23 dicembre 2017

Rivoluzione e controrivoluzione dal 1789 ai giorni nostri


di Alessandro Guardamagna

L’articolo prende in considerazione alcune spinte populiste presenti nella rivoluzione Francese e Russa, e dimostra come il processo controrivoluzionario di tali esperienze sia stato causato in larga misura da due uomini che hanno finito per concentrare il potere nelle proprie mani, sopprimendo le aspirazioni ed i bisogni reali del popolo: Napoleone Bonaparte e Joseph Stalin. Inoltre l’articolo analizza brevemente l’impulso populista del M5S e gli aspetti rivoluzionari e controrivoluzionari che sono emersi dal 2009 nella sua partecipazione alla vita politica Italiana.

In primis una premessa: possiamo parlare politicamente di populismo in modo corretto solo a partire dal 1860, quando in Russia gruppi di intellettuali cominciarono ad opporsi al regime degli Zar e all’industrializzazione che, temevano, avrebbe snaturato completamente la società. Quindi il populismo nasce inizialmente come aspirazione ad una sorta di socialismo rurale, in opposizione alla burocrazia zarista e all’industrializzazione proveniente dall’Europa occidentale. Solo successivamente diventerà un termine con cui si indica qualsiasi movimento politico diretto all’esaltazione demagogica delle capacità e dei bisogni delle classi popolari.

Detto ciò elementi riconducibili al populismo sono apparsi nelle rivoluzioni della storia anche prima del 1860.

La Rivoluzione Francese catapulta per la prima volta in epoca moderna un popolo come motore della storia e protagonista della vita politica su scala nazionale – almeno in Europa perché in America questo era già avvenuto alcuni anni prima con la rivoluzione del 1776. Potere al popolo vuol dire rinnegare le forme autoritarie dell’ Ancien Régime, e cancellare tutto quanto sa di nobiltà e di clero. Il popolo francese invoca nuovi modelli rappresentativi, paradigmi, che non si sono ancora materializzati prima dell’estate del 1789. In principio li trova nell’assemblea nazionale, nelle azioni dei Giacobini, poi nel direttorio che con Robespierre darà origine al Terrore, ed infine in Napoleone, in origine ufficiale fedelissimo all’idea rivoluzionaria. Ecco che Napoleone diventerà simbolo della Rivoluzione. Due anni dopo la presa di Tolone nel 1793, sarà scelto da Barras in qualità di comandante della piazza di Parigi e gli è affidato l’incarico di proteggere la Convenzione Nazionale.


Il Giovane Bonaparte

Sarà in quell’occasione che non esita ad usare il cannone contro il popolo, nel quale vi erano anche dei monarchici. Divenuto comandante di corpo d’armata sempre per volontà di Barras, sarà proprio Napoleone a portare i valori della Francia rivoluzionaria prima in Italia nel 1796, e poi in tutta Europa.


E’ sempre Napoleone a stendere il codice Napoleonico, e a dichiarare che ogni fante dell’esercito francese ha nello zaino il bastone da maresciallo – e numerosi dei suoi marescialli come Massena (contrabbandiere), Lannes (di famiglia contadina e colorante di tessuti), Murat (figlio di albergatori ed ex-seminarista) vengono effettivamente dalla gavetta – ma è anche lui che finisce per liquidare senza mezzi termini l’eredità rivoluzionaria. Con Napoleone infatti il potere finirà per concentrarsi nelle mani di un solo uomo che non è semplicemente re. In altre parole il generale Bonaparte, scelto dal direttorio nel 1796, diventa primo console e si autoproclamerà poi Imperatore dei Francesi, ed in molti casi non esita a comportarsi da vero e proprio tiranno, negando l’essenza dello spirito rivoluzionario.

Un momento della campagna d’Italia con Napoleone, ora Generale d’Armata, che attraversa le Alpi, nel 1796.

Il colpo di stato del 18 Brumaio (9 Novembre)

1799 che apre a Napoleone la strada al consolato


Famose rimarranno le parole con cui arringa i sovrani alleati prima della campagna di Russia del 1812 in cui, ricordando re Luigi XVI, decapitato dai rivoluzionari nel 1793, ne parla come del “Mio povero zio”. Tecnicamente ha ragione, perché Napoleone aveva sposato Maria Luisa d’Asburgo-Lorena, nipote della defunta regina di Francia Maria Antonietta e del marito Luigi XVI, ma l’affermazione è a dir poco grottesca considerando il vissuto dell’uomo che la pronuncia.

Lo stesso Alexis de Tocqueville dirà che le fondamenta del regime Napoleonico – vale a dire il codice civile e la tolleranza religiosa – nascondono in realtà uno stato fortemente autoritario.

Napoleone Imperatore dei Francesi, 1804

Abbiamo quindi un’esperienza politica dove i bisogni del popolo esaltati dall’azione rivoluzionaria finiscono per essere relegati in secondo piano e poi negati dall’azione controrivoluzionaria – seppur formalmente rispettosa dei principi della rivoluzione del 1789 che aveva abolito il feudalesimo – portata avanti dall’uomo del popolo, che infine si impone come un autocrate.


La Rivoluzione Russa del 1917 conosce fasi analoghe e sicuramente più drammatiche nell’affermazione della controrivoluzione.

La Russia del 1917 è retta dal sistema Zarista, autocratico, chiuso nella difesa dei privilegi di un’elite che è sempre più staccata dai problemi reali di un popolo stremato da 3 anni di un conflitto – la Prima Guerra Mondiale – che ha causato 6 milioni tra morti, feriti e prigionieri e ridotto la nazione alla fame.

La prima fase della Rivoluzione Russa nel Marzo del 1917 porta alla formazione di un governo provvisorio che induce Nicola II ad abdicare. Con lo zar e la sua famiglia posti in arresto prendono forma due poteri: quello del governo provvisorio, e quello dei Soviet, formati da delegati eletti dal popolo, compresi i bolscevichi. Il leader bolscevico Lenin, tornato dall’esilio, sostiene la necessità di trasformare la rivoluzione borghese di Marzo in Rivoluzione Proletaria, guidata dai Soviet e che mira alla creazione di una società comunista.


Nell’Ottobre del ‘17 i bolscevichi occuparono i punti chiave della capitale dando vita alla Rivoluzione d’Ottobre.

Si formano i tribunali del popolo, e si ha una diffusa ridistribuzione della terra fra le masse popolari, quindi vediamo che anche in Russia il popolo in qualche misura partecipa inizialmente alla gestione del potere e ne trae benefici diretti.


All’inizio della Rivoluzione Stalin era un fedele funzionario bolscevico. Egli continuerà ad avanzare nella scala gerarchica e nel 1922 diventerà segretario generale del comitato centrale del Partito Comunista, ruolo che gli permise di scegliere i suoi alleati per incarichi di governo e crearsi una base personale di supporto politico.

Dopo la morte di Lenin nel 1922 Stalin riuscì ad avere ragione dei suoi antagonisti e divenne de facto dittatore dell’Unione Sovietica lanciando di lì a poco una serie di iniziative tese a trasformare la nazione da stato ancora prevalentemente agricolo a superpotenza industriale.

Uno di tali piani prevede il controllo dell’economia da parte del governo centrale ed impone la collettivizzazione dei terreni agricoli. La scelta implica che il governo prende il controllo delle fattorie e terreni, privando il popolo di quelle risorse che prima deteneva in proprietà. Alcune centinaia di migliaia di contadini e piccoli proprietari terrieri si oppongono all’iniziativa e per ordine di Stalin sono imprigionati e condannati a morte.

La forzata collettivizzazione e mancata redistribuzione del prodotto agricolo causa carestie che si abbattono ciclicamente negli anni ’30 sull’Unione sovietica portando milioni di persone alla morte per denutrizione.

Nelle campagne l’accatastamento di cadaveri diventa pratica comune, in modo simile a quanto avverrà più tardi nei campi di concentramento nazisti. Consapevolmente quindi si sceglie di affamare e decimare il popolo nel cui nome la Rivoluzione era stata combattuta.

Germania, Marzo 1945

Stalin governa col terrore e con una morsa totalitaria eliminando chiunque gli si oppone, spesso con risultati poi nefasti per la nazione – ad esempio l’eliminazione sistematica degli alti quadri militari negli anni ’30 fa sì che, all’indomani dell’invasione tedesca dell’Unione Sovietica nella Seconda Guerra Mondiale, l’esercito sovietico si trovi completamente impreparato per carenza di mezzi moderni e di una leadership adeguata a fronteggiare il nemico e l’intera Russia ne paga il prezzo arrivando sull’orlo della sconfitta, con quelle che potevano essere conseguenze catastrofiche. Incrementa i poteri della polizia segreta, emana provvedimenti che invitano i cittadini a spiare il prossimo – il popolo contro il popolo – per conto dello stato e causa la morte di milioni di persone, o per esecuzione diretta od inviandole nei gulag.

Inoltre costruisce un culto della personalità non inferiore a quello imperiale di Napoleone. In tutta l’Unione Sovietica città sono rinominate in suo onore e perfino i libri di storia riscritti, il tutto per conferire al “compagno Stalin” un ruolo preminente nella rivoluzione e rendere mitologici alcuni aspetti della sua vita. Diventa oggetto di celebrazione nel campo musicale e letterario ed il suo nome è incluso nell’inno nazionale sovietico.

Stalin Padre della Patria

Stalin ed i suoi crimini sono stati sistematicamente utilizzati per gettare discredito sulla rivoluzione socialista. A dire il vero Stalin rappresenta non la rivoluzione, ma la sconfitta della rivoluzione medesima. Egli è assassino di massa ed assassino della rivoluzione. All’interno del comitato centrale bolscevico Stalin tende a schierarsi con chiunque abbia la maggioranza, indipendentemente da chi sia, e non si può certo dire che facendo il suo dovere di funzionario brilli per doti particolari. Ad esempio da Marzo ad Ottobre 1917 nel pieno del fervore rivoluzionario parla in pubblico solo tre volte. Lo stesso Lenin poco prima di morire nel 1922 ammonisce che Stalin, divenuto segretario generale, ha concentrato un enorme potete nelle sue mani e Lenin non si sente sicuro che ne farà un uso corretto. Trotsky, che Stalin farà uccidere da sicari a Città del Messico, descrive il modo in cui alcune frange dei bolscevichi rappresentano il motore della rivoluzione, alcuni gli interessi dei lavoratori, altri il ritorno a forme di moderato capitalismo. Stalin rappresenta la crescita della burocrazia e poi esclusivamente il proprio interesse personale.

Emblematica rimane la sua ipocrisia canaglia con cui afferma che in Russia “al popolo non è riconosciuto il diritto di sciopero perché il popolo è già al potere, per cui non ha alcun bisogno di scioperare”.

Il M5S tra Populismo e Controrivoluzione?

Il Populismo, inteso come spinta delle istanze del popolo che, ignorate dalla politica, devono trovare una loro realizzazione nell’attività del popolo stesso verso l’affermazione di sé, si ritrova anche nel M5S. Pensiamo alla volontà di diffondere la democrazia partecipata come base di discussione, al proposito di dare reddito di cittadinanza e contributi pensionistici adeguati a tutti, alla sovranità monetaria che l’Italia dovrebbe riprendersi, al popolo che deve essere il primo a decidere se restare a far parte della Zona Euro oppure no.


Le votazioni online per la scelta dei propri rappresentanti hanno rappresentato – e sono tuttora – qualcosa di rivoluzionario nel panorama politico Italiano, specialmente quando si osserva che per le altre forze politiche pochi segretari di partito decidono i nominati. Allo stesso tempo è innegabile che tale sistema di scelta ha portato all’elezione di molti che del M5S e della rivoluzione conoscono solo gli slogan: 37 – su un totale di 163 – sono quelli tra espulsi e fuoriusciti loro sponte fra gli eletti in parlamento dal 2013 ad oggi. Non poco se si considera inoltre, a titolo di esempio, che alcuni di coloro che negli anni non hanno risparmiato critiche gratuite al M5S, e che parteciparono alla “pizza-rotta”, la versione locale della Leopolda che si tenne a Parma il 7 Dicembre 2014, siedono tuttora, silenziosi, in Parlamento fra le fila del M5S. Si tratta di esempi se non di controrivoluzione di Contro-Movimento o Anti-Movimento, che svuotano la carica di cambiamento autentico che il M5S esprime e ne minano la credibilità. Purtroppo sono esempi destinati a ripetersi ad infinitum se non saranno stese regole chiare per risolvere il problema.

Se si può trarre una lezione dall’esperienza delle rivoluzioni in Francia ed in Russia, è che la concentrazione del potere nelle mani di una sola persona, combinata con la mancanza di controllo e volontà di imporlo – quindi mancanza di regole – portano alla MORTE DELLA RIVOLUZIONE.

Vi è naturalmente una differenza sostanziale fra la rivoluzione del M5S, e quella Francese e Russa. Oltre all’ovvio contesto fatto di esecuzioni spesso sommarie e stragi, comuni nelle ultime due ed estraneo al M5S, nella rivoluzione del 1789 e in quella del 1917 i rivoluzionari sono effettivamente andati al potere prendendoselo de facto, mentre i rappresentati de M5S hanno accettato le regole del sistema politico definite da altre forze e sono finora inseriti in un contesto con altri partiti, con cui si confrontano. Grillo e Casaleggio ribadendo a 360° che il popolo sovrano viene privato dei suoi fondamentali diritti da una casta di politici-affaristi-massoni che divorano l’Italia e ne distruggono il tessuto sociale occupandone le istituzioni, hanno aperto la strada ad una consapevolezza diffusa che ha sostenuto da 8 anni il M5S e lo ha fatto crescere. L’offerta politica del M5S finisce con l’incontrare istanze pressanti dei cittadini lasciate irrisolte dagli altri partiti, istanze che richiedono dalla politica un cambiamento rivoluzionario nel sistema di rappresentanza e credibili forme di partecipazione alla gestione della cosa pubblica.

Quanto dell’autentico Giacobinismo o dello spirito della Rivoluzione d’Ottobre o – auguriamoci di no – di controrivoluzionario vi sia nell’attuale M5S deve ancora essere dimostrato.

Stracciamo il Fiscal Compact



di MoVimento 5 Stelle



di Marco Valli, EFDD - M5S Europa

Oggi parliamo di Fiscal Compact, quindi della sottrazione di sovranità ai popoli e della loro sottomissione attraverso il vincolo economico. Per farlo dobbiamo tornare alla preistoria.

- 1972: si parte col serpente monetario, il primo tentativo fallito di vincolare i cambi delle valute; per poi riuscire ad attuarlo nel 1979 con lo SME.

- 1981: gli italiani lo ricordano bene, l'anno della separazione Banca d'Italia e Tesoro, ad opera di due federalisti nonché architetti di questa Unione Europea: Ciampi e Andreatta, che consegnarono il controllo del nostro debito pubblico al mercato finanziario.

- 1992: il trionfale ingresso dell'Italia in Maastricht, con vincoli numerici come quello del limite di spesa del 3% basati su nessun tipo di logica economica.

- Poi arriva l'Euro nel 1999, voluto da Prodi che dichiarava "lavoreremo un giorno in meno e avremo guadagnato come se avessimo lavorato un giorno in più". La verità è che ci hanno privato della leva monetaria, senza dirci che ci avrebbero tolto la libertà di autodeterminarci.

Ed eccoci al 2012, l'anno in cui 25 Stati membri su 28 sottoscrivono il Fiscal Compact. Rendendo vincolanti il principio del pareggio di bilancio e il parametro del debito/PIL del 60% contenuto in Maastricht. Nel 2012 vi siete dati 5 anni di tempo per discuterne. Quei 5 anni scadono tra 3 mesi e i cittadini a Natale potrebbero trovarsi sotto l'albero l'ennesima cessione di sovranità. Perché il Fiscal Compact diventerà giuridicamente superiore alla legislazione nazionale e renderà irreversibili le politiche liberiste d'austerità.

Il Fiscal Compact assume la trappola del debito pubblico come cornice indiscutibile dentro la quale costruire la gabbia per i diritti sociali e del lavoro, e la privatizzazione dei beni comuni. Se i Governi confermeranno il Fiscal Compact, il mio Paese sarà obbligato nei prossimi 20 anni a portare il rapporto debito-Pil dall'attuale 133% al 60%, attraverso un taglio sconsiderato della spesa pubblica relativa al welfare e trattamenti medievali per LE pensioni e I diritti dei lavoratori.

Questo è il "pareggio di bilancio" previsto dal Fiscal Compact, inserito nella costituzione Italiana con il colpo di Stato del 2011, per mano del Professor Monti (quello che la Grecia era il più grande successo dell'Euro), sostenuto da partiti come il PD e Forza Italia, che hanno vincolato per sempre la democrazia del mio Paese al volere di Bruxelles.

Molti di voi a telecamere accese continuano a dire di essere contrari a questi principi d'austerità, ma lo fate solo per raccattare voti. È accaduto nel passato, sta accadendo nel presente e non possiamo permettere che accada anche in futuro con questioni vitali come quelle sancite nel report Brock/Bresso (parlamentare del Partito Democratico del 45% di Renzi, quello della lotta contro l'austerità e i vincoli economici).

Un report vergognoso dove si celebrano il Fiscal Compact e quella che è di fatto un'istituzionalizzazione della Troika. Volete trasformare il Meccanismo Europeo di Stabilità nel Fondo Monetario Europeo. Volete istituzionalizzare un sistema perverso e di ricatto per spolpare gli Stati e schiacciare i diritti dei cittadini: ci chiedete di mettere i nostri soldi nel MES e poi ce li date in prestito per pagare interessi finanziari insostenibili su debiti illegittimi. Il tutto orchestrato da un super ministro dell'Eurozona, che dirà ai popoli cattivi della periferia quali riforme lacrime e sangue implementare.

Quindi cosa sono il Pareggio di Bilancio e il Fiscal Compact? Sono beceri strumenti di ricatto verso i diritti dei popoli Europei, in contrasto con le costituzioni dei paesi e in contrasto con lo stesso trattato di Lisbona. Trattato su cui si dovrebbe fondare l'Unione Europea.

Ma tutto questo può essere fermato: entro fine anno gli Stati dovranno decidere il destino del Fiscal Compact. Questo Parlamento ha il dovere morale di dare un'indicazione negativa alle politiche d'austerità insostenibili e depressive. Noi nel 2012 non c'eravamo, oggi si. E sappiamo che il nostro Governo umilierà ancora i suoi cittadini. Chiediamo a questo Parlamento di sostenere la nostra battaglia per stracciare definitivamente il Fiscal Compact.

di MoVimento 5 Stelle

22 dicembre 2017

Hanno ucciso Mauro, l’eremita che aveva rinunciato al caos moderno per vivere felice tra i boschi



Hanno assassinato Mauro Pretto, un uomo di 47 anni che aveva fatto della libertà la sua ragione, Mauro infatti viveva solo in una casa sperduta tra i boschi di Vicenza, tra secolari castagni e natura incontaminata, lontano da fabbriche opprimenti e dalla cementificazione delle città urbane.

Mauro era noto anche come “l’eremita” , poiché sentiva la necessità della solitudine e ritornava alla “civiltà” solo per necessità, svolgendo brevi e saltuari lavori di giardinaggio, di falegnameria e di taglia legna per terzi privati, quel poco che gli bastava insomma per procurarsi il necessario per vivere.

All’eremita moderno del nord Italia non interessava il posto fisso, la famiglia, gli acquisti superflui, il dipendere dalle comodità e i confort della vita moderna o l’aspettare con ansia la domenica dopo una settimana di stress, Mauro era diverso, viveva semplicemente alla giornata, applicando ogni giorno ciò che tanti italiani sognano di fare, uscire dal sistema, e forse è proprio per questo che Mauro dava fastidio a qualcuno, ma la mia è solo un ipotesi.

Mauro è stato ucciso a fucilate quando ha aperto la porta di casa a qualcuno che precedentemente aveva bussato tendendogli una vigliacca trappola. L’eremita vicentino era noto per la sua attività di ambientalista e non mancava mai a presentarsi quando c’erano da salvare degli alberi dagli aggressivi dagli dell’uomo moderno amante del disboscamento.

MAURO PRETTO

Mauro era uno di quelli che c’è l’aveva fatta davvero a rinunciare alla vita capitalista, difatti lo si vedeva spostarsi solo a piedi o in bicicletta, ma il giovane eremita sapeva anche mantenere saldi rapporti sociali, come racconta l’amico in lacrime che lo ha trovato morto a terra che racconta di quando era malato e faceva la chemio, aveva perso tutti i capelli, e il suo amico eremita avendolo visto piangere disperato, aveva deciso di ritornare a trovarlo il giorno seguente con i capelli rasati per farlo sorridere e non farlo sentire diverso.

Un uomo solitario che aveva rinunciato al mondo moderno, ma che aveva un cuore grande.
Gino Bertese, un conoscente racconta al giornalista del Corriere della Sera che nei giorni successivi al delitto dell’eremita accadevano fatti strani:

«Vede laggiù, c’era un pescatore con una canna. Peccato che nel torrente non ci sia acqua. Boh».

Insomma chi ha ucciso un uomo libero e perché?

Che fastidio poteva dare un uomo che aveva rinunciato al mondo civilizzato e alla corsa al possesso? Forse le sue lotte ambientaliste?

21 dicembre 2017

Papa Francesco: “Basta complotti, bisogna abbandonare la malizia”


di Fabio Beretta

Il Pontefice riceve gli alti prelati della Santa Sede in occasione degli auguri natalizi

Che questo Natale ci apra gli occhi per abbandonare il superfluo, il falso, il malizioso e il finto, e per vedere l’essenziale, il vero, il buono e l’autentico. Tanti auguri davvero!”. Con queste parole, Papa Francesco apre il suo discorso ai cardinali e agli alti prelati della Curia Romana, ricevuti nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico, in Vaticano, per il tradizionale scambio degli auguri natalizi.

Il Pontefice denuncia il “pericolo” dei “traditori di fiducia o degli approfittatori della maternità della Chiesa, ossia le persone che vengono selezionate accuratamente per dare maggior vigore al corpo e alla riforma, ma – non comprendendo l’elevatezza della loro responsabilità – si lasciano corrompere dall’ambizione o dalla vanagloria e, quando vengono delicatamente allontanate, si auto-dichiarano erroneamente martiri del sistema, del ‘Papa non informato’, della ‘vecchia guardia’…, invece di recitare il ‘mea culpa’“. 

Contro la “logica del complotto”

Il Papa invita la Curia a “superare quella squilibrata e degenere logica dei complotti o delle piccole cerchie che in realtà rappresentano – nonostante tutte le loro giustificazioni e buone intenzioni – un cancro che porta all’autoreferenzialità, che s’infiltra anche negli organismi ecclesiastici in quanto tali, e in particolare nelle persone che vi operano”. E aggiunge: “Quando questo avviene, però, si perde la gioia del Vangelo, la gioia di comunicare il Cristo e di essere in comunione con Lui; si perde la generosità della nostra consacrazione”. “Accanto a queste persone – aggiunge il Pontefice – ve ne sono poi altre che ancora operano nella Curia, alle quali si dà tutto il tempo per riprendere la giusta via, nella speranza che trovino nella pazienza della Chiesa un’opportunità per convertirsi e non per approfittarsene. Questo certamente senza dimenticare la stragrande parte di persone fedeli che vi lavorano con lodevole impegno, fedeltà, competenza, dedizione e anche tanta santità“.

Chiesa “fedele”…

Poi suggerisce ad ogni Dicastero di agire nella Chiesa “come delle fedeli antenne sensibili: emittenti e riceventi”. E aggiunge: “Antenne emittenti in quanto abilitate a trasmettere fedelmente la volontà del Papa e dei Superiori”. La parola “fedeltà”, spiega, “per quanti operano presso la Santa Sede assume un carattere particolare, dal momento che essi pongono al servizio del Successore di Pietro buona parte delle proprie energie, del proprio tempo e del proprio ministero quotidiano. Si tratta di una grave responsabilità, ma anche di un dono speciale, che con il passare del tempo va sviluppando un legame affettivo con il Papa, di interiore confidenza, un naturale idem sentire, che è ben espresso proprio dalla parola ‘fedeltà'”. “L’immagine dell’antenna – conclude il Pontefice – rimanda altresì all’altro movimento, quello inverso, ossia del ricevente. Si tratta di cogliere le istanze, le domande, le richieste, le grida, le gioie e le lacrime delle Chiese e del mondo in modo da trasmetterle al Vescovo di Roma al fine di permettergli di svolgere più efficacemente il suo compito e la sua missione di ‘principio e fondamento perpetuo e visibile dell’unità di fede e di comunione’“. 

… che lavora ad extra

“Una Curia chiusa in sé stessa tradirebbe l’obbiettivo della sua esistenza e cadrebbe nell’autoreferenzialità, condannandosi all’autodistruzione. Dio ha costituito la Chiesa per essere nel mondo, ma non del mondo, e per essere strumento di salvezza e di servizio”. Parlando poi della riforma, Bergoglio usa un’espressione molto significativa di mons. Frederic-François-Xavier De Merode: “Fare le riforme a Roma è come pulire la Sfinge d’Egitto con uno spazzolino da denti“. E, sorridendo, spiega: “Ciò evidenzia quanta pazienza, dedizione e delicatezza occorrano per raggiungere tale obbiettivo, in quanto la Curia è un’istituzione antica, complessa, venerabile, composta da uomini provenienti da diverse culture, lingue e costruzioni mentali e che, strutturalmente e da sempre, è legata alla funzione primaziale del Vescovo di Roma nella Chiesa, ossia all’ufficio ‘sacro’ voluto dallo stesso Cristo Signore per il bene dell’intero corpo della Chiesa, (ad bonum totius corporis)”.

Il dialogo interreligioso

Parlando poi dei rapporti con l’ebraismo, l’islam e le altre religioni, il Santo Padre fa noare che “il rapporto della Curia Romana con le altre religioni si basa sull’insegnamento del Concilio Vaticano II e sulla necessità del dialogo”. E, citando il suo discorso tenuto all’Università di Al-Azhar, al Cairo, il 28 aprile scorso, spiega: “Perché l’unica alternativa alla civiltà dell’incontro è l’inciviltà dello scontro“. Secondo Bergoglio, “il dialogo è costruito su tre orientamenti fondamentali: il dovere dell’identità, il coraggio dell’alterità e la sincerità delle intenzioni. Il dovere dell’identità, perché non si può imbastire un dialogo vero sull’ambiguità o sul sacrificare il bene per compiacere l’altro; il coraggio dell’alterità, perché chi è differente da me, culturalmente o religiosamente, non va visto e trattato come un nemico, ma accolto come un compagno di strada, nella genuina convinzione che il bene di ciascuno risiede nel bene di tutti; la sincerità delle intenzioni, perché il dialogo, in quanto espressione autentica dell’umano, non è una strategia per realizzare secondi fini, ma una via di verità, che merita di essere pazientemente intrapresa per trasformare la competizione in collaborazione”. E, di fatto, “gli incontri avvenuti con le autorità religiose, nei diversi viaggi apostolici e negli incontri in Vaticano, ne sono la concreta prova“.

“Il nostro ruolo è costruire ponti”

Parlando infine della Curia e del suo rapporto con gli altri Stati, il Papa afferma che “in questo campo gioca un ruolo fondamentale la Diplomazia Vaticana, che è la ricerca sincera e costante di rendere la Santa Sede un costruttore di ponti, di pace e di dialogo tra le Nazioni”. “Ed essendo una Diplomazia al servizio dell’umanità e dell’uomo, della mano tesa e della porta aperta, essa si impegna nell’ascoltare, nel comprendere, nell’aiutare, nel sollevare e nell’intervenire prontamente e rispettosamente in qualsiasi situazione per avvicinare le distanze e per intessere la fiducia“, prosegue. Secondo il Pontefice, “l’unico interesse della Diplomazia Vaticana è quello di essere libera da qualsiasi interesse mondano o materiale”. La Santa Sede, dunque, “è presente sulla scena mondiale per collaborare con tutte le persone e le Nazioni di buona volontà e per ribadire sempre l’importanza di custodire la nostra casa comune da ogni egoismo distruttivo; per affermare che le guerre portano solo morte e distruzione; per attingere dal passato i necessari insegnamenti che ci aiutano a vivere meglio il presente, a costruire solidamente il futuro e a salvaguardarlo per le nuove generazioni“. E sottolinea: “Gli incontri con i Capi delle Nazioni e con le diverse Delegazioni, insieme ai Viaggi Apostolici, ne sono il mezzo e l’obiettivo”. “Ecco perché – spiega – è stata costituita la Terza Sezione della Segreteria di Stato, con la finalità di dimostrare l’attenzione e la vicinanza del Papa e dei Superiori della Segreteria di Stato al personale di ruolo diplomatico e anche ai religiosi e alle religiose, ai laici e alle laiche che prestano lavoro nelle Rappresentanze Pontificie. Una Sezione che si occupa delle questioni attinenti alle persone che lavorano nel servizio diplomatico della Santa Sede o che vi si preparano, in stretta collaborazione con la Sezione per gli Affari Generali e con la Sezione per i Rapporti con gli Stati“. E conclude: “Questa particolare attenzione si basa sulla duplice dimensione del servizio del personale diplomatico di ruolo: pastori e diplomatici, al servizio delle Chiese particolari e delle Nazioni ove operano”. 

Il dono del Papa alla Curia

E, prima di congedarsi, parlando a braccio, porge un dono ai prelati: “Vorrei, come dono del Natale, lasciare questa versione italiana dell’opera di padre Beato Maria Eugenio di Gesù Bambino (al secolo, Henri Grialou, ndr), ‘Voglio vedere Dio’: è un’opera di teologia spirituale, ci farà bene a tutti, forse non leggendola tutta ma cercando nell’indice la parte che più interessa o di cui si ha più bisogno. Spero che faccia bene a tutti noi”. E aggiunge: “E’ stato generoso mons. Piacenza, e anche il reggente della Penitenzieria, mons. Nykiel, che hanno fatto questo libro che è ‘La festa del perdono’ come risultato del Giubileo della Misericordia e hanno voluto regalarlo. Lo troverete uscendo. Grazie a mons. Piacenza e alla Penitenzieria apostolica”.

Fonte: In Terris

Treviso, paziente sta per morire: medico studia per tutta la notte e poi interviene così

Immagine: notizie.it

Treviso, paziente rischia di morire: medici studiano tutta la notte e lo salvano in extremis

di S.P.

Il paziente, un 73enne di Mareno, stava rischiando di morire soffocato a causa dell’effetto collaterale di un farmaco per il cuore. I medici hanno studiato il caso per tutta la notte e poi al mattino hanno capito come salvarlo.

Dopo una notte in bianco trascorsa a studiare un singolo caso i medici dell’ospedale di Montebelluna (Treviso) hanno salvato un paziente con problemi cardiaci che stava rischiando di morire soffocato a causa dell’effetto collaterale di un farmaco per il cuore. Per ore i medici hanno studiato la situazione del paziente, un settantatreenne di Mareno, e all’alba hanno avuto una fortunata intuizione. Ovvero hanno deciso di sottoporre il paziente a circolazione extracorporea, depurandogli il sangue attraverso uno speciale filtro. Un intervento con un solo precedente a livello mondiale. Come riporta il quotidiano Il Gazzettino, una soluzione simile per un caso medico come quello del settantatreenne veneto era stata sperimentata in Giappone e in questo caso non sembravano esserci alternative dato che la situazione era molto grave. Fortunatamente l’operazione è stata un successo.

Fonte: Fanpage

La letterina a Babbo Natale che sta facendo il giro del mondo: “Vorrei un uovo e poi…”


“Caro Babbo Natale, vorrei una coperta e del cibo” la lettera di una bimba di 7 anni
di Silvia Lucchetti

Crystal, un’alunna di Edinburg nel sud del Texas, ha commosso la sua maestra con queste parole. Dai social è partita una gara di solidarietà

E’ tempo di letterine! C’è chi scrive a Gesù Bambino, chi a Babbo Natale. Le case sono già invase da foglietti pieni di richieste appese all’albero, liste buffe arrotolate con un nastro, pensieri pieni di cancellature, ditate, e quelli scritti dalle bambine ornati con glitter e fiocchetti.



Quando penso alle lettere di Natale mi viene in mente sempre quella del mio fratello minore Adriano che da piccolino scrisse: “Vorrei un cane dalmata di cui giocare”, una frase storica per la nostra famiglia. Mia madre ogni anno la tira fuori e noi puntualmente la leggiamo e ridiamo. Piccole tradizioni natalizie. Come quella di rivedere i lavoretti dell’asilo, almeno i pochi superstiti, scampati ancora una volta al rastrellamento delle pulizie.

La lettera di Crystal

Ieri ho letto sul sito delCorriere della Sera la lettera che Crystal Pacheco, una bambina di 7 anni di Edinburg, nel sud del Texas, ha scritto a scuola. La maestra Ruth Espiricueta, commossa dal suo contenuto, ha deciso di postarla sui social.

«Per Natale vorrei qualcosa da mangiare e una coperta»

Crystal che frequenta la prima elementare alla Monte Cristo Elementary School ha poi spiegato alla maestra:

«Vorrei una palla, non una bambola, così io e mio fratello possiamo giocare insieme. E un uovo, da mangiare, e una coperta». (Corriere.it)

Possiamo facilmente immaginare cosa abbia provato quest’insegnante di fronte alla richiesta della piccola. Non un castello per le bambole, né un videogioco e neppure un paio di pattini, ma una palla per giocare con il fratello, una coperta per il freddo e un uovo da mangiare. L’essenziale, il necessario, che dovrebbe essere garantito ad ogni bambino. La maestra infatti racconta:

«Avevo il cuore a pezzi. Nessuno dovrebbe avere fame o freddo nelle sere d’inverno. E non mi aspettavo che questa bambina sempre sorridente stesse passando un momento così difficile». (Corriere.it)

Gara di solidarietà

La letterina ha suscitato immediatamente una gara di solidarietà: dopo la condivisione sui social sono arrivate a scuola 20 coperte da parte di Nashley Garcia, convinta che l’autore dello scritto fosse un bambino per via della richiesta del pallone (Vanity Fair).

Tanti doni e offerte sono stati mandati da benefattori che hanno preso a cuore i semplici desideri di Crystal. Le donazioni copriranno le esigenze degli studenti della scuola, e probabilmente riusciranno ad aiutare anche altre famiglie bisognose. Infatti la preside ha lanciato una sottoscrizione con l’obiettivo di far arrivare 724 coperte, una per ciascun alunno dell’istituto, e pensate che in poco tempo si è arrivati a 616.

In Texas un bambino su cinque vive in condizioni di povertà

C’è speranza per le famiglie e i per i ragazzi di Edinburg! Una città che conta 87 mila abitanti e dove quasi il 34% della popolazione è povero. In Texas, secondo i dati del 2016, un bambino su cinque, il 22,4%, vive in condizioni di povertà (Corriere.it). Una condizione critica molto diffusa al confine con il Messico: cinque contee nel sud del Texas (Hidalgo, Willacy, Zapata, Starr e Cameron) hanno i più alti tassi di povertà nello stato (Vanity Fair).

La sincerità di Crystal, la sua lettera a Babbo Natale dove chiede il necessario, è una sveglia potente dal torpore del benessere in cui viviamo, che spesso ci fa dimenticare degli altri.


Fonte: Aleteia

San Francisco: per allontanare i senzatetto hanno iniziato ad utilizzare i robot


di Federico Cenci

L’obiettivo è “ripulire” le strade intorno alla sede di un’organizzazione a San Francisco

Robot che cacciano via gli uomini. Non è un film di fantascienza, è la realtà di San Francisco. Nella celebre città statunitense, un’organizzazione che si occupa di difendere gli animali dagli abusi (la Spca) ha cominciato ad utilizzare robot per “ripulire” le strade intorno alla propria sede dalla presenza di senzatetto.

Lo ha riferito il San Francisco Business Times, sottolineando che la questione ha creato controversie. Le autorità locali, che già sono alle prese con il dilagare di androidi usati da aziende per consegnare cibo e merci laddove non esiste una regolamentazione chiara in merito, hanno comunicato alla Spca che deve tenere i robot lontano dai marciapiedi se non vuole pagare una sanzione che arriva fino a mille dollari al giorno. Per questo tipo di iniziative sarebbe infatti necessario un apposito permesso che l’organizzazione non avrebbe né richiesto né ottenuto.

L’organizzazione ha giustificato l’utilizzo di questi robot-gendarmi con il crescente numero di aghi disseminati sui marciapiedi e dei furti d’auto. In molti avrebbero individuato nei senzatetto gli autori dei crimini. Jennifer Scarlett, presidente della Spca, ha detto al San Francisco Business Times che è meglio che sui marciapiedi ci siano robot piuttosto che aghi, rifiuti, piccoli accampamenti con tende. L’utilizzo di androidi per “ripulire” le strade è iniziato a novembre, e nelle prime settimane sembra che i risultati siano stati ottenuti.

Ma a che prezzo? Tanti cittadini di San Francisco si stanno lamentando perché i robot sbattono sovente sui pedoni, nonostante siano dotati di sensori. Le critiche piovono anche per altri motivi. Ci si chiede, in particolare, se sia opportuno che la sicurezza delle città venga affidata a degli androidi, che non hanno cuore né ragione, vengono programmati per essere pedissequi sorveglianti privi di rispetto della dignità umana. E ancora: in un’ottica di ottimizzazione dei costi aziendali, un domani queste macchine sostituiranno il lavoro umano?

Qualcuno, poi, interpreta questa vicenda come spia di una società elitaria, solo per i ricchi, che usa ogni mezzo per sbarazzarsi degli ultimi, per tenere lontano dalla vista le contraddizioni del sistema finanziario su cui si regge. La sintesi di questi giudizi negativi è racchiusa nel tweet di Ben Norton, giovane volto del giornalismo statunitense. Egli ha sentenziato: “Capitalismo: invece di provvedere alle case per i senzatetto, spende somme di denaro esorbitanti per fabbricare robot che impediscono ai senzatetto di farsi abitazioni da sé”.

Fonte: In Terris

Mom shaming: Il fenomeno che trasforma madri reali in cattive madri


di Jennifer Delgado Suárez

I genitori di oggi sono sottoposti a una pressione sociale brutale. Da un lato, ci sono leggi che quasi criminalizzano certi comportamenti e, dall’altro, la scienza mostra loro tutte le conseguenze dei loro errori nello sviluppo dei figli.

Sappiamo che gridare ai bambini danneggia il loro cervello, gli sbalzi di umore del padre lasciano delle sequele nello sviluppo emotivo dei figli e alcuni complimenti possono distruggere l’autostima infantile.


A questo si aggiunge che molte persone ipocrite e moraliste non esitano ad attaccare i genitori, in particolare attraverso i social network, trasformandosi in insegnanti, psicologi e genitori modello. Così, alcuni diranno che hai abbandonato tuo figlio anche se gli stai accanto, o che lo stai maltrattando solo perché hai alzato la voce di un paio di decibel.

Le madri sono spesso bersaglio di critiche distruttive

Negli ultimi tempi le madri di tutto il mondo hanno assistito al moltiplicarsi di commenti con i quali le persone giudicano il modo in cui allevano i loro figli. Normalmente si tratta di critiche mai richieste e raramente costruttive, che servono solo a metterle in imbarazzo e farle sentire insicure. Il problema è che in realtà non importa quello che fai, ci saranno sempre delle persone che ti criticheranno perché ognuno ha la propria opinione su come si dovrebbero educare i bambini.

Un sondaggio realizzato recentemente dall’Università del Michigan ha rivelato una realtà spaventosa: due terzi delle madri affermano di essersi sentite in imbarazzo a causa dei giudizi degli altri verso il modo in cui allevano i loro figli. E la cosa peggiore è che molte di queste critiche provengono dalla cerchia più ristretta: la famiglia.


Il sondaggio coinvolse 475 madri i cui figli avevano meno di 5 anni. Il 61% dissero di essere state criticate per le decisioni che avevano preso rispetto ai figli, tanto dal partner come da genitori e suoceri.

Inoltre, il 62% ritiene che le madri di solito ricevano molti consigli inutili dagli altri, e il 56% ritiene di essere incolpata ingiustamente per il comportamento dei figli. La maggior parte delle madri dissero di essere state criticate per come disciplinavano i loro figli e la metà furono messe in imbarazzo a causa dell’alimentazione e le abitudini del sonno dei figli. Quasi il 40% ricevettero alcune critiche negative relativamente all’allattamento o l’uso del biberon.

Il 42% riconobbero che quando venivano messe in discussione le loro abilità come madri, si sentivano più insicure circa le opinioni e le decisioni da prendere.

Questo sondaggio dimostra che in molti casi la critica finisce per fare più male che bene, anche se fatta con le migliori intenzioni. Le critiche servono spesso solo ad aumentare i dubbi e le tensioni di cui già soffrono padri e madri. Un ruolo che, tra l’altro, non è facile.

Ci sono molte ragioni per cui gli altri sono disposti a giudicarti e persino classificarti come una “cattiva madre”, tra le quali che:

– Sei una cattiva madre per aver scelto il cesareo piuttosto che il parto naturale

– Sei una cattiva madre per non allattare tuo figlio e dargli biberon

– Sei una cattiva madre perché hai sofferto di depressione postparto e non sai gestire le tue emozioni

– Sei una cattiva madre perché lavori per far quadrare il bilancio famigliare e lasci il tuo bambino nelle mani di un altro adulto quando sei fuori casa

– Sei una cattiva madre perché di tanto in tanto lasci giocare tuo figlio con il tablet o il cellulare per prenderti alcuni minuti di riposo


– Sei una cattiva madre perché lasci tuo figlio davanti alla televisione per preparare la cena e pulire la casa

– Sei una cattiva madre perché la stanchezza ti assale e non gli leggi una storia ogni notte

– Sei una cattiva madre perchè lasci che di tanto in tanto tuo figlio mangi dolci e non lo costringi a mangiare tutte le verdure e la frutta che dovrebbe

– Sei una cattiva madre perché a volte perdi la pazienza e alzi un poco la voce

– Sei una cattiva madre perché non sei una madre perfetta

– Sei una cattiva madre perché SEI UNA MADRE VERA

Se ti senti identificata con alcune di queste situazioni significa che sei una persona reale, ami tuo figlio ma hai anche dei dubbi e ci sono momenti in cui non sai cosa fare, ti piacerebbe passare più tempo con il tuo bambino ma gli obblighi di tutti i giorni e la stanchezza non te lo permettono sempre.

Non esiste un manuale per essere dei buoni genitori, ognuno dovrebbe trovare la propria strada, il che significa sbagliare, ritornare sui propri passi e cercare di correggere l’errore commesso. È importante che impari a godere della maternità o la paternità, evitando la voglia di fare tutto in modo perfetto e la pressione per soddisfare le aspettative sociali.

Se ami i tuoi figli e glielo dimostri ogni giorno, se fai tutto il possibile per renderli felici e, allo stesso tempo, cerchi di dare il meglio di te, è più che sufficiente.

Non ti sentire mai in colpa per essere una madre vera. Il lavoro di madre è difficile e non sempre si riesce a fare ciò che si vorrebbe, a volte si ha bisogno di riposo e di aiuto. Ma va bene così!

20 dicembre 2017

Ilary Blasi: “Gli uomini guardano Francesco, non me. Una tristezza…”


Ilary Blasi racconta il Totti dopo il calcio giocato e il loro menage. ‘Prima dell’ultima gara era nevrastenico, così siamo usciti in motorino’

Ilary Blasi e il dopo-calcio di suo marito Francesco Totti: ancora oggi l’ex capitano della Roma è un’icona e <quando usciamo insieme – dichiara la show girl al Fatto quotidiano – gli uomini guardano lui, non me. Una tristezza>. Ma <laa nostra vita è abbastanza normale, devo tenere qualche accorgimento, ma nulla di più.

Certo cambia se esco con Francesco o no: se c’ è lui si fermano le folle, è lui il catalizzatore, altrimenti il ristorante o il cinema non li vieta nessuno>, aggiunge la conduttrice de Le Iene, prima di rispondere alla domanda su come ha passato la sera prima dell’ ultima partita di suo marito. <E chi se lo dimentica. Era impossibile restare in casa, lui nevrastenico, tra il cupo e il molto cupo, così siamo usciti in motorino, caschi ben allacciati, e abbiamo raggiunto gli amici per bere un caffé insieme>.

Totti ancora un idolo, si dicecva, ma adesso della coppia forse è lei quella più in primo piano. <Ma tra di noi – replica la bella Ilary – alcuna gara, non c’ è mai stato l’atteggiamento del vediamo “chi supera chi”, altrimenti non saremmo ancora qui e insieme. Da sempre le nostre carriere viaggiano su binari differenti, che a volte noi siamo stati bravi a rendere paralleli>.

Un assaggio di calcio non solo giocato e quella famosa frase sull’ex tecnico della Roma e di suo marito: “La frase su Spalletti piccolo uomo? Non mi pen¬to. Per fortuna sono sempre lucida quando parlo, e con¬sapevole di quello che dico. Prima penso… Magari una gaffe, capita ai politici? Ecco, capita a loro, non a me”.

Per tornare alle vicende familiari, Ilary fa capire chiaramente che Christian, Chanel e Isabel non avranno un quarto fratellino, o sorellina: “Tre non sono mica pochi , poi vanno cresciuti e a noi non piace delegare; possiamo cedere quando siamo costretti dalla situazione, altrimenti non si discute, a ciascuno il suo del portare il giusto contributo alla famiglia. E questo discorso valeva anche prima del suo addio al calcio”.

Fukushima 6 anni dopo: “non è ancora chiaro cosa stia realmente accadendo all’interno”


Le tenebre di Fukushima
di Robert Hunziker

Gli effetti delle radiazioni del triplo crollo della centrale nucleare di Fukushima Daiichi si fanno sentire in tutto il mondo. Sia che intacchino la vita marina che gli esseri umani, si accumulano nel tempo. L’impatto si sta lentamente attenuando solo per mostrare i suoi veri colori in una data futura imprevedibile. È così che funzionano le radiazioni, lente ma sicuramente distruttive; serve tempo per identificarne i rischi, nel senso che una fusione nucleare ha l’impatto, per decenni, di 1.000 incidenti industriali regolari, forse di più.

Sono passati sei anni da quando il triplo crollo totale si verificò a Fukushima Daichii l’11 marzo 2011, al giorno d’oggi soprannominato “311”. Col passare del tempo, è facile per il mondo in generale perdere la cognizione delle gravi implicazioni del più grande disastro industriale del mondo; fuori dal campo visivo funziona così.

Secondo le stime del governo giapponese e della TEPCO (Tokyo Electric Power Company), lo smantellamento andrà effettuato di decennio in decennio – molto probabilmente quattro decenni – con un costo fino a 21 trilioni di ¥ (189 miliardi di dollari). Tuttavia, questa è la parte più semplice da comprendere sulla storia del disastro nucleare di Fukushima. La parte difficile e dolorosa è in gran parte nascosta alla visione pubblica attraverso una severa restrittiva legge nazionale sulla segretezza (Legge sulla protezione dei segreti appositamente designati, legge n. 108/2013), la pressione politica a bizzeffe e la paura di esporre la verità sui pericoli inerenti le fusioni dei reattori nucleari. I potenti interessi impliciti lo vogliono nascondere.

Dopo il passaggio dell’atto di segretezza del governo del 2013 – che afferma che i funzionari o altri che “svelano segreti” dovranno affrontare fino a 10 anni di prigione, e coloro che “istigano fughe”, specialmente i giornalisti, saranno soggetti a una pena detentiva fino a 5 anni – il Giappone è sceso sotto la Serbia e il Botswana nell’indice World Press Freedom di Reporters Without Borders. L’atto di segretezza, fortemente criticato dalla Japanese Federation of Bar Association (Federazione giapponese delle associazioni di avvocati), è un atto spudorato di totalitarismo abbottonato nel momento stesso in cui i cittadini hanno bisogno e infatti richiedono trasparenza.

Lo stato attuale, secondo Mr. Okamura, un manager TEPCO, a novembre 2017 è questo: “Stiamo affrontando quattro problemi: (1) ridurre le radiazioni sul sito (2) arrestare l’afflusso di acque sotterranee (3) recuperare il fuel rod e (4) recuperare il combustibile nucleare fuso. “(Fonte: Martin Fritz, L’illusione della normalità a Fukushima, Deutsche Welle-Asia, 3 novembre 2017)

In breve, non sono cambiate molte cose in quasi sette anni negli stabilimenti, anche se decine di migliaia di lavoratori hanno ripulito la campagna di Fukushima, lavato le strutture, rimosso il terriccio e conservatolo in grandi sacchi di plastica nera, che si estendono da un capo all’altro di Tokyo e Denver, e ritorno.

Accade che, tristemente, la completa fusione nucleare sia quasi impossibile da sistemare perché, in parte, nessuno sa come reagire. Ecco perché Chernobyl ha sigillato l’area che circonda il suo tracollo nel 1986. Seguendo la stessa linea, secondo il direttore di Fukushima Daiichi Shunji Uchida: “I robot e le macchine fotografiche ci hanno già fornito preziose immagini. Ma non è ancora chiaro cosa stia realmente accadendo all’interno.”(Fonte: Martin Fritz, L’illusione della normalità a Fukushima, Deutsche Welle-Asia, 3 novembre 2017)

Sette anni e loro non sanno ancora cosa sta succedendo lì dentro. È il dilemma della Sindrome della Cina del bollente corion radioattivo fuso che scava l’interno della Terra? Sta contaminando le falde acquifere? Nessuno sa, nessuno può sapere, che è uno dei maggiori rischi della fusione nucleare, nessuno sa cosa fare. Non esiste una playbook per il 100% di disastri. Fukushima Daiichi lo dimostra.

“Quando si verifica un grave disastro radiologico e colpisce vaste aree di terreno, non può semplicemente essere ripulito o riparato.” (Fonte: Hanis Maketab, Environmental Impacts of Fukushima Nuclear Disaster Will Last ‘decades to centuries’ – Greenpeace, Asia Correspondent, 4 marzo 2016).

Nel frattempo, l’industria nucleare mondiale ha piani di crescita ambiziosi, circa 50-60 reattori attualmente in costruzione, per lo più in Asia, e 400 o più piante planimetrate. I sostenitori di Nuke affermano che Fukushima è in fase di pulizia, quindi di non preoccuparsi perché le Olimpiadi arriveranno tra un paio d’anni, inclusi gli eventi che si terranno nel cuore di Fukushima, e l’economia agricola locale fornirà cibo fresco.

Le Olimpiadi sono la punta di diamante di Abe per dimostrare al mondo che tutto va bene nel più pericoloso, e fuori controllo, sito di incidenti industriali. E sì, è ancora fuori controllo. Tuttavia, il governo Abe non ne è interessato. Comunque sia, i rischi sono molteplici e probabilmente non ben compresi. Per esempio, cosa succederebbe se un altro terremoto causasse ulteriori danni a strutture nucleari già danneggiate che sono tenute precariamente insieme a speranze e preghiere, soggette a massicce esplosioni di radiazioni? Cosa succederebbe? Dopo tutto, il Giappone è un territorio sismico, che ne definisce anche i confini geografici. Il Giappone ha normalmente 400-500 terremoti in 365 giorni, o circa 1,5 terremoti al giorno.

Secondo il Dr. Shuzo Takemoto, professore del Dipartimento di Geofisica della Scuola di specializzazione in Scienze dell’Università di Kyoto: “Il problema dell’Unità 2 … Se dovesse accadere un grande terremoto, verrebbe distrutta e disperderebbe il combustibile nucleare rimanente e i suoi detriti , rendendo l’area metropolitana di Tokyo inabitabile. Le Olimpiadi di Tokyo nel 2020 saranno quindi completamente fuori questione.” (Shuzo Takemoto, Potential Global Catastrophe of the Reactor No. 2 at Fukushima Daiichi, 11 febbraio 2017).

Dato che le Olimpiadi si terranno non lontano dal luogo dell’incidente nucleare di Fukushima Daiichi, vale la pena sapere cosa aspettarsi, ovvero le ripercussioni nascoste alla vista pubblica. Dopo tutto, è altamente improbabile che il Comitato Olimpico Giapponese affronterà i fattori di rischio di radiazioni per gli atleti e per gli imminenti spettatori. Il che fa sorgere una domanda: quali criteri ha seguito l’International Olympic Committee (IOC) nel selezionare il Giappone per le Olimpiadi estive del 2020 a fronte di tre tracolli nucleari al 100% totalmente fuori controllo? Come minimo, sembra una decisione spericolata.

Questo articolo, in parte, si basa su uno studio accademico che mette in luce gravi preoccupazioni sulla trasparenza in generale, sulle condizioni di salute della forza lavoro TEPCO e sulle morti improvvise, così come sui prossimi giochi olimpici, richiamando alla mente la domanda: la decisione di organizzare le Olimpiadi in Giappone nel 2020 è un atto di follia e un rozzo tentativo di coprire le devastazioni delle radiazioni?

Quindi, un’anteprima di ciò che sta accadendo dietro le quinte, così come all’interno, è offerta dal ricercatore Adam Broinowski, PhD (autore di 25 importanti pubblicazioni accademiche e Post Doctoral Research Fellow presso l’ Australian National University): “Informal Labour, Local Citizens and the Tokyo Electric Fukushima Daiichi Nuclear Crisis: Responses to Neoliberal Disaster Management ” (Lavoro informale, cittadini locali e la crisi nucleare di Tokyo Electric Fukushima Daiichi: risposte alla gestione dei disastri neoliberali), Australian National University, 2017.

Il titolo dello studio del dott. Broinowski fornisce un indizio intrinseco nel conflitto, nonché dell’opportunismo, che pone il capitalismo neoliberale applicato ai principi della “gestione delle calamità”. (Naomi Klein ha esplorato un concetto simile in The Shock Doctrine: The Rise of Disaster Capitalism, Knopf Canada, 2007).

La ricerca del Dr. Broinowski è dettagliata, completa e complessa. Il suo studio inizia scavando nell’impatto del capitalismo neoliberale, portando alla ribalta un’equivalenza del lavoro schiavistico con l’economia giapponese, specialmente in riferimento a ciò che egli chiama “lavoro informale”. Descrive in modo preminente l’assalto del lato dell’offerta sulle tendenze neoliberali in tutta l’economia del Giappone. Le esplosioni nucleari di Fukushima portano semplicemente a galla tutte le verruche e le imperfezioni endemiche del marchio neoliberale del capitalismo.

Secondo il professor Broinowski: “Il disastro in corso alla centrale nucleare di Fukushima Daiichi (FDNPS), gestita dalla Tokyo Electric Power Company (TEPCO), dall’11 marzo 2011 può essere riconosciuto come parte di un fenomeno globale che è stato in fase di sviluppo per qualche tempo. Questo disastro si è verificato all’interno di un cambiamento sociale e politico iniziato a metà degli anni ’70 (economia dal lato dell’offerta, che si riflette fortemente sull’attuale quadro fiscale americano in esame) e che è diventato più acuto nella recessione del Giappone dei primi anni ’90 con la diminuzione della crescita economica e con una maggiore deregolamentazione e finanziarizzazione dell’economia globale. Dopo 40 anni di fedeltà aziendale in cambio di contratti a vita garantiti dai sindacati aziendali, mentre le protezioni tariffarie venivano ulteriormente innalzate e la forza lavoro era sempre più casualizzata, quelli maggiormente colpiti da un regime di benessere indebolito erano lavoratori irregolari, o quello che potremmo chiamare “lavoratori informali.”

In breve, i 45.000-60.000 lavoratori reclutati per decostruire e decontaminare Fukushima Daiichi e il luogo circostante per lo più venivano dalla strada, castoff dell’impatto del neoliberismo su “… sindacati indipendenti, resi impotenti, un numero crescente di disoccupati, giovani non qualificati e precari (liberi) insieme a lavoratori occasionali più anziani, vulnerabili e senzatetto (questi gruppi costituivano insieme circa il 38% della forza lavoro nel 2015) si sono trovati non solo (a) privi di assicurazione o (b) privi di protezione ma anche in molti casi (c) privati di bisogni primari. Con l’aumento della deindustrializzazione e della fuga di capitale, le dimostrazioni pubbliche di frustrazione e rabbia di questi gruppi si sono manifestate nei disordini di Osaka del 1992.”(Broinowski)

Le rivolte di Osaka di 25 anni fa descrivono il crollo della classe operaia nella società moderna, un problema che si è riversato nelle elezioni politiche nazionali in tutto il mondo, in quanto populismo / nazionalismo dettarono vincitori / vinti. A Osaka 1.500 lavoratori impetuosi assediarono una stazione di polizia (in qualche modo simile al film iconico di John Carpenter del 1976 Assault on Precinct 13) per l’oltraggio dei legami tra la polizia e i potenti “yakuza” giapponesi o gangster che corrompono la polizia per chiudere un occhio davanti ai sindacati, o ancora gangster che vengono pagati per reclutare, spesso con la forza, lavoratori per lavori manuali poco remunerativi per l’industria.

È così che TEPCO porta i lavoratori a lavorare in posti ad alto rischio e sensibili di radiazioni. Lungo la strada, i subappaltatori rastrellano la maggior parte del denaro stanziato per i lavoratori, determinando uno stile di vita subumano per i lavori più rischiosi e più pericolosi per la vita dei giapponesi, forse il lavoro più rischioso per la vita umana al mondo.

Il Giappone ha una lunga storia di assemblaggio e reclutamento di manodopera non qualificata a prezzi economici, il che è tipico di quasi tutti i grandi progetti industriali moderni. Il lavoro è semplicemente un’altra merce da utilizzare e poi buttare via. La Tokyo Electric Power Company (“TEPCO”) di Fukushima Daiichi aderisce a quelle pratiche di impiego feudale vecchie come il mondo. Assumono lavoratori tramite strati di subappaltatori al fine di eludere le responsabilità su incidenti, assicurazione sanitaria e standard di sicurezza, penetrando negli strati sociali inferiori che non hanno voce nella società.

In quanto tale, la TEPCO non è legalmente obbligata a segnalare incidenti industriali quando i lavoratori sono assunti tramite reti complesse o reti di subappaltatori; ci sono circa 733 subappaltatori per TEPCO. Ecco il processo: TEPCO impiega un subappaltatore “shita-uke”, che a sua volta impiega un altro subappaltatore “mago-uke” che si affida ai mediatori del lavoro “tehaishilninpu-dashi.” Alla fine della giornata, chi è responsabile per la salute e la sicurezza dei lavoratori? Chi è responsabile della segnalazione di casi di malattia da radiazioni e / o morte causati dall’esposizione alle radiazioni?

Basandosi su prove aneddotiche provenienti da fonti attendibili in Giappone, ci sono buone ragioni per ritenere che la TEPCO, così come il Governo giapponese, sopprima la conoscenza pubblica delle malattie dei lavoratori legate alle radiazioni e del loro decessso, così come la nasconde alla popolazione civile di Fukushima. In tal modo, essenzialmente, all’opinione pubblica mondiale – grazie, per esempio, anche agli entusiasti / sostenitori del pro-nuke – si sottolinea la sicurezza della produzione di energia nucleare a causa di così pochi morti segnalati in Giappone. Ma, ancora una volta, chi è responsabile della segnalazione delle morti dei lavoratori? Risposta: A parte un caso occasionale di morte da parte di fonti ufficiali, nessuno!

Inoltre, TEPCO non segnala i decessi dei lavoratori che si verificano al di fuori del luogo di lavoro, anche se la morte è un risultato diretto di eccessiva esposizione alle radiazioni sul posto di lavoro stesso. Ad esempio, se un lavoratore con malattia da radiazioni diventa troppo malato per andare a lavorare, morirà ovviamente a casa e quindi non sarà riportata come una morte correlata al lavoro. Di conseguenza, i sostenitori del pro-nucleare sostengono che Fukushima dimostra quanto sia sicura l’energia nucleare, anche quando va in tilt, perché ci sono così pochi morti – se non nessuno – da essere irrilevanti. Questa è una bugia in grassetto che viene discussa nel seguito: Fukushima Darkness – Parte 2.

“Come un lavoratore ha dichiarato a Fukushima Daiichi: ‘TEPCO è Dio. I principali appaltatori sono i re e noi siamo gli schiavi. In breve, Fukushima Daiichi illustra chiaramente la riproduzione sociale, lo sfruttamento e la disponibilità del lavoro informale nella protezione statale del capitale, delle società e dei loro beni. “(Broinowski)

In effetti, il Giappone è uno stato corporativo totalitario in cui gli interessi aziendali sono protetti dalla responsabilità di strati di subappaltatori e da interessi acquisiti di potenti organismi politici e leggi sul segreto di stato estremamente severe. Pertanto, si ritiene che le questioni di sicurezza e salute che riguardano il nucleare, inclusi i decessi, siano sottostimate e probabilmente non riportate affatto nella maggior parte dei casi. Pertanto, la visione del mondo dell’energia nucleare, rappresentata in Giappone a Fukushima Daiichi, è orribilmente distorta a favore della difesa nucleare.

Tratto da: ComeDonChisciotte

PD, FI e M5S stanno dalla stessa parte: Il teatrino risulta verosimile soltanto ai fessi


Circo europeista
di Antonio Martino

Il teatrino in campagna elettorale risulta verosimile soltanto ai fessi: M5S e PD giocano di sponda, ma sono entrambi a favore dell’UE.

A cadenze pressoché costanti, il fantomatico tema dell’euro riemerge dalle polverose tenebre della politica italiana per occupare, nello spazio breve d’un mattino in fondo irrilevante, le pagine delle corazzate di carta dell’informazione italiana, vascelli ferrosi che difendono il buon moderato dalle bufale, dai pokemon di Putin e dalla propaganda spicciola dei populisti brutti, sporchi e cattivi. A differenza della dolce rosa di Malherbe, la discussione appare poco interessante e poco profumata– diremmo anzi che puzza di un olezzo che il Lettore ben intuirà- per il semplice fatto che non è un dialogo, non è un dibattito: è soltanto il Nulla, il delirio monomaniacale tramutato in fondo di giornale a uso e consumo del bon vivant in Facis e ventiquattrore.

Andiamo nel dettaglio. Il fondo di Repubblica di oggi, a firma Massimo Giannini, tratta dell’ultima uscita del golden boy pentastellato: in caso di referendum, Gigino ha dichiarato di votare a favore dell’uscita dall’Eurozona. Occasione troppo ghiotta per cadere nel vuoto. Alla maniera di una bella partita di tennis, perciò, Di Maio serve e Giannini risponde. Afferma il paludato editorialista, in un momento di grande ispirazione giornalistica, che “L’euro non è Spelacchio. Non è un alberello di Natale, inutilmente strapagato e malamente trapiantato nelle tasche dei cittadini. Non è un banale giocattolo affidato alle cure inesperte di una Raggi qualsiasi, sul quale si può scherzare, ironizzare, vaneggiare. (…) La moneta unica è una questione maledettamente seria, che riguarda il portafoglio di tutti gli italiani e chiama in causa il destino dei popoli d’Europa.”

Finalmente una risposta ponderata ai deliri tentennanti dei 5stelle! Bene, bravo. Conscio di essere in un momento oggettivamente irripetibile, il nostro continua “serve a poco ribadire che in quindici anni di moneta unica l’Italia ha potuto risparmiare 800 miliardi di interessi sul debito ma li ha dissipati per finanziare la spesa corrente a scapito degli investimenti. Serve ancora meno constatare che la Spagna e il Portogallo crescono serenamente due o tre volte l’Italia, “nonostante” l’euro.” Che verve, che dialettica. Altro che chiacchiere, da un lato stanno i fatti e dall’altro le vuote parole di un leader gentista che oscilla tra il baciamano a Washington e un revival lepenista fuori tempo massimo. Confusione contro rigore, raziocinio contro pressapochismo: game, set e match per Giannini. Il lettore di Repubblica può star tranquillo, la deriva nazifasciopopulista non passerà innanzi una simile e formidabile barriera.

Noi, che non leggiamo Repubblica, pensiamo male e operiamo peggio per tradizione. Sappiamo, perciò, che simili giochini tra le parti originano da un unico teatrino, invero ormai in fase di liquidazione fallimentare. Dall’origine i 5stelle si sono arroccati su fesserie a modo loro più o meno eurocritiche- basti pensare al referendum, che per definizione costituzionale non si può fare- senza però mai definire con chiarezza e precisione la loro posizione sull’euro e sull’UE. Una cortina fumogena di minchionerie, quella grillina, che ha conseguito un duplice risultato: da un lato, il PD e tutti gli allegri sicofanti della Merkel han potuto ergersi come bastioni di razionalità e preparazione tecnica (citofonare MPS per conferma) contro il dilagare dell’ignoranza grillina; dall’altro i media han potuto ricollegare facilmente qualunque critica alla moneta unica al mare magnum pentastellato, allontanando così dalla riflessione seria innumerevoli italiani.

Per conferma basta contare gli 1, le h e gli infiniti post in caps lock che seguono puntuali qualunque accenno alla questione, novelli marchi d’infamia affibbiati dai Torquemada dell’europeismo a chiunque dissenta dall’unica narrazione accettabile. Questi o quelli per noi pari sono, nel senso che entrambi condividono in fondo la logica anti-italiana e dittatoriale del vincolo esterno, cioè colonizzazione politica, economica e culturale di un popolo di 61 milioni di abitanti con trenta secoli di Civiltà alle spalle. Se ciò avvenga con dolo non è al momento decisivo: certo è che Di Maio non sia andato negli Stati Uniti per ammirare il monumento a Lincoln.

Che Giannini si indigni perché il famoso e inesistente “dividendo dell’euro” sia stato impiegato per spesa corrente (al fine di garantire in essere i noti crimini inumani che si chiamano Istruzione, Sanità, Previdenza, Sicurezza) poco importa, così come del resto non ci sorprende che citi a modello paesi del calibro di Spagna e Portogallo in cui diritti sociali e benessere sono stati distrutti perché Europa chiamò. Appare invece esecrabile, a pochi giorni dal 2018, che molti vadano ancora appresso a cialtroni inaffidabili, vili due volte, paladini della gente in piazza e amici dei liberisti europei a Bruxelles. Il discrimine è l’Unione Europea, e su quella linea del Piave PD, FI e M5S stanno dalla stessa identica parte: da quella direzione non potrà venire altro che fame e miseria. L’alternativa all’euro viene riflettuta e discussa in Italia da sei anni, in spazi culturali di grande livello aperti a tutti. Basta voler essere liberi. Prima lo si intende, meglio è.

Svezia: Paese-laboratorio sul controllo del denaro. Poi toccherà a noi


PERCHE’ DICO NO A CHI VUOLE ABOLIRE IL CONTANTE
di Alessandro Montanari

Chi controlla il denaro può controllare il mondo
Henry Kissinger

Vorrei sbagliarmi ma temo che le elite che governano la globalizzazione intendano sottoporre l’umanità ad un nuovo pericoloso salto nel buio, mettendo fine all’era millenaria della moneta materiale. Un processo di progressiva smaterializzazione del denaro, in effetti, è già avviato da tempo, ma quello che forse non sapete è che in alcuni Paesi-pilota è ormai prossimo al completamento.

Lo scorso novembre, ad esempio, la Svezia ha comunicato al mondo di aver ridotto le compravendite in contanti a meno del 2 per cento delle transazioni complessive. Sotto la spinta delle campagne governative, la gran parte dei negozianti ha infatti scelto di accettare in via esclusiva il pagamento elettronico, determinando così la sostanziale scomparsa di banconote e monete. Non solo. L’euforia futurista degli svedesi è tale che le ferrovie pubbliche hanno potuto persino introdurre – senza alcuno scandalo e purtroppo con buon successo – un nuovo inquientante metodo per acquistare biglietti e abbonamenti: l’impianto di un bancomat in formato microchip nella mano dei passeggeri.

Io non credo, come sostiene qualcuno, che la Svezia sia un caso particolare, ovvero che gli svedesi si siano spinti così in là solo in virtù della loro spiccata attitudine tecnologica. Credo al contrario che la Svezia, proprio per questa caratteristica della sua popolazione, sia stata scelta come Paese-laboratorio di una rivoluzione da presentare ed estendere al resto del mondo.

L’abolizione del denaro contante, infatti, è esplicitamente sostenuta dal Fondo Monetario Internazionale che ha suggerito un vademecum di misure legislative all’attenzione dei governi di tutto il pianeta, raccogliendo subito il consenso della Commissione Europa che tuttavia, nello scorso luglio, ha dovuto constatare la drastica ostilità al progetto del 95 per cento dei cittadini europei. Ecco perché è così importante creare esempi “positivi” ed ecco perché alcuni Stati – oltre alla Svezia, Danimarca, Stati Uniti, Giappone, India e Australia – si stanno dando veri e propri crono-programmi per raggiungere l’obiettivo nell’arco, non di decenni, ma di qualche anno.

Per scardinare un’abitudine tanto radicata nell’umanità quale quella di maneggiare il denaro, non può certo bastare l’imposizione legislativa. Resta infatti indispensabile ottenere il consenso, o quantomeno la passiva indifferenza, di un’opinione pubblica che oggi, tuttavia, è facilmente irretita da tutto ciò che le vien presentato come moderno. Come se “moderno”, nel vocabolario di questo tecno-mondo globale, fosse sempre e comunque sinonimo di “migliore”.

Il caso italiano, da questo punto di vista, appare illuminante. Chi sostiene attivamente l’archiviazione del contante – perlopiù la stampa d’ispirazione mondialista, attraverso la penna di alcuni personaggi d’indubbia autorevolezza presso i cittadini – lo fa con una logica semplicistica che della scomparsa fisica dei soldi descrive solo i possibili vantaggi, trascurando accuratamente di immaginarne i molteplici, e direi più che probabili, effetti collaterali.

Ci viene ad esempio spiegato che impedire la circolazione della cartamoneta azzererà l’evasione fiscale, determinerà la fine di spaccio e prostituzione e renderà assai meno macchinosa, sebbene totalmente tracciabile, la nostra vita di consumatori. Smettendo di maneggiare banconote, insomma, ci trasformeremmo sic et simpliciter in un piccolo paradiso terrestre, abitato da cittadini progrediti, redenti da ogni vizio ed irreprensibili.

Trovo questa narrazione gravemente parziale e lacunosa. Anche perché la smaterializzazione del denaro, a mio modo di vedere, finirà soprattutto per trasferire la potestà effettiva sul denaro da chi lo possiede a chi lo custodisce.

Prima di arrivare a questa mia personale e drastica conclusione, credo però che sia il caso di rimettere un po’ d’ordine nei ragionamenti altrui.

Ritengo profondamente fuorviante, ad esempio, ricondurre il fenomeno dell’evasione e del riciclaggio alla sola irrintracciabilità del denaro contante. Chi propaganda questa vulgata difetta di senso delle proporzioni allo stesso modo di chi imputa gli ammanchi erariali ai baristi che non battono scontrino e agli idraulici che non emettono fattura. Non dispongo di dati, ma forse anche voi, come me, avete la vaga sensazione che i danni inferti al nostro erario dall’evasione delle tazzine di caffé e delle riparazioni di tubi siano di scala decisamente inferiore ai danni complessivamente inflitti alla nostra economia dagli squali della finanza derivata e dai furbetti dei trasferimenti contabili. Bene. Questa economia elettronica non si nutre di banconote, ma di voraci algoritmi del tutto indipendenti da ogni riferimento tangibile, e dubito che la scomparsa della cartamoneta potrà ridurre in alcun modo il suo potenziale distruttivo. Al contrario, semmai, aumenterà la dipendenza del reale dal virtuale.

Sarebbe inoltre il caso di ammettere – e alcuni giudici coraggiosi, in Italia, l’hanno già riconosciuto – che l’evasione non è tutta di natura criminale, ma che c’è anche un’evasione di sopravvivenza, commessa a scopo, oserei dire, umanitario: per non licenziare i propri dipendenti, per sfamare la famiglia o per pagare forniture indispensabili a tirare avanti l’azienda.

Quanto al problema del riciclaggio, poi, temo che la malavita organizzata abbia già realizzato che un complice nell’ambiente della tecno-finanza sia più utile di cento spalloni e personalmente trovo curioso che con una mano si abolisca il contante mentre con l’altra si dà il benvenuto ad una valuta ambigua come il bitcoin.

Un altro aspetto che i sostenitori della smaterializzazione del contante non denunciano – oltre a quello, forse dato ormai per inevitabile, dell’asfissiante pedinamento dei nostri comportamenti – riguarda l’increscioso strapotere che ne deriverebbero le banche, le quali, come i signori della globalizzazione sanno bene, non godono oggi di grande fiducia popolare.

Immaginiamoci una situazione divenuta, a noi italiani, abbastanza familiare. Supponiamo che abbiate il conto in un istituto che sta precipitando in borsa o sul quale Bankitalia abbia avviato accertamenti o la magistratura ordinaria abbia disposto un’inchiesta. Essendo in vigore il bail in, dovreste preoccuparvi di poter perdere i vostri risparmi e sarebbe vostro sacrosanto diritto ritirare, precauzionalmente, tutto il vostro patrimonio. Già oggi, con il tetto ai prelievi, questa operazione non vi sarebbe possibile oltre il limite, ridicolo, di mille euro al giorno e 5mila euro al mese, ma domani, una volta abolito per legge il contante, prelevare sarà letteralmente impossibile. Dunque non avreste altra scelta che spostare quel denaro da un istituto all’altro, nell’irragionevole speranza che l’istituto prescelto non abbia alcuna interdipendenza con la banca dalla quale desideravate fuggire.

I vostri soldi, come già detto, non saranno più solo vostri, ma saranno anchedi chi li custodisce e, se permettete, dubito che sollevare le banche dal rischio della corsa agli sportelli le indurrà ad una minore spregiudicatezza finanziaria.

Vorrei poi che mi faceste la personale cortesia di non abboccare alla favoletta di chi racconta che l’informatizzazione del denaro è il metodo di custodia più sicuro perché, a conti fatti, non appare molto più sicuro del materasso. Il denaro virtuale, infatti, vi espone a numerosissimi pericoli di sottrazioni indebite, che vanno dall’applicazione di costi occulti all’infiltrazione telematica, tralasciando qui l’eventualità – che sbagliereste a considerare remota giacché contemplata in tutti gli scenari di pubblica sicurezza – di un black-out vasto o prolungato che sarebbe in grado, in comunità senza contanti, di paralizzare completamente ogni attività umana.

Temo infine che, bombardati da valutazioni di ordine pratico, si corra il rischio di sottovalutare le gravi implicazioni psico-pedagogiche che la smaterializzazione del denaro avrebbe, in particolare, sulle nuove generazioni.

Sono stato bambino negli anni ’80 e ricordo perfettamente che venivamo educati a maneggiare il denaro. Genitori e nonni ci concedevano piccole mance da amministrare oculatamente, per poi provare l’ebbrezza di acquistare, da soli, ciò che più desideravamo. Ricordo ancora il momento in cui, dopo estenuanti settimane di attesa, consegnai al negoziante una cinquantina di banconote da 500 lire per ricevere in cambio un meraviglioso pallone di basket, marca Spalding, che a quel punto non era più solo un gioco, ma anche la mia prima esperienza autonoma di gestione finanziaria. Ricordo peraltro che alle elementari, in perfetta armonia con gli insegnamenti familiari allora in voga, le insegnanti ci fecero costruire un salvadanaio di cartone, a forma di casa, invitandoci ad usarlo come gli adulti facevano uso della banca, ovvero depositandovi, quando potevamo, una moneta da cento lire.

Quello sarà forse stato un mondo piccolo e provinciale, ne convengo, ma attraverso quell’esperienza materiale del denaro noi bambini imparavamo a risparmiare, a non spendere più di quanto era possibile spendere ed anche, forse, a selezionare i desideri.

Privare i bambini di questa esperienza tattile, visiva e dunque concreta del denaro rischia di avere effetti secondari dirompenti. Se il denaro esiste solo come astrazione, il processo educativo alla spesa responsabile e al risparmio viene automaticamente a cadere, soppiantato dalla libertà ingannevole di questa contabilità neo-liberistica del debito/credito per cui chiunque può ottenere immediatamente tutto ciò che vuole – senza nemmeno provare il gusto di desiderarlo – semplicemente diminuendo l’entità dei propri crediti o aumentando l’entità dei propri debiti. Nella scuola di oggi, peraltro, non ci sono case di cartone e gli scolari, guarda caso, vengono valutati proprio così: attribuendo debiti e crediti.

Non ho fatto studi di pedagogia, ma credo che questo sistema non potrà che trasformare i bambini in consumatori precoci e compulsivi ed i consumatori compulsivi in cittadini sottomessi. Perché chi contrae un debito ha l’onere di ripagarlo, chi deve ripagare un debito necessita di denaro e chi ha bisogno di denaro deve lavorare per guadagnarselo. Ed io ho il sospetto, che confina ormai con la certezza, che quel lavoratore non riuscirà a dire un solo no. E nessuno mi toglierà dalla testa che un salvadanaio di cartone, a forma di casa, gli avrebbe garantito un futuro migliore. Più solido, consapevole e dignitoso.

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