18 gennaio 2018

"Case Famiglia" Bimbi maltrattati e abusati Condannate tre Carmelitane


Bimbi maltrattati e abusati Condannate tre Carmelitane
Molestie sessuali, docce gelate, letti senza coperte per non farle sporcare di pipì sono solo alcune delle torture inflitte ai piccoli ospiti delle case famiglia «Amicizia» e «Aurora» gestite dalle suore, a cui sono state inflitte pene da uno a cinque anni

Bambini costretti a mangiare il loro vomito, a dormire senza coperte, a fare docce gelate. È il clima di terrore imposto per mesi tra le mura delle case famiglia «Amicizia» e «Aurora» riservate ai minorenni a Rocca di Papa da tre suore Carmelitane, condannate per maltrattamenti. Una di loro, Amparo Pena Guardaro, è stata anche ritenuta responsabile di aver intrattenuto rapporti intimi con uno dei ragazzi ospitati nella struttura e per questo è l’imputata per cui il tribunale ha pronunciato la sentenza più severa: cinque anni e due mesi di reclusione con l’accusa di violenza sessuale cui i giudici hanno anche aggiunto il divieto di lavorare per sempre con altri bambini.

Le suore sudamericane

Per le altre due suore il verdetto è stato circoscritto ai reati inerenti al regime di paura instaurato all’interno della struttura: Virginia Pena Guardado - gemella di Amparo - è stata condannata a due anni, mentre nei confronti di Lorena Mely Sorto Hendriquez è stata pronunciata una sentenza di colpevolezza a un anno di reclusione. Entrambe le sorelle godranno della sospensione della pena. Tutte le imputate sono di origine sudamericana. Il dramma vissuto tra le mura della casa famiglia in via Locatelli è emerso tre anni fa, quando alcuni genitori si accorsero che i figli avevano lividi, graffi, punti di sutura e soprattutto uno di loro si era rotto entrambi i polsi.

I bimbi puniti

Davanti alle pressanti domande delle mamme e dei papà su cosa fosse successo, i bambini confessarono di subire vessazioni continue dalle responsabili della struttura. Drammi che si sono ripetuti anno dopo anno a partire dal 2007 fino al 2011, come sostenuto dai giudici di Velletri. L’incubo dei ragazzi cominciava la mattina presto, quando le suore li obbligavano a riordinare le stanze ma soprattutto a fare le docce con acqua fredda per consumare meno energia possibile. Una sofferenza estrema se si considera che nelle notti invernali dormivano senza coperte, protetti solo dalle lenzuola e il pigiama. A motivare le angherie, la decisione delle suore di punire i bambini perché si facevano la pipì addosso e le imputate non avevano alcuna intenzione di pulire la biancheria sporca.

Il bimbo di sette anni con le scarpe numero 44

«Pur esprimendo soddisfazione per la condanna per quello che concerne i gravi e continuati maltrattamenti subiti dai figli minori della mia assistita, non posso che rammaricarmi per la dichiarata prescrizione relativamente al reato di abbandono di minore - dice l’avvocato Erika Iannucci, difensore di una delle parti civili- Per la mia cliente resta l’amarezza di aver denunciato, senza essere creduta, presso il Tribunale per i Minorenni gli abusi e le violenze che sono emersi con grande chiarezza nel dibattimento subiti dai propri figli.” Drammatico il racconto in aula di una delle mamme dei bambini maltratti: “Per i miei bambini è stata una tortura, per sette anni hanno vissuto all’inferno, erano terrorizzati». La signora, cui furono tolti i figli quando avevano 6 e 2 anni, riferì nel corso del processo che “I bambini negli orari di visita non mi lasciavano andare via e fu allora che notai su mio figlio dei lividi. La situazione peggiorava sempre: occhi neri, un polso rotto, graffi e una volta 40 punti di sutura perché qualcuno aveva spinto mio figlio contro un vetro. D’inverno capitava che avessero vestiti troppo leggeri per il clima e una volta mio figlio, avrà avuto sui 7 anni, aveva al piede scarpe di misura 44».
La casa-famiglia, in Italia, è una struttura destinata all'accoglienza, è una «comunità di tipo familiare con sede nelle civili abitazioni» la cui finalità è l'accoglienza di minorenni, disabili, anziani, adulti in difficoltà, persone affette da AIDS e/o in generale persone con problematiche psicosociali. 

Storia

Le prime case-famiglia hanno avuto origine tra l'inizio degli anni sessanta e la fine degli anni settanta del XX secolo, da esperienze di condivisione diretta con persone in situazione di handicap.
A quel tempo, queste erano per lo più confinate in istituti nei quali l'attenzione era posta soprattutto sulla patologia e sulla sua terapia. Spostando l'attenzione sulla globalità della persona venne l'esigenza di creare strutture che ne permettessero anche un inserimento sociale ed una vita di relazione normale.

Nel 1964, a Pian di Scò, in provincia di Arezzo, nacque la prima casa-famiglia dell'Opera Assistenza Malati Impediti (OAMI), aperta da Mons. Enrico Nardi, per potere inserire i disabili in una piccola comunità, anziché in grandi strutture. Nel 1973 a Coriano, in provincia di Rimini, sotto la guida di Don Oreste Benzi, nacque la prima casa-famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII.

Disciplina normativa

I requisiti di tali strutture sono contenuti nel decreto ministeriale del Ministro per la Solidarietà Sociale del 21 maggio 2001 n. 308 emanato ai sensi dell'art. 11 della legge 8 novembre 2000 n. 328.
Esse devono inoltre essere in possesso dell'autorizzazione del comune italiano sul cui territorio esse insistono, rivolgendosi all'assessorato ai servizi sociali.

Non sono obbligate a ottenere la preventiva autorizzazione le case famiglia che ospitano fino a 6 ospiti, purché non si effettuino attività sanitarie. Tuttavia le attività sanitarie possono " provenire dall'esterno" esempio necessità di prestazioni infermieristiche attraverso i servizi domiciliari territoriali della Asl di appartenenza, o i servizi infermieristici privati territoriali.
Il soggetto gestore che intende avviare una struttura “Casa Famiglia”, in questo caso, è tenuto a dare preavviso dell'avvio di tale attività al Dirigente dei Servizi Diretti dell'Assessorato “Politiche Sociali e per le Famiglie” del Comune di appartenenza. Egli, entro 60 giorni, deve dare comunicazione al Comune di appartenenza dell'avvenuta avvio dell'attività completa di tutte le informazioni.

Non sono obbligate a ottenere l´autorizzazione le strutture finalizzate alla semplice abitazione, alla frequenza scolastica, all´inserimento lavorativo, ai soggiorni di vacanza e le strutture che non svolgono attività socio-assistenziali.
Deve essere comunque comunicato l'inizio dell'attività (anche tramite Denuncia di inizio attività) allegando tutte le documentazioni al comune di appartenenza entro il 60º (sessantesimo giorno) dall'inizio dell'attività al comune di appartenenza territoriale della struttura.

In tali casi vale il principio del silenzio-assenso, ovvero in assenza di controllo si intende "temporaneamente autorizzata". Questo impedisce di rimanere intrappolati nella burocrazia, attraverso lunghe attese, per queste strutture che difficilmente possono attendere i tempi lunghi, con disastrose conseguenze economiche e sociali.

Caratteristiche

Molte case-famiglia, si occupano dell'accoglienza di minori «per interventi socio-assistenziali ed educativi integrativi o sostitutivi della famiglia». Si pongono in alternativa agli orfanotrofi (o istituti) in quanto, a differenza di questi, dovrebbero avere alcune caratteristiche che la renderebbe somigliante ad una famiglia. In una stessa struttura potrebbero essere accolte anche minori fuori famiglia o comunque con disagi e difficoltà di diverso tipo.

I tratti di maggiore affinità con la famiglia sono i seguenti: 

Presenza di figure parentali (materna e paterna) che la eleggono a loro famiglia, facendone la propria casa a tutti gli effetti. 

Numero ridotto di persone accolte, per garantire che i rapporti interpersonali siano quelli di una famiglia. 

La casa deve avere le caratteristiche architettoniche di una comune abitazione familiare, compatibilmente con le norme, eventualmente, stabilite dalle autorità sanitarie. 

La casa deve essere radicata nel territorio, deve, cioè, usufruire dei servizi locali (negozi, luoghi di svago, istruzione) e partecipare alla vita sociale della zona. 

Il Decreto ministeriale stabilisce inoltre, all'art. 3, che:

« per le comunità che accolgono minori, gli specifici requisiti organizzativi, adeguati alle necessità educativo-assistenziali dei bambini, degli adolescenti, sono stabiliti dalle Regioni » 

Tra i criteri organizzativi, le Regioni possono stabilire anche accorpamenti tra più comunità. A seguito di ciò, vi sono strutture la cui capienza totale supera anche i 100 minori accolti.

Requisiti minimi strutturali

Per le strutture fino a 10 posti letto, sono richieste le caratteristiche delle civili abitazioni ed una organizzazione interna che garantisca sia gli spazi e i ritmi della normale vita quotidiana; Di norma le civili abitazioni dispongono al massimo di due bagni, ma almeno uno dovrà in questo caso essere attrezzato per la disabilità qualora si verifichi la necessità.

Il personale potrà far uso dei soliti bagni, solo se saranno disinfettati a mano, o meglio ad ogni scarico d'acqua automaticamente dall'apposito automatismo e a condizione che la rubinetteria del lavabo del bagno più in prossimità alla cucina sia a comando a pedale o a fotocellula, per i maggiori accorgimenti igienici.

Le camere ad un posto letto hanno nelle civili abitazioni una superficie di circa 9 m², quelle a due posti letto di circa 14 m², i soggiorni o le sale di 18 – 22 m² e tutto ciò è sufficiente ad ospitare i 6 ospiti; Le cucine delle civili abitazioni difficilmente superano gli 8 m², ma sono comunque sufficienti ad accogliere la famiglia di ospiti anziani al tavolo da 6 posti.

L'affido familiare è un'istituzione dell'ordinamento civile italiano che si basa su un provvedimento temporaneo che si rivolge a bambini e a ragazzi fino ai diciotto anni di nazionalità italiana o straniera, che si trovano in situazioni di instabilità familiare. Grazie all'affido, il minore viene accolto presso una famiglia che ne fa richiesta o ove ciò non sia possibile è consentito l’inserimento del minore in una comunità di assistenza pubblico o privato. L'affidamento è dunque un servizio di aiuto e sostegno creato nell’ottica della tutela dei diritti dell’infanzia, garantendo al minore il diritto a crescere in un ambiente che possa soddisfare le sue esigenze educative e affettive, in grado di rispettare i suoi bisogni, in riferimento alle caratteristiche personali e familiari e alla sua specifica situazione di difficoltà.

In Italia l'affidamento è disciplinato dalla Legge n. 184 del 4 maggio 1983 che è stata poi modificata dalla Legge n. 149 del 28 marzo 2001.

Tutti parlano di Casa Famiglia… ma cos’è in realtà?

Il modello di Casa Famiglia di Ai.Bi. si fonda su una coppia di coniugi che avendo già avuto esperienze di affido familiare, dà la disponibilità ad accogliere fino a un massimo di 6 minori (dagli 0 ai 18 anni), mentre la comunità educativa può ospitare fino a un massimo di 10 minori. La Casa Famiglia è un servizio residenziale di accoglienza per minori. Gli ultimi dati del 2010 parlano di 29.300 minori fuori famiglia, per cui c’è sempre un enorme bisogno di famiglie che si vogliono aprire all’accoglienza.

I bambini che arrivano all’interno delle nostre strutture, sono minori sotto tutela, ciò significa che sono in carico al Servizio Sociale di competenza. Il servizio sociale, che ha ricevuto il mandato dall’Autorità Giudiziaria, predispone un progetto a tutela del minore.

La maggior parte dei bambini ha vissuto l’allontanamento dalla famiglia d’origine a causa di grosse problematiche come la trascuratezza, l’incapacità genitoriale, il maltrattamento, episodi di violenza o anche tossicodipendenza, alcolismo da parte della famiglia d’origine.

Lo scopo della Casa Famiglia vuole essere quello di accogliere i bambini che ne hanno bisogno, coccolarli, accudirli e far assaporare loro il clima familiare, in modo da poter dare strumenti per poi essere pronti per essere accompagnati verso il loro progetto di vita definitivo come l’adozione o il rientro a casa. Questo aspetto per esempio non viene garantito all’interno di una struttura gestita solamente da operatori, come una comunità educativa.

Spesso accompagniamo i bambini verso un altro progetto di affido familiare. Anche rispetto a questo progetto, uno degli obiettivi che ci poniamo come Casa Famiglia è quella di sensibilizzare il territorio in cui siamo presenti, cercando di informare e di reperire nuove famiglie che intendano aprirsi all’affido familiare.

A nostro modo di vedere, la Casa Famiglia non è la risposta definitiva per loro, viene intesa come un momento di passaggio dove potersi “preparare” al loro progetto di vita. Per questo motivo indichiamo fin da subito al Servizio Sociale un lasso di tempo di nostra disponibilità per costruire insieme il progetto di vita per ogni bambino accolto. Allo stesso tempo, la Casa Famiglia risponde a un bisogno dei bambini di essere protetti e tutelati e dove possono iniziare a sperimentare il clima familiare, per arrivare preparati ad un eventuale progetto di affido o adozione o al possibile rientro a casa.

Ai.Bi. mette a disposizione alla famiglia di riferimento della Casa Famiglia ogni genere di supporto: educatore a supporto della famiglia accogliente, il coordinatore che mantiene i contatti con i diversi Servizi Sociali, sviluppa la rete di famiglie, fondamentale per chi vive una scelta di vita così importante e anche una psicologa per poter rileggere i comportamenti e le reazioni dei bambini accolti..

A livello organizzativo, l’associazione si impegna nella ricerca dell’immobile, adatto secondo i requisiti richiesti dalle normative regionali, nella zona di residenza della coppia, in modo da rimanere nel territorio di appartenenza della famiglia e in modo da garantirle abitudini, stile di vita, amicizie anche con la Casa Famiglia avviata. E’ l’associazione che si fa carico della maggior parte delle spese economiche della struttura e per i minori accolti, grazie alle rette che i servizi ci pagano per l’inserimento del minore e grazie anche a diversi finanziatori esterni che continuano a sostenerci.

IN CASA FAMIGLIA SENZA MOTIVO: "MAMMA, TI PREGO, PORTAMI VIA"

Si parla molto in questo periodo di minori sottratti ai genitori e collocati in casa famiglia senza che si siano verificate le gravi condizioni che la legge impone per assumere simili traumatiche decisioni. Violenze, maltrattamenti, abusi sessuali, droga o incuria, sono infatti i mali estremi a cui la legge impone estremi rimedi. Ma perchè, allora, sempre più spesso leggiamo di bambini strappati a un genitore o a tutti e due, quando nessuno di questi gravi motivi è presente?

Quasi quotidianamente assistiamo a programmi televisivi in cui ai racconti drammatici dei genitori si alternano dichiarazioni di giudici dei tribunali dei minori che negano con decisione la possibilità che un bambino possa essere strappato ai genitori per povertà o per banali liti fra coniugi separati o in via di separazione, "La legge non consente di togliere un figlio ai genitori in assenza di gravi motivi", tuonano.

Già, ma allora perchè i giornali sono pieni di storie tutte uguali in cui i bambini vengono privati anche con l'uso della forza pubblica di tutti i loro affetti per essere collocati in una casa famiglia? Cosa hanno fatto di male questi bambini per essere così duramente puniti? E che tipo di traumi provocherà in loro la perdita di tutti gli affetti? Il problema non sembra sussistere per le figure istituzionali che dovrebbero operare per "il bene supremo del minore", a meno che i giudici non abbiano una concezione del "bene del minore" totalmente sconosciuta al resto della società civile.

Ma forse una spiegazione a quello che appare a tutti gli effetti un gigantesco e letale equivoco, possiamo trovarla in questo articolo di presentazione della comunità per minori "Il Ciliegio", inaugurata nel 1995.Proprio in occasione della sua apertura, il Corriere scriveva: " Cassia. inaugurata casa famiglia per minori in difficolta' Bambini in situazioni di disagio familiare, con genitori tossicodipendenti o prossimi alla separazione, potranno essere ospitati dalla casa famiglia "Il ciliegio" di via Lubriano 40, sulla Cassia, inaugurata ieri dall' assessore Amedeo Piva. La casa famiglia potra' ospitare 8 10 bambini che dovranno restare almeno un anno. Pagina 46 (26 settembre 1995) - Corriere della Sera"

In questo articolo, incredibilmente si associano i genitori tossicodipendenti a quelli prossimi alla separazione, come se entrambe le categorie facessero parte del gruppo per cui si rende necessario l'allontanamento di un minore dalla famiglia naturale. Inoltre, qui per la prima volta è indicato un periodo di permanenza minimo in casa famiglia: un anno. Qualcuno potrà obbiettare che non sempre i giornali riportano correttamente le notizie, ma se questo articolo le avesse invece riportate fedelmente, allora si aprirebbe finalmente uno squarcio nella nebbia che troppo spesso avvolge le decisioni dei vari tribunali dei minori, ovvero: la categoria dei genitori separati è di fatto entrata nel ristretto gruppo di quelle che “impongono l’allontanamento del minore dai genitori ”, senza che lo abbia stabilito alcuna legge dello stato.

E’ avvenuto per un passaparola? Per abitudine? Per comodità? Per incompetenza? Questo non possiamo saperlo, quello che è certo è che “il supremo interesse del minore” è andato via via scemando, per lasciare spazio al supremo interesse di altre figure che, di fatto, alimentano e amplificano il conflitto fra gli ex coniugi, punendo però soltanto i loro figli.

Non è poi da sottovalutare il fatto che la macchina messa in moto nelle separazioni conflittuali, anche in assenza di una contesa per l’affido dei figli, è estremamente costosa.

Consulenti tecnici, consulenti di parte, psicologi, avvocati, sono tutte figure di cui i genitori avranno bisogno. Poi, qualora venisse sottratto loro il figlio o i figli, i separati dovranno pagare anche la casa famiglia, il cui costo medio è di circa 3000 euro al mese a bambino. Se i loro introiti non fossero sufficienti, sarà il comune a pagare in parte o interamente la retta. Quanto possa durare la permanenza di un figlio di genitori separati in una casa famiglia è un rebus. Ci sono bambini che sono in casa famiglia anche da 4 anni, tanto che il Garante per l’Infanzia del Lazio, due anni fa, ha ordinato una sorta di censimento sui minori ospitati nelle case famiglia, per avere finalmente dei dati sulle “ detenzioni ingiustificate”.

In una trasmissione radiofonica di qualche giorno fa, il risultato della “ingiusta detenzione” di bambini innocenti, è emerso in modo drammatico in una telefonata fra una mamma e la sua bambina rinchiusa in comunità su ordine del tribunale dei minori di Roma alla vigilia dello scorso Natale.La colpa della bimba? La separazione conflittuale dei genitori.

Così, un giorno, questa bimba che viveva con la mamma, andava bene a scuola e stava benissimo, si è vista portare via per essere rinchiusa in una comunità per minori in difficoltà, anche se lei di difficoltà non ne aveva. Le richieste di aiuto che questa bambina lancia dal telefono alla mamma, sono strazianti, disumane, spaventose. “Mamma, ti prego, portami via” , grida questa bambina, e in quel grido che le si strozza in gola vedo qualcuno che nell’ombra sorride soddisfatto, mentre qualcun altro continua a ripetere che i tribunali pensano soltanto “al bene supremo del minore.

Come aprire una casa famiglia

Una casa famiglia è un luogo di accoglienza per minori abbandonati o allontanati dai genitori. E' un luogo di passaggio che prepara questi bambinialla vita e dà loro l'amore necessario. Aprire queste case è un atto di grande solidarietà, ma anche un' enorme responsabilità. Il percorso che porta all'avvio dell'attività è molto lungo, ma se avrete pazienza vedrete premiati i vostri sforzi. Cerchiamo quindi di vedere assieme i vari passaggi da fare. 

Assicurati di avere a portata di mano:Autorizzazioni dagli enti preposti

Se avete deciso di aprire una casa famiglia in primo passo da fare sarà quello di recarvi al comune del paese in cui avvierete l'attività e informarli delle vostre intenzioni. Si tratta senza dubbio della cosa più importante da fare. Il consenso del comune è fondamentale, perché se interpellate la giunta comunale a lavori iniziati, rischiate di vedervi negata l'autorizzazione, sprecando così tempo ed energie. Una volta che il comune approva la vostra iniziativa, potrete passare al passaggio successivo. 

Il secondo passo sarà quello di trovare un edificio adatto ad un'attività di questo tipo. Sono molte le caratteristiche che una casa famiglia deve avere, dato che fin da subito riceverete controlli da parte dell'Asl, dell'ufficio tecnico del comune e dei Vigili del Fuoco, e quindi ogni dettaglio dovrà essere perfetto, in modo da non vedervi revocare i permessi. Una casa famiglia risponde alle norme sulle abitazioni civili, pertanto deve rispettare sia la legge 46/90 sugli impianti, ma anche la legge 626 sulla sicurezza dei posti di lavoro. Per una struttura ospitante fino a dieci bambini dovrete garantire la presenza di almeno due bagni, di cui uno usufruibile anche dalle persone disabili. Ogni bagno, inoltre, dovrà essere dotato di un sistema di disinfezione automatico (che entra cioè in funzione ad ogni scarico d'acqua). Considerando poi che dovrete predisporre anche una cucina, il bagno che si troverà vicino a quest'ultima, per una maggiore sicurezza igienica, dovrà avere caratteristiche aggiuntive. Nello specifico, nel lavandino non potrete installare la normale rubinetteria, bensì un sistema di apertura dell'acqua a fotocellula o con comando a pedale. Per quanto riguarda la cucina stessa, poi, 8 metri quadri di spazio riservato saranno più che sufficienti. Dovrete poi assicurarvi che anche le camere da letto siano in regola con la normativa. Proprio per questo, ogni camera contenente un letto dovrà avere una superficie non inferiore ai 9 metri quadri, mentre ogni camera con due posti letto avrà una superficie di almeno 14 metri quadri. Le spazi comuni, invece, dovranno essere in grado di ospitare più persone contemporaneamente, quindi non dovranno essere più piccole di 22 metri quadri. Se poi volete dare maggior valore alla vostra struttura, sarà buona cosa predisporre anche un ampio giardino esterno protetto con una recinzione perimetrale. Se l'edificio che avete individuato presenta tutte le suddette caratteristiche, allora sarete avvantaggiati. In caso contrario dovrete fare una richiesta al comune per apportare le dovute modifiche ed affidare poi i lavori ad un'impresa edile. Per quanto riguarda i lavori di tipo idraulico ed elettrico, la stessa impresa edile saprà indirizzarvi da chi di competenza. 

Redazione:

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