13 gennaio 2018

Quali sono i Paesi con più immigrati?


In tutto il mondo sono 258 milioni le persone che hanno lasciato i loro Paesi di nascita (la popolazione mondiale ammonta a circa 7,5 miliardi), con un aumento del 49% rispetto al 2000, quando erano 173 milioni, e del 18% rispetto al 2010, quando se ne contavano 220 milioni. Due terzi di questi emigranti vive nel 2017 in appena venti Paesi.

L’Italia si trova all’undicesimo posto delle nazioni ospitanti con 5,9 milioni di stranieri, un numero quasi triplo rispetto al 2000.

Ecco, secondo la ricerca condotta dalle Nazioni Unite, la classifica dei Paesi con più immigrati al mondo.
Le nazioni con più immigrati al mondo

Il Paese al mondo che ospita il numero più elevato di immigrati sono gli Stati Uniti (50 milioni), poi Arabia Saudita, Germania e Russia ne ospitano ciascuno attorno ai dodici milioni. Segue la Gran Bretagna con 9 milioni.


L’Italia è all’undicesimo posto (dietro anche a Emirati Arabi, Francia, Canada, Spagna) con 5,9 milioni di migranti che vivono stabilmente sul territorio nazionale. Decisamente in aumento, erano 2,1 milioni nel 2000, ma di certo non si può parlare di una invasione di immigrati.


Dai dati emerge che oltre il 60% di tutti i migranti internazionali vive in Asia (80 milioni) ed Europa (78 milioni). Nel Nord America se ne contano 58 milioni, in Africa 25.

I Paesi con più rifugiati

Di questi 258 milioni, nel 2016 il numero dei rifugiati era di 26 milioni, con la Turchia che ne ospita il numero maggiore, 3 milioni, a causa soprattutto della guerra in Siria e dell’instabilità che si sta vivendo in un po’ tutto il Medio Oriente.

Poi c’è il Pakistan, il piccolissimo Libano, l’Iran, l’Uganda, l’Etiopia, la Giordania, la ricca Germania è solo ottava (478.600) seguita dal poverissimo Congo.


Nonostante sia per molti primo Paese di arrivo, e nonostante i numeri siano in crescita, l’Italia rimane agli ultimi posti in Europa per incidenza dei rifugiati sulla popolazione totale (2,4 ogni mille abitanti). Immaginate di mettere in fila mille persone: solo due di esse sono rifugiati.

Immigrati, le nazioni di partenza

Tra le nazioni di partenza, che hanno prodotto quindi un maggior numero di immigrati, troviamo l’India(16 milioni di emigrati) Messico (12 milioni), Russia e Ucraina (17 milioni), Cina (10 milioni), Bangladesh (7 milioni), Pakistan (6 milioni) e Siria (5 milioni).

Rosatellum bis, come funziona le legge elettorale dei nominati, la truffa dei partiti contro i cittadini




Rosatellum bis, come funziona le legge elettorale dei nominati, la truffa dei partiti contro i cittadini

Secondo il nuovo sistema di voto, approvato in via definitiva da Palazzo Madama, 231 seggi alla Camera e 116 seggi al Senato saranno assegnati attraverso collegi uninominali con formula maggioritaria, in cui vince il candidato più votato. I restanti invece saranno distribuiti con metodo proporzionale

Il “Rosatellum bis”, approvato a Camera e Senato con la fiducia, prevede un sistema elettorale misto, in cui la distribuzione dei seggi è per il 36% maggioritaria e per il 64% proporzionale. Con la legge elettorale dei nominati si prevedono in particolare, 231 seggi alla Camera e 116 seggi al Senato assegnati attraverso collegi uninominali con formula maggioritaria, in cui vince il candidato più votato. L’assegnazione dei restanti seggi, invece, avviene con metodo proporzionale, nell’ambito di collegi plurinominali. In questo caso sono previsti dei listini molto corti, con un minimo di due e un massimo di quattro candidati.

UN’UNICA SCHEDA, NO AL VOTO DISGIUNTO – Il voto è unico e non è prevista la possibilità del voto disgiunto. La nuova scheda elettorale reca il nome del candidato nel collegio uninominale ed il contrassegno della lista o delle liste collegate, corredate dei nomi dei candidati nel collegio plurinominale. L’elettore vota il contrassegno della lista prescelta ed il voto è attribuito anche al candidato.

CHI VIENE ELETTO – Nei collegi uninominali il seggio è assegnato al candidato che consegue il maggior numero dei voti. Per i seggi da assegnare alle liste nei collegi plurinominali, il riparto avviene a livello nazionale, con metodo proporzionale, tra le coalizioni di liste e le liste che abbiano superato le soglie di sbarramento. Il deputato eletto in più collegi plurinominali è proclamato nel collegio nel quale la lista cui appartiene ha ottenuto la minore percentuale di voti validi rispetto al totale dei voti validi del collegio. Il deputato eletto in un collegio uninominale e in uno o più collegi plurinominali si intende eletto nel collegio uninominale.

SBARRAMENTO – AL 3% PER LE LISTE E AL 10% PER LE COALIZIONI – I partiti possono presentarsi da soli o in coalizione. La coalizione è unica a livello nazionale. I partiti in coalizione presentano candidati unitari nei collegi uninominali. Lo sbarramento è al 3% per le singole liste e al 10% per le coalizioni. Per le coalizioni non vengono comunque computati i voti dei partiti che non hanno superato la soglia dell’1 per cento.

PLURICANDIDATURE E SOGLIE DI GENERE – Nei collegi plurinominali sono possibili un massimo di cinque pluricandidature. Il Rosatellum bis poi prevede specifiche disposizioni per garantire la rappresentanza di genere. “Nei collegi uninominali – si legge nel testo – nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore al 60%”. Il rapporto è valido anche per i collegi plurinominali, nei quali si prevede che la quota massima 60-40 venga rispettata a livello regionale.

TAGLIANDO ED ISTRUZIONI – E’ previsto anche un ‘tagliando antifrode’ per le schede elettorali, che saranno fornite di tagliando rimovibile con un numero progressivo, che sarà annotato prima che l’elettore entrerà nella cabina per votare. In questo modo si potrà evitare lo scambio con frode di schede prestampate. Sulla scheda elettorale ci saranno anche istruzioni per informare gli elettori su come verrà distribuito il loro voto.

DELEGA AL GOVERNO PER DISEGNARE I COLLEGI – Il testo reca una delega al Governo, da esercitare entro 30 giorni dall’entrata in vigore della legge, per la determinazione dei collegi uninominali e dei collegi plurinominali della Camera e del Senato, previo parere delle competenti Commissioni parlamentari.

RACCOLTA DELLE FIRME – I partiti o le nuove formazioni che non sono in Parlamento o non hanno un proprio gruppo per candidarsi dovranno raccogliere, per le prossime elezioni, 750 firme. A partire dal prossimo turno elettorale il numero verrà raddoppiato. Sempre e solo per questa tornata, gli avvocati cassazionisti potranno autenticare le firme per le liste elettorali. Sono esentati dalla raccolta i partiti che si sono formati prima del 15 aprile 2017.

TRENTINO ALTO ADIGE – Il Rosatellum assume quanto votato dalla Camera a giugno con l’ok a scrutinio segreto all’emendamento Fraccaro-Biancofiore: saranno sei i collegi uninominali e cinque proporzionali.

POSSIBILE CANDIDARSI ALL’ESTERO PER CHI RISIEDE IN ITALIA – L’art. 5 prevede anche, dopo l’approvazione venerdì in commissione Affari costituzionali dell’emendamento a firma Lupi ribattezzato ‘salva Verdini’, che “gli elettori residenti in Italia possono essere candidati in una sola ripartizione della circoscrizione estero”.

di Danilo Toninelli

Vi ricordate il modello tedesco? Una legge costituzionale: senza pluricandidature né capolista bloccati o ammucchiate di partiti. Ricordate anche che venne affossata dal Pd dopo un voto che estendeva la legge anche al Trentino? 
Il PD diede la responsabilità al M5S sostenendo che nel patto (ma quale patto?) Il Trentino non c'era.

Tenete a mente queste cose.

Ora il PD ha messo la fiducia sul Rosatellum. Una legge di nominati, pluricandidature e ammucchiate di partiti. In più, la possibilità per un pregiudicato per reati dolosi gravi di potersi candidare a capo politico.

Sapete quale è l'unico elemento che accomuna questo schifo di legge al tedesco?
Proprio la parte sul Trentino, quella per cui il PD ha detto che il tedesco, per colpa nostra, era morto.

Avete capito bene! 

Era tutta una truffa architettata dal PD per bocciare il tedesco dando la responsabilità al M5S e così aprire le porte al Rosatellum: una legge anticostituzionale e antidemocratica.

Questa è la legge che il PD ha sempre voluto, non il Tedesco. La prova? Per il Rosatellum il PD è pronto a tutto: mette la fiducia sulla legge elettorale, come Mussolini sulla legge Acerbo, come sulla Legge Truffa! Cosa non si fa a tre mesi dalle elezioni per il Rosatellum!!! Si viola la Costituzione, il Regolamento della Camera e le buone regole democratiche, mentre i vertici istituzionali si fanno trattare come servi sciocchi. 
Alla fine la verità viene sempre a galla e come sempre è una truffa contro i cittadini da parte dei vecchi partiti.

di Danilo Toninelli

SU BANCA ETRURIA MATTEO RENZI PRENDE UNA ''CAPOCCIATA'' A TESTA ALTA: BOSCHI BABBO SOTTO INCHIESTA AD AREZZO


AREZZO - Le cose stanno in modo molto differente da come il segretario del Pd, Matteo Renzi, ha voluto far credere, al riguardo di Banca Etruria in riferimento al padre della ex ministra delle Riforme Elena Boschi, il quale non è affattto prosciolto dalle indagini, ed estraneo al dissesto della banca. Falso in prospetto e ricorso abusivo al credito. Sarebbero queste le ipotesi di reato che la Procura di Arezzo contesterebbe, a vario titolo, a 21 persone nell'ambito di un nuovo filone d'inchiesta sulle vicende di Banca Etruria.

Si tratterebbe di un'indagine che riguarda la vendita di obbligazioni considerate rischiose ai clienti retail, cioè piccoli risparmiatori privati, che non avrebbero avuto il profilo per acquisirle.Nel registro degli indagati ci sarebbero membri del cda della Banca presieduto da Giuseppe Fornasari tra cui figurerebbe anche Pier Luigi Boschi, padre dell'attuale sottosegretaria alla presidenza del Consiglio Maria Elena, che è stato all'epoca vicepresidente della banca, sebbene senza incarichi operativi.

L'apertura del fascicolo sarebbe scaturita dalle sanzioni comminate dalla Consob agli ex amministratori di Banca Etruria nel settembre scorso, per complessivi 2,76 milioni di euro, e riguarderebbe il periodo in cui furono collocate le due emissioni di obbligazioni subordinate del 2013, a luglio e in autunno.

Secondo gli inquirenti, le informazioni fornite nel prospetto inviato a Consob potrebbero essere state false o perlomeno incomplete e ne sarebbe conseguita la seconda ipotesi di reato, ossia il ricorso abusivo al credito perché, se il prospetto autorizzato da Consob e sulla base del quale i subordinatisti hanno sottoscritto i titoli è almeno in parte inesatto, i soldi entrati in banca con le subordinate, circa 110 milioni di euro, potrebbero essere stati raccolti abusivamente.

Sulla vicenda del crac di Banca Etruria è tutt'ora in corso, davanti al gup Giampiero Borraccia, il procedimento che ha riunificato quattro filoni di inchiesta sul fallimento dell''istituto aretino: bancarotta, bancarotta bis, liquidazione all'ex dg Bronchi e responsabilità dei sindaci revisori. 

Sono 27, nell'ambito di questo procedimento, le richieste di rinvio a giudizio fatte dal pm Andrea Claudiani al gup del tribunale di Arezzo, mentre quattro sono le richieste di rito abbreviato avanzate dagli avvocati di Giuseppe Fornasari, ex presidente, Luca Bronchi, ex direttore generale, Alfredo Berni, ex vicepresidente ma imputato per quando era ancora dg - i tre sono accusati di bancarotta fraudolenta - e Rossano Soldini, ex consigliere chiamato a rispondere di bancarotta semplice.

Fa specie quanto ha dichiarato in Commissione d'inchiesta sulle banche, presieduta da Pier Ferdinando Casini, l'attuale procuratore della Repubblica di Arezzo, che sottaciuto questa indagine in corso sul padre di Maria Elena Boschi, indagine in carico proprio alla Procura della Repubblica che dirige. 

"Ce le ricordiamo benissimo le esternazioni da parte dei renziani nei giorni scorsi, subito dopo l’audizione in commissione Banche da parte del procuratore di Arezzo che sembravano scagionare papà Boschi da ogni ulteriore coinvolgimento nella vicenda Banca Etruria. Vogliamo ascoltare cosa hanno da dire oggi gli stessi soloni che ieri esultavano" ha dichiarato appresa la notizia dell'indagine a carico del padre di Maria Elena Boschi, il deputato del MoVimento 5 Stelle in commissione Finanze Alessio Villarosa.

"Tutto quello che avevo da dire l'ho detto in commissione giovedi' scorso" è invece la dichiarazione secca del procuratore di Arezzo Roberto Rossi circa le ultime indiscrezioni sul fascicolo aperto in procura per indagare sul cda di Banca Etruria, presieduto da Giuseppe Fornasari e di cui faceva parte Pierluigi Boschi, per falso in prospetto e ricorso abusivo al credito.

Questa parte dell'inchiesta non sarebbe emersa di fronte alla Commissione banche nell'audizione della scorsa settimana del procuratore Roberto Rossi: il senatore di "Idea" Andrea Augello ieri ha annunciato di aver inoltrato al presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulle banche, Pier Ferdinando Casini, una richiesta formale per verificare l'esistenza di un filone di indagine sulla denuncia della Consob riguardo alle falsificazioni dell'ultimo prospetto per l'emissione di obbligazioni subordinate di Banca Etruria.

Il procuratore Roberto Rossi è stato in passato consulente giuridico della presidenza del Consiglio all'epoca del governo Renzi. 

Redazione MIlano.

INCHIESTA / MEDICI INGEGNERI ARCHITETTI: ITALIA ULTIMA IN EUROPA PER STIPENDI E COSI' LA NOSTRA MEGLIO GIOVENTU' NE VA!



Nel 2016, ben 124.000 italiani sono emigrati all’estero e di questi il 39% aveva tra i 18 ed 34 anni, per la maggior parte con titolo di studio qualificato.

Come mai una simile emorragia di cervelli come non si vedeva dalla fine della seconda guerra mondiale? Il “merito” o meglio la colpa di questo scempio di chiama: ue, euro, deflazione salariale, riforme strutturali, ovverosia il mantra politico dei governi piddini e di tutti i filoeuropeisti e neoliberisti d’accatto che hanno occupato ed occupano posti di rilievo in politica da noi.

D’altra parte, quando una nazione entra in un regime di cambi fissi come è l’euro (piantiamola di chiamarlo moneta unica, perché NON lo è) e la sua economia non è allineata alle altre, perde l’unica arma che le consente il riequilibrio della bilancia commerciale, ovvero l’oscillazione del valore della moneta rispetto ai concorrenti. A questo punto , l’unica soluzione è interna, ovvero agire su redditi e salari per riequilibrare il tutto. Nel caso dell’Italia, non potendo svalutare la moneta rispetto alla Germania, ha dovuto svalutare i redditi ed i salari interni, ovvero ha portato miseria e povertà tra i suoi cittadini.

Non ci credete? Bene, eccovi le prove di quanto affermiamo: lo stesso ministero dello sviluppo economico ha realizzato una brochure che ha fatto distribuire in giro per il mondo in cui invita le aziende estere ad investire nell’italico stivale perché, testuale “gli stipendi sono più bassi della media”.

Avete capito, cari lettori, a cosa servivano le famose “riforme strutturali” richieste dai “mercati” e prontamente attuate dai governi di sinistra? Ad abbattere i vostri redditi, a ridurre i vostri stipendi, a trasformarvi in tanti schiavi al servizio delle multinazionali straniere. E questa è la logica ed unica conseguenza dell’aver adottato il rapporto di cambi fissi denominato euro.

Facciamo ora qualche esempio concreto, partendo dal reddito lordo mensile di un ingegnere:

Italia: 2.982€ Irlanda: 4.165€ Germania: 3.745€ Francia: 3.743€

Svezia: 3.739€ Gran Bretagna: 3.367€ Belgio: 3.438€ Olanda: 3.171€

Come potete vedere, la differenza è abissale.

Peggio ancora va ai medici, dove gli italiani non risultano nemmeno nelle prime dodici posizioni: al primo posto abbiamo l’Olanda, dove un medico generico ha una retribuzione media di €104.148, per scendere al dodicesimo posto con la martoriata Grecia €53.448, sempre per un medico generico. Quelli italiani, appunto, guadagnano ancora meno!

E gli architetti? Anche qui, disastro totale: il reddito medio di un architetto italiano è al diciannovesimo posto in Europa, al di sotto pure di nazioni come Slovenia, Estonia e pure di un paese come la Turchia!

Credo che ora vi risulti chiaro il perché i giovani cerchino fortuna all’estero, mentre questo governo “coccola” i sedicenti “profughi” che arrivano dall’Africa, mano d’opera a basso costo per ingrassare le multinazionali.

Questa unione europea ed i governi ad essa succubi, stanno portando indietro le lancette della storia al 1800, quando il “Padrone” lanciava il cappello in aria e chi riusciva a raccoglierlo, avrebbe lavorato quel giorno guadagnandosi un piatto di minestra. Ed il paradosso è che queste politiche di neoschiavismo sono portate avanti con zelo degno di miglior causa dai partiti che si considerano di “sinistra” e “dalla parte del popolo”.

L’Italia ha l’ultima possibilità di dare un futuro ai propri giovani e, aggiungiamo noi anche ai propri anziani, scegliendo di dare la responsabilità di governo a partiti sovranisti e nazionalisti, con un programma chiaro e non ondivago sui rapporti con gli oligarchi europei e sull’euro. Ripetiamo: è l’ultima possibilità che avete per non finire schiavi, merce buona solo fino a che siete in grado di reggere i ritmi di lavoro imposti dai padroni del vapore e poi pronti per essere rottamati in nome della “dolce morte”.

E’ ora di avere un governo che pensi alla crescita ed al benessere della popolazione e non al CDA di banche e multinazionali.

Luca Campolongo

Fonti

https://www.ilfattoquotidiano.it/2016/10/02/lavoro-la-gaffe-del-governo-sugli-stipendi-investite-qui-gli-italiani-costano-meno/3070627/

https://www.ingegneri.cc/stipendi-ingegneri-leden-e-negli-stati-uniti-e-spunta-anche-lirlanda.html

https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/10/17/italiani-allestero-nel-2016-emigrati-in-124mila-il-39-ha-tra-i-18-e-i-34-anni-regno-unito-meta-preferita/3918408/

https://www.money.it/Medici-quanto-guadagnano-in-Europa

http://www.edilportale.com/news/2017/01/professione/architetti-italiani-cresme-al-19%C2%B0-posto-in-europa-per-reddito_56149_33.html

LE SINISTRE ''EUROPEE'' SONO I PARTITI DI TASSE & BANCHIERI PER SPOLIARE IL CETO MEDIO: DAL PD ALL'SPD, TUTTA UNA RAPINA


BERLINO - Il possibile aumento dell'aliquota fiscale massima da parte di una nuova grande coalizione - preteso dal socialdemocratico SPD per formare il nuovo governo - preoccupa molto i rappresentanti delle imprese e dell'economia tedesca.

Tale aumento colpirebbe le societa' di persone, i proprietari individuali e i lavoratori autonomi, ha sottolineato Lars Feld, membro del Consiglio tedesco degli esperti economici per la valutazione dello sviluppo macroeconomico.

"Tale aumento danneggerebbe la Germania sul fronte della competitivita' economica", ha dichiarato alla "Frankfurter Allgemeine Zeitung". L'Ifo, l'Istituto per la ricerca economica ha invitato l'Unione e l'Spd ad agire con cautela. "Una maggiore aliquota massima sarebbe un segnale per regolare gli investimenti redditizi non in Germania, ma all'estero e trasferire profitti degli investimenti esistenti, attraverso la tassazione, all'estero", ha affermato il presidente Clemens Fuest.

"La Germania dovrebbe fare ogni sforzo per migliorare la competitivita' del suo sistema fiscale, piuttosto che peggiorarlo", ha avvertito. Cdu (cristiano democratici), Csu (cristiano sociali) e Spd (socialdemocratici) stanno prendendo in considerazione l'ipotesi di innalzare la soglia dell'aliquota massima a 60.000 euro. 

L'Spd chiede pero' che tale misura sia compensato da un aumento dell'aliquota. Gia' nel suo programma elettorale l'Spd aveva proposto di aumentare l'aliquota massima al 45 per cento. Inoltre i Socialdemocratici proponevano di imporre un'aliquota marginale del 48 per cento per i redditi oltre 250.000 euro. In pratica, una vera e propria ranina fiscale.

Il 10 per cento dei contribuenti tedeschi con i redditi piu' elevati rappresenta gia' oltre il 55 per cento del gettito dell'imposta sul reddito. Il contributo di questo gruppo aumenterebbe ulteriormente, se la linea dei Socialdemocratici dovesse prevalere nei colloqui esplorativi per la formazione di un nuovo governo di coalizione.

Il presidente dell'Associazione delle imprese familiari, Reinhold von Eben-Worle'e, ha cosi' commentato: "Paesi come la Francia e l'Inghilterra, che sono economicamente piu' deboli, hanno programmato di ridurre il carico fiscale. Gli Stati Uniti e la Cina, i principali concorrenti per gli investimenti e gli affari, intendono a loro volta abbassare le tasse. Solo l'Spd promuove aumenti del carico fiscale a scapito delle imprese e dei loro dipendenti".

Questa è la principale ragione per la quale Angela Merkel potrebbe rinunciare all'incarico di formare un nuovo governo, ma è anche l'esempio chiaro di cosa le sinistre "europeiste" intendono fare nei confronti di chi guadagna e risparmia: spremere come un limone proprio il ceto medio. Così in Germania, così in Italia con il Pd, non a caso partito gemellato con l'SPD, così ha fatto in Francia il governo socialista di Hollande, al punto che migliaia di persone per non essere letteralmente rapinate dallo stato con le tasse esorbitanti volute da Hollande, sono fuggite all'estero. Come l'attore Gérard Depardieu in Russia.

Redazione Milano

CADUTA DEI PREZZI DELLE CASE IN ITALIA CONTINUA INESORABILE ANCHE NEL 2017 (-1%) MENTRE IN TUTTA EUROPA CRESCONO (+2,4%)


La ripresa in Italia non c'è, anzi il Paese continua la discesa verso la povertà di massa. La prova sta nel continuo e inarrestabile calo del valore degi immobili, in assoluta contro tendenza rispetto tutta Europa e tutto l'Occidente, ad esclusione della Grecia.

Non si arresta la discesa dei prezzi delle abitazioni, e i numeri parlano purtroppo chiaro. 

Nel terzo trimestre del 2017 si registra una diminuzione dello 0,5% rispetto al trimestre precedente e di -0,8% rispetto al terzo trimestre del 2016.

Sono dati ufficiali diffusi dall'Istat. Il calo tendenziale dei prezzi delle abitazioni si manifesta contestualmente a una crescita del numero di immobili residenziali compravenduti (+1,5% rispetto al terzo trimestre del 2016, secondo i dati dell'Osservatorio del Mercato Immobiliare dell'Agenzia delle Entrate), ininterrotta dal secondo trimestre 2015 ma che si riduce di ampiezza per il quinto trimestre consecutivo. 

Nella sostanza sta accadendo che i proprietari che devono vendere per fare fronte a necessità impellenti, in realtà stanno svendendo.

In media, nei primi tre trimestri del 2017 i prezzi delle abitazioni diminuiscono dello 0,4% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, sintesi di un leggero aumento dei prezzi delle abitazioni nuove (+0,1%) e della diminuzione di quelli delle abitazioni esistenti (-0,6%).

L'andamento dell'indice dei prezzi delle abitazioni presenta, al momento, un trend deludente: nel 2014 prezzi -4,4%, nel 2015 -2,6%, nel 2016 -0,8% e nei primi nove mesi dello scorso anno -0,4%.

Numeri che fanno il paio con quelli diffusi a dicembre dalla Banca dei regolamenti internazionali (Bri) che fotografavano la situazione dei prezzi reali della case, cioè depurati dell'inflazione.

Su base annuale, nel secondo trimestre del 2017 a livello globale - ovvero riguardante tutti i mercati mondiali, si registrava crescita dei prezzi reali del 4%.

Tra le poche eccezioni sul pianeta, quella dell'Italia e della Grecia dove i prezzi reali continuano a viaggiare sotto zero in inarresatabile discesa.

In pratica in Italia e in Grecia chi possiede una casa diventa ogni giorno un poco più povero (si chiama effetto ricchezza negativo). Nel secondo trimestre del 2017, i prezzi reali delle abitazioni nell'Eurozona sono cresciuti del 2,4%, in Italia sono calati del -1%. 

Il mercato immobiliare è sempre stato considerato e lo è tuttora il vero "barometro" dell'economia di ogni nazione: quando i prezzi salgono, significa che c'è risparmio, benessere e investimenti. Quando scendono, e in Italia continuano a scendee, rappresentano la fotografia di un Paese in crisi, in recessione o in declino. 

Redazione Milano

12 gennaio 2018

Il pessimista consapevole: Quando arriverà quel giorno?


L'autocoscienza del pessimista che diventa ragione! Arriverà quel giorno? Quando arriverà quel giorno ci alzeremo tutti dal banchetto della vita. Ci sarà sempre lo spazio per un altro boccone, ma saremo sazi? Io ho 60 anni. Certo che non è troppo tardi per sperare! L’aspettativa di vita in Italia è di 83 anni. Se rientro nella media me ne restano altri 23. Non so voi, ma io vorrei passarmeli bene. Vorrei essere felice. Però sapete cosa? Forse non ci riuscirò mai, lo so benissimo. Forse non ne avrò semplicemente il tempo, non troverò gli indizi giusti e non arriverò mai a destinazione. Ma non importa. Raggiungere la destinazione è meno importante che tentare di farlo. Perché così quando arriverà quel giorno, l’ultimo, io potrò guardarmi indietro e dire a me stesso: “ben fatto Enzo… ben fatto!”

Enzo Vincenzo Sciarra

Il Bosco Verticale: Lusso In Italia Ma Normalità In Olanda. Ecco Perché Quello che in Italia è considerato lusso, per gli stranieri non lo è


Il Bosco Verticale: Lusso In Italia Ma Normalità In Olanda. Ecco Perché
Quello che in Italia è considerato lusso, per gli stranieri non lo è. Ecco le diverse declinazioni del Bosco Verticale di Boeri.

Il Bosco Verticale è considerato lusso in Italia, ma in Olanda sono case popolari. Ecco i dettagli.
By Jacopo Pellini Last updated Gen 12, 2018

Il Bosco Verticale è uno dei tanti esempi di come la visione italiana del lusso non vada di pari passo con la stessa in altri paesi europei, che purtroppo per evidenza dei fatti risultato più sviluppati rispetti al nostro.

Per chi non ne fosse a conoscenza, il Bosco Verticale, a Milano, è un grattacielo caratterizzato da alberi e piante anti-inquinamento su ogni balcone. Nel territorio lombardo ne esistono 2 di questi palazzi e non c’è dubbio per nessuno che viverci è solo per un’elite di persone davvero facoltose. Eppure in Olanda la moda del Bosco Verticale sta prendendo sempre più piede, quello che per noi italiani si tratta di lusso a Eindhoven non sarà altro che normalità, perché i palazzi che sono in produzione, corrispondenti alla descrizione del Bosco Verticale, alimenteranno un progetto di social housing, ovvero di case popolari.

Il Bosco Verticale olandese, una soluzione diversa rispetto all’Italia 

Il Bosco Verticale olandese e successivamente quelli che verranno creati nel giro di pochi anni avranno la stessa architettura di base di quello milanese a opera di Boeri, però saranno alti 19 piani ovvero 75 metri e al suo interno saranno ricavati 120 piccoli appartamenti, di non più di 50 metri quadri l’uno, al fine di ospitare giovani coppie alle prese con un disagio abitativo.

Inoltre nei balconi di 4 metri quadri saranno predisposti un albero e 20 cespugli. il Bosco Verticale olandese è stato studiato come soluzione per migliorare le condizioni di vita dei cittadini meno agiati, ma anche per migliorare l’ambiente delle città nel mondo. Ebbene sì, avete capito bene, quello che per gli italiani, in particolare i milanesi è il simbolo delle case di lusso sul territorio, per gli olandesi, in maniera molto più contenuta, corrisponderà ad un’abitazione per povere famiglie in condizioni disagiate.

La soluzione di equipaggiare con tanto verde i palazzi di una città/metropoli sembrerebbe la risoluzione migliore al grigiore della città, nonché un’originalissima opera di design. Più in generale, il grattacielo olandese sarà composto di 125 alberi e 5.200 arbusti e piante, insomma un piccolo ecosistema con oltre 70 specie vegetali differenti in grado di contrastare l’inquinamento atmosferico. Infatti tutte queste piante, nel giro di un anno potranno assorbire 50 tonnellate di anidride carbonica.

Ben pochi sanno che soluzioni come quella del Bosco Verticale hanno già preso forma a Liuzhou Forest City, Losanna, Nanchino, Parigi, Tirana, Shanghai, Utrecht, data la funzionalità del progetto. Tanto per rendersi conto già dei risultati, i grattacieli appartenenti al blocco del Bosco Verticale di Milano ogni anno assorbono 30 tonnellate di anidride carbonica e producono 19 tonnellate di ossigeno. Il progetto milanese ha anche ricevuto tempo fa un certificato Gold Leed, il quale riconosce la sostenibilità degli edifici, il risparmio energetico e idrico, la riduzione di CO2 e la sostenibilità dei materiali impiegati. Abituatevi perché ben presto ogni città avrà il proprio Bosco Verticale, e forse anche più di uno.

Jacopo Pellini

09 gennaio 2018

Speciale Muro di Berlino a 28 anni dalla sua caduta - la storia del Muro dalla costruzione fino al crollo «Quel giorno finì la seconda guerra mondiale»


Il Panorama del Muro di Asisi - Foto: Emilio Esbardo

La costruzione del Muro di Berlino è avvenuta nella notte tra il 12 e il 13 agosto 1961. La sua caduta, il 9 novembre 1989 avrebbe portato a un cambiamento radicale dello scacchiere economico, sociale e politico non solo dell’Europa, bensì del mondo intero. Il 9 novembre celebra il valore della libertà e della democrazia.

La caduta del Muro, però, ha dato origine anche alla globalizzazione, a un mondo basato su un capitalismo selvaggio, con un mercato senza regole e controlli, portandoci a una delle crisi economiche più gravi sin dai tempi della depressione del 1929.

Mi sembra giusto raccogliere qui gli articoli più importanti sul Muro, pubblicati su il Nuovo Berlinese. È una raccolta di eventi importanti impreziosita dalle interviste con importanti testimoni dell’epoca, che traccia un ritratto fedele del Muro dalla sua costruzione alla sua caduta.

La nostra redazione augura una buona lettura.


Ellen Sesta - Foto: Emilio Esbardo

In questa intervista la Ellen Sesta racconta l’appassionante avventura di due studenti italiani, Mimmo e Gigi, che sono riusciti a far scappare 29 persone dalla DDR, scavando un Tunnel. Il cosiddetto Tunnel 29 è tra i più famosi



Panorama Asisi - Foto: Emilio Esbardo

Grazie al mastodontico panorama, realizzato dall’artista ed architetto Asisi, il Muro di Berlino è “ritornato” in città


Thierry Noir nel suo atelier - Foto: Emilio Esbardo

Thierry Noir è stato il primo artista a dipingere il Muro di Berlino. Nell’intervista emergono fuori tutti i retroscena


Kiddy Citny nel suo atelier - Foto: Emilio Esbardo

Uno dei primi ad aver dipinto il Muro. E’ tra i migliori amici di Thierry Noir



L’ideatore di East Side Gallery, il più lungo tracciato originale del Muro


Foto: Emilio Esbardo

In questo articolo si svela chi è stato il vero ideatore del Muro di Berlino, alla luce degli atti segreti russi, messi a disposizione degli storici



Foto: Emilio Esbardo

Celebrazioni dei 50 anni della costruzione del Muro e ricordo delle vittime



Foto: Emilio Esbardo

Il ricordo della caduta del Muro di Berlino



Foto: Emilio Esbardo

Il Muro di Berlino è divenuto con il passare degli anni una gigantesca tela per numerosi pittori non solo tedeschi ma di tutto il mondo, lo sfondo naturale per diversi film, un palcoscenico per attori e musicisti.

Vent’anni fa cadeva il muro. Con esso crollava anche un mondo, quello della guerra fredda.


La caduta del muro non significa semplicemente la fine della guerra fredda. Significa molto di più. E’ la fine della guerra mondiale, quella del 1945. Nel 1945 si era firmato un armistizio. La Germania era divisa in 4 zone. Da queste 3 zone, dal lato Ovest, quella britannica, americana e francese, è nata la Repubblica Federale Tedesca (RDT).


E cosa ha significato la costruzione del muro rispetto agli equilibri geopolitici mondiali?

La costruzione del muro non fu altro che il prolungamento della cortina di ferro e della divisione tra il blocco dei paesi dell’est dell’Europa ed il blocco occidentale. La cortina di ferro attraversava la Germania, ed il muro era parte integrante di essa. Nonostante tutto però la Repubblica Federale non era ancora completamente sovrana. Ha ritrovato la sua sovranità definitiva solo con la riunificazione. Ecco perché Willy Brandt, l’artefice del riavvicinamento Est-Ovest ebbe a dire, il 10 Novembre 1989 a Berlino: “Finalmente si riunisce ciò che non avrebbe mai dovuto essere separato”. La Repubblica Federale (RFT) si è ricostruita negli 11 Länder dell’Ovest come una democrazia con un modello economico e sociale che si fonda sull’equilibrio tra il mercato e la solidarietà. All’Est invece c’erano le economie sovietiche.

Con la caduta del muro qual è stato il processo che ha portato alla riunificazione?

Sul piano politico la Repubblica Democratica Tedesca (RDT) chiese di aderire al territorio della Repubblica Federale dell’Ovest. E’ un po’ come se oggi un nuovo candidato all’integrazione europea chiedesse di aderire all’Unione Europea. La Costituzione della Germania Ovest permetteva a qualunque territorio che ne facesse espressa richiesta di aderire al territorio della Repubblica Federale tedesca. Il giorno in cui si è deciso dell’adesione dell’ex RDT alla RFT si è applicato all’Est, e cioè nei nuovi 5 Länder dell’Est, ciò che oggi nell’Unione Europea definiremmo diritto acquisito comunitario. Da un giorno all’altro si sono applicate nell’ex RDT le leggi della Repubblica Federale e la totalità del sistema economico e sociale. Ecco storicamente e giuridicamente ciò che è successo. La Costituzione della Germania Ovest lo permetteva grazie all’articolo 23 che era stato infatti incluso per permettere un giorno la riunificazione, e l’ex RDT si è avvalsa di questa possibilità. Dopo la riunificazione l’articolo 23 della Costituzione dell’Ovest è stato soppresso.

Le due Germanie, ora riunificate, viaggiano però ad una velocità economica diversa…

Quando il muro è caduto l’economia della Germania dell’Est era già sull’orlo del fallimento, poi è crollata su se stessa. C’è stato un collasso totale dell’economia. Era prevedibile, ma nessuno lo sapeva all’Ovest. Non si sapeva perché c’era troppa propaganda, dunque non si conoscevano le cifre reali, le prestazioni reali. Si credeva che la Germania dell’Est fosse un’economia dinamica all’interno del blocco sovietico, ma la realtà era che l’economia stava avendo già un crollo verticale. La situazione non era più sostenibile.

Com’è la situazione oggi?

Restano, soprattutto in certe regioni, dei problemi industriali ma non sono caratteristici dell’Est ma di tutta la Germania e non sono diversi da quelli che anche voi conoscete soprattutto nell’Italia del Nord. E’ il problema noto come ‘riconversione industriale’. Si tratta d’industrie obsolete che occorre modernizzare. E per questo è necessario un lungo processo. Ci sono dunque alcune regioni che hanno questo problema sia all’Est che all’Ovest. L’essenziale del lavoro è stato fatto comunque ed oggi si può affermare che non esiste alcuna differenza tra Est ed Ovest.

Per anni però, in Europa come in Germania, i tedeschi orientali sono stati considerati come cittadini “più sfortunati”. E’ vero?

No, questa è una visione proprio francese. In Europa, soprattutto in Francia, c’è stata una specie di ‘gelosia’ rispetto alle rapide ed efficaci prestazioni della Germania riunificata. Certo nell’Est esisteva un fenomeno psicologico che ritroviamo un po’ in tutti i paesi dell’Europa dell’Est che hanno aderito all’Unione Europea. E’ come se si dicessero: “Noi siamo svantaggiati. Siamo meno ricchi di voi”. Dimenticano di dire o di pensare che occorre tempo per arrivare ad un certo livello. Politicamente certi paesi giocano su questo vittimismo per fare della manipolazione politica. Ma nel caso specifico della Germania non bisogna dimenticare che ancora oggi i tedeschi dell’Ovest pagano all’incirca il 4% del loro PIL per finanziare la ricostruzione dell’Est, che effettivamente era svantaggiata.

Lo scarto che esisteva tra le due regioni era anche la differenza tra due sistemi economici completamente diversi…

Il problema è che all’epoca del regime comunista e della RDT la disoccupazione non esisteva. Semplicemente perché non esisteva economia. Tutti avevano un lavoro. Spesso le mansioni erano completamente inutili, ma i cittadini avevano l’impressione di lavorare ed erano pagati per questo. Quando è arrivata l’economia di mercato, è arrivato anche il problema della disoccupazione. La formazione all’Est era obsoleta in quanto non corrispondeva più alla domanda del mercato. E’ stato necessario fare un grande sforzo di formazione per colmare questo gap. La disoccupazione concerneva soprattutto coloro che avevano una formazione obsoleta. Oggi le nuove generazioni hanno un’ottima formazione. Oramai non c’è più differenza. Si è trattato quindi di una questione demografica. Si è dovuto ricreare un sistema di formazione professionale.

Ci sono stati attriti tra Est ed Ovest soprattutto nel mercato del lavoro?

C’è stato un caso in cui i tedeschi dell’Ovest hanno addirittura accresciuto i problemi dei tedeschi dell’Est. E ciò è avvenuto proprio all’inizio e cioè subito dopo la riunificazione. Una volta raggiunta l’unità, si è posto il problema dell’organizzazione per fissare i salari e dell’organizzazione in sindacati dei lavoratori e sindacati delle imprese. Le parti sociali hanno dovuto ricostruirsi all’Est. Il problema è che c’è stata una singolare coalizione d’interessi tra le imprese ed i sindacati dell’Ovest. Quelli dell’Ovest hanno avuto paura del dumping salariale dell’Est. In quel preciso momento sono state firmate delle convenzioni collettive con l’obiettivo di un livellamento dei salari estremamente rapido. Troppo rapido. Le imprese che all’Est cominciavano a ricostruirsi e a rientrare nel mercato non potevano pagare i salari richiesti dalle convenzioni collettive concluse tra le parti sociali. Questi salari erano troppo alti e ciò ha un po’ frenato lo sviluppo economico dell’Est.

Qual è stato l’impatto della massa di lavoratori provenienti dall’Est sull’Ovest?

Il fenomeno migratorio è cominciato prima della caduta del muro, nel momento in cui l’Austria e l’Ungheria hanno aperto le loro frontiere, nell’estate del 1989. Tra questo momento e la riunificazione tedesca circa 1 milione di tedeschi orientali sono partiti verso l’Ovest. Ed erano i più dinamici. E’ una delle ragioni per le quali occorreva una riunificazione immediata. Era urgente. Se non si fosse fatta l’unità in breve tempo, nel territorio dell’ex RDT, oggi non ci sarebbe quasi più nessuno. Questi tedeschi orientali hanno ritrovato lavoro ed hanno ricevuto una nuova formazione. Ma hanno dovuto rimboccarsi le maniche in quanto erano abituati alle economie sovietiche in cui lo stato si occupava di tutto. Oggi sono perfettamente integrati. E nessuno più si chiede da dove provengono. Un esempio è Angela Merkel. La provenienza non è mai stato un argomento elettorale. La Germania di oggi è plurale.

Come vive la Germania l’attuale crisi economica mondiale?

La Germania ha un’economia estremamente aperta. E’ la più aperta e dinamica d’Europa. Dunque soffre più delle altre in quanto dipende dagli scambi mondiali. Nel momento in cui c’è stato un rallentamento mondiale dell’economia la Germania ha sofferto. La sua recessione sarà dell’ordine del 5%, che è una cifra enorme. E’ perfettamente integrata nel sistema economico mondiale e se il mercato americano va male, se va male anche il mercato russo e quello europeo (2/3 degli scambi), è ovvio che la Germania soffra più degli altri. Ma nel momento in cui la domanda in beni, investimenti e attrezzature riparte in Cina e s’intravede una ripresa economica, la Germania si risolleva e lo fa anche più velocemente di altri paesi. D’altronde la Germania ha già vissuto due forti crisi economiche nel 1993 (crisi mondiale di ristrutturazione soprattutto nel settore automobilistico e industriale in generale) e nel 2003-2005 (bolla Internet) dopo una crescita record del 3%. Queste due crisi hanno spinto il Paese sull’orlo della recessione. Ma le imprese ne sono sempre uscite modernizzate e ristrutturate. Sono diventate più competitive. Queste esperienze fanno sì che oggi le imprese, gli attori economici ed anche i consumatori sappiano già come gestire la situazione, perché l’hanno già vissuta. Nonostante la crisi finanziaria i tedeschi hanno il morale alto e mantengono la fiducia in quanto ad ogni crisi ne escono sempre fortificati.

Redazione:

I CECCHINI DAI PIAZZA MAIDAN. E IL SILENZIO DEL GIORNO DOPO



I CECCHINI DAI PIAZZA MAIDAN. E IL SILENZIO DEL GIORNO DOPO

“Non avevamo molta scelta. Ci era stato ordinato di sparare sia sui Berkut, la polizia, sia sui dimostranti, senza far differenza. Ero totalmente esterrefatto. È andata avanti per quindici minuti…forse venti. Io ero fuori di me, agitato, sotto stress, Non capivo niente. Poi all’improvviso dopo 15, 20 minuti gli spari son cessati e tutti hanno messo giù le armi”.

Chi parla è Alexander Revazishvilli: ex tiratore scelto dell’esercito georgiano, conferma di essere stato uno di quelli che hanno sparato il 20 febbraio 2014 a piazza Maidan, allo scopo di creare il caos e precipitare il “cambio di regime” voluto dagli americani in Ucraina. I cecchini a Piazza Maidan ammazzarono oltre 80 persone, poliziotti e dimostranti senza far distinzione.


Mamuka Mamulashvili consigliere militare di Saakashvili

Ora, grazie ad un’inchiesta del grande e vero giornalista Gian Micalessin, sappiamo che gli sparatori erano georgiani e lituani, arruolati da Mamuka Mamulashvili, un consigliere militare dell’ex premier georgiano Saakashvili – colui che nel 2008 ingaggiò una breve guerra guerreggiata con i russi, e in cui fu sconfitto.

Serghey Pashinsky, che oggi è presidente del parlamento di Kiev e allora era un caporione dei manifestanti, è quello che portato all’Hotel Ucraina, dove i cecchini erano muniti di passaporti falsi e mille dollari a testa dall’organizzazione, avevano preso alloggio, le borse con le armi “Sono stati loro a farle arrivare nella mia stanza” – racconta Nergadze, un altro tiratore georgiano.

Pochi giorni prima della strage, Mamualashvili presenta ai tiratori scelti “un tipo in uniforme.. lo presentò e ci disse che era un istruttore, un militare americano”. Il militare americano si chiama Brian Christopher Boyenger ed è un ex ufficiale e tiratore scelto della 101esima divisione aviotrasportata statunitense. “Eravamo sempre in contatto con questo Bryan – spiega Nergadze – lui era un uomo di Mamulashvili. Era lui che ci dava gli ordini. Io dovevo seguire tutte le sue istruzioni”.

Brian Christopher Boyenger, cecchino della US Army’s elite 101st Airborne Division, ha dato gli ordini ai tiratori di Maidan.

Questo Boyenger è uno degli istruttori americani che hanno addestrato le reclute ucraine; poi, ha preso parte direttamente alle ostilità sul fronte del Donbas, dove Mamulashvili ha radunato una Legione Georgiana coi reduci delle guerricciole anti-russe in cui il georgiano Saakashvili è stato debellato. Quanto a Mamulashvili, in Georgia è stato un elemento del ministero dell’Interno, “con ottime relazioni coi media che lo collegano all’ambasciata Usa e a un gruppetto di stranieri basati in Georgia, i quali forniscono sostegno mediatico al regime di Kiev sotto la copertura di lavorare per varie ONG”, ha scritto il giornalista Henry Kamens del New Eastern Outlook.

Quindi per la prima volta, grazie a Micalessin, questa verità ostinatamente taciuta dalla “libera stampa” occidentale è apparsa su Il Giornale e soprattutto su Canale 5, Matrix, in un sevizio anche visivamente eccezionale, purtroppo trasmesso alle 23.30.

Potete leggere il servizio integrale su Gli Occhi della Guerra, questa audacissima iniziativa di inviati speciali di guerra che, per andare in prima linea, a rischiare la vita, chiedono di pagare le spese non agli editori, ma ai lettori:




Micalessin

Sono verità che abbiamo raccontato a suo tempo, noi disprezzati “complottisti” per i grandi media ufficiosi – che la sanno e la tacciono. Non ci sentiamo vendicati. Quello che viene documentato da Micalessin è un crimine di Stato a firma statunitense, una strage ordinata a freddo per ottenere cambio di regime e favorire un golpe con metodi delinquenziali, del resto apertamente dichiarato da Victoria Nuland e da John McCain in varie occasioni.
E’ la prova che la UE è un regime criminale

E’ un’accusa da tribunale penale internazionale – e ce ne dovrebbe essere uno dalle parti dell’Aia – ma ovviamente non c’è alcuna speranza che si occupi dei delitti dell’America sotto dominazione neocon. Anche perché a questi crimini hanno collaborato Merkel e Hollande, Barroso e Tusk, Stoltenberg, la NATO e Mogherini, tenendo bordone alla Nuland nella sua sovversione dell’Ucraina, fornendo sostegno politico ed economico concreto al regime golpista, promettendo agli ucraini l’annessione alla UE, e soprattutto accusando Putin e imponendo sanzioni alla Russia come se fosse stata la Russia a destabilizzare ed ingerirsi delle faccende interne di Kiev: prendendo quel tono di superiorità morale e di dare una lezione di etica e libertà a Putin, che forse è la cosa più intollerabile del regime eurocratico.

No, Merkel e Mogherini non hanno alcun diritto di alzare il ditino.Sapevano tutto dei cecchini pagati, fin da subito: dal ministro degli esteri estone Urmas Paet che era in piazza Maidan il giorno della sparatoria e – evidentemente ancora inesperto dei metodi dell’Unione Europea a guida neocon – telefonò agghiacciato alla predecessora di Mogherini, la commissaria europea Catherine Ashton, e le disse che dalle autopsie dei cadaveri risultava che poliziotti e dimostranti erano stati uccisi dagli stessi cecchini, con gli stessi proiettili (standard NATO) , e quindi che dietro i cecchino non c’era il premier cacciato, Yanukovich, bensì “la nuova coalizione” golpista. La Ashton risponde con balbettii e imbarazzi che sono di per sé un’ammissione di colpa. La conversazione fu intercettata dai russi e diffusa: silenzio da parte di ogni esponente politico europeo. Silenzio totale dai grandi e liberi media europei.

Quindi no, Mogherini e Merkel, e no, quando fate la lezione di morale a Putin e a tutti noi, dovete solo vergognarvi. Avete trascinato il nome d’Europa nel fango di piazza Maidan, vi siete sporcati di quel sangue e continuate ad essere complici del delitto, un tipo di crimine di cui nemmeno Hitler – il Male Assoluto, come voi ci insegnate continuamente – si macchiò. Ora sappiamo esattamente cosa siete, cosa avete ridotto la UE: un regime totale e brutalmente criminale, un regno della menzogna – moralmente inferiore al nazismo e forse, pari al giudeo–bolscevismo sovietico. Siamo governati da criminali di guerra e contro l’umanità, secondo gli stessi principi che loro stessi hanno scritto nei loro trattati.

La prova è nei silenzi del giorno dopo. Dopo il servizio di Micalessin, non un giornale “progressista o conservatore”, non una tv, non una radio, non un altezzoso inviato speciale dei media meglio pagati nella loro rassegna stampa (in corso a RadioRai 3), hanno citato l’inchiesta, hanno riconosciuto a Micalessin di aver reso un coraggioso servizio alle verità e alla libertà. No. Silenzio. quindi, censura. Hanno scelto il totalitarismo del momento, lo hanno introiettato, adottato e fatto proprio, messo al posto della coscienza – che non hanno mai avuto.

08 gennaio 2018

Vittorio Sgarbi Malato immaginario, truffatore vero


Vittorio Sgarbi, critico d’arte, anchorman televisivo, ex deputato di Forza Italia, già presidente della commissione Cultura, e attuale sindaco di Salemi, è un truffatore dello Stato. Per tre anni ha disertato il suo ufficio alla Soprintendenza di Venezia con scuse puerili, dalle malattie piú improbabili a una fantomatica “allergia al matrimonio”, per farsi gli affari suoi: scrivere libri, comparire in tv, frequentare salotti e varie mondanità. Cosí, dal 1996, è un pregiudicato per truffa aggravata e continuata e falso ai danni dello Stato, avendo riportato una condanna definitiva a 6 mesi e 10 giorni di reclusione e 700 mila lire di multa.

Il processo di primo grado s’è celebrato nella primavera-estate 1994 davanti al pretore Antonino Abrami di Venezia, mentre il deputato-imputato veniva felicemente promosso dal Polo presidente della commissione Cultura. Ecco le accuse contenute nel capo d’imputazione a carico di Sgarbi, processato in condominio col suo compaesano e medico di fiducia Andrea Zamboni:

1) Truffa: “previo accordo e in concorso tra loro, con piú azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, con l’artificio e il raggiro consistente nel presentare lo Sgarbi, onde ottenere aspettative “per motivi di famiglia” – motivi peraltro non precisati nelle istanze –, certificazioni mediche redatte dallo Zamboni attestanti inesistenti malattie dello Sgarbi e che supportavano implicitamente la richiesta di aspettativa, cosí inducevano in errore i funzionari del ministero dei Beni culturali e ambientali di cui lo Sgarbi era dipendente presso la Soprintendenza per i Beni artistici e storici del Veneto, conseguendo in tal modo lo Sgarbi illecitamente il vantaggio della conservazione del posto di lavoro, con correlativo danno per lo Stato, costringendo l’Amministrazione a oneri altrimenti non sostenuti, in particolare al pagamento di oneri assistenziali per l’assicurazione contro le malattie a favore dello Sgarbi stesso, sempre con pari danno per lo Stato”.

2) Falso: “previo accordo e in concorso tra loro, lo Sgarbi agendo quale istigatore e lo Zamboni quale autore materiale, confezionavano certificati medici attestanti malattie inesistenti dello Sgarbi. al fine di perpetrare il reato sub a)”.

La vicenda è talmente grottesca che, se non si trattasse di Sgarbi, si stenterebbe a credere che sia davvero accaduta.

Nel 1977 un giovanotto appena laureato, Vittorio Sgarbi da Ro Ferrarese, classe 1952, viene nominato “ispettore in prova nel ruolo dello storico dell’arte nella carriera direttiva della Soprintendenza alle Belle arti, assegnato a prestare servizio presso la Soprintendenza per i Beni artistici e storici del Veneto”. La sua zona di competenza è la provincia di Vicenza. Il suo lavoro – spiega al processo la soprintendente Filippa Alberti Gaudioso – “consisteva in sopralluoghi nel territorio […], constatazione e verifica dello stato di conservazione delle opere d’arte […], segnalazione sempre per interventi di tutela e di restauro, proposte di notifica nel caso ritrovasse opere d’arte di eccezionale interesse storico-artistico di proprietà privata”. In piú faceva parte della Commissione tecnica scientifica dell’Ufficio esportazione di Verona.

“Sono malato, ho il cimurro”

“Accanto al lavoro sul territorio – ricorda il pretore – l’altra metà della settimana lavorativa si svolgeva in ufficio”. O meglio, avrebbe dovuto svolgersi in ufficio, visto che Sgarbi non vi mise quasi mai piede. Le sue “indubbie soggettive qualità non hanno purtroppo trovato un oggettivo, positivo riscontro nel rapporto di pubblico impiego, non essendosi venuto a instaurare un corretto rapporto tra il citato dipendente e la Pubblica amministrazione, cosí cioè come previsto dalla norma”. Sgarbi manifestava – come denuncia il viceprocuratore generale della Corte dei conti – “una forma di insofferenza alle regole dell’ufficio, agli ordini di servizio, all’orario, ecc.”. La Gaudioso conferma sconsolata: Sgarbi “non era puntuale, anzi era in ritardo continuato”; e quando lei lo censurava con i dovuti richiami scritti, Sgarbi rispondeva alla sua maniera: “giungeva persino a motivare con fare irridente i suoi ritardi, affermando di avere malattie come il cimurro – propria del cane, come è noto – o malattia similare”. La sentenza parla di “condotta certamente censurabile”, con ogni sorta di “violazioni delle norme di condotta: continui ritardi, presenza sporadica in ufficio di solo tre giorni in diversi anni, utilizzando uno dei quali per inoltrare altra domanda per assentarsi ancora; irridente richiamo a malattie proprie del cane per giustificare ritardi causati da inesistenti raffreddori”.

E questo è niente. Un giorno – racconta in aula la soprintendente – Sgarbi doveva stilare “una perizia sul restauro del teatro di Schio”. Ma evidentemente aveva altro da fare. Cosí “non si è occupato minimamente di stendere la perizia: ha lasciato che l’assistente utilizzasse una precedente perizia, travasandola praticamente in quello che doveva essere un nuovo documento storico-artistico e anche di spesa”. In pratica, Vittorio il truffatore ricicla un vecchio lavoro che non c’entra nulla con l’incarico ricevuto. Roba da licenziamento, o da trasferimento. Infatti quella – spiega la soprintendente – “fu un po’ la goccia che fece traboccare il vaso, per cui scrissi al Ministero perché lo Sgarbi fosse allontanato”. Ma il simpatico imbroglione ha qualche santo al ministero. Infatti, invece del licenziamento, il 21 gennaio 1985 ottiene un altro incarico di tutto comodo: “catalogare i beni presso l’Amministrazione provinciale di Rovigo, a seguito di sua domanda”. Il tutto – secondo il pm della Corte dei conti – grazie a “una certa accondiscendenza da parte del ministero”. Il governo ha risposto alla soprintendente di non poter trasferire Sgarbi per il fattaccio di Schio, perché “manca la documentazione allegata a detta richiesta”. Invece la documentazione c’era eccome. E questo – scrive il giudice – “costituisce una notitia criminis a carico del ministero, che impone a questo Giudicante la trasmissione degli atti alla Procura di Roma”. Trasmissione confermata in seguito dalla Corte d’appello.

Nel giugno ’87 scade il faticoso incarico a Rovigo, e per Sgarbi (nel frattempo promosso, per meriti acquisiti sul campo, “direttore storico dell’arte”) si tratta di tornare a lavorare alla Soprintendenza. Lavorare si fa per dire: una lunga serie di fantomatiche malattie e impedimenti lo terrà lontano dall’ufficio “praticamente senza soluzione di continuità dal giugno ’87 al gennaio ’90 […]. Fatta eccezione per i giorni 5-9-87, 23-6-88 e 24-6-88, lo Sgarbi è assente per malattia, per recupero festività e per aspettativa eccezionale”. In pratica, in tre anni mezzo, Sgarbi lavora tre giorni. Ma per sua fortuna le assenze truffaldine fino al 25 ottobre ’89 sono coperte dall’amnistia del 1990 (“beneficia della declaratoria di improcedibilità per amnistia per il reato di truffa aggravata e falso ai danni dello Stato”). È comunque istruttivo riportare integralmente la cronologia delle truffe sgarbian-ministeriali ricostruite, nella sentenza di primo grado:

13-10-88/12-10-89: un anno di aspettativa senza assegni per motivi di famiglia (provv. del ministero del 22-11-88);

9-9-89: domanda di aspettativa senza assegni per motivi familiari per 3 mesi (dal 13-10-89 al 12-1-90);

13-10-89: certificato medico per tre mesi;

13-1-90: certificato medico per 32 giorni;

30-1-90: telegramma della soprintendente con invito a chiedere congedo o aspettativa in relazione al certificato del 13-1-90;

30-1-90: visita fiscale (h. 17,30) in cui risulta assente;

1-2-90: domanda di congedo per 32 giorni (dal 13-1-90 al 15-2-90);

12-2-90: domanda reiterata di congedo per motivi di salute (rettificata dal 12-1-90 al 12-2-90);

13-2-90: visita fiscale (h. 18,10) in cui viene giudicato idoneo a riprendere il lavoro dal 14-2-90 (in contrasto con certificato dello stesso giorno);

13-2-90: certificato medico (dott. Zamboni) per 30 giorni;

14-2-90: domanda di congedo per motivi di salute (vedi certificato dott. Zamboni) per 30 giorni;

20-2-90: parere-decisione del Consiglio di amministrazione del Ministero dei Beni culturali per una proroga ulteriore di mesi 3 per motivi di salute (dal 13-10-89 al 13-1-90);

28-2-90: fono del ministero alla Soprintendenza per invitare Sgarbi a fare la domanda corretta;

3-3-90: esplicito invito della Soprintendenza a Sgarbi a chiedere con urgenza la proroga eccezionale aspettativa nella quale possono rientrare le sue assenze dal servizio dal 13-1-90 e dal 13-2-90 non computabili (secondo la nota ministeriale del 28-290) come congedi straordinari, essendo già stata concessa proroga eccezionale aspettativa di mesi 3 a partire dal 13-10-89;

7-3-90: la Soprintendenza fa rilevare al ministero la contraddizione tra il certificato medico del 13-2-90 e la visita fiscale dello stesso giorno;

5-3-90: domanda di proroga eccezionale aspettativa (riproduce esattamente quanto contenuto nell’invito del ministero del 3-3-90). Non indicato il termine di fruizione del beneficio (periodo richiesto: dal 13-1-90 e dal 13-2-90);

12-3-90: certificato medico per 30 giorni;

13-3-90: domanda di proroga eccezionale aspettativa per un mese (dal 13-3-90 al 13-4-90) con allegato il certificato precedente;

21-4-90: decreto del Direttore generale del ministero che concede l’aspettativa per motivi di famiglia dal 13-10-89 al 12-1-90;

6-5-90: certificato medico per 20 giorni;

11-5-90: domanda di congedo per 20 giorni dal 6-5-90, con allegato precedente certificato medico;

31-7-90: viene emesso un parere vincolante favorevole a un ulteriore periodo di proroga eccezionale dal 13-1-90 al 12-4-90 senza specificare per quali motivi, ma richiamando lo stato di salute e omettendo di considerare espressamente il periodo 13-1-90/5-3-90;

9-10-90: il Consiglio di amministrazione concede “in via del tutto eccezionale e definitiva” la proroga dell’aspettativa;

26-11-90: decreto del Direttore superiore della Soprintendenza che concede il congedo straordinario per motivi di salute dal 6-5-90 al 25-5-90;

23-1-91: decreto del Direttore generale del ministero che concede l’aspettativa per motivi di famiglia dal 13-1-90 al 12-4-90 (90 giorni).

Il malato immaginario

Sgarbi viene processato e condannato per il periodo non coperto dall’amnistia: poco meno di 6 mesi di assenze ingiustificate. Divisi in due fasi: dal 13 ottobre ’89 al 12 gennaio ’90 e dal 13 gennaio al 12 aprile ’90. La prima, per imperscrutabili “motivi di famiglia”, col supporto di certificato medico compiacente del dottor Zamboni. La seconda, senza neppure la domanda dei motivi di famiglia né il certificato medico (che verrà inviato in un secondo tempo). “Lo Sgarbi sino al 4-3-90 risulta aver tratto in inganno la Pubblica amministrazione, e partitamente la Soprintendenza, che erroneamente lo ha ritenuto legittimamente impedito a svolgere le sue funzioni lavorative a causa di malattie che piú volte sono state dallo stesso falsamente documentate. E ciò è accaduto finché non è intervenuto, sua sponte, il ministero che chiedeva alla Soprintendenza di invitare lo Sgarbi a modificare la domanda da richiesta di congedo in richiesta di aspettativa, con passaggio di competenza alla Soprintendenza al ministero […]. È ovvio che quando Sgarbi accoglie il “suggerimento” del ministero viene meno cosí dal 5-3-90 la idoneità all’inganno”: nel senso che il ministero decide ufficialmente di farsi turlupinare, e Sgarbi saggiamente ne approfitta per qualche altro mese.

È lui stesso a spiegare i retroscena della truffa, vantandosi di essere un raccomandato di ferro e tracciando un edificante quadretto dell’illegalità che regnava al ministero dei Beni culturali: “Il ministero non si è mai doluto per il mio lavoro; nessuno si è mai lamentato che non facessi il mio lavoro, pur assente […]. Quale fosse la mia attività durante il periodo di aspettativa, i ministri lo hanno oscuramente intuito […]. Avevo una intrinsichezza [sic] continua con i ministri Facchiano e Bono Parrino […]. Ero d’accordo col Direttore generale per far apparire come motivi di famiglia le successive aspettative, perché erano esauriti i tempi dell’aspettativa per motivi di salute […]. Le causali delle mie aspettative erano suggerite dalla mia segreteria […]. Devo ad Andreotti, che, a quel tempo, era ministro ad interim dei Beni culturali, se non sono stato licenziato, e alla fine lo stesso mi dà un mese di sospensione che sia in qualche modo conclusivo di tutta la vicenda”.

Scrive il giudice che “nettamente differenziata appare la condotta della Soprintendenza da un lato – positiva ed encomiabile – rispetto a quella del Ministero, nel cui comportamento anzi vi sono indizi di reità”. Una serie di atti “illegittimi”, che configurano veri e propri “falsi in atto pubblico”, ad opera del direttore generale del Ministero e forse di altri funzionari. A questo proposito, ancor piú dura sarà la sentenza della II sezione della Cassazione (presidente Francesco Simeone): “Non è dubbio che lo Sgarbi […] abbia goduto nell’ambito della Amministrazione di appartenenza di ampia simpatia e considerazione che si sono tradotte in comportamento al limite dell’abuso: consigli e suggerimenti volti a giustificare amministrativamente l’assenza dal servizio che, non provenendo dall’organo competente a manifestare nella specie la volontà dello Stato, hanno oggettivamente contribuito a perfezionare i mezzi fraudolenti idonei a trarre in errore la persona giuridica pubblica”. In pratica, i vertici del Ministero hanno aiutato Sgarbi a truffare lo Stato, visto che, essendo solo e alle prime armi, rischiava di farsi scoprire. Infatti “il 21 aprile ’90 il direttore generale del Ministero faceva figurare, contrariamente alla deliberazione del Consiglio di amministrazione, che l’aspettativa era stata concessa per motivi di famiglia”.

Per giustificare lo scandalo, Sgarbi inventa le scuse piú puerili. La prima è da asilo infantile: io volevo lavorare, ma gli altri non me lo permettevano. “Dal 1987 – dice – alla fine del distacco a Rovigo, ero impossibilitato a esercitare la mia funzione perché non c’erano finanziamenti. I finanziamento negli anni 1987-88-89 erano inesistenti, per cui io non potevo lavorare. Cominciai un pellegrinaggio presso la Soprintendenza e il Ministero, perché io volevo poter fare il mio lavoro anche contro la volontà dello Stato. Non c’era niente da fare a Venezia, nella sede della Soprintendenza, e allora ho continuato a lavorare restandomene a casa, presentando diversi certificati medici”. Frottole anche quelle: come testimonia la soprintendente, “i soldi il ministero li ha stanziati annualmente”, e di lavoro ce n’era a bizzeffe. Bastava avere voglia.

Sgarbi sostiene poi di essersi portato il lavoro a casa, restando – a suo dire – “dentro la mia funzione istituzionale”. Il risultato è un fondamentale volume dal titolo “P. Brandolese del Genio de’ Lendinaresi per la pittura”, edito da Minelliana nel 1990. Opera fortemente voluta, a suo dire, dalla Soprintendenza e dunque realizzata per dar lustro a quell’ente fino ad allora condannato all’anonimato. Balle, solennissime balle. Di quel best-seller la Soprintendenza non sapeva nulla, non se ne faceva nulla, non ne aveva mai sentito l’esigenza. E non l’aveva mai autorizzata. Infatti era stata “commissionata allo Sgarbi dal presidente del Premio Campiello, dott. Cibotto”. E per giunta Sgarbi l’aveva scritta scopiazzando “alcune schede di catalogo provenienti dalla Soprintendenza”. “La Soprintendenza – conferma la Gaudioso – non ha partecipato in alcun modo a questo lavoro. Lo Sgarbi ci ha solo chiesto nel 1986 di poter consultare le schede di Lendinara”. Poi firmò il libro come se fosse tutta farina del suo sacco, senz’alcun riferimento alla Soprintendenza. Il pretore concorda col pm: “era sostanzialmente un’opera redatta da un privato e senza la spendita del nome del Ministero, ma fatta in nome proprio e risultando cosí tutelato quello stesso nome [di Sgarbi] in base al diritto di autore”. Impossibile dunque “compensare il danno subíto dallo Stato” per il suo assenteismo con quel lavoro.

Una sindrome intermittente

In ogni caso, nonostante l’imprescindibile importanza dell’opera sul Brandolese, ci vuol altro per giustificare tre anni e mezzo di latitanza. A questo punto Sgarbi fa scattare il piano B: l’alibi della terribile malattia, della rarissima patologia a base di sinusite, vertigini, artrosi e un velo di cimurro che martoriava il gracile corpo del Genio. Un’affezione, per giunta, intermittente: fortissima proprio nell’orario di lavoro, praticamente inesistente prima e dopo. Quando si dice la combinazione. “Io – assicura Sgarbi al giudice – ho una grande energia solo in alcune ore del giorno. Se fossi rimasto in ufficio dalle ore 8 alle ore 14 avrei fornito una prestazione parziale. Il senso di quei certificati era quello di evidenziare la mia inabilità manuale”. D’altra parte, trattandosi di un Genio, non può certo essere giudicato “dal rispetto dell’orario”, come un comune mortale: “Io non dovevo effettuare una prestazione quantitativa, ma qualitativa”. E se i suoi superiori, vecchi e antiquati burocrati, non arrivavano a cogliere “la modernità di questo mio atteggiamento”, non è certo colpa sua. Anzi, “è mio compito intervenire duramente contro i miei capi gerarchici, anche contro la disciplina d’ufficio, in caso di errori culturali. Io non ho mai rispettato l’autorità che non fosse autorità morale e del Sapere”. Conclusione: “Non sono io che traggo prestigio dalla carica di ispettore dell’arte, ma è quella carica che trae prestigio da me Vittorio Sgarbi”.

La pochade delle malattie fasulle tiene banco al processo per diverse udienze. Sgarbi ammette che le ragioni di salute erano “suggerite dalla mia segreteria” per giustificare in qualche modo le assenze. Ma ci sono i certificati firmati dal suo medico, che lo dipinge come una specie di enciclopedia delle malattie. Qualche esempio. “Dichiaro che il prof. Vittorio Sgarbi, per la presenza di un quadro di sindrome neuroastenica in soggetto con diatesi allergica, necessita di mesi 3 (tre) di cure e riposo medico sotto stretto controllo medico” (13-10-89). “Certifico che il prof. Vittorio Sgarbi, per la presenza di un quadro di crisi vertiginose parossistiche in iniziale cervico-artrosi accompagnate da ipotensione posturale, necessita di giorni 32 di cure mediche e riposo” (13-1-90). “Certifico che il prof. Vittorio Sgarbi, per la presenza di un quadro di crisi vertiginose in cervico-artrosi, necessita di giorni 30 di cure mediche e riposo medico” (13-2-90). “Certifico che il dotto Sgarbi, per la comparsa di cervicalgia e crisi vertiginose, necessita di giorni 30 di cure mediche” (12-3-90). Per non parlare della “ipoacusia destra”. Malattie che, secondo il giudice, anche se fossero vere, “non avrebbero motivato un periodo di astensione dal lavoro di circa sei mesi”, essendo del tutto compatibili con “l’espletamento di quella attività intellettuale” che Sgarbi doveva svolgere. In ogni caso erano false anche quelle. Tant’è che non furono “mai accertate e mai curate”. E “dello “stretto controllo medico” non s’è rilevata traccia”.

Quel po’ po’ di quadro clinico si manifestava magicamente soltanto dalle 8 alle 14: orario d’ufficio. Senonché la “visita” del dottor Zamboni del 19 febbraio ’90 avviene alle 20 della sera, quando in teoria i sintomi dovrebbero essere scomparsi da un pezzo. E sfortuna vuole che alle 18,50 di quello stesso giorno Sgarbi abbia già ricevuto la visita del medico fiscale: il quale l’ha trovato sano come un pesce e “idoneo a tornare a lavorare”. Ma Sgarbi “inspiegabilmente” si dimentica di avvertire il suo dottore. E questi, pover’uomo, non si avvede della guarigione del paziente e si becca l’incriminazione. Alla fine il giudice, pietosamente, lo assolve: è vero – osserva – che un medico degno di questo nome non si limita a trascrivere quanto gli racconta il paziente (altrimenti il medico potrebbero farlo tutti, anche i non laureati); ma “la falsa attestazione dell’esistenza della malattia di volta in volta descritta nei vari certificati è da addebitare alla condotta ingannatrice di Sgarbi”. Il quale, semplicemente, recitava. E dettava. Insomma, turlupinava anche il suo amico medico. Il quale, in barba alle “regole deontologiche”, si limitava a registrare.

In aula, dopo aver fatto slittare il processo a dopo le elezioni del 27 marzo ’94 (prima si diceva “impedito” a presenziare alle udienze, per imprecisate “minacce subíte durante la campagna elettorale”), Sgarbi ripete daccapo la pantomima del malato immaginario: “Io raggiungo la pienezza delle forze fisiche nelle ore pomeridiane, nel cuore della notte”. Strano – osserva il giudice – visto che le udienze si tengono al mattino, e l’imputato manifesta “perfetta padronanza e lucidità anche in orario antimeridiano”. Anche il povero Zamboni, completamente soggiogato dalla personalità sgarbiana, fa la sua bella figura in aula, assicurando di essere “sicuro” delle sue diagnosi, e spiegando di non aver mai sottoposto il paziente a esami perché “chi troppo cerca e approfondisce si allontana molto spesso dalla diagnosi”. Lo stesso Sgarbi lo sputtana pubblicamente, fornendo versioni continuamente diverse che alla fine demoliscono il grottesco quanto generoso sacrificio del giovane medico.

Il pretore fa visitare l’imputato da un perito (che rileverà soltanto una lieve ipoacusia, del tutto “normale”, un po’ di rinite e un filo di artrosi cervicale). Davanti al quale Sgarbi ne inventa un’altra delle sue: “Io la mattina comincio a starnutire e non finisco piú”. “Lo Sgarbi – chiosa il giudice – forniva una nuova versione, non piú facendo riferimento a quanto detto nel certificato, e cioè alla asserita vertigine, ma riferendo di essersi dovuto assentare dal servizio a seguito di “un’allergia da matrimonio”. Ha raccontato l’imputato, al riguardo, un episodio: una scenata di gelosia operata da una ragazza nei confronti di un’altra mentre questa era in sua compagnia. La prima avrebbe tagliato una treccia alla seconda. “Colpito” dall’episodio – sempre a detta dello Sgarbi – egli, successivamente e conseguentemente, si sentí di chiedere alla ragazza “lesa” di unirsi in matrimonio con lui. Nell’attesa della risposta, lo Sgarbi ha riferito di aver fatto un bagno in mare e di aver cominciato a starnutire appena uscito dall’acqua. E cosí concludeva poi a tale riguardo: “Dovevo essermi preso un’allergia da matrimonio”…”.

Il racconto è talmente demenziale da mettere in imbarazzo i suoi stessi avvocati, che cercano di minimizzare il colpo di scena con una battuta di spirito. “La difesa sul punto – si legge nella sentenza – ha sorriso e minimizzato su tale versione, affermando che presumibilmente lo Sgarbi la mattina si era alzato ed era andato quindi dal medico, al quale avrebbe cosí riferito di starnutire o raccontato della allergia da matrimonio – interpretazione e versione dei fatti rispetto ai quali lo Sgarbi annuiva e assentiva. Alfine la difesa si chiede, in forma residuale e chiaramente ironica, se non si fosse trattato di una “allergia da libri”…”.

Costretto a occuparsi anche dei presunti starnuti del Genio, il giudice conclude che anche quella è una bufala sesquipedale: “I periti, in ordine al disturbo di rinorrea mattutina, hanno evidenziato che il periziato, durante l’accertamento iniziato alle ore 10,30, non aveva mai starnutito né si era soffiato il naso. Solo dopo aver descritto la sua sintomatologia lo Sgarbi aveva iniziato a fare uso di fazzoletti di carta. Comunque, se fosse stata vera detta malattia, lo Sgarbi ben avrebbe potuto operare nell’ambito di un lavoro che gli permetteva anche di uscire dal territorio, fuori dal “critico” orario 8,00-14,00 […], potendo organizzare e dividere l’attività stessa come riteneva piú opportuno”. Già. Ma non avrebbe potuto fare tante altre cose carine che invece, mentre soffriva di tutti i mali dell’universo, riuscirà stoicamente a portare a termine: “oltre alle sue ripetute note apparizioni televisive, lo Sgarbi pose in essere una rilevantissima produzione scientifica, storico-artistica, attraverso il costante lavoro che è poi documentato in numerose pubblicazioni, la cui produzione è rilevante anche nei periodi in cui lo stesso afferma di essere stato affetto da malattia. Lo stesso, nell’anno 1989, ha pubblicato con la Rizzoli il noto scritto d’arte “Davanti all’immagine” (XXXVIII Premio Bancarella), nonché “La stanza dipinta” edito dalla Novecento”.

La “continuata attività falsificatrice e la condotta truffaldina di Sgarbi”, secondo il giudice, hanno danneggiato la Pubblica amministrazione, nella fattispecie la Soprintendenza: infatti “la conoscenza dell’inesistenza di malattie tali da giustificare un’assenza cosí continuata del dipendente non avrebbe potuto che comportare la dichiarazione di decadenza dall’impiego”. Cioè il suo licenziamento in tronco: “provvedimento questo che, per legge, consegue a una assenza arbitraria superiore ai 15 giorni”. Figurarsi per Sgarbi, che non ha lavorato per tre anni e mezzo. “Quindi la Pubblica amministrazione non è stata posta in grado di esercitare i propri poteri di autotutela […]. E la illegittima conservazione del posto da parte di Sgarbi, con la sua attività truffaldina, ha impedito che la Pubblica amministrazione potesse disporre dello stesso”. Rimpiazzandolo con un altro funzionario che, a differenza di Sgarbi, lavorasse.

Voleva la poltrona, non il lavoro

Un solo soggetto, in questa tragicomica vicenda, ci ha guadagnato: Sgarbi. “Il suo profitto morale e materiale è consistito nell’aver illecitamente conservato il posto di lavoro, mantenendo la carica e la qualifica di storico dell’arte presso la Soprintendenza di Venezia”. Cosa che lui stesso voleva fortemente, avendo ammesso di tenere parecchio “a essere un funzionario statale, a non voler lavorare come privato”, e di avere tutto l’interesse a “mantenere il mio rapporto istituzionale, a conservare il simbolo della mia funzione pubblica”. Insomma, voleva la poltrona, ma non le regole. Il posto di lavoro, ma non il lavoro. All’italiana.

Il processo di primo grado si chiude il 22 giugno ’94 con l’imputato Sgarbi che chiede di rendere una dichiarazione pubblica di stima nei confronti del giudice. Gli esterna la propria “naturale ammirazione e stima” e sottolinea come “apparisse giustificata l’ampia trattazione processuale dedicata a una vicenda giuridicamente complessa come questa”. Insomma, tenta di arruffianarsi il pretore. Inutilmente, visto che porta a casa 6 mesi e 10 giorni di carcere.

E ancor piú dure, se possibile, sono le sentenze della Corte d’appello di Venezia (8 gennaio 1995) e della Cassazione (12 luglio ’96), che rendono definitiva la condanna e fanno di Sgarbi un pregiudicato. Per i giudici d’appello, il professore “si è posto in modo sprezzante al di sopra della legge, sconfessando tra l’altro ingenerosamente la puntigliosa e faticosa difesa del coimputato Zamboni”. E, mentre era “malato” per lo Stato, “lavorava ovviamente per il suo esclusivo interesse”, come dimostra “la sua frenetica attività televisiva”. E non solo quella. La Corte si diverte a ricostruire una settimana-tipo del malato immaginario (nel periodo coperto da amnistia): “Sabato 9 settembre 1988, nozze di Bianca di Savoia nei pressi di Lucca; domenica a Lucca e la sera a Vallombrosa; lunedí a Milano per l’inaugurazione di due mostre; martedí sempre a Milano, con sopralluogo a un laboratorio di restauro e visita a tre mostre, con rientro a Ro Ferrarese in serata; mercoledí raccolta di materiale fotografico sulla Certosa di Ferrara per un prossimo convegno; giovedí mattina riunione per l’allestimento di una mostra, la sera cena in onore dei Rettori delle università del mondo e, dopo cena, a Firenze per l’inaugurazione di un’altra mostra; venerdí mattina sempre a Firenze per una lettura della mostra e la sera a Mantova per uno spettacolo di balletti”. In quel periodo, naturalmente, Sgarbi non lavorava: dai certificati medici risultava ridotto allo stato larvale, essendo affetto contemporaneamente da “crisi recidivanti di broncospasmi con rinofaringite subacuta e modesta sinusite”. Un’autentica tragedia che richiedeva, a detta del medico, i soliti “30 giorni di terapia adeguata e riposo”. Soprattutto riposo.

Redazione

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