28 dicembre 2018

Le nozze del diavolo fra Bayer e Monsanto: una mega operazione finanziaria a scapito degli agricoltori


Le nozze del diavolo fra Bayer e Monsanto: una mega operazione finanziaria a scapito degli agricoltori

L’azienda farmaceutica tedesca Bayer acquisisce il controllo di Monsanto, diventandone azionista unico e dando vita ad una nuova poderosa corazzata multinazionale dell’agrochimica da 115mila dipendenti e 45 miliardi di euro di fatturato annuo, di cui 19,7 miliardi concentrati nel solo business dei prodotti chimici per l’agricoltura. Ma soprattutto Bayer dà vita ad uno tra i tre maggiori gruppi al mondo nel campo delle sementi e dei fertilizzanti agricoli. Come sintetizzato dal quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung, il gruppo ha un "elevato rischio reputazionale" ma "enormi opportunità di mercato"

“Un matrimonio ed un funerale insieme”. Così il quotidiano francese Le Monde ha definito la mega fusione fra i due colossi della chimica, Bayer e Monsanto, che il 7 giugno, con un’operazione da 63 miliardi di dollari ha mandato per sempre in pensione marchio storico della multinazionale americana, leader mondiale nella produzione degli Ogm, di pesticidi come DDT o come il famigerato glifosato. Agli occhi degli ambientalisti “Monsanto aveva l’immagine del demonio”, ha spiegato uno dei dirigenti della Bayer, Frank Garnier, intervistato dal quotidiano francese. Ed è un fatto che l’operazione– la più grande mai realizzata da una società tedesca all’estero- sia già stata ribattezzata come “le nozze col demonio”.

Da questo momento in poi dunque l’azienda farmaceutica tedesca Bayer acquisisce il controllo di Monsanto, diventandone azionista unico e dando vita ad una nuova poderosa corazzata multinazionale dell’agrochimica da 115mila dipendenti e 45 miliardi di euro di fatturato annuo, di cui 19,7 miliardi concentrati nel solo business dei prodotti chimici per l’agricoltura. Ma soprattutto Bayer dà vita ad uno tra i tre maggiori gruppi al mondo nel campo delle sementi e dei fertilizzanti agricoli.

Come sintetizzato dal quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung, il gruppo ha un "elevato rischio reputazionale" ma "enormi opportunità di mercato". Bayer ha deciso di far fronte a questo aspetto semplicemente decidendo di cancellare il nome della Monsanto tanto inviso ai campioni delle battaglie per l’ambiente. Basterà? Probabilmente no, dato che i prodotti Monsanto contenenti glifosato, come il celebre erbicida Round up, rimarranno presenti nei marchi Dekalb e De Ruiter. "L'acquisizione di Monsanto rappresenta passo strategico fondamentale per rafforzare il nostro portafoglio di aziende leader nel campo della salute e della nutrizione”, ha commentato Werner Baumann, presidente di Bayer. “Raddoppieremo le dimensioni della nostra attività agricola e creeremo un motore di innovazione leader nell'agricoltura, posizionandoci per servire meglio i nostri clienti e sbloccare il potenziale di crescita a lungo termine nel settore". Le nozze con la “Monsanto” sono solo l’ultimo capitolo all'interno di un processo di riposizionamento che la multinazionale di Leverkusen ha intrapreso ormai da diversi anni. A poco a poco, infatti, la società si è allontanata dalla sua iniziale vocazione farmaceutica per concentrarsi sull'agricoltura. Nell'annunciare nel 2016 la fusione con Monsanto, Bayer aveva spiegato di volersi dedicare all'agricoltura intensiva, in previsione del boom demografico da qui al 2050 che imporrà di massimizzare le risorse delle terre coltivabili già scarseggianti.

Quest'operazione, la più grande realizzata da una società tedesca all'estero, è stata particolarmente costosa per Bayer. Oltre alla cifra corrisposta per l'acquisizione, il gruppo ha dovuto cedere ai concorrenti di Basf una parte delle proprie attività agrochimiche per soddisfare le richieste di numerose autorità della concorrenza. Le attività vendute hanno generato 2,2 miliardi di euro di vendite nel 2017, consentendo a Bayer di incassare un prezzo aggregato di 7,6 miliardi. Secondo le condizioni antitrust poste dal dipartimento di Giustizia Usa, l'integrazione di Monsanto in Bayer potrà avvenire non appena le cessioni ai concorrenti di Basf saranno state completate.

Tornando agli oneri finanziari, il gruppo tedesco si è assicurato un finanziamento ponte iniziale da 57 miliardi di euro a servizio dell'operazione e farà ricorso al sostegno dei soci. Bayer ha infatti annunciato lo scorso 3 marzo un aumento di capitale da 6 miliardi di euro - con 75 milioni di azioni di nuova emissione a 81 euro l'una e un periodo di offerta tra il 6 e il 19 giugno - a sostegno dell'operazione, oltre che la vendita di nuove obbligazioni fino ad aumentarne a 20 miliardi il valore in circolazione..
Quali conseguenze dopo le nozze col diavolo?

L’Antitrust di Bruxelles aveva bloccato l’acquisizione della Monsanto da parte di Bayer nel luglio 2017, subito dopo la comunicazione ufficiale ai mercati. La maxi operazione di Bayer, era il timore del mondo agricolo e industriale, avrebbe creato un monopolio su agrochimica e sementi contrario ai principi di libera concorrenza. Inoltre, avrebbe impedito agli agricoltori di esercitare una altrettanto libera scelta nel mercato delle sementi.

Inoltre con la fusione tra Bayer e Monsanto, tra DuPont e Dow Chemical e l’acquisizione di Syngenta da parte di ChemChina si rischiava che il 63% del mercato delle sementi e il 75% di quello degli agrofarmaci finisse nelle mani di sole tre multinazionali. Lo sblocco è avvenuto dopo che anche l’altro colosso tedesco degli agrofarmaci, la Basf, è entrata nel gioco, riequilibrando il ruolo dei grandi player.

C’è poi un aspetto, sottolineato in una lettera aperta alla commissaria europea Margrethe Vestager inviata a suo tempo da Slow Food e altre associazioni: oltre a consegnare più di un quarto del mercato mondiale di sementi e pesticidi nelle mani di un’unica multinazionale, la fusione Bayer-Monsanto pone interrogativi preoccupanti sulla quantità di dati che il neonato colosso si troverà a maneggiare: Bayer-Monsanto diventerà il principale protagonista della raccolta di dati, esponendo gli agricoltori a rischi e problematiche simili a quelli che stanno interessando piattaforme come Google, Amazon e Facebook. In assenza di un quadro giuridico preciso, mettono in guardia le associazioni, l’operazione consentirà all’azienda di accumulare, controllare e monetizzare enormi quantità di dati, anche a discapito dell’innovazione di settore e dei concorrenti.

Redazione

20 dicembre 2018

Giornalisti maggiordomi al servizio della "politica radical chic" e dei poteri economici



«Giornalisti maggiordomi al servizio della "politica radical chic" e dei poteri economici ».

«Chiunque sa che i giornalisti televisivi sono lì per grazia ricevuta (e stipendio ricevuto) dai loro editori. E che i loro editori sono i partiti insieme alle lobby che li sostengono. Queste macchiette fanno comizi politici (ma il termine antipolitici è più appropriato in quanto fanno gli interessi di gruppi politici o economici) tutti i giorni, dal mattino presto a notte fonda spacciandoli per informazione».



«PAGATI PER IL SERVIZIETTO». 



Pagati profumatamente per il servizietto pubblico 

Ma i nomi? «la truppa cammellata è lunga, imperversa nel piccolo schermo, sono le nuove fate smemorine il cui compito è trasformare delle zucche vuote in statisti e attaccare con qualunque mezzo e ferocia chi mette in discussione il Sistema (del quale sono i pretoriani) e proteggere il loro portafoglio».







Redazione




CHI E COME CREA IL DENARO?



CHI E COME CREA IL DENARO? 

Tra i cosiddetti economisti progressisti vi sono molti che si rendono perfettamente conto del fatto che oggi utilizziamo una moneta "fiat"(1) e non una “moneta merce” (dove l'effettiva unità di misura ha un valore intrinseco), ma ancora sbagliano nell'analizzare come la moneta ottenga il suo valore e il suo ruolo nelle transazioni del settore non-governativo. I cosiddetti modelli della Circolazione o Circuitisti o wickselliani del ciclo creditizio, che non includono il settore governativo nell'analisi, sono esempi di questi approcci fallaci.

In generale, questi modelli rifiutano il mito del moltiplicatore monetario, ma lo rimpiazzano con un altro: il mito che si possa comprendere il capitalismo senza capire il ruolo essenziale giocato dal governo nel sistema monetario.

Secondo questi modelli, le economie sono composte da:

famiglie (che forniscono fattori produttivi e consumano)
imprese (che producono)
banche (che prestano capitale da lavoro alle imprese, come anticipo per la produzione).

Essi analizzano quindi i “circuiti di produzione”, nei quali le imprese s'indebitano con le banche per assumere e pagare i lavoratori impiegati nella produzione; i lavoratori poi utilizzano i propri salari per consumare e le imprese sono così in grado di ripagare le banche. A quel punto, la “moneta-credito” è distrutta (e con essa, le corrispondenti ed opposte attività e passività).

La visione wickselliana, dunque, prevede che la “moneta” sia creata in larga parte dalle banche, in risposta alla domanda di credito proveniente dagli agenti economici.

È chiaro che i fondi circolanti di credito finanziario possono espandersi per favorire la crescita nelle attività del settore privato(2).


Tuttavia, ed è questo il punto cruciale della visione MMT, questa crescita diverrà insostenibile, perché le attività finanziarie nette vengono distrutte, oppure create in quantità insufficienti per soddisfare le necessità di risparmio netto del settore privato.

Perciò il livello di debito del settore privato crescerà, mentre lo stock di attività finanziare nette diminuirà.

Il problema cruciale che viene ignorato da queste analisi è la questione dell'unità di moneta.


Perché questi circuiti di transazioni utilizzano l'unità che il governo ha legalmente determinato? Perché qualcuno dovrebbe accettare proprio quest'unità di conto, e non un'altra?

Non si può rispondere a queste domande se si esclude il settore governativo dall'analisi.


MONETA EMESSA DALLO STATO: LE TRANSAZIONI "VERTICALI"


La Modern Money Theory considera il processo di creazione del credito come “indebitamento in high powered money” o HPM.

La HPM (detta anche base monetaria) è la somma della moneta emessa dallo Stato (banconote e monete) e delle riserve bancarie (che sono passività della Banca Centrale). La possiamo definire moneta governativa ad alto potenziale, e d'ora in avanti la chiameremo per brevità moneta governativa.

L'unico modo per capire perché tutta questa attività di “indebitamento” non-governativo (prestito, restituzione ecc.) può avere luogo è considerare in prima battuta il ruolo del governo; ovvero, considerare il governo come il centro propulsore della teoria macroeconomica.

Le banche, chiaramente, espandono l'offerta di moneta in maniera endogena, ovvero, senza che la Banca Centrale sia in grado di controllarla. Ma tutta quest'attività equivale a fare una “leva finanziaria” della moneta governativa creata dall'interazione fra il governo e i settori non- governativi.

La moneta governativa non è nient'altro che è un Io-Ti-Devo del governo sovrano, che vi promette di pagarvi 10 $ per ogni 10 $ che gli consegnate.

Tutta la spesa pubblica avviene mediante lo stesso processo:

i conti di riserva che le banche commerciali detengono presso la Banca Centrale sono accreditati in moneta governativa (= viene creato un Io-ti-Devo). Ecco perché le affermazioni circa lo “stampare moneta” denotano una enorme ignoranza.
Il contrario avviene quando vengono pagate le tasse: le riserve vengono addebitate in moneta governativa e vengono drenate attività dal sistema (= un Io-Ti-Devo viene distrutto).

Tenetelo bene a mente.

La moneta governativa entra nell'economia tramite le cosiddette transazioni verticali: entra nel sistema tramite la spesa pubblica ed esce attraverso la tassazione. Quando il governo si trova in deficit di bilancio, questo vuol dire che entrano nel sistema bancario delle attività finanziarie nette. La politica fiscale, pertanto, influenza l'offerta di moneta emessa dallo Stato.

Anche la Banca Centrale crea e distrugge la moneta emessa dallo Stato tramite le sue interazioni con le banche commerciali, programmate per assicurare che le posizioni in riserve siano commisurate al tasso d'interesse che è l'obiettivo desiderato dalla Banca Centrale.

La moneta governativa può essere anche creata o distrutta in altri modi, incluse le transazioni con l'estero e le vendite d'oro.

Ciò che è fondamentale comprendere è che la somma complessiva accumulatasi nelle transazioni verticali si riflette in senso contabile nella quantità di ricchezza detenuta dal settore privato (non-governativo).


Quando il governo si trova in deficit, ciò significa che c'è un corrispondente ammontare di ricchezza nel settore privato (non-governativo) e viceversa. I surplus di bilancio, quindi, costringono il settore privato a diminuire la ricchezza che aveva accumulato nei deficit precedenti.

Al contrario, tutte le transazioni esistenti a livello privato (non-governativo) si compensano: si “sommano a zero”.


Questo poiché per ogni attività che viene creata, esiste una corrispondente passività. Perciò l'espansione di credito si somma sempre a zero! Cerchiamo di capire meglio perché.


MONETA CREATA DALLE BANCHE: LE TRANSAZIONI "ORIZZONTALI"





Chiameremo dunque il processo di creazione del credito livello “orizzontale” di analisi, per distinguerlo dalle transazioni verticali che descrivono la relazione tra i settori governativo e non-governativo.

Le transazioni verticali introducono la moneta nell'economia, mentre le transazioni orizzontali fanno “leva finanziaria” su questa componente verticale.

Quindi le banche, con la cosiddetta creazione del credito, fanno semplicemente leva finanziaria della moneta creata dalle transazioni verticali, perché quando una banca emette una passività, essa può essere prontamente scambiata su richiesta con della moneta governativa.

Quando una banca eroga un prestito denominato in $, essa crea simultaneamente un deposito di eguale consistenza denominato in $. Perciò, essa acquista un'attività (l'Io-Ti-Devo del beneficiario del prestito) e crea un deposito (una passività per la banca). Dal punto di vista di chi chiede il prestito è l'opposto: l'Io-Ti-Devo è una passività e il deposito è un'attività (denaro).

La banca opera in questo modo con l'aspettativa che il richiedente domandi moneta governativa (cioè ritiri dal deposito) e la spenda. Questa spesa modifica la distribuzione delle riserve fra le banche. Queste passività bancarie (i depositi) diventano “moneta” all'interno del settore privato; ma, come potete notare, non è stata creata alcuna ricchezza al netto.

In quest'ottica, la moneta non è né una merce (come ad esempio l'oro coniato), né è “fiat” (un'attività priva di corrispondente passività).


Solo le transazioni verticali creano/distruggono attività che non hanno passività corrispondenti.

Ma cosa conferisce all'unità di conto scelta dal governo questo primato? Perché tutte le banche ed i consumatori la domandano? La risposta è semplice: la moneta di Stato viene domandata perché il governo consentirà di pagare le tasse solo con essa.

E' la spesa pubblica, quindi, che fornisce i fondi che ci consentono di pagare le tasse! Esattamente al contrario di ciò che crede la maggior parte delle persone.


L'unico modo in cui possiamo detenere fondi in quell'unità di conto è offrire beni e servizi al governo, in cambio della sua spesa. Ecco perché siamo tutti ansiosi di offrire beni e servizi in cambio della spesa pubblica: perché così possiamo detenere la valuta di Stato.

Perciò, l'attività di creazione di moneta privata, che è centrale per molti modelli monetari progressisti, manca di evidenziare un punto essenziale, ovvero che la creazione del credito non è altro che una leva finanziaria della moneta governativa; ed è accettata per compensare passività private (= ripagare prestiti) solo poiché è l'unico veicolo possibile per estinguere le passività fiscali che ognuno di noi contrae con lo Stato (= pagare le tasse).

(1) Moneta "fiat" = moneta cartacea non convertibile, priva di controvalore in oro o in altro bene di riferimento, accettata come mezzo di pagamento solo in quanto dichiarata a corso legale (detto anche forzoso) dallo Stato che la emette, indipendentemente dal suo valore intrinseco.

Le caratteristiche di una moneta "fiat" sono le seguenti:

a) è sovrana (di proprietà dello Stato);

b) non è convertibile (lo Stato non s'impegna a convertirla in qualcos'altro, come l’oro);

c) è fluttuante (la valuta è scambiata con altre ad un tasso di cambio variabile, non fisso);

(2) ad un tasso proporzionalmente correlato al prodotto dei tassi previsionali per i requisiti di adeguatezza del capitale e della percentuale di guadagni trattenuti disponibili per essere prestati ad interesse.

Redazione

19 dicembre 2018

l’Apparenza è nemica del Fare



ITALIANI, BASTA CON LA STUPIDA VANITA'

l’Apparenza è nemica del Fare.
Noi siamo il Fare. Questa è l’Italia che dovremo scegliere di essere.
L’Italia è un paese fuoriclasse, l’Italia ha talento, l’Italia è competitiva e credibile.

Siamo il Paese del saper fare, il Paese di tante, tantissime piccole e medie imprese che hanno fatto dell’eccellenza il proprio marchio di fabbrica nel mondo, siamo l’Italia degli artigiani, siamo l’Italia dell’arte e della cultura… il nostro DNA non è fatto da mediocrità, da ignoranza, da pressappochismo.

Combattiamo, con tutto noi stessi, contro chi eleva l’ignoranza a valore, chi preferisce indicare nemici invece che soluzioni.

La Politica è il più alto compito che un uomo (o donna, ovviamente), possa assolvere e lo deve svolgere con completo senso di servilismo verso l’interesse del Paese, non verso un partito, verso la pancia degli elettori, o nell’interesse personale.

Oggi giorno siamo riusciti ad elevare a “valore” politico la caccia alle streghe, cioè al nemico, l’indicare sempre e comunque un oscuro avversario che trama nell’ombra contro, abbiamo elevato l’ignoranza, sdoganandola dai bar di periferia, abbiamo azzerato il valore culturale, il merito e la competenza, dando parola a chiunque, soprattutto su argomenti e questioni di cui non sanno niente. Abbiamo scelto di inseguire la mediocrità, come panacea per non mostrare le nostre mancanze e abbiamo criminalizzato il talento e il merito, poichè evidenzia la nostra incapacità.

La Politica doveva inseguire l’eccellenza, doveva essere la risposta ai problemi del Popolo e del Paese, oggi la politica è solo uno strumento. Uno strumento per fare carriera, uno strumento per mantenere il consenso, non importa cosa di concreto si realizzi, l’importante è solo dare la percezione di fare.

Un tempo gli uomini del fare erano silenziosi lavoratori che lasciavano spazio alla forza dei risultati ottenuti; una volta si viveva di sostanza.

Oggi i risultati non contano, oggi conta apparire. Abbiamo sacrificato il nostro spirito critico e la nostra voglia di approfondire, annichilendo dubbio e curiosità, sull’altare di una vuota vanità. Abbiamo rinunciato al diritto di vivere in una società meritocratica inseguendo l’illusione di essere qualcuno, di avere una impalpabile visibilità.

La politica non parla più di programmi, non offre più soluzioni e risposte, ma da in pasto alle masse nemici, complotti, colpevoli. La politica, così come oggi la interpreta la nostra classe dirigente altro non è che una battaglia tra galli (spennati) che strillano e si beccano tra loro; rimpallandosi responsabilità, colpe, accuse… senza avere il coraggio di prendere in mano questa difficile situazione e proporre soluzioni e risposte concrete.
Basta, non si può governare, ne fare opposizione puntando il dito e inveendo oggi contro uno, domani contro l’altro. Sparando alla cieca tanto per far rumore. Non è la politica che voglio per il mio Paese; io immagino un’altra Politica: silenziosa, concreta, educata, credibile, meritocratica e competente.

Inseguiamo leader “umani” perchè ci rassicurano, perchè non ci fanno sentire inappropriati, perchè non feriscono il nostro ego e ci facciamo governare da chi non ha competenze, credibilità e professionalità per ricoprire ruoli così importanti, lo facciamo perchè tutto questo ci rassicura; “Se anche lui è riuscito ad emergere lo posso fare anche io”.

Abbiamo abbandonato e spesso scherniamo o insultiamo chi ha dimostrato nel tempo si essere serio, competente e professionale, poichè ci imbarazza, poichè mostra i nostri limiti e ci fa capire che: “mai potrò occupare le posizioni che occupa lui”.

W-L'ITALIA 


Redazione

14 dicembre 2018

LA LOTTA DI CLASSE IN FRANCIA di Nino Galloni.


La buona notizia per i Marxiani è che la lotta di classe è riapparsa in Europa (sebbene il fantasma del Comunismo non vi si aggiri più, almeno apparentemente): la Plebe si è rivoltata a Macron ed ha propugnato i propri interessi in contrapposizione all’éstablishment rappresentato da Macròn e dal suo Governo. Il conflitto di interessi è dappertutto, ma, si diceva, mancano consapevolezza di classe (perché le vecchie classi non esistono più) e, soprattutto, un partito “classista”.

In Italia ho sempre sostenuto due cose:

1) le piccole e piccolissime imprese hanno abbandonato il capitalismo da tempo, rinunciando al profitto o alla valorizzazione finanziaria per, invece, controllare risorse reali e darsi un ruolo ed una funzione nella Società; ma non hanno trovato mai un partito di riferimento un po’ per carenze della nostra politica, un po’ per i limiti della crescita della loro coscienza (della grande maggioranza dei piccoli imprenditori).

2) La classe media (che comprende anche gli eredi dell’antico proletariato che aveva scambiato – dopo gli anni ’60 – la spinta rivoluzionaria col consumismo), può dividersi in due componenti o classi: quelli che possono scaricare le tasse ed i maggiori oneri su clienti e pubblico, quelli che hanno visto un continuo peggioramento delle proprie condizioni di vita per la ragione opposta a fronte di un’inflazione nascosta, dovuta all’aumento vertiginoso di imposte, assicurazioni, obblighi condominiali, costi di mantenimento delle automobili, ecc. ecc. Anche qui le forze politiche prevalenti non hanno fatto chiarezza, a parte i proclami e la denuncia di situazioni a dir poco scandalose.

La soluzione proposta dai più avveduti critici del sistema è la seguente: poiché il mondo è dominato da poche famiglie o gruppi e, comunque, il 99% della gente ha interessi opposti all’1% di ricchissimi, cosa manca ad una rivolta del 99% (ma forse del 99,9%) contro lo 0,1?


E qui, purtroppo viene la brutta notizia per i Marxiani: le classi e la lotta di classe esistono, ma il contrasto di interessi è più forte all’interno di ciascuna classe rispetto a quanto ci sarebbe da aspettarsi fra le classi (per avventura pur contrapposte). Ne deriva che l’unica formula rivoluzionaria sarebbe quella interclassista; ma il termine interclassista era usato a proposito della Democrazia Cristiana – ad esempio – per indicare come evitare un esito radicalizzato e rivoluzionario.

Un bel pasticcio. Ecco perché rivolte come quella dei Gilet Gialli (al pari dei nostri Forconi) rischiano di non avere un seguito: la spaccatura interna a ciascun ceto fa sì che, in mancanza di una rappresentanza (guida) ben organizzata si determini un conflitto insanabile tra l’ala moderata e quella estremista che viene infiltrata da elementi di cui sarebbe meglio fare a meno; se, invece, la guida fosse adeguata, essa sarebbe coerente con i partiti tradizionali e, quindi, destinata ad abbandonare la prospettiva rivoluzionaria.

Può darsi che il percorso del cambiamento storico – ormai evidentemente necessario – non passi per le rivolte di strada (e, forse, nemmeno per elezioni democratiche); ma per un mutamento di forme e di formule dell’economia e dei rapporti umani che, pian piano all’inizio e, poi, in modo più dirompente, impongano modelli di comportamento diversi rispetto a quelli cui siamo stati abituati nei trascorsi decenni.

NINO GALLONI

Redazione

13 dicembre 2018

Governo, fine della democrazia occidentale: è dai ‘mercati’ che deriva la legittimazione



L’italia è improvvisamente in prima pagina dei giornali, agli onori delle cronache internazionali. Grazie al voto del 4 marzo e al terrore del “populismo”, affacciatosi prepotentemente sulla scena della politica di uno dei paesi fondatori dell’Unione Europea. In effetti fino a ora a Bruxelles tutti erano convinti che si potesse andare avanti come prima, con governi nazionali già comprati in anticipo (insieme ai rispettivi parlamenti) per svendere le rispettive sovranità a “istanze superiori” prive di ogni funzione rappresentativa.

Il voto italiano ha mostrato che le cose erano cambiate risolutamente: due partiti anti-establishment sono arrivati al governo (dopo note traversie che qui non richiameremo) conquistando una solida maggioranza in entrambe le camere italiane. Il risultato è stato così potente da vanificare ogni estremo tentativo di bloccare il loro accesso al potere. Il presidente della Repubblica, Mattarella, dopo averci provato maldestramente, ha dovuto varare comunque un governo “euroscettico”. Il primo dalla costituzione dell’Ue. E in uno dei Paesi fondatori dell’Ue.

L’allarme si è propagato in un attimo in tutte le venature della possente costruzione burocratico-bancaria che guida l’Unione delle Repubbliche Europee. E le reazioni di panico che hanno fatto seguito hanno permesso finalmente di vedere, in tutta trasparenza, la fisionomia del punto di collisione. È stata una specie di “epifania”, dove si è toccato con mano un punto di non ritorno che, fino a ieri, era rimasto invisibile: i popoli possono votare e scegliere le loro opzioni, ma solo all’interno di un involucro cerimoniale, formale. Quando le loro opzioni  toccano il confine della “mappa” disegnata dai Poteri (ricordate la barchetta, che arriva ai bordi del Truman Show?), esse devono cedere il passo al meccanismo dei “mercati”.
È dai “mercati” che deriva la legittimazione. 

Che non è più, per definizione, democratica. Tra i sacerdoti dei mercati ci sono perfino gli intemperanti, come il commissario europeo (tedesco) Oettinger, che minacciano i popoli puntando il dito e annunciando che i popoli dovranno “imparare a votare proprio dai mercati”. E c’è stato addirittura chi ha anticipato il futuro in questi termini: “Saranno i mercati a votare per conto dei popoli”. Solo un cieco non vede la fine della democrazia liberale di cui l’Occidente continua, ormai indebitamente, a vantarsi.
Non c’è discussione. “There is no alternative”diceva già la signora Thatcher. Così parlò anche Mattarella. Così parlerà Mario Draghi. Così pensano a Bruxelles. Tutti (o quasi tutti). I sacerdoti supremi, che hanno officiato fino a ieri stando prudentemente dietro le quinte (stiamo parlando delle Agenzie di Rating) emergono ora sul proscenio con le loro decisioni inappellabili.
Si andrà per gradi, ovviamente. E, del resto, questa deriva è in atto da diversi decenni. Il voto resterà a presidio cerimoniale dell’ideologia ancora per un certo periodo di tempo. Il velo delle minacce e della propaganda continuerà a funzionare. Ai reprobi verrà detto che, chi insiste a chiedere sovranità, sarà punito con l’esclusione dal banchetto (per meglio dire delle briciole che cadono dal tavolo del banchetto).

Del resto il popolo bueche affollava i Giardini del Quirinale il giorno della festa della Repubblica è pronto a intonare l’Inno di Mameli e a lanciare ghirlande di applausi al Presidente Mattarella. È lo stesso popolo “irresponsabile” (e non potrebbe essere diversamente, poiché non sa) che ha prodotto la maggioranza di governo, legittima ma impossibile, che dovrà essere abbattuta con tutti i mezzi che la Banca – il nuovo padrone, ormai nudo – ha a propria disposizione.

Redazione

11 dicembre 2018

Profitto o bene comune? L’uno e l’altro. Ma bisogna cambiare il modello economico e sociale




Il dibattito pubblico di questi tempi su lavoro, occupazione, crisi (e sofferenza delle famiglie) può offrirci l’opportunità per riflettere, più profondamente di quanto non si sia fatto negli ultimi decenni, sulla natura dell’impresa, del profitto e quindi del capitalismo. Non si uscirà veramente dalle gravi crisi che stiamo vivendo – dall’ambiente alla finanza, dal terrorismo all’occupazione – finché non metteremo seriamente in discussione l’attuale modello economico e sociale. La forma che l’economia di mercato ha assunto negli ultimi due secoli, il capitalismo, deve evolvere in qualcosa d’altro, salvando l’enorme portato di civiltà e libertà che racchiude, ma al tempo stesso consentendo a 8 miliardi di persone di coltivare la propria umanità. 

Uno dei fatti più gravi di questi ultimi due anni di crisi finanziaria è stata la volgarità (non trovo altra parola) degli stipendi e bonus milionari che banche e società assicurative salvate nell’autunno 2008 con denaro pubblico hanno, dai primi mesi del 2009, ricominciato a distribuire ai loro manager. Anche in tempi di tagli e lotte sindacali, nessuno mette seriamente in dubbio gli alti profitti delle imprese e gli stipendi da superstar. Non si ha il coraggio di mettere in discussione il sistema capitalistico e ci si limita a parlare di economia etica, impresa responsabile, no profit e filantropia, fenomeni funzionali e necessari al sistema economico esistente.


Ma siamo sicuri che lo scopo dell’attività di un’impresa sia massimizzare il profitto? Se ci limitiamo all’ambito più positivo dell’economia di mercato (tralasciando la discussione sulla natura dei “profitti” delle speculazioni), possiamo affermare che il profitto è la parte di valore aggiunto generato dall’attività d’impresa che viene attribuita ai proprietari, a quelli che una volta si chiamavano i capitalisti. Il profitto quindi non è l’intero valore aggiunto, ma solo una parte. Faccio un esempio: l’impresa A produce automobili trasformando materie prime in un prodotto finito chiamato “auto”, al costo di 10. Se aggiungiamo costo del lavoro (8), oneri finanziari e ammortamenti (3), il profitto lordo (prima delle imposte) di un’auto venduta a 30 euro sarebbe pari a 9. Se l’impresa paga poi imposte per 4, il profitto netto diventa dunque 5.

A questo punto nascono due domande. La prima: da dove nasce, e da cosa dipende, questo profitto? La storia del pensiero economico è anche una storia delle diverse teorie sulla natura del profitto. Schumpeter, ad esempio, cento anni fa sosteneva che il profitto è il “premio dell’innovazione” dell’imprenditore, è cioè la remunerazione della capacità innovativa dell’imprenditore. Marx, mezzo secolo prima di lui, aveva invece affermato che il profitto non è altro che un furto che i capitalisti fanno nei confronti dei lavoratori, poiché l’unica vera sorgente del valore aggiunto è il lavoro umano, in particolare quello dei lavoratori. Oggi sappiamo che nel valore aggiunto ci sono tante cose, tra cui la creatività dell’imprenditore, il lavoro umano, le istituzioni della società civile, la cultura tacita di un popolo, la qualità dei rapporti familiari nei quali crescono i bambini nei primi 6 anni di vita (come ci ha mostrato il Premio Nobel James Heckman). In quel “5” di valore aggiunto, dunque, non c’è solo il ruolo creativo dei proprietari dei mezzi di produzione dell’impresa, ma un di più che ha a che fare con la vita dell’intera collettività: c’è anche questa consapevolezza dietro l’articolo 41 della Costituzione italiana, quando dichiara la “funzione sociale” dell’impresa, funzione che ha anche una natura sociale.

Una cosa è comunque certa: se l’impresa A vende le auto a 30, e 5 sono i profitti, in un ipotetico mondo “no profit” (cioè con profitti 0) le auto costerebbero 25 invece di 30. In altre parole, i profitti delle imprese sono anche una forma di tassa sui beni, pagata dai cittadini, che riduce il benessere collettivo della popolazione. Ecco perché una “economia no-profit” è stata spesso desiderata, sognata, e in certi momenti storici anche realizzata su piccola o vasta scala, creando però spesso danni maggiori dei problemi che si volevano risolvere, come nel caso degli esperimenti collettivisti del XX secolo. Questi esperimenti non hanno funzionato per tante ragioni, tutte profonde, ma una di queste è che quando si toglie quel “5” e lo si socializza, chi mette su le imprese (stato o privati) non si impegna più nell’innovare e nel lavorare. La ricchezza, non solo economica, della nazione allora diminuisce, tutti si impoveriscono e sparisce anche quel valore (5) che si vorrebbe socializzare. Al tempo stesso, la grande crisi che stiamo vivendo insegna che un’economia fondata su profitti e speculazione è altrettanto insostenibile. Che fare allora?

Alla luce di quanto detto, quanto accade oggi nell’ambito della cosiddetta economia civile o sociale, e in particolare nell’Economia di comunione, può essere allora letto in due modi, diversi tra loro. Una prima lettura, minimalista e conservatrice, legge l’economia civile e sociale come il “tappabuchi” del sistema capitalistico: l’impresa normale (for-profit) non riesce ad occuparsi dei “vinti” che restano lungo la strada (nel linguaggio di G. Verga), e occorre quindi qualcun altro che svolga la funzione che famiglia e chiese svolgevano nel passato. È la logica del 2 per cento (no-profit), che lascia intatto il restante 98 per cento (economia for-profit).

C’è però anche un’altra lettura di questo movimento di economia civile: immaginare, per ora su piccola scala, un sistema economico dove il valore aggiunto, economico e sociale, venga distribuito tra tanti (non solo agli azionisti), senza però che imprenditori e lavoratori smettano di impegnarsi per mancanza di incentivi, in modo da evitare di cadere negli stessi problemi delle economie collettiviste e socialiste.

La vera scommessa della nuova economia di mercato che ci attende sarà allora mostrare imprenditori (singoli individui ma anche comunità) motivati da “ragioni più grandi del profitto”.

L’ultima fase del capitalismo (che potremmo chiamare finanziario-individualista) nasce da un pessimismo antropologico, risalente almeno fino ad Hobbes: gli esseri umani sarebbero troppo opportunisti e auto-interessati per pensare che possano impegnarsi con motivazioni alte (come il bene comune). Non possiamo lasciare a questa “sconfitta antropologica” l’ultima parola sulla vita in comune: abbiamo il dovere etico di lasciare a chi verrà dopo di noi uno sguardo positivo sul mondo e sull’uomo.

Ma perché tutto ciò non resti scritto sulla carta ma diventi vita, occorre un nuovo umanesimo, una nuova stagione educativa, occorrono quegli “uomini nuovi” che sono al centro anche del progetto dell’Economia di comunione, capaci di impegnarsi e lavorare non solo per il profitto, ma anche per fare della loro attività lavorativa un’opera d’arte. Se così sarà, allora la nuova economia di mercato nella quale stanno entrando nuovi grandi protagonisti (si pensi all’Africa, ad esempio), potrà essere un luogo bello nel quale abitare, vivere, amare.
Oggi assistiamo a un grande revival della fortuna. La ricerca della felicità è sempre meno legata alla virtù.

La fortuna e la virtù



Uno degli elementi più importanti nella nascita della civiltà occidentale è stata la contrapposizione tra fortuna e virtù. Nel mondo mitico greco esisteva uno stretto rapporto tra felicità e fortuna: era considerato felice chi aveva dalla sua parte un buon (eu) dio (daimon). Socrate e la grande stagione filosofica greca affermarono invece che la felicità, la fioritura umana, dipende dalle virtù e non dalla fortuna. La virtù vince la cattiva sorte. Su questo si è costruita tutta l’etica personale e collettiva dell’Europa che, ha affermato che la vita buona, la felicità, dipende dalla capacità di coltivare le virtù, dal nostro impegno e dalla nostra responsabilità.

Oggi assistiamo invece a un grande revival della fortuna. La ricerca della felicità è sempre meno legata alla virtù, al lavoro in particolare, e sempre più alla fortuna, al gioco, alla sorte. Proliferano trasmissioni basate su promesse di arricchimenti facili, gratta e vinci, lotterie, slot machine, lotto, telepoker.

La crisi finanziaria ed economica è anche espressione di questo revival di cultura arcaica, e dell’allontanamento dall’idea delle virtù e dal lavoro. La nostra Repubblica nasce fondata sul lavoro, una tesi che racchiude secoli di civiltà nei quali l’Occidente aveva affermato che la ricchezza che non nasce dal lavoro umano non porta normalmente felicità individuale e collettiva. Oggi invece questa cultura della fortuna (che va assieme alla magia e all’astrologia, altri ambiti in forte crescita, altri ambiti neopagani) ci sta promettendo, illudendoci, che ci si possa arricchire senza lavorare, ma trovando un investimento fortunato, o vincendo una lotteria. Non c’è una grande differenza culturale tra chi consuma sistematicamente gratta e vinci e chi specula in borsa: è la cultura della fortuna che si sta prendendo la rivincita sulla cultura della virtù. Si uscirà da questa crisi lavorando, meglio e insieme, rilanciando una stagione di virtù pubbliche, di beni collettivi, di progetti comuni. Se così non sarà, continueremo ad attenderci la salvezza da fuori, e rimanderemo ancora il tempo della responsabilità, individuale e collettiva.
L'ethos del mercato







Si dice che l’assassino torni sempre sul luogo del delitto. Vi è come attirato, risucchiato da una forza oscura che, come una calamita, l’attrae verso il magnete. Questo sembra il destino di Bruni che ripercorrendo strade a lui consuete torna, in questo libro edito da Bruno Mondadori, ad affrontare i temi del mercato e della comunità, dell’economia civile, del dono e della ferita nell’incontro con l’altro.

Sembra quasi che l’autore dopo aver brillantemente approfondito a lungo il pensiero dei grandi economisti come storico del pensiero economico, si sia convinto della bontà di alcune idee passando prima alla loro teorizzazione per poi diventarne un instancabile divulgatore. Non più quindi il suo un approccio teorico e dottrinale ma qualcosa di più e di diverso come se si fosse convinto che la sua ricerca debba andare oltre alle aule universitarie diventando materia concreta con un forte legame con l’esistenza quotidiana.

I problemi economici perderebbero quindi il loro significato, per Bruni, se vengono considerati soltanto come problemi teoretici concernenti realtà a cui la loro impostazione o risoluzione risulti estranea e i quali non abbiano sull’uomo che li pone o che li risolve se non una influenza ipotetica e indiretta. Bruni quindi concentra sempre più la sua attenzione sull’uomo e sulla sua esistenza. Il suo punto di partenza non può quindi essere che l’antropologia.

E’ l’individuo posto alla base della teoria economica che deve essere studiato perché è dalle fondamenta che la costruzione deve essere modificata. La scelta di Bruni è sicuramente interessante e controcorrente visto che a partire dagli anni Ottanta si e delineata, all'interno della disciplina antropologica, una progressiva caduta d'interesse nei confronti delle teorie “forti”. “Collasso” teorico che si è verificato in una congiuntura storica caratterizzata dal crollo delle ideologie con un probabile collegamento fra i due fenomeni.

In questo panorama frammentato tuttavia Bruni cerca e trova un riferimento per la sua riflessione nel pensiero di Roberto Esposito. Esposito, così come in Francia ha similmente sostenuto Jean-Luc Nancy, basa la sua iniziale riflessione su un pensiero espresso mirabilmente da una citazione dai Titani di Friedrich Hölderlin: «È bene reggersi/ ad altri. Nessuno sopporta solo la vita».

Ogni uomo necessità quindi della Communitas in cui domina il reciproco volgersi l'uno all'altro in un obbligo donativo, nel munus come «ufficio» e «dono». Essere nelle Communitas non è un avere ma, al contrario, un debito, un dono da dare. I soggetti che fanno parte della Communitas sono uniti da un dovere che li rende non totalmente padroni di loro stessi. Entrando nella Communitas gli uomini rinunciano alla propria proprietà iniziale (fondamentale) e cioè alla loro soggettività. Rinuncia questa assai forte che comporta conseguenze impegnative per il destino dell’uomo che perde la sua specificità per entrare in una collettività di uguali. Concezioni queste di Esposito piuttosto radicali che Bruni riprende quando asserisce che: “La comunità è una ferita che espone l’altro ad un legame rischioso: la fraternità.”

In molte culture, secondo l’analisi che viene proposta, l’individuo è stato assorbito dalla comunità, a volte in modo esclusivo. Si pensi alla Comunità Sacra ma anche, per Bruni, a quella Greca dove la philia cioè l’amicizia crea la polis come comunità di eguali e non di diversi. Lo stesso avviene negli ordini religiosi come, ad esempio, nell’ordine francescano. Poi, con l’avvento della modernità, il concetto di fraternità entra in crisi e si passa, con la teorizzazione del contratto, ad un nuovo modo di stare insieme in cui ogni aspetto agapico viene relegato ai margini se non proprio cancellato. Colpevole di questa trasfornazione soprattutto Hobbes che ha basato l’unione degli individui non sull’amore ma sulla paura. Idee quelle del filosofo inglese che non sublimano il rapporto tra gli uomini ma tendono a limitarlo. Per Bruni con Hobbes :”la società europea si è ritrovata dalla comunità senza individui all’individuo senza comunità.”

Da questa visione individualistica legata probabilmente, anche se Bruni non lo dice, all’idea sostenuta dal protestantesimo dell’individuo (attore principale del suo destino e fortemente autonomo) e della società deriva la centralità del mercato in cui le categorie tipiche sono non l’amore ma l’estraneità e l’indifferenza. Il mercato è quindi il luogo dove la relazionalità è bandita, così come è bandito il dono e la logica che lo sottende. La società Occidentale ha così, con il tempo, operato una scelta economica che è diventata anche valoriale preferendo una visione egocentrica ed egoistica dell’uomo ad una visione basata sul’incontro e sulla fraternità, sul riconoscimento del prossimo come uguale.

Eppure in questo apparente conformismo ideale non sono mancate, a parere di Bruni, eccezioni capaci di recuperare la relazionalità sacrificata dal mercato. Si tratta, ad esempio, della economia civile secondo la cui visione. mercato, impresa, economia sono in sé luoghi anche di amicizia, reciprocità, gratuità, fraternità. Soprattutto Bruni richiama il pensiero di Genovesi secondo cui, lo sviluppo dei mercati doveva essere considerato una espressione della “assistenza reciproca”: “Uno de’ bei tratti della Divina Provvidenza, fa che gli uni dipendano dagli altri, e che vi sia prima tra famiglia e famiglia, e appresso tra villaggio e villaggio, e medesimamente tra città e città, e ultimamente tra nazione e nazione uno scambievole legame di perpetuo interesse, primo fondamento delle civili società e quasi di tutti gli ordini civili”. In altre parole la socialità, in questa diversa concezione del mercato, torna ad essere fraternità.

Diviene quindi chiaro l’obiettivo di Bruni, tipico della sua ultima produzione: “La grande operazione che ci attende è andare oltre questa economia di mercato senza rinunciare alle conquiste di civiltà che tale sistema economico e sociale ha consentito di raggiungere negli ultimi secoli”. Per farlo la ricetta è quella di recuperare la “fraternità senza la quale la vita, individuale e sociale, non fiorisce”.

Onestamente se osservo il mondo intorno a me, soprattutto in questo periodo, mi sembra che questa ipotesi vada oltre l’utopia. Per realizzarla, infatti, non basterebbe neppure il già difficile richiamo ad una etica condivisa, ma sarebbe necessario costruire un ethos, cioè un ambiente, uno stile di vita, un modo di concepire i rapporti economici con una strategia in grado di arricchire insieme i singoli e la comunità. E’ plausibile? Al lettore la risposta.

In conclusione un libro che si concentra su tematiche note per chi segue il lavoro e la ricerca di Bruni, scritto con il solito impegno teorico e la solita voglia di comunicare con un’ampia cerchia di lettori. Forse, il limite di una produzione così intensa, che gravita sugli stessi argomenti sia pur affrontati con dosaggi diversi, porta il libro a peccare un po’ di originalità, rischio questo ovvio che tuttavia può passare in secondo piano se l’obiettivo ultimo è quello, non di essere originali, ma di arrivare a nuovi lettori proponendo nuovi testi con case editrici diverse.
La crisi dell’euro. Mancanza di “Comunità” e nodi che vengono al pettine







Purtropo quello che sta succedendo dimostra che l’Europa non è ancora una “comunità” di popoli e di stati. Come è noto, le banche centrali dei singoli paesi sono per statuto prestatori d’ultima istanza cioè, in caso di attacchi speculativi, in caso di gravi crisi dello stato, devono intervenire con le riserve per evitare effetti cumulativi (è sufficiente ricordare quanto accadde in Italia nel 1993 quando Ciampi era governatore della Banca d’Italia e dovette ricorrere alla svalutazione della Lira).

La Banca Centrale Europea per statuto non ha voluto svolgere questa funzione per paura che paesi più deboli abusassero di questa funzione. Allora davanti alla crisi della Grecia invece di intervenire tempestivamente come fa una Banca Centrale in uno stato in questi casi, è intervenuta nel giro di un mese dopo mediazioni e compromessi e questo ha reso completamente inefficace l’intervento tardivo di salvataggio; ora quindi ora siamo in pieno attacco speculativo nei confronti dell’euro senza avere gli strumenti per poter reagire in modo adeguato.


Quindi o l’Europa diventa veramente una comunità e ragiona come se fosse un popolo, oppure da questa crisi non ne usciamo e l’euro mostra soltanto, come ogni moneta, che dietro l’unità monetaria c’è bisogno di qualcosa di più sul piano politico e della solidarietà. La fragilità dell’euro è semplicemente una foto di una fragilità politica dell’Europa ed è su questo piano che dobbiamo reagire e non solo sul piano tecnico e finanziario.


C'è altro che lei vede sotto a questa crisi?

Certo, detto questo è anche vero che sotto a questa crisi c’è anche un problema reale: l’occidente è troppo indebitato, dall’America all’Europa e siccome le banche non fanno altro che spostare il debito da un soggetto all’altro, tutto ciò è alla lunga insostenibile. Questa crisi si espanderà presto a dollaro e sterlina e saremo costretti ad una svalutazione mondiale e globale. Questo significherà riadeguare i nostri consumi e stili di vita ai redditi reali e non alla finanza gonfiata. Ce la faremo a superare questo momento senza troppi traumi? In questo momento ho dei dubbi, ma voglio essere ottimista.

Professor Zamagni, l’Unione Europea ha delle responsabilità in tutto questo.

Si, in questa vicenda la responsabilità dell’Unione Europea è forte e le possiamo attribuire una serie di omissioni. 
La prima: non ha pensato a creare nei tempi precedenti alla crisi un fondo di garanzia tipo Fondo Monetario Europeo per far fronte a emergenze come questa. 
La seconda: non ha mai creato una o più agenzie di rating europee: le agenzie autorizzate a emettere giudizi di meritorietà sono tutte americane (Standard & Poor's, Moody's e Fitch Ratings). Il risultato è sotto gli occhi di tutti: è ovvio che gli Stati Uniti abbiano interesse a destabilizzare l’euro e di conseguenza è ovvio che le agenzie americane tendano a diffondere notizie che abbiano lo stesso obiettivo. 
La terza omissione: dopo aver creato la BCE, l’Unione Europea non ha mai provveduto ha creare una autorità europea correlata per sovrintendere alle politiche reali (non 


monetarie): questo fa si che gli squilibri a livello finanziario vadano ineluttabilmente a ripercuotersi sul mondo delle imprese (con la perdita dei posti di lavoro ecc). 

Cosa altro vorrebbe aggiungere sulle cause che ci hanno portato alla crisi di oggi.

Che possiamo individuare altri due “errori” che hanno prodotto le conseguenze che oggi vediamo: 
Il primo è di natura tecnico-economica e qui gli economisti hanno una grossa responsabilità morale perché l’errore è di “impostazione teorica”. Si è supposto in pratica che il rischio finanziario fosse di natura “esogena”, cioè che con l’aumentare delle transazioni il rischio finisse per annullarsi, mentre anche uno studente di economia del primo anno sa che il rischio è di natura “endogena”: il rischio cioè aumenta con l’aumentare delle transazioni! 
Il secondo errore è di natura etica: dopo aver sbeffeggiato l’etica per anni, sostenendo che l’economia non ha bisogno di lezioni dall’etica, ci si è resi conto dell’errore che si era commesso: si è trasferito il rischio dalle banche ai risparmiatori sparsi per il mondo senza tenere conto che la norma etica esige che il trasferimento del rischio possa avvenire solo se chi lo riceve ha spalle robuste o meglio ancora “più robuste” rispetto al soggetto dal quale il rischio proviene: quello che è avvenuto, si capisce, è l’esatto contrario: le banche hanno trasferito il rischio ai risparmiatori pur sapendo che non avrebbero potuto gestirlo. Mettendo tutto questo insieme si può avere una chiave di lettura della situazione attuale. 


In quasi tutti gli aeroporti del mondo, c’è un servizio Internet a pagamento. A Zurigo con un euro si avevano 4 minuti di connessione: le postazioni erano quasi tutte libere. Pochi giorni fa, a Porto, ho trovato in aeroporto un servizio Internet gratuito: ho fatto più di un’ora di fila, e poi ho desistito, poiché chi occupava una postazione non la mollava più. Forse un costo un po’ più basso a Zurigo e uno maggiore di zero a Porto avrebbero migliorato l’efficienza di entrambi i sistemi.

Prezzi troppo alti o troppo bassi sono entrambi dei problemi. Un prezzo del petrolio per decenni troppo basso non ha solo accelerato l’esaurimento di giacimenti, ma ha anche rallentato la ricerca di energie alternative. Il prezzo di un bene, quando i mercati sono concorrenziali, dovrebbe esprimere la sua scarsità economica e sociale; ma ci sono beni come il petrolio (e in generale l’ambiente) dove, per poter far sì che i loro prezzi esprimano la vera scarsità, dovremmo includere anche la disponibilità di quel bene per le future generazioni.

Venendo poi ai prezzi troppo alti, non riesco ancora a trovare un collega economista che mi dia una giustificazione teorica degli stipendi milionari dei manager. Sono convinto che se pagassimo i dirigenti, privati e pubblici, sulla base della scarsità e del valore del loro contributo all’azienda e alla società, potremmo ridurre i costi di beni, polizze e bollette che lievitano anche a causa delle rendite che i membri di questi club esclusivi si auto-assegnano. Stipendi più bassi favorirebbero poi la coesione e l’armonia sociale, che sono sempre messe in crisi da forti diseguaglianze. Sono convinto che anche nel campo dei manager occorre sviluppare le ricerche sulle “fonti alternative”; ma, anche qui, finché gli stipendi dei dirigenti delle grandi imprese e dell’amministrazione pubblica resteranno così scandalosamente alti, sarà molto arduo per l’economia sociale e civile attrarre i migliori giovani dirigenti. Per fortuna, però, conosco tanti giovani che, pur avendo ottime alternative, scelgono di impegnare i loro anni migliori in Ong, in imprese sociali e civili, dove si trovano quelle “energie alternative” da cui dipenderà la sostenibilità economica sociale e spirituale dei prossimi anni.
La gratuità, un processo comunitario

Dapprima gli strali erano arrivati al sindaco di Adro (Brescia), che aveva deciso di lasciare fuori dalla mensa scolastica chi non era in regola con i pagamenti. Poi, quando un (inizialmente) anonimo imprenditore ha saldato il debito per non lasciare a stomaco vuoto incolpevoli bambini di scuola elementare, sotto il fuoco di fila è finito l'autore del munifico gesto: troppo facile ora, per chi vuol fare il furbo, approfittare della generosità altrui. Così circa 200 famiglie hanno annunciato che non pagheranno più la retta in segno di protesta. Il sindaco ha inoltre dichiarato al Corriere che quella di Silvano Lancini – questo il nome dell'imprenditore – è «un'azione politica», volta a favorire l'opposizione. Che sia generosità autentica o una mossa calcolata, l'episodio porta al centro la questione del valore e del ruolo della gratuità nel contesto cittadino. Ne parliamo con Luigino Bruni, docente di economia all'università di Milano Bicocca, autore di un libro proprio su quest’argomento (Il prezzo della gratuità, Città Nuova).


Appena è stato reso noto il nome del benefattore, hanno preso corpo le supposizioni su quali altri interessi potesse nascondere: come mai facciamo fatica a concepire un gesto di gratuità?

«L'ethos del mercato è talmente centrato attorno al principio dell'interesse personale, come traspare anche dai libri di testo e dalle scuole di management in cui si formano le classi dirigenti, che anche un atto altruistico finisce per rientrare in questa logica e diventare “sospetto”. Però c'è da dire che questa è anche una reazione ad un'idea di beneficenza che nascondeva rapporti di potere: il munus, il dono, ha accompagnato per millenni la vita comune, ma era in alcuni casi espressione di dominio. Anche Seneca affermava che, se il beneficiato non riesce a rispondere al dono del benefattore, finisce per odiarlo, perché gli ricorda ogni giorno la sua dipendenza. Bisogna quindi creare le condizioni per l'esistenza di una cultura della gratuità: l'economia civile e l'Economia di Comunione vanno in questa direzione».

In che cosa dunque la gratuità si distingue dalla beneficenza?

«La gratuità è radicata nella reciprocità: è un processo che inizia, come ad esempio in questo caso, con una donazione, ma poi si sviluppa e dura nel tempo all'interno della comunità, non è solo l'atto di una persona. In questo senso la cultura europea è diversa da quella americana, dove è considerato normale che un imprenditore faccia una donazione anche consistente: non essendo abituati al modello filantropico, ma a quello comunitario, non abbiamo l'idea che sia il singolo a provvedere di tasca propria ad un compito che attribuiamo allo Stato o alla comunità. Ed è proprio nella comunità che la reciprocità trova la sua piena espressione, appunto perché non è semplice beneficenza, ma un modello di rapporti. La povertà stessa è un rapporto, non uno status».

Uno dei motivi per cui il gesto dell'imprenditore bresciano è stato criticato è il rischio che se ne approfitti anche chi, pur avendone la possibilità, non paga la retta della mensa: la gratuità ha dei limiti?

«L'atto di generosità è per sua natura fragile ed esposto all'opportunismo. Il rischio è inevitabile, ma non è una buona ragione per non farlo. Costruire comunità solidali per dinamiche più sostenibili funziona anche da garanzia in questo senso, perché una volta che il processo di gratuità è inserito nella dimensione comunitaria si può esercitare una sorta di controllo».
Quanto vale un voto?



Perché la gente va a votare?


La scienza economica non riesce ancora a darci risposte del tutto convincenti a questa domanda. Se seguissimo i soli criteri della pura razionalità economica, quella cioè che ci porta a scegliere in termini di costi e benefici individuali, nessun cittadino razionale dovrebbe recarsi alle urne. Infatti l’impatto che il singolo voto ha sull’esito finale di una votazione politica è molto vicino allo zero, mentre il costo (di tempo soprattutto) è tutto sull’individuo. Se, in altre parole, ciascuno si domandasse “che cosa aggiunge il mio voto alla politica nazionale?” e agisse di conseguenza, dovremmo ritrovarci con seggi deserti.

Ma perché allora, in barba alla teoria economica e agli economisti, ancora tanta gente va a votare? Forse perché quando partecipiamo alla vita civile e politica non guardiamo soltanto ai benefici e ai costi individuali e materiali, ma attribuiamo anche un valore intrinseco o etico alla partecipazione politica in sé. Quando Franca deve decidere se recarsi o no a votare, se il costo materiale del voto è 2 (tempo, benzina …), e il beneficio è 0.1 (cioè quanto influirà il suo voto sull’esito elettorale), se lei non considerasse altri tipi di benefici se ne starebbe tranquillamente a casa o andrebbe a fare un gita. Se invece la partecipazione politica le procura per se stessa benessere o felicità, e come se a quello 0.1 aggiungesse un valore immateriale, che, se abbastanza elevato, la fa recare alle urne invece di godere del riposo domenicale. Come possiamo dire allora, da questa prospettiva, sul calo dell’affluenza? Innanzitutto dedurre che questo calo è anche il risultato di un numero crescente di persone ragionano in termini puramente individualistici ed “economici”.

Ma possiamo dire anche qualcosa di più. Quando la qualità del dibattito pubblico e la moralità dei politici scendono, quel valore intrinseco e simbolico della partecipazione si riduce nelle persone. E quando scende sotto una soglia critica (per Franca è di 1.9, e ognuno ha la sua “soglia critica”) si può non andare più a votare: “Non vale più la pena”, è un’espressione che dice in estrema sintesi tutto ciò. E anche se Franca ignora quale sia la sua “soglia critica”, se quest’anno non è andata a votare, con questa sua scelta ci ha rivelato che il suo valore intrinseco della partecipazione politica è sceso. In questo caso anche un non voto è un segnale di malessere e forse una richiesta per una maggiore qualità della vita politica. Certo, ci sono cittadini per i quali il valore etico della partecipazione politica è molto alto, ma tanti altri gravitano attorno a quel valore “soglia” , e la crisi morale della politica può avere indotto molti di questi a rinunciare al voto.

Che cosa concludere allora? Se vogliamo che la gente continui a votare, ad esercitare questo diritto-dovere principe in una democrazia, occorre riempire di ideali e di moralità la politica, e far sì che quel valore simbolico ma realissimo resti sempre alto, e che ne “valga la pena”. 
Purgatorio fiscale

Puntualmente si riparla di riforma fiscale e di lotta all’evasione fiscale, una malattia non solo del sistema fiscale ma dell’intera vita civile, poiché mina alla radici il “patto sociale” tra i cittadini. Ogni tanto dovremmo infatti ricordare la logica della tassazione in una democrazia moderna. Le tasse (e le imposte) svolgono tre scopi: hanno una funzione di redistribuzione del reddito e della ricchezza dai più ricchi verso i più poveri; la tassazione poi è uno strumento per incoraggiare il consumo di beni meritori (arte, educazione, cultura…), e scoraggiare quelli demeritori (fumo, superalcolici…); infine servono a finanziare i beni pubblici, come strade, sicurezza o sanità.

Tutte e tre queste funzioni hanno senso all’interno di società che si sentono legate da un patto, poiché hanno una dimensione collettiva che è più di una somma di contratti e azioni individuali e privati. Pensiamo, ad esempio, ai beni pubblici: se il loro costo è 1000 e siamo in 100 a pagare le tasse, ognuno contribuisce in media con 10. Ma se siamo 100 cittadini e soltanto 50 di questi pagano le tasse, chi contribuisce paga 20, per sé e per i “furbi”. Ecco perché quando l’evasione fiscale supera una soglia critica mina alle fondamenta il patto sociale, poiché si spezza la fiducia che tiene assieme i popoli e ogni comunità politica.

Quando si parla dello scandalo dei paradisi fiscali – “luoghi” dove transita spesso denaro riciclato che trasuda violenza e sangue –, occorre tener presente che esistono pure tanti purgatori fiscali. Quelli di chi, anche a causa dei paradisi dei furbi, si ritrova con una pressione fiscale troppo alta, ingiusta e spesso insostenibile. Purgatorio che si trasforma in inferno quando un imprenditore che vive la legalità in settori ad alta evasione fiscale è costretto a chiudere la propria impresa. La cultura fiscale si cambia allora nel lungo periodo, con la faticosa arte delle azioni quotidiane virtuose, iniziando dalla scuola. Non è facile rispondere a un ragazzo che ci chiede «perché esistono i paradisi fiscali?», ma possiamo sempre augurargli che la sua generazione sia la prima a eliminare questa vergogna collettiva.

Il lavoro va salvato, cercato e creato

Benedetto XVI ha recentemente ribadito che occorre «fare tutto il possibile per tutelare e far crescere l’occupazione». Anche e soprattutto oggi, il centro del sistema economico deve essere occupato dalle persone. I capitali tecnologico, finanziario e sociale sono certamente importanti ma il “capitale umano”, cioè i lavoratori, resta il fattore chiave di una economia che voglia essere a misura di persona. Invece, la crisi finanziaria ed economica globale mostra con grande forza che il lavoro umano è decisamente relegato sullo sfondo del nostro modello di sviluppo capitalistico, il quale, sempre più in mano alla finanza, ha perso contatto con la fatica del lavoro.

D’altra parte, esso viene asservito al consumo, dando vita a uno dei fenomeni più preoccupanti del nostro tempo: la rincorsa ai consumi, appunto. Ma la storia ci insegna che i popoli si sviluppano quando la tendenza “competitiva” e agonistica degli esseri umani non si esprime primariamente nel consumo (si gareggia possedendo auto e telefonini più costosi degli altri) ma nel lavoro e nella produzione. Inoltre, questa crisi avrebbe dovuto insegnarci che la ricchezza che produce vero benessere è solo quella che nasce dal lavoro umano. Le promesse di ricchezza senza lavoro sono sempre sospette e molto spesso dei bluff individuali e sociali.

Che fare allora oggi in questi tempi di profonda crisi del lavoro? Innanzitutto, occorre tener ben presente che esso non è una merce che può essere lasciata al solo gioco della domanda (imprese) e dell’offerta (lavoratori). Il lavoro, o meglio il lavorare, è un bene per così dire primario, poiché da esso dipendono la dignità e l’identità delle persone, i loro sogni e anche la possibilità di poter acquistare gli altri beni, e far così girare l’economia. Ecco perchè la presenza del sindacato sarà sempre un grande segno di civiltà e di piena umanizzazione della vita civile.

Da questa crisi usciremo se sapremo trovare un nuovo assetto sul lato dell’occupazione. La globalizzazione e l’entrata sulla scena economica di nuovi continenti sta cambiando radicalmente il modello economico che aveva dominato in Occidente durante il XX secolo, tutto giocato sul binomio Stato-mercato. In quel modello, che ha portato risultati straordinari sul piano della crescita economica, al mercato capitalistico era affidato il compito di produrre e di occupare i lavoratori, allo Stato di colmare le lacune, anche occupazionali, del mercato. Tutto ciò che atteneva alla vita privata e quella associativa, e quindi ai valori ideali e politici, non rientrava né nel mercato né nello Stato. Tutto questo era un “terzo settore”, e quando creava occupazione, questa era in ogni caso qualcosa di marginale, poiché la sua natura era altra e non economica.

Oggi questo modello sta entrando in crisi mortale, perché il mercato tradizionale non ce la fa più, e tanto meno lo Stato. Il Terzo settore allora deve evolvere in quella che chiamiamo “economia civile”, vale a dire un nuovo modello economico e sociale dove la società civile non è un elemento residuale (terzo), ma il fulcro di creatività dell’intera economia. Occorre oggi una nuova stagione di innovazione dove i cittadini non affidino il lavoro soltanto alle grandi imprese tradizionali e allo Stato, ma siano protagonisti di nuove imprese in settori ad alta innovazione.

Il lavoro oggi non va solo “salvato” e “cercato”, ma anche “creato”. Va immaginato un sistema dove le cooperative e le associazioni non si occupino solo di cura della persona, ma anche di beni ad alto valore aggiunto. Va inventato allora un nuovo patto sociale, perchè l’economia civile non abbia solo la funzione di ridistribuire risorse, ma anche quella di crearle.

Se l’Italia vuol continuare a occupare un posto significativo nel nuovo scenario economico mondiale, occorre che si rilanci una fase di nuova creatività per immaginare nuovi scenari e nuovi mercati, in quei beni che oggi sono sempre più scarsi e quindi preziosi: quelli relazionali, culturali, e ambientali.
O l'economia è aperta alla persona o diventa disumana 
Intervista di Radio Vaticana a Luigino Bruni

Riscoprire nella carità "la forza propulsiva dello sviluppo". L'invito di Benedetto XVI, lanciato domenica scorsa durante la sua visita all'ostello Caritas della Stazione Termini di Roma, hanno avuto un'eco persistente. Tuttavia, riuscire a coniugare questa indicazione del Pontefice con i criteri che regolano l'economia è possibile solo se - come ripete spesso il Papa - è la persona umana e non l'interesse ad essere posta al centro dei mercati e della finanza. Una convinzione che il prof. Luigino Bruni, docente di Economia politica all'Università di Milano-Bicocca, ribadisce al microfono di Fabio Colagrande:

"E’ nella persona che agisce, la carità. E’ nella persona, non è nelle strutture. Quindi, l’idea che se l’economia dimentica che l’elemento propulsore - ciò che cambia, ciò che innova e ciò che quindi diventa la misura della verità e della giustizia di un sistema economico - è la persona umana e non sono i capitali, non sono le istituzioni, non sono la finanza, eccetera, questa economia alla lunga esce dall’umano, non è più umana. Quindi, io credo che questo richiamo del Papa sia un appello che richiama l’economia al suo umanesimo, cioè: o l’economia è aperta alla carità, cioè all’amore pieno, totale, che ha portato il cristianesimo, oppure l’economia non va semplicemente in crisi: diventa disumana. E il Papa ci ricorda: si esce da questa crisi, da ogni crisi, con la carità, che è l’eccedente, che è il di più, che è la persona capace di andare oltre il dovuto per aprirsi alla gratuità."

Citando il secondo capitolo della Caritas in veritate, il Papa ha ricordato: “La carità è il principio non solo delle micro-relazioni, ma anche delle macro-relazioni: rapporti sociali, economici, politici”. E’ una frase, questa, che è anche un appello alle istituzioni …

"Sicuramente. E’ un appello alle istituzioni ed è un appello alle persone che operano nelle istituzioni, perché se le macro-relazioni non sono aperte alla carità, sono semplicemente aperte a qualcosa che è contro di essa. In altre parole: non c’è nulla di neutro in economia. Se l’economia è luogo di vita umana, non è possibile immaginare un ambito dove si possa agire in modo neutrale dal punto di vista etico. O si è per la persona, o si è per la giustizia, o si è per l’ingiustizia e, ovviamente, per i soprusi. Quindi, questo invito che le macro-relazioni o sono improntate alla giustizia e alla carità o lo sono al non-amore e all’ingiustizia, è un messaggio di grande rilevanza per l’oggi."

Professor Bruni, il Papa ha invitato a riscoprire le dimensioni del dono e della gratuità in un mondo nel quale sembra prevalere la logica del profitto e della ricerca del proprio interesse. Ma la logica del profitto è di per sé negativa, sempre?

"Assolutamente no. Intanto, va inteso bene che cos’è la gratuità, perché noi lo confondiamo oggi con “gratis”. La gratuità è un prezzo infinito, non è un prezzo zero, è qualcosa che ha un valore talmente alto che non può essere pagato con denaro, e quindi solo il dono può essere una risposta. La gratuità è un "come si agisce" in economia e nella vita, non un "che cosa si fa". E' il modo in cui vivo la vita economica che mi dice la gratuità e quindi non è da associare al regalo, non è da associare – dicevo prima – al termine “gratis”. Allora, non è vero che esiste una opposizione tra profitto e gratuità. Ovviamente, se il profitto viene inteso come il fine dell’economia, come lo scopo dell’azione economica, allora c’è un’opposizione, perché il profitto è un indicatore di efficienza, è un segnale di ricchezza prodotta, ma non può essere lo scopo ultimo. Se invece il profitto è una delle tante variabili dell’economia, è un indicatore di efficienza, allora perché no? Anzi: senza profitto c’è perdita, e un’economia che non crei profitti alla lunga distrugge la ricchezza e non penso che nessuno di noi voglia un’economia che distrugge ricchezza invece di crearla. Quindi, la gratuità è compatibile con il profitto, purché il profitto non sia l’unico fine dell’azione economica e sia un indicatore di qualcosa di più ampio che si chiama – appunto – “valore aggiunto”, “ricchezza”, “efficienza”.
La Famiglia? non è inciampo per lo sviluppo

« L’Italia fatta in casa» (Mondadori) degli economisti Alberto Alesina e Andrea Ichino è un libro pieno di dati importanti, sui quali è bene riflettere, magari per giungere a conclusioni di 'policy' diverse da quelle proposte dagli autori. La tesi del libro è che l’arretratezza economica dell’Italia è principalmente arretratezza culturale, dovuta alla nostra tradizione famigliare che porta le donne a svolgere la gran parte dei lavori domestici e di cura e per questo a lavorare troppo poco 'fuori casa', nel mercato.

Da qui la ricetta: ridurre le tasse sul reddito del lavoro femminile, in modo da creare gli incentivi affinché le donne lavorino di più. È innegabile che in Italia ancora oggi esista una significativa asimmetria nelle opportunità di sviluppo professionale tra gli uomini e le donne, e che interventi legislativi, economici e sociali che facilitino il lavoro femminile nel mercato, e che quindi riequilibrino i pesi relativi del lavoro domestico, non siano soltanto opportuni, ma necessari e urgenti. Da questo punto di vista, allora, questo libro può svolgere un importante ruolo nell’alimentare un dibattito di civiltà quanto mai rilevante. Però è sottesa una visione culturale che vede nei legami forti, soprattutto quelli famigliari e comunitari, il principale fardello sociale dell’Italia e della cultura mediterranea rispetto ai Paesi nordici più sviluppati economicamente e civilmente.

Ci sono anche affermazioni che tendono a smorzare questa tesi radicale, ma l’impostazione generale del saggio è coerente con quella tesi: se saremo capaci di abbandonare il modello di famiglia italiano e imitare i modelli sociali norvegesi o danesi, diventeremo finalmente un Paese post-moderno, democratico, più ricco, e magari più felice. Questa tesi non convince non solo perché questa grande felicità 'nordica' non esiste, ma soprattutto per l’assenza di un’idea di famiglia come soggetto collettivo: per gli autori la famiglia è essenzialmente una somma di individui separati. Non si vedono rapporti, ma individui. Da qui la loro critica alla proposta del 'quoziente familiare', in base al quale i redditi dei coniugi verrebbero tassati come media di un reddito congiunto: «Se riteniamo che la partecipazione al lavoro delle donne sia un obiettivo importante per il nostro Paese, è evidente che il metodo del quoziente familiare ci allontana da questo obiettivo, e la tassazione disgiunta sarebbe preferibile». La tassazione disgiunta vede la coppia come un uomo e una donna disgiunti; ma la famiglia è soprattutto un patto che fa di due persone disgiunte un soggetto collettivo, nel quale le decisioni si discutono e poi si prendono assieme, comprese quelle lavorative. Allevare ed educare un bambino, soprattutto nei primissimi anni di vita, non è una faccenda privata dei genitori o della madre, non è una 'merce' come i trasporti e le pulizie domestiche che si possono comprare e vendere con efficienza in base al solo gioco della domanda e dell’offerta. Oggi la migliore teoria economica lo riconosce, quando legge la famiglia come produttrice non solo di servizi ma anche di 'beni relazionali' (che sono beni ma non sono merci), e quando mostra (vedi il Nobel Heckman) che i primissimi anni di vita sono quelli da cui più dipende il successo anche economico delle persone. Prima di qualunque riforma economica e fiscale sulla famiglia italiana, questa va riconosciuta come una grande risorsa e patrimonio civile, e solo dopo curata nei suoi problemi.
Venerare o emarginare il corpo: due lati della stessa medaglia

Mai come in questi anni in Occidente il corpo riceve cure e attenzioni. Il giro d’affari che ruota attorno alla cura del corpo (prodotti, massaggi, beauty farm, chirurgia estetica, fitness, lampade abbronzanti, farmaci dimagranti, ecc.) è impressionante: circa 15 miliardi di euro annui, per la sola Italia, ed è in continuo aumento. La cura del corpo sta diventando un vero culto, con i suoi riti, liturgie, templi, sacerdoti. Ma se guardiamo con attenzione a questo fenomeno ci accorgiamo che la questione è complessa, e presenta lati oscuri. Innanzitutto la cura del corpo che cerchiamo è soprattutto quella del nostro corpo, o di quello dei nostri cari. Dei corpi degli altri ci si interessiamo solo se belli, giovani, sani, in forma, attraenti, e se gli altri sono i nostri famigliari.

Il consumismo, infatti, sta sempre diventando una religione che promette l’eternità: la mia attuale auto tra qualche mese non sarà più nuova, ma posso acquistarne un’altra identica (e un po’ migliore), con l’illusione di una auto eternamente nuova. Così con tutti i prodotti, corpo incluso: con le cure, i prodotti, la chirurgia vorremmo sconfiggere il tempo e l’invecchiamento. Ma prima o poi il tempo della malattia e della fragilità, nostra e degli altri, arriva, e questa cultura non ci aiuta ad affrontarla. Ecco quindi emarginato il corpo malato, fragile, brutto, vecchio, morto: non si vedono più funerali nelle nostre città. Da bambino sono cresciuto circondato da vita, e da morte, che era una dimensione della vita: le nostre case ospitavano la vita e la morte, e si cresceva un po’ riconciliati con essa (con la morte ci si deve riconciliare per tutta la vita).

La stessa assenza del corpo la ritroviamo nei social network (facebook, ad esempio): se ci si limita ad “incontrare” “persone” costruite, virtuali, e non incontriamo invece l’altro con la sua corporeità complicata, ambivalente, queste splendide invenzioni potrebbero portarci alla lunga fuori dall’umano, poiché non c’è umano senza corpo. E’ il corpo che dice soprattutto cosa siamo e dove siamo, è il corpo che ci fa distinti e diversi davvero l’uno dall’altra/o, e che dice a noi e agli altri i nostri limiti. Emarginare, o venerare, il corpo sono dunque due lati della stessa medaglia: l’illusione che si possa vivere bene senza fare i conti con la fragilità e con la vulnerabilità, nostra e degli altri.
Costi e benefici del cuore-a -cuore



Ci sono imprese, organizzazioni, associazioni che organizzano eventi e li pubblicizzano inviando email a migliaia di persone: con un solo click raggiungono migliaia di

 

persone, e risparmiano tempo e denaro rispetto agli arcaici metodi di alcuni anni fa (telefono, posta …). Spesso, molto spesso, accade però che quegli eventi si svolgano in sale semivuote, e che delle migliaia di persone raggiunte ne arrivino solo poche e sparute unità. Come mai? Ridurre i costi non è sempre positivo dal punto di vista sociale. Quando riceviamo un invito ad una conferenza insieme a centinaia di altre persone, magari con l’intestazione anonima: “Spett.le/egregio”, siamo ben coscienti che quell’invito è costato solo pochi secondi di tempo, e anche per questo ci lascia indifferenti. Quando invece riceviamo una mail, o meglio una lettera o una telefonata personale, sappiamo che quel maggior costo o impegno richiesto da questa forma comunicativa è anche un segnale di una maggiore attenzione nei nostri confronti.

Ciò è espressione di una tendenza più generale dei rapporti umani. Pensiamo, ad esempio, alla grammatica relazionale dei doni: quando riceviamo un dono che sappiamo non è costato nulla o troppo poco al donatore (in termini di tempo e/o di denaro), tendiamo a non apprezzarlo. Ed questa la principale ragione che spiega l’esistenza di una norma sociale di portata universale: non riciclare i doni per fare altri “doni”. Se vogliamo raggiungere obiettivi occorre fare investimenti: se voglio far sì che qualcuno superi la forza d’inerzia esercitata dalla TV al plasma che “grazie” al mercato oggi ci offre sempre maggiori programmi, e far modo che il dopocena esca e partecipi ad un incontro culturale o spirituale, dobbiamo investire tempo ed impegno, altrimenti non superiamo il muro del suono della nostra società dei consumi, e i nostri segnali si perdono nel magma dei tanti segnali che ci raggiungono superficialmente ogni giorno.

Dobbiamo imparare a recuperare la comunicazione faccia a faccia: ridurre le tefonate, le mail, gli SMS, e utilizzare quel risparmio di tempo per andare a bussare alla porta di qualcuno: i frutti di questo investimento del tempo risparmiato sono molto abbondanti, anche perché in una società che vive di virtuale, l’incontro umano cuore-a-cuore sta diventando un bene sempre più scarso, e quindi di crescente valore.
Quali diversità?

L’economia civile è una tradizione di pensiero che vede il mercato e l’impresa non come il regno dei soli interessi individuali ma come una faccenda di reciprocità e di fraternità. Solo se leggiamo l’economia in questo modo è possibile dire che l’Economia di Comunione (Edc) è veramente economia, e non un’esperienza marginale che imprenditori buoni portano avanti per tappare i buchi dell’economia che conta. È una novità non inquadrabile nello schema dualistico “for-profit” e “non-profit”, tipico della tradizione capitalistica.

Quando la leggiamo dalla prospettiva culturale dell’economia civile, l’Edc diventa il paradigma di quelle imprese “for project” (né “per”, né “contro” il profitto) tipiche dell’economia civile, in cui gli imprenditori sono costruttori di progetti condivisi, nei quali il profitto è solo un elemento.

Al tempo stesso, l’Edc e la spiritualità dalla quale nasce ci hanno fornito anche le categorie teoriche per dare contenuto all’economia civile: reciprocità, gratuità, fraternità, beni relazionali. Parole che abbiamo “imparato” anche osservando la vita degli imprenditori, dei lavoratori, dei poveri del progetto Edc. Quindi senza l’esperienza e la spiritualità dell’Edc probabilmente (e almeno per la mia parte) il contenuto teorico dell’economia civile sarebbe oggi più povero e certamente diverso; senza l’elaborazione dell’economia civile l’Edc avrebbe minore dignità scientifica e sarebbe considerata una anomala eccezione, senza avere quel respiro universale che invece la prospettiva dell’economia civile le dona.

Bruni:«La comunione è il nuovo nome della pace»

pubblicato su Fermento (Quindicinale dell'Arcidiocesi di Brindisi-Ostuni), anno 32°, n. 10 (15 novembre 2009)

L'anno scorso ha pubblicato, scritto a quattro mani, «Benedetta economia», libro nel quale la domanda di fondo riguardava il posto che hanno nell'economia la gratuità, le “vocazioni”, “i carismi”, le motivazioni intrinseche. Luigino Bruni insegna Economia politica a Milano-Bicocca è Co-editor della International Review of Economics (IREC), nonché Membro del comitato editoriale delle riviste: "Nuova Umanità", "Sophia" e "RES" e membro del comitato etico di Banca Etica. Ora insegna anche Economia politica nell'Istituto Universitario Sophia a Loppiano ed è Coordinatore della commissione internazionale Economia di Comunione. Di lui trovi tutto su internet: anche un detto-programma di anonimo che fa riflettere: «La vita, la lezione più bella».

Prof. Bruni, quale, secondo lei, l'autentica novità della Caritas in Veritate nell'ambito della dottrina sociale della Chiesa?

«In primo luogo, Benedetto XVI rivaluta e rilancia nel dibattito attuale il grande magistero sociale di Paolo VI, quando dice, già nell’introduzione, che la DSC non ha solo la Rerum Novarum come pietra miliare, ma anche la Populorum Progressioche rappresenta l’altro grande evento su cui poggia l’insegnamento sociale del Post-Concilio. E questa eredità e rivalorizzazione della Populorum Progressio non è solo dovuta al dato contingente del recente quarantesimo anniversario dell’Enciclica di Paolo VI, ma soprattutto ad una volontà esplicita di Benedetto XVI di rilanciare nella DSC il grande tema del capitalismo, della giustizia mondiale e dello sviluppo dei popoli, temi forse restati un po sullo sfondo delle encicliche sociali recenti. Pertanto, riporre al centro i temi del progresso nell’età della globalizzazione, significa ridare centralità, all’interno della DSC, al grande tema della critica al capitalismo. Potremmo così riassumere questo primo elemento dell’Enciclica: se oggi vogliamo salvaguardare il contributo di civiltà tipico della tradizione civile e dell’etica del mercato (che sono frutto anche e soprattutto dell’umanesimo cristiano) diventa sempre più urgente una critica alla forma capitalistica che l’economia di mercato ha assunto negli ultimi due secoli.

Il secondo punto di novità è strettamente connesso con questo primo punto e ci viene enunciato già dalle prime righe dell’Enciclica, quando Benedetto XVI afferma che la Caritas, l’amore (eros, philia e agape) è fondamento sia della vita spirituale, ecclesiale e comunitaria, sia della vita economica e politica: essa “dà vera sostanza alla relazione personale con Dio e con il prossimo; è il principio non solo delle micro-relazioni: rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro-relazioni: rapporti sociali, economici, politici” (n.2). Questa frase, a mio avviso, ha una portata rivoluzionaria. Infatti, una delle grandi costanti che risalgono al mondo greco e romano, è una visione dicotomica della vita: corpo - anima, spirituale - materiale, contemplazione - prassi, eros -agape. Questa visione dicotomica o dualista oggi è ancora molto forte nell’ambito economico e civile, quando si afferma, nella teoria e nella prassi, la contrapposizione tra gratuità e mercato, tra dono ed economia. Il Papa ci richiama, già dalle sue precedenti encicliche, a questa nuova unità: è l’amore, lo stesso amore, che può e deve ispirare il dono e il contratto, la famiglia e l’impresa, il mercato e la politica. Ecco quindi, che l’intero capitolo 3 dell’Enciclica è l’esigenza di una riunificazione della vita e si pone al cuore stesso del messaggio cristiano: l’incarnazione del Verbo ha superato per sempre la separazione fra sacro e profano, tra ambiti pienamente umani e non, e si può raggiungere la vita buona, la santità, certamente nella vita contemplativa e nella preghiera, ma anche facendo l’imprenditore e lavorando, o impegnandosi in politica per la propria gente. Si capisce quindi che se l’amore è la fonte sia del dono che del contratto, si può amare anche eseguendo la prestazione di un contratto. La gratuità non va associata quindi al gratis e al regalo, ma essa è una dimensione che accompagna tutte le azioni umane, e che quindi possiamo e dobbiamo ritrovare nella vita ordinaria.»

Tra i commenti della prima ora, c'è stato quello di Stafano Fontana che ha osservato: "L'enciclica sociale Caritas in veritate trasforma la dottrina sociale della Chiesa nientemeno che nel rapporto tra la Chiesa e il mondo". Penso a quanto ha scritto Giovanni Paolo II nella Sollicitudo al nr.41 e chiedo: l'ambito le sembra più ampio o più ristretto?

«Mi sembra una tesi suggestiva ma un po' forte: certamente ci sono degli elementi nuovi, ma c'è soprattutto una forte continuità con le encicliche sociali del Novecento. Ci sono delle novità certamente nella visione dell'economia e del mercato, come ho appena detto».

Annunciata per il 40° della Populorum progressio, questa enciclica è stata pubblicata a ridosso di una riunione del G8, che invece affrontava le questioni della crisi economica mondiale che ora giunge al suo secondo anno di vita. E' stata considerata da una lettura frettolosa indirizzata ai grandi della terra, mentre papa Benedetto l'ha inviata a "tutti gli uomini di buona volontà". Quali impegni questi ultimi traggono da quelle pagine?

«Non so se l'abbiamo neanche letta, anzi sono quasi certo di no. Ciò non significa che sia irrilevante, ovviamente, ma l'enciclica avrà effetti sui "grandi" e sui "piccoli" della terra se i cristiani vivono ogni giorno quelle realtà lì scritte. Le encicliche hanno forza perché sono scritte con il sangue dei martiri, con la vita di coloro che conferiscono verità storica ai principi enunciati. Se l'enciclica darà vita ad una nuova stagione di economia civile e di comunione, allora sarà influente; altrimenti resterà un documento, importante ma sempre un testo di carta».

La Chiesa non è contro il mercato, purchè esso non si riduca alla ricerca del profitto e ammetta la presenza di più forme economiche, ed anche di più Stato e società civile. Sembra, questo, il messaggio della Caritas in veritate: quale distanza esiste tra il nostro vivere quotidiano e questa visione della società?

«Detto in altre parole, chi, come la Chiesa, apprezza e valorizza l’economia di mercato (soprattutto quando la confrontiamo con altre forme come il collettivismo e il comunitarismo o l’economia gerarchica–feudale) deve duramente criticare l’avvento di una società di mercato, cioè una vita in comune regolata unicamente dal mercato e dai suoi meccanismi e strumenti (concorrenza, contratti incentivi, ecc.). Senza mercato, quindi, non c’è vita buona, con solo mercato la vita è ancor meno buona, poiché vengono emarginati e atrofizzati altri principi e meccanismi fondativi della vita in comune, che non sono riconducibili al contratto, quali il dono e la reciprocità. Ma se, come ricorda l'enciclica, la gratuità è la dimensione fondativa dell’umano, ne deriva coerentemente che il profitto non può essere lo scopo dell’impresa, di nessuna impresa, non solo di quelle no-profit, perché quando ciò accade (come nella recente crisi finanziaria) tutto nell’attività economica e d’impresa diventa strumentale: persona, natura, rapporti, e nulla ha valore intrinseco. Ecco quindi superata l’altra grande dicotomia dell’economia attuale: impresa no-profit, impresa for-profit, o l’idea del terzo settore, poiché ogni impresa in quanto tale ha una vocazione civile e non solo quelle operanti nel terzo settore o nel no-profit. Di qui il riferimento del Papa all’economia civile e di comunione (n.46), il cui significato si coglie solo nel quadro complessivo dell’Enciclica».

Alcuni media hanno parlato dell'enciclica della crisi economica. Poniamo che sia anche così, quando invece, ci si spende espressamente per lo "sviluppo umano integrale nella verità e nella carità". Ma passata questa crisi economica, che rappresenta il contingente, cosa resterà di queste pagine quale patrimonio perenne?

«Questa enciclica è stata pensata e scritta prima della crisi, poiché,come è noto, doveva uscire per il 40° anniversario della Populorum progressio: quindi non è una risposta al settembre 2008. Per questo durerà ben oltre questa crisi finanziaria ed economica, perché è una risposta alla crisi antropologica che è sotto queste crisi. In conclusione, all'inizio dell'enciclica il Papa si chiede come attualizzare le domande e le sfide della Populorum Progressio (n.8). Alla luce dell’Enciclica, resta ancora attuale l’idea che lo sviluppo sia la condizione necessaria per la pace, ma in questi quarant’anni abbiamo capito che non basta lo sviluppo economico per evitare le guerre, occorre anche la comunione dei beni, occorre la solidarietà tra i popoli, dal momento che le recenti guerre e il terrorismo mostrano l’insostenibilità di un sistema capitalistico che produce crescenti disuguaglianze. Per questo credo che potremmo declinare uno dei messaggi centrali dell’Enciclica come “La comunione è nome nuovo della pace”: credo che la comunione sarà anche la sfida dell’economia e della pace dei prossimi anni».

Disoccupazione e creatività civile

Quando andiamo a visitare un amico dopo un incidente, e gli chiediamo: «Come stai?», ci potrebbe rispondere: «La gamba sta guarendo, la costola fa ancora male, l’ematoma non è stato riassorbito, mentre il braccio è a posto». È questa la condizione dell’economia che sta cercando di uscire da un (grave) incidente. Le parti del “corpo” danneggiate dalla caduta del settembre 2008 sono state soprattutto tre: la struttura finanziaria, la produzione e l’occupazione. I dati sulla crisi e sulla ripresa sono contrastanti perché si parla oggi della gamba, ieri delle costole, domani dell’ematoma.

Fuor di metafora, la grave crisi del settore finanziario la possiamo dire superata: oggi non si rischia più un crollo di sistema (almeno per il futuro prossimo). La produzione reale sta ripartendo, e tra qualche mese è probabile che si torni a produrre con un segno del Pil positivo. Ciò che invece non guarisce è il mondo del lavoro: credo che, globalmente, non si tornerà più ai livelli occupazionali pre-crisi. Perché? Innanzitutto le crisi sono sempre momenti nei quali si distruggono assetti industriali in parte obsoleti e se ne creano di nuovi, sono momenti di “distruzione creatrice”. Inoltre con l’ingresso di nuovi grandi attori nel mercato i settori industrialmente maturi del Nord del mondo dovranno necessariamente ridimensionarsi.

Secondo alcune stime, nei prossimi anni l’economia tradizionale potrà occupare non più dei 2/3 dei lavoratori. Che fare? C’è una strada ancora poco sottolineata: potenziare e sviluppare la capacità e la vocazione produttiva della società civile, la cosiddetta economia civile. Occorre cioè che una quota maggiore di società civile e di famiglie non “cerchino” il lavoro presso le grandi imprese o lo Stato che lo ha “creato”, come diceva il modello tradizionale pre-2008. È necessario che la società civile sia sempre più capace di creare essa stessa lavoro, e non solo nei servizi di cura ma anche in settori ad alto valore aggiunto; e occorre che lo faccia in sinergia con le imprese tradizionali e con le istituzioni.

Bisogna poi superare l’idea di economia sociale, o non-profit, come di un settore finanziato in gran parte da contributi pubblici, perché questo modello non può essere sostenibile, se è vero che lo Stato ottiene ricchezza principalmente tassando la produzione delle imprese tradizionali (che saranno sempre di meno). È quindi urgente che l’economia civile attivi con capacità innovativa ricchezza privata e sia capace di produrre essa stessa valore aggiunto.
Riscopriamo l'economia civile

Quali rapporti ci sono tra l’agape, l’economia ed il bene comune?

La tradizione italiana della pubblica felicità concepiva l’economia in vista del bene comune. Il bene pubblico, che corrisponde all’inglese common (bene collettivo) è un rapporto diretto tra gli individui e il bene consumato. Il bene comune è esattamente il contrario: è un rapporto diretto tra persone, mediato dall’uso dei beni in comune. Nella Dottrina Sociale della Chiesa il bene comune è inteso come la “dimensione sociale e comunitaria del bene morale”, e per questo è “indivisibile perché soltanto insieme è possibile raggiungerlo”, come afferma il n. 164 del Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa. L’agape, una forma di amore che fa la sua comparsa con il cristianesimo, nella definizione moderna di bene comune è stata accantonata, relegandola, da una parte, alla sfera privata della famiglia; dall’altra è stata affidata allo Stato attraverso il welfare state, oppure, nella cultura anglosassone, alla filantropia. Due forme pubbliche che hanno raccolto solo una parte della ricchezza della dimensione dell’amore agapico. Una sfida della civiltà è quella di riportare la forma dell’agape al centro della vita della città.

Ma la storia economica può essere letta in versione agapica?

La storia dell’economia non è solo storia di contratti, né solo storia di intervento pubblico e di azioni filantropiche. La storia che va dai Monti di Pietà dei francescani nel Medioevo all’economia di comunione ed al commercio equo e solidale di oggi non può essere compresa nella sua pienezza, se non si prende in considerazione l’agape che è alla base della loro nascita e sviluppo. In questo senso credo che vada rivisto in funzione agapico anche il principio di sussidiarietà, finora visto solo in versione verticale, cioè nel rapporto tra i diversi livelli della pubblica amministrazione. Credo necessaria una nuova declinazione di questo principio fondamentale della vita civile.

Come?

Non faccia il contratto ciò che può fare l’amicizia, e non faccia l’amicizia ciò che può fare l’agape. E' bene ricordare un giurista aquilano discepolo di Antonio Genovesi, Giacinto Dragonetti, che nell’introduzione del volume Delle virtù e dei premi (1766) scrisse: “Gli uomini hanno fatto milioni di leggi per punire i delitti, e non ne hanno stabilita pur una per premiare le virtù”. Per Dragonetti la virtù è associata al bene pubblico e l’agape è la pietra angolare della civitas.

Quindi l’agape è collegata alla felicità, che è il fondamento dell’economia civile?

L’economia civile è un’antica tradizione italiana, che ha la sua origine nell’umanesimo civile. Nel ‘400 italiano le regioni della Toscana, Umbria e Marche furono molto importanti per lo sviluppo economico e commerciale; poi nel secolo XVIII a Napoli ci fu una nuova primavera con il pensiero economico di Antonio Genovesi, che diceva che lo scopo ultimo dell’economia non è la ricchezza, ma la felicità pubblica. In questa prospettiva, la crescita di un Paese è importante solo ed in quanto migliora il benessere delle persone. Se il PIL (Prodotto Interno Lordo) che cresce dovesse impoverirci, perché si inquina l’ambiente o i rapporti interpersonali peggiorano, l’economia - direbbe Genovesi - fa del male, perché l’economia è buona quando rende la qualità della vita migliore. Quindi oggi l’economia civile sta tornando di moda in un mondo di scarsità di beni ambientali e di beni sociali come il nostro, dove abbiamo molte merci e pochi rapporti. Questa antica tradizione italiana è molto importante e molto attuale. Con altri autori la sto rilanciando nella prassi e nella teoria economica contemporanea.

Un ritorno alla felicità pubblica, che è una parola non più di moda…

Non è di moda, perché si è perso il significato pubblico della felicità. Nei giorni del terremoto in Abruzzo si è capito cosa voglia dire quando un Paese ha anche un corpo. Quando siamo nella normalità, nell’abbondanza ci dimentichiamo che il Paese è una comunità, un corpo, che la felicità quindi riguarda tutti. Quando c’è una calamità naturale si risente questa appartenenza ad una dimensione più grande della nostra famiglia. La felicità pubblica dice che questa dimensione deve essere la normalità e non l’eccezione. Pensare il Paese come una famiglia, dove stiamo bene tutti o non sta bene nessuno, dove esistono molti interessi comuni rispetto ai conflitti di interesse. Invece, negli ultimi decenni, si è sfilacciato il tessuto sociale che teneva insieme il Paese e oggi si guarda l’altro come un rivale e non come un alleato. Questo è un segnale di decadenza che va assolutamente rettificato.

La felicità pubblica implica anche il concetto del dono.

Il dono con le sue ambivalenze è un’esperienza complessa: il dono in un certo senso obbliga. Tale concetto bisogna metterlo in conto in una civiltà che non fa più doni o che non li vuole più accettare, purché non siano gadget od offerte nei saldi. Nessuno vuole più il dono vero, perché ha paura di esporsi all’altro. E' una civiltà che si intristisce. Il grande segnale di qualcosa che non funziona oggi è la mancanza di gioia, tipica di un mondo dove la dimensione del rapporto con l’altro era importante. Ma sono ottimista: andiamo avanti, ce la faremo.

Cosa ha a che fare con tutto questo l’economia di comunione?

Ha a che fare perché è una parte dell’economia civile, perché punta alla felicità pubblica, si occupa di quelle parole chiave che hanno fatto l’umanesimo cristiano e civile. L’Economia di Comunione è un progetto importante ed innovativo di imprenditori, lavoratori, dirigenti, consumatori, risparmiatori, cittadini, studiosi, operatori economici, lanciato da Chiara Lubich nel maggio del 1991 a San Paolo in Brasile. Obiettivo: costruire e mostrare una società umana dove, ad imitazione della prima comunità di Gerusalemme, “nessuno tra loro è indigente”. Le imprese sono l’asse portante del progetto. Queste si impegnano liberamente a mettere in comunione i profitti secondo tre scopi e con pari attenzione: aiutare le persone svantaggiate, creando nuovi posti di lavoro e sovvenendo ai bisogni di prima necessità, con progetti di sviluppo; creare un’impresa, che deve restare efficiente e competitiva pur se aperta alla gratuità; diffondere la cultura del dare e della reciprocità. L’economia di comunione nasce da una spiritualità di comunione, vissuta nella vita civile; coniuga efficienza e solidarietà; punta sulla forza della cultura del dare per cambiare i comportamenti economici; non considera i poveri come un problema, ma come una risorsa preziosa.
Dono e Perdono



Il perdono è una delle esperienze umane più profonde e universali. Ma nonostante ciò credo che si rifletta ancora troppo poco sulla natura di questa esperienza fondamentale, anche se autori come Jankelevitch e Derrida hanno dedicato al perdono pagine memorabili.

Il punto di partenza di un discorso sul perdono è che esiste un rapporto molto profondo fra dono e perdono, ed esiste in molte lingue. Nell’inglese ad esempio è molto bella la tensione fra forgive e forget che ci dà una prima idea di cosa sia veramente il perdono: non è un atto che si compie per togliersi un peso, per non soffrire più, per dimenticare. Non è un prendere (get) ma un dare (give). Questo perdono, il perdono per dimenticare, è molto comune, potente e importante, ma è insufficiente per una buona vita in comune.

C’è poi un secondo tipo di perdono, che si esprime con le parole: “Ti perdono veramente, ma questa è l’ultima volta”. E’ questo un perdono che contiene già una certa gratuità (si perdona veramente), che è molto comune nell’amicizia, nei rapporti di coppia in particolare, dove esiste una reciprocità diretta “io-tu”. Anche questo è un tipo di perdono importante, ma neanche questo perdono esaurisce l’esperienza del perdono.

Se infatti dono e perdono stanno assieme (non c’è l’uno senza l’altro) allora potremmo sintetizzare così una terza dimensione dell’esperienza solo umana e forse più che umana (come dice Derrida) del perdono: “Ti perdono e continuo a credere nel rapporto con te con tutte le sue fragilità”. In altre parole, è come se dicessimo non all’altro ma a noi stessi: “Ti perdono pronto a perdonarti domani se dovessi ferirmi ancora”.

Questo è veramente “per-dono”. Questo perdono ha poi una caratteristica straordinaria. Diversamente dalle due forme di perdono precedenti (che potremmo anche associare la prima all’eros e la seconda alla philìa) questa terza forma di perdono, che richiede la forza dell’agape, cura la fragilità dell’altro che può ritrovarsi a non sbagliare più proprio perché il nostro dono l’ha guarito dentro. E’ un perdono terapeutico.

E’ la mancanza di “questo” perdono che spesso porta la fine di coppie, di comunità, di amicizie importanti, dove ci si lascia perché non si è capaci di per-donare veramente, di riscommettere e rischiare di nuovo in quel rapporto. Ed è invece la sua presenza che fa capaci di superare le grandi prove della vita.

Ma dove si impara questo perdono? Dove sono le scuole? Chi sono i maestri?

Infine, nella vita servono tutti e tre i tipi di perdono perché ciascuno svolge una funzione diversa nelle varie fasi della vita. Ma il terzo per-dono, quello dell’agape, è quello più prezioso, perché raro e non spontaneo; ma quando la vita in comune è giocata soltanto sui registri degli altri due perdoni, manca la gioia che è sempre il grande segno che accompagna il per-dono , di chi lo riceve e di chi lo dona.

Tre aspetti della crisi finanziaria

Le culture umane hanno da sempre sperimentato e conosciuto che la libido dell’eros e la libido del denaro sono due forze molto simili: sono essenziali per la vita e per la crescita delle comunità, ma se non gestite e regolate da istituzioni adeguate e forti fanno precipitare quelle stesse comunità nel caos. Ciò che vediamo in questo periodo con questa grave crisi finanziaria, economica e morale sono solo i frutti mortiferi di una economia e una finanza lasciate in balia delle proprie pulsioni senza regolazione comunitaria e sociale. Sta accadendo qualcosa di simile a ciò che accadrebbe in una comunità in cui l’intera socialità fosse giocata sul solo registro dell’eros, senza alcun riferimento alla philia, all’agape e alle loro tipiche istituzioni. La libido erotica e quella del denaro sono passioni forti, che vanno educate, gestite e – occorre ricordarlo – controllate, vivendo la bellissima virtù della prudenza, individuale e collettiva.

Dopo questa premessa, vorrei soffermarmi su tre aspetti di questa crisi.

Il primo. Ciò che la presente crisi finanziaria sta mostrando è la radicale fragilità e vulnerabilità del capitalismo di terza generazione. Nel sistema economico tradizionale (dalle città medioevali all’Europa moderna) una crisi come quella attuale non era neanche pensabile. In quelle economie il consumo era fondato e legato alla produzione reale. Il reddito dei singoli e dei Paesi era un indicatore molto importante, perché diceva chiaramente e senza equivoci quanto una famiglia e un Paese potevano spendere e investire. Il reddito era il limite naturale del consumo e del risparmio. Il reddito non consumato veniva depositato, spesso (quando esistevano ed erano sicure), in banche dove, grazie all’interesse che il denaro maturava, il valore del capitale non si deteriorava nel tempo. In quel mondo, o capitalismo, le crisi economiche (come quella del ’29) potevano verificarsi solo per una crisi dell’economia reale (soprattutto fallimenti di imprese …), che producevano disoccupazione, e quindi una riduzione del reddito reale. Questo sistema economico tradizionale è entrato in crisi nel XX secolo, con la nascita del capitalismo finanziario, che ha cambiato radicalmente la natura del sistema economico e della nostra vita. Questo cambiamento ha prodotto alcune cose interessanti, ma ad un costo molto alto: ha reso il sistema economico tremendamente fragile. John M. Keynes è stato l’economista che più di tutti ha colto e denunciato, profeticamente (eravamo nel 1936), la natura finanziaria del nuovo capitalismo e la sua strutturale fragilità, un autore che oggi dovremmo tornare a leggere e a meditare profondamente. Le crisi come questa che stiamo vivendo sono quindi la regola, non l’eccezione del capitalismo finanziario, soprattutto oggi quando la globalizzazione amplifica gli effetti delle crisi. L’instabilità e la fragilità sono solo cioè l’altra faccia di un modello di sviluppo che consente ai cento dollari di reddito reale di diventare mille e oltre, senza alcun rapporto tra quel denaro e il lavoro umano.

Dovremo abituarci presto alle crisi come questa e ancora più devastanti? Temo di sì, almeno fino a quando questo capitalismo non evolverà in qualcosa di diverso. Nel breve periodo, però, sarebbe necessario riaprire una riflessione profonda sul capitalismo, che non sia solo di tipo economico e finanziario, ma anche politico e culturale; una riflessione globale e mondiale che è ancora "ferma" agli accordi di Bretton Woods nel dopoguerra. Keynes, che era anche tra i promotori di quegli accordi, era convinto che data la nuova natura del capitalismo occorresse un nuovo “patto sociale”, nuove regole e nuove istituzioni (economico-politico) per gestire questa nuova realtà. IL FMI e la Banca Mondiale sono il risultato, molto parziale e in parte tradito, di quel nuovo patto. Negli ultimi decenni qualcosa si è mosso, e alla fine degli anni novanta la coscienza civile globale stava maturando la convinzione che il capitalismo richiedesse una diversa e più attenta governance. La Tobin tax, e il dibattito attorno ad essa, ha svolto una funzione di catalizzatore di un processo sociale che con il G8 di Genova del luglio 2001 raggiunse il suo massimo. L'11 settembre, poi, ha però deviato per anni l'attenzione della società civile internazionale dai problemi della nuova architettura del capitalismo finanziario, per orientarla sui temi della sicurezza e del terrorismo. Oggi ci accorgiamo che in questi setti anni di "distrazione" il processo è esploso (basta guardare i dati sull’amplificazione dell’indebitamento delle banche in questo ultimo decennio!), e stiamo improvvisamente prendendo coscienza che c'era un'altra "guerra" e un'altra "sicurezza" non meno gravi e urgenti dei controlli-passeggeri agli aeroporti, problemi che incombono minacciosamente sulla "post-economia di mercato" di tutte le famiglie del globo. Questa crisi attuale ci sta dunque dicendo drammaticamente che il "capitalismo finanziario" richiede una nuova Bretton Woods che ridisegni la nuova architettura del capitalismo di terza generazione, se vogliamo che queste crisi non facciano implodere il fragile sistema mondo. Speriamo solo che questi nuovi accordi siano questa volta democratici, che tengano conto seriamente dell’Africa, dell’Asia, e del Sud America.

E veniamo così al secondo punto. Con l’avvento del capitalismo finanziario la banca e la finanza hanno progressivamente mutato natura, trasformandosi sempre più in soggetti speculatori, il cui scopo principale è far profitti (e farne tanti!), smarrendo così giorno dopo giorno la funzione sociale che la banca e la finanza hanno da sempre svolto, e svolgono ancora. Le istituzioni bancarie e finanziarie sono indispensabili nell'economia moderna. Come ho avuto modo di dire anche sull’Osservatore Romano (28.9.08), la grave malattia del capitalismo contemporaneo è invece la progressiva trasformazione delle banche da istituzioni a speculatori. Lo speculatore è un soggetto il cui scopo è massimizzare il profitto. L'attività che svolge non ha alcun valore intrinseco, ma è solo un mezzo per far arricchire gli azionisti e i managers. L'economista Yunus, Nobel per la pace, fondatore della Grameen Bank ricorda sempre che nell'economia di mercato l'accesso al credito è un diritto fondamentale dell'uomo, poiché se questo diritto non è soddisfatto le persone non riescono a realizzare i propri progetti e a uscire dalle tante trappole della miseria. Se questo è vero allora la banca speculatrice deve essere l'eccezione e non la regola dell'economia di mercato, se non altro perché i prodotti che la banca gestisce sono sempre ad alto rischio, e, soprattutto, perché i capitali che essa rischia sono delle famiglie. Sono convinto che una riforma radicale che dovrebbe uscire da questa crisi è la trasformazione delle banche in istituzioni più vicine all’impresa nonprofit che all’impresa speculatrice, se è vero che la banca è un’istituzione che ha un vincolo di efficienza e di economicità, che deve salvaguardare gli interessi di molti soggetti. Non è certo un caso che, dai Monti di Pietà dei francescani del Quattrocento alle banche cooperative, la banca si è pensata anche come impresa senza scopo di lucro, proprio perché tanti erano gli interessi che doveva soddisfare. Ciò che quindi i fallimenti di questi giorni ci stanno insegnando è che la banca è un'istituzione con un grande valore sociale e con una grande responsabilità: non può essere abbandonata al gioco rischioso della ricerca dei profitti.

E infine il terzo aspetto. Dietro questa crisi c'è anche una crisi morale, che riguarda anche il nostro rapporto con i beni e gli stili di vita. L'indebitarsi (negli USA ma sempre più in tutto il mondo opulento) ben oltre le possibilità reali di reddito, è una forma di doping simile a quella di cui sono preda i “giocatori d’azzardo” della finanza. Indebitarsi per il consumo è atto ad altro rischio, poiché mentre l’indebitamento per un investimento è sano e naturale, fondato sull’ipotesi che se l’investimento è buono il valore aggiunto remunererà anche l’interesse bancario, indebitarsi per vacanze esotiche o case di lusso può essere un atto simile a quello di Pinocchio che, seguendo i consigli del Gatto e la Volpe, seminava denaro sperando di vederlo un domani crescere moltiplicato sugli alberi. Nessuno, ovviamente, vuol negare che entro certi limiti il debito delle famiglie possa essere virtuoso per l'economia e per il bene comune. Ma è ancora più vero che la banca che presta troppo e alle persone sbagliate non è meno incivile di quella che presta troppo poco alle persone giuste. Se banchieri e consulenti finanziari si comportano come novelli Gatto e Volpe, tutti alla fine vivranno, diversamente dalle favole, “infelici e scontenti”.

Un’ultima considerazione. C'è un aspetto importante in tutta questa "bufera" che non viene mai sottolineato dai media. Chi in questi anni ha fatto investimenti etici (in Banca Etica, ad esempio, ma anche in tante banche cooperative) oggi si ritrova con un risultato al tempo stesso etico, economicamente vantaggioso e molto sicuro. Questa crisi sta rimettendo in discussione il sistema degli incentivi e dei valori in gioco, anche puramente economici. Come è avvenuto tante volte nella storia, un cambiamento climatico può determinare l'estinzione di grossi mammiferi e lo sviluppo di organismi più piccoli e agili, che nel precedente clima apparivano svantaggiati. Se questa crisi, nonostante la sua gravità e il grande dolore che sta procurando (i soldi sono importanti quando servono per poter vivere), può servire a dar vita ad un nuovo patto sociale planetario per una economia più etica, amicale e aperta alla gratuità, allora sarà stata una felix culpa. Se invece guardiamo nelle nostre comode case i dibattiti televisivi sulla crisi, alternando le notizie sui crolli di banca all’attesa per le colossali vincite all’enalotto, convinti che la colpa è soltanto dei cattivi Gatto e Volpe di Wall Streat o di Piazza Affari, allora tra qualche mese dimenticheremo tutto, e ci ritufferemo nel doping del consumo. Aspettando la prossima crisi.
Un’altra globalizzazione è possibile

Anche i critici riconoscono che, stando alle semplici cifre, la globalizzazione ha portato la popolazione mondiale nel suo complesso a stare meglio. Nel 1981 oltre il 40 per cento della popolazione mondiale era al di sotto della linea di povertà assoluta; oggi siamo a circa il 21 per cento; tuttavia, a causa della crescita demografica, la riduzione dei poveri in termini assoluti è di soli 130 milioni. Nel frattempo l’indice Gini - che misura la disuguaglianza nel mondo - è aumentato negli ultimi 15 anni di sette punti, vale a dire quasi il 20 per cento. Il che significa che lo sviluppo ha conosciuto e conosce dinamiche assai diverse da Paese a Paese e, anzi, spesso all’interno dei confini di uno stesso Paese. Come leggere tutto ciò? E come intervenire per una globalizzazione il più possibile «dal volto umano»? Ne parliamo con Luigino Bruni, docente di Economia politica all’Università Milano-Bicocca, nonché teorico dell’Economia di comunione del movimento dei Focolari.

Professor Bruni, il Prodotto interno lordo di molti Paesi in via di sviluppo aumenta di anno in anno. Tuttavia pure le disuguaglianze sono aumentate nelle pieghe dei singoli Paesi, comprese alcune delle «nuove tigri» (ad esempio Suda¬frica e Brasile). Perché?

Io non sarei troppo preoccupato, in prima istanza, delle disuguaglianze crescenti; non è questo «il» problema centrale nelle economie che si trovano nelle prime fasi dello sviluppo (discorso diverso per la Cina, l’India o il Brasile, ovviamente). La questione più importante in queste aree è la riduzione della povertà assoluta. Che un numero sempre più ampio di persone possa soddisfare i bisogni primari è sempre un fatto positivo in sé. In tutte le fasi storiche dello sviluppo c’è sempre un momento in cui crescono le disuguaglianze. Ora, la competizione economica fa bene perché stimola singoli e popoli a esprimere le energie migliori. Il problema è che la soluzione delle disuguaglianze non deve richiedere un periodo eccessivo di tempo, altrimenti si ricorre alla violenza o all’illegalità.

Il suo pare un discorso «liberista». Guardando i numeri, le differenze interne da Paese a Paese stanno crescendo. Non è un problema?

Ripeto: la questione vera oggi è la riduzione della miseria assoluta, ciò che si può chiedere in questo momento ai mercati e alle imprese. Oggettivamente è difficile costruire con le sole logiche e forze economiche una crescita equilibrata. Ma quando ci si preoccupa troppo (o solo) della disuguaglianza, il pericolo è di bloccare ipso facto lo sviluppo, ad esempio impedendo l’arrivo della multinazionali in un Paese. La mia esperienza in Paesi poveri dice che su questa strada non si va lontano. Un esempio: sono stato più di una volta a Cuba e lì ho visto un popolo che vive in una situazione di povertà proprio a causa di una situazione economicamente ingessata. Insisto. Giovanni Paolo II auspicava una «globalizzazione della solidarietà», ma non è andata così…

L’ultimo rapporto della Banca Mondiale segnala che la povertà è in aumento: 1,4 miliardi di persone vivono con meno di 1,25 dollari al giorno.Cosa non funziona in questo modello di globalizzazione?

La globalizzazione aumenta le opportunità delle persone. In generale, quando un Paese è più aperto ai mercati la gente ha maggiori possibilità (almeno sulla carta). Il problema vero della globalizzazione sono i fenomeni che porta con sé. Pensiamo alla famiglia tradizionale africana; fino a qualche tempo fa essa - seppure con i suoi limiti - garantiva spesso ai suoi membri il minimo per sopravvivere, al suo interno si condivideva il poco di tutti. Con l’urbanizzazione selvaggia questo tessuto di relazioni si sfalda e ciò produce conseguenze devastanti sul livello di vita delle persone. La povertà è spesso crisi di relazioni sociali. L’urbanizzazione manda in crisi la socialità; le persone diventano più vulnerabili perché private di una rete di rapporti.Cosa caratterizza la povertà nell’epoca della globalizzazione? Perché è più scandalosa oggi di ieri? Oggi, tramite i media, il mondo è diventato villaggio globale. Ragion per cui se un tempo una persona godeva di certi beni nel chiuso del suo villaggio e questo le dava la sensazione di essere relativamente ricca, oggi non è più così. Se la felicità è legata al rapporto tra aspirazioni e mezzi, è chiaro che con l’espandersi della comunicazione aumentano anche le aspirazioni e quindi il divario fra i beni inseguiti e quelli raggiunti si accresce. Nella competizione per i beni aumentano i perdenti e sono sempre meno i vincitori: vale per l’Italia e nel Sud del mondo. I telefonini sono arrivati anche nell’Africa profonda, la comunicazione di massa raggiunge mondi e fasce sociali fino a poco tempo fa escluse. Mi ha sempre colpito, ad esempio, l’enorme numero di antenne paraboliche nelle favelas delle Filippine o del Brasile. Un paradosso, visto che in molti casi i possessori faticano a mettere insieme pranzo e cena per sé e la loro famiglia.

Un vortice da cui è impossibile uscire, specie in presenza di una pubblicità martellante che crea sempre nuovi bisogni…

C’è in gioco qui una questione educativa di fondo. Per la mia esperienza posso dire che le comunità locali che hanno una dimensione di appartenenza forte non cadono nella trappola. Diventa fondamentale educare la gente a usare bene i soldi, ma non in un’ottica paternalistica. Io ho presente molti casi, nell’Economia di comunione, di persone che, raggiunto un livello sufficiente di reddito, dicono: «Adesso ho abbastanza per cavarmela, aiutate altri». Vuol dire che è gente educata a non essere prigioniera del meccanismo infernale che aumenta falsi bisogni e consumi inutili.

Il Pil dei Paesi poveri e il reddito di una parte delle popolazioni del Sud del mondo aumentano, ma spesso ciò si accompagna a una impennata del costo della vita. Col risultato che le statistiche salutano il successo della globalizzazione, ma nei fatti la gente è più povera…

Gli economisti misurano la qualità della vita in relazione al reddito pro capite, ma ciò è insufficiente, obbedisce a una logica individualistica, da cui occorre uscire. Pensiamo a un percorso inverso: se riducessimo il reddito individuale, ma contemporaneamente aumentassimo i servizi alla persona, otterremmo che il Pil cala ma la gente sta meglio… Ebbene, in passato è accaduto esattamente il contrario: il Fondo monetario internazionale ha spesso privilegiato un approccio economicista, chiedendo ai Paesi di far quadrare i conti in termini di bilancio, tagliando fortemente le spese sociali (sanità, istruzione ecc.). Un errore gigantesco: i beni pubblici rappresentano una fonte di benessere per tutta la collettività e quindi vanno tutelati.

Sta dicendo che la politica gioca un ruolo fondamentale e il mercato da solo non basta? Il caso del Brasile (ne parliamo più oltre) è eloquente, da questo punto di vista....

Il mercato deve poter fare il suo mestiere, ma tocca alla società civile internazionale fare pressioni per controllarlo e arginarne le derive e, infine, compete alla politica il compito di «mettere i paletti» perché si abbia una vera globalizzazione etica. In altri termini, il mercato deve poter creare le possibilità di sviluppo, la società civile vigilare e agire sulle coscienze, la politica legiferare per garantire il rispetto dei diritti di tutti e di ciascuno, anche degli esclusi dal mercato: nel mercato «votano» solo coloro che hanno potere d’acquisto, quindi nei Paesi poveri esso è tendenzialmente non democratico se non affiancato dalla politica e dalla società civile.

In alcune società si registra sì una certa mobilità sociale, ma gli schiavi continuano a esistere anche oggi, specie nel Sud del mondo…

Vero. Ma quali le alternative? Forse la chiusura dei mercati? Diceva Genovesi nel Settecento: se impedisci ai ricchi di vivere nel lusso, blocchi loro la possibilità di essere produttori (magari inconsapevoli) di sviluppo. Da economista dico: occorre guardare agli effetti, non (solo) alle motivazioni. A me preoccupa di più un paradiso fiscale come Monaco - dove si rifugiano i ricconi (anche italiani!) per non pagare le tasse – rispetto alla multinazionale che delocalizza in Asia.

Lei dice: non è sul piano economico che dobbiamo cercare i correttivi alle disuguaglianze…

Ovvio che se tutti gli imprenditori operassero nel segno del bene comune e non del profitto molti problemi non esisterebbero (o sarebbero meno drammatici). Ma possiamo far conto sulle buone intenzioni dei ricchi? Ci credo poco. Si parla molto di responsabilità sociale dell’impresa, ma io credo di più alla politica e alla società civile. All’imprenditore chiedo che crei sviluppo e mobilità sociale. Come dicevano i francescani nel Medioevo: la ricchezza che non serve è quella che ristagna, come l’acqua nel pozzo che, se ferma, imputridisce. Da economista cristiano giudico soprattutto i risultati oggettivi di una certa economia, non solo le intenzioni di chi agisce nei mercati.

L’economia crea sviluppo, generando però disuguaglianze e rovina l’ambiente. Alla politica tocca «bonificare» i mali creati dall’economia. Non è un po’ riduttivo?

L’economia deve, al tempo stesso, provocare disuguaglianze ma anche sanarle, occorre creare ricchezza ma anche distribuirla in modo saggio. Non è filantropia, ma un compito che fa parte della mission dell’economia e delle imprese. Ma, ripeto, non possiamo chiedere all’impresa di fare tutto. La vita buona è un gioco delle parti: non dobbiamo passare da un imperialismo della politica degli anni Quaranta-Ottanta all’imperialismo dell’economia nell’era della globalizzazione.

Povertà e ricchezza convivono in misura diversa da 15-20 anni fa: oggi anche nei Paesi poveri ci sono gruppi di stra-ricchi che esercitano anche un potere enorme (in Guatemala – a detta di un vescovo - una ventina di famiglie ha in pugno il Paese). I «nuovi ricchi» mostrano di non avere a cuore il bene comune tanto quanto i colonizzatori di un tempo: pensiamo ai tesori accumulati da alcuni dittatori africani (con la complicità di governi e imprese occidentali).

Occorre adottare una griglia di lettura più sofisticata di certi schemi ideologici. Detto delle colpe del colonialismo (vecchio e nuovo) dell’Occidente, esistono pesanti responsabilità della classe politica del Sud del mondo.

Gli economisti distinguono tra povertà assoluta e povertà relativa. È vero che molti poveri sono passati dal livello della miseria (1 dollaro al giorno) alla soglia superiore (2 dollari). Ma ciò, in contesti dove il costo della vita è cresciuto a dismisura, crea non pochi contraccolpi. E tuttavia gli economisti non sembrano accorgersene.

I governi privilegiano politiche rivolte ai «più ricchi dei poveri» (quelli che stanno sulla soglia tra da 0.9 a 1). Perché è più facile spendere politicamente un risultato come questo che non investendo su una politica per i «poveri più poveri». Che sarebbe, invece, la politica più importante e urgente.

La povertà è all’origine di un movimento migratorio senza precedenti che ha conseguenze sociali enormi. Non è questo un «costo» troppo alto?

L’immigrazione forzata su larga scala esprime una forma di povertà, rappresenta una ferita per una comunità perché è una frattura intergenerazionale. Però l’immigrazione è anche fonte di sviluppo. La globalizzazione dei mercati può ridurre (anziché aggravare) l’immigrazione: la delocalizzazione porta le aziende nei Paesi poveri. Pen¬siamo alla Romania: la presenza di tante imprese italiane fa sì che molti che potrebbero partire restino nel loro Paese.

Le disuguaglianze, quando sono così sfacciate, diventano fonte di instabilità. Lo si vede a occhio nudo: per custodire la ricchezza di pochi si blindano le città.

È una terribile contraddizione, quella delle «cittadelle private», in cui i ricchi si trincerano in nome della sicurezza. Mi è capitato di vederle in Brasile. Avevano ragione gli economisti che, già nei secoli passati, dicevano: non si può essere felici circondati da infelici. Se la tua felicità dev’essere tutelata con la forza, non è più tale.

Lo sviluppo non è - innanzitutto - una questione di soldi. Qual è lo specifico dell’apporto cristiano alla lettura della questione povertà-ricchezza?

Individuerei quattro parole-chiave. La prima è sussidiarietà: lo spiega con un felice slogan coniato da monsignor Giancarlo Bregantini: «solo tu ce la puoi fare, ma non puoi farcela da solo». L’aiuto è sussidiario, deve creare le condizioni per mettersi in cammino; se diventa sostituto, sfocia nel paternalismo. La seconda dimensione del cristianesimo è la prossimità: la povertà si risolve accompagnando le persone concrete e rischiando, con loro, nelle situazioni della vita. La filantropia esisteva ai tempi di Seneca, ma è il cristianesimo che introduce un elemento nuovo: dal per il povero al con il povero. Terzo principio-chiave: i beni non condivisi non possono essere fonte di gioia. Per il Vangelo la dimensione della comunione è decisiva. Da ultimo: un ricco (sia esso un singolo o un Paese) non aiuta davvero uno meno ricco se non è capace di stimarlo, se lo vede solo come un problema. Quando ciò accade, l’altro non si coinvolge; al contrario, se ne approfitta perché si sente trattato da oggetto. Il meccanismo di aiuto diventa così un patto scellerato fra chi si lava la coscienza con la solidarietà e il povero che sfrutta la generosità di chi ha.

Dai «troppo poveri» ai «troppo ricchi». Il Giappone è ai primi posti per il Pil, eppure ha un numero sconcertante di suicidi ogni anno. Ciò conferma che anche i «troppo ricchi» possono vivere male. Perché?

Nelle processioni medievali, in cui la collocazione dei gruppi era legata al censo, un forestiero veniva messo insieme ai poveri perché, come tale, non poteva avere amici. È una verità antica che vale ancora, tanto nel Nord quanto nel Sud del mondo, quella insegnata da Aristotele: felice l’uomo che ha amici. La ricchezza può rivelarsi un ostacolo al conseguimento della felicità, come invece può diventare uno strumento prezioso se condivisa e messa in circolo. In una comunità che comprende imprenditori benestanti (penso alla realtà che conosco, quella dell’Economia di comunione) diventa «naturale» mettere in comune i beni o parte di essi.

Hanno ragione coloro che sostengono che la Chiesa dedica troppa attenzione a temi come la bioetica e non abbastanza ai temi sociali? C’è ancora la capacità di indignarsi come ai tempi della Populorum Progressio?

Una premessa. La Chiesa - non dimentichiamolo - è una realtà assai più vasta della gerarchia e, da questo punto di vista, mi pare che l’azione e il pensiero di tanti soggetti (movimenti, gruppi, ordini religiosi) mostri ancora oggi una Chiesa che continua a occuparsi di povertà, ingiustizie ecc. e a preoccuparsi dei poveri concreti. Certo, è un fatto che, dal crollo del comunismo in poi, il magistero della Chiesa in ambito socio-economico è meno forte.

Perché?

Vent’anni fa in Occidente non era in discussione la questione della vita, i suoi fondamenti; nel momento in cui, invece, c’è un forte attacco contro le basi stesse della vita, com’è oggi, la vita è diventata un «bene scarso», il che spiega l’impegno deciso su questo fronte. Va anche detto che l’azione della Chiesa sulla frontiera della povertà ha fatto fiorire sensibilità nuove in ambito sociale e politico (ong, agenzie Onu, ecc.). A fronte di questo, però, la Chiesa è rimasta la sola a intervenire sulla questione della vita.

Cosa si aspetta dall’enciclica sociale di Benedetto XVI, la cui pubblicazione dovrebbe essere ormai prossima?

Mi aspetto meno analisi economiche e più profezia. Mi attendo una Chiesa capace di indignarsi, che si prende la libertà di dire quello che altri non possono dire per rispetto ai potenti. La Chiesa non dev’essere prudente, può e deve sbilanciarsi, non deve render conto a nessuno, se non al Vangelo. Ha quindi la libertà di servire la verità, può non essere ideologica. Perché, a differenza di altri, non ha azionisti di riferimento su questa terra. E per questo può svolgere un grande compito civile, per tutti.
Gratuità

La vittoria sul sottosviluppo richiede di agire non solo sul miglioramento delle transazioni fondate sullo scambio, ma soprattutto sulla progressiva apertura, in contesto mondiale, a forme di attività economica caratterizzate da quote di gratuità e di comunione (n. 39)

Una delle principali novità dell'enciclica è l'aver posto al centro il principio di gratuità (cap. 3). Oggi chi parla di gratuità in economia viene preso per ingenuo o mistificatore. La gratuità, da una parte, viene confusa (snaturandola) con il «gratis»o con la filantropia. Dall'altra, il dono è scambiato con il gadget delle imprese, che svolgono la stessa funzione del vaccino: inseriscono nel corpo un pezzettino del virus che vogliono combattere. Immettendo nella società dei «pezzettini» di dono, ci si immunizza dal dono vero, di cui la società dei consumi ha paura. In realtà, come ci ricorda il Papa, la gratuità rimanda a charis, grazia. La gratuità è infatti grazia, poiché è dono non solo per chi riceve atti di gratuità, ma anche per chi li compie, poiché la capacità di amare gratuitamente è qualcosa che accade in noi sorprendendoci sempre, come quando siamo capaci di ricominciare dopo un grosso fallimento, o di perdonare davvero gravi errori degli altri (e nostri). È questa gratuità che il mercato capitalistico non conosce, e che invece l'enciclica ci chiama a mettere al centro anche dei nostri rapporti economici, politici, sociali. Dove sembra impossibile, ma dove già sono in tanti a viverla, nell'economia «civile e di comunione» (n. 46).

Si comprende allora perché Benedetto XVI inviti fortemente a superare la distinzione tra non-profit e for-profit: non esistono ambiti o settori della gratuità, ma ogni impresa, al di là della sua forma, è chiamata alla gratuità, che è la cifra dell'umano: se un'impresa non è aperta alla gratuità non può portare frutti di umanità. Guai, infatti, ad associare la gratuità al solo volontariato, all'economia sociale, affidarla a «specialisti», che si occupano del 2 per cento della vita economica e sociale: e il restante 98 per cento? La gratuità, ad esempio, non deve essere presente solo negli sponsor o nelle fondazioni bancarie, ma in tutta l'attività ordinaria di banche e imprese. La gratuità non è il genepy in un pranzo: essa è il modo con cui si prepara l'intero pranzo.

Ma cos'è allora la gratuità?

Innanzitutto, abbiamo a che fare con la gratuità tutte le volte che un comportamento è posto in essere anche per motivazioni intrinseche e non primariamente per un obiettivo esterno al comportamento stesso. Quando si attiva la dimensione della gratuità, la strada da percorrere è importante quanto la meta da raggiungere. La motivazione intrinseca è condizione necessaria, sebbene non sufficiente, perché si possa parlare di comportamenti umani (solo l'umano conosce il gratuito) ispirati da gratuità. La categoria antica che più dice cosa sia la gratuità è agape. Neanche l'agape è solo gratuità, ma non c'è comportamento ad essa ispirato senza gratuità. Questa condizione necessaria serve già a distinguere la gratuità dall'altruismo o dalla filantropia. Il dono può essere gratuità, ma anche no, quando nel dono prevale la dimensione dell'obbligo. Una parola che anche coglie questa dimensione «necessaria» della gratuità è innocenza (la troviamo soprattutto nei bambini: il bambino che gioca senza nessun altro scopo che il gioco stesso esprime questa dimensione). La condizione sufficiente perché si possa parlare di gratuità è l'orientamento intenzionale dell'azione verso il bene. In questo caso, il «bene» non va inteso necessariamente come «bene dell'altro» o altruismo, ma in modo più generale e ontologico. C'è gratuità anche nell'azione di chi, come racconta Primo Levi, in un campo di concentramento decideva di fare un «muro dritto» (e non storto), nonostante non fosse utilizzato da nessuno e «non servisse a nulla». La gratuità è dunque una sorta di trascendentale, una dimensione che può accompagnare qualsiasi azione. Per questo essa non è il «gratis», anzi è proprio il suo opposto, poiché la gratuità non è un prezzo pari a zero, ma un prezzo infinito, a cui si può rispondere solo con un altro atto di gratuità (o dono). Invece oggi la nostra società confonde gratuità e gratis, e per questo disprezza la prima.
Il mercato, il traffico e l' "etica a punti"

L’economia è una scienza sociale che fa largo uso di metafore e di immagini. La prima e ancora oggi tra le più famose è stata la “mano invisibile”, la metafora con cui l’economista Adam Smith spiegava nel Settecento il mercato come un meccanismo che trasforma gli interessi privati in bene comune. Ancora oggi l’economia prende in prestito dallo sport (la concorrenza come gara sportiva), dalla musica (il manager come direttore d’orchestra), e da molti altri ambiti immagini che consentono agli economisti di spiegare dimensioni della realtà che rimangono inaccessibili al linguaggio delle formule matematiche e dei bilanci d’esercizio. Non sempre, però, le metafore aiutano davvero, e a volte portano fuori strada, soprattutto quando l’immagine presa in prestito è usata con scopi ideologici, e con eccessive semplificazioni.

Negli ultimi tempi, ad esempio, si incontra sempre più spesso l’accostamento tra mercato e traffico stradale. Quando una persona esce di casa e si immette nel traffico lo fa perché ha motivi e interessi personali che lo spingono a ciò (lavoro, amici, svago…), non per amore della sua città o degli altri automobilisti. Ma se il traffico è ben regolato da strumenti (semafori, rotonde e autovelox), istituzioni (polizia stradale e vigili), infrastrutture e buone leggi, ognuno riesce a raggiungere il proprio scopo. Perché la viabilità funzioni bene, poi, non bastano istituzioni, strumenti, controlli e leggi ma occorre anche una certa etica dell’automobilista e la manutenzione delle strade. E quando questo meccanismo si inceppa (negli ingorghi, ad esempio), non conviene intervenire sugli automobilisti per farli diventare più “buoni”, ma bisogna migliorare le strade o sostituire i semafori con le rotonde. Così nel mercato: buoni strumenti e istituzioni, regole e “vigili”, “strade” larghe e comode, rispetto delle leggi e ciascuno riesce a raggiungere i propri obiettivi, dando vita ad un “ordine spontaneo” che non richiede un piano regolatore che fissi i prezzi dall’alto, o regoli la domanda e l’offerta.

Ma c’è di più. Nel traffico non è opportuno, anzi è sconveniente, guardare negli occhi gli altri automobilisti quando li sorpassiamo o siamo fermi ad un semaforo. Né mentre si guida è richiesto l’altruismo, che è spesso pericoloso (perché imprevedibile), come quando un automobilista “altruista” che vedendo una persona anziana che vuole attraversare la strada in una zona senza strisce pedonali inchioda e viene così tamponato da chi lo segue. L’unica forma di sguardo negli occhi, di altruismo che sembra aver spazio nel traffico è quello necessario nei momenti di crisi (in una manovra sbagliata, un imprevisto), o il favore che si fa a chi vuole immettersi da una strada secondaria nel traffico urbano. Così nel mercato: l’anonimato e l’impersonalità funzionano meglio dei rapporti amicali o famigliari. Negli affari non si “guarda in faccia” a nessuno: rispettare le regole, più qualche piccola donazione, è il massimo che si può chiedere all’etica economica in tempi normali. Solo durante le crisi occorre fare qualche cosa in più.

Ma siamo sicuri che le cose stiano davvero in questi termini? Non credo. L’analogia mercato-traffico coglie alcuni aspetti, ma rischia di portarci fuori strada su altri molto importanti. Innanzitutto nel traffico l’etica la si vive in altri aspetti ben più rilevanti: dal tipo di auto che acquistiamo (ecologica o no), dallo stile di guida responsabile e prudente (che non riduce la velocità solo quando vede l’autovelox), o dalla temperanza con la quale reagiamo di fronte ad una manovra sbagliata di altri. E il ruolo delle istituzioni non si esaurisce nella manutenzione dei semafori e degli autovelox, ma nel favorire sistemi di trasporto più ecologici (il treno, ad esempio), i mezzi pubblici o la nuova modalità di noleggio dell’auto, il cosiddetto car-sharing, rispetto alla vettura di proprietà.

Così nel mercato: l’etica non sta principalmente nel sorriso che si fa al cliente o al collega, ma nell’essere aggiornati professionalmente, nel prepararsi prima di un incontro, nel non vendere la dignità per la carriera, nella sicurezza sul lavoro, nell’indignarsi di fronte alle ingiustizie.

«Io voglio bene ai miei pazienti studiando la loro cartella clinica prima della visita», mi diceva un anziano primario milanese. Oggi la sfida per chi ama l’etica e i valori è riscattarli dal ruolo marginale dove li stiamo confinando: il sorriso dal finestrino dell’auto, l’sms solidale o il 5 per mille. Tutte cose positive, ma la qualità etica della vita pubblica viene giocata sull’uso del 99,5 per cento del reddito, sulla solidarietà con le terre d’Abruzzo sei mesi dopo gli sms dell’emergenza, o sulla giustizia nei rapporti di lavoro.

Queste crisi che stiamo vivendo e le tante altre che vivremo ci dicono che la dimensione etica di imprese e banche non si misura con l’importo destinato a donazioni filantropiche, ma con la cultura della loro intera attività. Non rassegniamoci ad una cultura che sta trasformando i valori nel “limoncello” di un lauto pranzo, gradevole ma non essenziale per vivere.

L’etica non è il limoncello, ma neanche il primo piatto. È piuttosto il modo con cui il pranzo viene preparato, servito, curato. È la qualità delle relazioni durante il pasto, l’attenzione per chi non mangia con noi o che non mangia affatto, perché escluso dai nostri banchetti opulenti. Se dimentichiamo tutto questo, presto i valori diventeranno semplici merci, che ognuno potrà acquistare a buon prezzo e consumare secondo le proprie preferenze, in una sorta di “etica a punti”, con relative scuole di recupero.
Gratuità e pane azzimo

Nelle età di crisi non sono mai mancati i carismi che sono stati una risposta anche ai problemi ed alle sfide civili ed economiche di un dato tempo. Basti pensare, per i noti esempi, a San Benedetto dopo il crollo dell'impero romano, a S.Francesco con le prime grandi povertà urbane medievali e a tutti i carismi sociali della modernità che hanno reso il giogo di tanti poveri ed esclusi più leggero e soave.

Oggi una lettura errata della storia, tende a considerare questi carismi come fenomeni ormai in via di estinzione perchè questi avrebbero svolto una funzione sostitutiva in periodi nei quali la società civile e lo stato erano ancora immaturi e deboli, e che quindi oggi non hanno più un senso se non nei libri di storia. Chi legge così la realtà civile non vede che i carismi in realtà sono ben presenti anche oggi, dentro e fuori i confini delle chiese e delle religioni; e non li vede non solo per ignoranza ma anche perchè essi sono come il lievito ed il sale nella massa.


Il lievito, lo sappiamo, è una piccola percentuale rispetto alla farina e all'acqua, ma è essenziale per fare il pane. I carismi sono fonte di gratuità, che ritroviamo solo quando sono all'opera i carismi. Gratuito infatti proviene da "charis" che è la stessa radice di "carisma". Ecco perchè se oggi togliessimo la gratuità dall'economia, avremmo sempre pane azzimo. Ecco perchè un grave errore della nostra età è il relegare la gratuità, e quindi i carismi, a faccenda marginale, residuale, come il genepy in un pranzo: in realtà la gratuità è il modo con cui si prepara il pranzo, la qualità delle relazioni che poniamo in essere mentre viviamo dentro e fuori il mercato.

La crisi che viviamo è anche frutto di questa espunzione della gratuità dai mercati, dalle imprese, dalla finanza... Quindi non si uscirà davvero dalla crisi senza riportare la gratuità nei luoghi della politica e dell'economia ed in tutto ciò i carismi antichi e nuovi hanno una grande responsabilità: non devono autoconfinarsi nella sfera religiosa o solo spirituale ma devono risentire la loro responsabilità civile. Tutti i carismi nascono laici, nascono per fare più bello il mondo: guai a ridurli a sole faccende religiose, significherebbe non svolgere una parte importante del gioco della vita, perchè non c'è vita buona, in tutte le sue espressioni, senza la gratuità dei carismi.
Qualcosa non è cambiato


A un anno dal fallimento della Lehman Brothers, evento scatenante della crisi finanziaria, le

cattive vecchie abitudini delle grandi banche sono tornate. Lo stesso Obama ha rivolto ieri un pesante ammonimento al mondo finanziario. Qualcosa però si è mosso a livello locale. Intervista al prof. Luigino Bruni, economista all'università di Milano Bicocca.

La top manager della Wells Fargo ha festeggiato il primo anniversario del crollo della Lehman Brothers con un suntuoso party a Malibu; gli strumenti finanziari “creativi” sono tornati, così come gli stipendi stellari dei grandi della finanza: davvero non abbiamo imparato niente da quello che è successo?

«È una buona domanda, ma parrebbe proprio di no. Basti pensare che la Stanley Morgan, una banca che era stata salvata con denaro pubblico, ora che è tornata a fare utili ha annunciato un milione di dollari di premio per ogni dirigente. Personalmente, lo trovo offensivo. Il modo di portare avanti la finanza è simile a quello che c’era prima della crisi: la lezione dell’azzardo morale è stata colta a livello politico, ma non c’è stato alcun cambiamento reale, tanto è vero che le stesse agenzie di rating che hanno avuto le loro responsabilità nel crollo continuano a lavorare come prima. Di questo passo, il rischio di un’altra crisi è concreto».

Eppure qualche segnale di cambiamento di mentalità sembra esserci: nel rapporto della commissione Stieglitz-Sen-Fitoussi presentato ieri si sostiene che il Prodotto Interno Lordo non può da solo misurare il benessere di un Paese, ma occorre considerare anche parametri come la situazione delle famiglie e l’uguaglianza; la gente comune fa più attenzione a come spende i propri soldi…Non significa nulla?

«In effetti, almeno nei primi tempi, le cose stavano così, ma ora non più. Anche se è comunque cambiata la percezione del rapporto tra cittadino e banca: abbiamo assistito ad un ritorno al territorio, con la crescita del credito cooperativo e di Banca Etica. Si è fatta sentire la necessità di un rapporto fiduciario, anche se questo significa rivolgersi ad una banca più piccola che offre magari condizioni meno vantaggiose. In Italia, peraltro, abbiamo una lunga tradizione in questo campo: le cooperative le abbiamo inventate noi, hanno messo radici già nel medioevo e hanno oggi una diffusione capillare soprattutto al nord. Il Sud, infatti, ha sofferto di più la crisi».

Certo questo è uno dei grossi fattori di differenza rispetto agli Stati Uniti…

«Molto semplicemente, l’Europa ha mille anni di storia di capitalismo, gli Stati Uniti soltanto duecento. Quello economico è un istinto, come la fame o il sesso, e come tale va controllato con regole precise. Il modello europeo è più robusto perché ha avuto modo di formarsi fin dal medioevo, ed ha retto meglio di fronte al crollo. Si tratta di un modello di mercato diverso basato sul concetto di economia civile, ossia inserita nella città, nel quotidiano. Il modello anglosassone, invece, è più distante dalla gente. Ricordiamoci che la Gran Bretagna è stato il Paese europeo più colpito dal crollo della banche».

L’Ocse vede segni di ripresa per l’Italia, e Obama pochi giorni fa ha affermato che, pur non essendo ancora «fuori dai guai», l’economia americana è «lontana dal baratro»: possiamo essere ottimisti?

«I capi di Stato fanno il loro mestiere, che consiste anche nell’evitare di creare allarmismi: specialmente in economia, il panico si autoavvera. Se loro, quindi, fanno bene ad essere ottimisti, io però non lo sarei altrettanto: ancora non sappiamo con certezza quanto peserà sulla finanza, ad esempio, il mancato pagamento alle banche da parte di tutte quelle imprese che hanno chiuso. Non credo sia davvero possibile dire quanto durerà ancora la recessione».

Redazione

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