02 dicembre 2017

Per Massimo Cacciari il Natale è stato “ucciso” dai cristiani


di Lucandrea Massaro

Il filosofo veneto mette in chiaro che “Il Natale non è solo dei cristiani”

Il filosofo Massimo Cacciari esordisce con nettezza «Il Natale dei panettoni, il Natale delle pubblicità, il Natale dei soldi. Il Natale oggi è una festina» e poi aggiunge mettendo il carico da novanta: «Sono i cristiani i primi ad aver abolito il Natale». Con queste poche frasi inizia un colloquio tra il pensatore veneziano, già sindaco della città e intellettuale laico di primo piano, e l’intervistatore del Giornale.

Parole che interrogano il credente, ma anche i laici e che certamente avranno strascico, anche perché la posizione di Cacciari è forte di una presa di coscienza molto netta e interessante. Per lui il filosofo non può credere ma può lasciarsi interrogare dal mistero «La ricerca a un certo punto si avvicina alla preghiera – dice -. Certo, il fedele è convinto che la sua preghiera sia ascoltata, il filosofo prega il nulla. Però resta stupefatto davanti al mistero. E lo assorbe, come ho fatto nel mio ultimo libro su Maria: Generare Dio. Pensi, una ragazzetta che è madre di Dio. Da non credere, anche per chi ci crede». Da questo scandalo parte la sua riflessione:

Che cosa è per lei il cristianesimo?

«Il cristianesimo è una parte fondamentale del mio percorso, della mia vicenda, è qualcosa con cui mi confronto tutti i giorni».

Perché laici e cattolici oggi balbettano davanti all’evento che tagliato in due la storia?

«Perché non riflettono, perché non fanno memoria di questa storia così sconvolgente».

Dio che si fa uomo.

«Capisce? Non Dio che stabilisce una relazione con gli uomini, ma Dio che viene sulla terra attraverso Cristo. Vertiginoso».

Cacciari è “arrabbiato”, deluso, di certo percepisce e racconta di una situazione, quella della società italiana ma non solo, che ha smarrito anche la verità dei dati di fatto, il peso della storia e delle provocazioni morali: «Appunto. La nostra società è anestetizzata, il Natale è diventato una favoletta, una specie di raccontino edificante che spegne le inquietudini» aggiunge. Secondo Cacciari “si è perso l’abc” della fede ma anche del suo ruolo culturale nella società. Per lui «La prima distinzione non è fra laico e cattolico, ma fra pensante e non pensante. Se uno pensa, come pensava il cardinal Martini, allora si interroga e se si interroga prima o poi viene affascinato dal cristianesimo, dal Dio che si fa uomo scandalizzando gli ebrei e l’Islam».

Siamo alle prese con uno scontro di civiltà?

«Ma che scontro. Anche dalle loro parti si è persa la portata profonda del fatto religioso. Viviamo in un mondo che dimentica la dimensione spirituale».

Fonte: Aleteia

Bonus bebè, caos sull’assegno per i neo-genitori. Ap: “Valga fino al terzo anno di vita”

Immagine: Pixabay.com

di Stefano Rizzuti

Dubbi e caos sul bonus bebè: ieri è stato annunciato che la misura diventerà strutturale, ma non è chiara la durata dell’emissione dell’assegno mensile per i neo-genitori: Ap chiede che duri per i primi tre anni di vita del bambino e non solo per uno come ipotizzato ieri, il Pd rassicura specificando però che per i due anni successivi sarà comunque dimezzato.

Continua la discussione sul bonus bebè e ancora non sembrano chiare le modalità con cui questa misura verrà stanziata per i neo-genitori. Oggi la polemica è nata nell’aula del Senato dove Simona Vicari, esponente di Alternativa Popolare, ha ribadito come il suo partito chieda che il bonus valga per i primi tre anni di vita del bambino “così come previsto dalla legge che l’ha istituita”. Ieri la commissione Bilancio del Senato ha approvato un emendamento che prevede la conferma della misura per il 2018 e poi il dimezzamento per gli anni successivi, almeno secondo quanto precisato dal capogruppo del Pd in commissione Bilancio Giorgio Santini.


Il bonus bebè diventerà strutturale dal prossimo anno e non più un bonus come ora, ma con il dimezzamento della quota ricevuta dalle famiglie per ogni figlio, passando da 960 a 480 euro a partire dal 2019. Il dubbio su cui Ap chiede un chiarimento riguardo la possibilità che il bonus valga solo per un anno e non più per tre. “L’accordo politico strategico sulla famiglia raggiunto in commissione rappresenta la più importante condizione per votare questa manovra”, dichiara Vicari riferendosi alla durata triennale per i neonati.

Il governo ha precisato, attraverso Luciano Pizzetti, sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento, che “in merito a interpretazioni fuorvianti di queste ore confermo che il bonus bebè è misura strutturale, così come definita nella legge di bilancio in fase di approvazione a Palazzo Madama. E trova le coperture per il 2018 e per gli anni seguenti nel bilancio dello Stato così come risulta dall’emendamento nel pieno rispetto dei lavori e delle intese parlamentari”.

Poi è intervenuto anche il Pd con Santini: “La norma è chiarissima, il bonus è triennale fino ai tre anni di vita del bambino”. La precisazione del capogruppo Pd in commissione Bilancio conferma che l’assegno viene erogato completamente (80 euro mensili) per il primo anno e in misura dimezzata (40 euro al mese) nei successivi due per “questioni di coperture”.

Nel maxi-emendamento del governo che riunisce tutte le misure approvate durante la discussione in commissione dovrebbe quindi essere specificato che l’assegno sarà di 960 euro l’anno nel 2018 per i nuovi nati e diventerà poi di 480 euro nel 2019 e nel 2020, dopo il primo anno di età del bambino. Il bonus verrà erogato mensilmente a partire dalla data di nascita o di adozione per i genitori che hanno un reddito Isee inferiore ai 25mila euro. L’assegno dovrebbe essere raddoppiato per coloro che hanno un reddito inferiore ai 7mila euro.

Fonte: Fanpage

Populismo e aristocrazia finanziaria: chi è più antidemocratico?


«​Il populismo non è necessariamente anti democratico, può essere orientato ed educato in forme democratiche. Quel che è certo è che l’opposto del populismo oggi è antidemocratico perché la lotta contro il populismo viene cavalcata dall’élite finanziaria e dal suo ceto intellettuale per tutelare il proprio dominio non democratico»

Continua il dialogo sul populismo e dopo De Benoist, Tarchi e Veneziani interviene sul tema Diego Fusaro che offre una prospettiva basata sui rapporti di forza tra “dominanti” e “dominati”. Una visione che affonda le sue radici nel pensiero di Marx e di Hegel e che si pone in rapporto dialettico con l’illuminismo, ritenuto da Fusaro indispensabile, per aver spazzato via il vecchio ordine della società di ceto e di “ancien regime” ma, al contempo insufficiente per aver lasciato l’umanità in balia del sistema dell’atomistica, incapace di costruire una comunità all’altezza dei tempi.

-Il termine “populismo” è uno dei più ricorrenti nel dibattito politico odierno e viene frequentemente utilizzato come elemento discriminatorio nei confronti dell’una piuttosto che dell’altra forza politica. Al fine di sgomberare il campo da false interpretazioni, potrebbe illustrarci cos’è oggi il populismo?

Come ho cercato di mostrare nel mio libro “Pensare altrimenti”, Filosofia del dissenso (Einaudi, 2017) populismo è una di quelle categorie, di quelle parole di conio, della neolingua capitalistica a beneficio dell’aristocrazia finanziaria come classe dominante.

L’aristocrazia finanziaria, con la complicità degli intellettuali, a guinzaglio più o meno lungo, utilizza una serie di categorie per santificare i rapporti di forza e per impedire alla base qualsiasi tentativo di rovesciamento dell’assetto capitalistico dell’odierno totalitarismo glamour del libero mercato. Populismo è, appunto, la categoria con cui gli intellettuali di riferimento dell’élite dominante demonizzano ogni prospettiva che assuma il punto di vista del popolo dominato e non dell’élite dominante.

Populismo è, quindi, la categoria con cui a vario genere e in diverso modo si assume la prospettiva legata agli interessi materiali delle classi dominate, dette anche popolo, il quale è oggi composto essenzialmente dal vecchio proletariato e dalla vecchia borghesia, dalla vecchia classe lavoratrice e dal vecchio ceto medio che sono oggi finiti in un unico ceto sociale, quello del “precariato”, che si caratterizza per essere pauperizzato e precarizzato. Pauperizzato perché reso sempre più povero, precarizzato perché reso instabile tanto nel mondo del lavoro, quanto in quello della vita mediante la flessibilizzazione integrale delle forme etiche dell’esistenza, dalla famiglia allo Stato, passando per gli enti intermedi.

-Il populismo, come categoria, riemerge nei momenti critici della storia. Potremmo, dunque, esclusivamente definirlo come fenomeno di reazione verso la classe dominante, oppure ha delle radici filosofico culturali?

La storia del concetto di populismo sarebbe interessante e anche feconda. La categoria di populismo come sappiamo nasce in Russia e allude essenzialmente alla ricerca, da parte di alcuni intellettuali, di un contatto con il popolo alla difesa degli interessi del popolo legato alle sue tradizioni e ai suoi diritti sostanziali. Il fatto che oggi venga utilizzato come stigma negativo e quasi demonizzante la dice lunga su quanto stiamo subendo il dominio simbolico e reale da parte dell’élite dominante, la nuova classe egemonica che con Marx si chiama “aristocrazia finanziaria”.

Populismo è la categoria con cui a vario genere e in diverso modo si assume la prospettiva legata agli interessi materiali delle classi dominate, dette anche popolo, il quale è oggi composto essenzialmente dal vecchio proletariato e dalla vecchia borghesia, dalla vecchia classe lavoratrice e dal vecchio ceto medio che sono oggi finiti in un unico ceto sociale, quello del “precariato”, che si caratterizza per essere pauperizzato e precarizzato. Pauperizzato perché reso sempre più povero, precarizzato perché reso instabile tanto nel mondo del lavoro, quanto in quello della vita mediante la flessibilizzazione integrale delle forme etiche dell’esistenza, dalla famiglia allo Stato, passando per gli enti intermedi.

-L’attuale modello di crescita si innesta su un pensiero quale quello illuminista, ormai in crisi. Potrebbe ciò aver contribuito alla rinascita del populismo?

Sul tema dell’illuminismo bisognerebbe aprire una lunga parentesi. Io sulla lettura dell’illuminismo sto dalla parte di Hegel e di Marx e non da quella che mi pare sottoscrivano anche De Benoist, Veneziani e altri rispettabilissimi e stimabilissimi intellettuali contemporanei i quali si rifanno alla critica incondizionata dell’illuminismo. Io, diversamente, con l’illuminismo intrattengo un rapporto dialettico perché come Hegel, come Marx e come Fichte ritengo che esso sia stato insieme dialetticamente, indispensabile e insufficiente.
Indispensabile perché ha spazzato via il vecchio ordine della società di ceto e di “ancien regime” , insufficienteperché ha lasciato l’umanità in balia del sistema dell’atomistica, come dice Hegel, frammentato, senza totalità e nemmeno più in cerca della totalità e quindi, non ha saputo più costruire una comunità all’altezza dei tempi. Possiamo dire che la situazione odierna si presenta esattamente come quella di allora dal momento che vige il sistema dell’atomistica in una forma inedita di globalizzazione dei mercati i cui fattori producono il sistema dell’atomistica su scala planetaria senza più alcun riferimento di eticità in senso Hegeliano. In tale sistema prevale, infatti, la scomposizione atomizzante in ogni ambito: intellettuale, quello che Hegel chiamava l’intelletto astratto; sociopolitica, l’individualismo egoistico delle monadi irrelate; e poi anche a livello di modello ovvero la crescita infinita di pochi individui, quello che Hegel chiamava il cattivo infinito come cifra dell’illuminismo nella sua variante negativa come cifra dell’economia di mercato odierna. Il cattivo infinito del progresso illimitato.

-Il populismo, che spesso viene presentato come anti politica, è una forma anti democratica oppure può essere visto come una neo-democrazia? E in che misura potrebbe esprimersi?

Il populismo non è affatto necessariamente anti democratico, può essere orientato ed educato in forme democratiche. Quel che è certo è che l’opposto del populismo oggi è antidemocratico perché la lotta contro il populismo viene cavalcata dall’élite finanziaria e dal suo ceto intellettuale, gli oratores post moderni di accompagnamento, per tutelare il proprio dominio non democratico. Oggi la democrazia, infatti, nel quadro della società globalizzata, ultra capitalistica, esiste solo come autogoverno delle classi possidenti e quindi come plebiscito dei mercati essenzialmente che decidono che cosa è giusto e cosa no, si innervosiscono quando il popolo, populista e xenofobo, per come viene definito, vota altrimenti rispetto ai desiderata dei mercati e dei loro agenti. Pertanto il populismo e il popolo non sono intrinsecamente né democratici, né anti democratici,possono, però, costituire sola la base di una democrazia reale quale fondamento di un vivere autenticamente comunitario, dove per democrazia dobbiamo intendere potere del demos e demos al potere. Il demos suddiviso su basi libere e ugualitarie deve amministrare la polis, ovvero la comunità politica di riferimento, quindi devono esserci la possibilità del controllo economico, politico e monetario della comunità, deve esserci la possibilità di accedere al governo, secondo l’alternanza fra il governare ed essere governati, principio che Aristotele nella politica assume come fondamento della democrazia e, inoltre, deve esserci il libero gioco delle opinioni e lo scambio del discorso, il dialogo, come fondamento della democrazia, che è la forma che dovrebbe sostanziarsi di dissensi e opposizioni, discussioni e non di autoritarismi adialogici.

-È possibile che dal fermento populista venga selezionata una nuova classe dirigente?
Non credo che dal populismo in quanto tale nasca una classe dirigente o intellettuale. Credo, tuttavia, che sia più che mai necessario avere intellettuali che portino la coscienza al popolo, come avrebbe detto Lenin. Occorre, cioè, che la coscienza infelice degli intellettuali che si trovano in contraddizione con il mondo in cui vivono si sposti casualmente, proprio come fece il giovane Marx secondo le logiche del clinamen di Epicuro, in maniera non necessitata dalla parte delle classi dominate. Il problema sta oggi nel fatto che gramscianamente gli intellettuali sanno ma non sentono, il popolo sente ma non sa. Pertanto, occorrere un innesto di quella che Marx chiamava l’umanità pensante e l’umanità sofferente. Solo allora si potranno creare le basi per una rivoluzione anzitutto culturale che scalzi il modo dominante di pensare, o pensiero unico, e riabiliti il popolo come categoria che possa essere fondamento della vita democratica.

Ruby ter, ancora un rinvio a giudizio per Berlusconi: il processo a Siena


Rinvio a giudizio per Silvio Berlusconi a Siena: il processo è uno stralcio del processo principale che si terrà a Milano a gennaio 2018, nell’ambito dell’inchiesta Ruby ter.

Silvio Berlusconi è stato rinviato a giudizio a Siena con l’accusa di corruzione in atti giudiziari. Il Gup del tribunale di Siena Roberta Malavasi ha accolto la richiesta di rinvio a giudizio formulata dalla procura nell’ambito dell’inchiesta Ruby ter giunta a Siena da Milano per competenza territoriale. Nell’udienza di oggi il Gup Malavasi ha respinto le eccezioni preliminari presentate dalla difesa dell’ex premier, gli avvocati Franco Coppi del foro di Roma, Federico Cecconi di Milano e Enrico De Martino di Siena, sull’incompetenza territoriale e sull’inutilizzabilità di alcune intercettazioni telefoniche. L’ex presidente del Consiglio a Siena, avrebbe pagato Danilo Mariani, pianista delle feste di Arcore, per indurlo a falsa testimonianza sul caso delle “olgettine”. Anche Mariani dovrà difendersi dalle accuse, nel suo caso di falsa testimonianza. I bonifici mensili da 3mila euro effettuati da Berlusconi al pianista come rimborsi spesa sarebbero invece dei pagamenti per “comprarlo”. Il procedimento in Aula è fissato per il prossimo primo febbraio

La parte che riguarda Siena è uno stralcio del processo principale che si aprirà a gennaio nel 2018. La decisione di spacchettare il procedimento è stata presa il 29 aprile 2016 da un gup di Milano: gli atti a sette diverse procure, tra cui quella di Torino, dove il Cavaliere sarà processato per corruzione in atti giudiziari insieme alla modella Roberta Bonasia.

Karima El Mahroug, in arte Ryby, è una delle donne dello scandalo del Bunga Bunga. Il caso coinvolse oltre all’allora premier Silvio Berlusconi anche il giornalista Emilio Fede, Lele Mora e Nicole Minetti. Nella notte tra il 27 e il 28 maggio 2010, la giovane, ribatezzata Ruby Rubacuori, fu arrestata a Milano per furto. Prova di documenti fu portata in questura. Due ore dopo lo stesso presidente del Consiglio si premurò di telefonare al capo della polizia di Milano, dichiarando che la ragazza era in realtà la nipote del presidente egiziano Hosni Mubarak. Per evitare una crisi diplomatica la ragazza doveva essere subito rilasciata, così disse Berlusconi, e affidata alla consigliera della regione Lombardia del Pdl, Nicole Minetti appunto. La Minetti la condusse però dalla prostituta brasiliana Michelle Conceicao, con cui Karima viveva. Ruby disse di non aver mai avuto rapporti con Berlusconi, ma ammise di aver frequentato le cene di Arcore. In uno di questi eventi il Cavaliere le avrebbe dato una busta con del denaro, 7mila euro in tutto. All’inizio del 2011 il Cavaliere fu messo sotto inchiesta con le accuse di favoreggiamento alla prostituzione minorile e abuso d’ufficio. In primo grado arrivò la condanna per Berlusconi, mentre fu assolto in appello.

Fonte: Fanpage

La vera strategia degli USA nello scontro con la Corea del Nord


di Luciano Lago

Contrariamante a quanto possa sembrare, il duro scontro, al momento soltanto verbale, tra Donald Trump e Kim-Jong è una cortina fumogena di propaganda che nasconde i veri obiettivi della strategia degli USA.
Trump, con il suo temperamento imprevedibile ed arrogante, in realtà recita una parte in commedia che non è poi difficile da individuare.

Nel corso del suo tour in Asia, Trump ha messo l’accento sul pericolo rappresentato dalla Corea del Nord per gli Stati della regione, in particolare Corea del Sud e Giappone, e non ha esitato ad affermare che, per fronteggiare il pericolo, la sua ricetta era quella di far comprare a questi paesi i missili dagli USA e procedere ad un generale riarmo (leggi campagna acquisti di armi made in USA) del Giappone e della Corea del Sud in modo da “ristabilire la sicurezza”.

Non si può escludere che il tono da bullo utilizzato da Trump nei confronti del leader Coreano e l’escalation di insulti proferiti dal presidente USA, mirino effettivamente ad alimentare la tensione ed il clima di insicurezza negli alleati di Washington che spinge questi ultimi ad acquisti straordinari di armi dagli USA.

La doppia morale degli USA in fatto di sicurezza è venuta fuori senza mascheramenti nel corso della visita di Trump a Tokio quando Trump senza infingimenti, davanti a politici ed impresari, ha dichiarato: “L’unico modo di fermare i missili nordcoreani e le minacce della Nord Corea è….Indovinate quale? Comprare missili di difesa degli Stati Uniti e non pochi ma molti. Questa l’unica opzione per stare sicuri”, ha confessato Trump, “si tratta di un sacco di posti di lavoro per gli USA e un sacco di sicurezza per il Giappone”. Più chiaro Trump non poteva essere.
Trump è un presidente fanfarone ed arrogante ma non è uno stupido, sa di dover combattere i suoi nemici interni del “deep State” che lo condizionano in tutti i suoi movimenti e che aspettano un suo passo falso per farlo fuori, possibilmente con un “impeachment” o forse anche in un altro modo traumatico.

Alcuni analisti sostengono che il presidente si finga pazzo per potersi muovere a modo suo e seguire una sua linea nascosta di politica estera, altri lo vedono come un burattino nelle mani delle lobby che gestiscono il reale potere negli USA, in ogni caso è sicuro che Trump non controlla nè la CIA nè il Pentagono e il Dipartimento di Stato, e questi organismi sono anche in lotta fra loro, come emerso dalle dichiarazioni contrastanti dei funzionari della Amministrazione di Washington. Tuttavia, per descrivere chi gestisce il vero potere negli USA occorrerebbe scrivere un trattato di molte pagine e non è questa la sede.

Quello che sembra evidente è che Trump sta operando con il premier nord coreano Kim Jong-un in modo da provocare senza affondare, in Latino America lo chiamano “picar la cresta”, con la finalità di incrementare il livello delle sue minacce e spaventare i paesi della regione.
Con queste azioni Trump sembra disporre della “bacchetta magica” della salvezza: lui provoca la crisi e poi ne propone il rimedio. Di fatto Trump non ha perso occasione per seguitare a stuzzicare il leader nord coreano definendolo ora “dittatore”, ora dicendo che “è finito il tempo del dialogo”, e che gli USA sono pronti ad usare tutto il loro potere militare per distruggere la nazione nord coreana.

Missili della Nord Corea

Si sono fatte varie ipotesi fra cui quella di una possibile invasione miltare in collaborazione con il Giappone che metterebbe la “carne da cannone” per distruggere gli armamenti coreani ma si è anche paventata la possibilità che la Nord Corea possa usare anche le sue armi chimiche e batteriologiche.
D’altra parte Trump è uscito al momento con le mani vuote dal suo viaggio in Giappone e non sembra che abbia ancora ottenuto nero su bianco i contratti di acquisto di armi che, al contrario, aveva ottenuto nel suo viaggio in Arabia Saudita paventando la minaccia dell’Iran. Per il “piazzista” Trump il viaggio in Asia è stato un costo senza apportare “ordinativi sostanziali” per l’apparato militare/Industiale USA, famelico di guerre per ottenere commesse di armamenti e relativi profitti.

Non è importante che sia la Corea del Nord, l’Iran, l’Ucraina o il Venezuela, quello che conta per l‘apparato militare industriale USA è che partano al più presto altre guerre che giustifichino le produzioni ed i posti di lavoro mantenuti nelle grandi industrie degli armamanenti.
I pretesti per le guerre si trovano facilmente dalle “armi di distruzioni di massa” alla necessità di “portare la democrazia” o quella della difesa dei “diritti umani” , ecc.. L’apparato dei mega media della propaganda, dalla CNN alla Reuters, alla CBC, alla Fox News, al New York Times e tutti gli altri network è sempre pronto a orchestrare un’altra campagna di propaganda, che potrà rimbalzare poi in Europa sulla BBC, su Le Monde, su Repubblica o sulla RAI e su Corriere della Sera e La Stampa.

Sull’altra sponda c’è questo bizarro dittatore nord coreano, Kim Jong-un, dipinto come “il pazzo dittatore”, il male assoluto, quello che si diverte ad uccidere i suoi ministri, cortigiani e familiari. Sarà così come dicono ma non cè una volta che gli USA non muovano guerra contro un paese che non sia uno “stato canaglia”. Era stato così per Milosevic, per Saddam Hussein, per Noriega, per Gheddafi e tanti altri. Pochi i sopravvissuti e molti gli assassinati senza processo, sarà un caso anche questo, una sfortunata coincidenza. Sarà che gli USA siano i portatori del “bene assoluto”, investiti della “mission” del “poliziotto del mondo? Tanto vale chiudere l’ONU che sopravvive ormai come “Ente Inutile”.

Esiste però un problema reale: qualsiasi paese che sia non conforme agli interessi degli USA o in contrasto con Washington, sa che prima o poi deve aspettarsi un intervento diretto in stile Libia 2011 o una “primavera araba”. Non si scappa da questa alternativa.
In particolare, se si tratta di un paese che disponga di risorse petrolifere (come l’Iraq) o che si trovi su una rotta strategica (come lo Yemen). Allora prima o poi è sicuro l’intervento di “regime change” con uno dei pretesti favoriti da Washington, in forma diretta o indiretta mediante gli alleati di ferro degli USA disposta anche a fare il “lavoro sporco”, come sta facendo l’Arabia Saudita nello Yemen o come hanno cercato di fare le armate di mercenari jihadisti in Siria.

Misile dalla Corea del Nord

Questo spinge i vari presidenti e premier di Stati esposti a questi rischi a farsi una “polizza di assicurazione” che può essere anche una garanzia di sopravvivenza che evita loro di fare la fine di un Gheddafi o come Saddam Hussein. Visto che gli accordi scritti dagli USA non contano e sono carta straccia (gli USA li ripudiano in qualsiasi momento, vedi accordi di Parigi su clima o patto sul nucleare con Iran) l’unico modo di garantirsi è quello di dotarsi di armamenti nucleari. Questo spiega la corsa al nucleare che presto interesserà molte altre nazioni oltre a quelle che già dispongono delle armi nucleari.

Il mondo sarà sempre meno un “posto sicuro”, sarà bene abituarsi.

Fake News sulla Russia e Altri Nemici Vari (The New York Times, 1917–2017)


– DI EDWARD S. HERMAN

È divertente vedere il New York Times e altri media mainstream che esprimono tutto il loro sgomento per l’aumento della diffusione delle “fake news”. Queste testate ritengono che sia una ovvia verità che quello che distribuiscono loro sia un racconto diretto, imparziale e basato sui fatti. Raccontano notizie, ma forniscono anche un flusso costante di altre varie forme di notizie, spesso informazioni false o fuorvianti fornite dal National Security o da altri uffici governativi o da centri del potere delle multinazionali. Una forma importante di notizie false che viaggia sui media mainstream è togliere spazio ad altre informazioni e commenti che metterebbero in discussione le notizie più importanti.

Questo è il caso di “The Lie That Was Not Shot Down”, titolo di un editoriale del 18 gennaio 1988, Il Times faceva riferimento a una nota propagandistica di cinque anni prima che gli editori avevano digerito e dimenticato. La menzogna – si riferiva ai sovietici che sapevano che l’aereo di linea coreano 007, abbattuto il 31 agosto 1983, era un aereo civile – fu rivelata dal Congressman Lee Hamilton, non dal Times. Le fake news dei media-mainstream sono particolarmente ricercate, perché in poco tempo riescono a orientare l’opinione pubblica su un certo argomento – un topic – e vengono raccontate eresie che (dopo aver fatto il loro effetto) vengono immediatamente messe alla gogna perché ingenue, antipatriottiche o semplicemente sbagliate.

In un’illustrazione drammatica, per un capitolo del libro intitolato “Worthy and Unworthy Victims” – “Vittime degne e indegne” – Noam Chomsky e io mostrammo la copertura mediatica data da Time, Newsweek, CBS News e il New York Times all’omicidio del prete Jerzy Popieluzko, avvenuto nel 1984 nella Polonia comunista – un evento drammatico e politicamente utile per i media politicizzati occidentali – il rilievo dato alla notizia fu assolutamente molto superiore a quello dato agli omicidi di un centinaio di altre figure religiose ammazzate in America Latina da governi amici degli Usa dalla fine della seconda Guerra Mondiale ad oggi.1

E’ conveniente e sicuro concentrare il focus dei media su una vittima “degna”, mentre raccontare con cura come sono morti quegli altri cento preti avrebbe richiesto uno sforzo di ricerca costoso e pericoloso che, tra l’altro, avrebbe dato fastidio al Dipartimento di Stato. A guardare bene, scegliere di dare questo genere di notizie in modo così particolareggiato (sollevando indignazione) per una vittima politicamente utile e ignorare quasi del tutto tanti altri omicidi simili, compiuti dall’establishment politico, o cercare di minimizzarli o non parlarne del tutto è una pratica molto vicina a dare una notizia falsa.

Dare notizie false sulla Russia è una tradizione per il Times che risale almeno fino alla rivoluzione del 1917. In uno studio classico sulla copertura data dalla stampa alla Russia da febbraio 1917 a marzo 1920, Walter Lippmann e Charles Merz hanno scoperto che “Dal punto di vista del giornalismo professionale, la cronaca sulla rivoluzione russa fu un disastro. Su certe questioni essenziali l’effetto fu quasi sempre fuorviante e le notizie fuorvianti sono peggio che non dare notizie … (I giornali) Possono essere ragionevolmente accusati di credulità sconfinata e di instancabile prontezza a farsi prendere in giro, e spesso di vera e propria mancanza di buon senso.”2

Lippmann e Merz hanno scoperto che le notizie venivano diffuse con un chiaro orientamento editoriale e la zelante opposizione ai comunisti portò il giornale a raccontare di atrocità mai accadute e prevedere l’imminente collasso del regime bolscevico almeno novantuno volte in tre anni. I giornalisti accettavano acriticamente le dichiarazioni ufficiali e citavano come fonte una “alta autorità” non identificata. Questo era prassi regolare per il Times.

Queste fake news del 1917-20 furono ripetute spesso negli anni seguenti. L’Unione Sovietica restò bersaglio nemico fino alla Seconda Guerra Mondiale, e per tutto il periodo il Times le restò costantemente ostile. Con la fine della guerra e l’emergere dell’Unione Sovietica come rivale militare, e come potenza nucleare, cominciò la Guerra Fredda. Negli Stati Uniti, l’anticomunismo divenne Religione di Stato e l’Unione Sovietica fu considerata, nei discorsi ufficiali e sui media, una minaccia globale che doveva essere urgentemente frenata. Con questa ideologia e con i piani USA per espandere in modo globale il proprio potere, la minaccia comunista aiutò a sostenere una costante crescita del complesso militare-industriale e i ripetuti interventi per contrastare le presunte aggressioni sovietiche.3
Uno dei primi Grandi Crimini: il Guatemala

Uno dei casi più palesi in cui la minaccia sovietica fu sfruttata per giustificare la violenza sponsorizzata dagli Stati Uniti fu il rovesciamento del governo socialdemocratico del Guatemala nel 1954 per mano di un piccolo esercito che invase il paese entrandovi dal Nicaragua di Somoza, che era alleato degli USA. Questa azione fu provocata da certe riforme promosse dal governo che infastidivano gli interessi USA, tra cui una legge del 1947 che consentiva la formazione di sindacati e leggi di buy-back per riacquistare (a prezzo ufficiale) e redistribuire ai contadini parte delle proprietà inutilizzate dalla United Fruit Company e da altri grandi proprietari terrieri. Gli Stati Uniti, che si erano trovati tanto bene durante i 14 anni della precedente dittatura di José Ubico, non potevano tollerare questa sfida democratica, e il governo eletto, guidato da Jacobo Arbenz, fu presto accusato di varie malvagità, basate su un presunta colorazione rossa assunta dal governo guatemalteco.4

Nella campagna di propaganda pre-invasione, i principali media si allinearono con le false accuse di dure repressioni governative, di minacce fatte ai paesi vicini e presa del potere da parte dei comunisti. Il Times riferì ripetutamente di questi presunti abusi e minacce dal 1950 in poi (il mio articolo preferito: “Come i Comunisti presero il controllo in Guatemala” di Sidney Gruson, 1 marzo 1953). Arbenz e il suo predecessore, Juan Jose Arevalo, avevano accuratamente evitato di far aprire ambasciate di paesi del blocco sovietico, temendo rappresaglie USA. Dopo la rimozione di Arbenz e l’instaurazione di una dittatura di destra, lo storico Ronald Schneider, dopo aver studiato 50.000 documenti sequestrati da fonti comuniste in Guatemala, scoprì che non solo i comunisti non avevano mai controllato il paese, ma che l’Unione Sovietica “non spese nemmeno una lira per appoggiare il regime di Arbenz “, perché all’epoca aveva troppi problemi interni per pensare anche all’America centrale.5

Chi salì al governo con il colpo di stato decimò subito i nuovi gruppi sociali formatisi nell’era democratica, principalmente si trattava di organizzazioni di contadini, operai ed insegnanti. Arbenz aveva vinto, con il 65% dei voti, in una libera elezione, ma il “liberatore” Castillo Armas subito dopo vinse con un “plebiscito” del 99,6% dei voti e benché questo sia un risultato familiare nei regimi totalitari, i media mainstream ormai già avevano perso interesse per il Guatemala, e parlarono a malapena di questo risultato elettorale. Il Times nel 1950 aveva sostenuto che la politica USA in Guatemala “non stava cercando di bloccare il progresso sociale ed economico del paese, ma era interessata che il paese diventasse una democrazia liberale” .6 E nemmeno in seguito, i redattori del Times si accorsero che il risultato della politica USA era precisamente il “blocco del progresso sociale ed economico”, e che aveva installato un regime di terrore reazionario.

Nel 2011, più di mezzo secolo dopo il 1954, il Times riferì che il presidente guatemalteco Alvaro Colom si era scusato per quel “Grande crimine”, per il violento rovesciamento del governo Arbenz che fu “un atto di aggressione a un governo che iniziava una sua primavera democratica” .7 L’articolo dice anche che, secondo il presidente Colom, la famiglia Arbenz sta “aspettando le scuse dagli USA per il ruolo svolto nel Grande crimine”, ma il Times non ha mai presentato le sue scuse e nemmeno ha riconosciuto il proprio ruolo nel Grande Crimine.
Un altro grande crimine: il Vietnam

Le Fake-News abbondavano sul Times e su altre pubblicazioni main-stream durante la guerra del Vietnam. La percezione comune è che i giornalisti raccontavano la guerra in modo fuorviante e essenzialmente falso.
In Without Fear or Favor, l’ex-reporter del Times Harrison Salisbury riconobbe che nel 1962, quando l’intervento USA ebbe una escalation, il Times fu “profondamente e coerentemente” favorevole alla politica di guerra.8 e che il giornale divenne progressivamente più critico dopo il 1965, culminando poi con la pubblicazione dei Pentagon Papers nel 1971. Ma Salisbury non riconosce che dal 1954 ad oggi, il Times non ha mai abbandonato la sua visione e il suo vocabolario da Guerra Fredda, secondo cui gli Stati Uniti avevano solo opposto resistenza alle “aggressioni” di un’altra nazione e stavano proteggendo “il Vietnam del Sud “. Il giornale non ha mai usato il termine aggressione per questo paese, ma lo ha usato liberamente riferendosi alle azioni fatte dal Vietnam del Nord e a quelle del Fronte di liberazione nazionale nella parte Sud del Vietnam.

Le varie pause ai bombardamenti concesse dagli USA nel 1965 e dopo, per “dare una possibilità alla pace” servirono anche per costruire notizie false, in quanto l’amministrazione Johnson usava queste pause temporanee per placare le proteste interne contro la guerra, mentre facevano capire in modo chiaro ai vietnamiti che gli Stati Uniti chiedevano una loro resa totale. Il Times ed i suoi colleghi hanno ingoiato l’amo del governo senza nemmeno fiatare o dire una parola di dissenso.9

Inoltre, benché dal 1965 in poi il Times era più disponibile a pubblicare report che mettessero la guerra in una luce meno favorevole, non si è mai rotta la sua forte dipendenza dalle fonti ufficiali, né si è incrinata la sua riluttanza a parlare dei danni provocati al Vietnam e alla sua popolazione civile dalla macchina della guerra USA. Comportandosi in modo diametralmente opposto alla sua ricerca appassionata sui rifugiati cambogiani che scappavano dai Khmer rossi dopo l’aprile 1975, il giornale raramente ha cercato qualche testimonianza sui milioni di profughi vietnamiti in fuga dai bombardamenti degli Stati Uniti e dalla guerra chimica. Anche nei suoi articoli di approfondimento, la nuova linea lasciava spazio solo a commentatori che accettavano il presupposto della guerra e si limitavano a critiche su problemi tattici e ai costi interni. Dall’inizio alla fine della guerra chiunque criticasse la guerra e la definisse una campagna immorale di pura aggressione fu sempre escluso dal dibattito. 10
Il tentativo di assassinare il Papa nel 1981

Ulteriore impulso fu dato dai media mainstream alla propaganda della Guerra Fredda, con il tentato omicidio di Papa Giovanni Paolo II a Roma nel maggio 1981. In un’epoca in cui l’amministrazione Reagan cercava di demonizzare l’Unione Sovietica come “impero del male”, i colpi sparati al papa dal fascista turco Ali Agca furono presto collegati a Mosca, con l’aiuto della confessione di Agca – dopo diciassette mesi di prigionia, dopo interrogatori, minacce, istigazioni – che dichiarò ai media che c’erano bulgari e KGB sovietico dietro l’attentato.

Nessuna prova credibile confermò questa connessione, le affermazioni non erano plausibili e la corruzione nel processo fu notevole. (Inoltre Agca spesso diceva di essere Gesù Cristo.) La causa contro i bulgari (e implicitamente contro il KGB) fu persa anche nel quadro giudiziario estremamente prevenuto e politicizzato dell’Italia. Ma il Times prese quelle affermazioni per buone e le dedicò una attenzione prolungata, intensa e assolutamente indiscussa, così come la maggior parte dei media USA.

Durante le udienze del Senato del 1991 per la nomina di Robert Gates alla guida della CIA, l’ex ufficiale, Melvin Goodman, testimoniò che la CIA sapeva fin dall’inizio che le confessioni di Agca erano false, perché aveva “ottime entrature” nei servizi segreti bulgari. Il Times omise di riportare questa affermazione nell’articolo sulla testimonianza di Goodman. Durante lo stesso anno, quando la Bulgaria era parte del “mondo libero”, l’analista conservatore Allen Weinstein ottenne il permesso di riesaminare i file dei servizi segreti bulgari sul tentativo di assassinio. Queste nuove indagini furono riportate dalla stampa ed anche sul Times, ma quando Weinstein concluse di non aver trovato nulla che coinvolgesse Bulgaria o KGB, molti giornali, incluso il Times, ritennero che quelle conclusioni non fossero più degne di fare notizia.
Il Gap Missilistico

Dal 1975 al 1986, gran parte delle notizie sul presunto “divario missilistico” tra USA e URSS era poco più di una notizia falsa ed i giornalisti del Times alimentavano un flusso costante di dichiarazioni ufficiali che infiammavano gli animi. Un caso importante si verificò verso la metà degli anni ’70, quando i falchi della destra dell’amministrazione Ford tentavano di intensificare la Guerra Fredda e la corsa agli armamenti. Un rapporto della CIA del 1975 aveva scoperto che i sovietici puntavano solo alla parità nucleare, ma questo non bastava, così il capo della CIA George H. W. Bush nominò una nuova squadra di espertoni che presto scoprì che i sovietici invece stavano ottenendo una superiorità nucleare e si preparavano a combattere una guerra nucleare. Questo cosiddetto rapporto della squadra B fu preso così com’era e riportato in un articolo da prima pagina dal Times del 26 dicembre 1976, da David Binder. Nessuno notò i suoi pregiudizi politici o i motivi per cui stava pubblicando un’ informazione per cui non aveva nemmeno fatto la mossa di consultare esperti con opinioni divergenti. La CIA alla fine nel 1983, ammise che i calcoli del Team B erano delle invenzioni. Ma per tutto quel periodo, il Times sostenne la necessità della militarizzazione, diffondendo false informazioni, in gran parte confutate in modo convincente da Tom Gervasi nel suo classico “The Myth of Soviet Military Supremacy” un libro che divenne un classico mai recensito sul Times.
La Yugoslavia e l’ “Intervento Umanitario”

Negli anni ’90 le guerre di smantellamento della Jugoslavia riuscirono a rimuovere dal potere un governo indipendente e a sostituirlo con quel che restava di uno stato serbo e con altri stati, poveri, instabili e falliti in Bosnia e in Kosovo. Riuscirono anche a dare un sostegno ingiustificato al concetto di “intervento umanitario”, basato su una massa di false dichiarazioni e su rapporti di parte. Il demonizzato leader serbo Slobodan Milošević non era un ultra-nazionalista che voleva una “Grande Serbia”, ma piuttosto un leader non allineato sulla lista nera degli occidentali che cercò di aiutare le minoranze serbe in Bosnia, Croazia e Kosovo a restare in Jugoslavia mentre USA e UE volevano una divisione legalmente discutibile e la costituzione di diverse repubbliche jugoslave.

Milošević appoggiò tutti gli insediamenti che vennero fuori da questi conflitti e che furono sabotati da bosniaci e americani che volevano condizioni migliori o la sconfitta militare totale della Serbia, cosa che alla fine ottennero. Milošević non ebbe niente a che fare con il massacro di Srebrenica di luglio 1995, dove i serbi bosniaci si vendicarono dei soldati musulmani bosniaci che stavano devastando i vicini villaggi serbo-bosniaci partendo dalla base – sotto protezione NATO – di Srebrenica. Delle migliaia di morti civili serbi nessuno parlò sui media main-stream, mentre si parlò molto del numero delle vittime giustiziate a Srebrenica, che fu gonfiato.11
L’Era di Putin

L’establishment politico americano fu scioccato e deliziato dalla caduta dell’Unione Sovietica nel 1989-91, e fu ugualmente compiaciuto delle politiche del presidente Boris Eltsin, un cliente virtuale degli USA, sotto il cui governo i russi vissero una disastrosa caduta del loro standard di vita , mentre un piccolo gruppo di oligarchi riuscì a saccheggiare le rovine dello stato. La vittoria elettorale di Eltsin nel 1996, molto appoggiata da consulenti, consiglieri e soldi degli Stati Uniti, fu chiamata, dai redattori del Times, “Una vittoria per la democrazia russa”. 12

Loro non furono affatto disturbati né da quella corruzione elettorale, né dalla nascita di una oligarchia economica basata su una grande ruberia né, poco dopo, dalle nuove regole che centralizzavano tutto il potere in mano al presidente. 13

Il successore di Eltsin, Vladimir Putin, abbandonò gradualmente questo asservimento agli interessi dell’occidente e quindi fu percepito come minaccia. La sua rielezione nel 2012, sebbene sicuramente meno immorale di quella riportata da Eltsin nel 1996, fu aspramente criticata dai media USA. L’editoriale del “Times” del 5 maggio 2012 titolava “uno schiaffo in faccia” agli osservatori europei della Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione, dato dalle proteste di “migliaia di manifestanti antigovernativi riuniti in piazza a Mosca per cantare ” Russia senza Putin”.14

Dopo l’avvelenata vittoria di Eltsin nel 1996 però il Times non parlò di nessuna “sfida alla legittimità”.

La demonizzazione di Putin si intensificò con la crisi ucraina del 2014 , con la successiva guerra di Kiev nella parte est dell’Ucraina, con l’appoggio russo dato alla Resistenza, e con il referendum della Crimea ed il suo assorbimento da parte della Russia. Tutto questo fu dichiarato “aggressione” da parte degli Stati Uniti e dei suoi alleati e clienti, furono imposte sanzioni alla Russia, ed avviata una intensa attività militare USA-NATO ai confini della Russia. Le tensioni crebbero ulteriormente con l’abbattimento del volo Malaysia Airlines 17, sull’Ucraina sud-orientale – prontamente, ma quasi sicuramente falsamente, addossato a ribelli “filo-russi” e alla stessa Russia. 15

Le ostilità anti-russe si infiammarono ulteriormente per l’escalation degli interventi in Siria dal 2015 in poi, a sostegno di Bashar al-Assad e contro le forze ribelli guidate dall’ISIS e da al-Nusra, una propaggine di al-Qaeda. Gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO in Medio Oriente per diversi anni avevano aggredito la Siria, con una alleanza de-facto con al-Nusra e con altre fazioni islamiche estremiste. L’intervento russo ha invertito questa tendenza, frustrando gli obiettivi USA e sauditi che volevano il cambio di regime contro Assad e tacitamente indebolendo gli alleati degli USA.

Il Times ha trattato questi sviluppi senza riserve come apologetici – il colpo di stato a Kiev di febbraio 2014 – che non ha mai chiamato colpo-di-stato, per il ruolo che ebbero gli USA nel rovesciamento del governo eletto di Victor Yanukovych, ma manifestò rabbia e orrore per il referendum in Crimea e per l’assorbimento russo, che non ha mai riconosciuto come risposta difensiva al colpo di stato di Kiev. La sua richiesta di punire l’ “aggressione” russa senza morti in Crimea è in netto contrasto con la sua difesa dell’aggressione americana “voluta” (non difensiva) in Iraq dal marzo 2003 che causò un milione e più di vittime . I giornalisti del Times condannano il disprezzo di Putin per il diritto internazionale, ma non condannano mai il proprio paese per le ripetute violazioni di quella stessa legge.16

Nelle rubriche di indagine e di opinione del Times, la Russia viene regolarmente assalita definendola espansionista e minaccia per i suoi vicini, ma praticamente non si accenna mai all’espansione della NATO fino ai confini russi e al posizionamento di armi anti-missile in Europa orientale – mandate dopo aver detto che erano solo la risposta a una minaccia missilistica dell’Iran! Analisi fatte dallo scienziato politico John Mearsheimer e dallo studioso della Russia Stephen F. Cohen che facevano notare questa avanzata della NATO non hanno trovato posto sulle pagine di opinione del Times.17 Invece Maria Alyokhina, una delle Pussy Riot, il gruppo punk rock, ha incontrato il comitato editoriale del Times 18, per denunciare Putin e la Russia. Tra il 1° gennaio e il 31 marzo 2014, il giornale ha pubblicato ventitré articoli sulle Pussy Riot e il loro presunto significato come simbolo della limitazione della libertà di parola in Russia. Le Pussy Riot avevano interrotto un servizio religioso e poi erano state fermate dalla polizia, su richiesta delle autorità ecclesiastiche. Ne è seguita una pena detentiva di due anni. Nel frattempo, a febbraio 2014, suor Megan Rice, una suora di ottantaquattro anni, è stata condannata a quattro anni di carcere perché, come protesta simbolica, nel 2012 era entrata in un sito di armi nucleari USA. The Times ha riportato questa notizia con una breve nota nella sezione National Briefing, con il titolo “Suora del Tennessee condannata per la sua protesta sulla pace”. Nessun editoriale e nessun incontro con il consiglio di amministrazione per Sister- Rice.

Ci sono manifestanti degni e altri indegni, proprio come le vittime.

In Siria, con l’aiuto russo, l’esercito di Assad e le milizie alleate sono state capaci di cacciare i ribelli da Aleppo, con grande sgomento di Washington e dei principali media. È illuminante vedere i resoconti sulle vittime civili ad Aleppo, con foto di bambini abbandonati e storie sulle sofferenze e le privazioni dei civili espressa dal Times e la sua indignazione per la disumanità di Putin-Assad, tutto il contrario del silenzio virtuale tenuto dallo stesso giornale in occasione della strage di vittime civili a Falluja nel 2004 e, più recentemente, nelle zone ribelli della Siria, e nella città irachena di Mosul, quando fu attaccata dagli Stati Uniti e dai suoi alleati.19

Il diverso trattamento delle vittime degne e indegne ha funzionato egregiamente quando il Times ha parlato della Siria.

Possiamo trovare un altro segno di russofobia acuta nei dibattiti presidenziali di ottobre 2016, quando Hillary Clinton dichiarò che Donald Trump, come presidente, sarebbe stato un “burattino” di Putin, un tema che nella sua campagna ha ribadito più volte. Questa enfasi è aumentata dopo le elezioni, con l’aiuto dei media e dei servizi di intelligence, mentre il partito dei Clinton cercava di spiegare la sconfitta elettorale, per cercare di mantenere il controllo del partito e forse anche per ribaltare il risultato elettorale nei tribunali o nei colleggi elettorali, dicendo che Trump aveva vinto per l’interferenza dei russi.

Un importante impulso per la connessione-Putin è arrivato con la pubblicazione, nel gennaio 2017, del rapporto Background of Assessing Russian Activities and Intention in Recent US Elections dell’Ufficio del Director of National Intelligence (DNI). Più della metà di questo breve documento è dedicato alla RT News sponsorizzata dalla Russia, che viene indicata come una fonte illegittima di propaganda. L’organizzazione dovrebbe far parte della “influence campaign” della Russia [che] aspirava a dare una mano al presidente eletto Trump, possibilmente, discreditando il segretario Clinton e mettendola in cattiva luce verso il presidente eletto. “Non c’è nessuna ombra di prova che si sia trattato di una “campagna” programmata, piuttosto che una continua espressione di opinioni e notizie. Gli stessi standard che sono serviti per identificare una “campagna di influenza” russa potrebbero servire con uguale forza per identificare il trattamento riservato dai media USA e da Radio Free Europe durante qualsiasi elezione russa – e, naturalmente, l’intervento diretto degli USA nelle elezioni del 1996 – diretto e andato molto oltre una semplice “influenza” sulla campagna.

Per quanto riguarda un intervento russo più diretto sulle elezioni USA, gli autori del DNI ammettono l’assenza di “prove concrete”, ma in realtà non forniscono nemmeno prove del tipo … asserzioni, ipotesi o supposizioni speculative. “Abbiamo accertato che … Putin ha ordinato una campagna di influenza nel 2015” – scrivono – con l’intento di sconfiggere la signora Clinton e “per minare la fiducia nel processo democratico degli Stati Uniti”, ma non forniscono nessuna prova sull’esistenza di questo ordine. Il rapporto inoltre non contiene nessuna prova che la Russia abbia hackerato le comunicazioni del Democratic National Committee (DNC) o le e-mail della Clinton e dell’ex manager della sua campagna, John Podesta, o che abbia fornito informazioni compromettenti a Wikileaks. Julian Assange e l’ex diplomatico britannico Craig Murray hanno ripetutamente affermato che queste notizie sono trapelate da addetti ai lavori locali, non sono arrivate dall’esterno. Anche esperti veterani di intelligence come William Binney e Ray McGovern sostengono che le prove di WikiLeaks sono trapelate dall’interno e non hackerate da enti esterni..20 È anche degno di nota il fatto che delle tre agenzie di intelligence che hanno firmato il documento della DNI, la NSA, l’agenzia che più probabilmente poteva disporre delle prove dell’ hackeraggio russo e che l’avrebbe trasmesso poi a WikiLeaks, così come qualsiasi altro “ordine” di Putin, ha espresso “moderata fiducia” nei risultati del documento.

Ma dopo aver creduto che i rossi governavano il Guatemala, che i sovietici stessero superando gli USA nella corsa per i missili o che il KGB complottava per assassinare il papa, il Times ha creduto che fosse vero anche l’hackeraggio dei russi, prendendolo come un dato di fatto, nonostante l’assenza di prove concrete. Il reporter del Times, David Sanger, fa riferimento ad un “resoconto schiacciante e sorprendentemente dettagliato sugli sforzi della Russia per indebolire il sistema elettorale americano”, per poi riconoscere che il rapporto pubblicato “non contiene informazioni su come le agenzie siano … giunte alle loro conclusioni”.21 Il rapporto stesso registra la sorprendente affermazione che “non si intende che i pareri espressi siano confermati da prove che dimostrino dei dati di fatto”. Inoltre, se il rapporto fosse stato basato su “intercettazioni di conversazioni” e su dati informatici compromettenti – come affermano Sanger e il DNI – perché il DNI ha omesso di citare una singola conversazione con i presunti ordini e piani di Putin?

Il Times non ha mai citato o dato spazio a William Binney, Ray McGovern o Craig Murray, le autorità dissidenti più influenti sulla tecnologia degli hacker, sulla loro metodologia e sulle specifiche degli hacker di DNC. Ma il Times ha trovato spazio per un editoriale di Louise Mensch “What to Ask about Russian Hacking”. La Mensch è una nota teorica della cospirazione senza nessun background tecnico, descritta dagli scrittori Nathan Robinson e Alex Nichols come una che “passa la maggior parte del suo tempo su Twitter scrivendo deliranti denunce di eserciti immaginari di “Putin-bots” online, che l’hanno resa “una delle persone meno credibili su Internet”. 22 Ma viene ospitata dal Times perché dice cose che contrastano le informazioni credibili e documentate di Binney e Murray, e segue la linea del partito, che seguono il presupposto di un hackeraggio dei russi, come dice il DNC.

L’ impudente intervento della CIA nel processo elettorale nel 2016 e nel 2017 ha aperto nuovi orizzonti nella politicizzazione dell’agenzia. Nel mese di agosto 2016 l’ex capo della CIA Michael Morell ha annunciato in un editoriale: “Ho gestito la C.I.A e adesso sostengo Hillary Clinton” e l’ex capo della CIA Michael Hayden ha pubblicato un editoriale sul Washington Post pochi giorni prima delle elezioni, dal titolo “Ex capo della CIA: Trump è un inutile marionetta della Russia”. Ma Morell aveva già fatto un altro editoriale sul Times il 6 gennaio, aggredendo apertamente il nuovo presidente. Questi attacchi, indiscutibilmente offensivi per Trump e pieni di lodi per la Clinton, servivano per ritrarre Trump come un traditore ma anche a chiarire che la posizione più combattiva della Clinton contro Siria e Russia era preferibile di gran lunga alla disponibilità di Trump verso la negoziazione e la cooperazione con la Russia.

Questo era anche vero per lo scandalo sulla telefonata del portavoce della Defence Intelligence-nominato da Trump, Michael Flynn, con l’ambasciatore russo, in cui avrebbe discusso di azioni politiche dell’amministrazione entrante. Le possibilità politiche di questi fatti sono state colte al volo dal personale-uscente del Security di Obama e dai media mainstream, con l’FBI che interrogava Flynn e con le tante espressioni di orrore per quello che aveva fatto Flynn, denunciandolo per essersi esposto al ricatto russo. Ma questi incontri della pre-inaugurazione con i diplomatici russi erano “pratica comune” – secondo Jack Matlock, ambasciatore USA in Russia sotto Reagan e Bush – tanto che lo stesso Matlock aveva organizzato personalmente uno di questi incontri per Jimmy Carter.23 Anche l’ambasciatore di Obama in Russia, Michael McFaul, ha ammesso di aver visitato Mosca per colloqui nel 2008, prima delle elezioni. Daniel Lazare con questi esempi ha dimostrato, non solo che l’illegalità e la minaccia di ricatto dei russi sono inverosimili, ma che l’interrogatorio dell’FBI a Flynn puzza di trappola. “Eppure i liberal anti-Trump stanno cercando di convincere la gente che quello che succede è “peggio del Watergate”. 24

Il punto politico del rapporto DNI sembra essere collegare gli affari dell’amministrazione Trump con la Russia. Certi analisti che non lavorano per i mainstream hanno detto che potremmo essere stati testimoni di incipiente incidente di spionaggio o di colpo di stato nel palazzo che non sono riusciti concretamente ma che comunque hanno avuto l’effetto desiderato, cioè indebolire la nuova amministrazione.25 Il Times non ha detto una sola parola di critica su questa politicizzazione e intervento nel processo elettorale da parte delle agenzie di intelligence, e in effetti gli editori hanno lavorato con loro e con il Partito Democratico come una squadra affiatata in un programma chiaramente anti-democratico progettato per minare o invertire i risultati delle elezioni del 2016, con il pretesto di presunte interferenze elettorali straniere.

Il Times ed i media mainstream in generale hanno anche appena menzionato il fatto imbarazzante che le presunte comunicazioni hackerate delle e-mail di DNC e Clinton e Podesta hanno rivelato fatti non contestati sulle vere manipolazioni elettorali della campagna Clinton, fatti che il pubblico aveva il diritto di conoscere e solo questo avrebbe influito sui risultati delle elezioni. L’attenzione sulle affermazioni prive di evidenza di un’intrusione hacker russa ha contribuito a distogliere l’attenzione dai veri abusi elettorali rivelati dal materiale di WikiLeaks. Anche in questo caso, le notizie false ufficiali e tradizionali hanno contribuito a seppellire le notizie reali.

Un’altra freccia nella faretra della Russofobia è stato un “dossier” di intelligence privato compilato da Christopher Steele, un ex agente dei servizi segreti britannici che lavorava per la Orbis Business Intelligence, una società privata contrattata dal DNC per scavare tra le sozzerie di Trump. Il primo rapporto di Steele, consegnato a giugno 2016, riportava parecchie serie accuse contro Trump, in particolare sul fatto che Trump era stato colto durante qualche scappatella a Mosca – offerta dal Cremlino guidato da Putin – per almeno cinque anni, per seminare discordia all’interno dell’establishment politico USA e perturbare l’alleanza occidentale. Questo documento era basato su presunte conversazioni di Steele con sedicenti diplomatici (russi): cioè, rigorosamente su testimonianze per sentito dire, le cui affermazioni, ove verificabili, a volte erano sbagliate.26 Ma si diceva solo quello che democratici, media mainstream e CIA volevo sentire, e che di conseguenza certi addetti della Intelligence dichiararono “credibili”, quindi ben accolte dai media. Il Times si è in qualche modo impegnato a collaborare in questa campagna pacchiana definendo il rapporto “non verificato”, ma malgrado ciò ha riferito tutto quello che c’era scritto.** 27

Il dossier Steele è diventato anche una parte centrale delle indagini e delle udienze sul “Russia-gate ” tenuto dalla House Intelligence Committee a partire da marzo 2017 e guidato dal rappresentante democratico Adam Schiff. Mentre basava la sua dichiarazione di apertura su un dossier pieno di dicerie, Schiff non si chiedeva chi avesse finanziato il lavoro di Steele, chi fosse Steele, chi fossero esattamente i russi di cui si citano i nomi e quanto fossero stati pagati. Sembra però che parlare con i russi su un progetto che può influenzare una elezione presidenziale americana sia assolutamente accettabile se il candidato che ne trae vantaggio è un anti-russo!

Il Times ha avuto un ruolo importante in questa ultima ondata di russofobia, che ricorda la sua performance degli anni 1917-20 in cui – come dissero Lippmann e Merz nel 1920 – “una credulità sconfinata ed una instancabile prontezza a essere preso in giro” caratterizzava il processo di produzione delle notizie . Mentre accennava all’ammissione della CIA che non c’erano prove concrete, si parlava di “prove circostanziali” e di “possibilità”, il Times era felice di descrivere dettagliatamente queste possibilità e tutte le implicazioni che potrebbero produrne.28 Sia gli editoriali che gli articoli erano calibrati uniformemente sulla falsa supposizione che l’hackeraggio russo fosse provato, e che i russi avessero passato questi dati a WikiLeaks, altra cosa non dimostrata e strenuamente negata da Assange e Murray.

Il Times è arrivato testa a testa con il Washington Post nel creare agitazione per la guerra della informazione russa e per l’illecito coinvolgimento di Trump. Il Times ora mischia agevolmente le notizie false con qualsiasi critica alle istituzioni costituite, come l’articolo di Mark Scott e Melissa Eddy del 20 febbraio 2017 “Europe Combats a New Foe of Political Stability: Fake News” . 29 Ma la cosa più straordinaria è il modo uniforme con cui tutti i giornalisti della carta stampata hanno accettato come dato di fatto le affermazioni della CIA per cui i russi hanno fatto hackeraggio ed hanno trasmesso dati a Wikileaks, che esista una possibilità o una probabilità che Trump sia un burattino di Putin e che sia urgente la necessità di un’indagine del Congresso ma una indagine che “non sia di parte” su queste affermazioni.

Questo credo nella nuova linea del partito della guerra è stato accolto a braccia aperte dai media liberals. Sia il Times che il Washington Post hanno dato il loro tacito sostegno all’idea che queste “false notizie” debbano essere frenate, probabilmente da una qualche forma di auto-censura organizzata dai media o da un intervento del governo che dovrebbe almeno occuparsi di queste falsità.

L’episodio mediatico più notevole di questa campagna anti-influence è stato il pezzo di Craig Timberg sul Post , “Gli esperti dicono che gli sforzi della propaganda russa hanno aiutato a diffondere notizie false durante le elezioni” articolo che conteneva il rapporto di un gruppo di esperti “anonimi” una entità chiamata PropOrNot che sosteneva di aver identificato duecento siti web che, consapevolmente o no, ” spacciavano propaganda russa “. Mentre calunniavano questi siti web, molti dei quali erano agenzie di stampa indipendenti il cui unico punto in comune era una posizione critica nei confronti della politica estera USA , gli “esperti anonimi” si rifiutavano di identificarsi, forse per paura di essere “presi di mira da legioni di hacker esperti”. Come ha scritto il giornalista Matt Taibbi, “Vuoi mettere sulla lista nera centinaia di persone, ma non vuoi metterci il tuo nome ? Take a hike – Fatti una passeggiata. “30 Ma il Post ha accolto e condiviso questo sforzo di McCartite, che potrebbe facilmente essere un prodotto della guerra informativa fatta dal Pentagono o dalla CIA. (E loro si che sono ben finanziate e ben introdotte nell’industria della propaganda).

Il 23 dicembre 2016, il presidente Obama ha firmato il Portman-Murphy Countering Disinformation and Propaganda Act, che probabilmente permetterà agli USA di combattere più efficacemente la propaganda e la disinformazione straniera (cioè russa e cinese). Incoraggerà maggiori sforzi di contropropaganda dalla pubblica amministrazione e darà soldi a entità non governative per aiutare il governo in questa impresa. È chiaramente un seguito alle affermazioni di hackeraggio e propaganda russe e condivide lo spirito di quell’elenco dei duecento pubblicati sul Washington Post. (Forse adesso PropOrNot si farà riconoscere e chiederà un sussidio e potrà anche allungare la sua lista.) I liberals non si sono pronunciati su questa nuova minaccia alla libertà di parola, indubbiamente influenzati dalla paura delle notizie- false e dalla propaganda che viene dalla Russia. Ma potranno ancora prenderne atto, anche se tardivamente, quando Trump o qualcuno dei suoi successori lo farà funzionare meglio e contro il loro concetto di notizie false e di propaganda.

Il successo della campagna del partito della guerra per contenere o per invertire qualsiasi tendenza che possa allentare le tensioni con la Russia si è reso drammaticamente evidente con l’immediato bombardamento fatto dall’amministrazione Trump come risposta ai morti provocati dalle armi chimiche siriane del 4 aprile 2017. Il Times e altri giornalisti e giornalisti mainstream hanno salutato questa mossa aggressiva con un entusiasmo quasi uniforme, e ancora una volta non hanno chiesto nessuna prova sulla colpevolezza di Assad, se non le dichiarazioni del governo.31 Il bombardamento ha creato danni sia a Assad che alla Russia, ma è stato utile per i ribelli. Ma i media mainstream non chiedono mai cui prodest? in casi come questo?

Nel 2013, un’accusa simile contro Assad – che portò gli Stati Uniti sull’orlo di un bombardamento su vasta scala in Siria si rivelò una false flag operation, e certe autorità ritengono che anche questo sia un caso altrettanto problematico.32 Comunque, Trump si è mosso rapidamente (e illegalmente), infliggendo un duro colpo a qualsiasi ulteriore avvicinamento tra Stati Uniti e Russia.

La CIA, il Pentagono, i leader democratici e il resto del partito della guerra hanno vinto un’importante battaglia nella lotta per la guerra permanente

Edward S. Herman ha scritto ampiamente di economia, politica estera e media.

Fonte: https://monthlyreview.org


1.07.2017

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di BOSQUE PRIMARIO

Nota (Comedonchisciotte): Edward S. Herman è morto l’11 novembre 2017. Un cenno della sua opera è fornito nel nostro precedente articolo: Facebook o Russia: Chi è la vera minaccia ?

PEr leggere tutte le note vi rimandiamo all’articolo tradotto: cliccate QUI

Deserto italiano


di Marcello Veneziani

Durano sempre meno i matrimoni degli italiani e figliano sempre meno, vanno via sempre di più dall’Italia e dipendono sempre più da smartphone e affini.

Ma la politica italiana si aggira come una iena tra i morti, s’intrattiene intorno all’eutanasia e si dedica nel fine-legislatura al fine-vita, col biotestamento. Allegria.

Non dirò come Salvini che bisogna occuparsi dei vivi più che dei morenti. Noto soltanto che brutta aria, che clima malato, si respira in un paese in ritirata dalla vita, dalla nascita, da se stesso. Un paese che riesce a progettare qualcosa solo in relazione alla morte.

Eppure un tempo, che non è poi così lontano, eravamo un paese brioso, il più allegro dei popoli, secondo gli stereotipi diffusi nei secoli.

Eravamo il paese del familismo, ossia il paese che, per Longanesi, sventolava una bandiera nazionale, “Tengo famiglia”. Eravamo il paese che faceva più figli, famiglie numerose e in fondo unite, prole per le strade, i’ criature e i guagliune dappertutto. Eravamo un paese da passeggio, che popolava le strade, gremiva le piazze, loquace e conviviale, anche tra sconosciuti, soprattutto da Roma in giù.

Cos’è accaduto di così devastante nel giro di pochi decenni che ci ha ridotto così, con quelle statistiche tetre, quegli orizzonti cupi e il record occidentale del vecchiume ma non della buona vecchiaia?

La mutazione antropologica, dicono i colti. Vorrei correggere, la mutilazione antropologica, la perdita dei flussi vitali. O peggio, la mortificazione antropologica, fino alla depressione di massa, con episodi di incattivimento individuale o in branco.

Se qualcuno volesse reagire a questa tendenza, volesse intraprendere un cammino inverso per invertire la marcia (funebre) della nostra società, dove troverebbe punti di ritrovo, di ristoro e di sostegno, luoghi in cui ricominciare daccapo, in cui agire sulla mentalità e sulla visione della vita, oltre che sui dispositivi legali, economici e sociali per favorire la svolta?

Non trova nulla, il deserto. Al più si dà allo yoga e a pilates…

In ambito civico, politico e sociale non c’è nulla su cui poggiare, a cui riferirsi. Movimenti, partiti, patronati. In ambito religioso c’è la chiesa imbergoglita che ha una sola priorità: i non cristiani, i non italiani, i non europei. Africa first.

Del declino cristiano, europeo, italiano – spirituale e demografico, nuziale e famigliare – non se ne occupa più organicamente, non è una priorità.

Trovate allora altre agenzie morali e sociali in grado di supplire alla carenza in questi campi, o almeno luoghi di socializzazione in cui mettere insieme gli italiani isolati, abbandonati alle loro ciambelle di salvataggio, i telefonini. Niente. In giro solo mangerie, compagnie telefoniche e agenzie immobiliari…

Le crisi non spaventano, anche le più terribili. L’odore di morte che si respira in giro può essere mitigato ricordandoci che la vita è un continuo morire e nascere di storie. Non finisce il mondo, finisce un mondo.

Quel che è terribile nei nostri giorni non è la radicalità e la profondità della crisi, ma l’assenza di reazioni, la totale accettazione di quel che sta accadendo, la penosa ritirata in se stessi, barricandosi nei propri egoismi a raggio breve, perché fuori non c’è nulla.

Mangime, tatuaggi e gratta-e-vinci. Quel che dà un tenore e uno spessore speciale al tempo che viviamo non è il quadro fosco da cui siamo partiti ma il fatto che non ci sia nemmeno un accenno per frenare, rovesciare, ripensare quantomeno, questa tendenza.

Non spaventano i draghi fiammeggianti ma l’assenza di cavalieri disposti a fronteggiarli. Un paese muore e la gente gioca a candy crash.

MV, Il Tempo 30 novembre 2017

Caffè killer e mucche sulle scale: 10 stranezze che si possono trovare nei condomini russi


Se siete stati almeno una volta all’interno di un edificio russo, sapete di cosa stiamo parlando… A volte i vicini di casa si rivelano persone davvero bizzarre!

Questo è ciò che succede quando ci sono sei appartamenti… ma solamente cinque buche per le lettere! A quanto pare gli inquilini del quinto e sesto appartamento devono conoscersi piuttosto bene!






Один на двоих







2 I russi sono grandi appassionati di arte. Ma cosa direbbe Leonardo Da Vinci se vedesse questa cosa?






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3 A volte capita di avere dei vicini di casa davvero strani… Ma ritrovarsi davanti una mucca sulle scale di casa, forse è davvero troppo!


4 Indovinate cosa succede quando non si ha un garage?






Два вопроса: как и зачем?






5 E poi si sale in ascensore e ci si rende conto che per spingere un bottone bisogna prima risolvere un rebus…













6 Non sempre le cose sono così semplici come si crede






Все не так просто, как кажется )






7 A quanto pare la legge non consente di guidare ad altezze così estreme!






В лифте МАШИНЫ НЕ ПАРКОВАТЬ!






8 Prendere l’ascensore non è mai stato così difficile! Fate attenzione al caffè killer!













9 Se dimenticate di pagare le tasse in Russia ci sarà qualcuno che ve lo ricora. “Ciao Sergej, dove sei? Sono l’erario. Ti troverò!”






Ты где?



10 E questo è probabilmente quello che avrebbe fatto Sergej… se non avesse voluto farsi trovare!

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