06 gennaio 2018

Nasrallah: “Ora è tempo di affrontare Israele“


Il segretario generale di Hezbollah, Seyyed Hassan Nasrallah, si è incontrato giovedì scorso con una delegazione del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, dichiarando che l’Asse della Resistenza ha ora il tempo sufficiente per combattere contro Israele dopo le vittorie raggiunte contro i gruppi terroristici nella regione.

Secondo la rete televisiva libanese Al-Mayadeen, nel corso della riunione, il segretario generale di Hezbollah ha sottolineato che dopo molti successi ottenuti nella lotta contro il terrorismo, l’Asse della Resistenza ha ora abbastanza tempo per affrontare Israele, aggiungendo che “c’è bisogno di un piano globale per affrontare il regime occupante”.

Durante questa visita, durata parecchie ore, Nasrallah ha annunciato che l’identificazione di Gerusalemme come capitale del regime sionista rappresenta una nuova Dichiarazione di Balfour. Il leader della Resistenza libanese ha promosso l’unità tra i palestinesi e ha sottolineato che l’Intifada è un’opzione su cui il popolo palestinese e le forze nazionali e islamiche sono d’accordo. Affinché l’Intifada abbia successo nel raggiungere i suoi obiettivi, Seyyed Hassan Nasrallah ha sottolineato che tutto il potere della nazione deve essere convocato e tutti devono riunirsi attorno all’Intifada.

La delegazione del Fronte popolare per la liberazione della Palestina ha annunciato la sua disponibilità a impegnarsi in qualsiasi attività contro il regime israeliano e a fornire un piano comune per affrontare l’esercito occupante. All’inizio di questa settimana, una delegazione del movimento palestinese Al-Fatah si è incontrata con Seyyed Hassan Nasrallah per uno scambio di opinioni sugli ultimi sviluppi in Palestina.

Nella giornata di ieri, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che rifiuta il riconoscimento da parte del presidente del governo americano, Donald Trump, di Al-Quds (Gerusalemme) come capitale del regime israeliano.

di Redazione

Dopo Usa, anche Israele esce dall’Unesco


Seguendo i passi degli Stati Uniti, il primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu ha incaricato il rappresentante dell’entità sionista all’Unesco, Carmel Shama-Hacohen, di presentare al nuovo direttore generale dell’organizzazione Audrey Azoulay un annuncio ufficiale scritto dell’uscita di Israele dall’organizzazione.

La lettera sarà presentata immediatamente dopo Natale. Secondo le regole dell’organizzazione, l’uscita da parte di Israele avrà effetto il 31 dicembre dell’anno successivo a quello della presentazione della lettera, il che significa che sia gli Stati Uniti che Israele non potranno lasciare l’organizzazione entro la fine del 2018. Ciò avviene quando l’agenzia educativa, culturale e scientifica delle Nazioni Unite ha approvato diverse risoluzioni contro l’entità sionista, ed ha esteso l’adesione alla Palestina nel 2011.

La decisione di Netanyahu di ritirarsi dall’organizzazione è arrivata al termine del voto speciale dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite di giovedì, in cui è stata approvata una risoluzione che dichiara con schiacciante maggioranza che il riconoscimento da parte di Washington di Al-Quds (Gerusalemme) come capitale dell’entità sionista è “nullo” e dovrebbe essere “rescisso immediatamente”.

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione con 128 voti a favore, 9 contrari e l’astensione di 35 Paesi. La risoluzione condanna sia il riconoscimento degli Stati Uniti di Al-Quds come capitale del regime israeliano, sia la decisione di Washington di trasferire la propria ambasciata nella città Santa.

L’ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, Nikki Haley, ha dichiarato prima del voto a tutti i Paesi votanti che Washington, il più grande contributore dell’organismo internazionale, avrebbe ricordato il voto dei rispettivi Paesi. La Risoluzione, che respinge la decisione degli Stati Uniti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, è stata approvata nonostante le minacce americane di tagliare il sostegno finanziario da parte dell’Amministrazione Trump.

di Redazione

La mano di Washington dietro le proteste in Iran


Con il sostegno degli Stati Uniti, il regime saudita sta cercando di approfittare delle proteste civili e della libertà di espressione in Iran per raggiungere i suoi obiettivi politici e fomentare il caos. Il ministero degli Esteri iraniano ha condannato il sostegno “duplice e opportunista” dei funzionari statunitensi nei recenti raduni di protesta contro le condizioni economiche in alcune città iraniane. Le recenti manifestazioni di protesta in alcune città iraniane sono esplicita testimonianza della libertà di espressione in Iran; anche alcuni organi di stampa di opposizione hanno confermato che le proteste si sono svolte contro i problemi economici.

“La grande nazione iraniana considera il supporto opportunista e duplice dei funzionari americani per le proteste negli ultimi giorni in alcune città iraniane, nient’altro che un inganno dell’ipocrisia dell’amministrazione statunitense”, ha dichiarato ieri il portavoce del ministero degli Esteri, Bahram Qassemi, condannando le osservazioni “a buon mercato, inutili e ingannevoli” da parte di funzionari statunitensi. Il popolo iraniano – prosegue il funzionario – non attribuisce alcun valore alle osservazioni opportunistiche dei funzionari americani e del presidente Donald Trump stesso. Qassemi ha sottolineato che il popolo iraniano è il pilastro principale della sicurezza e del progresso del Paese.

In un tweet di venerdì, Trump ha fatto osservazioni fastidiose sulle recenti proteste contro le condizioni economiche in Iran, affermando che il governo iraniano dovrebbe “rispettare i diritti della propria gente, compreso il diritto di esprimersi. Il mondo sta guardando!”.

La reazione degli Stati Uniti è arrivata dopo che gruppi di manifestanti iraniani hanno tenuto manifestazioni in diverse città per esprimere la loro rabbia contro l’aumento dei prezzi e della disoccupazione. Qassemi ha inoltre affermato che la nobile nazione iraniana sta monitorando da vicino il ruolo attivo di Trump nelle violazioni dei diritti umani in Palestina, Yemen e Bahrain. La nazione ricorda anche le “dispettose” offerte di Trump per impedire agli iraniani di entrare negli Stati Uniti e “l’arresto di molti iraniani che risiedono in quel Paese sotto pretesti privi di fondamento”, ha aggiunto il portavoce.

“La Costituzione della Repubblica islamica dell’Iran ha previsto strutture democratiche per proteggere legalmente le richieste civili delle persone, ed è completamente possibile dare seguito a queste richieste nell’ambito della legge”, ha spiegato il funzionario del ministero degli Esteri. Qassemi ha condannato i 70 anni di interferenza da parte delle diverse amministrazioni statunitensi negli affari interni della Repubblica islamica, aggiungendo: “I funzionari americani non sono nella posizione di simpatizzare con la grande e saggia nazione iraniana”.

Marcus Papadopoulos, editore di Politics First ha dichiarato oggi nel corso di un’intervista rilasciata a Press Tv che: “Credo che in Iran ci siano alcuni manifestanti sinceri che non vogliono un intervento straniero nel loro Paese, ma vogliono che si faccia qualcosa per la povertà, ma ci sono altri che stanno seguendo gli ordini degli americani”.

di Giovanni Sorbello

Ex manager Facebook: vi stanno programmando


Chamath Palihapitiya ex manager di Facebook, precisamente ex vicepresidente per la crescita degli utenti, si è detto profondamente pentito per aver contribuito alla creazione di strumenti che, di fatto stanno programmando la vita degli utenti di questo social network, il quale ha ormai raggiunto quota due miliardi di iscritti.

Durante un intervento alla Graduate School of Business di Stanford, Palihapitiya ha dichiarato: “Voi non ve ne accorgete, ma state subendo una programmazione. Ora, però, dovete decidere a quanta della vostra indipendenza intellettuale siete disposti a rinunciare”.

Parole che sembrano macigni, accuse pesantissime al colosso di Zuckerberg e capaci di creare moti di coscienza e d’opinione su una realtà della quale, in fondo, ognuno di noi sospettava l’esistenza. Dal più smaliziato al più ingenuo, dal ragazzetto al professionista di grido, tutti sono consapevoli di una sempre maggiore influenza di questo strumento nelle relazioni sociali in tutto il mondo. Intrattenimento, svago, commercio, politica, arte, oramai nulla può prescindere da un passaggio su Facebook e dalla conseguente visibilità garantita da esso.

L’ex manager ha messo sul tavolo gli aspetti positivi, che risiedono nella grande efficacia di connettere amici e parenti, creare legami e rapporti ad ogni latitudine abbattendo virtualmente le distanze, e quelli negativi che fondamentalmente consistono nella creazione di un realtà quotidiana distorta. Secondo Palihapitiya, Facebook, essendo lo strumento principe di tale distorsione, è in grado di influenzare le persone, manipolando pensieri e coscienze e creando “solo disinformazione e menzogne con nessuna dialettica civile”.

Insomma, nulla di buono per gli utenti i quali, non cooperando realmente, totalmente proiettati in una realtà fatta di finzione e menzogne, divengono pedine di un disegno di destrutturazione della società fin qui conosciuta. Per tale motivo l’ex manager ha dichiarato di condividere pochissimo sui social, essendo arrivato ad impedirne l’uso ai propri figli. A margine del suo intervento ha esortato chiunque a soffermarsi sul valore delle proprie idee e della propria coscienza al fine di impedire che il tessuto sociale già gravemente eroso possa definitivamente distruggersi.

La replica di Facebook è stata quasi immediata e la tesi sostenuta, com’era ovvio attendersi, è di segno totalmente opposto. Secondo la dirigenza infatti l’ex manager si riferisce ad periodo, quello della sua collaborazione con Facebook, risalente ad ormai sette anni fa e quindi non più attendibile dal punto di vista degli obiettivi reali ed attuali del social network. In passato, infatti, su ammissione dello stesso Zuckerberg, l’obiettivo principale consisteva nell’incremento di pubblico e nella redditività. Attualmente, sempre secondo la dirigenza, Facebook ha preso coscienza del proprio ruolo e sta investendo in nuovi strumenti che garantiscano una corretta informazione ed il benessere dei propri utenti.

Nonostante queste rassicurazioni, l’attacco dell’ex manager arriva in momento di grande attenzione e preoccupazione sul ruolo dei social media e subito dopo le dichiarazioni di Sean Parker, fondatore e creatore di Napster, il quale ha paventato un ruolo di forte manipolazione psicologica da parte di Facebook et similia.

di Massimo Caruso

Esercito siriano dispiega moderni sistemi antiaerei


L’esercito siriano ha schierato moderni sistemi antiaerei in un’importante base militare nella provincia meridionale della città di Damasco.

Fonti militari hanno riferito che le Forze di difesa aerea siriane hanno dispiegato diverse batterie Pechora S-125 pesantemente modificate (un sistema progettato dai sovietici originariamente costruito negli anni ’60) nella base aerea di Marj Ruhayyil, a sud della città di Damasco.

La variante modernizzata in questione è la versione M2 dell’S-125 Pechora, che oltre ad avere un record di probabilità di target migliorato, è tecnicamente in grado di localizzare e intercettare missili da crociera a bassa quota. Il potenziamento della rete locale di difesa aerea della base di Marj Ruhayyil è probabilmente una risposta al crescente numero di attacchi aerei effettuati da aerei da guerra israeliani contro postazioni e basi militari siriani nella provincia di Damasco e nelle regioni limitrofe nel corso del 2017.

Un comunicato stampa russo ha riferito la settimana scorsa che le unità di artiglieria dell’esercito siriano stanno utilizzando blindati Shilka modernizzati di produzione russa, per colpire la roccaforte dei gruppi terroristici nel sud-ovest di Damasco. Il sito web in lingua araba dell’agenzia di stampa statale russa Sputnik ha riferito che le unità di artiglieria dell’esercito stanno utilizzando anche cannoni Zu-23 montati su veicoli blindati per colpire le postazioni dei terroristi a Beit Jinn e Mughur al-Mir, nel sud-ovest di Damasco.

Il sito web in lingua araba dell’Amn con sede in Libano, ha riferito che Mosca ha consegnato all’inizio di ottobre 40 carri armati T-90 all’esercito siriano, aggiungendo che il numero dei carri armati consegnati è sufficiente per costituire un battaglione corazzato. I carri armati T-90 di nuova generazione sono stati trasportati da navi da carico russe verso la città portuale di Lattakia in Siria, attraverso lo Stretto del Bosforo. I nuovi carri armati verranno consegnati alle unità speciali dell’esercito che stanno conducendo operazioni contro le postazioni nemiche.

di Redazione

Siria, esercito si prepara a liberare il Golan occupato


L’esercito siriano si prepara a riconquistare le regioni occupate dai terroristi nel Golan, dopo aver cacciato il gruppo terroristico del Fronte Al-Nusra (Tahrir al-Sham Hay’at) dal sud-ovest di Damasco.

Il sito web arabo di Sputnik ha citato Heitham Hassoun dichiarando che l’esercito siriano eliminerà i terroristi dalle parti sud-occidentali di Damasco riconquistando il controllo sulle due città strategiche di Mughur al-Mir e Beit Jin. Ha aggiunto che l’esercito ha riacquistato il controllo degli ingressi settentrionali della provincia di Quneitra dopo aver riconquistato queste regioni e “tagliato le mani” dei sionisti che tentano di entrare in questa regione usando i gruppi terroristici.

Hassoun ha sottolineato l’importanza strategica delle operazioni di liberazione nelle regioni di Beit Jin e Mughur al-Mir, aggiungendo che questo risultato sarà un preludio alla preparazione dell’esercito per liberare tutte le regioni nel Golan occupato. L’interferenza di Israele in questa regione (sud-ovest di Damasco) è stata dimostrata, aggiungendo che gli ultimi rapporti mostrano il supporto finanziario e logistico di Israele per i gruppi terroristici.

Decine di terroristi hanno deposto le armi e si sono uniti al regime di cessate il fuoco e hanno lasciato il sud-ovest di Damasco verso le province di Idlib e Dara’a. Quasi tutti i terroristi che avevano chiesto di lasciare il sud-ovest di Damasco sono stati trasferiti insieme alle loro famiglie da Beit Jen alle province di Idlib e Dara’a, nell’ambito di un accordo con l’esercito siriano. Almeno 170 terroristi insieme alle loro famiglie hanno lasciato Beit Jen verso la provincia di Idlib a bordo di dieci autobus.

I terroristi del Fronte Al-Nusra hanno appiccato il fuoco al loro quartier generale e ai loro equipaggiamenti militari prima di lasciare il sud-ovest di Damasco.

di Redazione

Irgc completa missione di soccorso terremotati


Il comandante dell’Irgc (Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica), Mohammad Ali Jafari, ha dichiarato che le sue forze hanno compiuto una missione per fornire alloggi temporanei agli abitanti dei villaggi nella provincia occidentale di Kermanshah, rimasti senza casa a causa del violento terremoto avvenuto lo scorso 12 novembre.

Il generale iraniano ha dichiarato ieri che le forze militari dell’Irgc hanno completato il compito di fornire ai villaggi colpiti dal terremoto villaggi di Kermanshah con Conex. Dopo il terremoto, le Guardie della Rivoluzione si sono impegnate a costruire nelle aree rurali più di 8000 alloggi container (Conex) in meno di 45 giorni. L’Irgc ha inviato a Kermanshah 500 veicoli per la ricostruzione e duemila militari per l’assistenza nelle operazioni di soccorso, a conferma dell’estrema affidabilità e professionalità del Corpo dei Pasdaran.

Un potente terremoto di magnitudo 7.3 ha colpito la regione di confine tra l’Iran e l’Iraq, uccidendo almeno 620 persone e ferendone 10mila, quasi tutte in Iran. L’epicentro del terremoto, che si è verificato alle 09:18 ora locale, è stato registrato a 32 chilometri a sud della città irachena di Halabja, nel Kurdistan iracheno e appena oltre il confine con l’Iran. Il maggior numero di vittime si è registrato nella città di Sarpol-e Zahab, nella provincia iraniana di Kermanshah.

Poco dopo il terremoto, il leader della Rivoluzione Islamica, Ayatollah Seyyed Ali Khamenei ha pubblicato un messaggio in cui invitava tutti i funzionari e le istituzioni iraniane a “correre in aiuto di coloro che sono stati colpiti dal sisma”. Il leader ha dichiarato che tutte le forze del Paese dovevano essere utilizzate rapidamente per impedire un ulteriore aumento del numero dei morti. L’Ayatollah Khamenei ha invitato le forze armate dell’Iran a contribuire a rimuovere le macerie e trasferire i feriti nei centri medici.

di Redazione

Iran, smantellata cellula terroristica


Iran – Il ministero dell’Intelligence iraniano ha annunciato che si è verificato un violento scontro a fuoco con una cellula terroristica in una città nella provincia dell’Azerbaigian occidentale, che ha portato allo smantellamento della cellula e al martirio di tre forze di intelligence.

Secondo la dichiarazione rilasciata oggi dal ministero dell’Intelligence, una cellula terroristica armata è stata smantellata dalle forze di intelligence iraniane a Piranshahr, una città situata nella provincia di West Azarbaijan, nella parte occidentale del Paese. La dichiarazione ha osservato che la cellula terroristica ha attraversato il territorio iraniano con la missione di provocare un attentato e uccidere persone innocenti, al fine di intensificare i recenti disordini e le proteste nel Paese.

I terroristi si sono fatti scudo con una donna e hanno aperto il fuoco contro le forze di sicurezza presenti nella zona, uccidendone tre durante la sparatoria. Nel corso degli scontri, uno dei terroristi è stato ucciso e alcuni di loro hanno riportato ferite. Le forze di sicurezza hanno anche sequestrato cinque fucili AK-47 e relative munizioni, quattro bombe a mano, uniformi militari, uno zaino di equipaggiamento militare e un blocco note contenente le linee guida per causare caos e disordini. La dichiarazione ha inoltre aggiunto che prima di questa operazione, altri tre gruppi terroristici sono stati smantellati nell’Iran occidentale.

di Redazione

Giordania, arresti eccellenti per sospetto Golpe


Il re Abdullah non ha risparmiato tempo per arrestare sia i suoi fratelli che il cugino; il principe Faisal bin Hussein, il principe Ali bin Hussein e il principe Talal bin Muhammad, dopo che i servizi segreti giordani hanno avvertito il re di un tentativo di Golpe grazie a intercettazioni tra i fratelli, i cugini e i leader sauditi e degli Emirati; Mohammad bin Salman e Mohammed bin Zayed.

Il sorprendente arresto dei familiari del re giordano arriva mentre il Medio Oriente affronta un rinnovato movimento “rivoluzionario” in diversi Paesi. La causa di tutto ciò va ricercata nella belligeranza dell’Arabia Saudita nei confronti di alcuni Paesi della regione. L’alleanza di lunga data con il Qatar è stata apparentemente messa da parte nel momento in cui l’Arabia Saudita ha lanciato un blocco economico contro il Qatar, alleato di lungo corso. Molti accusano le manie e la follia del giovane principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman, per queste discutibili e pericolose scelte in politica estera.

La Giordania ha avuto da sempre un’immagine di essere uno Stato neutrale, seppur fedele suddito degli Stati Uniti, all’interno di una regione incline al conflitto. Le discutibili posizioni dell’Arabia Saudita nei confronti degli alleati ha suscitato molte reazioni negative da parte di questi ultimi. La fiducia verso il regime saudita ha raggiunto i minimi storici e gli strateghi hanno accusato le azioni mal pianificate dell’Arabia Saudita verso la Turchia, l’Iran e l’Egitto. Le nazioni del Golfo Persico in particolare sono state molto critiche nei confronti di azioni spesso unilaterali dell’Arabia Saudita, ma che sono state costrette a rispettare.

Il Qatar, tra gli ex alleati ribelli, ha recentemente dichiarato di non essere contro l’Iran in molti aspetti e di aver cercato buoni legami commerciali con lo Stato confinante, ma a causa dell’influenza saudita non è stato permesso di perseguire tali rapporti.

Ritornando al presunto Golpe giordano, l’esercito di Amman ha sostenuto che i fratelli e il cugino si trovano agli arresti domiciliari, ma si è rifiutato di commentare ulteriormente la notizia.

di Giovanni Sorbello

Aiea: Iran rispetta Jcpoa, ma Usa sanzionano


Yukiya Amano, direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, ha confermato ancora una volta che l’Iran sta rispettando il suo impegno nell’accordo sul nucleare nella sua ultima relazione sul Jcpoa (Piano d’azione globale congiunto). La relazione di Amano afferma che: “L’Aiea ha continuato a verificare e monitorare l’attuazione da parte dell’Iran dei suoi impegni relativi al nucleare nell’ambito del Piano d’azione globale congiunto 2015”.

Nelle sue relazioni trimestrali al Consiglio dei governatori dell’Aiea, Amano ha regolarmente confermato che gli impegni nucleari intrapresi dall’Iran sono stati attuati, e il suo rapporto per questa stagione aggiunge: “Gli ispettori dell’Aiea hanno continuato a ispezionare le strutture in Iran, hanno preso centinaia di campioni e ha svolto attività supportate da tecnologie all’avanguardia, tra cui sistemi di raccolta e elaborazione dati”.

Mentre l’Iran rispetta gli impegni presi, gli Stati Uniti hanno imposto nuove sanzioni a cinque società iraniane che l’amministrazione Usa presume siano legate allo sviluppo di missili balistici da parte della Repubblica Islamica. Il Dipartimento del Tesoro ha collegato la misura alla recente ondata di disordini che ha colpito alcune aree dell’Iran, sebbene gli Stati Uniti abbiano preso di mira il programma missilistico di Teheran anche in passato per altre ragioni non comprovate.

“Queste sanzioni mirano a entità chiave coinvolte nel programma iraniano di missili balistici. Gli Stati Uniti continueranno a contrastare in modo decisivo l’attività maligna del regime iraniano”, ha dichiarato giovedì il segretario al Tesoro Steven Mnuchin. Sotto le sanzioni, Washington congelerà tutti i beni che le imprese detengono in luoghi sotto la giurisdizione degli Stati Uniti e proibirà anche ai cittadini statunitensi di fare affari con loro. Inoltre, le istituzioni straniere, che lavorano con le società, potrebbero essere escluse dal sistema finanziario statunitense.

di Redazione

Milioni di iraniani a sostegno della Rivoluzione Islamica


Iran – Milioni di iraniani si sono riversati oggi nelle strade a sostegno della Rivoluzione Islamica, dell’Imam Khamenei e contro le violenze degli ultimi giorni.
Iraniani di ogni ceto sociale sono scesi in strada in diverse città tra cui Ahvaz, Kermanshah, Bushehr, Abadan, Gorgan e Qom, per rinnovare la loro fedeltà alla Repubblica Islamica e condannare la recente ondata di violenza in alcune zone del Paese. I partecipanti hanno scandito slogan contro gli Stati Uniti e il regime israeliano, che ha accolto con favore le turbolenze e espresso il sostegno alle rivolte.

Il Leader della Rivoluzione Islamica, l’ayatollah Seyyed Ali Khamenei ha dichiarato ieri che i nemici hanno usato vari strumenti per colpire la nazione iraniana e l’istituzione islamica durante gli ultimi sviluppi. Il ministero dell’Interno ha dichiarato ieri che la situazione nella maggior parte del Paese è tornata alla normalità e che i disordini si concluderanno presto. Il ministero dell’Intelligence ha riferito di aver identificato e arrestato un certo numero di agenti responsabili delle violenze, tra cui l’assassino di due cittadini innocenti durante le recenti proteste nella provincia occidentale di Lorestan.

La scorsa settimana, in diverse città sono iniziate numerose proteste pacifiche per i risentimenti economici, ma questi incontri hanno cambiato colore sospettosamente e sono diventati brutti quando gruppi di partecipanti, alcuni dei quali armati, hanno lanciato attacchi contro proprietà pubbliche, stazioni di polizia e siti religiosi. Più di una dozzina di persone sono state uccise nelle violenze, tra cui due bambini, poliziotti e semplici cittadini vittime della violenza di manifestanti armati.

di Redazione

Hezbollah può colpire piattaforme offshore israeliane


Alti ufficiali delle forze di occupazione israeliane hanno dichiarato ieri al quotidiano Haaretz che Hezbollah ha la capacità di attaccare le piattaforme di gas naturale in territorio israeliano, avendo acquisito gli armamenti adeguati per farlo.

Nave militare israeliana Sa’ar-5

La valutazione dell’intelligence è che, anche se attualmente Hezbollah ha questa capacità, nessuno immagina che possa fare passo così estremo solo per creare una provocazione, anche perchè, colpire le piattaforme del gas rappresenterebbe una dichiarazione di una terza guerra con il Libano.

Nel luglio 2011, durante un discorso nel quinto anniversario dello scoppio della seconda guerra del Libano, il segretario generale di Hezbollah, Sua Eminenza, Sayyed Hassan Nasrallah, ha minacciato di colpire le piattaforme di gas offshore dell’entità israeliana. L’organizzazione, che non riconosce l’esistenza dell’entità, sostiene che le piattaforme si trovano nella zona economica esclusiva del Libano piuttosto che nell’entità. “Il Libano è in grado di difendere le sue risorse di gas e petrolio, e chiunque metta mano sopra i suoi beni, sapremo come trattarlo”, ha dichiarato Sayyed Nasrallah.

Il suo vice, lo sceicco Naim Qassem, ha fatto osservazioni simili. “E’ diritto del Libano esercitare la sua sovranità e il controllo sulle risorse naturali e sui giacimenti di gas scoperti nelle acque del Libano, e quindi la Resistenza è responsabile dell’uso di tutti i mezzi per fornire assistenza”, ha dichiarato lo sceicco Qassem.

Fonti dell’esercito israeliano riferiscono che le minacce che Hezbollah ha iniziato a fare nel 2010 includono le capacità della Resistenza libanese di attaccare piattaforme di gas israeliane in territorio palestinese. “Non sono solo dichiarazioni, ma piuttosto capacità missilistiche capaci di attaccare le piattaforme”, ha dichiarato un funzionario militare.

Da allora, il regime israeliano ha incaricato l’esercito israeliano (Iof) di difendere le piattaforme del gas. Per fare ciò, la marina prevede di acquistare nel 2019 quattro navi missilistiche Sa’ar-6. Le navi saranno equipaggiate con sistemi anti-missile e altre capacità per affrontare potenziali minacce.

Ma data la valutazione dell’intelligence secondo cui Hezbollah ha già la capacità di attaccare le piattaforme del gas, l’Iof non può permettersi di aspettare l’arrivo di queste navi. Così il mese scorso ha annunciato che un sistema anti-missile Iron Dome è stato installato con successo su una nave Sa’ar-5 ed è operativo.

“Hezbollah ha lavorato per costruire un significativo sistema missilistico offensivo che può essere definito come un sistema offensivo strategico sotto tutti i punti di vista: Hezbollah ha effettivamente costruito la migliore nave missilistica al mondo, ha molti missili e non può essere affondato”, riporta la dichiarazione rilasciata al quotidiano Haaretz.

di Giovanni Sorbello

Kata’ib Hezbollah invita gli Usa a lasciare l’Iraq


Il movimento di Resistenza iracheno Kata’ib Hezbollah (Brigate Hezbollah) ha avvertito gli Stati Uniti, in occasione del sesto anniversario della guerra in Iraq, di lasciare le terre irachene di loro spontanea volontà. 

Kata’ib Hezbollah hanno rilasciato una dichiarazione in cui si afferma che gli Stati Uniti sono, dopo aver inviato le proprie forze militari in Iraq, ancora una volta sotto pretesto infondato per occupare le terre irachene. Brigate Hezbollah hanno annunciato nella loro dichiarazione che l’esercito statunitense occupante è stato costretto a lasciare l’Iraq nel 2011 dopo nove anni a seguito degli attacchi compiuti dai combattenti Hezbollah contro di esso. Le forze combattenti irachene hanno dimostrato che la loro volontà è più forte di tutte le forze aggressive e tiranniche del mondo e hanno inflitto una sconfitta strategica sul più forte esercito mondiale.

La dichiarazione afferma che le Brigate Hezbollah hanno giocato un ruolo fatale nella sconfitta degli Stati Uniti e l’hanno costretta a lasciare l’Iraq. Secondo la dichiarazione, la trama degli Stati Uniti includeva il pieno controllo del destino della nazione irachena. Sconfiggere i terroristi dell’Isil, protetti dagli Stati Uniti e da altri Paesi arabi loro alleati, ha portato a sventare la seconda parte della trama che aveva come obiettivo la nazione e la terra irachena.

Le Brigate Hezbollah hanno annunciato che gli Stati Uniti cercano, ancora una volta, di indebolire il governo iracheno e tornare in questo Paese con falsi pretesti e in modo da occuparlo. La dichiarazione consiglia agli Stati Uniti di non sognare di tornare in Iraq e chiede al governo e al parlamento di Baghdad di adottare una posizione ferma nei confronti delle attività delle forze statunitensi in Iraq. Le Brigate Hezbollah hanno dichiarato che se le forze militari statunitensi non lasceranno le terre irachene di loro spontanea volontà, le costringeranno ad andarsene.

di Redazione

Iran, Trump medita nuove sanzioni per sostenere “rivolte”


Iran – Mentre milioni di iraniani continuano a manifestare in tutto il Paese per rinnovare il loro sostegno alla Repubblica Islamica e denunciare la recente ondata di “violenze manovrate” che ha colpito alcune aree dell’Iran, l’amministrazione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, sta considerando l’ipotesi di imporre maggiori sanzioni contro l’Iran, mentre aumenta la sua retorica a sostegno delle “rivolte” in alcune zone del Paese.

Andrew Peek, vice segretario di Stato aggiunto per Iraq e Iran, ha dichiarato questa settimana che la Casa Bianca sta soppesando una reazione alla recente ondata di disordini che hanno causato la morte di oltre una dozzina di iraniani. “Da parte nostra, terremo conto delle persone o entità che commettono violenze contro i manifestanti. Ciò implica l’esame di azioni che possiamo intraprendere contro tali individui, come le sanzioni e altri mezzi”, ha dichiarato Peek a Voice of America.

La scorsa settimana gruppi di manifestanti pacifici si sono riuniti in diverse zone del Paese, chiedendo alle autorità di affrontare le problematiche economiche. Pur non avendo alcun mandato, le proteste sono continuate ininterrottamente per diversi giorni. Gli eventi, tuttavia, sono stati oscurati quando elementi armati e vandali si sono presentati tra i manifestanti e hanno iniziato a lanciare attacchi contro proprietà pubbliche, stazioni di polizia e siti religiosi.

Trump ha parlato delle agitazioni in una serie di tweet nei giorni scorsi, promettendo che avrebbe continuato a sostenere gli scontri a differenza dei suoi predecessori. Kellyanne Conway, un consigliere della Casa Bianca, ha dichiarato giovedì scorso a Fox News che la Casa Bianca di Trump stava effettivamente rivedendo la possibilità di imporre nuove sanzioni contro la Repubblica Islamica. L’ambasciatore delle Nazioni Unite, Nikki Haley, ha chiesto una riunione urgente delle Nazioni Unite sulla situazione. Oltre a Trump, anche il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha sostenuto i disordini, incoraggiando i rivoltosi a continuare la violenza.

La natura delle sanzioni rimane ancora poco chiara. Dopo aver rifiutato di ricertificare l’impegno iraniano per l’accordo sul nucleare del 2015, Trump ha dichiarato in febbraio che avrebbe introdotto maggiori divieti contro le forze del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica dell’Iran (Irgc).

L’accordo, noto come Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), pone dei limiti su alcune parti dei programmi nucleari iraniani in cambio della rimozione di tutte le sanzioni relative al nucleare. Tuttavia, Trump si è rifiutato di mantenere la sua posizione, contribuendo alla situazione economica.

di Giovanni Sorbello

Usa preparano i curdi a confrontarsi con l’esercito siriano


Gli Stati Uniti continuano gli aiuti militari ai militanti curdi delle Syrian Democratic Forces (Sdf) per prepararli allo scontro contro l’esercito siriano, nella zona orientale di Damasco.

Il sito web di notizie in lingua araba al-Hadath ha riportato che le forze statunitensi hanno consegnato negli ultimi giorni un nuovo carico di armi, compresi i missili a medio raggio, alle Sdf attraverso il passaggio di confine tra Siria e Iraq di Simalka.

Nelle regioni controllate dai curdi il fatto che l’Isil abbia perso una parte importante del suo potere militare sulla sponda orientale del fiume Eufrate, consegnare armi alle forze curde è forse volto a prepararle per una battaglia contro l’esercito siriano o l’esercito turco e i suoi militanti affiliati che sono coinvolti nell’operazione militare Scudo dell’Eufrate in Siria.

Il sito Web ha aggiunto che Washington potrebbe anche essere in cerca di obiettivi commerciali attraverso gli aiuti militari ai curdi in modo da ricevere una grande quantità di petrolio a prezzi stracciati, per vendere le sue armi ai curdi in linea con i tentativi di creare un sistema federale nella Siria settentrionale. Inoltre, gli sviluppi nella Siria orientale indicano che Washington stia cercando nuove strategie per la battaglia in Siria per raggiungere i suoi obiettivi, dopo che i gruppi terroristici sono stati sconfitti dall’esercito siriano su diversi fronti e vuole mostrare i curdi come il nemico numero uno di Damasco.

Tornando agli sviluppi sul campo di battaglia, diversi uomini armati delle Sdf sono stati uccisi o feriti giorni fa nella lotta contro i militanti sostenuti da Ankara nel nord-est di Aleppo. Il battaglione Thowar al-Shoyoukh, sostenuto dalla Turchia e affiliato all’esercito siriano libero, ha preso d’assalto le posizioni del Sdf ad al-Tokhar vicino alla città di Manbij, nel nord-est di Aleppo, riuscendo a prevalere. Un certo numero di combattenti delle Sdf sono stati uccisi e decine di altri sono rimasti feriti negli scontri o fatti prigionieri.

di Giovanni Sorbello

Luce verde a Israele per assassinare Qassem Soleimani


Le agenzie di intelligence statunitensi avrebbero dato luce verde al regime israeliano per assassinare l’alto generale iraniano, Qassem Soleimani, secondo quanto riferisce il quotidiano kuwaitiano al-Jarida. 

Negli ultimi 20 anni, Qassem Soleimani ha comandato la Forza Quds dell’Iran’s Revolution Guards Corps (Irgc). Soleimani è una figura chiave negli sforzi per aiutare il presidente siriano Bashar Assad nella lotta contro i gruppi terroristici statunitensi, israeliani e sauditi che hanno aggredito il suo Paese. Ha anche stretti rapporti con il gruppo libanese Hezbollah e con il palestinese Hamas, entrambi impegnati nella lotta contro il regime sionista. Il rapporto pubblicato da al-Jarida, agenzia nota per pubblicare storie improbabili su Israele, è stato ampiamente raccolto dai media israeliani.

Tre anni fa, il regime israeliano è stato vicino all’assassinio del generale Soleimani nei pressi di Damasco, sostiene al-Jarida, ma gli americani presero tempo sullo sfondo di un intenso disaccordo tra Washington e Gerusalemme. Oggi, le amministrazioni Trump e Netanyahu sono assolutamente in accordo nel lanciare attacchi contro l’Iran. Solo la scorsa settimana, i due Paesi hanno firmato un memorandum d’intesa congiunto che ha gettato le basi per una piena cooperazione per far fronte alla pulsione nucleare iraniana e i suoi programmi missilistici. La fonte afferma che l’assassinio di Soleimani servirebbe gli interessi di entrambi i Paesi e quindi le autorità statunitensi avrebbero dato a Israele il via libera per portarlo a termine.

Il precedente direttore della Cia, Mike Pompeo, ha dichiarato di aver scritto una lettera al maggiore generale dell’Iran, Qassem Soleimani, per avvertirlo degli interessi americani in Iraq, ma il generale si è rifiutato di leggerlo, secondo quanto riportato dal Washington Post. “Ho inviato un appunto. L’ho inviato perché avevo indicato che le forze sotto il suo controllo potrebbero in realtà minacciare gli interessi degli Stati Uniti in Iraq”, ha affermato Pompeo in un forum di difesa presso la Fondazione presidenziale e l’Istituto Ronald Reagan di Simi Valley, in California.

Qassem Soleimani, soprannominato il “Comandante ombra” e “il martire vivente”, è nato l’11 marzo 1957 nel villaggio di Rabor nella provincia iraniana di Kerman, è il comandante della Forza Quds, una divisione iraniana delle Guardie rivoluzionarie islamiche, che svolge operazioni speciali. Secondo fonti occidentali, anche se ha mantenuto un profilo basso, Soleimani è stato molto influente nella formazione e nella strutturazione del movimento di Resistenza libanese Hezbollah. E’ stato determinante nell’affrontare il dopoguerra in Iraq, e soprattutto nell’attuare una strategia vincente contro l’ondata terroristica che ha colpito la Siria e l’Iraq. Ha avuto un ruolo di assoluto protagonista anche nel fermare l’espansione del cosiddetto Stato Islamico, conducendo in prima persona importanti battaglie.

di Giovanni Sorbello

Ministero della Salute ritira farina BIO di grano duro per rischio chimico


Livelli di piombo troppo alti: Ministero richiama farina BIO di grano duro
di B.C.

Il ministero della Salute ha comunicato il ritiro della “Farina di grano duro Senatore Cappelli Macinata a pietra da Agricoltura Biologica” della Gorfini per rischio chimico.

Livelli di piombo troppo elevati. È questo il motivo che ha spinto il Ministero della Salutead ufficializzare il richiamo della Farina BIO di grano duro Senatore Cappelli Macinata a pietra da Agricoltura Biologica.

Il provvedimento è stato disposto in via precauzionale dall’azienda produttrice, Gorfini Giuliano con sede dello stabilimento ad Anghiari (AR) Loc. San Lorenzo n. 43. La farina in questione è venduta nella confezioni da 1 kg e fa parte del lotto con scadenza 10 luglio 2018.

Si raccomanda di non consumare il prodotto e di restituirlo al punto vendita dove è stato acquistato, che provvederà al rimborso.

Il piombo, sostanza altamente nociva che si annida in alcuni degli alimenti più comuni, esiste nell’ambiente e tracce possono finire negli ingredienti che sono utilizzati nella produzione di latte. Gli effetti tossici possono causare conseguenze negative permanenti a livello cerebrale e minare le capacità cognitive in particolare di neonati e bambini piccoli che sono particolarmente vulnerabili. Sul ritiro odierno è intervenuto anche Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti, che spiega come “l’assorbimento di piombo, può costituire un grave rischio sanitario, può ostacolare lo sviluppo del processo cognitivo e delle prestazioni intellettuali nei bambini, nonché aumentare la pressione sanguigna e le patologie cardiovascolari negli adulti”.

Fonte: Fanpage

Tre infermiere maltrattano un neonato e pubblicano lo scioccante filmato su Facebook


di Biagio Chiariello

Il video è stato girato in un ospedale di Taif, in Arabia Saudita. Le tre donne sono state sospese e poi licenziate. L’incidente è stato confermato dal Ministero della Salute locale.

Tre infermiere sono state sospese e poi licenziate dopo essere state accusate di abusi nei confronti di un bambino nell’ospedale pediatrico della città araba di Taif. La vicenda è venuta alla luce dopo la diffusione di un video sui social network nel quale si vede chiaramente i maltrattamenti ai quali è stato sottoposto il neonato.

Il video mostrava una delle infermiere che stringe la faccia del bambino, mentre le due colleghe guardano e ridono. L’ufficio per i servizi sanitari locale ha dato notizia del provvedimento di licenziamento nei confronti delle tre. La conferma è arrivata dal Ministro della Salute, il quale ha aggiunto che la licenza delle infermiere era stata revocata.

“Stiamo indagato sulla fonte del video e abbiamo identificare le infermiere che sono apparse nel video e l’ospedale in cui è avvenuto l’incidente. Le infermiere sono state immediatamente sospese per ordine del direttore della Taif Health Affairs Saleh Al-Muanis” ha detto Abdulhadi Al-Rabie, portavoce di Taif Health Affairs.

Il dottor Mohammed Al-Ghamdi, su Arab News, ha dichiarato: “quando i bambini sono le vittime è facile simpatizzare con loro, perché loro sono senza voce e non possono parlare per se stessi, gli adulti sentono il bisogno di parlare per loro”. Secondo Walid Al-Zahrani, un giornalista locale, le infermiere devono essere “processate e nominate in pubblico” per far capire loro che “la vita delle persone non è uno scherzo”. Gli utenti del social network che hanno reagito all’incidente hanno chiesto l’installazione di telecamere di sorveglianza in diverse sezioni di tutti gli ospedali del Paese per documentare eventuali violazioni.

Fonte: Fanpage

05 gennaio 2018

Anno zero


di Marcello Veneziani 


Ieri il nostro Millennio è diventato maggiorenne. Ha compiuto 18 anni e può dunque votare, patentarsi, è l’anno zero della vita adulta. Degli anni precedenti eredita il disagio.


Se al giro di boa dell’anno volessimo dire in sintesi qual è la chiave del malessere del nostro presente, come potremmo delinearlo? È la quadratura di un circolo vizioso composto da oppressione fiscale, tirannia del market, perdita del confine, intolleranza permissiva.


Proviamo a spiegarci partendo dal più semplice.

Lo Stato come principio d’unità al di sopra delle parti e come spirito pubblico non c’è più da un pezzo. E lo Stato sociale, come sostegno e garanzia per i popoli e i cittadini, fu aggredito, prosciugato e svilito negli anni, prima attraverso le sue caricature obese di tipo assistenziale – che dettero luogo allo statalismo e al parassitismo pubblico – poi attraverso lo smantellamento, lo spostamento dell’asse dal pubblico al privato, l’onda liberista, il precariato universale e il mercatismo.


Dello Stato però è cresciuto il peso oppressivo del fisco, sia attraverso una tassazione record che cresce mentre decrescono i servizi pubblici o si carica di oneri estranei ai contribuenti (in primis i migranti); sia attraverso leggi punitive, sistemi di controllo, estorsioni e vessazioni di enti locali o erogatori di servizi. Perfino le multe stradali sono concepite con l’alibi della sicurezza stradale ma servono per nutrire le affamate casse comunali.

Ne deriva una nuova forma oppressiva di stato, anzi uno statalismo inverso, che riduce servizi ma esige tributi, per l’Europa, per risanare il deficit, per l’età media che avanza, per i clandestini da mantenere.


È una forma inedita di “comunismo”, su base fiscale. Ma un comunismo che si sposa con le scorrerie del capitalismo internazionale, le franchigie di cui godono le grandi multinazionali, gli assetti sociali ed economici dettati dai poteri finanziari e dalle loro agenzie.


È questa la tirannia del market, la riduzione dell’universo a Ipermercato o periferia del medesimo, il controllo delle masse tramite i megasocial e la megamacchina sociale. La nuova forma invasiva del capitalismo non esige più “schiavi” in fabbrica, operai e lavoratori, ma esercita il suo dominio fuori dal lavoro, nel tempo libero, nelle comunicazioni, nei consumi, veicola e determina gusti e disgusti, colonizza desideri, modi di vita e modelli di riferimento.

Tutto questo si fonda su un elemento etico, antropologico, culturale che ci sta cambiando la vita e che viene ossessivamente ripetuto e rivendicato come mission da tutti da tutti coloro che hanno ruoli rilevanti per notorietà e potere: basta muri, basta limiti sanciti dalla natura, dalla storia, da frontiere territoriali e statali, ma anche da leggi, costumi, tradizioni.

Sconfinare, perdere la misura, varcare e relativizzare i limiti, affrancare i diritti dai doveri e i desideri dai sacrifici. Oppressione fiscale ma liberazione sessuale e territoriale.


Tutti liberi e vaganti, senza confini. Ognuno sceglie di vivere dove vuole. Nessun contesto comunitario, solo individualismo sfrenato, autogestione della vita fino a cancellare la natura, le origini, la provenienza. Quel che conta è solo l’io che vuole realizzarsi.


La società dello sconfinamento corona il sogno sessantottesco della liberazione; via la repressione, vai con la tolleranza universale. Vietato vietare, tutto è permesso.


Ma, attenzione. Chi non riconosce questo universo liberato, chi non si riconosce nei nuovi “valori”, chi non pratica il codice ideologico prefissato e non si sottomette all’osservanza dei suoi articoli di legge, diventa un pubblico nemico e merita la gogna, la pubblica esecrazione, l’emarginazione, la condanna, anche penale, se è il caso.

Qui scatta con l’accusa di fobie il nuovo codice repressivo, linguistico e comportamentale: il Politicamente Corretto. Nato per tutelare le minoranze più deboli, diventa nei fatti un comandamento punitivo da osservare, un nuovo codice civile, penale e ideologico coi suoi dogmi e le sue proibizioni.

È l’intolleranza dei permissivi, il totalitarismo dei libertari, la dittatura del progresso, il sistema dei veti e dei divieti, anche linguistici, la Nuova Ipocrisia.

A ben vedere si tratta di coppie antitetiche: il capitalismo accresce la sua potenza con la tecnica e la dipendenza dai consumi e dai social, ma al tempo stesso l’oppressione statale si accanisce sul piano fiscale, come esige una società guidata dalla finanza e dall’economia.

Così come la liberazione dai limiti e dalla natura, dal tuo corpo e dal tuo sesso, dalla comunità e dalla tradizione, lo sconfinamento e la facoltà di seguire i propri desideri, si irrigidisce poi nell’intolleranza e nella tirannia del P.C..

Tutto questo genera sfiducia verso ciò che è pubblico e statale, chiusura in sé stessi e nel proprio egoismo, regressione nelle tribù o nella rabbia diffusa, tra haters e fake news, dissenso, defezione, disagio. Abbiamo raggiunto il punto zero in cui la società fondata sul benessere distribuisce in realtà malessere.

Ecco da dove potrebbe scaturire oggi una rifondazione politica e culturale. Se esistessero i mezzi per comunicarla, i luoghi per coagularla e per raccoglierla e gli uomini disposti a mettere a repentaglio il proprio standard di vita per dare un senso, una dignità e una prospettiva alla vita. Un tempo, quest’Inizio si chiamava rivoluzione.


MV, Il Tempo 2 gennaio 2018

Comandante del Corpo dei Marines: «Spero di sbagliarmi, ma è in arrivo una guerra»


di Giampaolo Rossi

L’Anarca

NATALE IN NORVEGIA

Robert Neller è l’attuale Comandante del Corpo dei Marines; è uno dei militari più influenti degli Stati Uniti. Generale pluridecorato, ha partecipato con onore ad alcune delle operazioni più importanti degli ultimi anni, dalla Somalia all’invasione di Panama.


Prima di Natale, è volato in Norvegia a portare gli auguri ai 300 marines di stanza a Trondheim; e ai suoi uomini ha spiegato di tenersi pronti perché lui vede all’orizzonte un “enorme conflitto (…) spero di sbagliarmi, ma è in arrivo una guerra”.

Questa guerra non sarà giocata in Medio Oriente, dove l’America si è impegnata in questi ultimi 20 anni, ma nell’area del Pacifico e in Eurasia. E il principale nemico, secondo il Generale, è proprio la Russia.

Infatti i marines in Norvegia fanno parte di una forza di rotazione (Marine Rotational Force-Europe) dislocata, formalmente, su invito del governo di Oslo per intensificare addestramento ed esercitazioni in ambito Nato, in ambienti artici; ma di fatto rappresentano una dispiegamento strategico finalizzato ad avere una forza di pronto intervento (che può raggiungere le 3000 unità in poche ore) nel caso di conflitto con Mosca; conflitto che i vertici del Pentagono ritengono ormai inevitabile.

SOVVERSIONE DELLA DEMOCRAZIA

Qualche giorno prima Herbert R. Mc Master, anche lui un Generale e Consigliere per la Sicurezza nazionale di Trump, intervistato dalla BBC, ha accusato Mosca di voler sovvertire le nazioni democratiche: “dobbiamo contrastare il comportamento destabilizzante della Russia e le sofisticate campagne di propaganda e disinformazione” tese a mettere le società libere e aperte “le une contro le altre (…). Credo che la Russia sia impegnata in una campagna di sovversione molto sofisticata per influenzare la nostra fiducia nelle istituzioni democratiche”.

Prima di lui l’ex vicepresidente americano Joe Biden, il regista del “colpo di Stato democratico” in Ucraina, aveva lanciato l’ennesima fake news made in Usa. In un lungo articolo su Foreign Affairs (firmato insieme a Michael Carpenter) aveva affermato: “il governo russo sta assaltando sfacciatamente le basi della democrazia occidentale in tutto il mondo”.

Aggiungendo tra l’altro che in Italia, il Cremlino sarebbe intervenuto direttamente per influenzare il referendum costituzionale del 2016 (quello in cui Obama fece campagna elettorale diretta per Renzi e l’ambasciatore Usa in Italia inviò un pizzino niente male, nel caso avessero vinto i No… a proposito di interferenze in uno Stato sovrano); e che un simile sforzo i russi lo starebbero attuando per sostenere la Lega e il M5S alle prossime elezioni; ingerenze smentite categoricamente dai Servizi d’intelligence italiani.

L’Atlantic Council, uno dei più influenti think tank occidentalisti il cui scopo “è promuovere nel mondo la ledaership americana”, ha redatto nel novembre scorso un documento dal titolo The Kremlin’s Trojan Horses; un’analisi su come la Russia starebbe influenzando partiti e forze politiche in tre Paesi europei: Spagna, Italia e Grecia.

Geysha Gonzalez, il Direttore dell’area eurasiatica del think tank, intervistato su Formiche.net ha confermato: “l’obiettivo finale della Russia è senza dubbio la destabilizzazione e, meglio ancora, la messa in pericolo della democrazia su cui si fondano gli ordinamenti occidentali”.

BRACCIO DI FERRO TRUMP/DEEP STATE

La sensazione è che l’apparato tecno-militare di Washington e il Deep State Usa stiano accelerando il livello di tensione con Mosca verso un punto di non ritorno. Questo nonostante i tentativi di Trump di attuare politiche di distensione.

Nel summit dell’Apec in Vietnam del novembre scorso, il presidente Usa aveva ammonito che “avere la Russia in una posizione amichevole piuttosto che combatterla sempre, è una vantaggio per il mondo e per il nostro paese, non un ostacolo”.

L’America ha bisogno di guerre per sostenere la sua enorme industria di dominio globale tecno-militare e d’intelligence.

Ma nello stesso tempo, oggi è governata da un uomo che non ha esitato a denunciare l’imbroglio delle guerre umanitarie, di una ventennale guerra al terrorismo che ha prodotto più terrorismo, che ha definito la guerra in Iraq “la peggiore decisione dell’America”, e la guerra in Libia un errore evidente.

In questo braccio di ferro si gioca il futuro dell’America e del mondo.

Nel frattempo la Nato continua ad ammassare truppe e mezzi ai confini della Russia, facendo credere che ci sia in procinto un’invasione di Mosca; che le navi russe invadano le acque britanniche (come hanno scritto i media occidentali); e che gli hacker russi e siano pronti a diffondere fake news e manipolazioni per disintegrare le democrazie occidentali.

Solo un sistema dei media colluso con l’élite guerrafondaia che sta ridisegnando l’Ordine mondiale, può avvalorare assurdità del genere.

“War is coming” dice il generale dei Marines. Speriamo di non doverci preparare al peggio.

Tratto da: ComeDonChisciotte

Questa donna sta per andare in carcere per un motivo assurdo


di Giuseppe Brienza

Il 4 gennaio in Canada il processo per direttissima per Mary Wagner, paladina pro-life

Domani, 4 gennaio, la nota attivista prolife canadese Mary Wagner, di nuovo arrestata per aver tentato di dissuadere donne dall’aborto in una clinica di Toronto, sarà processata “per direttissima” per il reato di “délit d’entrave à l’avortement”, cioè “intralcio all’aborto” (lo stesso fatto approvare nel febbraio scorso in Francia).
Il fatto

Proprio nel giorno dell’Immacolata Concezione di Maria, l’8 dicembre, la Wagner era entrata pacificamente, insieme a un’altra attivista e sua amica, Linda Gibbons, in una clinica abortista di Toronto per provare a dissuadere le donne dal sottoporsi al mortale intervento dell’interruzione volontaria di gravidanza. Entrambe avevano delle rose, vicino ad ognuna delle quali era attaccato un modellino in plastica di un feto di dieci settimane e un foglio con le informazioni per contattare un Centro di aiuto alla vita per donne con gravidanze difficili. Niente di invasivo o psicologicamente violento quindi da parte delle due volontarie e, anzi, come risulta da varie testimonianze non di rado entrambe non hanno mancato di condurre un dialogo tranquillo e proficuo con le donne recatesi nelle varie cliniche per abortire. Due agenti della polizia locale, però, stando a quanto riferisce Life Site News e si può vedere in un video-testimonianza caricato su YouTube, hanno trascinato fuori dalla clinica la Wagner, che ha opposto resistenza non-violenta, stringendole i polsi con delle manette dietro la schiena.

L’accusa nei suoi confronti sarebbe quella di aver infranto la misura legislativa canadese che vieta di pregare o parlare con le persone che transitano nei centri o cliniche abortiste. Il Governo dell’Ontario, lo Stato nel quale si trova la città di Toronto, ha approvato una legge che vieta agli attivisti prolife finanche di manifestare in un’area che sia distante meno di 50 metri dalle strutture in cui si pratica l’aborto. La norma, approvata il 26 ottobre 2017, non è però finora ancora entrata in vigore.
Natale in carcere

Arrestata diverse volte per lo stesso motivo, la Wagner ha passato finora quasi cinque anni in totale in prigione. Come riferito dall’agenzia Corrispondenza Romana, anche durante quest’ultimo processo è rimasta in silenzio, interrotto solo alla vigilia di Natale per chiedere con queste parole una breve “libera uscita” per trascorrere il giorno di festa con i propri cari: “Ho solo provato a difendere il diritto a nascere di alcuni bambini” (cit. in Pierre-Alain Depauw, Canada- La militante pro-vie Mary Wagner a passé Noël en prison, medias-presse.info, 25 décembre 2017).

Il giudice competente della Corte di giustizia dell’Ontario Howard Chisvin, però, ha rifiutato di interrompere anche per sole 24 ore la detenzione preventiva della Wagner, a condizione che l’interessata non avesse pagato una cauzione di 500 dollari e avesse firmato un impegno a stare lontana da qualsiasi clinica o istituto che pratica l’aborto. Condizioni impraticabili per la donna che, per questo, ha dovuto trascorrere in prigione anche il giorno della nascita a Betlemme del Bambino Gesù.

Anche l’altra attivista prolife fermata dalla polizia di Toronto, Linda Gibbons, che ha già trascorso finora 11 anni nel complesso per la sua testimonianza in favore del “più povero fra i poveri”, come chiamava il bimbo concepito Santa Teresa di Calcutta, ha rifiutato di firmare l’atto d’impegno a non frequentare più cliniche abortiste.
Testimonianza alla Gmg

La conversione al cattolicesimo di Mary Wagner, che ha oggi 44 anni, è iniziata quando lei non era nemmeno ventenne in occasione di una Giornata Mondiale della Gioventù (Gmg). A Denver, infatti, negli Stati Uniti (10-15 agosto 1993), dopo aver ascoltato le parole di San Giovanni Paolo II decise di divenire un’attivissima sostenitrice della causa prolife. D’allora non è mai mancata a questi raduni ideati appunto da Papa Wojtyla e, da ultimo, partecipando all’evento di Cracovia (26-31 luglio 2016), ha testimoniato davanti a centinaia di migliaia di giovani che la sua attività non si limita a tentare di evitare le interruzioni volontarie di gravidanza ma anche a seguire, consolare e curare le tante donne che soffrono dei traumi del post-aborto.

La prima volta che la Wagner è finita in carcere per la sua attività prolife è stato non a caso nell’anno del Grande Giubileo del 2000. Le manette non l’hanno però mai preoccupata fino in fondo perché, ha spesso ricordato, il suo è un obbligo cristiano e civico insieme: combattere contro una legislazione profondamente ingiusta che, in Canada, è tra le più permissive sull’aborto nel mondo.

I Giuristi per la Vita italiani

Nonostante il Paese nordamericano sia associato all’Unione europea da un profondo legame economico-diplomatico, in virtù fra l’altro dell’accordo commerciale rafforzato da anni in vigore fra l’Ue e il Canada, nessuna reazione vi è stata da parte dei media e dei ministri degli esteri europei alla notizia di questo ennesimo arresto per “reato d’opinione”. In Italia è intervenuta l’associazione internazionale dei Giuristi per la Vita (GpV), il cui presidente Gianfranco Amato ha rilasciato alla vigilia del processo dell’attivista prolife un comunicato preannunciando anche delle iniziative presso le autorità e l’episcopato canadese. “Il Canada sembra oggi rappresentare la punta più avanzata del politically correct, il sostrato ideologico a fondamento del Pensiero Unico – ha dichiarato l’avv. Amato -. Non è un caso, infatti, che proprio il Canada sia stato il primo Paese al mondo a istituzionalizzare l’ideologia gender, rilasciando un tesserino sanitario ad un neonato il cui genere è stato indicato con la ‘U’ di ‘undetermined’ (indeterminato), anziché ‘M’ di maschio o ‘F’ di femmina”.

“Da anni noi denunciamo la deriva totalitaria dell’ideologia politically correct – prosegue il presidente dei GpV – che ha dentro di sé il germe dell’intolleranza e che è inesorabilmente destinata a sfociare in un pericoloso regime illiberale. Non a caso Papa Francesco ha spesso lanciato i propri moniti contro i rischi di quella che lui chiama la ‘dittatura del Pensiero Unico’. Il caso di Mary Wagner si aggiunge, purtroppo, ai numerosi altri casi simili avvenuti in altre parti del mondo”.
Un “Soccorso Rosso” in difesa della vita

Per questo motivo i Giuristi per la Vita hanno creato una rete internazionale – una sorta di “Soccorso Rosso” in difesa della vita – coinvolgendo organizzazioni sorelle di altri Paesi con le quali sono collegati e, sul caso di Mary Wagner, stanno ipotizzando di intervenire in collaborazione con il gruppo canadese Christian Legal Fellowship tramite la direttrice Ruth Ross.

Inoltre, quando in primavera l’avv. Amato si recherà negli Stati Uniti per un tour di conferenze è previsto anche che si rechi a Toronto per incontrare o sostenere personalmente Mary Wagner. “Non so se sarà possibile andare a trovarla in carcere – ha dichiarato -, ma certamente manifesterò pubblicamente la solidarietà e il sostegno dei pro-life italiani. Vedremo anche quali azioni possiamo coordinare dal punto di vista legale con il Christian Legal Fellowship”.
Battaglia contro l’eutanasia

Un altro fronte sul quale Mary Wagner è da anni impegnata è quello dell’eutanasia. Battaglia lungimirante anche perché, il 31 maggio 2016, è stata approvata nel suo Paese quella che è stata da molti definita “la legge peggiore del mondo” in materia di “fine vita”. La nuova normativa, infatti, che ha introdotto il suicidio assistito e l’eutanasia, ha incontrato la decisa opposizione dei vescovi canadesi, consapevoli del suo impatto sui più deboli e, in particolare, sugli anziani ricoverati negli ospedali nazionali. I presuli hanno denunciato l’anti-lingua abbondantemente utilizzata nella legge, con l’impiego di termini apparentemente neutri ma ideologicamente intesi come “assistenza medica a morire”, “morte assistita” e “morire con dignità”. Tutte parole destinate a nascondere all’opinione pubblica la vera posta in gioco: l’attuazione concreta dell’eutanasia, che è la privazione deliberata della vita a una persona ammalata o disabile, e del suicidio assistito, che fornisce intenzionalmente a una persona le conoscenze e gli strumenti per suicidarsi.

Altro principio rivendicato dai presuli e sostanzialmente negato dalla legge approvata dal Parlamento canadese è il diritto all’obiezione di coscienza per i medici e gli operatori sanitari che non accettano l’eutanasia o il suicidio assistito. In una lettera sull’argomento pubblicata nel gennaio 2016 la Wagner ha invitato sul punto a non “indugiare in proteste o lamentele”, perché quella per la vita umana innocente “è una missione che Dio ci ha affidato, [per] portare la Luce e l’Amore divino in un Paese straordinario come il Canada che ha dimenticato la Fonte della sua bellezza e della sua grandezza” (A Letter from Mary Wagner, in “Toronto Catholic Witness”, January 23, 2016).
Amare la vita e accettarla

Un testimone diretto del suo discorso alla Gmg di Cracovia, don Mariusz Frukacz, direttore del settimanale polacco “Niedziela”, ha detto di lei: “La Wagner non è aggressiva, regala una rosa a tutte le donne che vogliono praticare l’aborto. Ma il suo modo di fare viene considerato illegale e per questo è stata arrestata e imprigionata. A Cracovia ha spiegato che ‘I giovani alla Giornata Mondiale della Gioventù amano la vita e possono diffondere il desiderio di accettarla’. E poi la GMG – ha aggiunto – “è un’occasione per stare insieme, per rendersi conto che siamo tutti fratelli e sorelle” (Mariusz Frukacz, Mary Wagner: La Gmg è un dono di Giovanni Paolo II, in agenzia “Zenit”, 29 luglio 2016).

Fonte: interris

Milano: sono stati gli anarchici a dare fuoco all’abete dedicato a Falcone e Borsellino?


di Simone Pellegrini

Vandalizzato l’albero di Natale della legalità. Il Municipio punta l’indice verso gli anarchici

Resta in piedi, malconcio e sfibrato come nemmeno il suo “collega” romano Spelacchio. È quel che resta dell’albero di Natale dedicato alle “vittime del dovere”, agenti o magistrati morti nell’espletamento del loro servizio, uccisi dal terrorismo o della mafia. Tra gli addobbi, spiccano le foto di vittime di mafia o terrorismo, come i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Era stato allestito a Milano, nel quartiere Corvetto, dal Municipio Zona 4 insieme ad una associazione di poliziotti.
Le accuse del presidente del Municipio

L’abete ha subito però più tentativi di incendio e la vandalizzazione. È successo un anno fa, ed è ricapitato anche quest’anno, due notti di seguito, sempre intorno alla data della notte di San Silvestro. L’anno scorso, il 1° gennaio 2017, il presidente di Zona Paolo Bassi parlò di “un gesto pianificato e inquietante”.

Oggi, trecentosessantacinque giorni dopo, Bassi si rivolge al sindaco di Milano, Beppe Sala, “al quale – dice – ho più volte rivolto un appello affinché condanni e chieda lo sgombero delle occupazioni abusive dei cosiddetti centri sociali”. Bassi scrive che l’albero “è stato vandalizzato da un gruppo di ragazzi che sembrerebbero appartenere a una delle okkupazioni politiche del quartiere“. “Qualcuno li ha ripresi – spiega – foto e filmati sono stati acquisiti dal mio assessore Carmine Abagnale che li ha subito trasmessi alla Polizia. Lasciamo a loro fare le indagini e stabilire le responsabilità, come è giusto che sia”.
I due tentativi

Un primo tentativo di accanirsi contro l’albero era avvenuto la notte tra 30 e 31 dicembre 2017, in quel caso i responsabili sono stati fermati da un gruppo di stranieri, abituali frequentatori della piazza in cui l’abete è stato allestito. La notte seguente – riferisce Il Giorno – i vandali sono riusciti a incendiare la base dell’albero prima che intervenisse la polizia. Bruciata la parte inferiore, qualche ramo e le foto di Falcone e Borsellino.
La protesta dei cittadini

Corvetto è un quartiere difficile di Milano. Episodi di intolleranza e di illegalità si susseguono. Per questo il 4 gennaio alle 19 un gruppo di cittadini guidato dal comitato di quartiere manifesterà per le strade per chiedere maggiore legalità. “Comunque – conclude il presidente Bassi – possono pure colpire l’oggetto, ma non scalfiscono l’idea. Se a qualcuno dà fastidio che in una piazza difficile come questa vengano messi dei simboli di legalità, si metta il cuore in pace. Continueremo a farlo”.

Fonte: interris

Egitto: telecamere di sorveglianza e varchi elettronici per proteggere i cristiani che vanno a Messa


Previsto un aumento dei partecipanti alle celebrazioni natalizie; rafforzate le misure di sicurezza

Gli attentati dei giorni scorsi che hanno disseminato morte e distruzione all’interno delle chiese copte in Egitto, non hanno spento il desiderio dei cristiani di vivere con fede e devozione l’imminente festa di Natale, festa che i copti celebrano il 7 gennaio. E così, in alcune chiese, dove è stato possibile, sono state installare telecamere di sorveglianza e varchi elettronici, nonché sono state predisposti sistemi di controllo in collaborazione con le forze di sicurezza. Ma secondo informazioni diffuse da fonti vicine alla stessa Chiesa copta, le imminenti liturgie per la solennità del Natale faranno comunque registrare il maggior numero di fedeli presenti durante tutto l’anno liturgico.
Occhi puntati sulla Cattedrale

Come riporta l’Agenzia FIdes, l’attenzione sarà concentrata sulla cattedrale copta della nuova Capitale amministrativa egiziana che sta sorgendo ai margini della metropoli del Cairo. Quella cattedrale, in fase di ultimazione, e dedicata proprio alla Natività di Cristo, sarà inaugurata in occasione della prossima veglia di Natale, in programma la notte tra il 6 e il 7 gennaio alla presenza delle massime autorità del Paese, a cominciare dal Presidente Abdel Fattah al Sisi. Il 6 gennaio 2017, partecipando alla liturgia copta del Natale ultimo scorso, era stato lo stesso Presidente al Sisi a annunciare che la nuova cattedrale della futura Capitale amministrativa sarebbe stata inaugurata per il Natale copto 2018.

Nelle ultime settimane, l’accelerazione dei lavori di costruzione mirava anche a confermare l’attendibilità delle promesse fatte dal governo egiziano riguardo ai tempi di realizzazione dell’ambizioso progetto urbanistico della nuova Capitale.
Una nuova chiesa

La costruzione della nuova cattedrale ha avuto tra i suoi sponsor diretti la stessa Presidenza egiziana, che ha destinato 100mila sterline egiziane al primo finanziamento dell’iniziativa Il disegno architettonico della cattedrale, seguendo la tradizione copta, intende richiamare il profilo dell’Arca di Noè, e così riproporre l’immagine della Chiesa come “barca” di salvezza che naviga tra i flutti della storia e conduce i credenti verso l’approdo alla vita eterna. Costruito grazie anche all’apporto tecnico degli ingegneri delle forze armate, il nuovo luogo di culto secondo i media egiziani diventerà “la chiesa più grande di tutto il Medio Oriente”. Sabato 6 gennaio, un servizio speciale di navette porterà fino alla nuova cattedrale i fedeli muniti di invito per la partecipazione alla veglia eucaristica di Natale celebrata dal Patriarca Tawadros a partire dalle 19:00.

Fonte: interris

Prima dei saldi conviene leggere queste 10 regole


Il decalogo dei consigli per gli acquisti più folli dell’anno

Al via i saldi invernali: dalla Sicilia alle Alpi, tutta Italia si prepara ad affollare le strade e i centri commerciali nel per le spese più folli dell’anno. Ma, purtroppo, accanto ai prezzi super scontati, i clienti spesso sono oggetto di truffe. Ecco allora che il Codacons, come ogni anno, diffonde dieci semplici regole da seguire per evitare fregature durante gli ultimi giorni delle feste e fare spese in tutta sicurezza e divertimento.
Conservare sempre lo scontrino

Non è vero che i capi in svendita non si possono cambiare. Il negoziante è obbligato a sostituire l’articolo difettoso anche se dichiara che i capi in saldo non si possono cambiare. Se il cambio non è possibile, ad esempio perché il prodotto è finito, avete diritto alla restituzione dei soldi (non ad un buono). Si hanno due mesi di tempo, non 7 o 8 giorni, per denunciare il difetto.
Le vendite devono essere realmente di fine stagione

La merce posta in vendita sotto la voce “Saldo” deve essere l’avanzo di quella della stagione che sta finendo e non fondi di magazzino. Dunque, stare alla larga da quei negozi che avevano gli scaffali semivuoti poco prima dei saldi e che poi si sono magicamente riempiti dei più svariati articoli. È improbabile, per non dire impossibile, che a fine stagione il negozio sia provvisto, per ogni tipo di prodotto, di tutte le taglie e colori.
Girare per negozi

Nei giorni che precedono i saldi andare nei negozi a cercare quello che interessa, segnandone il prezzo; si può così verificare l’effettività dello sconto praticato ed andare a colpo sicuro, evitando inutili code. Non fermarsi mai al primo negozio che propone sconti ma confrontare i prezzi con quelli esposti in altri esercizi.
Consigli per gli acquisti

Cercare di avere le idee chiare sulle spese da fare prima di entrare in negozio, così da essere meno influenzabili dal negoziante. In tal modo si potrà evitare di tornare a casa pieni di cose, magari anche a buon prezzo, ma delle quali non si aveva alcun bisogno. Valutare la qualità dell’articolo guardando l’etichetta che descrive la composizione del capo d’abbigliamento (le fibre naturali ad esempio costano di più delle sintetiche). Pagare un prezzo alto non significa comprare un prodotto di qualità. Diffidare dei marchi molto simili a quelli noti.
Diffidare degli sconti superiori al 50%

Spesso nascondono merce non proprio nuova, o prezzi vecchi falsi (si gonfia il prezzo vecchio così da aumentare la percentuale di sconto ed invogliare maggiormente all’acquisto). Un commerciante, salvo nell’Alta moda, non può avere, infatti, ricarichi così alti e dovrebbe vendere sottocosto.
Negozi di fiducia

Servirsi preferibilmente nei negozi di fiducia o acquistare merce della quale si conosce gia’ il prezzo o la qualita’ in modo da poter valutare liberamente e autonomamente la convenienza dell’acquisto.
Osservare le vetrine

Non acquistare nei negozi che non espongono il cartellino che indica il vecchio prezzo, quello nuovo ed il valore percentuale dello sconto applicato. Il prezzo deve essere inoltre esposto in modo chiaro e ben leggibile. Controllare che fra la merce in saldo non ce ne sia di nuova a prezzo pieno. La merce in saldo deve essere separata in modo chiaro dalla “nuova”. Diffidare, allora, delle vetrine coperte da manifesti che non consentono di vedere la merce.
Provare i capi

Non c’è l’obbligo della prova dei capi. Ciò è a discrezione del commerciante. Il consiglio del Codacons è quello di diffidare dei vestiti che possono essere solo guardati e non misurati.
Forme di pagamento

Nei negozi che espongono in vetrina l’adesivo della carta di credito o del bancomat, il commerciante è obbligato ad accettare queste forme di pagamento anche per i saldi, senza oneri aggiuntivi.
Truffe e fregature

Infine, un avvertimento: chiunque pensa di essere stato truffato può rivolgersi ai vigili urbani o direttamente al Codacons.

Fonte: interris

Questa bimba ha 9 anni e una malattia genetica rara. Ma balla la Zumba come non avete mai visto VIDEO


di Silvia Lucchetti

Ha 9 anni ed è affetta da una malattia genetica rara, ma lei ci balla sopra celebrando la vita!

Audrey Nethery è una bambina di 9 anni affetta fin dalla nascita da una malattia genetica rara, l’anemia Diamond-Blackfan, che colpisce il midollo osseo e determina malformazioni congenite come la deformazione del cranio e del viso, lentezza della crescita e una maggiore predisposizione ai tumori del sangue (Huffpost.it).

La piccola Audrey è un concentrato di energia e grinta, è una guerriera che balla con passione. Guardando i suoi video mi è venuta in mente la canzone di Ligabue “Balliamo sul mondo” perché Audrey sembra ballare davvero sopra le cose! Muove i suoi passi dal pavimento di casa fino ai palcoscenici dei teatri con spensieratezza e gioia, si diverte, segue la musica e affronta a passi di danza la sua malattia.

La piccola ballerina ha un canale YouTube insieme ai genitori dove non solo pubblica le sue performance ma lancia importanti messaggi di sensibilizzazione sulla patologia di cui soffre. È molto seguita e amata dal pubblico dei social che la supporta con affetto.

“La vita è un inno, cantalo” recita la poesia di Madre Teresa. Per Audrey è proprio così, lei con coraggio e tenerezza canta la vita e aggiunge un verso alla bellissima composizione della Santa di Calcutta: “la vita è una musica, ballala”.
Con il suo amore per danza celebra l’esistenza!

Fonte: Aleteia

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