17 novembre 2017

L'onestà intellettuale



E' chiaro che il pensiero dà fastidio...il pensiero come l'oceano non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare.
Così stanno bruciando il mare. Così stanno uccidendo il mare. Così stanno umiliando il mare. Così stanno piegando il mare.

- Com'è profondo il mare-

L’importanza dell’onestà intellettuale?! Una virtù nobile e in estinzione, quotidianamente sopraffatta dalla comune e banale idea di onestà. Ma è sufficiente comportarsi onestamente per essere definito un uomo onesto?

Onestà, infatti, è una parola abusata. Dovrebbe essere una virtù attiva e non passiva. Onestà dovrebbe essere solo ciò che è figlio di una volontà consapevole, figlio di una ragione, non figlio di una costrizione o peggio ancora di un timore. Insomma non si può definire onesto uno studente che è incapace a copiare, come non si può definire onesto un politico che è incapace a rubare. Non si può definire onesto il lavoratore dipendente che paga le tasse sul lavoro, poiché non ha alcun modo di evaderle. Di certo non si può nemmeno pensare che tutti gli uomini siano corruttibili di fronte a “un’occasione”.

Se dunque è fuorviante misurare l’onestà di un uomo sulla base dei suoi comportamenti, quale altro aspetto ci può aiutare? In realtà quello che ci può aiutare è una virtù più nobile, più completa e più importante della stessa onestà: l’onestà intellettuale.

L’onestà intellettuale è “l’onestà libera dal contesto“, ovvero atteggiamenti e comportamenti coerenti al di là di situazioni e persone, è la fedeltà ad un principio, non assoluto e magari anche sbagliato, ma pur sempre un cardine. 

L’onestà intellettuale è uno studente che non copia sia quando il professore è in aula sia quando questo si assenta per rispondere al telefono. E’ un politico che non ruba anche quando sarebbe impossibile scoprirlo. E’ un uomo che non parla con frasi di comodo e di circostanza ma dice sempre quello che pensa. 

E’ un mondo nel quale non esiste la parola convenienza. E’ una donna che esce di casa ben vestita, truccata e profumata pur non avendo appuntamenti. Un fiore bello e colorato nel più arido dei deserti dove nessuno può ammirarlo. E’ intelligenza. E’ una coerenza salda tra pensieri e comportamenti.

La banalità, la superficialità, i mezzi di informazione assolutamente scadenti, ci inducono ad analizzare i fatti in modo populista e parziale e ci inducono a parlare di onestà anche laddove c’è solo convenienza e opportunità. Ad esempio: pagare le tasse è sinonimo di onestà, ce lo ripetono continuamente. 

Ma se con quei soldi vengono acquistati aerei F35 per bombardare altri paesi nelle “missioni di pace”, allora pagare le tasse è onesto? Se vengono dispensate pensioni da 30.000€ al mese a fronte di pochissimi anni di lavoro, è onesto pagare le tasse? Non sto dicendo che non lo sia, ma sto dicendo che per rispondere a tutto ciò dovremmo analizzare meglio le cose, guardarle più da vicino. Ancora. 

Negli anni 1939-45 in Germania i soldi delle tasse hanno consentito lo sterminio di milioni di persone. Chi in quegli anni, tra un contribuente tedesco ed un evasore tedesco è stato più onesto? Anche qui la risposta è: dipende. Dipende dalle motivazioni (dal principio!) per cui il tedesco evasore era tale; se lo era per protesta contro il Terzo Reich, allora la sua disobbedienza fiscale è uno degli atti più coraggiosi e intellettualmente onesti della storia. Se invece era evasore per pura convenienza, altro non era che un ladro, come ce ne sono tanti oggi.

Per questo credo che il solo termine onestà non dica nulla, poiché questa non discende per forza da un principio e dunque non garantisce la propria genuinità. A volte è una semplice questione di educazione e di tradizione. Altre volte è una forma mentis vigliacca, per evitare di andare incontro a guai peggiori. Niente di sbagliato, ma nemmeno nulla di così nobile e rilevante. Tutt’altra storia se parliamo di onestà intellettuale. In quel caso un principio, anche se sbagliato per qualcuno, garantisce una linea di pensiero, e conseguentemente un comportamento, univoco, tracciabile, valutabile. Pretendere dall’altro onestà è poca cosa, dobbiamo pretendere onestà intellettuale. Nelle scuole, all’università, al lavoro, a casa, in parlamento. Ecco, sarebbe proprio il caso che in parlamento andasse una classe dirigente onesta intellettualmente, ammesso che esista, perché farebbe tanto bene.

Redazione: Enzo Vincenzo Sciarra

16 novembre 2017

Padre e figlio percorrono più di 26.000 chilometri su una sedia a rotelle


di Kèvin Boucaud-Victorie

Negli Stati Uniti sono famosi, in Europa molto meno, ma la loro storia è straordinaria

Il 2 novembre scorso, il mezzo di comunicazione online Kapaw ha diffuso sulla sua pagina di Facebook un video autoprodotto per riferire l’epopea della Squadra Hoyt. Cos’è? È la storia di un padre e di suo figlio tetraplegico che appassiona gli statunitensi da ormai 40 anni.

Rick Hoyt, di 55 anni, soffre di paralisi cerebrale dalla nascita e non è in grado di muoversi. Nel 1977, quando aveva 15 anni, chiese a suo padre, Dick Hoyt, ex tenente colonnello della Guardia Nazionale degli Stati Uniti, se potevano correre insieme a beneficio di un giocatore di lacrosse (una specie di hockey) della sua scuola che era diventato disabile. L’adolescente voleva mostrare al suo compagno di classe che la vita continua, indipendentemente dall’handicap. Padre e figlio hanno quindi corso insieme, il primo spingendo il secondo sulla sedia a rotelle.

“Papà, quando corriamo è come se non fossi disabile”, avrebbe affermato allora Rick. Dopo quel primo sforzo hanno portato avanti l’avventura formando il Team Hoyt e iniziando a correre in tutto il Paese. 40 anni dopo hanno partecipato a più di mille corse insieme, anche maratone di 42 chilometri. In totale hanno percorso oltre 26.000 chilometri. Hanno anche partecipato a gare di triathlon (nuoto, ciclismo e corsa).

Dick ha dovuto sottoporsi a un vero allenamento per riuscire a offrire dei momenti di felicità al figlio e dimostrare alle persone che questi sforzi sono possibili. Guardando questo video è inevitabile commuoversi di fronte all’impegno e all’energia di un padre con il figlio. Non stupisce che sia stato visionato da più di 880.000 internauti in meno di una settimana.

Il duo è diventato molto popolare, e nel 1989 ha lanciato The Hoyt Foundation per promuovere la fiducia e l’autostima tra i giovani statunitensi disabili. Attualmente circa 30.000 persone partecipano alle attività della fondazione.

Nel 2013 la catena sportiva ESPN ha conferito al Team Hoyt un riconoscimento per le sue imprese. La storia di questa coppia ha anche ispirato il film francese De tous nos forces (2014), di Nils Tavernier, con Jacques Gamblin, Alexandra Lamy e Fabien Héraud.


Fonte: Aleteia

Redazione: Enzo Vincenzo Sciarra

Italia sconfitta: non solo calcio, è il paese a non vincere più

  • di Davide
FONTE: LIBREIDEE.ORG
Campane a morto per l’Italia: «Personalmente vedo l’uscita dal girone finale dei mondiali di calcio come la Nemesi, la giusta punizione per un paese cantato da Dante quale regno dell’ignavia».
Mai definizione fu più azzeccata, per Mitt Dolcino, che ricorda: nel 1996 la sconfitta con la Corea fermò l’invasione dei calciatori stranieri in Italia, concentrandosi sugli italiani e portando in dote il mondiale 15 anni dopo. Che farà l’Italia, ora che anche i giovani italiani scappano? Dettaglio: queste note profetiche, Dolcino le ha scritte (su “Scenari Economici”) prima di conoscere l’esito del catastrofico match di San Siro, conclusosi a reti inviolate tra le lacrime dell’eroe nazionale Buffon. Calcio a parte: un segnale sinistro, simbolico e inquietante, per un’Italia che non riesce più a vincere. Fuor di metafora: «C’è una regola abbastanza affidabile: vittorie ricorrenti nello sport arrivano quando un paese funziona, nel caso del calcio quando l’economia “tira” almeno in certi settori in cui il paese rappresentato eccelle». Questo vale certamente per l’Italia, assicura Dolcino: i 4 mondiali di calcio vinti dalla nazionale azzurra «sono arrivati a seguito di grandi miglioramenti differenziali a livello economico». Anche il mitico “mundial” spagnolo del 1982, quello di Bearzot (con Pertini al seguito) arrivò dopo l’aggancio della ripresa Usa spinta da Reagan.
Stesso discorso per i mondiali pre-bellici, continua Dolcino, in cui «la crescita innescata dalle conquiste fasciste – prima di fare la follia di seguire Hitler – aveva dato nuova linfa alla speranza italica». La stessa “ratio” vale anche per il mondiale del 2006, quando l’Italia «era il darling europeo degli anglosassoni, con la proficua guerra in Iraq, mentre Germania e Francia arrancavano nel Vecchio Continente, incazzate con gli italiani troppo filo-Usa». Tutto sommato «anche per Italia ’90 si poteva vincere», visto che «l’economia italiana pre-Tangentopoli tirava alla grande». Dolcino ricorda anche «i trionfi sportivi del venerato Moro di Venezia figlio di Montedison, azienda poi svenduta ai francesi per via di una tangente pagata alla magistratura milanese». Agli sfortunati mondiali Usa 2000 «si poteva vincere sulle ali dell’illusione speranzosa – mal riposta – della scellerata entrata nell’euro». Oggi, invece, «l’Italia è letteralmente annichilita dallo schema che la Germania ha imposto attraverso l’euro, un piano per affossare il più grande alleato Usa non-anglosassone in Europa».
Peggio: «L’Italia è prossima al fallimento economico». Nei piani franco-tedeschi «il prossimo anno arriverà la Troika per disporre degli asset nazionali più preziosi, in presenza di una classe politica nazionale non-eletta che, da 4 governi, fa gli interessi stranieri e non quelli italiani». Non poteva conoscere il risultato di Italia-Svezia, Dolcino, quando scriveva: «Pensate davvero che possa vincere i mondiali un paese al collasso, prossimo al fallimento, con l’Inps che deve attingere per oltre 100 miliardi di euro annui ai bilanci statali per non fallire?». Pensate davvero che possa farcela, un paese «con crescita del Pil nulla o quasi, con centinaia di migliaia di disperati che arrivano sulle coste», quelli che per la sinistra «saranno il futuro»? Questo è un paese «con le tasse più alte d’Europa per le imprese». In altre parole: così, non si va da nessuna parte (nemmeno ai mondiali di calcio, infatti). Il parallelo con il pallone è suggestivo e impietoso: «Il Milan del Cavaliere vinceva perchè l’economia tirava, perchè il Cavaliere fu un grande condottiero sportivo, perchè c’erano delle nicchie con enorme valore associato che permettevano al calcio italiano di eccellere».
Oggi c’è qualcosa o qualcuno che eccelle in Italia? Voi direte, la Ferrari o qualcosa del genere. Vero, ma allora dovreste tifare Olanda, visto che la sede è là». Colpa delle delocalizzazioni? Certo, «imposte da tasse altissime, come conseguenza del rigore euro-imposto». La fuga delle aziende ormai ha lasciato «il deserto economico (e sociale)», vale a dire «un paese con bassi stipendi, dormitorio di vecchi, a forte emigrazione di italiani capaci e formati, serbatoio di manodopera a basso costo, con masse consumanti ma non risparmianti in quanto il valore aggiunto deve rimanere per forza oltre Gottardo. E tutto questo per preciso volere euro-tedesco». Come non far giungere il nostro sentito grazie agli ultimi quattro premier, tutti rigorosamente non-eletti? Monti e Letta, Renzi e Gentiloni: grazie, «per non aver difeso il paese». Scriveva Dolcino, alla vigilia di Italia-Svezia: «Sappiate che non gioirò per l’eventuale mancata qualifica, spero anzi che l’Italia possa farcela. Ad ogni modo non tutto il male vien per nuocere: se la mancata qualifica potesse essere utile a farvi capire che l’Italia è davvero nella cacca fino al collo – al contrario di quello che i media cooptati al potere europeo vogliono farvi credere, per tenervi tranquilli – beh, questo sarebbe davvero un ottimo risultato. Meglio di una vittoria sportiva».
Fonte: www.libreidee.org
Link:http://www.libreidee.org/2017/11/italia-sconfitta-non-solo-calcio-e-il-paese-a-non-vincere-piu/
Redazione: Enzo Vincenzo Sciarra

Iran 1953: il battesimo del fuoco per la Cia

  • di Giacomo Gabellini

Come vengono attuati i “regime change”: 1953, il caso dell’Iran.

Una massa di documenti recentemente desecretati comprova ciò che gli storici e gli studiosi di politica internazionale vanno sostenendo ormai da decenni, vale a dire il ruolo cruciale svolto dall’intelligence statunitense nel rovesciamento del governo iraniano guidato dal nazionalista Mohammad Mossadeq nell’agosto del 1953. Si tratta di uno dei primi golpe messi a segno dalla Cia e fu condotto in base a uno schema operativo che sarebbe stato impiegato anche negli anni successivi per un gran numero di operazioni di ‘regime change’, poiché ritenuto in grado di assicurare elevate probabilità di successo facendo ricorso a risorse tutto sommato limitate e, soprattutto, lasciando relativamente nell’ombra i mandanti.
Per comprendere a fondo la dinamica degli eventi occorre risalire ai primi anni del XX Secolo, quando lo shah Mozaffar al-Din Shah Qajar firmò con emissari del governo di Londra un accordo che sanciva la concessione per i successivi sessant’anni dei diritti di esplorazione petrolifera del territorio persiano al potente petrolchimico britannico William Knox D’Arcy dietro il pagamento di appena 20.000 sterline. Nel 1908 fu scoperto il primo giacimento, e la neonata Anglo-Iranian Oil Company (Aioc, controllata per il 51% dal governo britannico) cominciò subito a sfruttarlo per sostenere l’ambizioso ma costosissimo programma di conversione della Royal Navy da carbone a nafta imposto dal ministro della Marina Winston Churchill. Così, il petrolio iraniano finì non solo per alimentare la talassocrazia londinese, ma anche per fungere da propulsore per il processo di industrializzazione avviato dalla Gran Bretagna. Le cose cambiarono con l’insediamento del cosacco Reza Khan, il quale conquistò il potere nel 1921 deponendo il ben più accomodante esponente (l’ultimo) della dinastia cagiara. La prima mossa del nuovo ‘uomo forte’ di Teheran fu quella di controbilanciare la posizione egemonica assunta dagli inglesi in Medio Oriente per effetto della scomparsa dell’Impero Ottomano attraverso la normalizzazione dei rapporti con l’Unione Sovietica, considerata, specialmente dopo aver cacciato gli inglesi dalla Repubblica Transcaspiana, un partner affidabile e privo delle ambizioni egemoniche nutrite dal regime zarista, che nel 1907 aveva concordato la spartizione dell’Asia centrale con gli inglesi trasformando la Persia in un semi-protettorato britannico – che Londra cercò peraltro di ufficializzare con l’accordo anglo-persiano del 1919.
Da tale posizione di forza, il nuovo shah Reza Khan varò un programma di laicizzazione dello Stato e, soprattutto, di modernizzazione economica che contemplava l’utilizzo dei ricavi derivanti dalle esportazioni di petrolio per sostenere un colossale piano industriale e infrastrutturale. Processo che subì una forte accelerata  in seguito al colpo di scena di Mossadeq che, in qualità di membro del Majlis (il Parlamento iraniano) raccolse ed esibì pubblicamente una vasta documentazione attestante la frode sistematica che l’Aioc stava conducendo da anni nei confronti dello Stato privandolo di parte considerevole dei legittimi benefici legati alla rendita petrolifera. Tutto ciò non fece che acuire il risentimento dei persiani nei confronti degli estrattori di petrolio stranieri, e fornire al governo il consenso necessario ad esigere da Londra una rinegoziazione radicale degli accordi finalizzata a ridurre i territori concessi all’Aioc e vincolare la stessa impresa al pagamento di una quota fissa in cambio di una proroga dei diritti di estrazione di altri trent’anni. L’opposizione del governo di Londra esacerbò ulteriormente la tensione provocando un netto avvicinamento – certificato dal notevole incremento del commercio bilaterale e dalla penetrazione di tecnici e scienziati tedeschi – della Persia alla Germania, favorito peraltro dal rapido deteriorarsi dei rapporti di Teheran con Mosca dovuto anche alla decisione di Reza Khan di mettere fuori legge il Partito Comunista locale.
Il radicale riposizionamento internazionale della Persia entrò così in relazione con le complesse dinamiche geopolitiche che condussero allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, inducendo britannici e sovietici, alleati contro la Germania nazista, ad invadere il Paese per garantirsi l’accesso al petrolio persiano. Contestualmente a ciò, Reza Khan fu costretto ad abdicare in favore di suo figlio Mohammad Reza Pahlavi, mentre gli Stati Uniti, entrati nel frattempo in guerra a fianco di Mosca e Londra, si insediavano in pianta stabile in Persia imponendo rapidamente il proprio soft power a scapito degli inglesi. La Gran Bretagna era ormai soggetta a un rapido declino strategico palesatosi in maniera inequivocabile in occasione della conferenza di Teheran del 1943, nel corso della quale Stalin e Roosevelt concordarono le modalità di contrasto alle forze dell’Asse relegando Churchill e gli interessi della Corona a una sostanziale insignificanza.
La Persia, la cui economia era stata convertita forzatamente a beneficio dello sforzo bellico alleato, era uscita letteralmente a pezzi dalla Seconda Guerra Mondiale, e ciò aveva contribuito ad aprire un acceso dibattito parlamentare circa l’opportunità di rinnovare le concessioni all’Aioc, contro la quale si erano espressi milioni di cittadini persiani scesi in piazza in tutte le maggiori città del Paese. Fu sull’onda di clima arroventato dall’assassinio del premier Ali Razmara, il quale aveva annunciato l’intenzione di ridiscutere radicalmente i termini per il rinnovo delle concessioni, che il Majlis conferì all’unanimità il ruolo di capo del governo a Mossadeq, che si era incaricato di portare avanti in sede parlamentare le istanze della popolazione. Conformemente a ciò, Mossadeq nazionalizzò l’Aioc ribattezzandola National Iranian Oil Company (Nioc), e suscitando in questo modo la tremenda rappresaglia britannica, manifestatasi sotto forma di dispiegamento di corazzate nel Golfo Persico, blocco economico, boicottaggio commerciale e congelamento delle risorse persiane. Pochi mesi dopo, i britannici richiesero il versamento di indennizzi proporzionali non alla quantità di petrolio estratta dalla compagnia che era stata loro espropriata, ma al valore stimato di tutte le attività connesse allo sfruttamento dei giacimenti petroliferi; una pretesa insostenibile in cui i persiani intravidero la volontà inglese di schiacciare il Paese.
E mentre gli inglesi provvedevano allo strangolamento artificioso dell’economia persiana, il direttore dellMI6 John Sinclair si recava a Washington per incontrare Allen Dulles, potentissimo capo della Cia, e concordare un’operazione coperta che garantisse la rimozione di Mossadeq. Dal punto di vista dell’establishment economico statunitense, la politica nazionalista condotta dal premier iraniano – da cui avrebbe tratto ispirazione anche il fondatore dell’Eni Enrico Mattei – rischiava di minare la legittimità del meccanismo su cui si reggeva il controllo effettivo esercitato dalle grandi imprese energetiche Usa sul petrolio mondiale. Sotto il profilo strategico, invece, Mossadeq era sospettato di incarnare un neutralismo eccessivamente tollerante nei confronti del comunismo e suscettibile quindi di mandare in pezzi i fragili equilibri della guerra Guerra Fredda. Prospettiva del tutto inconciliabile con la dottrina del rollbackelaborata da John Foster Dulles, fratello di Allen e segretario di Stato sotto l’amministrazione Eisenhower, che Kermit Roosevelt, capo della divisione Medio Oriente della Cia, indicò come molto più sensibile alle argomentazioni portate dai britannici rispetto a quella precedente. Il presidente Harry Truman e il segretario di Stato Dean Acheson ritenevano infatti che occorresse intervenire per ridimensionare Mossadeq ma senza rovesciarlo, perché ciò avrebbe potuto favorire l’ascesa dei comunisti del Partito Tudeh, mentre  i fratelli Dulles premevano su Dwight Eisenhower perché appoggiasse la deposizione del premier, le cui mosse venivano interpretate come il preludio alla cacciata dello shah Reza Pahlavi e all’entrata della Persia nella sfera egemonica dell’Unione Sovietica, con conseguente drastica limitazione dell’accesso al petrolio iraniano da parte dello schieramento occidentale. I fratelli Dulles erano riusciti ad accreditarsi come uomini di fiducia dello ‘Stato profondo’ Usa fin da prima della Seconda Guerra Mondiale, grazie alla loro spregiudicatezza nel condurre gli affari senza curarsi troppo del ‘profilo morale’ dei propri interlocutori. Come ha documentato dallo storico canadese Jacques Pauwels, «durante il conflitto, era Paul Hechler, un tedesco membro del Partito Nazista, ad occupare il ruolo di direttore della Bank of International Settlements (Bis), mentre uno statunitense, Thomas H. McKittrick, ne era presidente. McKittrick era un buon amico dell’ambasciatore americano a Berna e di un agente in Svizzera dell’Office of Strategic Services [Oss, antesignano della Cia, nda] Allen Dulles. Prima della guerra, Allen Dulles e suo fratello John Foster Dulles erano stati partner nell’ufficio legale di New York Sullivan & Cromwell, ed erano specializzati nel lucrosissimo affare della gestione di investimenti americani in Germania. Avevano eccellenti rapporti sia con i proprietari e dirigenti di vertice delle imprese statunitensi, sia con e banchieri, uomini d’affari e funzionari della Germania nazista. Dopo lo scoppio della guerra, John Foster divenne il legale societario per la Bis a New York, mentre Allen veniva arruolato dall’Oss e inviato in Svizzera, dove si dimostrava amico di McKittrick».
Le ‘entrature’ di cui godevano e i rapporti allarmati che sottoposero all’attenzione del National Security Council consentirono ai Dulles di portare Eisenhower – che molti storici descrivono ancora oggi come molto riluttante al riguardo – dalla propria parte, nonostante l’ex generale si fosse pubblicamente espresso a sostegno del «diritto inalienabile di qualsiasi nazione di costituire un governo e un sistema economico di propria scelta», dichiarando inoltre che «il tentativo da parte di qualsiasi nazione di imporre ad altre la propria forma di governo è indifendibile». Come conseguenza, la Cia ottenne l’autorizzazione a impiantare una capacità d’azione esecutiva in tutti i Paesi neutrali ritenuti esposti al rischio di slittare sotto la sfera egemonica di Mosca. L’Iran fu il primo di una lunga serie di nazioni (Guatemala, Congo, Indonesia, Cuba, Cile, ecc.) che gli Stati Uniti si adoperarono di ‘tenere in carreggiata’ attraverso operazioni coperte mirate al cambio di regime. Tra il maggio e il giugno 1953, la Cia diede quindi avvio alla cosiddetta Operazione Ajax.Imbeccata dall’MI6 britannico, l’agenzia prese quindi contatto con il generale iraniano a riposo Fazlollah Zahedi, fornendogli poco meno di 100.000 dollari e supporto logistico affinché inquadrasse gli oppositori (a prescindere dalla ragione della loro contrarietà al governo in carica) in un unico nucleo rivoluzionario. Kermit Roosevelt diede quindi mandato alla squadra di consiglieri militari Usa facente capo al generale Robert McClure, di stanza in Iran fin dal 1950 con l’incarico ufficiale di fornire addestramento alle forze armate locali, di fungere da sensore avanzato in territorio iraniano per contro della Cia e collegarsi al contempo con la fronda golpista iraniana mettendo ben 5 milioni di dollari supplementari a disposizione onde facilitare – tramite il sempre utilissimo strumento della corruzione – il compito di rinfoltire i ranghi della manovalanza da impiegare per il colpo di Stato, previsto per la notte del 14 agosto.
Il problema è che Mossadeq era stato messo al corrente da alcuni informatori dell’imminenza del golpe, e agì d’anticipo mobilitando l’esercito e schierando forze corazzate a protezione della propria residenza. Il contingente della guardia imperiale che si era presentato con l’intento di penetrare impunemente nell’edificio e arrestare Mossadeq si ritrovò così accerchiato e costretto a deporre le armi, mentre Zahedi riparava in tutta fretta in un rifugio segreto della Cia e lo Shah Reza Pahlavi scappava in esilio a Roma. I documenti desecretati in questi giorni indicano che Dulles si trovava in vacanza in Italia, dove si era recato confidando nella sicura riuscita dell’operazione, quando fu raggiunto dalla notizia del fallimento del colpo di Stato, e rivelano che la reazione a caldo di Langley fu quella di ordinare agli agenti operativi che si trovavano sul campo di ritirarsi e ripulire il terreno da qualsiasi indizio che avrebbe potuto permettere all’intelligence iraniana di risalire al pesante coinvolgimento della Cia. Senonché, non è chiaro se a causa di un’insubordinazione nella catena di comando dell’agenzia o – molto più probabilmente – in conformità a una recita predisposta nei minimi dettagli dalla Cia allo scopo di ‘proteggere’ politicamente la Casa Bianca, Kermit Roosevelt decise di alzare il tiro, coordinando, ad appena cinque giorni dal primo fallito tentativo di golpe, l’afflusso a Teheran di centinaia di autobus e camion che trasportavano gli oppositori iraniani reclutati dalla Cia. Non appena scaricati, i rivoltosi presero immediatamente d’assalto, coadiuvati dai reparti delle guardie imperiali sfuggiti alla rappresaglia del governo in carica, le strutture nevralgiche dello Stato (essenzialmente, gli edifici che ospitavano i ministeri, la radio nazionale, i comando della polizia e dell’esercito) ed ingaggiarono un durissimo scontro con le forze lealiste che si concluse con centinaia di morti e l’arresto di Mossadeq, il quale si ritrovò abbandonato anche dagli alti vertici del clero sciita facenti capo all’ayatollah Abol-Ghasem Mostafavi Kashan. Non appena insediatosi al potere, il generale Zahedi – che era stato profumatamente retribuito dalla Cia – implementò una serie di purghe contro qualsiasi forma di opposizione ed autorizzò il ritorno dello shah, il quale impose immediatamente la legge marziale e decretò, nel 1955, l’adesione dell’Iran al Patto di Baghdad, propaggine orientale dello schieramento geopolitico facente capo agli Stati Uniti. Già molto prima di divenire un caposaldo della politica dei ‘due pilastri’ forgiata da Nixon e Kissinger, la Persia si era quindi trasformata nel bastione meridionale dell’architettura di difesa euro-atlantica incaricato di sorvegliare, tramite il suo potentissimo servizio segreto (il Savak, i cui quadri erano stati formati da addestratori statunitensi e israeliani) legato a doppio filo alla Cia e all’MI6 britannico, le manovre dei sovietici.
Sul piano economico, le ricadute del cambio di regime furono altrettanto dirompenti. Lo storico ed ex funzionario del Dipartimento di Stato William Blum spiega al riguardo che nel 1954 «il governo sottoscrisse un contratto con un consorzio internazionale di compagnie petrolifere. Tra i nuovi partner esteri dell’Iran, gli inglesi persero i diritti di esclusiva di cui avevano goduto precedentemente, vedendo ridotta la propria quota al 40%. Un altro 40% fu concesso alle imprese petrolifere americane, il resto agli altri Paesi. Gli inglesi, tuttavia, ricevettero una contropartita molto generosa per la cessione delle loro proprietà. Nel 1958, Kermit Roosevelt lasciò la Cia e, guarda caso, andò a lavorare per la Gulf Oil Co., una delle compagnie petrolifere americane che facevano parte del consorzio […]. Nel 1960, la Gulf lo nominò vicepresidente. In seguito, Roosevelt fondò una ditta di consulenza, la Downs & Roosevelt, che, tra il 1967 e il 1970, ricevette ufficialmente 116.00 dollari all’anno di profitti per le sue prestazioni a favore del governo iraniano. Un altro cliente, la Northrop Corporation, una compagnia aerospaziale con sede a Los Angeles, pagò a Roosevelt 75.000 dollari all’anno  per l’aiuto ricevuto nei suoi contratti stipulati con l’Iran, l’Arabia Saudita ed altri Paesi. Un altro membro americano del nuovo consorzio era la Standard Oil co., del New Jersey [l’attuale ExxonMobil, oggi come allora controllata dalla potentissima famiglia Rockefeller, nda], un cliente di Sullivan & Cromwell, lo studio legale di New York del quale John Foster Dulles era stato per molto tempo socio anziano. Anche suo fratello Allen, direttore della Cia, era stato socio dello studio legale».
Emerge quindi in maniera palese come quella che va probabilmente considerata la prima operazione coperta finalizzata al cambio di regime che gli Stati Uniti condussero in porto trovasse le sue ragioni di fondo nel medesimo intreccio tra interessi economici e strategici che si cela molto spesso dietro altre crisi politiche contemporanee (come quella siriana).
Redazione: Enzo Vincenzo Sciarra

Anche la BBC smaschera la complicità USA con l’ISIS

Fuga dei terroristi Foto della BBC
Ancora una volta viene smascherata la complicità di Washington con i miliziani dell’ISIS. Adesso la notizia ufficiale: su ordine del comando USA  migliaia di tagliagole dell’ISIS sono stati messi in salvo a Raqqa delle Forze democratiche siriane (SDF), guidate dai guerriglieri curdi dello YPG. In pratica le forze sponsorizzate da Stati Uniti e Israele, mentre  questi erano in procinto di «liberare» la capitale del Califfato, hanno consentito ai miliziani jihadisti di evacuare dagli ultimi territori ancora in mano allo Stato Islamico, nella provincia di Deir ez-Zor, da dove hanno poi imboccato le vie di fuga tra Siria e Turchia.
Il convoglio partito da Raqqa, che si snodava per sei chilometri e mezzo, era composto da 45 camion, 13 pullman e un centinaio di veicoli dell’ISIS stipati delle loro armi e con a bordo 3500 familiari.
Sui bus si notava la presenza di molti combattenti stranieri, compresi diversi «francesi» e «belgi» con le cinture esplosive addosso, che hanno «minato tutti i mezzi» per farli saltare in aria nel caso l’accordo non fosse stato rispettato. Vi erano state  trattative fra capi dell’ISIS e le SDFa cui  hanno assistito anche rappresentati della Coalizione a guida americana che ha addestrato e armato i guerriglieri curdi e i loro alleati.
L’inviato della BBC Quentin Sommerville ha riferito che i curdi, avevano promesso «migliaia» di dollari ai conducenti dei pullman e dei camion perché «mantenessero il segreto». Invece gli autisti non sono mai stati pagati e ora hanno raccontato tutto all’inviato dell’emittente britannica.  Queste  informazioni  per la prima volta sono state comunicate dalla BBC che ha rotto il muro di silenzio dei media occidentali sulle complicità degli USA con i gruppi terroristi, fatto denunciato innumerevoli volte dalle fonti russe, libanesi, siriane e delle altre TV al di fuori del circuito occidentale.
La Russia denuncia che gli USA proteggono lo Stato Islamico mentre fingono di combatterlo
Gli Stati Uniti “forniscono copertura alle truppe da combattimento dello Stato islamico” per promuovere i propri interessi in Medio Oriente, mentre “fanno finta di lottare contro il terrorismo”, come ha dichiarato il ministero russo della Difesa, in una nota. Secondo il ministero, l’operazione delle truppe del governo siriano per liberare la città di Al Bukamal ha rivelato che la coalizione guidata dagli Stati Uniti “interagisce” direttamente “garantendo la protezione” dei terroristi Isis.
Foto convoglio terroristi ISIS in fuga
A riprova dell’interazione e del supporto all’Isis, il ministero ha inoltre diffuso “le fotografie, scattate il 9 novembre 2017 da droni russi, che registrano come le milizie Isis per sfuggire agli attacchi delle forze dell’aviazione e del governo russo, scappano in colonna” verso Wadi Sabha sul confine siriano-iracheno.
“Il comando delle truppe russe si è rivolto due volte al comando della “coalizione internazionale” con la proposta di un’azione comune per distruggere le colonne in ritirata dell’Isis sulla riva orientale del fiume Eufrate. Tuttavia, gli americani categoricamente si sono rifiutati di infliggere colpi ai terroristi Isis, riferendosi al fatto che, secondo loro, i militanti catturati volontariamente e arresi a loro, ora rientrano nelle disposizioni della Convenzione di Ginevra “sul trattamento dei prigionieri di guerra”. (askanews)
Redazione:Enzo Vincenzo Sciarra

Il suicidio di Rossi, presto svelato il mistero Mps?



di Igor Traboni

Convocati alcuni testimoni eccellenti per far luce su una delle tante vicende di banca rossa. In attesa che magari la commissione di inchiesta parlamentare…

Si riapre il caso David Rossi, il capo comunicazione del Monte dei Paschi di Siena trovato morto nel marzo del 2013 proprio nella città toscana, in circostanze a dir poco chiare e subito archiviate come suicidio. La Procura di Genova ha infatti deciso di far luce su quel misterioso episodio (David Rossi, senza motivi apparenti, sarebbe rimasto fino a tardi a lavorare nel suo ufficio e di punto in bianco si sarebbe lanciato dalla finestra) e ha deciso di convocare una serie di testimoni che potrebbero aiutare a ricostruire la vicenda.

Ma soprattutto a chiarire i presunti insabbiamenti che aleggiano sul caso Rossi. Gli inquirenti genovesi hanno così deciso di ascoltare l’ex presidente di Mps Giuseppe Mussari, l’ex amministratore delegato Fabrizio Viola e la sua segretaria Lorenza Pieraccini, Valentino Fanti (allora segretario di Mussari e del cda), Bernardo Mingrone al tempo numero uno dell’area finanza e altri testimoni della notte in cui Rossi morì, dalla sua vice Lorenza Bondi al capo della segreteria Gian Carlo Filippone, fino al portiere di Rocca Salimbeni Massimo Riccucci e all’imprenditore Antonio Degortes.

Ma i giudici potrebbero prendere a verbale anche la signora Antonella Tognazzi, vedova di Rossi, che in questi quattro anni non si è mai arresa e ha sempre rilanciato sospetti sul “suicidio”, circostanziandoli con una serie di perizie.

Gli inquirenti genovesi avrebbero deciso di dare una eventuale svolta all’inchiesta anche sulla scorta di una recente trasmissione de Le Iene , con tanto di intervista all’ex sindaco di Siena (ma anche ex dirigente del Monte dei Paschi) Pierluigi Piccini che aveva fatto riferimento proprio al possibile insabbiamento del caso Rossi, per evitare che a partire da lì si arrivasse ad altro. A ben altro. Di certo, nel groviglio di interessi economici e politici attorno a banca rossa, la fine del povero David Rossi resta uno dei punti più oscuri e controversi. Ma forse ancora per poco.

Certo, poi c’è la commissione di inchiesta parlamentare, presieduta da Pier Ferdinando Casini e di fatto “retta” dal segretario pd Matteo Renzi. Ma sperare che da questa possa venire un minimo di chiarezza attorno alle vicende di Mps, è come illudersi di vincere al super enalotto senza neanche giocare la schedina.


Redazione: Enzo Vincenzo Sciarra

La solidarietà del Papa corre in Lamborghini



di Federico Cenci

La prestigiosa auto sarà battuta all’asta: il ricavato ad associazioni caritative

Un regalo inedito per Papa Francesco. Si tratta di un modello unico di Lamborghini “Huracan” di colore bianco, donatagli stamattina in Vaticano alla presenza dei vertici della casa automobilistica di Sant’Agata Bolognese. Il Santo Padre ha deciso di mettere all’asta l’auto attraverso Sotheby’s, e di donarne il ricavato.

Destinatari della donazione del Papa sono “Aiuto alla Chiesa che Soffre”, che lo userà per la ricostruzione della Piana di Ninive, l’Associazione Comunità Giovanni XXIII e altre due associazioni italiane che svolgono attività in Africa (la Gicam e Amici del Centrafrica).



L’incontro con don Buonaiuto

Alla apposizione della firma del Papa sul cofano della Lamborghini, era presente don Aldo Buonaiuto, sacerdote in prima linea nel recupero delle donne vittime della prostituzione schiavizzata per la Giovanni XXIII e direttore di In Terris. Il Santo Padre si è fermato con don Buonaiuto per qualche minuto salutandolo affettuosamente.

Il gesto del Pontefice giunge nel decennale della scomparsa di don Oreste Benzi, fondatore dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII in causa di beatificazione, e alla vigilia del cinquantesimo anniversario, nel 2018, della fondazione della Comunità stessa da parte del “prete dalla tonaca lisa”.

Con don Buonaiuto, il Pontefice ha ricordato con molta emozione l’incontro, nell’agosto 2016, in occasione dei “venerdì di misericordia”, con venti ragazze liberate dalla tratta e dalla schiavitù della prostituzione in una Casa di prima accoglienza di Roma della Comunità Giovanni XXIII, dove risiedono donne strappate dal marciapiede.

“Rivolgo un immenso grazie al nostro Santo Padre, Papa Francesco, che con l’iniziativa di oggi ha dimostrato ancora una volta, concretamente, di avere a cuore gli ultimi, gli scartati. A lui intitoleremo una Casa di accoglienza che svilupperemo con i proventi della vendita della Lamborghini destinati alla nostra Comunità”. Con queste parole Giovanni Paolo Ramonda, presidente dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, ha accolto la scelta del Papa di destinare parte del ricavato della vendita della Lamborghini all’Associazione di cui è Presidente.

Mons. Becciu: “Una scelta nello stile di Francesco”

Su questa donazione del Papa, In Terris ha raccolto le dichiarazioni di mons. Giovanni Angelo Becciu, sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato. “Il Papa ha pensato di dare in beneficenza la somma della rivendita dell’automobile anzitutto ai cristiani della Piana di Ninive che stanno rientrando nelle loro abitazioni – ha spiegato il presule – perché ci sono case da ricostruire, centri da riabilitare”.

Poi – ha aggiunto – “per l’Associazione di don Benzi, perché il Pontefice ha a cuore il prodigarsi per le persone che sono ai margini della società, questo fa parte dello stile di Papa Francesco. Per lo stesso motivo, ha scelto inoltre di destinare una parte anche ad associazioni impegnate per l’Africa”.

Mons. Becciu ha poi rivolto un pensiero alla Giornata mondiale dei Poveri, che si celebra domenica prossima, 19 novembre. “Questa celebrazione ci invita ad aprire i nostri occhi e il nostro cuore verso i meno fortunati, perché quello che ho ricevuto non l’ho ricevuto per me, ma per condividerlo con gli altri. È un appello perché vi sia una mobilitazione generale da parte di tutti i cristiani e non solo, affinché condividano con gli altri le proprie fortune, il proprio tempo, le proprie energie, i propri pensieri”.

L’iniziativa

L’iniziativa è stata curata dal comandante generale della Gendarmeria vaticana, Domenico Giani; il corpo della Gendarmeria è da sempre impegnato nel sostegno ai progetti del Santo Padre in favore degli ultimi. Recentemente la Gendarmeria si è prodigata per la costruzione di un reparto di pediatria nell’ospedale di Bangui, in Centrafrica. Impegno da parte dei gendarmi è giunto anche per le popolazioni terremotate del Centro Italia, nonché per l’Iraq, dove stanno realizzando un pozzo per la comunità parrocchiale di Manghes, a nord di Mosul, nel Kurdistan. Il corpo comandato da Giani sta anche lavorando ad un progetto per rispondere alle esigenze di una comunità cristiana nella piana di Ninive e ha raccolto l’appello del card. Zenari, nunzio apostolico in Siria, per la costruzione di un ospedale in quella terra martoriata.

La gratitudine della Giovanni XXIII

“Quello con il Santo Padre di stamattina è stato un incontro carico di emozione – afferma don Buonaiuto – ed è impressionante come il Pontefice ricordi ogni dettaglio della sua visita di oltre un anno fa in una nostra Casa di prima accoglienza”.

Oltre ad esprimere profonda gratitudine a mons. Becciu, Don Aldo rivolge poi un pensiero di grande stima nei confronti del comandante Giani e del Corpo della Gendarmeria, che spesso nel silenzio affianca ai suoi compiti istituzionali attività di sostegno e solidarietà verso i più bisognosi. “Già amico di don Oreste Benzi – commenta don Buonaiuto -, il comandante è profondo conoscitore del dramma della tratta e per questo costantemente impegnato sul fronte della sensibilizzazione e del supporto alle vittime di questo fenomeno”.

Il Servizio Antitratta dell’Associazione Comunità Giovanni XXIII, ha visto uscire dalla strada e accolte oltre 7000 ragazze recuperate e in tutto il territorio nazionale è presente con 21 unità di strada. “L’eredità di don Oreste Benzi è vive nell’impegno di tanti volontari – conclude Ramonda -, presenti in luoghi di conflitto con l’Operazione Colomba, nelle carceri e ovunque ci siano da difendere bambini che non possono nascere, persone che non hanno voce, famiglie in difficoltà, disoccupati e popoli alla ricerca di pace”.

Fonte: interris

Redazione Enzo Vincenzo Sciarra

Polonia e Ungheria, così si resiste allo strapotere UE



di Rodolfo Casadei

La manifestazione che ha riunito a Varsavia gruppi di estrema destra da tutta Europa in occasione delle celebrazioni per l’indipendenza della Polonia di sabato scorso è diventata l’ennesimo pretesto per riproporre il cliché di un’Europa orientale dominata da forze sovraniste, come quelle che esprimono l’attuale governo polacco, determinate ad alimentare un clima di razzismo, ultranazionalismo e islamofobia funzionale a consolidare l’autoritarismo che esse hanno iniettato nel sistema politico.

Ha scritto il Financial Times: «Non ci devono essere dubbi su quello che il governo polacco sta facendo. Seguendo l’esempio di Trump negli Stati Uniti e di Viktor Orban in Ungheria, sta aprendo uno spazio per la politica di estrema destra mentre finge neutralità, spingendo in questo modo il centro di gravità politica decisamente verso destra». L’unico argine all’autoritarismo degli Orban e dei Kaczynski (l’uomo forte del partito Giustizia e Diritto al potere in Polonia) sarebbero gli standard politici e giuridici fissati dall’Unione Europea, non a caso bersaglio di molte tirate polemiche dei due leader appena citati, ed ecco allora che a Bruxelles, come ci informa un altro recente articolo del Financial Times, si stanno studiando nuovi meccanismi per tagliare le unghie ai governanti di Budapest, Varsavia e altre capitali che volessero imitarli.

Alti funzionari dei paesi della Ue, Germania in testa, vorrebbero istituire forme di condizionalità dei fondi comunitari di coesione destinati ai paesi dell’Est più efficaci e di più rapida applicazione di quelle implicite nell’articolo 7 del Trattato, che prevede la non meglio precisata “sospensione di alcuni diritti”, compreso quello di voto, dei paesi che il Consiglio europeo delibera all’unanimità che abbiano violato i valori democratici europei. A partire dal 2021 dovrebbe diventare più facile sospendere il versamento dei fondi strutturali ai paesi che violano lo Stato di diritto, fattispecie di infrazione che, ammette il quotidiano finanziario londinese, non sarà facile da definire precisamente.

Non c’è dubbio che nell’Europa dell’Est alcuni governi stiano cercando di garantirsi un elevato livello di controllo sui media pubblici e privati e sui livelli più alti della magistratura. Non c’è ugualmente dubbio che in molti paesi in passato comunisti, a cominciare dalla ex Germania Est, le forze di estrema destra siano in ascesa. Ma questi fenomeni non rappresentano come si vuol far credere la sfida portata da forze retrive e antidemocratiche ai valori progressisti dell’Unione Europea, quanto piuttosto la conseguenza delle politiche perseguite in passato da locali governi di centro-sinistra e incoraggiate da Bruxelles, come pure di un’egemonia tedesca sulle decisioni prese a livello di Unione Europea che a molti nell’Est ricorda la sovranità limitata di sovietica memoria.

La nomina di giudici politicamente affini, spesso con modalità controverse, non è una novità introdotta dai governi di Viktor Orban in Ungheria e di Beata Szydlo in Polonia: era stata già praticata dai loro predecessori, ed è per eliminare magistrati legati agli esecutivi del passato che gli attuali governanti stanno introducendo nuove normative.

Ma la questione decisiva riguarda le politiche economiche: i governi di centro e centro-sinistra hanno applicato le politiche liberiste favorite da Bruxelles, che hanno sì rilanciato la crescita economica, ma al prezzo di forti diseguaglianze sociali, della formazione di una classe di privilegiati che hanno beneficiato delle privatizzazioni, e di una penetrazione sproporzionata degli interessi tedeschi. I governi sovranisti e populisti di Orban e della Szydlo, bisogna riconoscerlo, stanno operando per la redistribuzione della ricchezza nazionale, e grazie a un mix di alta spesa pubblica, stimoli fiscali e bassi tassi di interesse le loro politiche economiche stanno funzionando egregiamente. È questa la ragione per cui i sondaggi di opinione accreditano Fidesz (il partito di Orban) in Ungheria e Diritto e Giustizia in Polonia di alti tassi di consenso: il partito della Szydlo e di Kaczynski è dato al 45 per cento, contro il 17 per cento dell’opposizione di centro di Piattaforma Civica; in Ungheria Fidesz è quotata al 55 per cento delle preferenze; segue staccato di oltre venti punti Jobbik, partito di estrema destra. I socialisti, al governo fino al 2010, sono accreditati del 9 per cento dei voti appena.

Sono i risultati in campo economico e non il controllo crescente dei media che consentono ai partiti di governo questi risultati: polacchi e ungheresi sono abituati a fare la tara alla propaganda di regime dai tempi del comunismo, ma c’è un argomento al quale sono estremamente sensibili, ed è quello della sovranità nazionale. Diversamente da molte nazionalità dell’Europa occidentale, polacchi e ungheresi non vogliono partecipare all’Unione Europea per fondersi in un’entità più ampia, ma per godere della sovranità nazionale di cui non hanno potuto usufruire al tempo degli imperi e a quello dei regimi comunisti eterodiretti da Mosca. I provvedimenti punitivi che Bruxelles minaccia contro le decisioni sovrane dei loro paesi e l’obbligo di accogliere quote, ancorché limitate, di richiedenti asilo sono stati occasioni ghiottissime per un’efficace propaganda politica da parte dei partiti al governo. Che questa propaganda abbia finito per spostare sempre più a destra il baricentro della rappresentanza politica è fuor di dubbio, ma non sono stati polacchi e ungheresi a scegliere questo terreno di scontro. Glielo hanno imposto le élites di Bruxelles e di Berlino, le stesse che adesso gridano al pericolo fascista.


Redazione: Enzo Vincenzo Sciarra

Libia. Che cosa ha mai fatto l’Onu per i migranti (a parte accusare l’Italia)?


di Leone Grotti

L’Alto commissario Onu per i diritti umani ha gettato addosso a Roma la responsabilità per le condizioni terribili dei migranti nei centri di detenzione libici. Ma Roma ha fatto molto più dell’Onu per loro

Su un fatto non c’è dubbio: i centri di detenzione dove le autorità libiche o le milizie ad esse collegate tengono rinchiusi i migranti che vorrebbero partire per l’Europa sono disumani. Non lo scopriamo oggi, già a inizio anno erano stati realizzati reportage che documentavano le terribili condizioni di vita di chi è in attesa di imbarcarsi su un gommone per un viaggio disperato. Ma questo non dà diritto all’Onu di scaricare tutta la colpa sull’Italia e sull’Europa.

LE ACCUSE DELL’ONU. Ieri, come già fatto in passato, l’Alto commissario Onu per i diritti umani, Zeid Raad Al Hussein, ha denunciato la condizioni «terrificanti» dei campi di detenzione parlando di «orrori inimmaginabili», soprattutto in seguito ad un filmato pubblicato della Cnn. Il Commissario ha poi aggiunto che «la sofferenza dei migranti detenuti in Libia è un oltraggio alla coscienza dell’umanità» e la politica di Ue e Italia «rischia di condannare molti migranti a una prigionia arbitraria e senza limiti di tempo, esporli alla tortura, allo stupro, costringerli al lavoro, allo sfruttamento e al ricatto». Il riferimento è all’accordo fatto da Roma, previo consenso di Bruxelles, con il legittimo governo di Tripoli per fermare le partenze dei barconi.

COSA FA L’ITALIA. Attaccare così direttamente l’Italia, però, non ha senso. Prima di tutto perché la Libia non è un paese su cui l’Unione Europea abbia formalmente giurisdizione, al contrario delle Nazioni Unite. In secondo luogo perché il piano del ministro Marco Minniti per fermare l’immigrazione irregolare, di cui Tempi ha già parlato, prevede anche il finanziamento con una trentina di milioni delle missioni in Libia di Unhcr e Oim (Organizzazione internazionale delle migrazioni) per migliorare la gestione dei campi profughi in Libia. Bisogna anche ricordare che l’Onu ha una missione nel paese nordafricano, ma mantiene la sede in Tunisia per non esporsi a eventuali rischi. A questo bisogna aggiungere che se l’Onu ha potuto fare quattro ispezioni in altrettanti centri di detenzione è solo merito del lavoro diplomatico svolto dall’Italia. Inoltre, è sempre l’Italia che ha aiutato l’Oim a gestire oltre novemila rimpatri mirati di migranti detenuti nei centri libici. Che cosa ha fatto invece l’Onu, a parte lanciare invettive e scaricare le colpe sugli altri? Niente.

IL NODO SICUREZZA. Bisogna ricordare anche che l’Italia ha iniziato ad attirarsi le critiche dell’Onu e di altri paesi europei quando è riuscita efficacemente a fermare la maggior parte degli sbarchi, rovinando così non solo il business milionario dei trafficanti di uomini ma anche quello di decine di Ong. Sulle accuse di complicità con i trafficanti vale infine il commento fatto dall’ex direttore del Sisde Mario Mori a Tempi: «Le accuse di complicità con i trafficanti che ci sono state mosse non valgono nulla se non vengono dimostrate. Detto questo, bisogna sempre procedere per priorità, tenendo conto dei valori che abbiamo da difendere e degli interessi. Io credo che quando in gioco ci sono la sicurezza nazionale e l’ordine pubblico, ecco, questi valori devono sempre prevalere su altre considerazioni».

Fonte: Tempi

Redazione: Enzo Vincenzo Sciarra

Roma: 15mila persone rischiano di restare senza cure


L’allarme di “Medicina Solidale” a pochi giorni dalla Giornata mondiale dei poveri

A pochi giorni della Giornata dei poveri voluta da Papa Francesco, a Roma ancora una volta si sta scrivendo una delle più brutte pagine della storia recente a danno di oltre 15 mila poveri delle periferie che non potranno più curarsi”. Lo rivela in un comunicato Medicina Solidale.

“Dopo la chiusura forzata dei sei ambulatori di strada di Medicina Solidale – da Tor Bella Monaca a Piazza caduti della Montagnola fino a quello sotto il colonnato di San Pietro – a causa di un contenzioso con la Regione Lazio che si sta risolvendo, ora la burocrazia di Roma Capitale e il silenzio assordante dell’assessore Baldassarre sta sentenziando la definitiva chiusura di questo servizio capillare e a costo zero per l’ammnistrazione pubblica”.

“Da prima dell’estate – spiega Lucia Ercole, direttore sanitario dei Medicina Solidale – abbiamo incontrato tre volte l’assessore, le abbiamo inviato tutta la documentazione. Ad oggi dopo oltre un mese e dopo averle spiegato l’urgenza di riaprire non abbiamo avuto nessun tipo di riscontro nemmeno con una risposta negativa”.

”La nostra sede madre – aggiunge Ercoli – a Tor Bella Monaca è di proprietà comunale e come da legge per avere le autorizzazioni regionali per l’esercizio della nostra attività occorrono i documenti per l’accatastamento dell’immobile. Al momento questi documenti sono scomparsi nel buco nero degli archivi di Roma Capitale”.

”Senza questo passaggio burocratico – spiega Ercoli – le mamme, i bambini e tanti cittadini non potranno più accedere alla nostre cure gratuitamente. Abbiamo chiesto disperatamente alla Baldassarre di aiutarci in questo complicato cammino burocratico, ma non si è degnata nemmeno di risponderci”.

”Se questo stile è il nuovo che avanza – conclude Ercoli – nella nostra città ci permettiamo di esprimere molte riserve. Saremo costretti a portare i nostri assistiti in piazza del Campidoglio dove effettueremo le viste mediche”.

Fonte: interris

Redazione Enzo Vincenzo Sciarra

Redipuglia e l’offesa rap ai Caduti Italiani


di Cristina Di Giorgi

Ci sono luoghi in cui il silenzio, magari accompagnato dai battiti del cuore di chi vi si accosta con emozione, è l’unica musica che si dovrebbe ascoltare. O per lo meno, se l’aria è riempita di note e voci, che si tratti di esecuzioni mirate ad esaltare il significato e il valore che lo scenario in questione merita.

Così non sembra essere stato per il fatto che ha visto protagonista il rapper nato a Udine da genitori di nazionalità ghanese Justin Owusu, che in un videoclip (realizzato dal regista inglese Jordan McKellar) balla e canta sullo sfondo di alcuni luoghi particolari, non si sa se scelti per qualche motivo specifico o meno. Tra essi spicca il Sacrario Militare di Redipuglia: nel filmato si vede infatti Owusu esibirsi calpestando i gradoni del monumento, con le scritte “Presente” in evidenza. Calpestando, soprattutto, le tombe di oltre centomila Caduti italiani della Prima Guerra Mondiale.

Moltissime, nel web e non solo, le polemiche che il video, postato su you tube, ha provocato: sono stati infatti parecchi coloro che l’hanno a ragione considerato come un oltraggio alla nazione, ai suoi Caduti e alla sua storia.

E che si sono chiesti chi abbia concesso al rapper i permessi per girare il video incriminato, anche se secondo alcune indiscrezioni – riferisce friuli.it – Owusu non sarebbe stato autorizzato né da Onorcaduti, né dalla direzione del Sacrario, per utilizzare il quale ci sono regole molto rigide: ogni iniziativa deve infatti essere concordata con chi cura la custodia e la manutenzione dello stesso. Senza eccezione alcuna.

La direzione generale di Roma dovrà ora decidere come muoversi, anche eventualmente intraprendendo azioni giudiziarie. Dal canto suo il primo cittadino di Fogliano Redipuglia, Antonio Calligaris, ha fatto sapere che in caso di formalizzazione di una denuncia, valuterà l’ipotesi di costituirsi parte civile. “Quando ho visto il video – ha detto il sindaco, come riferisce Il Piccolo – sono inorridito. E comunque ho dato per scontato che non ci fosse alcuna autorizzazione nei confronti di quello che considero un atto sacrilego. Come Comune siamo pronti ad affiancare Onorcaduti nelle azioni legali che vorranno intraprendere. Ritengo che in questo caso ‘parte lesa’ non siano solo il Commissariato generale per le Onoranze ai Caduti e l’amministrazione comunale, ma la stessa nazione che quel Sacrario rappresenta e che è stata fatta oggetto di vilipendio.

Mi aspetto inoltre che lo Stato, in tutte le sue articolazioni, sappia reagire in modo rigoroso e duro, come deve fare un Paese civile. Spero altresì – ha concluso Calligaris – che non ci si nasconda dietro risibili scuse come la ‘libertà di espressione o artistica’, perché questo sarebbe un ulteriore insulto a quei Caduti e ai loro parenti”. E anche a tutti coloro secondo i quali ascoltare il rapper cantare che “lui perdeva tempo con la fica e gli amici stronzi” mentre saltella sulle tombe di chi ha donato il sangue per l’Italia, è come uccidere quei soldati una seconda volta. Quelle che abbiamo usato sono espressioni forse un po’ forti. Del resto però, in un periodo come quello attuale, i valori e la sacralità della memoria vanno difesi a gran voce. Chiedendo rispetto e gratitudine per chi si è sacrificato per la Patria.


Redazione: Enzo Vincenzo Sciarra

Legge bilancio 2018 – Arriva il “bonus nonni” ecco cos’è


Sconto fiscale per le spese mediche, sportive e scolastiche dei nipoti

Legge di Bilancio 2018: sparito il “bonus bebè”, spunta il “bonus nonni”. Considerata l’importanza dei nonni nel welfare familiare, il Governo ha intenzione di proporre un emendamento alla Manovra per estendere, dall’1 gennaio 2018, lo sconto fiscale per i familiari a carico anche ai nonni.

La proposta. La proposta è di Area Popolare e, nel dettaglio, prevede un allargamento delle detrazioni al 19% per i nonni che aiutano i nipoti nelle spese mediche, scolastiche, sportive, di affitto per i fuori sede ed anche per quelle assicurative. La proposta sarà discussa in Aula del Senato la prossima settimana.

La situazione attuale. Già oggi i nonni possono detrarre le spese sostenute per i nipoti, ma a patto che convivano o che percepiscano da loro assegni alimentari non risultanti da provvedimenti dell’autorità giudiziaria: vengono considerati familiari a carico nel limite di 2840,51 euro di reddito all’anno. La proposta dell’emendamento, invece, elimina i vincoli. Sia quello di convivenza, che quello dell’erogazione degli assegni familiari.

Il ruolo dei nonni. Oggi in Italia i nonni assumono un ruolo determinante, anche per quanto riguarda la cura dei nipoti. Secondo una stima della Società Italiana Medici Pediatri, oltre il 70 per cento dei bambini fino a dieci anni è affidato abitualmente a loro, mentre solo il 5 per cento dei genitori si rivolge a babysitter e tate. E se, secondo l’Istat, il numero di ore di aiuto fornite gratuitamente per l’assistenza ai bambini è stato di 1 miliardo 322 milioni in un anno, in buona parte è stato prestato dai nonni, che hanno permesso alle famiglie un risparmio davvero significativo.

Fonte: interris

Redazione: Enzo Vincenzo Sciarra

Il video choc della Cnn, migranti venduti all’asta come schiavi – VIDEO




di Simone Pellegrini

Le immagini e le voci diffuse dalla Cnn non lasciano adito a dubbi: in Libia le lancette dell’orologio sono tornate indietro nel tempo, precisamente all’epoca della tratta degli schiavi.
L’asta

“800 dinari… 900, 1.100… venduto per 1.200 dinari (pari a 800 dollari)”, recita la voce dell’uomo che mette all’asta un giovane, che dovrebbe essere un nigeriano, definito “un ragazzone forte, adatto al lavoro nei campi”.

Le telecamere nascoste dell’emittente inglese hanno ripreso la vendita di una dozzina di ragazzi a Tripoli, i cronisti si sono recati sul campo dopo aver ricevuto delle segnalazioni. C’è un tale che vende uno di loro dicendo “uno scavatore, qui abbiamo uno scavatore, un omone forte, in grado di scavare”. Dopo che l’agghiacciante transazione è conclusa, i giornalisti avvicinano due dei ragazzi ‘venduti’, che appaiono “traumatizzati.. intimoriti da qualsiasi persona”.

Episodi di questo tipo si ripeterebbero circa una o due volte al mese.
Le autorità libiche

I filmati sono stati consegnati dalla Cnn alle autorità libiche, che hanno promesso un’indagine. Stupore da parte dell’agenzia governativa libica contro l’immigrazione illegale a Tripoli, che per bocca del tenente Naser Hazam ha spiegato di non essere a conoscenza di vendita di schiavi, benché sappia che esistono gruppi criminali che gestiscono il traffico di esseri umani. Mohammed Abdiker, direttore delle operazioni d’emergenza dell’Oim (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), in una dichiarazione rilasciata lo scorso aprile dopo un viaggio in Libia, aveva definito la situazione “terribile… le notizie di ‘mercati degli schiavi’ si uniscono alla lunga lista di orrori“.
La situazione dei migranti in Libia

Ogni anno transitano sul suolo libico decine di migliaia di persone che fuggono da zone di conflitto e di povertà dell’Africa, destinazione Europa. Le autorità libiche, tuttavia, stanno contrastando i viaggi illegali attraverso il Mediterraneo, è così che molti migranti restano nel Paese nordafricano, spesso alla mercé di contrabbandieri che, arginato il traffico di esseri umani sui barconi, provano a riciclarsi vendendo schiavi.
Soldi in prestito per pagare i trafficanti

Gli inviati della Cnn hanno quindi parlato con Victory, ventunenne detenuto al Treeq Migrant Detention Center di Tripoli dove gli immigrati illegali vengono rinchiusi in attesa di espulsione: il ragazzo dice di essere stato venduto all’asta come schiavo “più volte”, dopo che i suoi soldi – tutti usati per cercare di arrivare in Europa – erano finiti. “Pagai (ai trafficanti che lo tenevano in ostaggio affermando che doveva ripagare il debito verso di loro) più di un milione (oltre 2.700 dollari) – ha raccontato -. Mia madre è anche andata in un paio di villaggi a chiedere soldi in prestito per salvarmi la vita”.

Fonte: interris

L’Isis annuncia ai romani un “Natale di Sangue”


di Ignazio Statuario

Un manifesto diffuso in Rete raffigura un terrorista alla guida di un’auto su via della Conciliazione

Un “Natale di sangue” è stato annunciato ai romani dai terroristi islamici. Un manifesto che sta circolando in Rete, diffuso da Wafa Media Foundation, una organizzazione ritenuta vicino all’Isis, non lascia adito a dubbi. L’immagine è quella di un terrorista alla guida di un’auto su via della Conciliazione, direzzo verso la Basilica di San Pietro, con un mitra e uno zainetto appoggiati al sedile anteriore, di fianco al conducente.
“Natale di sangue”

Sopra l’immagine campeggia la scritta “Christmas blood”, ovvero “Natale di sangue”. E sotto, più piccolo, una seconda scritta che suona come una minaccia: “So wait…”, ossia “Nell’attesa”. Il volto del terrorista, come si vede dal riflesso sullo specchietto retrovisore, è coperto da un passamontagna. Le mani impugnano un volante, sul quale è evidente il logo di una nota casa automobilistica tedesca.

Secondo quanto riportato da Il Messaggero, nessuno in Vaticano ha voluto commentare il manifesto. La guardia resta però molto alta. Non si contano ormai le minacce che i terroristi islamici dell’Isis hanno rivolto a Roma nel corso degli ultimi anni.
Le minacce del passato

Nel gennaio 2015, proprio nei giorni dell’attentato a Charlie Hebdo, a Parigi, l’Isis diffuse un video di oltre un minuto in cui le minacce venivano accompagnate dalle immagini dei maggiori monumenti della Capitale d’Italia. Appena un mese dopo, per sottolineare la presenza di adepti del Califfato in Libia, gli jihadisti diffusero un nuovo filmato in cui spiegavano di trovarsi “a sud di Roma”.

E ancora, più di recente, il “cruccio” di conquistare la culla del cristianesimo ha continuato a manifestarsi nei proclami degli estremisti islamici. Ad agosto, dopo l’attentato alle Ramblas di Barcellona, i terroristi – secondo il sito Site – avrebbero indicato nell’Italia il prossimo obiettivo.
L’attentato a Berlino

Il periodo natalizio, stando a un precedente di un anno fa, sembra essere propizio per i sanguinari terroristi fedeli al Califfato. La mente corre alla strage avvenuta a dicembre 2016 a Berlino, quando un furgone ha falciato vittime intente a fare acquisti alle bancarelle. Il presunto attentatore, Anis Amri, rimase poi ucciso pochi giorni dopo a Sesto San Giovanni (Mi) durante una sparatoria con due agenti di polizia.

Fonte: interris

Redazione: Enzo Vincenzo Sciarra

Exit Mugabe, il più vecchio e disastroso dittatore del mondo


di Rodolfo Casadei

Per evitare che al 93enne dittatore dello Zimbabwe succedesse la moglie Grace, i militari hanno compiuto un golpe che non si dichiara come tale.


È un colpo di Stato che non vuole dire il suo nome, ma è un colpo di Stato. L’azione militare con cui mercoledì mattina le forze armate dello Zimbabwe «hanno preso in custodia» il presidente Robert Mugabe e sua moglie e arrestato alcuni ministri è a tutti gli effetti l’atto che mette fine a 37 anni di potere quasi sempre solitario del più anziano leader vivente al governo nel mondo, avendo l’ex capo guerrigliero compiuto 93 anni nel febbraio scorso.

A precipitare il putsch sono stati il baratro finanziario verso il quale appare avviato il paese e soprattutto l’apparente decisione, da parte del presidente, di favorire la moglie Grace (di 40 anni più giovane di lui, ex segretaria e amante sposata dopo la morte della prima moglie Sally) nella corsa alla sua successione. Mentre infatti annunciava che si sarebbe presentato alle elezioni del 2018 per concorrere al settimo mandato di seguito, Mugabe spogliava dalle sue funzioni e minacciava verbalmente il vice presidente Emmerson Mnangagwa, come lui veterano della lotta di liberazione con cui negli anni Sessanta e Settanta alcuni movimenti politico-militari rappresentativi della maggioranza africana della popolazione si erano battuti contro il governo di minoranza bianco di Ian Smith, che aveva dichiarato unilateralmente l’indipendenza dell’allora colonia britannica col nome di Rhodesia.

Nella sorda lotta per la successione al patriarca autocrate dello Zimbabwe Mnangagwa rappresentava la fazione dei veterani della lotta di liberazione, che hanno il loro feudo nell’esercito, mentre i quadri più giovani e qualificati dello Zanu-Pf , il partito di governo, conosciuti come G40 (cioè la generazione dei quarantenni), puntavano le loro carte su Grace, che avrebbe liberato molti posti di comando per loro una volta salita al potere. Lo Zanu-Pf è un tipico partito-stato che detiene il potere ininterrottamente dal 1980, avendolo condiviso per pochi anni con altre forze politiche subito dopo l’indipendenza e poi nel periodo 2009-2013, quando Mugabe condivise il potere con l’unico oppositore che abbia mai avuto chance di sconfiggerlo: l’ex sindacalista Morgan Tsvangirai, che ebbe per qualche tempo la carica di primo ministro in cambio della rinuncia a competere nel secondo turno delle elezioni presidenziali, dove aveva conquistato l’accesso al ballottaggio. Nessuno a quel tempo considerò un tradimento l’accordo di desistenza, in quanto squadre di militanti dello Zanu-Pf stavano impunemente terrorizzando gli elettori di Tsvangirai, vittime di pestaggi e uccisioni.

Mugabe viene rimosso dal potere nel momento in cui la situazione economica appare totalmente fuori controllo e le condizioni di vita della popolazione sono pessime: il reddito pro capite è stimato fra i 600 e i 700 dollari, cioè meno che al tempo dell’indipendenza nel 1980 (quando era attorno a 800 dollari), il 72 per cento della popolazione vive sotto la soglia della povertà e un quarto circa sopravvive grazie ad aiuti alimentari. Benché dal 2009 il paese sia privo di una propria moneta, l’inflazione quest’anno registra un tendenziale 348 per cento. Certo meno peggio del 2008, quando raggiunse la stratosferica cifra di 231 milioni per cento! A causa di quel tracollo il dollaro dello Zimbabwe venne messo fuori corso, e da allora la circolazione monetaria è garantita da valute estere (principalmente dollari Usa) e buoni del Tesoro. Questi ultimi stanno rapidamente perdendo valore, e vengono ormai scambiati al 60 per cento del loro valore nominale, mentre le banconote-obbligazioni messe sul mercato nell’ultimo anno, che teoricamente dovrebbero essere agganciate al dollaro americano, vengono scambiate sul mercato parallelo alla metà del valore della valuta americana (50 centesimi di dollaro). L’unica altra cifra più sbalorditiva di quella relativa all’inflazione è quella che riguarda la disoccupazione, che toccherebbe il 90 per cento della manodopera.

L’economia dello Zimbabwe ha imboccato la china verso l’abisso nel 2000, quando per fare fronte a difficoltà politiche ed economiche Mugabe ordinò l’esproprio delle fattorie di migliaia di coloni bianchi che erano rimasti sul posto dopo il passaggio del potere dalla minoranza bianca alla maggioranza nera. L’export agricolo di quelle fattorie rappresentava la spina dorsale dell’economia zimbabweana, mentre gli espropri portarono al tracollo della produzione. La terra fu redistribuita in gran parte con modalità clientelari che non favorirono i contadini più esperti, e la mancanza di prestiti e mezzi di produzione fece il resto.

Nonostante la tragedia economica che da tre lustri affligge il paese, la seconda famiglia Mugabe, quella che comprende cioè il presidente, la seconda moglie Grace e i figli nati dalla loro unione (l’ultimo quando il capo di Stato aveva 73 anni) ha continuato a ostentare un tenore di vita da corte del re Sole. Quei giorni sembrano ora terminati.

Fonte: Tempi

Foto: ansa

Redazione: Enzo Vincenzo Sciarra

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