e morale della società.

2) Ruspa

Una volta, era nota come “macchina atta all’escavazione superficiale del terreno, che agisce mediante una robusta lama concava, destinata a incidere e asportare la terra per scaricarla o spanderla”.

Oggi, secondo quanto riportato dal noto dizionario della lingua leghista, per “ruspa” si intende un fantasmagorico strumento metallico su ruote o cingoli (ideato sicuramente in epoca medievale) atto allo sradicamento dal terreno di costruzioni e/o di interi piccoli accampamenti abitati esclusivamente da extracomunitari e rom; l’uso della ruspa è decantato liberamente come un gesto eroico e goliardico, nonostante contenga in sé un palese messaggio di istigazione alla violenza e all’odio razziale (infatti, chi osa schierarsi contro è tacciato di essere un “buonista”, vedi sopra).

3) Casa

È stata sempre definita come “costruzione eretta dall’uomo per propria abitazione, strutturata in un complesso di ambienti, costruiti in muratura, legno, pannelli prefabbricati o altro materiale”.

Eppure, nel solito dizionario della lingua leghista non compare la parola “casa” (da sola); essa è presente in due diverse modalità composte: “casa nostra” e “casa loro”.
Già, perché la lingua leghista è particolarmente attenta (oserei dire ossessiva) nel sottolineare location, habitat e area geografica in cui la “casa” è situata e, ancor più, nel sottolinearne appartenenza, radicamento e proprietà.
Come per la ruspa, anche questa dicotomia sembra essere stata ideata in epoca medievale (forse addirittura prima): epoca in cui il concetto di pietas (ereditato dall’antica Roma) era stato completamente dimenticato e quello di compassione (divulgato dalla buona novella cristiana) era più che mai ignorato; epoca in cui i confini naturali, architettonici, linguistici e culturali erano per ovvie ragioni (evolutive) insormontabili; epoca in cui il raziocinio, il diritto internazionale e l’affermazione dei principi di uguaglianza-libertà-e-fraternità erano ancora un lontanissimo miraggio.

*Attualmente, l’Accademia della Taragna (la Crusca leghista) sta valutando di inserire, nel suddetto dizionario, un neologismo di origine anglo-americana recentemente coniato dal Presidente USA Donald Trump, grazie al quale potranno essere spiegate meglio decine di idee e punti del nuovo programma elettorale di Matteo Salvini: Covfefe.

di Francesco Giamblanco

LO IUS SOLI, LO IUS SANGUINIS E IL PARADOSSO DELLA RAZZA PURA ITALIANA


Da giorni non si parla d’altro: approvare o no la nuova legge sulla cittadinanza italiana? Da giorni si combatte (letteralmente) dentro e fuori il Parlamento, si discute nei bar, nelle piazze e sul web, tra milioni di opinioni, commenti e insulti di ogni genere.

Pertanto so bene che si è già detto e scritto abbastanza; e quelli che hanno avuto voglia di approfondire e informarsi, sanno ormai bene cosa prevede il disegno di legge, cos’è lo ius soli temperato e cos’è lo ius culturae.

Voglio soffermarmi, dunque, non su ciò che la nuova legge, una volta approvata, dirà, ma su ciò che dice oggi quella in vigore, coi suoi paradossi.

Attualmente, la cittadinanza italiana è trasmessa, secondo il principio dello ius sanguinis, dal genitore al figlio. Sono italiani i figli di almeno un genitore italiano e i discendenti di italiani che riescano a dimostrare la catena parentale fino al capostipite cittadino italiano.

Immaginate dunque che Tizio nasca e viva negli USA, come suo padre e come suo nonno; il suo bisnonno, invece, era nato in Venezuela da padre argentino e madre irlandese. Per trovare il capostipite italiano si deve così risalire al quadrisavolo. Immaginate anche che il cognome, negli anni ’40, fu americanizzato da Ricciardi a Richardson. Immaginate poi che nessuno dei componenti della famiglia di Tizio abbia mai messo piede in Italia dalla metà del 1800, ma immaginate però che tutti, generazione dopo generazione, si siano rivolti al Consolato italiano per il riconoscimento della cittadinanza, trasmettendola, di volta in volta, ai propri figli.

E ora smettete di immaginare, perché è proprio tutto così, perché quella che ho appena raccontato è una storia vera, perché Tizio è davvero un cittadino italiano, perché è vero che per lo Stato italiano bastano due gocce di sangue italiano per essere considerati cittadini italiani.

Non servono dunque la cultura, il sentirsi parte della comunità, il pagare le tasse, l’esercitare diritti e doveri o la conoscenza della lingua (tutte cose di cui gli strenui oppositori dello ius soli si riempiono la bocca); attualmente, a renderci cittadini agli occhi della Legge sono le nostre eredità cromosomiche, seppure da questo Paese ci separino secoli di storia, migliaia di chilometri o un’assoluta distanza culturale e affettiva.

È sulla base di tale vigente (e a tratti paradossale) principio che ancora oggi lo Stato nega a tanti giovani nati e cresciuti in questo Paese (e che in questo Paese studiano, lavorano, amano, vivono e parlano con le mille sfumature dei nostri italianissimi accenti dialettali) di chiamarsi italiani.

Essere o meno italiano non può dipendere dal DNA, dalla “razza” (non possiamo continuare a per-correre questo rischio); essere italiano è uno status, un Diritto, che non deve essere concesso, perché esso già c’è. Deve solo essere riconosciuto. E ormai non manca molto.

Francesco Giambanco

È TUTTA COLPA DEI MIGRANTI


– In Italia, le famiglie in stato di povertà assoluta sono 1,6 milioni (per un totale di 4 milioni e 700 mila persone). I giovani stanno peggio dei più anziani. Al Sud stanno peggio che al Nord. Quelli col titolo di studio più basso stanno peggio di quelli col titolo di studio più alto. E com’è noto, quest’ondata migratoria ha fatto sprofondare ulteriormente il nostro Paese, notoriamente solerte e produttivo. La grande impresa è fallita a causa della concorrenza dell’artigianato congolese, il commercio ha subito gli effetti della sfida lanciata dai vu cumprà senegalesi.

– Strade, ferrovie, ponti, cavalcavia. Buche, deragliamenti, crolli, cedimenti. Il sistema delle infrastrutture e dei trasporti italiano è unico al mondo: cantieri secolari, tratte monobinario, autostrade impercorribili, code chilometriche, traffico, ritardi, disservizi, scioperi, compagnie aeree fallimentari, mezzi fatiscenti. Ma si sa, tutto ha avuto inizio con l’arrivo dei migranti, che hanno occupato le banchine dei nostri fiorenti porti, sovraccaricato le nostre futuristiche metropolitane e intralciato l’invidiabile viabilità della Salerno-Reggio Calabria.

– E se è vero che strade e ferrovie fanno schifo, è anche perché periodicamente il versante di una montagna frana, una bomba d’acqua investe una provincia spalancando voragini, allagando città e campi coltivati, una scossa di terremoto distrugge case, borghi, chiese, monumenti, imprese e vite umane. E anche in tal caso, si sa, la colpa è tutta dei migranti, che coi loro sbarchi hanno indebolito le nostre coste, che sono così numerosi e rumorosi da far tremare le nostre colline, che con le loro tribali danze della pioggia stanno provocando imprevedibili cambiamenti climatici. E, nonostante la nostra lungimirante classe politica, negli ultimi 50 anni, non abbia fatto altro che occuparsi del problema del dissesto idrogeologico, con progetti di messa in sicurezza, sistemi antisismici e canali per far defluire le acque, con tutti questi migranti, ogni sforzo è stato vano.

– L’Italia è sempre stato il Paese simbolo della Legalità, l’abbiamo esportata all’estero. Nonostante negli ultimi tempi si stia consumando una dura e travagliata battaglia: la battaglia di un popolo onesto che, supportato dai propri rappresentanti dentro le Istituzioni, vorrebbe arginare il malaffare e la corruzione che arrivano dal Sud, via mare. Come non pensare al danno economico provocato dai market bengalesi che vendono la birra a 1 euro anziché a 3,50, come un onestissimo Pub italiano; come non ricordare quell’orribile abitudine dei venditori indiani di rose che non emettono mai uno scontrino fiscale; come non ricordare il cancro della criminalità organizzata, la Mafiallah, con a capo il boss Mustafà Riina, noto per i suoi efferati delitti (coi corpi delle vittime nascosti nel Kebab, anziché sepolti dentro un classico e rispettoso pilone di cemento).

– In Italia ci sono 5 milioni di disoccupati, la maggior parte dei quali, giovani.
Vani sono gli sforzi dei nostri Governi che non smettono un attimo di cercare una soluzione, attraverso cospicui investimenti pubblici, detassando il mercato del lavoro, favorendo lo studio e la ricerca, supportando le imprese. Totalmente vani. Perché a mettere loro i bastoni tra le ruote sono arrivati i migranti, che con assoluta nonchalance ci rubano il lavoro, infrangendo i nostri sogni di ricchezza e successo.
Ed è per questo che noi giovani non troviamo più un posto libero come venditori di accendini nelle spiagge, o come lavavetri ai semafori delle nostre città, o come coltivatori di pomodori, nelle serre, in Sicilia, ad Agosto.

– In Italia, ogni volta che dell’intonaco crollerà dal soffitto della scuola addosso ai vostri figli, ogni volta che voi mamme dovrete tirare fuori i soldi per i gessetti e la carta igienica, ogni volta che non sarà disponibile un insegnante di sostegno, uno psicologo, un infermiere, una maestra preparata, rispettosa e ben retribuita, ogni volta che i vostri figli diventeranno giovani pieni di lacune, oppure adulti brillanti costretti ad andare all’estero per proseguire gli studi e per trovare un lavoro, ricordatevi di chi è la colpa. Non dei tagli previsti puntualmente in ogni Legge Finanziaria, non dei programmi obsoleti, del personale poco qualificato, della mancanza di progetti e investimenti. No, la colpa è dei migranti che affollano le classi italiane: dei bambini marocchini che sottraggono la merenda ai vostri figli, dei rom che rubano i fili di rame dai pc rotti dei prof, degli albanesi che urlano e disturbano gli altri compagni mentre postano foto su Instagram. La colpa è tutta loro, della loro lingua incomprensibile, del colore della loro pelle che non si intona al colore delle pareti crepate, della loro religione che, contraria ai crocefissi inchiodati al muro, ha scatenato la collera di Dio e dei suoi devoti fedeli.

E se ho scritto tutto questo, non è colpa dei leoni da tastiera, dei webeti, dei razzisti, dei fascisti e degli analfabeti funzionali che affollano questo Paese e che probabilmente non ne comprenderanno il sarcasmo e la vena satirica. Se l’ho scritto, è per colpa dei migranti. Sempre e solo colpa loro.

Francesco Giamblanco

NESSUNO HA CHIESTO LA VOSTRA OPINIONE


No, non possiamo dire o scrivere tutto quello che ci passa per la testa. Non possiamo stuprare il significato più alto e profondo di “Libertà di pensiero e di espressione” per giustificare i nostri tweet, i nostri commenti a Libero o Repubblica.it, i nostri imbarazzanti post su Facebook.

Esiste un limite, che è dettato dai fatti, dalla scienza, dalle certezze matematiche, fotografate, studiate, documentate, provate.

Se una fragola è rossa, non possiamo sostenere, senza essere insultati o presi per pazzi, che sia blu. E non abbiamo minimamente il diritto di appellarci al “diritto assoluto” di poter esprimere liberamente (sempre e comunque) la nostra opinione.

L’opinione è un parere, un’idea personale, e spesso cozza contro la verità che è, appunto, “vera”, non opinabile, non smentibile.

Sostenere che una fragola rossa sia blu, non è esprimere un’opinione, è sparare una cazzata. E in questo momento storico siamo (ahimè) sommersi dalle cazzate.

Perché le tastierine dei nostri luminescenti smartphone e PC sono diventate il nostro “scettro” del potere, un potere che non sappiamo più gestire, un potere che (per definizione) ci sta logorando tutti.

Immigrazione, terremoti, vaccini, guerre, partite di calcio: siamo diventati esperti di tutto, opinionisti professionisti (che neanche nei peggiori salotti tv). E beatamente ignoriamo l’esistenza di ricerche scientifiche, statistiche, studi e moviole che smentiscono ogni santo giorno le nostre cazzat… ops, volevo dire le nostre opinioni.

Perché lo scettro ci ha storditi, ci ha fatto dimenticare che esistono fonti vere e fonti false, che esistono giornalisti e giornalai, che esistono siti attendibili e siti “bufalari“. Non rendersene conto è una colpa, una responsabilità che prima o poi pagheremo cara.

Questa idea che tutto sia uguale, che “tutto va bene”, che “tutto è concesso”, che “tutto fa brodo”, è il peggior cancro che potesse capitarci: abbiamo confuso il vero col falso, la destra con la sinistra, la realtà con la fantasia, la storia con la leggenda, il bene col male.

Abbiamo consacrato al santuario del nostro ego (fatto di like e reactions colorate) lo svuotamento delle fonti e dei giudizi, l’appiattimento delle idee e delle menti.

Abbiamo seppellito la cultura nella fossa comune della velocità (di un clic), abbiamo arso l’umanità sul rogo dei muri e dei confini (fisici e mentali), abbiamo sacrificato il futuro sull’altare di D’io, signore supremo di questo presente, dimentico del passato e dei suoi insegnamenti; un presente scarno, ingordo, balordo, spaventosamente egoista.

Francesco Giamblanco

ITALIANI CHE ODIANO LE DONNE


“Era ubriaca”, “L’ha provocato”, “Era vestita così”, “Per arrivare lì chissà cosa è stata disposta a fare”, “Sta con lui solo per i soldi”, “È tutta rifatta”, “Sembra una troia”, “Se l’è cercata”.

Sì, vivo in un Paese in cui quotidianamente sento pronunciare frasi di questo tipo. Frasi con cui si descrive, deride, critica e insulta il genere femminile, e grazie alle quali spesso si giustificano le umiliazioni, le discriminazioni e la violenze che esso subisce. Frasi che sento pronunciare ovunque: al bar, per strada, in ufficio, in Tv, in Parlamento; che leggo scritte ovunque: sui muri con gli spray, sui social, nei diari delle medie, sui titoli di certi giornali.

Vivo in un Paese che retribuisce meno la donna rispetto all’uomo (a parità di lavoro), in un Paese che non assume o licenzia in vista di (o durante) una gravidanza, in un Paese che conta un numero estremamente basso di donne in politica, nella finanza, nelle istituzioni religiose e in tutti i posti di potere in generale.

Vivo in un Paese in cui l’inferiorità è ammessa a tutti i livelli, anche quelli apparentemente più innocui: la moglie che chiede i soldi al marito per poter fare la spesa, la ragazza che non può uscire da sola la sera perché se no gli altri chissà cosa pensano, la madre che sacrifica tutta se stessa per il figlio.

Vivo in un Paese in cui sin da bambini si è educati (silenziosamente, impercettibilmente, inconsapevolmente) al maschilismo e alla misoginia: perché, come lo vuoi chiamare un Paese che nel suo dizionario non ha l’equivalente maschile di “puttana” e che nelle sue chiese non ha una femmina che celebra la messa?

Un Paese in cui la donna è oggetto di invidia, gelosia, giudizio, frustrazione, desiderio sessuale, maltrattamenti; un Paese in cui la donna è oggetto e basta, nel senso “proprietaristico” del termine.

Poi un giorno leggi che una ragazza è sparita ed è stata ritrovata cadavere, che è stato il suo “fidanzatino”. E resti allibito, scioccato, schifato. Ma sai bene che non è un caso isolato, che succede più spesso di quanto si possa immaginare. Per la precisione: ogni due giorni. Nel senso che ogni due giorni una donna viene ammazzata dal proprio compagno.

E capisci che vivi in un Paese in cui, irrimediabilmente, la data sul calendario non coincide col tempo che stai percorrendo; perché 4000 stupri e 150 omicidi di donne in un solo anno devono obbligarti a porti delle domande.

Peccato però che le risposte le sai già, sono scritte a caratteri cubitali ovunque: nelle frasi, nelle abitudini, nelle canzoni, nei racconti, nei gesti, negli sguardi, nelle leggi, nei film, nelle omelie, nelle barzellette, negli scongiuri, nelle promesse, nelle raccomandazioni, negli insulti, nelle paure, nelle risate di tutta la tua vita, dalla culla ad ora che stai leggendo queste righe, su cui, forse, rifletterai un po’, per poi chiudere tutto e tornare alla quotidianità.

Francesco Giamblanco

VI SPIEGO COS’È IL FASCISMO E PERCHÉ NON È UN’OPINIONE MERITEVOLE DI TUTELA E RISPETTO


Il termine fascismo deriva dai “fasci” (in latino fascis) di combattimento fondati nel 1919 da benito mussolini. Il riferimento era ai fasci usati dagli antichi littori come simbolo del potere. L’ascia presente nel fascio simboleggiava il supremo potere di vita o di morte, mentre le verghe erano simbolo della potestà sanzionatoria, e materialmente usate dai littori per infliggere la pena della fustigazione.

Già dall’etimolgia, si possono dedurre facilmente alcune di quelle che sono le peculiarità dell’ideologia che sta alla base del fascismo: il culto di Roma, il culto della giovinezza, il culto della nazione, il culto della violenza e il “principio del capo”, che prevede una concezione gerarchica e piramidale del mondo (che esalta l’obbedienza, anche cieca, irrazionale e totale).

Il fascismo, sul piano ideologico, è anticapitalista, populista, fautore della proprietà privata e della divisione della società in classi, è antiborghese, antidemocratico e ostile alle istituzioni liberali e parlamentari.

Sul piano politico, fu un regime di carattere totalitario che fondava il proprio potere sull’uso della violenza e della repressione – anche tramite un costante richiamo all’odio, al disprezzo e alla denigrazione – verso i partiti e i movimenti antifascisti o antinazionali (comunisti, neutralisti, bolscevichi, pacifisti, democratici).

Durante il ventennio, il partito nazionale fascista divenne l’unico partito ammesso; il capo del governo doveva rispondere del proprio operato solo al re e non più al Parlamento; tutte le associazioni di cittadini dovevano essere sottoposte al controllo della polizia; gli unici sindacati riconosciuti erano quelli fascisti: erano proibiti scioperi e serrate; le autorità di nomina governativa sostituivano le amministrazioni comunali e provinciali elettive, che venivano quindi abolite; fu instaurato il confino per gli antifascisti e reintrodotta la pena di morte per punire coloro che avessero attentato alla vita o alla libertà della famiglia reale o del capo del governo e per vari reati contro lo Stato.

Sotto il regime mussoliniano, tutta la stampa era sottoposta al controllo del governo e veniva censurata qualora riportasse contenuti anti-nazionalistici e/o di critica verso il governo; fu instaurato infatti un controllo sistematico della comunicazione e, in particolare, della libertà di espressione, di pensiero, di parola, di stampa; venivano inoltre represse la libertà di associazione, di assemblea e di religione.

Il regime mostrò grande interesse anche per le tecniche di formazio­ne e manipolazione del consenso: oltre la stampa, scuola, università, cinema, organizzazioni sportive e dopolavo­ristiche vennero integralmente “fa­scistizzate” (decisiva fu, in questo senso, la politica religiosa, culmina­ta con la stipula dei patti lateranen­si tra del 1929).


Nel 1938 il fascismo aderì alla legislazio­ne razziale antiebraica tedesca (che perseguitò anche omosessuali e zingari). Le leggi raz­ziali non furono solo il segno della subalternità italiana nei confronti del nazismo, ma anche l’apice dell’espressione della cultura antidemocratica e an­tiegualitaria di tutta l’ideologia fascista.

Poi seguirono la guerra e le persecuzioni: milioni di morti sotto i bombardamenti e dentro i campi di concentramento. La devastazione. L’orrore. L’annichilimento della natura umana.

La nostra Costituzione, scritta e votata all’indomani della fine della guerra e della caduta del fascismo, è il frutto di un importante compromesso, politico e culturale. Un “compromesso” che nasceva dall’esigenza di scongiurare il ripetersi degli errori (e degli orrori) appena commessi, e di inaugurare l’ingresso dell’Italia in una nuova era, fatta di Libertà, Eguaglianza, Giustizia e Democrazia.

L’art. 21 infatti, in vista di questo grande progetto, sancisce a chiare lettere la libertà di pensiero, di espressione e di stampa; libertà che frequentemente e a sproposito vengono invocate a tutela del diritto di rivendicare la propria fede e appartenenza all’ideologia fascista, o comunque, a una cultura che ne ricalca peculiarità e caratteristiche.

Ebbene, credo che il fascismo, come forma di governo, e soprattuto come ideologia, non rappresenti un’idea meritevole di rispetto.

“Essere fascisti” non è un’opinione, bensì una deviazione, culturale e politica, che racchiude in sé aspetti pericolosissimi: sia nelle intenzioni (teoriche), sia nelle possibili conseguenze (concrete). Come la storia insegna, a chi l’ha studiata.

Non è un caso, dunque, che i Padri Costituenti abbiano inserito, tra le disposizioni transitorie e finali della nostra Legge Fondamentale, il divieto di riorganizzare, sotto qualsiasi forma, il disciolto partito fascista, proibendone l’apologia e il proselitismo. Impedendo così la nuova diffusione di un’ideologia che, come un virus, porta con sé un immenso carico di odio, violenza, razzismo, disuguaglianza e morte.

Francesco Giamblanco

Ps: maiuscole e minuscole non sono messe a caso.

IL RAZZISMO DI OGGI COME QUELLO DI IERI: DA UNA LETTERA DI MARTIN LUTHER KING


“Le nazioni asiatiche e africane si muovono con velocità supersonica verso l’indipendenza politica, mentre noi ancora ci trasciniamo, al passo di un calessino all’antica, per cercare di ottenere una tazza di caffè al banco delle tavole calde.

Forse dire “Aspettate” è facile per chi non è mai stato ferito dalle frecce aguzze della segregazione.

Ma se uno vede plebaglie inferocite lasciate libere di linciare vostra madre, vostro padre, di annegare i vostri fratelli e sorelle a piacimento;

se vede poliziotti pieni d’odio insultare, prendere a calci e perfino uccidere i vostri fratelli e sorelle neri;

se uno vede la stragrande maggioranza dei venti milioni di suoi fratelli neri che soffocano, in una gabbia di povertà a tenuta stagna, nel bel mezzo di una società opulenta;

se uno sente che la lingua s’inceppa e le parole escono in un balbettio perché bisogna cercare di spiegare alla figlia di sei anni come mai non può andare al parco pubblico di divertimenti che la televisione ha appena finito di pubblicizzare, e si accorge che le vengono le lacrime agli occhi appena sente che la Città dei divertimenti è vietata ai bambini di colore,

e vede minacciose nubi di inferiorità cominciare a formarsi nel suo piccolo cielo mentale, e la sua personalità cominciare a distorcersi nello sforzo di maturare un inconscio rancore verso i bianchi;

se uno deve cercare di rispondere a un figlio di cinque anni che chiede: “Papà, ma perché i bianchi trattano così male la gente di colore?”;

se uno, quando fa un viaggio in macchina, si trova costretto una notte dopo l’altra a dormire in posizione disagiata, in un angolo dell’automobile, perché non lo accettano in nessun motel;


se tutti i giorni, immancabilmente, uno vive incalzato da umilianti cartelli su cui sta scritto “bianchi” e “di colore”;

se il suo nome di battesimo diventa “negraccio”, il secondo nome “ragazzo” (qualunque sia la sua età) e il cognome diventa “John”, e se per sua moglie o sua madre nessuno usa mai il titolo di cortesia di “signora Taldeitali”;

se il fatto di essere un nero lo tormenta di giorno e l’ossessiona di notte, lo costringe a vivere sempre in punta di piedi, senza sapere che cosa può capitare da un momento all’altro, se lo fa sentire angustiato da ogni sorta di paure interiori e da ogni sorta di risentimento verso l’esterno;

se uno non può mai smettere di lottare contro la corrosiva sensazione di “non essere nessuno”…

se tutte queste cose accadessero a voi, capireste perché per noi è difficile aspettare.

Arriva il momento in cui la coppa della sopportazione trabocca, e gli uomini non accettano più di sprofondare nell’abisso della disperazione. Spero, signori, che possiate comprendere la nostra legittima e inevitabile impazienza”.

tratto dalla “Lettera dal carcere di Birmingham” di Martin Luther King, 16 aprile 1963.

Redazione:

SALVINI RACCONTA SALVINI: IL MATTEO-PENSIERO IN 25 PERLE



Matteo Salvini: milanese, classe 1973, due partecipazioni a quiz Tv, un diploma, nessuna laurea, un divorzio, due figli, consigliere comunale, deputato, europarlamentare, segretario della Lega (“Nord” prima – senza “Nord” poi), mai un giorno di lavoro in vita sua (politica a parte).

Chi è davvero Matteo Salvini? Cosa pensa? Quali ideali ispirano i suoi programmi?

Sentiamolo direttamente dalla sua voce.

Ho selezionato 25 significative dichiarazioni rilasciate nel corso degli anni, per ricostruire, sinteticamente e senza filtri, la sua visione, il suo pensiero, i suoi valori.

Perché in vista del 4 marzo, prima di entrare nella cabina elettorale e impugnare la matita, è fondamentale accendere il cervello, lubrificare la memoria e riflettere bene prima di decidere.

Sperando che questo breve elenco possa essere utile:

1) “Io prima che leghista sono bossiano, per Umberto nutro un’autentica venerazione”.

2) “Dieci milioni di lire, perché per me l’euro non esiste”.

3) “Arriverà prima la Padania libera della mia laurea”.

4) “Affondare i barconi è guerra? Partiamo”.

5) “Ho scritto al presidente di Atm perché valuti la possibilità di riservare le prime due vetture di ogni convoglio alle donne … e andando avanti così le cose saremo davvero costretti a chiedere dei posti da assegnare ai milanesi”.

6) “Razza bianca? Espressione infelice, ma mi interessa il principio”.

7) “Il cardinale è lontano dal sentire collettivo, quando si ostina a rappresentare i rom come le vittime del sistema invece che la causa di molti problemi. A Radio Padania hanno chiamato molti ascoltatori cattolici che dicono: “Le guance da porgere sono finite”.”

8) “Mai più schiavi di Berlusconi”.

9) [Rispondendo alla domanda di Mentana «Il tema dei ministeri a Roma può costituire il casus belli?»] “Quanto belli, quanto grandi, quanto splendenti siano i ministeri a Roma onestamente mi interessa molto poco…”

10) “Senti che puzza, scappano anche i cani. Sono arrivati i napoletani…”.

11) “Il matrimonio è fra un uomo e una donna e i figli nascono da un uomo e da una donna. Senza la famigliafondata su una mamma e su un papà la società finisce…”

12) “Capisco chi vuole un nuovo Mussolini“.

13) “L’euro al Sud non se lo meritano. La Lombardia e il Nord l’euro se lo possono permettere. Io a Milano lo voglio, perché qui siamo in Europa. Il Sud invece è come la Grecia e ha bisogno di un’altra moneta. L’euro non se lo può permettere”.

14) “Dodici barconi carichi di immigrati. Lasciamoli a largo”.

15) “Ci siamo rotti i coglioni dei giovani del Mezzogiorno, che vadano a fanculo i giovani del Mezzogiorno! Al Sud non fanno un emerito cazzo dalla mattina alla sera. Al di là di tutto, sono bellissimi paesaggi al Sud, il problema è la gente che ci abita. Sono così, loro ce l’hanno proprio dentro il culto di non fare un cazzo dalla mattina alla sera, mentre noi siamo abituati a lavorare dalla mattina alla sera e ci tira un po’ il culo”.

16) “È assurdo affidare una bimba a due gay. Pare davvero ci sia qualcuno che vuole un mondo alla rovescia”.

17) “La bambola gonfiabile è la sosia della Boldrini. La Boldrini è il nulla fatto donna”.

18) “L’euro è un crimine contro l’umanità. Prima salta l’euro, prima posso riprendere la battaglia per l’indipendenza”.

19) “I poverini non sono quelli di Lampedusa che vengono disinfettati: i poverini sono i cittadini di Lampedusa e di Bergamo che poi vengono derubati da chi viene disinfettato”.

20) “E se un datore di lavoro deve evadere le tasse per sopravvivere non è un evasore ma è un eroe”.

21) “Noi non siamo euroscettici, anzi siamo i più grandi sostenitori dell’Europa, ma questa Ue è da abbattere a bastonate”.

22) “Il fascismo rese grande l’Italia”.

23) “Inutile e chiacchierona, vada a difendere gli africani in Africa, se vuoi difendere i profughi torna al tuo paese. Kyenge fuori dalle palle”.

24) “Per quanto mi riguarda chi compie una violenza sessuale una volta non deve poterla compiere più. Stiamo studiando un progetto di legge sulla castrazione chimica”.

25) “Raderei al suolo e spianerei con una ruspa tutti i campi rom”.

Francesco Giamblanco

31 RAGIONI PER NON DIMENTICARE CHI È STATO DAVVERO SILVIO BERLUSCONI



L’imprenditore Silvio Berlusconi scende in politica per la prima volta nel 1994, perché “l’Italia è il Paese che ama”. E la “ama” così tanto che ancora oggi, nel 2018, alla veneranda età di 81 anni, è ancora in campo.

In vista delle imminenti elezioni politiche, nonostante le condanne e la conseguente incandidabilità, come Lazzaro, si è rialzato e ha ripreso a camminare in prima linea; si è alleato con Salvini e la Meloni per dare manforte alla nuova ascesa della destra italiana: sempre più razzista, sempre più populista, sempre più fascista.

Tra patetiche interviste, imbarazzanti ospitate Tv, dichiarazioni assurde e promesse inverosimili, sembra di vivere imprigionati in una palla di vetro, dentro un terribile déjà vu, circondati da un esercito di elettori affetti, secondo quel che presagiscono i sondaggi, da una gravissima forma di amnesia, o di demenza senile (che si spiegherebbe solo se fosse contagiosa).

Ma davvero abbiamo dimenticato chi è Silvio Berlusconi e che cosa è successo negli ultimi 25 anni? Davvero gli stiamo concedendo di ripresentarsi al nostro cospetto come una vergine dal bianco sorriso e dallo sguardo sornione?

Per fortuna io ricordo ancora tutto (o quasi) e ho deciso di realizzare questo sintetico elenco dei 31 più gravi motivi per cui, per me (e auspico anche per voi), Berlusconi dovrebbe essere (politicamente) morto e sepolto da tempo.



1) La riforma Moratti, la riforma Gelmini e i tagli indiscriminati alla scuola pubblica e i favori a quella privata.

2) Le New Town, la corruzione, le bugie e le promesse non mantenute ai terremotati abruzzesi.

3) Il governo punta sulla tecnologia nucleare di terza generazione che è obsoleta, pericolosa e antieconomica.

4) Il ministro della Cultura Bondi finanzia, con soldi pubblici, la Fondazione Craxi, cioè la fondazione in memoria di un politico corrotto, condannato a 10 anni di reclusione emorto latitante.

5) I tagli alla ricerca scientifica.

6) Lo sdoganamento della cosiddetta “Tv spazzatura”.

7) Le innumerevoli leggi ad personam: il decreto Biondi detto “salvaladri”, la legge Tremonti grazie alla quale Mediaset risparmia 243 miliardi di euro; la legge Maccanico grazie alla quale viene “salvata” Rete4; la legge sulla depenalizzazione del Falso in bilancio, per il quale il cavaliere aveva 5 processi in corso; il rifiuto di ratificare il Mandato di cattura europeo grazie al quale avrebbe evitato l’arresto in Spagna (per l’inchiesta Telecinco); il Condono fiscale (tombale) grazie al quale Mediaset ha sanato 197 milioni di euro evasi; la legge Pecorella (non è quello che pensate!) per evitare l’appello in uno dei suoi tanti processi (poi dichiarata incostituzionale). E ancora: la legge Gasparri (basta il nome) e le leggi salva decoder, tassa diritti tv, salva Milan, ad Mediolanum, ad Mondadori, Scudo Fiscale, Lodo Alfano, legittimo impedimento e tante tante tante altre. Senza dimenticare la legge elettorale firmata da Calderoli (sì, ho detto Calderoli!) nota come “Porcellum”.

8) Il Bunga Bunga.

9) “I ristoranti sono pieni”, frase con cui, in un solo istante, sminuisce (con gravissime conseguenze) la peggiore crisi economica della storia.

10) Tutte le gaffe internazionali e le barzellette imbarazzanti (avete presente “la mela che sa di culo”?).

11) Minetti, Scilipoti, Razzi, Santanché (solo per citarne alcuni).

12) Il cosiddetto “Editto bulgaro”, per epurare dalla Tv pubblica Biagi, Santoro e Luttazzi.

13) Il conflitto d’interessi.

14) L’aver convinto il Parlamento a votare che Ruby è la nipote di Mubarak.

15) La guerra alla magistratura (ricordate le “toghe rosse?”)

16) L’aver monopolizzato per anni l’informazione italiana.

17) La legge Fini-Giovanardi (sì, Fini e Giovanardi, avete sentito bene), secondo cui la marijuana e l’eroina sono uguali.

18) I capelli, la bandana e gli occhiali da sole per l’uveite.

19) La misteriosa provenienza dei soldi con cui ha iniziato la sua attività imprenditoriale.

20) I conclamati rapporti con la mafia: su tutti Dell’Utri e lo stalliere Mangano.

21) La legge Bossi-Fini sull’immigrazione.

22) L’aver ridicolizzato la credibilità dell’Italia all’estero.

23) La dichiarazione: “Obama è giovane, bello e anche abbronzato”.

24) La dichiarazione: “Mussolini non ha mai ammazzato nessuno, mandava la gente in vacanza al confino”.

25) Emilio Fede e Dudù.

26) Le condanne e le prescizioni.

27) L’amicizia con Putin e Gheddafi.

28) L’essersi candidato al Nobel per la pace.

29) Mariano Apicella e l’inno “Meno male che Silvio c’è”.

30) Tutto il berlusconismo in generale.

31) Tutto l’antiberlusconismo in generale.

La lista potrebbe continuare ma preferisco fermarmi qua: credo possa bastare.

Francesco Giamblanco

22 gennaio 2018

Reddito di cittadinanza garantito: 1.300 euro al mese in Danimarca, 460 in Francia


La mappa

Mentre in Italia giacciono in Parlamento proposte di legge mai discusse, nel resto d'Europa sono in vigore forme di sostegno e sussidi non destinati solo ai disoccupati. Dal modello scandinavo all'esperimento francese, ecco come funzionano e quanto valgono. Ma il primato va all'Alaska (grazie al petrolio). In Brasile povertà dimezzata con il piano di Lula

L’ultima ad entrare nel club è stata l’Ungheria, nel 2009. Tutti gli altri paesi dell’Europa a 28 (tranne Italia e Grecia) hanno adottato da tempo forme di reddito minimo garantito per consentire ai loro cittadini più deboli di vivere una vita dignitosa, così come l’Europa chiede fin dal 1992. Strumento pensato per alleviare la condizione di insicurezza di chi vive al di sotto della soglia di povertà, in caso di perdita del lavoro il reddito minimo scatta quando è scaduta l’indennità di disoccupazione (che in Italia è l’ultima tutela disponibile) e il disoccupato non ha ancora trovato un nuovo impiego. Ma nell’Ue ne beneficia anche chi non riesce a riemergere dallo stato di bisogno nonostante abbia un lavoro. Negli ultimi anni la tendenza generalizzata, secondo il rapporto The role of minimum income for social inclusion in the European Union 2007-2010 stilato dal Direttorato generale per le politiche interne del Parlamento Ue, è stata quella di razionalizzare i vari sistemi, cercando di legare più che in passato il sostegno a misure per rafforzare il mercato del lavoro in modo da creare occupazione e ridurre il numero dei beneficiari. Ma il reddito minimo continua ad assolvere alla sua funzione: quella di ultimo baluardo garantito dagli Stati contro l’indigenza.

DANIMARCA – Il modello scandinavo. Informato ai principi dell’universalismo, il sistema danese è tra i più avanzati del continente ed è basato su un pilastro principale: il Kontanthjælp, l’assistenza sociale. Il sussidio è tra i più ricchi: la base per un singolo over 25 è di 1.325 euro (escluso l’aiuto per l’affitto, che viene elargito a parte), che arrivano a 1.760 per chi ha figli. I beneficiari che non hanno inabilità al lavoro sono obbligati a cercare attivamente un’occupazione e ad accettare offerte appropriate al loro curriculum, pena la sospensione del diritto. A differenza della maggior parte degli altri paesi, il sussidio è tassabile. E se ci si assenta dal lavoro senza giustificati motivi, viene ridotto in base alle ore di assenza. Fino al febbraio 2012, poi, esisteva lo Starthjælp, letteralmente “l’indennità di avviamento ad una vita autonoma”, il cui contributo minimo era di 853 euro: il beneficio è stato abolito in un tentativo di riorganizzazione e razionalizzazione del sistema.

GERMANIA – Il modello centroeuropeo. In Germania lo schema di reddito minimo è basato su 3 pilastri: l’Hilfe zum Lebensunterhalt, letteralmente un “aiuto per il sostentamento“, un assegno sociale per i pensionati in condizioni di bisogno (Grundsicherung im Alter) e un sostegno ai disoccupati con ridotte capacità lavorative (Erwerbsminderung). Dal 1° gennaio 2013 il contributo di primo livello (il più alto) è di 382 euro per un singolo senza reddito. Sussidi per l’affitto e il riscaldamento vengono elargiti a parte, come le indennità integrative per i disabili, i genitori soli e le donne in gravidanza. Lo Stato pensa anche alla prole: 289 euro per ogni figlio tra i 14 e i 18 anni, 255 euro tra i 6 e i 14 anni, 224 euro da 0 a 5 anni. La durata è illimitata, con accertamenti ogni 6 mesi sui requisiti dei beneficiari, a patto che chi è abile al lavoro segua programmi di reinserimento e accetti offerte congrue alla sua formazione. Ne hanno diritto i cittadini tedeschi, gli stranieri provenienti da paesi Ue che hanno firmato il Social Security agreement e i rifugiati politici.

REGNO UNITO – Il modello anglosassone. Oltremanica il reddito minimo è garantito da un complesso sistema di sussidi basati sulla “prova dei mezzi”, la misura del reddito dei richiedenti. L’Income Support è uno schema che fornisce aiuto a chi non ha un lavoro full time (16 ore o più a settimana per il richiedente, 24 per il partner) e vive al di sotto della soglia di povertà. Il sostegno ha durata illimitata finché sussistono le condizioni per averlo e varia in base ad età, struttura della famiglia, eventuali disabilità, risorse che i beneficiari hanno a disposizione: chi ha in banca più di 16mila sterline non può accedervi e depositi superiori alle 6mila riducono l’importo del sostegno. Le cifre: i single tra i 16 e i 24 anni percepiscono 56,80 pound a settimana, gli over 24 arrivano a 71,70 (per un totale di circa 300 sterline al mese, pari a 330 euro, contro le 370 del 2007). Un aiuto dello stesso importo garantisce la Jobseeker Allowance, riservata agli iscritti nelle liste di disoccupazione: “Per riceverlo il candidato deve recarsi ogni due settimane in un Jobcenter e dimostrare che sta attivamente cercando lavoro”. Lo Stato aiuta chi ha bisogno anche a pagare l’affitto e garantisce alle famiglie assegni per il mantenimento dei figli.

FRANCIA – Esperimento di reddito modulare. A due diversi tipi di sostegno rivolti ai disoccupati, si è aggiunto nel 1988 il Revenu Minimun d’Insertion, sostituito nel giugno 2009 dal Revenu de Solidarité Active. Ne ha diritto chi risiede nel paese da più di 5 anni, ha più di 25 anni, chi è più giovane ma ha un figlio a carico o 2 anni di lavoro sul curriculum. Un singolo percepisce 460 euro mensili (in aumento dai 441 del 2007), una coppia con 2 figli 966 euro. E il sussidio, che dura 3 mesi e può essere rinnovato, aumenta con l’aumentare della prole. Perché il sostegno non si trasformi in un disincentivo al lavoro, il beneficiario deve dimostrare di cercare attivamente un’occupazione, partecipare a programmi di formazione e l’importo del beneficio è modulare: man mano che cresce il reddito da lavoro, diminuisce il sussidio, ma in questo modo il reddito disponibile aumenta.

BUONE PRATICHE
Belgio. Quello belga è un sistema rigido, ma generoso: 725 euro il contributo mensile per un singolo. Con l’inizio della crisi Bruxelles ha, inoltre, aumentato le tutele, adottando nel luglio 2008 per gli anni 2009-2011 l’Anti-Poverty Plan, un’ulteriore serie di misure per garantire il diritto alla salute, al lavoro, alla casa, all’energia, ai servizi pubblici. Inoltre il Belgio è tra i paesi che, con Germania e Danimarca, consentono di rifiutare un lavoro perché non congruo al proprio livello professionale senza vedersi sospeso il sussidio (idea affine a quella proposta in Italia da M5S e Sel): un meccanismo studiato per contrastare quella fascia di lavori a bassa qualificazione che prolifera in conseguenza dell’obbligo di accettare un impiego per non perdere il sostegno.

Irlanda. Anche quello irlandese figura tra i sistemi più generosi: 849 euro il contributo massimo per un singolo. E grazie al Back to Work Allowance nell’isola un disoccupato che intraprende un’attività lavorativa continua ad usufruire dei sussidi per diversi mesi dopo l’avvio del lavoro. Anche se si riprendono gli studi si può richiedere un sostegno al reddito grazie al Back to study Allowance. 

Olanda. I Paesi Bassi, invece, oltre ad avere un sistema di manica larga con singoli (617 euro il contributo mensile massimo) e famiglie (1.234 euro, sia che si tratti di coppie sposate che di coppie di fatto, con figli e senza) hanno messo a punto il Wik, una misura specifica per gli artisti, studiata per garantire una base economica a chi si dedica alla creazione artistica.

RISULTATI. Secondo uno studio commissionato dalla Commissione Europea basato sui report nazionali dello Eu Network of National Independent Experts on Social Inclusion, sono rari i casi in cui il reddito minimo “riduce sensibilmente i livelli aggregati di povertà”: “i paesi che meglio riescono ad elevare le condizioni dei loro cittadini più deboli verso la soglia di povertà sono Irlanda, Svezia, Paesi Bassi e Danimarca”. Svolge, invece, un ruolo importante “nel ridurre l’intensità della povertà”. 

ESPERIMENTI NEL MONDO: IL REDDITO DI CITTADINANZA IN ALASKA E BRASILE. A differenza del reddito minimo, il reddito di cittadinanza, in inglese basic income, è una forma universalistica di sostegno del reddito garantita dallo Stato a tutti i cittadini maggiorenni a prescindere dai loro averi e dalla loro disponibilità a lavorare. Secondo la Global Basic Income Foundation, l’unico paese al mondo in cui esiste un reddito di cittadinanza è l’Alaska. Dal 1982 l’Alaska Permanent Fund, nel quale confluisce almeno il 25% dei proventi dei giacimenti di petrolio e gas dello Stato, garantisce un dividendo a tutti i cittadini residenti da almeno un anno. L’importo varia in base a proventi annui del settore minerario: nel 2011 è stato di 1.174 dollari, nel 2008 aveva toccato i 2.100. E si tratta di un sostegno individuale, quindi una famiglia composta da 5 persone riceverà 5 sussidi. Il Brasile, invece, si è dotato di un basic income, la Bolsa Familia, con la legge n. 10.835/2004 promulgata dal presidente Lula l’8 gennaio 2004. In base ai dati della Banca Mondiale, in questi anni la percentuale di persone che vivevano sotto la soglia della povertà (fissata nelle parti più ricche del mondo emergente a 4 dollari al giorno) è scesa dal 42.84%, del 2003 al 27.60% del 2011. E, secondo il Ministero per lo Sviluppo Sociale, il budget per il programma sarà portato dai 10,7 miliardi di dollari del 2012 a 12,7 nel 2013.

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