30 aprile 2017

Gentiloni-Trump: il servo alla corte del nuovo padrone


Salvo Ardizzone

Giovedì c’è stato l’incontro Gentiloni-Trump, un faccia a faccia di circa mezzora assolutamente inutile, ma formalmente necessario in vista del G7 di Taormina.

Trump, dopo aver passato la campagna elettorale a tuonare contro i pilastri della tradizionale politica atlantista ed antirussa, sotto l’offensiva di Agenzie Federali, Congresso e lobby è stato costretto a liquidare i suoi collaboratori più controversi (Flynn e Bannon su tutti) e rivedere totalmente la sua posizione ufficiale verso Russia, Nato e Medio Oriente.

In questo caotico rimescolarsi della politica estera della nuova Amministrazione, nel recarsi a Washington il premier italiano non sapeva bene cosa si sarebbe trovato dinanzi; aveva solo la certezza che i Governi che si sono succeduti a Roma, e il suo da ultimo, hanno adempiuto a tutti i “compiti” assegnati da Washington con puntiglioso impegno, e forte di questo è giunto alla corte del nuovo padrone della Casa Bianca per fare una richiesta: un aiuto sul teatro libico, il dossier estero più importante per l’Italia.

Laggiù, il Governo di Al-Serraj, ufficialmente appoggiato da tutti e su cui l’Italia si è scommessa, nei fatti è lasciato allo sbaraglio e tutte le potenze interessate stanno giocando le proprie carte per prendere una fetta della posta, il petrolio e gas che abbonda sotto quelle sabbie e che intendono strappare al tradizionale controllo dell’Eni.

Ma a parte i ringraziamenti di rito per l’impegno dell’Italia in Afghanistan, Iraq e altrove, ovunque interessi allo Zio Sam, e la consueta tirata d’orecchie perché Roma aumenti lo stanziamento per la Difesa (leggi: la sua partecipazione alle spese della Nato), l’incontro Gentiloni-Trump è stato come ovvio fallimentare: un secco no alla richiesta di un preciso impegno Usa per stabilizzare la Libia (“Nessun ruolo specifico in Libia, siamo già impegnati su troppi fronti” è stata la risposta) ed una discreta attività diplomatica per propiziare finalmente una trattativa fra Al-Serraj ed il suo avversario, quel Generale Haftar appoggiato dal Cairo ed ora da Mosca.

Si starebbe infatti preparando un incontro a giugno fra al-Serraj ed Haftar sotto l’egida di Washington, ma dietro questa trattativa non ci sono affatto gli interessi di Roma, trovatasi come sempre sola quando prova a tutelare le proprie ragioni; i motivi messi in campo nel vertice Gentiloni-Trump sono al massimo serviti da pretesto per un summit che, con tutta probabilità, avrà al centro gli affari fra Exxon e Rosneft, e dunque i giacimenti libici e del Mediterraneo e gli intrecci con Egitto, Israele e Mosca.

Per convincersene basta vedere la richiesta avanzata dalla Exxon, proprio tramite il suo ex top manager Rex Tillerson ora Segretario di Stato, di poter aggirare le sanzioni verso la Russia per stringere i suoi accordi con la Rosneft. Accordi che non sono e non saranno certo gli unici ad essere conclusi, mentre l’Europa è tenuta in piena isteria antirussa da Baltici, Polacchi e compagnia, su istigazione di quell’establishment Usa che ribalta il costo della contrapposizione con la Russia sui satelliti europei, mentre guadagna trafficando con Mosca.

In tutto questo l’Italia come sempre resta inchiodata al patetico biascicare del politicamente corretto, alla paurosa pochezza dei suoi rappresentanti (particolarmente pietosa la figura di Alfano quale Ministro degli Esteri), alla totale mancanza di peso sulla scena internazionale, all’inconsistenza delle sue politiche che, visti i presupposti, quando prova ad articolare divengono velleitarie.

Nell’incontro Gentiloni-Trump, un premier impalpabile rappresentante di un Paese storicamente suddito di Washington, si è recato a rendere omaggio al nuovo padrone recapitando la propria supplica e ricevendo un ovvio no. Come sempre le decisioni, anche e soprattutto quelle che riguardano gli interessi del Sistema Italia, verranno prese altrove.

di Salvo Ardizzone
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