30 settembre 2017

I “Privilegi” Di Un Perfetto Cittadino Schiavo Del Sistema

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6I “Privilegi” Di Un Perfetto Cittadino Schiavo Del Sistema

Non sono pochi i “privilegi” per il cittadino schiavo del sistema, un sistema che si auto-alimenta proprio attraverso lo stile perfetto, impeccabile, di chi non si rende conto di essere la causa dei problemi che lo affliggono. Uno schiavo che ha deciso “volontariamente” di vivere in prigionia, in una prigione senza muri e senza sbarre, per diventare “socialmente utile”, perché in fondo è giusto così, il cambiamento è sempre troppo faticoso e impegnativo , soprattutto in proporzione all’incertezza che comporta. Così il Sistema concede dei “privilegi” al cittadino schiavo che si è adattato alla perfezione nei meccanismi del Sistema, perché è diventato un ingranaggio che a sua volta fa girare altri ingranaggi: tutto gira alla perfezione, nessuno sembra accorgersi di niente. Il cittadino schiavo del Sistema ha la possibilità di avere un appartamentino in centro, per il quale naturalmente dovrà accendere un mutuo che lo costringerà ad essere prigioniero del sistema per tutta la vita, come un ergastolano. Dentro questa abitazione potrà accumulare merci e beni materiali che, secondo i messaggi pubblicitari onnipresenti, dovrebbero garantirgli la felicità perfetta. Purtroppo lo schiavo non sa che più accumuli merce e più la possibilità di essere felici si allontana (ma questo non glielo dice nessuno!).

Il cittadino schiavo del Sistema ha la possibilità di fare la spesa nei grandi centri commerciali, dove può trovare di tutto e di più, e per usufruire di questo “privilegio” gli è bastato concedere la sovranità alimentare alle multinazionali, sono loro infatti che decidono cosa lo schiavo deve mangiare e cosa egli possa chiamare “cibo”, non importa se qualcuno dice che siano prodotti chimici e tossici. Lo schiavo si accontenta di poco, ed è talmente felice dei tanti privilegi che il Sistema gli concede che ha deciso si sua spontanea volontà di essere servo di un padrone per otto/dieci ore la giorno, per sei giorni la settimana. Voi non lo premiereste un cittadino così perfetto? Uno schiavo che rinuncia alla ribellione e conduce la sua vita pietosa senza fiatare, anzi ne è felice, così potrà comprarsi la macchinina oltre alla casetta… naturalmente a rate! E per guadagnare ancora più soldi ha deciso di vivere costantemente sotto stress fra tasse, fatture e scadenze. Naturalmente soldi che gli serviranno anche per ricomprarsi la salute persa. In compenso però gli vengono concessi venti giorni all’anno di misera e meritata vacanza.

L’invenzione della “crisi” è una manna dal cielo per il cittadino schiavo del Sistema, anche se un po’ lo spaventa, ma lo fa sentire tutelato e privilegiato, come farebbe senza la tortura del lavoro? La sua vita è tutta “organizzata” dal sistema, non deve preoccuparsi di nulla, le abitudini regnano sovrane nella sua vita, nulla accade “per caso”, tutto è monitorato, tutto è filmato e niente può cambiare. Ogni attimo della sua vita è stato sequestrato. È uno schiavo a tempo pieno! Uno schiavo che ha deciso di essere prigioniero della propria stessa immagine, per questo ci tiene alla sua apparenza giovane e impeccabile, spalmandosi addosso cremine cancerogene, iniettandosi del botox e rilassandosi sul lettino solare manco stesse alle Hawaii. Lo schiavo indossa sempre vestiti alla moda, e cerca di imitare quelle celebrità che tanto invidia e applaude quando guarda la Tv o va allo stadio. Non gliene importa nulla se le sue scarpe nuove sono state prodotte da schiavi minorenni, perché lo schiavo come ho già detto, è un ingranaggio che fa girare altri ingranaggi, altri schiavi. Quello che conta è la sua immagine nelle sue scalate sociali, anche a costo di lasciarsi sfuggire la sua vita, che è unica e irripetibile!! Cari schiavi, ma ve li siete fatti bene i conti? 

“Uno degli aspetti più micidiale dell’attuale cultura, è di far credere che sia l’unica cultura, invece è semplicemente la peggiore. Gli esempi sono nel cuore di ognuno, per esempio il fatto che la gente vada a lavorare sei giorni alla settimana è la cosa più pezzente che si possa immaginare. Come si fa a rubare la vita agli esseri umani in cambio del cibo, del letto, della macchinetta..
Mentre fino ad ieri credevo che mi avessero fatto un piacere a darmi un lavoro, da oggi penso:
“Pensa questi bastardi che mi stanno rubando l’unica vita che ho, perché non ne avrò un’altra, ho solo questa e loro mi fanno andare a lavorare sei giorni alla settimana e mi lasciano un miserabile giorno, per fare cosa?! Come si fa in un giorno a costruire la vita?!” 

28 settembre 2017

Scuole paritarie, quante sono e quanto ci costano?

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Ma quante sono e soprattutto quanto costano le scuole paritarie? Gli istituti sono frequentati da circa un milione di studenti in oltre 13 mila scuole in tutta Italia (praticamente il 10%); tra queste sono cattoliche il 63%. Sono soprattutto i più piccoli a frequentare una scuola non statale: sono infatti quasi 10mila gli asili, il 71% della complessiva galassia delle paritarie.

Le scuole paritarie vengono così definite perchè non sono amministrate dallo Stato e hanno una libertà di scelta su materie e insegnanti. In Italia, secondo la legge n° 62 del 2000, le scuole paritarie vanno considerate sullo stesso piano delle scuole pubbliche.

Non sono, però, solo istituti religiosi, anche se il nome spesso inganna: in centinaia di casi l'istituto scolastico, fondata da un ordine religioso, viene nel tempo rilevata da cooperative e fondazioni laiche, spesso formate da genitori o professori.

Oltre alle scuole paritarie, in Italia, giova ricordare, ci sono anche gli istituti privati (sono 700) che non hanno questo riconoscimento e che dunque non possono rilasciare attestati o diplomi validi. L'unica via per gli alunni che frequentano queste scuole è quella di presentarsi agli esami pubblici da 'privatisti'. E tutte devono pagare le tasse sugli immobili.

La scuola paritaria è invece inserita a tutti gli effetti nel sistema nazionale di istruzione e garantisce l'equiparazione dei diritti e dei doveri degli studenti, le medesime modalità di svolgimento degli esami di Stato, l'assolvimento dell'obbligo di istruzione, l'abilitazione a rilasciare titoli di studio aventi valore legale. In altri termini le scuole paritarie svolgono un servizio pubblico.

Nel dettaglio, le scuole paritarie attive nel territorio nazionale nell'anno scolastico 2013/2014 erano 13.625, il 71,8%dell'infanzia, l'11% della primaria, il 5% della secondaria di primo grado, il 12,3% della secondaria di secondo grado. 

Mentre per i primi cicli di istruzione (asili, elementari e medie) c'è una netta prevalenza di istituti che fanno riferimento a ordini religiosi cattolici, dai Gesuiti alle Orsoline, per fare alcuni esempi, per la scuola secondaria di secondo grado, quelle che comunemente si chiamano le 'superiori', il rapporto si ribalta.

Su 1.710 istituti, 656 sono cattolici e 1.054 rispondono genericamente alla classificazione 'altre scuole'. E dunque gli istituti laici in questa fascia di istruzione superano il 60% del totale.

I DIPENDENTI E LE TASSE DA PAGARE

Quanti sono i dipendenti?Secondo quanto scrive il 'Corriere della Sera' sono tra i 70 mila e i 100 mila i dipendenti diretti, tra professori e personale Ata. Tutti in regola e senza agevolazioni. Pertanto si pagano i contributi: l’Inps al 33% e l’Irap al 4,25% sul costo del lavoro. Le paritarie pagano anche Tares, Iva, che varia dal 4 al 20%, su tutti gli acquisti, mentre l’Irpef viene pagata a scaglioni, oltre ad addizionali regionali. Per la Tasi è prevista l’esenzione totale per le scuole pari­ta­rie che chie­dono una retta annuale non supe­riore a 5.739 euro (scuole per l’infanzia), 6.634 euro (pri­ma­rie), 6.836 euro (medie) e 6.914 euro (supe­riori).

Cosa differenzia gli istituti paritari da quelli statali per quanto riguarda i docenti?L'unica differenza risiede nel fatto che non ci sono vincoli concorsuali per l’assorbimento degli insegnanti. Infatti i 30 mila docenti inseriti nelle graduatorie sono gli stessi inseriti nelle graduatorie che con il piano assunzioni previsto dalla legge n.107 svuoteranno le aule delle paritarie per affollare quelle delle statali.

LO STATO PER LE PARITARIE

E cosa fa lo Stato per gli istituti paritari? Nella riforma della scuola appena approvata è stato introdotto l’introduzione di uno sgravio fiscale per le famiglie che mandano i propri figli alle paritarie. Nel dettaglio si tratta del comma 151 e si tratta di una detrazione Irpef per un importo annuo non superiore a 400 euro per studente, per le spese sostenute per la frequenza delle scuole paritarie dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione, nonchè delle scuole paritarie e statali del secondo ciclo di istruzione 

Il contributo che le paritarie ricevono dallo Stato ammonta a 471 milioni all’anno: una cifra vicina ai 550 fino al 2008. Per ogni studente delle paritarie, lo Stato spende dai 600 euro(per i bambini delle scuole dell’infanzia) ai 50 (per gli studenti delle superiori). E sono previsti aiuti anche dalle singole regioni come Lombardia e Veneto (con la stipula di alcune convenzioni).

Secondo la Cei (e anche secondo il ministro Giannini) lo Stato, a fronte di quasi 500 milioni di contributi, ne risparmia 6 miliardi. Il costo medio di uno studente per lo Stato, in base agli ultimi dati del ministero dell'Economia (2014) è di 6.800 euroannui, a fronte di 500 euro per la scuola paritaria. Vero, ma questo è possibile grazie e soprattutto alle famiglie che pagano un servizio con le rette annuali. Il costo per studente arriverebbe, comunque, a 2-3mila euro annui sempre meno di quello previsto per le scuole statali.

E se chiudessero le scuole paritarie, soprattutto le materne, quanto costerebbe ai Comuni? Circa 150 milioni. Una cifra elevata per le casse dissestate degli enti locali. 

NUMERO DI SCUOLE PARITARIE IN ITALIA

FONDI DESTINATI ALLE SCUOLE


Lettere al Vescovo

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Dopo anni di sofferenza interiore ho deciso di pubblicare alcune lettere anonime sul mio conto spedite al Vescovo di Cosenza S. E. Mons. Giuseppe Agostino appena giunto in Diocesi.

Pensavo che il fenomeno delle lettere anonime fosse scomparso del tutto, invece, ho dovuto costatare, che a Parenti c’è ancora qualche impostore che si diletta a mettere in cattiva luce le persone raccontando il falso e vendicarsi così di presunte ingiustizie subite.

Questa cosa è di estrema gravità, non tanto per il contenuto delle lettere, quanto per il metodo usato dal vigliacco che ha effettuato questo gesto con lo scopo d’ infangare la limpida attività pastorale.

Non sarà certamente il gesto di qualche traditore che con i suoi metodi meschini pretenderà di annebbiare la trasparenza dell’ attività pastorale.

Sono grato e riconoscente a S. E. Mons. Giuseppe Agostino che ha saputo sorvolare sull’accaduto, scrivendomi parole di incoraggiamento. Ma ci sono voluti anni per riconquistare la totale stima e fiducia di un superiore appena arrivato in Diocesi.

Fra qualche giorno un nuovo Vescovo prenderà possesso della nostra Diocesi e sono convinto che lo sciacallo continuerà nella sua opera demolitrice. Per il bene della comunità informerò, quanto prima, il nuovo Vescovo S. Eccellenza Salvatore Nunnari della presenza in Parrocchia di una persona così vile.

I miei paesani che leggeranno queste lettere sapranno certamente distinguere il vero dal falso, apprezzare quel poco di bene che sono riuscito a fare in 38 anni e perdonarmi per quello che non sono stato in grado di fare.

DON MARIO VIZZA

Rendo pubblica la lettera così come è stata spedita al Vescovo.

Gli errori non sono voluti.Sono frutto di ignoranza e presunzione.

Parenti 22.08.1999

Eccellenza Mons. Giuseppe D’Agostino siamo una parte della popolazione di Parenti che vorrebbe farle sapere tutte la magagne che il nostro prete Don Mario Vizza combina.

Ormai il nostro prete da parecchio tempo è stufo di fare il prete ma bensì doveva fare l’agente di viaggio,che questo era il suo mestiere,non si capisce come mai tutte le gite che ci sono in giro ce sempre il nostro prete lasciando la popolazione senza messa per parecchi giorni l’anno.

Noi ci rivolgiamo a voi Monsignore D’Agostino per richiamare a l’ordine il nostro Don Mario a fare il prete e non andando per il mondo in gite di piacere,perché questo succede da tanto tempo e per tanti giorni l’anno,e un prete attaccato al denaro come fosse nessunaltro.

Ogni anno il sabato del Carmine il primo sabato dopo il 16 luglio ed il terzo sabato di settembre ha lusanza di portare in giro per la Sila una processione al sol scopo di raccogliere soldi ed metterseli in tasca.Quando si fanno queste processioni si caricano le statue su un cassone di un camion si legano per non farle cadere e si comincia a girare tutti i villaggi della Sila andando anche in altre provincie (Catanzaro) facendo un giro di 130 Km dando vita ad uno schifo dove la gente ha perso la fede vedendo con quale zelo il prete e attaccato al soldo.

Questa e una bruttezza che bisogna abbolire che di religioso non c’è niente ( solo fare riempire le tasche di soldi al prete).

Poi Eccellenza Mons.D’Agostino vorremmo farle sapere che nella nostra parrocchia i giovani non frequentano più perché il nostro prete non fa niente per cercar di avvicinarli ma bensì soffre di simpatia e un prete fasullo che tutto avrebbe potuto fare all’infuori del prete dove occorrono principe sani che il prete ( don Mario Vizza ha perso da parecchio tempo).

Per non raccontarle nelle ultime elezione comunali cosa ha combinato(armato di telecamera si e messo in testa alla lista vincente e schierandosi in modo spacciato e spregevole dividendo la popolazione in due fazioni con questo atto a completato l’opera dove la gente lo condanna per il doppio gioco e per le due faccie che adopera.Noi vorremmo un prete al di sopradi partiti politici,noi vorremmo un prete che non fa le creste sul denaro che la gente raccoglie e lui spende,noi vorremmo un prete che il nostro dopo trentenni si e appiattito e che a lui la messa che celebra e una rutine che deve fare che sarà sempre più solo se non cambia volto ed invece di fare il turista,ho l’agente di viaggio torna a fare il prete con la P maiuscola.

Vorremmo che lei richiamasse all’ordine a fare il prete e non a dividere la popolazione.

Quelli che anno scritto questa lettera sono que 758 anime che il prete a diviso.

Caro Don Mario,

…stai sereno.Ti sento fraternamente vicino.

L’unico mio desiderio che ti esprimo è che continui a lavorare con un piano illuminato e sostenuto da tanta generosità. Tra l’altro capisco bene i pettegolezzi paesani.Per quanto sta a te,vigila per essere sempre nella chiarezza di Dio e nella pace della Chiesa.

Con animo benedicente. 

Giuseppe Agostino

SECONDA LETTERA ANONIMA.

Anche questa lettera viene trascritta così come è stata spedita al Vescovo.

Egregio Monsignore Giuseppe Agostino

Siamo dei cittadini Parentesi e quindi molto attaccati al nostro paesello,per tutto quello che ci lega,amici e tradizioni.

Però ogni volta che si va al paesello natio ce ne torniamo a Cosenza sempre più dispiaciuti e amareggiati.

Nel l’ultima settimana di giugno a Parenti ci sono state l’elezione comunali ( 26/237 Giugno,e mi sono meravigliato con quanta superficialità il prete di parenti a concesso la balaustra ad una parte politica lui vicino per fare dei comizi elettorali dal sagrato della chiesa,e persino glia aperto pure le porte.

Ora noi vorremmo un prete obbiettivo che non faccia differenza ne durante i matrimoni ne durante i funerali,perché è un prete che soffre di antipatie e simpatie,vorremmo un prete che quando c’è una processione non cammina con la macchina fotografica o telecamera ma bensì rispettasse quel po di sacro che la gente ancora crede.

Bisogna dire a questo Don Abbondio di essere più prete e non essere attaccato al soldo che in qualsiasi gita che organizza fa la cresta sulle quote da far pagare così e stata nell’ultima gita di piacere che l’anno scorso è stata fatta nei paesi scandinavi dove il sesso te lo portano sotto il naso.

Nell’ultima processione della festa Patronale la processione e rientrata alle ore 21,10 di sera che non si vedeva più. Saremo grati se la vostra personalità richiamasse questo signore al suo dovere di prete,perché se non se la sente se ne vada pure,va ad aprirsi una agenzia di viaggi che questo è il lavoro che deve fare.

Fare il prete non è un qualsiasi lavoro,la gente bisogna portarla in chiesa non farla fuggire,perché parla di un modo ma ruzzola di un altro.

Spero che una tiratina di orecchie bisogna fagliela,bisogna che faccia più il prete e non andare dietro le sottane delle donne.

Un gruppo di cittadini parentesi delusi e amareggiati.

Caro Don Mario,

Sto facendo un po’ di riposo ad Aprigliano. Ho ricevuto la lettera allegata che t’interessa.Per la verità non è la prima volta. Ho il dovere di tutelare e difendere i miei preti. Forse avrei dovuto esserti più vicino…

Stai sereno ma,sempre,nella chiarezza di Cristo.Tu sai che come preti siamo osservati e ,talvolta,contraddetti.

Coraggio,andiamo avanti nell’umiltà e nella verità.

Iddio ti benedica. 

Giuseppe Agostino

RISPOSTE ALLE LETTERE ANONIME

Caro don Mario,

vorrei trovare le parole per poterti dare un po' di sollievo, ma è molto difficile cercare quelle giuste,

per esprimere tutto lo sdegno che provo di fronte alla vigliaccata di cui sei stato oggetto.

Sappi, tuttavia, se può esserti di conforto, che chi si nasconde dietro l'anonimato, in genere è un codardo che merita solo di essere ignorato. Perciò sorridi, caro don Mario, mostra a tutti la tua

serenità e con l'aiuto della Provvidenza, potrai continuare tranquillo e fiducioso nel tuo pastorale cammino

Ti sono molto vicino.

Celestino Pascuzzo

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Caro Don Mario,

solo oggi siamo venute a conoscenza delle lettere inviate a Mons. Giuseppe Agostino sul vostro conto. Leggendole non abbiamo potuto fare a meno di rispondere a quelle idiozie,non solo per la profonda stima e l’affetto che ci lega a voi,ma anche perché non ci sentiamo di far parte di “quei758 anime che il prete ha diviso “. E si, perché chi ha scritto,non facendo nomi ha lasciato intendere che fra quei 758 può essere incluso qualsiasi cittadino parentese,e tanti potrebbero sentirsi offesi,mentre siamo pronte a giurare che costui ha parlato in nome di tanti solo per nascondere la proprio vigliaccheria….758 persone si sarebbero ribellate,una no ! Non condividiamo nulla di ciò che sta scritto in quelle lettere, e non per il rapporto che ci lega ma perché oggettivamente pensiamo che siano un cumulo di stupidità scritte da chi ha voluto vendicarsi per avere subito un torto personale,o per meglio dire da chi per anni ha tratto profitto ed ha approfittato della vostra bontà. Chi riesce facilmente a puntare il dito è certamente gente ignorante, ma soprattutto gente che pensa che il prete sia una persona al di sopra di tutte,che non provi sentimenti o altro. Noi crediamo invece che siete prima di tutto un essere umano,con i vostri pregi ei vostri difetti,e se qualche volta avete sbagliato crediamo sia normale,visto che sbagliare è umano. Uno dei vostri pregi ( fra i tanti che avete ) è quello di non essere ipocrita,di dire ciò che pensate,ma purtroppo tante volte per questo venite giudicato e condannato… chi vi conosce bene come noi sa che quanto avete fatto non è mai stato fatto a fini personali,ma sempre per la popolazione di Parenti,ma evidentemente neanche questo è stato capito. Siete una persona speciale,e come noi tanta altra gente è pronta ad affermarlo a viso aperto,e non nascondendosi dietro una lettera anonima come solo un vigliacco cosciente delle imbecillità scritte poteva fare. Noi siamo tra quelli che sono in grado di distinguere il vero dal falso,e apprezzare quello che avete fatto nei vostri 38 anni di carriera. Avete tutta la nostra stima,e sappiate che ora come sempre vi siamo vicine.

Non date ascolto e non lasciatevi ferire da queste meschinerie, perché contro i pochi che cercano di ferirvi ce ne sono tanti che vi amano e hanno fiducia in voi.

Vi vogliamo bene. Isolina,Ilaria e Silvia.

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Alla nostra guida spirituale, Don Mario Vizza.

Presa visione delle oltraggiose lettere anonime,riguardanti la nostra guida spirituale,inviate all’allora Vescovo Mons. Giuseppe Agostino,sentiamo il bisogno di contestarle in toto e,soprattutto,di esprimere i sensi della nostra immutata stima. Nelle stesse missive cogliamo un tangibile segno di ingratitudine ( si dimentica il bene fatto all’intera comunità ) e ci uniamo al dolore del nostro parroco,per l’ingiusta sofferenza inflittagli ( guarda caso in questa settimana di passione ). Caro Don Mario, permetteteci di suggerirvi ( se mai ce ne fosse bisogno) di non ritenervi offeso dalle parole di chi”non sa ciò che fa “anzi forse proprio questo è un ulteriore segno che Cristo vi ha riscelto per portare il suo esempio,oltre al suo Verbo. Accogliete le nostre umili e semplici parole con le quali vogliamo confermarvi la nostra stima in un momento così delicato. Anche noi,come tutta la comunità parentese e non ,abbiamo sempre ricevuto i vostri illuminati consigli,il vostro conforto. Dimentichiamo insieme il veleno che si annida e si nasconde sempre anche nelle opere buone,come sono state sempre le vostre.

Con immensa stima.

Jole Coscarelli,

Renata Perri,

Pina Coscarelli,

Stefano Zumpano

Angelo Perri

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Caro Don Mario,

era da parecchio tempo che ti volevo mandare un'e-mail per ringraziarti dell'Onore che mi hai dato celebrando il mio matrimonio a Cosenza; alcuni tuoi concittadini quando ho comunicato la notizia che a sposarmi saresti stato tu, hanno storto il naso perchè, secondo loro, non era possibile che tu saresti venuto a sposarmi (INVIDIA?!?), io invece ne ero certa perchè sò che persona sei.

Tutti sono rimasti senza parole sentendo la tua "predica" il giorno del mio matrimonio, parole semplici ma piene di ricchezza, sei riuscito a farmi commuovere...a distanza di quasi 3 mesi ancora mi viene detto"Certo che quel prete è uno in gamba...",io non ho mai avuto dubbi in proposito altrimenti non ti avrei voluto come celebrante del giorno più bello e importante della mia vita!

Don Mario, devi farmi il piacere di pubblicare questa mia e-mail perchè voglio cogliere l'occasione per dire qualcosa a riguardo delle lettere anonime che gente senza cervello e povere di animo hanno scritto: mi astengo sulla politica perchè non è un argomento che mi riguarda ma voglio spendere due parole sul fatto che organizzi sempre viaggi:FAI BENE A FARLO PERCHE' MOVIMETI UN PO' LA VITA DI UN PAESE IN CUI TRANNE IN ESTATE NON C'E' NULLA(come in tutti i piccoli centri montani), FAI PASSARE GIORNATE ALLEGRE AGLI ANZIANI CHE ALTRIMENTI NON ANDREBBERO DA NESSUNA PARTE,SEI UN PRETE COME POCHI, CON UNA GRANDE INVENTIVA E SPIRITO DI INIZIATIVA, SEI INTRAPRENDENTE E DOVREBBERO AMMIRARTI INVECE DI GIUDICARTI.

Per quanto riguarda il fatto che "SEI ATTACCATO AL SOLDO", io sono la testimonianza di come questo non sia vero e ti prego di riportare ogni parola di quello che scrivo:

EGREGGI SIGNORI,

QUELLO CHE VOI DEFINITE UN UOMO ATTACCATO AI SOLDI QUANDO SONO ANDATA PER FARGLI UN'OFFERTA PER LA CHIESA, DOPO LA CELEBRAZIONE DEL MIO MATRIMONIO, NON HA VOLUTO UN CENTESIMO,L'HO SUPPLICATO MA LUI NON HA ACCETTATO...

S'ERA UN UOMO VENALE LI AVREBBE PRESI SENZA BATTER CIGLIO POCHI O TANTI CH'ERANO SEMPRE SOLDI ERANO...

NON GIUDICATE UN UOMO DI CHIESA COME DON MARIO PERCHE' SE PARENTI E' CRESCIUTA, SE PARENTI E' MIGLIORATA, SE GLI EMIGRANTI MANTENGONO ANCORA CONTATTI E' GRAZIE A DON MARIO E ALLA SUA PAZIENZA, DISPONIBILITA', GENEROSITA'.NON SO' COSA VOI PRETENDIATE DA UN SACERDOTE.

SIETE TANTO GRANDI DA SCRIVERE AL VESCOVO?ALLORA MOSTRATE LA VOSTRA GRANDEZZA AFFRONTANDOLO IN PUBBLICO E DICENDOGLI QUESTE COSE IN FACCIA...DIFFICILE EH?CERTO PER DEI POVERETTI D'ANIMO CHE SANNO SOLO SCRIVERE(si fa per dire!!)LETTERE ANONIME...FIRMATEVI BALDI CORAGGIOSI!!

A te Don Mario, dico in conclusione SEI UN GRANDE E LO SARAI PER SEMPRE,vai avanti così e non ti curare di loro...la tua umiltà e grandezza di spirito sono noti anche a tutti gli invitati di mio marito che sono di Catanzaro,sei un grande anche fuori Parenti!

Un grande abbraccio Pileria e Massimiliano

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Caro Don Mario,

vi esprimo la gratitudine di tutti i salianesi per il vostro attaccamento e per l'impegno che sempre avete avuto nel guidare la nostra parrocchia, SS Rosario di Saliano. Inoltre, come vostra collaboratrice nella gestione degli affari economici e nell'organizzazione della festa del Rosario, posso testimoniare sulla vostra assoluta trasparenza e onestà.
Non date eccessivo peso alla maldicenza di pochi e continuate la vostra missione pastorale con rinnovato impegno.

Stefania Minardi

La rimozione e il trasferimento di un parroco

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La rimozione e il trasferimento di un parroco

Prof. Julian Porteous - Sydney

Considerazioni teologiche e pastorali

A prima vista il tema della rimozione e del trasferimento di un parroco non sembra attinente al suo servizio. A che cosa può servire rimuoverlo dal suo ufficio pastorale?

Tuttavia, i canoni importanti (1740-1752) vanno compresi e applicati sullo sfondo della più ampia realtà pastorale e teologica del rapporto corretto fra il Vescovo diocesano e il parroco. Ora, affronterò alcuni aspetti importanti di questo rapporto, attingendo a documenti del Concilio Vaticano II e all’Esortazione Apostolica post-sinodale di Giovanni Paolo II Pastores gregis.

Secondo l’insegnamento del Concilio Vaticano II, una Diocesi è descritta correttamente in termini di rapporti. Le relazioni che ci interessano sono quelle che intercorrono fra il Vescovo diocesano, i parroci e il popolo affidato alla loro sollecitudine pastorale. Una Diocesi è "è una porzione del popolo di Dio, che è affidata alle cure pastorali del Vescovo coadiuvato dal suo presbiterio" (Christus Dominus, n. 11; vedi anche Pastores gregis, n. 47 e canone 369). Il rapporto fra il Vescovo diocesano e i suoi sacerdoti è al servizio dei fedeli. Vescovi e sacerdoti condividono la sollecitudine pastorale verso i fedeli di Cristo e devono collaborare per il bene delle anime.

"Non è senza ragione che il decreto conciliare Christus Dominus, offrendo la descrizione della Chiesa particolare, la indica come comunità di fedeli affidata alla cura pastorale del Vescovo "cum cooperatione presbyterii". Esiste, infatti, tra il Vescovo e Cristo e pertanto, anche se in grado diverso, in virtù dell’unico ministero ecclesiale ordinato e dell’unica missione apostolica" (Pastores gregis, n. 47).

Parimenti, la parrocchia è descritta come una comunità di fedeli affidati alla sollecitudine pastorale di un parroco, sotto l’autorità del Vescovo (Christus Dominus, n. 28, canone 515). I padri del Concilio Vaticano II hanno sottolineato che il parroco non è un delegato del Vescovo diocesano, ma un Pastore proprio della comunità parrocchiale (Christus Dominus, n. 28, canone 519).

Tradizionalmente la stabilità è un elemento importante dell’ufficio del parroco (canone 522). Il canone utilizza il termine "opportuno " . La stabilità dell’ufficio del parroco non è solo importante, ma necessaria affinché possa esercitare il suo ministero pastorale.

Il rapporto, dunque, non è essenzialmente giuridico, ma pastorale e riflette la communio sacramentalis. Vescovi e sacerdoti sono "cooperatori" e il canone 384 parla di "particolare sollecitudine" del Vescovo per i propri presbiteri che deve ascoltare come "aiutanti" e "consiglieri".

Papa Giovanni Paolo II ha spiegato questo rapporto nei seguenti termini: "Il Vescovo cercherà sempre di agire con i suoi sacerdoti come padre e fratello che li ama, li ascolta, li accoglie, li corregge, li conforta , ne ricerca la collaborazione e, per quanto possibile, si adopera per il loro benessere umano, spirituale, ministeriale ed economico" (Pastores gregis, n. 47).

Nella Pastores gregisPapa Giovanni Paolo II ha parlato di due momenti speciali nel rapporto fra il Vescovo e il sacerdote. "Il primo quando il Vescovo gli affida un mandato pastorale…per il Vescovo stesso, il conferimento di un nuovo mandato pastorale è un momento significativo di paterna responsabilità nei riguardi di un suo presbitero".

L’altro momento speciale "è quello in cui un sacerdote, a motivo dell’età avanzata, lascia l’effettiva guida pastorale di una comunità oppure gli incarichi di diretta responsabilità". Qui, il Papa sottolinea l’importanza del Vescovo affermando che il sacerdote ha ancora un ruolo importante, ma diverso da svolgere nella sollecitudine pastorale dei fedeli.

Papa Giovanni Paolo II ha poi affrontato una situazione più difficile sia per il sacerdote sia per il Vescovo, che porta direttamente a una considerazione dei canoni sulla rimozione e il trasferimento di un parroco "Ai sacerdoti, poi, che si trovano nella medesima situazione a motivo di una malattia grave, o per un’altra forma di persistente debilitazione, il Vescovo farà sentire la propria vicinanza fraterna, aiutandoli a conservare viva la convinzione di "essere membri attivi nell’edificazione della Chiesa e specialmente in forza della loro unione a Gesù Cristo sofferente e a tanti altri fratelli e sorelle che nella Chiesa prendono parte alla Passione di Cristo" ".

Può accadere che il Vescovo, tenendo conto delle esigenze del sacerdote, ma anche delle esigenze del gregge a lui affidato, debba prendere in considerazione un processo canonico per rimuovere il parroco dal suo ufficio. Nella seconda sessione che mi è stata assegnata affronterò i canoni più dettagliatamente.

I canoni e la rimozione e il trasferimento

Non mi prefiggo lo scopo di analizzare i canoni, ma quello di considerarli dal punto di vista del sacerdote al quale il Vescovo propone la rimozione o il trasferimento. I canoni riflettono in vari modi la preoccupazione della Chiesa per il benessere del sacerdote.

Il Vescovo deve procedere nello spirito del giusto rapporto che abbiamo delineato in precedenza, come padre e fratello. Se possibile, dovrebbe rassicurare al sacerdote che il processo si svolgerà nel suo interesse e in quello dei parrocchiani a lui affidati.

I motivi della rimozione o del trasferimento devono essere obiettivamente seri e il Vescovo si avvarrà di consulenti pastorali per discernere la serietà delle motivazioni. I canoni sottolineano che potrebbe non esserci alcuna colpa da parte del sacerdote.

La collaborazione di altri membri del presbiterio è necessaria. Il processo può essere la conseguenza di una crisi di quel sacerdote particolare o l’inizio del processo potrebbe causare un periodo di crisi nel sacerdote. E’ importante che in quel momento sperimenti in modo reale e pratico che è membro del presbiterio. A questo fine il Vescovo sceglierà sacerdoti permeati di quello stesso spirito pastorale che possano accompagnare e incoraggiare il sacerdote in questo periodo di crisi, che molto probabilmente proseguirà anche a processo terminato.

E’ auspicabile che il sacerdote possa avere accesso a un’assistenza canonica competente cosicché possa essere consapevole dei suoi diritti. Il Vescovo potrebbe avere bisogno di esortare il sacerdote a farsi assistere da un esperto in Diritto Canonico fuori dalla Diocesi. Con un gesto fraterno di sostegno il Vescovo potrebbe assicurarlo del fatto che si farà lui carico dei costi per l’assistenza legale al di fuori della Diocesi. La giustizia e il processo richiedono che il sacerdote sia coinvolto nel processo e venga ascoltato. A questo fine si cercheranno persone imparziali e che hanno a cuore il bene generale della Chiesa affinché seguano il processo e riferiscano a entrambe le parti se si sta svolgendo un processo equo.

Se fosse possibile bisognerebbe offrire un altro incarico pastorale che dovrebbe avere necessariamente una natura molto limitata, ma potrebbe essere di grande importanza per il benessere emotivo e spirituale del sacerdote. Lo aiuterà a comprendere che sta ancora esercitando attivamente il proprio sacerdozio per il bene della Chiesa. Lo aiuterà anche a mantenere la sua stima nel presbiterato con il quale continua a cooperare insieme al Vescovo per il bene della Diocesi e di tutta la Chiesa.

Anche se le motivazioni per la rimozione devono essere obiettive, deve essere tutelato il delicato equilibrio fra la necessità di tutelare la riservatezza del sacerdote (canone 220) e la comunicazione chiara delle cause della rimozione. Ciò diventa particolarmente delicato e difficile in alcune società e nazioni come l’Australia a causa dell’interesse dei mezzi di comunicazione sociale per le questioni ecclesiali. Purtroppo tale interesse tende a mettere in evidenza tutto ciò che è negativo, in particolare ciò che si può presentare come scandaloso.

Il Vescovo provvederà a prendersi cura del sacerdote spiritualmente, emotivamente e fisicamente. Potrebbe avere bisogno di aiuto professionale. A questo fine tornerà molto utile al Vescovo o più efficacemente alla Conferenza Episcopale creare una struttura che possa fornire assistenza professionale ai sacerdoti che ne hanno bisogno. L’istituto Encompass, un progetto dei Vescovi australiani, ne è un esempio.

Come Indirizzare una Lettera a un Prete

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Non è facile sapere come rivolgersi a un prete della Chiesa cattolica romana attraverso una lettera, perché all'interno del clero esistono molti ranghi. Tuttavia, se vuoi essere rispettoso, è necessario seguire il giusto protocollo. Questo articolo ti spiegherà come scrivere ai preti di diverso rango.

1

Indirizza la lettera a un sacerdote secolare. Sulla busta devi scrivere le parole "Al Reverendo Padre" seguite da nome e cognome del destinatario. In alternativa, puoi scrivere "Al Reverendo" accompagnato da nome e cognome. Non dimenticare la preposizione articolata "al". Ecco un esempio: "Al Reverendo Padre Michele Rossi".Il saluto dovrebbe essere "Egregio Padre" oppure "Reverendo Padre". Se la lettera è molto formale, dovresti scrivere "Reverendo Padre" seguito da nome e cognome oppure "Egregio Padre".[1]Se conosci bene il prete, allora puoi limitarti a "Egregio Padre" seguito o meno dal cognome.[2]Concludi la lettera con questa formula: "La prego di accogliere, Reverendo Canonico (nome e cognome) l'espressione dei miei sentimenti deferenti" seguita dal tuo nome e cognome.[3] In alternativa, puoi chiudere con le parole: "Con rispetto e devozione in Cristo" e il tuo nome.

2

Scrivi una lettera a un prete di un ordine religioso. Sulla busta scrivi: "Rev." seguito da nome e cognome del destinatario, aggiungendo poi le indicazioni dell'ordine religioso a cui appartiene.La differenza sostanziale risiede nell'aggiunta delle iniziali dell'ordine religioso, ad esempio: "Al Reverendo Padre Michele Rossi, O.S.B.", dove O.S.B indica l'Ordine di San Benedetto.Dovresti salutare il destinatario con le parole: "Reverendo Padre" e concludere la lettera con: "La prego di accogliere, Reverendo Padre, l'espressione dei miei sentimenti deferenti" seguita dal tuo nome e cognome.

1

Scrivi al papa. Rivolgiti correttamente a questa autorità, dato che si tratta della più alta carica nella gerarchia cattolica. Sulla busta scrivi: "A Sua Santità Papa Francesco". È accettabile la formula: "Al Sommo Pontefice, Sua Santità Papa Francesco".Nei saluti dovresti scrivere: "Santissimo Padre" oppure "Sua Santità". Quando ti rivolgi al papa in persona e non per iscritto, devi sempre usare la formula di cortesia "Sua Santità". L'indirizzo a cui scrivere è: Palazzo Apostolico, 00120 Città del Vaticano.Concludi la lettera in maniera appropriata. Un cattolico dovrebbe scrivere: "Della Santità Vostra obbedientissimo figlio" seguito da nome e cognome del mittente.Se non sei un fedele cattolico, allora dovresti concludere con: "La prego di accogliere, Beatissimo Padre, l'espressione della mia alta stima" oppure "La prego di accogliere, Santità, l'espressione della mia alta stima". Una formula di chiusura accettabile è: "Con rispetto e devozione in Cristo".[4]

2

Scrivi a un cardinale. Sulla busta devi annotare le seguenti parole: "A Sua Eminenza Reverendissima il Cardinale (nome e cognome) Vescovo o Arcivescovo di (città)".Quando ti rivolgi per iscritto a un cardinale usa la forma allocutiva "Vostra Eminenza Reverendissima". Nella gerarchia ecclesiastica, il cardinale è secondo solo al papa. Quando devi parlargli di persona, utilizza sempre le parole "Vostra Eminenza".Se sei cattolico, puoi chiudere la lettera con le parole: "Con devoto (o filiale) ossequio" e il tuo nome e cognome. Oppure puoi scrivere: "Sperando nella Vostra benedizione, porgo i miei rispettosi saluti". 

3

Ricorda il protocollo quando ti devi relazionare con i sacerdoti.Alzati quando un prete entra nella stanza e non dovresti sederti finché egli non ti dice di farlo.Se sei un uomo, togliti il cappello in presenza di un sacerdote e baciagli la mano. Questo è considerato un gesto per onorare il fatto che il prete consacra l'Eucaristia.Mostra lo stesso rispetto quando ti congedi da un sacerdote.

Quando scrivi a un prete cattolico, usa carta da lettere bianca e inchiostro nero.Nei dizionari e anche online puoi trovare dei suggerimenti di stile da utilizzare quando ci si rivolge a preti di vari ranghi della Chiesa ortodossa, ortodossa russa ed episcopale.

busta dovresti scrivere: "A Sua Eccellenza Reverendissima, Monsignor (nome e cognome), Arcivescovo di" e il nome della città a cui è assegnato.La forma allocutiva dovrebbe essere "Vostra Eccellenza Reverendissima". Quando parli con l'arcivescovo in persona, usa sempre il titolo "Vostra Eccellenza".Concludi la lettera in questo modo: "La prego di accogliere, Signor Arcivescovo, l'espressione della mia alta stima" oppure "Con rispetto e devozione in Cristo" seguito dal tuo nome e cognome.

4

Rivolgiti al vescovo. Sulla busta scrivi l'indirizzo secondo questo esempio: "A Sua Eccellenza Reverendissima, Monsignor Rodolfo Cetoloni, Vescovo di Grosseto".La formula di cortesia è sempre "Vostra Eccellenza Reverendissima".Concludi la lettera con queste parole: "Con devoto (o filiale) ossequio" oppure con "Sperando nella Vostra benedizione, porgo i miei rispettosi saluti".

5

Rivolgiti a un frate o a una suora. Nel caso dovessi scrivere a un frate, usa queste parole: "Reverendo Frate" seguite dal nome e cognome del destinatario e le iniziali dell'ordine a cui appartiene.Il saluto dovrebbe essere: "Reverendo Frate" seguito dal cognome. Per concludere la lettera, puoi semplicemente annotare queste parole: "La prego di accogliere, Reverendo Frate, l'espressione dei miei sentimenti deferenti" e poi il tuo nome e cognome.Se devi scrivere a una suora, annota queste parole sulla busta: "Reverenda Suora (nome e cognome)". La formula allocutiva è "Reverenda Suora" e il suo cognome. Per concludere la lettera scrivi: "La prego di accogliere, Reverenda Suora, l'espressione dei miei sentimenti deferenti".

6

Rivolgiti a un abate. In questo caso, dovresti scrivere: "Reverendo Padre", il suo nome e cognome e di seguito le iniziali dell'ordine. Ricorda che in base all'ordine religioso di appartenenza potrebbe cambiare il titolo; per esempio, per i certosini è "Ministro Generale", per i trappisti è "Abate Generale" e così via.La forma allocutiva è "Reverendo Padre".Concludi la lettera con: "La prego di accogliere, Reverendo Padre, l'espressione dei miei sentimenti deferenti".

Redazione Enzo


Conosci un sacerdote pieno di difetti? Ecco cosa fare

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Ci sono soluzioni concrete e molto più efficaci che parlare male dei sacerdoti

È molto difficile piacere a tutti.

Ci sono persone che criticano il sacerdote a causa delle sue omelie, altri perché è molto esigente, o per il suo modo di svolgere il lavoro pastorale o di gestire la parrocchia. Ogni sacerdote è segno di contraddizione.

Quanto alle omelie, il problema per un sacerdote è che nella stessa Messa ci sono persone di ogni età, di tutte le condizioni socio-economiche, di tutti i livelli di formazione. Come adeguare il messaggio ai gusti di tutti?

Indipendentemente da come il sacerdote realizza la sua omelia, ci sarà sempre scontento tra i fedeli: alcuni rimarranno scontenti perché l'omelia è breve, altri perché è lunga; alcuni perché è troppo profonda, altri perché sembra superficiale; altri ancora perché è fedele alla dottrina della Chiesa, altri perché è spirituale…

Qual è la soluzione? Dividere la parrocchia per gruppi, perché ci sia una Messa per i bambini, un'altra per i giovani e un'altra ancora per gli adulti? In fondo, questo non è logico, perché indipendentemente dai gruppi che si formeranno ci saranno sempre fedeli di altre età.

Dividere i fedeli per gruppi, perché ci sia una Messa per persone colte, un'altra per persone meno colte, un'altra per i poveri, un'altra ancora per i ricchi? Anche questo non è ragionevole, da nessun punto di vista.

Ai sacerdoti vengono rivolte critiche di ogni tipo: se è bello dovrebbe essere sposato, se è brutto è per questo è diventato sacerdote; se è serio è perché è altezzoso, se sorride a tutti è perché vuole stare al centro dell'attenzione, e così via.

Indipendentemente dal fatto che le critiche abbiano o meno fondamento, vale la pena ricordare che i sacerdoti, nonostante il loro modo di essere e la loro storia personale, vogliono incarnare il modello di sacerdozio proposto da Gesù, come sommo ed eterno Sacerdote, e vogliono esercitare una leadership allo stile di Gesù, che non è venuto per condannare ma per servire.

È un peccato che nella società ci siano oggi tante critiche negative e soprattutto tante generalizzazioni, soprattutto nei confronti dei sacerdoti.

Prima di criticare una persona, bisogna ricordare ciò che ha detto Gesù: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei” (Gv 8, 7). Le critiche negative crescono molto più di quelle positive.

Basta ricordare la storia della Chiesa. I chierici o sacerdoti hanno subito sempre molti attacchi, e sarà così fino alla fine.

Attualmente, però, bisogna aggiungere un ingrediente: la crescente apostasia (abbandono pubblicao della fede), che rende ancora più crudeli gli attacchi alla Chiesa e ai suoi ministri.

Le persone devono essere consapevoli del fatto che i sacerdoti non hanno una vita facile; indipentemente dal loro modo di essere, hanno una missione gravosa a favore della salvezza del popolo di Dio.

Il lavoro è grande e i sacerdoti sono così pochi… E finiscono anche per essere oggetto delle critiche di molti, perché oggi è popolare essere qualsiasi cosa tranne che sacerdote.

Bisogna ricordare che i presbiteri agiscono nel miglior modo possibile, o almeno fanno cose che molte altre persone non vogliono fare.

Rinunciano ad avere figli per poter aiutare altri ad educare i propri figli.

Chiediamo aiuto ai sacerdoti per migliorare il nostro matrimonio quando loro non trovano nemmeno un pasto caldo a casa quando tornano dal lavoro.

Chiediamo che aiutino a risolvere i problemi altrui quando umanamente a volte non riescono a risolvere nemmeno i propri.

E nonostante questo, si donano a noi.

Le persone, inoltre, mettono sempre in discussione ciò che dice un sacerdote, ma credono senza problemi a ciò che dice il presentatore televisivo più famoso.

L'errore fondamentale di chi critica i sacerdoti o promuove questo atteggiamento di critica è che si fa attenzione all'aspetto umano e non si va oltre; non c'è una salda convinzione del fatto che il sacerdote rappresenta ciò che è: un umile “distributore” delle grazie di Dio, in mezzo alle sue debolezze, che sono comuni a tutti noi. È molto facile criticare, e ancor di più seguire l'onda degli attacchi.

Nei sacerdoti ci sono virtù e difetti, come in qualsiasi essere umano, con la grande differenza che essi hanno risposto generosamente a una chiamata superiore, rispondendo a una vocazione speciale che richiede rinunce, una lotta interiore seria e anni di preparazione.

Sono persone preparate, e a volte molto preparate. Se paragoniamo il sacerdozio a qualsiasi altra professione, penso che pochissime di queste richiedano tutta la preparazione che richiede il sacerdozio.

I sacerdoti non si formano dal giorno alla sera. Ho un'impressione positiva della maggior parte dei sacerdoti che conosco, anche vedendo cose che non dovrebbero avvenire ma che fortunatamente sono poche e non molto importanti.

Come con tutto in questa vita, bisogna mettere sul piatto della bilancia le nostre azioni e poi quelle degli altri. Bisogna essere misericordiosi con i sacerdoti, perché loro lo sono con i fedeli.

Ricordiamo sempre che i sacerdoti sono esseri umani scelti da Dio per essere nostri pastori. Facciamo quindi attenzione a non lanciare attacchi contro di loro, con o senza senso.

Se vogliamo fare qualcosa per aiutarli, preghiamo per loro e collaboriamo al loro ministero.

Se un fedele non è oggettivamente contento del suo parroco o di qualche sacerdote in concreto, se ha qualche reclamo, si può rivolgere al vescovo perché quel sacerdote riceva, se serve, l'aiuto necessario, ma non è corretto parlare male del sacerdote, perché non risolve nulla.

Non mi stanco di dire che invece che criticarli dobbiamo pregare per loro, perché sono quelli che rischiano maggiormente di cadere nella debolezza. Preghiamo per la loro salvezza e per la loro santificazione.

Rendiamo grazie a Dio che attraverso i suoi sacerdoti ci dona le sue grazie nei sacramenti che questi amministrano.

Perché siete così duri con il vostro sacerdote? Come vorreste che fosse? Pensate che se il sacerdote fosse come voi farebbe meglio le cose?

Ricordatevi, cari fratelli, che il sacerdote è fatto della vostra stessa pasta, è un esempio vivo di virtù e difetti.

Chiedete a Dio che il sacerdote che vi è più vicino non sia come volete voi, ma come hanno bisogno Dio e la Chiesa.

Sapete, tra l'altro, che potete aiutare un sacerdote più pregando per lui che criticandolo? Pregate per il sacerdote che non vi piace?

Redazione : ENZO

26 settembre 2017

Mobbing sul lavoro come didendersi

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Mobbing, quando denunciare e come difendersi

Quando nasce il mobbing sul lavoro, come riconoscerlo, come fare per denunciare e come agire per uscirne: tutti i diritti del lavoratore dipendente.

Mobbing sul lavoro, un fenomeno che non accenna a diminuire perché connesso alla posizione di “supremazia di fatto” che il datore ha nei confronti del dipendente. Anche se la legge offre una serie di garanzie civili e tutele penali a favore del mobbizzato, non sempre è facile, in primo luogo, stabilire quando sussiste il mobbing e, in seconda battuta, quando denunciare il datore di lavoro. Anche se il primo pensiero del lavoratore è come resistere al mobbing e sconfiggerlo, spesso non resta che abbandonare il posto perché diventato insostenibile per la propria “sopravvivenza” psicologica e ottenere almeno un congruo risarcimento del danno. In questa guida ci occuperemo proprio del mobbing: come riconoscerlo e come difendersi.

Indice

1 Quando si considera mobbing2 Quando sussiste il mobbing3 Cos’è lo straining?4 Come difendersi dal mobbing5 Mobbing: quale risarcimento del danno?

Quando si considera mobbing

La prima cosa su cui spesso ci si sbaglia è l’individuazione dei casi che integrano il mobbing. A volte, infatti, si scambia, per tale illecito, condotte del datore che, pur se contrarie alla legge, tra loro non sono collegate da alcuno scopo. Ed è proprio questo il punto da cui parte la caratterizzazione principale del mobbing: la «pluralità di atti tra loro connessi». Cerchiamo di spiegarci meglio e di capire quando scatta il mobbing.

Il mobbing ha la caratteristica di consistere in una serie ripetuta di condotte illecite del datore di lavoro, quali maltrattamenti, umiliazioni e lesioni della dignità del lavoratore, tutte rivolte a un unico fine: quello di ostacolare la crescita del dipendente, demoralizzarlo, offenderlo ed, eventualmente, portarlo a dimettersi e lasciare il posto di lavoro. L’intento del datore di lavoro è quindi unico e identico in tutte le occasioni: quello di far soffrire la vittima e di lederne gli interessi.

Inoltre le condotte illecite devono essersi verificate in un lasso di tempo apprezzabile (non si parlerebbe di mobbing, ad esempio, se i comportamenti lesivi sono stati posti nel giro di tre giorni). La durata del mobbing varia a seconda della gravità e alla frequenza delle offese.

Si ha mobbing non solo quando gli atti illeciti vengono posti dal datore di lavoro, ma anche dagli altri superiori gerarchici del dipendente e persino dagli stessi colleghi: per questi ultimi, infatti, l’azienda risponde comunque, essendo tenuta a garantire al lavoratore un luogo salubre ove svolgere la propria attività.

Quando sussiste il mobbing

Per fare qualche esempio di mobbing potremmo richiamare l’ipotesi in cui il datore di lavoro svuoti di mansioni il dipendente, obbligandolo a una forzata inattività, per umiliarlo e farlo sentire inadeguato.

Un altro caso di mobbing frequente è quello del cosiddetto demansionamento, ossia quando si costringe il dipendente a svolgere mansioni di livello inferiore rispetto a quelle per cui è stato assunto. Come detto, ciò deve avvenire in più situazioni e con il medesimo intento, non solo occasionalmente (magari per tappare qualche buco del personale). La giurisprudenza attribuisce significativo valore alla durata del demansionamento e richiede un ampio dislivello tra le mansioni precedentemente svolte e quelle successivamente assegnate.

Altri esempi di mobbing sono l’emarginazione sul lavoro (si pensi a un lavoratore cui nessun collega rivolge la parola); la diffusione di maldicenze; le continue critiche; la persecuzione sistematica; le limitazioni alla possibilità di carriera.

Sono ancora considerati mobbing una serie di provvedimenti di trasferimento, ripetute visite mediche fiscali, irrogazione di sanzioni disciplinari.

Alla luce di quanto abbiamo appena detto possiamo quindi dire che non ogni comportamento di un capo o collega un po’ scorbutico o, magari, severo perché insoddisfatto della prestazione lavorativa ricevuta, può qualificarsi come mobbing. Una continua ricerca della perfezione nella prestazione lavorativa non può essere considerata mobbing, specie se posta in essere nei confronti di tutto il personale e non solo verso lo stesso dipendente. Mancherebbe, infatti, quell’elemento dell’avversione personale necessario a individuare lo scopo del datore di umiliare quello specifico dipendente.

Con una recente sentenza [1] la cassazione ha individuato i cinque elementi del mobbing:

comportamenti ostili in serie [2];la ripetitività delle vessazioni per un congruo periodo di tempo: è stato ritenuto congruo un periodo pari a circa sei mesi [3];la lesione della salute e della dignità del dipendente (si pensi al disturbo di adattamento, alla depressione, ecc.);tra le condotte del datore e il danno subito dalla vittima ci deve essere un rapporto di causa-effetto: il secondo deve cioè essere conseguenza delle prime e di nient’altro;l’intento persecutorio che collega tutti i comportamenti illeciti. Il mobbing esiste nel caso di condotte poste in essere «con dolo specifico, ovvero con la volontà di nuocere, infastidire, o svilire un compagno di lavoro, ai fini del suo allontanamento dall’impresa» [4].

Solo se sussistono tutti questi elementi si può parlare di mobbing. Non ne deve mancare neanche uno.

Cos’è lo straining?

Se mancano i presupposti del mobbing, si potrebbe essere in presenza dello straining, che è una forma attenuata del mobbing. Lo straining sul posto di lavoro non richiede la sistematicità e frequenza delle condotte vessatorie [5]. I parametri di riconoscimento dello straining sono:

l’ambiente di lavoro;i comportamenti posti in essere (attacchi alla comunicazione, misure disciplinari ingiustificate, eccetera);la frequenza di comportamenti ostili;la posizione di inferiorità di chi li subisce.

Rientrano ad esempio nello strainig i dispetti e gli insulti da parte dei colleghi senza che ci sia però un intento persecutorio del datore di lavoro.

Come difendersi dal mobbing

Il lavoratore che vuole agire contro l’azienda per mobbing deve innanzitutto provare tutti gli elementi che configurano tale illecito. Senza la dimostrazione del dipendente la causa contro il datore viene rigettata.

Dal punto di vista della strategia difensiva il dipendente può:

dimettersi per giusta causa e ottenere l’assegno di disoccupazione;presentare un ricorso urgente in tribunale (cosiddetto articolo 700 del codice di procedura civile);rifiutarsi di lavorare;agire in tribunale per chiedere il risarcimento del danno.Mobbing: quale risarcimento del danno?

Non esiste un apposito risarcimento per il mobbing, ma valgono le regole generali su tutti i danni patiti dal lavoratore, sia quelli patrimoniali (perdita di guadagno e di chance lavorative) che non patrimoniali (danno alla salute, stress, ecc.).

Se non si riesce a quantificare esattamente il danno questo viene liquidato dal giudice «secondo equità» ossia in base a quanto questi ritenga opportuno nel caso concreto.

Nella ipotesi in cui il lavoratore chieda il risarcimento del danno patito alla propria integrità psico-fisica in conseguenza di una pluralità di comportamenti del datore di lavoro e dei colleghi di lavoro di natura asseritamente vessatoria, il giudice del merito, pur nella accertata insussistenza di un intento persecutorio idoneo ad unificare tutti gli episodi addotti dall’interessato e quindi della configurabilità di una condotta di mobbing, è tenuto a valutare se alcuni dei comportamenti denunciati – esaminati singolarmente, ma sempre in sequenza causale – pur non essendo accomunati dal medesimo fine persecutorio, possano essere considerati vessatori e mortificanti per il lavoratore e, come tali, siano ascrivibili a responsabilità del datore di lavoro, che possa essere chiamato a risponderne, nei limiti dei danni a lui imputabili.

Redazionec: ENZO

24 settembre 2017

Ludopatia

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L'ultima famiglia ha bussato alla porta dello psicologo Simone Feder un paio di giorni fa. La nipotina aveva scoperto che la nonna “grattava” sempre dei bigliettini e, nonostante l’innocenza dei suoi sei anni, aveva capito che in quel “grattare” qualcosa non andava. Così lo ha detto alla mamma, una dirigente d’azienda, che si è scontrata con la dura realtà: la nonna era già entrata in quel cortocircuito che ti prende, ti travolge, svuota i conti in banca ma, soprattutto, spiazza le famiglie. «Come lo spiego alla piccola? Come ricostruire i rapporti di fiducia con la nonna?», la domanda.

Bambini circondati dal mondo dell’azzardo. E giovani che giocano d’azzardo. Troppo presto. Secondo l’ultimo studio condotto da “Semi di melo”, centro per la formazione e la ricerca sull’infanzia e l’adolescenza - di cui fanno parte le Onlus ‘Casa del giovane’ di Pavia e Fondazione Exodus di Milano - in Lombardia, il 15% gioca d’azzardo regolarmente. A Milano ci sono punte anche del 24-27% per quanto riguarda le scommesse e un adolescente su due ha avuto esperienze con i gratta e vinci. "A preoccupare di più è l’azzardo passivo in famiglia, che cresce", aggiunge Simone Feder, esperto della materia a livello nazionale, che ha fortemente voluto lo studio realizzato anche grazie al contributo dell’Università Bicocca e al sostegno dell’assessorato al Territorio di Regione Lombardia. "A fine anno raccoglieremo altri dati per consegnare una ‘cassetta degli attrezzi’ alle famiglie e alle scuole", spiega lo psicologo. Una delle domande rivolte ai ragazzi è stata diretta: conosci qualcuno che gioca abitualmente? "Il 24% ha detto che i genitori lo fanno tutti i giorni o quasi. È il dato che preoccupa maggiormente a Milano e Brescia perché chi è esposto al gioco passivo ovviamente è più a rischio".

I dati sono stati raccolti tra 20mila giovani lombardi e correlati ad altri 8mila a livello nazionale. "A me fa piangere il cuore vedere i figli che portano i genitori, chiedendo aiuto, preoccupati per loro – confessa l’esperto – hanno la percezione del pericolo dell’azzardo, cosa che manca agli adulti. Quando incontriamo i giovani delle scuole elementari e medie, ogni anno più di 60mila, cominciamo sempre con una prova utilizzando le parole azzardo e gioco, e loro sono stupiti. Legano l’azzardo al pericolo, al rischio mentre il gioco a una valenza diversa, al divertimento. Solo il 3% dichiara che l’azzardo è divertimento". La consapevolezza nei piccoli c’è. Ma nei grandi? "I giovani sono preoccupati per i loro famigliari e per i loro coetanei, non tanto per i soldi ma per il tempo buttato, l’ambiente intossicato – conclude Feder –. Hanno la percezione che faccia male, ma non possono pagare loro il prezzo, non possiamo scaricare questo fardello, è troppo pesante per loro".

Redazione: Enzo

La falsità

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La falsità ha le ali e vola, mentre la verità le corre dietro con fatica, in modo che quando le persone si rendono conto dell’inganno, è già troppo tardi. 
Molte volte è davvero difficile riconoscere una borsa di marca da un’imitazione. Hanno la stessa forma, lo stesso colore, la stessa trama, la stessa dimensione e a volte l’etichetta della marca totalmente uguale. Però ci sono piccoli dettagli che la smascherano con il passar del tempo.
Le borse d’imitazione si distinguono quando vengono bagnate o esposte al sole, perché, ad esempio, si consumano all’interno, oppure perché la loro tracolla dopo poco diventa scomoda. 

E cosa fate? Anche se si rovinano le continuate a portare perché vi dispiace buttarle oppure perché sono “belle da vedere”, anche se dopo aver scoperto che non sono originali non gli darete più la stessa importanza. 

Lo stesso succede nelle relazioni con i falsi amici. 

Sembrano perfetti per voi e per le circostanze, anche se non vi spiegate per quale strana ragione con il passare del tempo, queste persone vi causano più problemi e preoccupazioni di quelle che dovrebbero delle persone con le quali dovreste condividere delle conversazioni interessanti. Sembrano scolorirsi con il tempo.

Inizia a sembrarvi strano non discutere per delle stupidaggini e non sentirvi tesi per determinate reazioni. Vi succede solo con quella persone e ci pensate da parecchio tempo. Il suo comportamento lascia a desiderare, però voi non volete aprire gli occhi del tutto. Eliminare amici dalla propria vita non fa piacere a nessuno.

Fate attenzione! Sono accorgimenti sottili e a volte potrete pensare che si tratti di esagerazioni, però tenetene conto prima che i vostri sentimenti precipitino completamente, come succede con le cose che cadono da una borsa d’imitazione, dopo che si è rotta, essendo di scarsa qualità. Si tratta di qualcosa che sapevate che prima o poi sarebbe successo, però che avete preferito lasciare al dubbio.
Però non ci sono dubbi. Se un vostro amico ha questa condotta, lasciate la borsa in soffitta e aggiungetelo all’elenco dei numeri “indesiderati”. O formattate il tutto, costi quel che costi. 

Caratteristiche:

–Il vostro amico sembra sempre felice di parlare con voi, ma parla sempre male degli altri. Rompe relazioni di continuo e litiga con tutti, e al posto di parlare bene degli altri, sputa veleno, di quello mortale.

Curiosamente con queste persone che critica sembra trovarsi benissimo quando uscite, e a volte gli fa anche dei complimenti. È ovvio, la persona in questione si trova davanti.

–Non parla di idee, parla di persone. Parla continuamente di quello che gli succede. È impossibile intraprendere una conversazione che non sfoci nell’analizzare costantemente le vite degli altri e di compararle continuamente alla sua.
Non è sincero con i suoi sentimenti, per questo voi non lo capite, e nemmeno lui si capisce. Alla fine adotta sempre un’attitudine difensiva perché “non lo capite”. È davvero straziante.

–La vostra storia non è così importante. Dice di capirvi, anche se poi vi dice che siete esagerati, che non è ciò di cui avete bisogno e vuole solo commentare la vostra situazione ed essere ascoltato.

–Vi dice che bisogna essere allegri e positivi, però lui è il primo a non farlo. Questo significa che finge di essere forte per non riconoscere una situazione che gli provoca dolore.

–Fa commenti fuori luogo del tipo “il mio era migliore”, “quello l’ho già fatto io” “anche io ci sono passato” “non esagerare”..il suo livello di maturità è di 100 e il vostro è di 0. Dice di volervi aiutare però poi non mette in pratica la teoria.

Da un’eccessiva importanza alle relazioni sociali, vuole sempre aiutare tutti, però quando prova a farlo si lamenta di continuo. Non sa dire di no, però quando si tratta di cose serie si mostra titubante.

–Vi dice che avete molte qualità quando state male e ama stare con voi in questi momenti…però diffidate. Passa velocemente alle frasi demotivanti come “queste cose vanno sempre male” o “sii realista”. 

È dalla vostra parte quando siete giù, però non è felice per voi quando le cose vi vanno bene.

–Non ha il senso dell’umorismo, o per lo meno, non ha il vostro senso dell’umorismo. Vi piace ridere e se gli fate una battuta divertente vi dirà “Non fa ridere”. Non sapete di cosa parlare. 

– Vi fa delle domande sulla vostra famiglia e sui vostri amici e sembra assumere anche in questo caso l’atteggiamento di chi vuole giudicare. Voi fate a meno di trattare questi argomenti, ma lui è insistente, vuole conoscere dettagli che non gli riguardano.

–Ripete continuamente la stessa storia più volte. Come se si scordasse a chi l’ha raccontata e a chi no. 

–Non esistono i dibattiti sulla politica o sulla religione. Ha sempre una frase pronta per chiudere il discorso e vi fa passare per quelli che prendono sempre discorsi troppo impegnativi. Se eravate indignati per una notizia letta sul giornale, lo sarete ancora di più per il suo comportamento.

– È sgradevole. Si lamenta e non è affatto dolce o delicato. Fa molta difficoltà a dire ti voglio bene o ad abbracciarvi.

–Dice di essere forte e di aver superato molte cose, però questa non dev’essere una ragione per sminuire le vostre preoccupazioni, soprattutto perché voi lo ascoltate in qualsiasi situazione, anche quando per voi le cose non sono così gravi come le descrive.

– Siete arrivati al punto di non poterne più e gli dite chiaramente che dovete migliorare il vostro rapporto. Si sorprende ma sembra voler migliorare. E voi vi sentite in colpa perché avete bisogno di parlarne con una persona cara, perché non si parla alle spalle di un amico.

Siete arrivati tardi. Ci sono già troppe cose che non vi quadrano..tirate la corda e..PUM! 

Ha parlato male di voi con i vostri amici e conoscenti, disprezzandovi. Con le bugie più surrealiste. Prendendosi gioco di voi. Non si è risparmiato niente.

Anche se ormai non vi può più ferire. E voi non provate più pena.

Con queste persone non bisogna sprecare nemmeno un minuto in più del proprio tempo. Voi ci avete guadagnato e lui rimane con la sua lingua biforcuta. 

Patto fatto! Se lo avessimo saputo, avremmo lasciato perdere fin da subito. Ma nessuno ci aveva avvertiti!

Redazione: Enzo

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