25 febbraio 2018

Netanyahu braccato dagli scandali, scatenerà una guerra?


Dopo l’incriminazione ad opera della Polizia, per Netanyahu è cominciato il conto alla rovescia; in passato ha saputo districarsi dai tanti scandali che l’hanno toccato, ma stavolta prove e testimonianze contro di lui sono enormi e disegnano la figura d’un Primo ministro corrotto e bugiardo. Per mantenere il potere tenterà di tutto col consueto cinismo, sia politicamente che giocando con la guerra.

Per prima cosa proverà a guadagnar tempo, sperando che il procuratore generale non dia seguito alle durissime raccomandazione degli inquirenti, ma l’impianto delle accuse è più che solido e punta direttamente su di lui.

In Occidente i commentatori pensano che in Israele il consenso della base elettorale si basi sui temi della guerra, della sicurezza o degli insediamenti, in realtà, come testimoniano gli univoci sondaggi, l’argomento di gran lunga più sentito è quello della corruzione; è questo alla base della crescente mobilitazione contro Netanyahu.

D’altronde su questi temi la magistratura israeliana va pesante; è assai lungo l’elenco di ministri, primi ministri e addirittura capi di Stato che hanno visto per questo la propria carriera spezzata. Stesso discorso vale per i media, contro cui Netanyahu è intervenuto pesantemente più volte per fermare le indiscrezioni sulle inchieste che lo inseguono.

Per mettersi al riparo, il Premier israeliano tenterà la carta politica (lo sta già facendo) gridando al complotto e chiederà il sostegno della Destra estrema, ricordando che è improbabile che un nuovo Esecutivo possa essere più sensibile alle loro parole d’ordine. Al contempo proverà a chiedere la solidarietà del Likud, il suo partito, per il leader sotto attacco.

Il fatto è che nel Likud è ormai forte il dissenso sia verso le scelte compiute da Netanyahu, ritenute al limite dell’avventurismo, sia per la sua concezione padronale del partito che ha generato una crescente insofferenza. Sono ormai molti che vedono l’indebolimento del leader come un’occasione per sbarazzarsi d’un uomo divenuto troppo ingombrante.

La partita, che è già in corso nel campo dei partiti di destra, si gioca fra componente più “moderata” che si rifà al capo dello Stato Reuven Rivlin, e quella più oltranzista che si culla nel sogno del Grande Israele che ha nel ministro dell’Istruzione Naftali Bennet il suo leader.

Finora Bennet ha svolto il ruolo di contraltare di Netanyahu radicalizzandone le scelte, ma un premier sotto lo scacco delle inchieste è un’occasione irripetibile per farsi leader del fronte delle destre, attualmente quello di gran lunga più forte, e divenirne il successore.

Per farlo cercherà l’aiuto di Avigor Lieberman, l’altro “falco” della politica israeliana e attuale ministro della Difesa, che quanto a posizioni estremiste non teme rivali giungendo a definire i parlamentari arabi israeliani conniventi con i terroristi, Gaza un covo di assassini e l’Iran un Paese che sta preparando una Shoah nucleare.

Liberman non può ambire al posto di Netanyahu per sé, perché fu toccato da uno scandalo che nel 2012 lo costrinse alle dimissioni frenandone le ambizioni politiche, ma oggi potrebbe avere una rivalsa su Netanyahu.

Al Premier non restano molte altre strade per rimanere al potere; l’unica via d’uscita è un’avventura militare contro Hezbollah e l’Iran, che mobiliti la Nazione e faccia passare in secondo piano la sua vicenda.

Gl’ingredienti ci sono già tutti: da tempo i vertici militari israeliani parlano dal pericolo rappresentato da un Hezbollah sempre più forte e dalla crescente influenza iraniana in Siria. D’altronde è un fatto che la Resistenza, già più che forte sul versante libanese, ora s’affaccia sul Golan, a mano a mano che elimina i gruppi di terroristi foraggiati da Tel Aviv per fare da cuscinetto.

Non è un mistero per nessuno che con la vittoria definitiva in Siria, la Resistenza punterà alla liberazione di Gerusalemme e alla sconfitta definitiva dell’entità sionista. In un simile scenario non è affatto strano che Netanyahu voglia giocare d’anticipo, lo ha già pensato nel passato e se non lo ha fatto, col pieno avallo delle destre radicali, è stato solo per la feroce opposizione dei militari, consapevoli degli enormi rischi di una simile decisione.

Tuttavia, pressato dalle inchieste, il Premier potrebbe cercare lo scontro a prescindere, all’insegna del tanto peggio tanto meglio. Che poi i leader delle destre siano disposti a seguirlo nell’avventura, nel momento in cui potrebbero raccoglierne l’eredità è altro discorso.

Sia come sia, è un fatto che il Primo Ministro d’Israele farà di tutto per attizzare lo scontro è distrarre opinione pubblica e mondo politico dai suoi guai, ma è pure un fatto che per Netanyahu, comunque vadano le cose, il tempo è ormai contato.

di Salvo Ardizzone

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