05 gennaio 2018

Leadership ed Improvvisazione; dal M5S alla movida


di Alessandro Guardamagna

Lo storico militare John Keegan sosteneva che ogni stato porta avanti il tipo di guerra che meglio riflette la propria cultura e la propria guida politica; per questo l’Italia fascista non seppe condurre decentemente nessun conflitto moderno, in quanto la leadership che volle la guerra, in particolar modo che decretò l’entrata dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale, era rappresentata principalmente da personaggi privi delle vere caratteristiche che un capo militare e politico deve avere, incapaci di capire le necessità della guerra moderna.

Esempio emblematico di tale mentalità è Mussolini, che non promosse investimenti nello sviluppo del radar, e si rifiutò sempre di far costruire portaerei perché sosteneva che l’Italia non ne aveva bisogno, in quanto era un’immensa portaerei “slanciata” nel mezzo del mediterraneo, il Mare Nostrum che aveva rappresento la centralità del dominio di Roma antica ed implicitamente dell’Italia del regime.

Che da lì però le forze Italiane non avrebbero mai potuto colpire i convogli alleati che facevano regolarmente la spola tra Boston, New York e Liverpool gli sfuggiva, essendo Mussolini persona priva di visione strategica e pressappochista, e a causa delle sue “non scelte” la Regia Marina, quarta al mondo per tonnellaggio fra quelle di allora, pagò un prezzo altissimo, di cui esempi tragici ed inequivocabili rimangono Taranto e Matapan.

La guerra fu quindi persa dalla pochezza di un regime che la condusse sui mari e dall’Africa alle steppe russe tramite decisioni da operetta, che riflettevano le parate vuote e la propaganda impiegate per colmare le carenze produttive e l’incapacità politica di chi lo dirigeva, e non dalla viltà di un popolo incapace di farla.

Quest’ultimo fattore – che ha una sua ragion di essere – è assai minore di quanto la propaganda alleata e le invettive del regime “tradito” post 8 Settembre ’43 abbiano voluto far credere. Ripercorrendo a ritroso e per sommi capi il pensiero di Clausewitz, la politica è guerra senza l’uso delle armi, attività finalizzata ad imporre e portare avanti una decisione, per cui chi fa guerre in modo ridicolo non a caso è responsabile di politiche ridicole.

Chi ha una visione della vita e della politica come spettacolo farà politica-spettacolo. Chi ha visioni da spettacolino farà politiche da spettacolino. La logica dello spettacolo ad uso personale applicata alla politica produce il Fascismo delle parate e della propaganda slegata dai fatti.

Una chiara dimostrazione ne è il proclama “Checché se ne dica i soldati Tedeschi ed Italiani sono sul Volga”, scandito imperiosamente dalla radio all’indomani dell’offensiva dell’Ottobre del ’42, che non riuscì a conquistare completamente Stalingrado e finì per esporre pericolosamente la Wermacht al futuro contrattacco sovietico; il problema infatti, cosa che la propaganda non diceva ammesso che lo conoscesse, non era trovarsi sul Volga, ma rimanervi e farne il punto di sfondamento delle difese sovietiche per determinarne la caduta, piano che si rivelerà tragicamente errato da lì a pochi mesi.

Sulla stessa linea vi sono gli annunci di Forza Italia e del PD tesi a presentare come fatti un rilancio economico inesistente di “milioni di posti di lavoro”, sbandierati da Berlusconi e Renzi e mai materializzatisi se non nella falsa retorica da palcoscenico loro e dei propri scherani e cortigiane.

In tale trend si inserisce in parte il Movimento 5 Stelle laddove parla di rinascita della coscienza politica dei cittadini e dei loro portavoce, ma poi con una deregulation estrema e controproducente non crea i presupposti per il radicamento di una base da cui possa emergere una leadership consapevole, che grazie ad esperienza, capacità intellettive ed impegno diventi motore di trasformazione della società.



Il vuoto di regole che permette il proliferare di comportamenti apertamente in contrasto alle linee guida e ai valori del Movimento – emblematico è il caso di Parma dove dal 2012 ha operato sostanzialmente indisturbata un’amministrazione formalmente del M5S e de facto al servizio di industriali e lobby locali, da anni appoggiata da alcuni meetup del territorio dove tuttora imperversano consiglieri ed attivisti con simpatie ambigue – fa si che a livello locale il Movimento 5 Stelle si ri-trasformi spesso in movida 5 starlets, “animata” da un numero variabile di one-man-show meetup buoni per casting commerciali o tutt’al più ad improvvisarsi capipopolo per ottenere quelle manciate di voti necessari a conquistarsi una sedia da qualche parte, l’agognato “posto al sole”.

Questo “modus operandi” e chi lo interpreta è quello che il senatore Nicola Morra stroncava senza mezzi termini nel suo intervento durante la conferenza sul tema “Populismo e Rivoluzione” nel Novembre 2017, definendolo il “vippame” di cui il M5S non ha bisogno. Questo proprio perché lo showman per suo ruolo e natura cambia agente, film e parte se gli conviene, in quanto serve in primis se stesso ed il popolo solo indirettamente. Show must go on a qualsiasi prezzo, mentre la politica si deve anche fermare e ri-orientare laddove necessario.

Quella dello show finisce con l’essere la condotta della stragrande maggioranza dei politicanti dell’Italia contemporanea, ed esatta antitesi del modello del M5S che vuole cittadini che interpretino e realizzino la politica come servizio e non come spettacolo.

Va detto che il dilagare della politica spettacolo è ormai tale che per vincere all’interno della platea nazionale risulta comunque necessaria la personalizzazione del leader a cui il M5S non si è sottratto, come dimostrato da Di Maio, ed una certa spettacolarità degli scontri politici rimane fondamentale per sollevare l’interesse delle persone e catturarne l’attenzione. Non è un caso che uno dei fondatori del M5S sia un comico molto abile a tenere la scena e a fare spettacolo, di contenuto però.

Da questo livello intriso di spettacolarizzazione della politica per motivi noti, il M5S deve saper prendere le dovute distanze per sostituirvi partendo dal basso, una politica e rappresentanti di sostanza, rifiutando i travestimenti ed i travestiti dei decenni passati ed i loro epigoni. Per farlo deve dotarsi di un radar, neanche tanto sofisticato, che con poche regole precise stabilisca i criteri di merito e di impegno fattivo che devono qualificare chi fa parte del M5S sostanzialmente e chi invece vi spunta o rimane come comparsa, così che sia possibile distinguere politicamente gli amici dai nemici, e tagliare senza mezze misure o scrupoli inutili questi ultimi.

Diversamente e contrariamente a quanto si propone, il Movimento lascerà di nuovo mano libera a compagni-militi-fan-spettatori di vari partiti risvegliatisi dai loro letarghi, da ritiri spirituali di anni o da stroncature politiche ed inattività di varia natura, pronti a riciclarsi mettendo in piedi i loro spettacolini pro domo propria sotto i rituali slogan del “Movimento divenuto movida”, funzionali solo ai vari sprint elettorali.

Questo andrebbe a danno del M5S, minandone la credibilità agli occhi dei cittadini e di coloro che da anni ne fanno parte e vi operano onestamente. Se servisse ricordarlo la leadership, politica o di altra natura, ed i contenuti su cui si basa non si possono improvvisare, e il credere di poterlo fare alla lunga aumenta solo il rischio di un’altra Matapan.

Riferimenti:

Beevor, Anthony. Stalingrad. London, 1999.

Fussell, Paul. Wartime. Understanding and Behaviour in the Second World War. Oxford, 1989.

Hanson, Victor D. The Soul of Battle. New York, 1999.

Keegan, John. The Face of Battle. New York, 1976.

Keegan, John. A History of Warfare. Chatham, 1993.

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