06 aprile 2018

KANT: IL SIGNIFICATO DI TRASCENDENTALE LO SCOPO DELLA CRITICA DELLA RAGION PRATICA


Come la Critica della ragion pura, anche la Critica della ragion pratica è modellata sulla medesima suddivisione: analitica dei principi, analitica dei concetti e dialettica. Ma rispetto alla precedente opera critica, la ragion pratica non ha la sezione dedicata all’estetica.
E si capisce dal titolo stesso: Critica della ragion pratica. Kant non critica la ragion pura che vuole procedere prescindendo dall’esperienza, cioè dall’ambito del sensibile (estetica); Kant critica la ragion pratica che vuole, invece, fondarsi sull’esperienza. Infatti, secondo Kant, ciò che muove la volontà dell’uomo ad agire (ovvero a compiere un’azione) non deve essere una motivazione legata all’ambito del sensibile. Le motivazioni che muovono la volontà dell’uomo ad agire devono essere pure.
Kant sostiene che la ragione da sola, senza influenze che possono giungere dal mondo sensibile, è in grado di muovere la volontà.

Tra le due opere, quindi, c’è una differenza sostanziale: nella prima Kant dice che la ragione teoretica non può conoscere validamente se manca l’aggancio all’esperienza; nella seconda Kant sostiene che la ragion pratica può muovere la volontà ad agire senza l’aiuto della sensibilità.
Ecco perché non occorre fare una critica della ragion pura pratica, ma una critica della ragion pratica, per arrivare ad una ragione pura pratica sulla quale fondare la morale.

Scopo dell’opera: dimostrare che c’è una ragione pura pratica. La ragione è sufficiente da sola a muovere la volontà. E solo in tal caso possono esistere leggi morali universali.

Da qui l’autonomia della legge morale. Alle tradizionali morali eteronome Kant sostituisce la morale autonoma. Le morali eteronome classiche erano quelle finalizzate all’utile (morale utilitaristica), al piacere (morale edonistica), alla felicità (morale eudemonistica).

Nel linguaggio odierno per trascendentale si intende qualcosa di eccelso, di grandioso, di sublime. Si dice ad esempio «è stata un’esperienza trascendentale» o «un incontro trascendentale». Ma questo significato non ha nulla a che vedere con quello tradizionale né tanto meno con quello che si trova molto spesso negli scritti di Kant.

Il termine risale alla Scolastica ed indica i caratteri supremi dell’essere che trascendono (da qui trascendentale) anche le categorie aristoteliche. I trascendentali coincidono con l’essere stesso e sono: res, aliquid, unum, verum, bonum (pulchrum). Se si togliesse all’essere anche uno solo di questi trascendentali, verrebbe meno l’essere stesso.

Per Kant, invece, è diverso. Egli ha distinto tra trascendente e trascendentale (anche se talvolta ha usato il termine trascendentale nel senso di trascendente). Nell’opera Prolegomeni ad ogni futura metafisica che vorrà presentarsi come scienza, pubblicata nel 1783, due anni dopo la Critica della ragion pura, Kant ha espressamente detto che «questi prolegomeni non sono fatti ad uso dei scolari, ma di futuri maestri ed anche per questi ultimi non devono servire affatto ad inquadrare l’esposizione di una scienza già esistente, ma proprio a farla trovare». Lo scopo dei Prolegomeni, quindi, doveva essere quello di chiarire i punti più difficili della Critica della Ragion Pura.

Ebbene, nei Prolegomeni Kant ha precisato cosa intendesse per trascendentale, dato che il termine usato sovente nella Critica della ragion pura, era stato compreso secondo ben tredici diverse accezioni. Nella Critica della ragion pura Kant aveva definito il trascendentale in questo modo: «Chiamo trascendentale ogni conoscenza che si occupa non di oggetti, ma del nostro modo di conoscenza degli oggetti, in quanto questa deve essere possibile a priori».

Ma nei Prolegomeni Kant è stato più preciso, anche perché lo stesso recensore della Critica della ragion pura aveva inteso trascendentale nel senso di trascendente. Perciò, in una nota che si trova verso la fine dell’opera, Kant ha scritto: «Per amor del cielo, non superiore. Le alte torri e i grandi uomini metafisici (che a queste si assomigliano), intorno a cui vi è di solito molto vento, non sono per me. Il mio posto è la fertile bassura (das fruchtbare Bathos) dell’esperienza e la parola trascendentale, il cui significato in tutti i modi da me spiegato non è stato neppure una volta capito dal recensente (tanto di sfuggita egli ha visto tutto), non significa qualcosa che oltrepassa ogni esperienza, ma qualcosa che certo la precede (a priori), ma non è determinato a nulla più che a rendere possibile la conoscenza nell’esperienza. Quando questi concetti oltrepassano l’esperienza allora si dice trascendente il loro uso, che ben si distingue da quello immanente, cioè limitato all’esperienza» (das Wort transscendental […] bedeutet nicht etwas, das über alle Erfahrung hinausgeht, sondern was vor ihr (a priori) zwar vorhergeht, aber doch zu nichts mehrerem bestimmt ist, als lediglich Erfahrungserkenntniß möglich zu machen).

Grazie a questa distinzione, che Kant ha fatto, tra trascendente e immanente, si comprende ancor meglio il significato di trascendentale, come di qualcosa che sta a metà tra il trascendente e l’immanente. È ciò che pur non avendo origine empirica, tuttavia si applica all’esperienza, cioè è la condizione della possibilità di esperienza. Ad esempio: le forme della conoscenza sensibile (spazio e tempo) e i concetti puri dell’intelletto (le dodici categorie) sono a priori, ma hanno come campo di applicazione solo l’esperienza. La conoscenza umana, dunque, che è possibile in forza dei sensi e dell’intelletto, è una conoscenza trascendentale.

Rdazione

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