25 luglio 2018

Marchionne FCA

Marchionne

La drammatica vicenda dell'uomo Marchionne offre, a mio avviso, alcuni interessanti spunti di riflessione.
1. Il capitalismo si conferma cinico e spietato nella sua essenza e struttura più intima. Di fronte alla malattia e allo aggravarsi della salute dell'amministratore delegato in carica, i vertici Fca hanno riunito di sabato un consiglio di amministrazione straordinario per nominare tempestivamente i nuovi manager del gruppo, in modo da rassicurare i mercati e le borse internazionali lunedì mattina, giorno di riapertura degli affari.
Il profitto e il denaro non possono fermarsi di fronte a nulla, dolore e morte compresi. Anche Marchionne ne sarebbe fiero, il denaro non dorme e il tempo per piangere è poco, bisogna immediatamente girare pagina e proiettarsi verso nuove sfide.
2. La morte rende tutti più belli, buoni e intelligenti, dagli sportivi agli artisti, dagli imprenditori ai politici. I difetti svaniscono e i pregi risplendono. Solo i poveracci, i marginali, gli operai, i lavoratori, gli zingari e i migranti rimangono brutti, sporchi e cattivi sempre e comunque.
Fedeli a tale post-verità, quasi tutti i mezzi di informazione, i giornalisti e gli opinionisti di grido hanno iniziato a tessere gli elogi senza se e senza ma di Sergio Marchionne, vero e proprio eroe dei due mondi dell'economia e dell'ingegno italico. L'apologia e l'agiografia sono le due modalità di lettura più in voga della figura e dello operato pubblico dell'uomo con il pullover. Nelle post democrazie il giornalismo main stream è sempre più un menestrello di corte, un servo che dona servigi senza quasi che il Signore glieli debba chiedere. E ciò non è dovuto solo ai rapporti di proprietà dei mezzi di informazione (tutti in mano al grande capitale), ma anche alla prevalenza del mediocre Don Abbondio che vi è oggi nell'intellettualità nostrana.
3. Non vi è narrazione del reale e del presente alternativa al racconto ideologico portato avanti, con forza e persuasione, dalla classe borghese dominante.
E così la frase "Marchionne ha rilanciato Fiat, creando FCA e moltiplicando i profitti" annulla ogni altra lettura degli eventi. I pilastri teorici e pratici del Marchionnismo erano: salari bassi, licenziamenti, aumento dell'orario di lavoro, delocalizzione e fiscalizzazione all'estero. La genialità consisteva nel massimizzare l'estrazione del plusvalore, aumentando lo sfruttamento del lavoro e rompendo il legame con la comunità di origine, in ossequio al più spietato dogma liberista e allo spirito padronale ottocentesco.
In questo Sergio Marchionne è stato un vero e proprio alfiere della globalizzazione: l'ingegnere italo-canadese ha capito che nella competizione mondiale non si fanno prigionieri, pertanto è indispensabile ridurre il lavoro ad una docile merce governabile dalle esigenze del capitale. La democrazia sociale, i sindacati, i diritti dei lavoratori rappresentano un ostacolo sulla strada del profitto e per questo vanno combattuti e ridotti, a costo di mandare sul lastrico la vita di migliaia di uomini, donne e famiglie. Il profilo, si sa, non va a passeggio con i sentimentalismi. Il capitalismo globale va oltre i legami umani e gli ostacoli che possono creare.
Marchionne ha promosso un'idea di società, di sviluppo e di economia in cui la dignità del lavoro è stata quotidianamente calpestata. In questo è stato certamente un'eccellenza.
Per questo motivo, oggi, dobbiamo scegliere il silenzio e il rispetto. Perché noi non siamo come lui, perché chi lotta per una società di uomini liberi ed eguali sa che la dignità di un essere umano non può mai venir meno.

Matteo Saudino

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