10 novembre 2017

Pensiero sull'apatia sociale



Pensiero sull'apatia sociale: sta dilagando, pur se coscienti di una consapevolezza infelice che si manifesta con 

l'assenza di passione, emozioni, sentimenti, desideri, attrattiva. Infatti, lo avverto da una evidente immobilità fisica, mentale, progettuale e creativa. Spesso tutto ciò è accompagnato da un "vissuto.... spiacevole” che comporta sofferenza interiore.


Ci sono situazioni in cui diventiamo facile preda dell'apatia.

Attività ripetitive, persone poco stimolanti, routine o ambienti monotoni tendono ad annoiarci rendendoci, così, apatici.

Al tempo stesso, dobbiamo però accettare l’idea che l'apatia, come ogni forma emotiva, non è insita nelle cose e cioè intrinseca a situazioni, persone o ambienti, ma è dentro di noi e pertanto va affrontata soprattutto attraverso una riflessione e un agire su di sé.


Si sa che il giovane tende ad essere più irrequieto e impulsivo rispetto alla persona di mezza età. Stando a questa visione, in parte indotta dalla nostra stessa società, sarebbero più inclini all'apatia le giovani generazioni. 

Ciò non dipende da una predisposizione all'apatia, ma dal fatto che necessitiamo di parecchi stimoli per sentirsi vivi. Se questi mancano, o meglio, se non vengono attivamente ricercati, facilmente si può divenire preda dell’apatia. 

E' importante quindi mettersi sempre in gioco, anche nelle situazioni più monotone e noiose. Auguro a tutti di trovare la forza di uscire da questo momento di sconforto e di giusta rabbia. Se può consolare qualcuno... io ho sempre espletato la mia condizione e familiare ed economico e psicofisica. Su questi temi mi trovate sempre ben predisposto, a dialogare,  per risolvere o conviverci senza timore o vergogna. Si conviverci, ha un significato ben preciso: fregandosene di tutto, non farsi possedere dalle paure, anche a costo di perdere tutto ciò che possediamo di il materiale, oggetti che idolatriamo come feticci. 

Il concetto di individualismo nella società moderna


È come di consueto faccio la mia riflessione. Oggi vorrei mettere in evidenza un male sociale ca sta dilagando da decenni: L'INDIVIDUALISMO! Si. Mi tocca! Credo che la nostra vera colpa è l’Individualismo assoluto. Sono sempre più convinto che la modernità è qualcosa di antiumano, per i suoi ritmi frenetici, per le disuguaglianze sociali.

L'individualismo moderno, è un individualismo ideologico, virulento, che concepisce la società in funzione di esso, così che quella diviene semplicemente una regola strutturale, lo sfondo sul quale l’individuo possa e deve vivere e agire, mediante la quale egli possa affermarsi, mentre i diritti si riducono. 

La gran parte di questi "merdosi" vogliono limitare, controllare, imbrigliare la società, lasciado credere che con l'individualismo si possono ottenere a proprio favore dei diritti, individuali, i quali non servono a niente "a una beata minchua". Se non si condividono con gli altri, o meglio, se non si elargisce alla popolazione in maniera trasversale non hanno alcun valore.

Come abbiamo già detto in alcune nostre considerazioni, "se pur definite discorsi da bar",

Il modo di produzione capitalistico ha aggiunto aggressività brutale e di spietatezza, ambisce al pensiero "l'individualista".

Singolarmente non contiamo niente, temono l'aggregazione sociale dove possano nascere pensieri di ribellione e di rivoluzione. Per questo sistema non esisti come persona, sei un consumatore che di produce i beni lavorando per poi comprarli ecc... Il famigerato criceto nella ruota. Non ha alcuna importanza se, fuori della porta di casa mia, un povero disgraziato sta morendo di fame o di freddo: l’importante è che la mia casa, i miei beni, siano tutelati dalla legge contro di lui.Si, perché la povertà è una colpa è la proprietà un diritto.

L’individualismo assoluto è, dunque, in buona parte il frutto del capitalismo assoluto, nel quale il lavoro diventa una merce come qualsiasi altra e in cui chi possiede tale merce può farne l’uso che crede; o meglio, in cui il lavoro diviene una merce sottoposta non tanto all’arbitrio del singolo capitalista “cattivo”, ma a tutto un sistema di sfruttamento e di alienazione, sostanzialmente, dominato dalle banche e dalla finanza e alimentato continuamente dal cosiddetto progresso tecnologico una tecnica messa interamente al servizio del profitto e tale da ridurre il lavoratore in condizioni di assoluta indigenza e disperazione.

Proviamo a capirci! Incontri il 22 novembre 20 dicembre (partecipiamo numerosi)



Proviamo a capirci!  

Il 22 novembre 20 dicembre inizio ore 20,00
Incontriamoci! Partecipiamo numerosi presso
 L'Istituto San Gaetano Via Mac Mahon 92 Milano
(Per informazioni chiamare al numero CELL. 3468000555)



DIALOGO TRA GENITORI E FIGLI

La trasgressione, in un certo limite, è riconducibile ancora a questo disaccordo. Il giovane, non comprendendo alcuni comportamenti dell’adulto, vi si oppone come può: trasgredendo appunto. A volte poi lo fa anche senza motivo però, quasi per abitudine.

Molte volte ho avuto occasione di sentire gli adulti sfiduciati verso i giovani “dell’ultima generazione”. In articoli dei giornali, in interviste, nelle comuni conversazioni sostengono che non hanno aspirazioni future, che non riusciamo ad impegnarci in una qualsiasi cosa in modo serio e costante, che non abbiamo voglia di lavorare o studiare, che non abbiamo valori.

Questi sono per me solo dei pregiudizi. Pregiudizi che gli adulti hanno sempre avuto, in ogni era, nei confronti dei più giovani. Alcuni racconti dei nostri parenti più anziani sono a testimoniare che la differenza fra generazioni è un problema vecchio come il mondo.

Io ritengo la maggior parte dei ragazzi ricchi di aspirazioni, di voglia di emergere, di diventare un qualcuno. Oggi per riuscire nella vita ci vuole molta più grinta e molto più impegno che un tempo. È difficile trovare la propria strada, sia essa un lavoro o un titolo di studio, in questa epoca così movimentata.

Molti giovani, si dedicano a molte attività oltre allo studio: c’è chi suona uno strumento musicale, chi si dedica ad attività sociali, chi fa parte di una compagnia teatrale… insomma, non si può certo dire che siano vuoti e senza aspirazioni.

RAPPORTO GENITORI FIGLI NELLA SOCIETA' CONTEMPORANEA

Ma perché allora gli adulti si ostinano a dire che sono svogliati e amorfi? Le risposte possono essere molte, anche se è molto difficile sviscerare il problema che è assai complesso. Innanzitutto gli adulti che criticano sono di un’epoca molto differente. Sono “dell’epoca del sacrificio”. Una volta la vita era un continuo susseguirsi di sacrifici: sacrifici per portare il pane in tavola, per avere un tetto sopra la testa, per farsi una cultura. Ora questi problemi sono quasi del tutto scomparsi, per lo meno negli ambienti che frequento.

RAPPORTO GENITORI E FIGLI IERI E OGGI

I giovani hanno tutto subito e facilmente, compreso il cellulare in tasca: il sacrificio, in pratica, non c’è più. Questo, se da un canto dimostra a che livello di benessere economico è arrivata la società occidentale, dall’altro toglie un’ “esperienza” molto importante nella crescita. Il sacrificio serve infatti a capire che non si può avere tutto e subito. È un modo per dare un valore a un oggetto. Un valore che va ben al di là di quello prettamente economico. 
È ovvio che una persona che è cresciuta nell’epoca del sacrificio biasimi con disgusto le generazione più giovani. Tanti soldi, divertimenti, passatempi e soprattutto tanti sprechi. Non solo sprechi di soldi, ma anche di tempo e di capacità.
Infatti, è inutile negarlo, alcuni giovani non hanno molti interessi. Sprecano opportunità che potrebbero accrescerli culturalmente, preferendo la televisione, i videogiochi o quant’altro per passare il tempo.

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Proviamo a capirci!  Incontri il 22 novembre 20 dicembre inizio ore 20,00
(partecipiamo numerosi)
Presso L'Istituto San Gaetano Via Mac Mahon 92 
Per informazioni 3468000555






06 novembre 2017

Educatore e pedagogista: finalmente il riconoscimento professionale



Educatore e pedagogista: finalmente il riconoscimento professionale 

Se chiedete ad una persona qualsiasi chi sia l’educatore e soprattutto il pedagogista, si troverà fortemente imbarazzata nel darvi una risposta. Eppure non è da oggi che queste figure lavorano nel sociale. Le abbiamo incontrate nei più diversi ambiti,all’interno dei servizi per bambini, adolescenti,anziani, con persone fragili e/o di culture diverse,nella prevenzione e cura del disagio, in attività ludico-ricreative, sportive o rieducative, nell’orientamento e nel ri-orientamento lavorativo. Proprio a fronte di una referenza che copre tutte le età della vita e della conseguente trasversalità della loro presenza,risulta incomprensibile la scarsa conoscenza che di queste professioni si registra presso l’opinione pubblica, a partire dal nome con cui queste ultime sono identificate formalmente. Eppure nella pratica accade il contrario.Molte persone nelle diverse emergenze della vita hanno a che fare con educatori e pedagogisti,ma non attribuiscono loro un ruolo specifico, confondendoli con altri professionisti,ad esempio gli psicologi o gli assistenti sociali, più noti presso il largo pubblico semplicemente perché hanno avuto ufficialmente accesso agli ambiti dell’educazione formale e non formale prima dei più diretti addetti ai lavori. La ragione di questa situazione paradossale non è imputabile agli educatori e ai pedagogisti, va invece ricercata nelle contraddizioni di una politica di welfare che ha riservato a queste figure lo spazio dell’iniziativa privata, senza riconoscerle e disciplinarle. È accaduto così che educatori e pedagogisti,formati dalle università italiane da oltre un decennio,fossero un nome senza alcuna identità sociale, un contenitore vuoto utilizzabile da chiunque: psicologi, sociologi, insegnanti, ma anche impiegati postali,ragionieri, geometri…. persone che, nel migliore dei casi, in tempo di crisi come il nostro,si sono riconvertite professionalmente con qualche corso di aggiornamento,oppure si sono accostati al lavoro educativo da volontari per scoprire una nuova vocazione. 

In questa eterogeneità di presenze e di approcci, gli educatori veri sono vissuti quasi in clandestinità, all’interno delle associazioni che hanno iniziato a fondare per rivendicare la loro fisionomia e non essere confusi con altre professioni. Ora però le cose stanno cambiando. Il problema che, fortunatamente, si è imposto, è riconoscerli nel pubblico e nel privato , mettendoli in condizione di proporsi nel mercato del lavoro come detentori di una professione specifica.Infatti, è in approvazione il testo unificato delle proposte di legge n. 2656 Iori e 3247 Binetti, il cui esame si è concluso presso la Commissione Cultura nella seduta dell’8 giugno 2016, mentre l’approvazione in Parlamento è già avvenuta il 21 giugno, ora resta solo quella del Senato. Una legge, attesa per anni, che disciplina le professioni educative, valorizzandole e garantendone il riconoscimento a partire dalla loro formazione. Innanzitutto, il conseguimento del titolo di studio specifico costituirà il requisito obbligatorio per svolgere in qualunque forma ed in qualunque ambito il lavoro educativo. La legge riconosce tre figure professionali: il pedagogista, l’educatore socio-pedagogico, l’educatore socio-sanitario.Quest’ultimo,fatto rientrare con decreto del Ministro della sanità n. 520 del 1998, tra le professioni sanitaria dell’area della riabilitazione (classe di laurea L/SNT2), in base al medesimo decreto ministeriale, viene formato presso le strutture sanitarie del Servizio sanitario nazionale e le strutture di assistenza socio-sanitaria degli enti pubblici individuate con protocolli d’intesa fra regioni e università. Le università provvedono alla formazione attraverso la facoltà di medicina e chirurgia, in collegamento con le facoltà di psicologia, sociologia e scienze dell’educazione. Di contro, l’educatore professionale socio-pedagogico dovrà conseguire il diploma di laurea nella classe di laurea L-19 (Scienze della formazione e dell’educazione).Il titolo di Pedagogista sarà rilasciato, invece, al termine delle classi di laurea magistrali LM. 50 Programmazione e gestione dei servizi educativi, LM57 Scienze dell’educazione degli adulti e della formazione continua, LM 85 Scienze pedagogiche. Oggi si stima che in Italia i lavoratori dell’ambito educativo-formativo siano più di 150.000 che saranno chiamati ad adeguare la loro preparazione agli standard culturali fissati dalle disposizioni di legge. Un passaggio epocale, del quale dobbiamo essere grati a chi, come le collegheVanna Iori e Milena Santerini,se ne sono fatte carico,appunto due pedagogiste elette in Parlamento. Il riconoscimento formale della professione non sarà però indolore. All’indomani dell’approvazione della legge, esso solleverà subito il problema della qualificazione professionale di queste tre figure, a partire dalla uniformazione del corsi di laurea, tenendo conto dei parametri europei stabiliti dal QEQ (Quadro europeo delle Qualifiche) e dei requisiti di qualità previsti dall’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (ANVUR). L’educatore professionale socio-pedagogico rientra nel livello di conoscenze, competenze e abilità e opera nelle aree di professionalità di livello 6 del QEQ,mentre al pedagogista si richiede una professionalità dì livello 7 del QEQ. Si tratta di un traguardo importante denso di implicazioni positive, tra le quali vanno sottolineate: – il riconoscimento di bisogni educativi endemici, indotti da un mondo socio-politico-economico istituzionale complesso; – la consapevolezza che gli interventi educativi richiesti dalla cura, dallo sviluppo e dalla crescita della persona debbano essere svolti con la competenza assicurata almeno in parte dal possesso di una specifica cultura professionale; – lo sdoganamento della pedagogia e dell’educazione dalla situazione di minorità in cui erano costrette; – la legittimazione dell’educazione non formale come parte integrante del sistema educativo di istruzione e formazione che siamo impegnati a realizzare; – la valorizzazione di un ambito lavorativo che, in maniera meno vistosa ma più incisiva, concorre a creare risorse, quelle umane,anche per gli altri ambiti e a rendere sostenibile un modello di sviluppo con derive autolesioniste.

Carla Xodo

Redazione: Enzo Vincenzo Sciarra

La banca presta la moneta che non ha



Una delle radici più profonde e nascoste della crisi è la moneta/debito, come insegna Luciano Gallino (“Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegati ai nostri nipoti“, Einaudi, 2015). Il senso del suo insegnamento radicale e controcorrente si può sintetizzare così: la grande maggioranza della moneta che utilizziamo viene creata ex nihilo dalle banche private sotto forma di prestiti, cioè di moneta/debito. Questa è la vera causa dell’esplosione globale dei debiti privati e pubblici che soffocano l’economia.

La moneta bancaria aumenta i debiti e sottrae ricchezza all’economia reale. La moneta dovrebbe invece diventare un bene pubblico, una risorsa messa a disposizione dallo Stato per produrre ricchezza e benessere grazie alla piena occupazione e alla svolta ecologica dell’economia. E’ l’unica via d’uscita dalla crisi.

In continuità con gli studi e le lezioni sulla “moneta endogena” di economisti insigni, come John M. Keynes e Hyman Minsky e, in Italia, Augusto Graziani, Gallino spiega il malefico ingranaggio: «Una banca moderna crea denaro quando concede un credito. La credenza popolare per cui la banca presterebbe ad altri il denaro già depositato da un altro correntista è infondata».

A sostegno della sua tesi, lo studioso cita la Banca d’Inghilterra: «Generalmente si ritiene che le banche agiscano come intermediari dando prestiti in base ai depositi dei risparmiatori. Ma è falso. Nella realtà dell’economia moderna le banche commerciali sono le vere creatrici del denaro depositato. E’ l’atto di prestare che crea i depositi.

Questo processo è il contrario della sequenza tipicamente descritta nei manuali». Il potere della democrazia e della politica ne è soverchiato. E ricorda già ai primi dell’Ottocento il presidente degli Stati uniti Thomas Jefferson affermava che «le istituzioni bancarie sono più pericolose per le nostre libertà di un esercito in armi. Il potere di emettere denaro dovrebbe essere tolto alle banche e restituito al popolo al quale propriamente appartiene».

La moneta legale, ovvero le banconote stampate dalla banca centrale, sono solo una parte minoritaria del denaro che effettivamente circola nell’economia.

Le banconote con valore legale che ritiriamo dai bancomat, valgono solo per il 5% del denaro che utilizziamo: il 95% del denaro che usiamo per le transazioni (stipendi, investimenti, acquisto casa, auto,ecc) è moneta digitale creata dalle banche.

Le banche hanno in teoria dei vincoli all’offerta di moneta/prestiti (come per esempio la riserva obbligatoria): ma in pratica creano moneta a loro piacimento grazie alla leva monetaria. Per un euro di capitale proprio hanno attività fino a 30-50 euro.

Neppure le banche centrali controllano la massa monetaria circolante: tentano di manovrare il credito grazie al tasso principale di interesse, senza riuscirci. Quando c’è il boom economico e la domanda di denaro è forte, le banche private fanno prestiti, creano denaro in eccesso; quando scoppia la bolla finanziaria, allora ritirano il denaro dall’economia e creano recessione (come avviene nell’eurozona).

La moneta bancaria è pro-ciclica e genera crisi.

Gallino ci spiega che le grandi banche, dagli anni ’80 in poi, hanno creato nuova “falsa moneta” con la loro attività finanziaria. Si sono trasformate in trader e scommettono (mettendo a rischio i soldi dei risparmiatori) in ardite operazioni speculative per ottenere profitti immediati e enormi. Grazie a società-veicolo fuori bilancio le banche internazionali organizzano un immenso sistema bancario-ombra che, a sua volta, crea un gigantesco mercato opaco di titoli finanziari esotici cosiddetti derivati, fuori dai mercati ufficiali e da ogni regola pubblica.

Il peggio è che i derivati – come i futures, le opzioni, i credit default swap – sono diventati “nudi”, ovvero sono delle pure scommesse nelle quali il valore sottostante della merce su cui poggia il valore del derivato non ha alcuna importanza per chi effettua le compravendite.

Il mercato dei derivati scambiati in questo capitalismo casinò è immenso: circa 700 triliardi (cioè migliaia di miliardi) di dollari, ovvero circa dieci volte il Pil mondiale. La moneta privata e sfuggita ad ogni controllo pubblico.

Ma l’alternativa esiste: le banche devono ritornare a rispettare vincoli precisi, i movimenti di capitale e il mercato dei derivati devono essere strettamente disciplinati. La politica deve ritrovare la sovranità sulla finanza. Nella prospettiva indicata da Gallino (e da Positivemoney.org, che Gallino richiama nel suo libro) la moneta dovrebbe essere emessa esclusivamente dallo stato e distribuita ai cittadini e alle imprese in base a decisioni di politica economica prese democraticamente da organi pubblici.

Gallino è stato l’unico grande intellettuale italiano che ha avuto il coraggio di promuovere un progetto innovativo come il fiscal money. La moneta fiscale non è che un titolo pubblico emesso dallo stato, convertibile in euro – come i Bot e i Btp -, valido per “pagare le tasse” dopo due anni, da distribuire gratuitamente (sottolineo: gratuitamente) a cittadini, imprese e amministrazioni pubbliche. La moneta fiscale emessa dallo stato diventerebbe moneta a tutti gli effetti, con valore riconosciuto: infatti il fisco costituisce larga parte (40% circa) dell’economia e un titolo con valore di sconto fiscale è accettato da tutti.

Nella sua prefazione all’eBook edito da Micromega nel 2015, “Per una moneta fiscale gratuita” ha spiegato che si «osa proporre nientemeno che, allo scopo di combattere la disoccupazione e la stagnazione produttiva in corso, lo stato si decida a fare in piccolo qualcosa che le banche private fanno da generazioni in misura immensamente più grande: creare denaro dal nulla».

La moneta fiscale ha tre caratteristiche fondamentali che la rendono alternativa alla moneta bancaria:
è emessa e distribuita dallo Stato e non dalle banche private;
è una moneta nazionale e non una moneta prodotta dalle banche internazionali (come l’euro);
è una moneta-credito (ovvero distribuita gratuitamente) e non una moneta-debito.

Grazie a questo titolo/moneta, lo stato – disintermediando in parte le banche – potrebbe combattere l’austerità dell’euro, rilanciare i consumi, gli investimenti e l’occupazione senza aumentare il debito pubblico (grazie al moltiplicatore keynesiano). Non a caso anche Mediobanca in un suo recente report ha scritto che con la moneta fiscale il Pil crescerebbe del doppio senza squilibrare il bilancio pubblico e la bilancia commerciale.

PER CAPIRE / ECCO COME LE BANCHE CREANO DENARO DAL NULLA - IL GRANDE INGANNO DELLA ''MONETA ELETTRONICA''


Il primo libro dello scrittore di fantascienza James Ballard fu "Il vento dal nulla". Un vento sempre più forte soffia ovunque e la sua intensità aumenta giorno dopo giorno. La sua origine è sconosciuta e il vento cessa soltanto quando l'ultimo edificio sulla Terra viene distrutto. Questo vento è oggi il denaro, il denaro dal nulla, che sta infettando le economie e gli Stati che ne vengono travolti. Il denaro è creato dalle banche con il meccanismo della riserva frazionaria. Quando la banca concede un prestito ha una riserva che lo garantisce, ma non del tutto. Supponiamo che la banca abbia nei suoi depositi 1.000 euro e che la riserva obbligatoria per un prestito corrisponda al 10% della somma prestata. La banca potrà quindi prestare fino a 10.000 euro nonostante disponga solo di 1.000 euro. Ha creato 9.000 euro dal nulla. Se tutti i clienti di un qualunque istituto bancario decidessero di prelevare le somme depositate scoprirebbero che non esistono e la banca fallirebbe. Il denaro in circolazione non ha più niente a che fare con la realtà. Si stima che il debito totale del mondo ammonti a 200 trilioni di dollari, mentre la produzione mondiale annua, il PIL, è di 70 trilioni, circa un terzo. Una bolla enorme che prima o poi è destinata ad esplodere. Per uscirne si potrebbe sostituire il denaro creato dalle banche con denaro stampato dagli Stati e con l'obbligo di prestiti interamente coperti da capitali. Per ora siamo seduti sopra a un uragano i cui effetti sono di una dimensione che sfugge alla mente umana. L'economista e premio Nobel Maurice Allais disse "L'attuale creazione di denaro dal nulla, operata dal sistema bancario, è identica alla creazione di moneta da parte dei falsari. La sola differenza è che sono diversi coloro che ne traggono profitto". Il denaro dal nulla potrebbe terminare con la distruzione delle Nazioni. Come il vento, e poi cessare di colpo.

Blog Beppe Grillo

Redazione: Enzo Vincenzo Sciarra

L’Olocausto Dimenticato dei Nativi Americani

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L’Olocausto Dimenticato dei Nativi Americani

Sullo sterminio dei popoli nativi delle Americhe e sulla totale distruzione delle loro culture aleggia, ormai da secoli, un silenzio tombale. Lo sterminio di tutte le etnie “indie”, ovvero dei Nativi Americani, nel Nord America così come nell’America Centrale e nel Sud America, è il più immane e devastante olocausto di tutti i tempi operato per mano degli Occidentali. L’olocausto dei nativi americani non fu solo lo sterminio di milioni di persone, fu qualcosa di più profondo. Fu, oltre l’eccidio, anche la totale distruzione delle loro culture, portate alla completa scomparsa.

Essi popolavano l’intero continente americano, dalle gelide lande dell’Alaska fino alla punta meridionale del continente, la Terra del fuoco. Gli habitat erano i più diversi. Zone di freddo quasi polare. Pianure sterminate e fertili. Vasti altipiani (le mesas del Sud Ovest statunitense). Foreste equatoriali e pluviali. Le vertiginose cime delle Ande. Le steppe. Di nuovo, laggiù nella Terra del fuoco, gelide terre in prossimità dell’Antartico.

L’immane olocausto che ebbe luogo in quel continente nel corso di quasi quattro secoli non è mai stato pienamente riconosciuto nella Storia e nella coscienza dell’Occidente, e quindi mai espiato in alcun modo, a differenza di quanto accaduto per l’olocausto degli ebrei.

Le fonti più attendibili attestano che prima dell’arrivo degli europei circa 8 milioni di indiani occupavano l’America del Nord. Nel 1692, non restavano già più di 4 milioni e mezzo d’indigeni. Oggi gli indiani sopravvissuti sono meno di 50mila. All’arrivo dei primi coloni gli indiani fecero l’errore di mostrarsi piuttosto accoglienti. Quando gli immigrati furono abbastanza numerosi, cominciarono a premere sui territori dei nativi americani per strappar loro la terra.

E’ il via ad un genocidio mostruoso, costellato di continue stragi e massacri di villaggi, operato con una pianificazione scientifica: affamare gli indiani, facendo tabula rasa delle mandrie di bisonti, e spingerli nelle zone più invivibili per farli morire di stenti e malattie continuando, al tempo stesso, ad attaccarli. Inzia così l’epoca delle riserve, che ben presto diventano autentici campi di sterminio, aree incolte, malsane e povere di mezzi di sostentamento.

Migliaia di indiani, poi, vengono spostati da una riserva all’altra, apparentemente senza motivo: marce forzate su tragitti lunghissimi, in realtà studiate apposta per decimare la popolazione. Nelle riserve, veniva attuata la soluzione finale: impossibilitati a procurarsi il cibo con la caccia, come loro costume, gli indiani sono costretti a nutrirsi con alimenti avariati che non possono più essere venduti sul mercato dei coloni.

Agli indiani vengono fornite coperture infettate coi microbi del vaiolo e della tubercolosi e queste malattie, nel giro di pochi anni, completano lo sterminio. Il ricorso all’uso del vaiolo appare già in un rapporto al generale Amherst, datato 13 luglio 1763, in cui il colonnello Henry Bouquet relaziona al suo superiore circa l’uso di coperte infettate da malati per contagiare gli indiani. Questa tecnica è poi stata usata con gran successo nelle riserve, per affrettare la risoluzione della “questione indiana”. Dai lager, presto ridotti a grandi lebbrosari, si poteva uscire solo morti: ogni rivolta, ogni tentativo di fuga venne repressa con inaudita ferocia. Così scomparve il popolo delle grandi praterie, vittima dell’immigrazione e, oggi, dei vuoti di memoria dei media di regime.

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