23 settembre 2017

Reddito e felicità

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Milano 22 Settembre 2017 

Enzo

Recentemente, economisti, psicologi e sociologi hanno indirizzato la loro indagine verso l’obiettivo ultimo delle scelte e dei comportamenti degli individui, ovvero la loro felicità. Infatti, da recenti studi, è emersa una situazione abbastanza sconcertante. Con riferimento ai Paesi sviluppati, è stata messo in relazione il reddito con un indice di benessere auto-dichiarato medio, detto anche di ‘felicità’. La sorprendente scoperta deriva sostanzialmente dal fatto che gli economisti utilizzano il reddito come indice di benessere delle persone. Il riferimento ai Paesi ricchi deriva dal voler ottenere risultati sufficientemente attendibili, che non siano influenzati da una rilevante differenza fra culture. Per i Paesi in questione, questa ricerca ha evidenziato una correlazione negativa tra reddito e felicità. 
Il primo economista e demografo che ha condotto approfonditamente questa indagine è stato Easterlin nel 1974, limitando il suo campo d’indagine agli Stati Uniti. È emerso che, per un intervallo di venti anni, gli Stati Uniti non hanno mostrato un andamento positivo. Questo studio ha preso il nome di “paradosso della felicità” o “paradosso di Easterlin”. Successivamente, numerosi ricercatori hanno approfondito questa indagine, anche sulla base di numerosi indicatori oggettivi di benessere, confermando il fenomeno negativo in questione. 
In questo testo sono raccolti vari apporti teorici al tema del “paradosso della felicità” e alle sue possibili spiegazioni. 
Nella prima parte dello scritto, ovvero il capitolo 1, è esposto e sviluppato il fenomeno in questione, sulla base dei dati statistici e degli studi condotti da vari economisti, sociologi e psicologi. Infatti, viene illustrato il trend economico dei Paesi sviluppati, nonché, servendosi di dati oggettivi e soggettivi sul benessere, spiegato il concetto di “paradosso di Easterlin”. 
Nella restante parte della tesi, sono individuate alcune possibili spiegazioni, da non considerarsi assolute. Le spiegazioni del capitolo 2 attengono ad aspetti meramente economici, come reddito e consumi. Al fine di rendere il più possibile confrontabili i risultati, viene utilizzato il modello-base di scelta tra tempo libero e consumo, riadattandolo per le varie spiegazioni. Le osservazioni del capitolo 3 attengono invece a spiegazioni teoriche, supportate dai risultati empirici, basate sul peggioramento delle relazioni sociali e personali, sia in termini qualitativi che quantitativi. Le relazioni sono considerate da psicologi e, recentemente, dagli economisti, molto importanti per il benessere generale degli individui. Quindi, faremo riferimento alla diffusione dei beni pseudo-gratificatori e al cambiamento dei valori nelle persone.

Cosa significa che il rapporto tra reddito e felicità non è lineare?

Significa che, fino ad un certo livello, il benessere psicologico aumenta con l’aumentare del reddito, poioltre una determinata soglia il denaro non ha più lo stesso effetto.

Qual è la soglia oltre la quale guadagnare di più non ha più lo stesso effetto psicologico di prima?

All’aumentare del reddito aumenta fortemente la felicità dei più poveri perché permette loro di soddisfare i bisogni fondamentali (nutrimento, alloggio, sicurezza), ma si attenua al crescere della ricchezza. Significa che, una volta che l’essenziale ci viene garantito, il denaro cessa di rappresentare il fattore più decisivo della felicità. Alcuni continueranno a dedicare tempo ed energie per guadagnare sempre più soldi, ma gli sforzi profusi non saranno più pari all’aumento del loro benessere psicologico, insomma una parte di quegli sforzi andrà sprecato, se ragioniamo in termini di felicità.

Ci sono anche fattori legati all’età nell’evoluzione della sensazione di benessere?

Sì, alcuni studi effettuati in Francia (fonte: Eurobarometro 1975-2000), hanno rilevato che in media un individuo è decisamente meno felice intorno ai cinquant’anni che intorno ai venti e nettamente più felice intorno ai sessantacinque; insomma, c’è di mezzo la crisi di mezza età quando ci si rende conto che il tempo passato è maggiore di quello che resta da vivere, ma dopo il contraccolpo iniziale si tende ad apprezzare di più la vita, per goderne finché le forze e la salute tengono.

Si può fare qualcosa per alimentare il benessere psicologico, indipendentemente dalla ricchezza e dall’età?

C’è un altro modo, molto più potente dei soldi, per mantenersi felici una volta che l’essenziale ci viene garantito, come scrive lo psichiatra francese Christophe André: “prendersi il tempo di vivere e di godersi ciò che già si ha“.

Redazione: Enzo Sciarra

Strategia e idee sorpassate, se il Forum del Terzo Settore va stretto al volontariato


Milano  22 Settembre 2017

Enzo 
Il volontariato moderno affonda le proprie radici sia nelle iniziative di auto-aiuto sorte nel XIX e nel XX secolo all’interno del movimento operaio e socialista sia nelle iniziative cattoliche di assistenza e beneficenza delle Opere Pie.
Le Società di Mutuo Soccorso esprimevano una radicale novità per le garanzie di diritto cui miravano, ma cessarono di esistere sotto i colpi della repressione fascista. Le Opere Pie, invece, consolidarono la loro attività e si trasformarono, nel secondo dopoguerra, in IPAB (Istituti Pubblici di Assistenza e Beneficenza). Tutto ciò in netta controtendenza con quanto accadeva in molti Paesi dell’Europa del Nord, dove l’intervento pubblico sostituì quasi totalmente l’intervento benefico privato. Mentre nei Paesi dell’Europa meridionale l’istituzione del sistema assicurativo e di protezione sociale pubblico ebbe un per corso lentissimo. L’inerzia dello Stato, negli anni che seguirono la Seconda Guerra Mondiale, spinse la Chiesa cattolica a controllare la quasi totalità degli enti assistenziali del nostro Paese. Negli anni Settanta si verifica un processo di trasformazione che coinvolge l’intera
società italiana che porterà ad alcuni importanti cambiamenti da cui nascerà il volontariato moderno.

Le trasformazioni si innescano su vari fattori:

i fatti del 1968, che promuovono protagonismo e partecipazione da parte dei cittadini;il decentramento regionale (1972), che pone il territorio come unità di riferimento e luogo di confronto e di collaborazione tra pubblici poteri, forze intermedie e privati cittadini;la crisi dello Stato assistenziale, che spinge la società a rivendicare la difficile via della collaborazione;pensionamenti, scolarizzazione prolungata, orario lavorativo unico che mettono a disposizione delle persone tempo e risorse. Nasce il tempo libero, luogo metaforico del consumo di massa, ma anche spazio della libera iniziativa, dell’animazione sociale, della creatività;il rinnovamento della Chiesa, promosso dal Concilio Vaticano II, che determina una presenza diversa dei cristiani nella società, una comunità a misura d’uomo in cui i laici diventano protagonisti del dialogo tra Chiesa e mondo.

Le intuizioni di Luciano Tavazza
Il volontariato italiano, intrecciato a questi cambiamenti, inizia un processo di trasformazione, modificando i suoi obiettivi e ponendo sempre piú l’accento sul mutamento delle situazioni che generano povertà ed esclusione sociale. Sono gli anni in cui il volontariato si trasforma da soggetto caritativo e assistenziale ad attore politico.
La dimensione politica è la novità fondamentale a cui assistiamo negli anni Settanta: un nuovo modo di partecipare alla cosa pubblica. La dimensione politica, senza cancellare la componente di servizio, significa non solo curare, ma anche prevenire i mali della società educare a guardare alla qualità della vita di tutti i cittadini di un territorio.
Fu una rottura culturale, un cambio di passo del pensiero e delle prassi che coincise con il salto di qualità del welfare pubblico.

Questo nuovo soggetto, il volontariato moderno, sarà definito per la prima volta, nei primi anni Ottanta, come “terza dimensione” della collettività, altro sia rispetto allo Stato, sia rispetto alle logiche private del mercato. Sono anni di trasformazione e di cambiamento, anni in cui si promuovono convegni e ricerche dedicate alla comprensione di questa terza dimensione. Sono gli anni in cui le associazioni iniziano a costruire rapporti tra loro, reti di solidarietà. Si avviano percorsi di sinergia volti a migliorare l’azione delle organizzazioni sul territorio, a potenziare la formazione, ad approfondire la capacità di analisi della situazione. La nascita del Movimento di Volontariato Italiano nel 1978 è un segnale di questa svolta. «Tale impetuoso fenomeno di crescita - spiegava Luciano Tavazza - è stato preceduto da una forte spinta al rinnovamento dell’azione altruistica nelle organizzazioni cattoliche impegnate nei servizi sociali alle persone, a partire dalla Caritas Italiana sotto la guida di Giovanni Nervo, ispiratore di una concezione dell’azione volontaria fondata sulla rimozione delle cause di disagio, della povertà e dell’esclusione sociale».
L’idea di monsignor Nervo aveva scatenato durissime reazioni e diverse polemiche all’interno della Chiesa cattolica, fino all’accusa di voler far scivolare il volontariato verso una “cultura marxisteggiante”. Secondo Tavazza, fu proprio l’assunzione della dimensione politica - insieme a quella della testimonianza del dono e della condivisione - che rese per la prima volta il volontariato un soggetto attivo, partecipe alla programmazione delle politiche sociali e non solo fornitore di servizi. Un metodo e uno stile di partecipazione che accreditarono il volontariato come una forza di pressione democratica per il cambiamento insieme alle istituzioni statali e locali, alle altre forze sociali.

Un rinnovamento che fu trasversale a tutta la società. Il volontariato si pone quindi come movimento collettivo, organizzato, socialmente autonomo ma non antagonista, profondamente ancorato alla cultura democratica della Costituzione repubblicana, disponibile alla cooperazione con le istituzioni democratiche per il raggiungimento dell’uguaglianza e dell’emancipazione.
Tavazza fu capace di interpretare per primo un passaggio epocale che altri sociologi come Alain Touraine, Ronald Ingleart, Alberto Melucci e tanti altri stanno diffondendo mediante i loro studi e le loro ricerche. In altri termini un volontariato pragmatico, in grado di interpretare tensioni, idee e bisogni di una società radicalmente diversa da quella degli anni passati.

Un nuovo soggetto con nuovi problemi
Un nuovo soggetto che negli ultimi anni è cresciuto, è divenuto più maturo e si è fatto “centro”. Questo “passaggio al centro” ha comportato anche un reale processo di crescita per tutto il non profit. Una “maturità” che è verificabile, soprattutto, in una richiesta di dignità: il riconoscimento del ruolo “pubblico”.
In questi ultimi anni infatti organizzazioni di volontariato e del Terzo Settore hanno tesaurizzato un notevole complesso di esperienze e di sperimentazioni, di saperi e di pratiche, ma tale crescita non si è tradotta nella capacità di articolare uno o più progetti di società e nella conquista di un ruolo di primo piano nella definizione delle scelte politiche. Come ha notato Giovanni Moro, Terzo settore e volontariato sono soggetti pienamente riconosciuti nell’ambito delle policies, ma restano pressoché irrilevanti nel campo della politica. Una constatazione - piú che un giudizio - che apre la questione della rappresentanza e delle forme con cui tali organizzazioni hanno giocato il loro ruolo politico a livello nazionale e locale, in un quadro, oltretutto, che resta problematico soprattutto nel rapporto con le istituzioni e con la politica. La pubblica amministrazione ha delegato pezzi importanti
delle proprie funzioni a soggetti “privati”, ma mantenendoli in uno stato di forte subordinazione, grazie al controllo delle strategie, della programmazione e delle risorse. Una situazione che, nelle politiche sociali, ha visto spesso fallire i tavoli di concertazione, ridotti a semplici contenitori per la spartizione dei fondi e per l’attribuzione degli interventi da progettare e realizzare, senza divenire invece il luogo in cui si definiscono i bisogni sociali di una collettività e si co-programmano e co-progettano le azioni necessarie, in una prassi realmente determinata dall’interesse generale. Questo complesso passaggio dalle “origini” alla “maturità” ha messo in difficoltà organizzazioni e persone. Ma quello che preoccupa in questi ultimi anni è questo senso di depressione e di sfiducia che attanaglia proprio coloro che piú hanno investito nella loro attività di volontariato o in
uno dei tanti settori del non profit.

Gli elementi della crisi attuale
Volendo fare un elenco - non esaustivo - degli elementi di criticità, dei “contro”, si potrebbero citare almeno i seguenti:

una limitatissima capacità di incidere sulla politica nazionale, che vuol dire anche una scarsissima legittimazione come “parte sociale”, una quasi totale impossibilità di influenzare la programmazione delle politiche che riguardano i nostri mondi, una presenza sui media del tutto inadeguata;una bassa influenza, in generale, anche sulla co-progettazione delle politiche, sia a livello nazionale che locale;una crescente difficoltà a far fronte ai costi che le organizzazioni devono sostenere, una situazione che - in molti casi - dipende anche, se non soprattutto, dal contenimento della spesa e dai ritardi nei pagamenti da parte di Regioni ed enti locali;una situazione di sostenibilità economica che resta per molte organizzazioni critica, pur in presenza di condizioni di lavoro non infrequentemente precarie o, comunque, modeste dal punto di vista economico rispetto agli stessi standard del Paese (tra i piú bassi d’Europa). Ciò contribuisce a generare negli operatori una diffusa insoddisfazione per il proprio lavoro, che non può certo essere rimossa affermando che «si guadagna meno che nel pubblico, ma si è molto piú contenti perché si fa un lavoro in cui ci si riconosce»;la tentazione, in cui rischiano di cadere in molti, anche in conseguenza della difficoltà di sopravvivere, di concentrarsi quasi esclusivamente sul reperimento delle risorse, smarrendo qualsiasi significato valoriale e politico;la continua riduzione delle risorse destinate al sociale, a cui si unisce anche un mancato investimento su bisogni assolutamente rilevanti per i quali il welfare nazionale o locale niente, o quasi, prevedono;una scarsità di risorse che riguarda anche il settore della cooperazione allo sviluppo, dove lo stanziamento resta allo 0,17% del Pil, molto lontano dallo 0,7% promesso (la media europea è allo 0,51%);una difficoltà crescente a dare senso al lavoro sociale, sia perché si percepisce sempre meno la propria azione come capace di favorire il “cambiamento sociale” sia per le pressioni che gli enti pubblici, e a volte la stessa opinione pubblica, stanno facendo su gruppi e servizi per spingerli sempre piú verso compiti di contenimento del disagio, di puro e semplice controllo sociale, tanto piú in una fase dominata dal tema della “sicurezza”;una scarsa efficacia (a volte una vera e propria crisi di identità) delle organizzazioni di secondo e di terzo livello che non riescono piú ad assicurare significati forti per i gruppi che operano sui territori e per i singoli volontari e operatori.

Non buttiamo il bambino con l’acqua sporca
Non si può dire che il volontario e il Terzo settore siano esperienze fallimentari. In un ipotetico bilancio di questi ultimi anni non mancano le esperienze prositive, i “pro”:

la sensibilità crescente per l’ambiente, la sua protezione, i cambiamenti climatici, la biodiversità, originata sia dalla crescente gravità dei problemi in gioco sia da un continuo ed efficace lavoro di sensibilizzazione,ricerca e formazione portato avanti da tanti gruppi e persone;una accresciuta consapevolezza sui temi della produzione, del commercio e del consumo, riletti alla luce dei principi etici e della sostenibilità ambientale, che ha visto all’opera, in modo diretto, quelle organizzazioni che si sono impegnate sul fronte dello sviluppo sostenibile o della “decrescita”, del commercio equo e solidale, dell’agricoltura “sociale”, ma anche esperienze piccole, ma che “fanno tendenza” come i gruppi di acquisto solidale (ne sta, infatti, già nascendo la versione profit e individualista). Un’azione che ha portato i prodotti del commercio equo nella grande distribuzione, gli agricoltori sociali a un’interlocuzione con istituzioni e università. Ma, piú ancora, un’attività che ha generato aspettative nei cittadini, ha costretto attori potenti a modificare le proprie strategie, ha contribuito a rilanciare il biologico e il biodinamico;un’altrettanto accresciuta consapevolezza sui temi della finanza che ha portato per esempio alla nascita di Banca Etica, ma soprattutto un ri-orientamento generale che questo movimento ha prodotto, ampliando l’offerta delle banche con prodotti “etici”. Per esempio ha convinto Banca Intesa a realizzare un istituto bancario specializzato per il non profit: Banca Prossima e ha obbligato a fare i conti con gli investitori “etici”, pronti a mettere in discussione scelte come il finanziamento del commercio di armi;il 5 per mille, un dispositivo ancora provvisorio e con diverse storture in fase di applicazione, che fu varato tagliando il Fondo Nazionale Politiche Sociali di un importo pressoché simile a quanto destinato, togliendo così una larga fetta di risorse al sistema per darle alle singole organizzazioni;il ruolo significativo conquistato dalle associazioni dei consumatori rispetto sia alle istituzioni sia alle imprese che ha generato un confronto su policies e questioni specifiche;la crescita dei comitati di cittadini sui temi dell’ambiente e delle trasformazioni urbanistiche. Realtà complesse e contraddittorie, non definibili politicamente e, nel caso dei comitati impegnati in azioni a difesa del territorio, fortemente osteggiate dalle istituzioni e dai grandi media nazionali. Le ricerche di cui disponiamo su queste esperienze ci dicono che non abbiamo a che fare (sempre) con gruppi rozzi ed egoisti. Tutt’altro, in molti casi si riscontrano competenze solide e passione civile. Si esprimono interessi generali e ci si confronta appieno con i problemi della collettività, in modo critico e fattivo, mettendosi in gioco anche personalmente.

In tante parti d’Italia - a volte dove proprio non te lo aspetti, in piccoli gruppi o luoghi decentrati - sono nati percorsi reali di innovazione e di sperimentazione. Intorno ai nodi di fondo della giustizia sociale, delle nuove relazioni, della pace, dell’ambiente si sono sviluppate progettualità e disponibilità per affrontare la crisi in cui versa il Paese. Piú in generale, c’è un merito fondamentale che va riconosciuto al volontariato e al Terzo settore. Pur tra molti limiti e contraddizioni, queste organizzazioni sono rimaste luoghi nei quali vige una cultura della solidarietà, della giustizia, del rispetto dell’ambiente e dei diritti umani, dell’interesse generale e del bene comune. Le organizzazioni civiche offrono occasioni di responsabilizzazione alla collettività e alla vita delle persone, contrastando - chi piú, chi meno - tendenze potenti di carattere individualistico, egoistico, di chiusura nei confronti dell’alterità.
Contribuiscono a produrre cittadinanza consapevole, cioè volontari e operatori capaci di analisi critiche rispetto al modo in cui la collettività è governata, ai suoi valori, alle situazioni e agli eventi critici che in essa accadono. Sono, cioè, un antidoto al “Paese incivile” (come meglio chiariremo tra poco). Un aspetto che - specie in Italia - non è possibile
sottovalutare.

Peggio la politica dell’economia
Se guardiamo i due elenchi dei “contro” e dei “pro” una cosa balza subito agli occhi: è la politica il campo in cui le organizzazioni hanno ottenuto meno. La politica e le istituzioni - in Italia si fa molta fatica a distinguerle - hanno fatto quello che fanno sempre quando appare un nuovo attore sociale: ne pesano le forze, la capacità di conflitto. Di quante divisioni dispone il Terzo settore? Di poche, si sono dette. E - accanto alla cooptazione di persone provenienti da questi mondi, utili per rivitalizzare i loro assetti e, piú ancora, la loro immagine fortemente deteriorata quando non delegittimata - si sono di conseguenza limitate a stabilire, a livello nazionale e a livello locale, relazioni privilegiate con alcuni esponenti e a ricercare consenso.
Offrendo in cambio poco, molto poco. Solo ciò che ritenevano necessario per non avere troppi problemi e mantenere i voti. I partiti - e, in larga parte, le istituzioni - non hanno fatto proprie le visioni e le proposte espresse dalla società civile organizzata: non hanno integrato nei loro programmi le idee sulla democrazia, il welfare, lo sviluppo, l’immigrazione e l’interculturalità, l’ambiente, la cooperazione internazionale, la pace e il disarmo. Una indisponibilità che è rimasta tale anche quando è scoppiata la crisi finanziaria ed economica, quando cioè è andata fragorosamente in pezzi un’ortodossia economica dominante a destra come a sinistra dello schieramento politico. Nei confronti
dei comitati di cittadini poi le amministrazioni hanno eretto un muro, rifiutando persino il confronto, se non dove era impossibile fare altrimenti. Anche il mercato ha reagito secondo la sua attitudine che è molto diversa da quella della politica. Ha capito che qui si muovevano bisogni e aspettative importanti, ha copiato, rielaborato, metabolizzato,
manipolato anche - come è ovvio - ha compreso che si aprivano nuove nicchie di mercato e che ci si doveva muovere in fretta.
Insomma, si è messa all’opera la straordinaria capacità di fare proprio e digerire tutto quello che può essere utile per produrre profitto. Inoltre sono entrati in campo attori potenti, non profit sì ma con interessi economici di primaria grandezza: le fondazioni delle grandi imprese e, soprattutto, quelle di origine bancaria. È nata la Fondazione per il
Sud. L’impatto su alcuni settori - come le politiche sociali - e sul non profit italiano è stato notevole. Sul piano della cultura, invece, il bilancio di questi ultimi anni è in chiaroscuro. Se riguardo all’ambiente, al consumo, alla produzione, al risparmio, le idee di questi mondi sono risultate sempre piú “vincenti”, consolidando i risultati degli anni Novanta, è sul piano dei diritti sociali, dell’equità, della giustizia e dell’accoglienza dell’altro che il dibattito sulla sicurezza negli ultimi anni è stato letale, segnando una regressione di civiltà considerevole. Schematizzando: la politica è rimasta chiusa, impermeabile; il mercato si è aperto e ha assimilato/manipolato, ma anche trattato e innovato; la cultura è stata permeata, nonostante lo “tsunami sicurezza”, pericoloso per la democrazia e per la vita di alcune categorie di persone come gli immigrati.

Una forza di civilizzazione
Se questa analisi ha un fondamento, il ruolo che il volontariato e il Terzo settore dovrebbero darsi oggi è proprio quello di essere una for-za di civilizzazione. Il compito cruciale è quello di rafforzare, anzi di rivitalizzare, una cultura e una pratica segnate dall’interesse generale, dalla solidarietà, dalla giustizia, dall’equità, della legalità, dall’accoglienza e dall’interculturalità. La battaglia principale si gioca, infatti, sul piano culturale. Sulla cultura diffusa tra i cittadini e nei contesti territoriali. Sulla cultura che guida l’azione delle istituzioni e dei partiti. È in questo lavoro che andranno investite molte piú risorse, riorientando progetti e interventi, modificando le pianificazioni strategiche, ma, soprattutto, avendo presente che parole e valori una volta ricchi di significato oggi non parlano piú a una fascia molto ampia di popolazione.
La stessa retorica dei diritti di cittadinanza - architrave del nostro impianto costituzionale e dell’azione del Terzo settore italiano - mostra la corda. Non mobilita piú persone ed energie in funzione del cambiamento. Uno dei problemi principali su cui darsi in fretta da fare, perciò, sarà quello di trovare un nuovo linguaggio e pratiche capaci di dare concretezza a valori e parole. In questa direzione, ci pare che il discorso sui beni comuni - legati, appunto, all’interesse generale e, nel contempo, pensati non sul singolo ma su una collettività - possa essere un forte elemento di rinnovamento dell’approccio, del discorso e dell’azione delle organizzazioni civiche.
Ma, su questo fronte, c’è molto da lavorare. Nello stesso tempo, bisognerebbe rendere piú continue e piú centrali nella strategia delle organizzazioni quegli approcci e quelle esperienze che non operano (solo) sui singoli o su specifiche categorie di persone, ma che si confrontano con contesti territoriali ampi. Prendersi cura del proprio quartiere,
della propria città. Qualcosa che è possibile solo elevando in modo significativo la conoscenza dei propri contesti territoriali cosí come i saperi e gli strumenti per agire in essi.
La frammentazione sociale ha nelle caratteristiche attuali dei contesti urbani una radice fondamentale. Tanto piú quando il passaggio dall’epoca dell’esclusione a quella della vulnerabilità - con la fine della cittadella protetta degli inclusi - evidenzia che sono i contesti a essere vulnerabili, prima ancora degli individui.

Ed è, perciò, su di essi che bisogna agire. Negli anni Novanta, nell’ambito delle politiche sociali, si sperimentarono numerosi progetti di sviluppo di comunità che poi vennero in parte abbandonati nel momento in cui fu approvata la legge 328/2000, con la quale venivano istituiti meccanismi allargati di governance delle politiche sociali. Si pensò allora che le sedi e le procedure previste in quella legge avrebbero permesso una solida conoscenza del territorio e il coinvolgimento della comunità locale, ma questo, nella maggior parte del Paese, non è avvenuto. E, dunque, bisogna tornare a inventare spazi e modi di partecipazione attiva della cittadinanza, rifacendosi allo sviluppo di comunità o, se si preferisce, ad altri approcci. Le possibilità sono tante. Quello che dovrebbe essere sempre piú perseguito è l’obiettivo di aiutare gruppi o collettività piú o meno ampi a comprendere i propri bisogni, formulare le proprie domande, comunicarle sulla scena pubblica, contribuire a dare risposte e lottare perché le proprie proposte vengano accolte dagli altri attori del territorio, a cominciare dai politici. Insomma, quel “coinvolgimento dei beneficiari” (che, per la verità, non dovrebbero nemmeno essere tali) che è spesso indicato in buona parte delle progettazioni del Terzo settore ma che - diciamocelo francamente - di rado è davvero realizzato.
Ciò vuol dire favorire la crescita di voice delle persone e dei gruppi, far prendere loro la parola nello spazio pubblico. E - insieme a questo - contribuire al miglioramento della vita di tutti in un territorio, proteggendone l’ambiente, favorendo le possibilità di incontro, di partecipazione, di lavoro, di formazione e di istruzione, di gioco, rendendo piú adeguati i suoi servizi. Se ci si rivolge solo ai marginali, si resta marginali.
E su tale compito l’alleanza tra chi opera nelle politiche sociali, chi si batte per l’ambiente, chi si impegna per un’altra economia o la protezione del patrimonio artistico è non solo possibile, ma necessaria. Perché la forza dei gruppi di volontariato e di Terzo settore sta, anche e soprattutto, nella costruzione di reti lunghe, che restano fluide, aperte, plurali, connesse in forme diverse e, a volte, inedite, sfruttando contatti personali e reti informatiche, occasioni di incontri e progetti specifici, campagne e azioni di lobbying.
Insomma, si tratta di promuovere un progetto di convivenza, di prossimità, di cura, per il governo delle città (e per il pianeta). Si tratta di pensare e agire per un’idea di città che è realizzabile solo in modo collettivo (co-costruire la città). Si tratta di realizzare azioni che mirano a riconnettere quel tessuto relazionale, istituzionale e culturale, messo in crisi da diversi e rilevanti fattori. Non è una cosa impossibile. Non si chiede al volontario e all’operatore di risolvere, lui solo, problemi enormi (la crisi della democrazia rappresentativa, la crisi del welfare, la crisi delle città), ma di dare un punto di riferimento alla propria azione, di pensare in questo orizzonte ciò che fa, dandogli un senso piú preciso e consapevole di quanto fatto finora, di fare variazioni su progetti già sperimentati, di ampliarne altri, di crearne di nuovi.
Slittamenti consapevoli che, insieme a quelli messi in atto da tanti altri gruppi, volontari e operatori, possono davvero cambiare le cose, in tempi medio-lunghi. Perché è impensabile rinunciare all’orizzonte del cambiamento in un’epoca che di esso ha bisogno come di un alimento vitale, per non diventare decrepita o tramutarsi in un incubo.

Rappresentanza e autonomia politica
Per il volontariato e per il Terzo settore si apre anche un’altra questione chiave, che bisognerà affrontare e risolvere. Si tratta del nodo della rappresentanza. Il problema fondamentale riguarda il modo in cui il Terzo settore ha pensato e realizzato il suo costituirsi come attore rispetto alle istituzioni e agli altri soggetti sociali ed economici. Ha, cioè, costruito una rappresentanza che è modellata su quella degli altri interessi di categoria, aspirando soprattutto a diventare “parte sociale” - come il Forum del Terzo settore rivendica continuamente. Quando il Terzo settore è entrato nel gioco istituzionale, lo ha fatto senza riuscire a innovare - per la verità, senza nemmeno provare a innovare - ponendosi piuttosto l’obiettivo di “essere come tutti gli altri”. Non ha cosí contribuito a rinnovare né i meccanismi di concertazione ancora vigenti - ormai stantii, del tutto inadeguati rispetto a quello di cui avrebbe bisogno il Paese - né il modo di rappresentare i propri associati. Le idee nuove sono state trasfuse in modalità di rappresentanza e in strategie vecchie, finendo cosí per perdersi esse stesse. È arrivata sì l’agognata etichetta di “parte sociale”, ma per essere trattati alla stregua di una corporazione.

Una piccola corporazione 
Era lecito attendersi qualcosa di diverso da soggetti che hanno sviluppato nel corso della loro storia una notevole creatività sociale? La creazione di un terreno nuovo, almeno di sperimentazioni, di linguaggi differenti - troppe volte, invece, troppo simili a quelli della politica -, di spazi e forme inedite? Ciò che sorprende è che non si è fallito, non si è nemmeno tentato.
Anche queste forme, questo approccio - insieme a una dipendenza economica dalle istituzioni subita da una parte consistente del Terzo settore (è il caso, soprattutto, delle organizzazioni che operano nel campo delle politiche sociali) - hanno contribuito in modo significativo a non realizzare realmente quell’autonomia politica, quell’autonomia dalla politica (di qualunque colore) che è obiettivo cruciale per il volontariato e per il Terzo settore.
Perché oggi la vera posta in gioco è la riforma del Paese e la rivitalizzazione della democrazia, sulle quali le organizzazioni civiche potranno giocare un ruolo chiave e innovatore soltanto restando pienamente indipendenti dai partiti. Solo cosí potranno liberare appieno le proprie energie, senza restare aggrovigliati in manovre e mediazioni di piccolo cabotaggio.
Questo richiede una riflessione a tutto campo che, da una parte, identifichi con chiarezza gli elementi di dipendenza che il Terzo settore continua a soffrire nei confronti della politica e, dall’altra, definisca i modi attraverso cui tali elementi possono essere affrontati. Allora, o nasce o si rinnova un soggetto capace di essere un punto di riferimento politico per la gran parte del Terzo settore, oppure sarà necessario anche qui sperimentare, provare a costruire forme di rappresentanza nuove (tali non perché oggi non esistono, ma per le caratteristiche che assumono nel rapporto con gli associati e gli altri attori, nell’organizzazione e nelle strategie), che essendo fondate su visioni e progetti politici e culturali non potranno che essere parziali, accanto ad altri tentativi di costruire rappresentanza.
A partire dal volontariato sembra possa esserci una reale possibilità. Grazie alla legge 266 del 1991 nel nostro paese sono operativi 78 Centri di Servizio per il volontariato (CSV), luoghi a servizio delle organizzazioni di volontariato, ma da queste gestite secondo il principio di autonomia del volontariato che la stessa legge 266/91 ha inteso affermare. Gli ultimi dati ci dicono che il 95% dei soci dei CSV è costituito da 9 mila organizzazioni di volontariato e dai loro coordinamenti o federazioni che rappresentano complessivamente il 50,6% del volontariato in Italia. Questi dati ci devono far riflettere.
Oggi per poter adempiere propriamente al fondamentale ruolo politico di forza di civilizzazione, che ci risulta annebbiato e poco vigoroso, è necessario investire tutte le forze che abbiamo per definire una rappresentanza più ampia del volontariato. Se è chiaro a tutti che i Centri di Servizio non sono organi di rappresentanza, non credo sia eretico pensare che la nuova rappresentanza non possa partire proprio da una innovativa funzione che i CSV potrebbero assumere. Se questi sono costituiti da 9 mila Odv, è chiaro a tutti che da qui bisogna partire.
C’è poco tempo e per questo credo sia necessario avviare immediatamente un dibattito su queste questioni. Ritengo che la nuova rappresentanza del volontariato debba partire proprio dai Centri di servizio. Ovviamente su questi elementi di riflessione sarà rilevante il contributo di tutti gli altri organismi trasversali di rappresentanza presenti nei nostro territorio nazionale.
Penso in particolare al Movimento di Volontariato Italiano che in questi mesi ci ha fatto riflettere su cinque strade nuove per l’Italia. Ma ovviamente anche a tutte quelle organizzazioni che in questi anni hanno promosso coordinamento, rappresentanza e progettualità trasversale.
Sul volontariato incombe un futuro di residualità. Essere portatori di civilizzazione e di nuova rappresentanza questo il ruolo che produrrà una nuova primavera nelle organizzazioni.
Ancora una volta, la cultura e i fini vengono prima di interessi e coalizioni. Questo patto tra i vari soggetti del volontariato - su obiettivi alti - permetterebbe un nuovo cammino e, forse, un contributo reale al cambiamento del Paese.

"Redazione"  Enzo 

LA GRANDE TRUFFA DEL GRATTA&VINCI- SAI COME FUNZIONANO? SAI CHI STAI INGRASSANDO? LOTTOMATICA, UNA DELLE CONCESSIONARIE DEI VIDEOPOKER CHE RIESCONO A FARLA FRANCA CON LE TASSE E FINANZIANO LE FONDAZIONI DEI POLITICI



LA GRANDE TRUFFA DEL GRATTA&VINCI- SAI COME FUNZIONANO? SAI CHI STAI INGRASSANDO? LOTTOMATICA, UNA DELLE CONCESSIONARIE DEI VIDEOPOKER CHE RIESCONO A FARLA FRANCA CON LE TASSE E FINANZIANO LE FONDAZIONI DEI POLITICI

Gratta & perdi. Ecco perché è una grande illusione
di Angelo Perfetti e Stefano Sansonetti
Possibilità di mettere a segno il colpo grosso praticamente pari allo zero. Possibilità di ripagarsi almeno il costo della giocata che si collocano tra il 18 e il 35%.
Chissà se l’universo delle lotterie istantanee, i cosiddetti “Gratta e Vinci”, continuerebbe a proliferare senza sosta se gli italiani mettessero a fuoco queste percentuali certo non incoraggianti. Del resto la pressante pubblicità dei concessionari, la sete continua di incassi da parte dello Stato e la voglia di cercare fortuna “spingono” da tempo un settore in cui, però, le prospettive di vittoria sono a dir poco risicate. Gli esempi si sprecano. Basti dire che attualmente in Italia esistono ben 46 tipologie diverse di “Gratta e Vinci”. Segno inconfutabile di come questo tipo di gioco “tiri”. Ma quante chance si hanno di vincere? E qui viene il bello, perché in media, secondo quanto è riportato sul sito dell’Aams (Monopoli di Stato), si tratta di una possibilità ogni 3,6 biglietti venduti. Rapporto vero, ma basato soprattutto sui premi delle dimensioni economiche più piccole, quelli che in pratica consentono giusto di ripagarsi il costo della giocata. I primi premi, invece, sono un’autentica chimera.
I numeri
La Notizia, decreti alla mano, ha calcolato queste percentuali in relazione alle più ricche lotterie istantanee. Si prenda “Mega Miliardario”, il Gratta e Vinci istituito dal gennaio del 2007. Ebbene, il decreto di istituzione prevedeva la distribuzione di 50 milioni e 160 mila biglietti. Ora, il primo premio, quello per il quale si gioca inseguendo il colpo grosso, è contenuto in 30 biglietti. A stabilire questa grandezza, così come tutte le altre, è sempre il decreto dell’Aams. E’ chiaro che per vincere 1 milione di euro ci vuole una gran bella botta di fortuna, ma 30 biglietti su un totale di 50 milioni e 160 mila significa avere lo 0,00006% delle chance di accaparrarsi il bottino più ricco. Si prenda invece il premio minimo, quello da 10 euro. E’ portato in dote da 17.844.002 biglietti, ovvero il 35,5% del totale. Ma 10 euro è proprio il prezzo di un singolo biglietto del “Mega Miliardario”. Insomma, si avrà anche il 35,5% delle possibilità di vincere, ma solo un premio che consente di recuperare la giocata fatta e che molto spesso ispira l’acquisto di un ulteriore biglietto. Se ci si sposta a un’altra lotteria istantanea la musica non cambia. Si consideri “Turista per sempre”, uno dei quei Gratta e Vinci che consente al più fortunato di incassare 200 mila euro subito, 6 mila euro al mese per 240 mensilità consecutive più un bonus finale non inferiore a 100 mila euro. Il decreto di istituzione, a partire dal gennaio del 2010, prevedeva un distribuzione di 100 milioni e 800 mila biglietti. Il premio più ricco, del valore nominale di 1 milione e 450 mila euro, è previsto in 35 biglietti. Che su un totale di 100 milioni e 800 mila restituisce una possibilità di vittoria dello 0,00003%. Se invece si va a vedere il premio minore, quello di 5 euro che corrisponde al prezzo di un biglietto, viene fuori che è contenuto in 30.319.800 biglietti. Il tutto con una possibilità di vincere del 30%, che però ad altro non si riferisce se non al recupero della giocata
Da registrare che, a differenza di altri giochi, in Italia il “Gratta e Vinci” è gestito da un concessionario unico che si chiama Lotterie Nazionali srl, che fa capo a Gtech, la società del gruppo De Agostini che nel Belpaese opera attraverso il brand di Lottomatica. E’ chiaro, allora, che è proprio questa la società che si arricchisce grazie al business delle lotterie istantanee. Così come si arricchisce lo Stato, che dal fenomeno riesce a incassare circa 2 miliardi di euro di tasse.
La grande illusione
Giochereste alla tradizionale tombola di Natale sapendo che alla seconda estrazione dei numeri dal bussolotto qualcuno ha già fatto Tombola e si è preso il premione? Continuereste a mettere ceci sulle cartelle accontentandovi di raccogliere, in mancanza del premio finale, l’ambo oppure il tombolino? Se la risposta che avete precipitosamente dato è “ovviamente no”, sappiate che invece lo fate. O almeno si rischia di farlo ogni volta che si acquista un Gratta e Vinci, di qualunque natura. Fa parte delle regole del gioco, dicono da Lottomatica, l’azienda che gestisce le lotterie, ed è l’alea che corre qualunque giocatore. Sarà, ma un giocatore rischia sapendo di avere la chanche di portare a casa il bottino, diversamente forse non rischierebbe.
Le regole del gioco
Quando inizia un nuovo Gratta e Vinci (ce ne sono una quarantina attualmente in circolazione) viene fatto un Decreto di indizione del nuovo gioco che, con un apposito contratto, viene accettato dai Monopoli di Stato. In questo contratto c’è scritto chiaramente quanto è il monte premi finale, come viene suddiviso (in quanti diversi premi), quanti biglietti vengono stampati. Ovviamente al momento della stampa tutto viene randomizzato, cioè fatto in maniera casuale, segreta e scollegata, in modo da non sapere dove fisicamente finirà il biglietto milionario, né in termini di blocchetti né in termini di regione. C’è una verifica di congruità del lavoro svolto fatta da terzi, in particolare da Deloitte, per registrare la correttezza dei vari passaggi. Fin qui tutto ok. Se però il destino si divertisse a far trovare nel primo mese di gioco tutti i premi più alti, la stampa dei biglietti non si esaurirebbe. La regola vuole infatti che il gioco duri fino a quando non si assegnano tutti i premi messi in palio (con uno scostamento nell’ordine dell’1/2%), compresi i premi che sono un mero risarcimento del costo del biglietto.
Report mensili sulle vincite criptati
Detto questo, va segnalato come Lottomatica correttamente faccia ai Monopoli di Stato ogni mese un report sui premi realmente incassati. Il che però rappresenta un’aggravante del problema, perché è del tutto evidente che mese per mese di sa quali premi siano stati già trovati dai giocatori, e dunque si ha la percezione dell’”inutilità” di un certo gioco praticamente in tempo reale. Solo che è un dato che resta nei cassetti di Lottomatica e Monopoli di Stato, alla faccia della trasparenza voluta dal decreto Balduzzi.

di Angelo Perfetti e Stefano Sansonetti

21 settembre 2017

Dalla nascita dei manicomi alla loro chiusura. La legge che cambiò la storia in Italia.

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Dalla nascita dei manicomi alla loro chiusura. La legge che cambiò la storia in Italia.

Con questo articolo, il mio intento è quello di viaggiare nella storia per indagare le ragioni alla base della nascita dei manicomi, per poi tentare di spiegare la lunga battaglia che ha portato alla chiusura dei manicomi e ha posto fine alle tante situazioni di orrore che questi avevano creato.

Nell’antichità la malattia, soprattutto mentale, veniva spesso ricondotta all’intervento di forze soprannaturali e divine; per questo, veniva “curata” attraverso riti mistico-religiosi. Addirittura, i sacerdoti di quell’epoca tentavano di leggere, nelle manifestazioni della persona considerata folle, messaggi dell’aldilà.

Nel Medioevo accadeva invece spesso che le persone che manifestavano comportamenti ritenuti “bizzarri” venissero considerate possedute; anche in questo caso la “cura” era affidata agli esponenti della Chiesa, i quali tentavano di combattere la possessione, soprattutto femminile, attraverso l’uccisione al rogo, con l’idea che l’anima, finalmente libera dal possesso demoniaco, potesse salire in cielo.

Nell’Età Classica il problema della “follia” perse il carattere mistico-religioso e iniziò ad essere considerato da un punto di vista sociale: “folli” diventarono tutti coloro che venivano ritenuti una minaccia per la società, da allontanare e rimuovere da essa il più velocemente possibile.

Proprio in quel periodo sorsero moltissime case di internamento, volte a rinchiudere una varietà di persone rifiutate dalla società; persone con malattie mentali, poveri, vagabondi, mendicanti, criminali, dissidenti politici, persone nulla facenti … tutte rinchiuse in un’unica struttura.

Una delle prime case sorte allo scopo fu l’Hopital General di Parigi, fondato nel 1656. Qui le persone non venivano rinchiuse per essere curate, ma per finire i propri giorni lontano dalla società. Una volta entrate in questi luoghi, le persone venivano spogliate della loro dignità e trattate senza rispetto. Vivevano in condizioni disumane ed erano costrette a subire punizioni corporali.

La società tentava di “correggere” tutti coloro che avevano smarrito la strada con lo scopo di ricondurli sulla retta via, sulla vita della moralità.

Questa idea di allontanare dalla società chiunque fosse considerato pericoloso si verificò in seguito alla Riforma attuata da Martin Lutero; al contrario del Medioevo, in cui le persone povere e i vagabondi venivano lasciati vivere nella società, in quanto la povertà era vista come mezzo per manifestare la propria fede (aiutando le persone povere ci si poteva guadagnare la salvezza in Paradiso), con la negazione delle opere di Lutero, la povertà perse questo significato e si trasformò in colpa attribuibile alla persona.

Presto, le case di internamento si diffusero in tutta Europa e divennero uno strumento di potere enorme, attraverso il quale si decideva, senza utilizzare alcun criterio logico, sulla vita delle persone e su chi dovesse essere rinchiuso.

Fu solo a partire dal XVII e in seguito alla nascita del pensiero illuminista che la concezione legata alla malattia mentale iniziò a mutare e iniziarono ad essere riconsiderate le pratiche messe in atto per combattere la “follia”.

Questo cambiamento fu in particolar modo dovuto alla nascita della psichiatria, che iniziò a denunciare il sistema correttivo dell’epoca e a capire che la maggior parte delle persone richiuse in quelle case di correzione non aveva bisogno di alcun trattamento. Il suo pioniere fu Philippe Pinel.

Tuttavia, nonostante questo piccolo passo avanti, la malattia mentale continuava ad essere considerata incomprensibile; si affermò un sistema che tentava di “normalizzare” la condizione umana della persona che aveva smarrito la propria via. I metodi di cura restavano disumani.
Ad esempio, per Pinel i “folli” erano persone incapaci di dominare i propri istinti; egli riteneva che per combattere la follia occorresse utilizzare mezzi quali l’intimidazione e la paura, allo scopo di dominare le persone che si riteneva soffrissero di un disturbo mentale e convincerle del fatto che non potessero continuare ad agire come volevano.

Anche le altre teorie che si susseguirono tentarono di spiegare la malattia mentale ma senza successo; la cura consisteva sempre nell’internamento e nell’isolamento totale e gli strumenti utilizzati erano disumani, volti a provocare stati di shock nelle persone.

Un cambiamento radicale nell’elaborazione di diverse concezioni della mente e del suo funzionamento, con il conseguente utilizzo di strumenti di cura alternativi, si ebbe tra la fine dell’’800 e i primi anni del ‘900, anni in cui nacque la psicoanalisi.

Brevemente, ad essa si deve il merito di aver posto l’attenzione sulla necessità di capire il sintomo più che di reprimerlo attraverso metodi di cura brutali; questo modo di curare la malattia ha sicuramente rappresentato un’importante rottura nell’ideologia che sosteneva la prassi manicomiale, che considerava la malattia come qualcosa di organico e che aveva condotto a considerare ogni approfondimento psicologico inutile.

Anche in Italia la situazione non era diversa; la gestione dei manicomi era alquanto drammatica e affidata perlopiù alla gestione di frati e suore che faticavano a gestire i continui accessi e risparmiavano su tutto producendo conseguenze devastanti; fino al 1904 non si riuscì ad avere un quadro normativo omogeneo che regolasse la gestione dei manicomi.

Agli inizi del ‘900 le moderne teorie sulla malattia mentale postulate dalla psicoanalisi giunsero anche in Italia; e fu proprio all’inizio del secolo che, nel Paese nacque un’accesa discussione, tanto in ambito scientifico quanto politico, sulla necessità di adottare una legge che regolasse la gestione dei manicomi e raccogliesse tutte quelle consuetudini susseguitesi nel corso del tempo in tutte le parti d’Italia.

Nel febbraio 1904 venne così approvata una legge che restò in vigore fino al 1978; in essa vennero stabiliti alcuni principi decisivi e validi per tutto il territorio nazionale. Uno, in particolare, prevedeva il ricovero solo per malati pericolosi o che avessero dato il pubblico scandalo.

Tuttavia, sulla base di questo principio, chiunque incaricato di garantire la pubblica sicurezza, con in mano un certificato contenente anche solo una mendace dichiarazione di pericolosità, avrebbe potuto far internare una persona. Il manicomio restava sempre e comunque luogo di controllo e di ordine.

Fu solo nella seconda metà degli anni ’50, anche grazie alle opere dello psichiatra Ronald Laing, che la società iniziò a condannare i manicomi come luoghi in cui le persone perdevano la propria identità, anche se la strada che condusse ad una loro richiusura fu lunga e tortuosa.

A partire dal 1968, in seguito al susseguirsi di una serie di denunce in merito alle condizioni disumane in cui versavano le persone rinchiuse nei manicomi, in Italia vennero approvate alcune modifiche normative; ad esempio, con la legge 431 si iniziò a prevedere il ricovero volontario e vennero istituiti centri di igiene mentale a livello provinciale.

La legge 349 del 1977 invece iniziò a considerare la tutela della salute quale diritto fondamentale della persona e interesse della collettività e a sottolineare la necessità dello Stato di creare un Servizio Sanitario, in grado di affrontare la malattia mentale in un’ottica completamente differente.

A questo si arriverà poi con la famosissima legge 833 del 1978 istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale (per saperne di più si rimanda al testo completo della legge), il complesso di funzioni, strutture, servizi e attività che lo Stato deve garantire a tutti i cittadini, senza nessuna distinzione di ceto o etnia, per il recupero della salute fisica e psichica.
E nell’aprile 1994, venne approvato anche il Progetto Obiettivo Tutela Salute Mentale in cui, per la prima volta, vennero individuate le strutture e i servizi psichiatrici presenti sul territorio; si procedette altresì ad una diversificazione delle competenze professionali delle persone che lavoravano nel campo, per consentire loro di gestire meglio i sempre più complessi incarichi affidati, con l’obiettivo principale di promuovere, attraverso lo scambio di esperienze professionali differenti, pratiche volte a superare qualsiasi forma di oppressione e di violenza (azione coordinata e integrata di servizi psichiatrici con altri servizi socio sanitari come, ad esempio, consultori e Servizi per le Tossicodipendenze). Tutto questo doveva essere realizzato attraverso la partecipazione ai processi di cura dei pazienti e dei familiari, per ridurre al minimo il ricovero in struttura, attraverso interventi ambulatoriali e domiciliari, che comprendevano anche la ricerca programmata di inserimenti formativi e lavorativi e la promozione di programmi con obiettivo primario la socializzazione (per ulteriori dettagli si consiglia la lettura del Progetto Obiettivo del 1994).

Insomma, la strada che ha condotto alla chiusura dei manicomi è stata, e lo è ancora, lunga e tortuosa, piena di ostacoli che hanno impedito per molto tempo a tantissime persone di sentirsi tali.

Ad oggi sono stati sicuramente compiuti numerosi passi avanti in questo campo, ma ci sono ancora molti aspetti da chiarire e molti stereotipi da sradicare connessi all’handicap sia fisico che mentale, pregiudizi, che si sono rafforzati nel corso degli anni e che hanno favorito l’insorgere di immagini che etichettano le persone disabili come categoria a parte, divisa dai normali.

E allora non resta che rimboccarsi le maniche e lavorare sodo per sradicare questi pregiudizi e agire affinché la disabilità non venga più considerata come la caratteristica dominante della persona.
Ma la vera rivoluzione storica, si ebbe con la legge 180 del 13 maggio 1978, più conosciuta con il nome del suo promotore, Legge Basaglia. Molti ritengono che la legge 180 sia la legge che ha chiuso i manicomi, anche se in realtà essa rappresenta soltanto l’inizio di un processo culturale e politico molto più complesso.

Basaglia fu il medico che mosse una critica radicale nei confronti dei manicomi; nel 1961 divenne direttore dell’ospedale psichiatrico di Gorizia ed è lì che iniziò a rendersi conto delle condizioni disumane in cui versavano le persone recluse nei manicomi. Così iniziò ad introdurre piccole modifiche, partendo dal considerare i pazienti come esseri umani, come persone dotate di una propria identità, e non come numeri. Egli rifiutò gli strumenti della tecnica psichiatrica, in particolar modo tutte quelle terapie volte a provocare uno shock; introdusse anche gruppi di pazienti, per aiutarli a condividere insieme agli altri i propri problemi e renderli protagonisti della loro stessa vita, con l’obiettivo primario di favorire la riabilitazione della persona.

Secondo lui, la malattia doveva essere posta in relazione alla società attuale, una società alienante, la società dei consumi; per questo era importante creare, all’interno di essa, servizi assistenziali per tutti, senza distinzioni di ceto o etnia.

La legge Basaglia rivoluzionò il modo di concepire la malattia mentale. I principi su cui si basava erano:

Divieto di costruire nuovi manicomi graduale chiusura di quelli esistenti;Il trattamento sanitario doveva essere volontario. Solo in alcuni casi particolari doveva essere obbligatorio;Il malato doveva restare in ospedale solo per un breve periodo di tempo e solo a causa di situazioni di emergenza, difficilmente gestibili dalla persona stessa o dalla famiglia.

Dopo l’approvazione della Legge Basaglia il problema, in Italia, restò però sul come fare; la legge scatenò immediatamente numerose polemiche, soprattutto da parte dei direttori dei manicomi che vedevano minacciato il loro potere, dei sindacati che difendevano gli interessi di chi lavorava nei manicomi e, infine, dei familiari delle persone ricoverate, che erano fortemente spaventati perché temevano di non riuscire a gestire la situazione della persona una volta uscita dal manicomio.

La legge prevedeva inoltre che le Regioni individuassero le strutture adeguate per la tutela della salute mentale; ma queste si rivelarono del tutto impreparate a gestire un cambiamento così grande.

La rete dei servizi sul territorio era del tutto assente e il rischio che molti manicomi ormai chiusi venissero riaperti era molto alto.

Gli anni successivi alla riforma diedero importanti risultati, ma comunque sempre insoddisfacenti; in particolar modo, c’erano enormi differenze tra le diverse Regioni italiane relativamente alle modalità di intervento.

Solo all’inizio degli anni 90, ben 15 anni dopo la legge 180, si iniziò ad intravedere qualche cambiamento.

Nel febbraio 1992, venne approvata una legge, la Legge 104 “Legge quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate”, con l’obiettivo di:

Garantire il rispetto della dignità umana e i diritti di libertà della persona, promuovendone la piena integrazione in famiglia, a scuola, al lavoro e nella società;Prevenire le condizioni invalidanti che impediscono lo sviluppo della persona umana e la realizzazione dei diritti civili, politici e patrimoniali;Perseguire il recupero funzionale e sociale della persona affetta da minorazioni fisiche, psichiche e sensoriali e assicurare servizi e prestazioni per la prevenzione, la cura e il recupero delle persone;Predisporre interventi volti a superare l’esclusione sociale;
(per un ulteriore approfondimento si rimanda al testo intero della legge).

Di seguito, un’agghiacciante galleria di foto di pazienti sottoposti a tale tortura. Tutti bambini, alcuni dei quali gravemente disabili.

FOTO PAZIENTI ALA ‘D’

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DIARIO DI UN MANICOMIO: FOTO DI BAMBINI ORFANI E DISABILI PRE/POST-LOBOTOMIA

Il Manicomio newyorkese Buckergton è stato certamente uno dei luoghi più sconcertanti e surreali dell’epoca moderna: per svariate decadi il suo personale medico corrotto ha attuato fra i più crudi e agghiaccianti crimini contro l’umanità che la cronaca del passato ricordi. Degno di nota è, soprattutto, la cosiddetta “terapia rieducazionale forte” promossa e sperimentata nella clinica su bambini, prevalentemente figli di nessuno, provenienti dalla strada.

Giovani di ogni età, alcuni appena neonati altri in età pre-adolescenziale. Molti erano soli, alcuni abbandonati dai cari perchè deformi e considerati attuazione demoniaca, altri figli di prostitute, viandanti e malviventi.

Vi sono molte controversie riguardo le reali attività della clinica psichiatrica, originariamente nata come centro di cura per malati mentali e casa di riposo geriatrica. Alcune fonti autorevoli, fra cui il NYT, parlano di un patto nascosto fra lo Stato e l’istituto ospedaliero, finanziato e sovvenzionato per la sperimentazione di cure/terapie e farmaci sperimentali su quei fantasmi, quelli bambini di cui il mondo ignorava l’esistenza.

La pratica più usata e brevettata era la lobotomia dei lobi frontali, utilizzata per modificare “l’assetto emotivo” del paziente, da forte/instabile a sottomesso/stazionario.

Enzo Vincenzo Sciarra

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