10 marzo 2017

Everyone, i diritti umani come impegno politico


Tuesday, March 8, 2011, di Stefano Bolognini – Pegaso, il Blog di Arcigay

Roma, 7 marzo 2011. Migranti, rom, gay… i diritti civili e umani sono quotidianamente calpestati in tutto il mondo. Roberto Malini co-presidente del Gruppo EveryOne ci racconta cosa si può fare per arginare la barbarie, e a che punto siamo in Italia.


L’associazione Everyone si si sta imponendo all’attenzione della comunità Lgbt italiana. Ci racconti qualcosa dell’associazione di cui sei co-presidente?


Alcuni anni fa Matteo Pegoraro, Dario Picciau e io abbiamo deciso di unire le nostre esperienze di difensori dei diritti umani e di fondare il Gruppo EveryOne. Il nome del gruppo è stato scelto in base a una parola-simbolo dei diritti fondamentali della persona. “EveryOne” infatti è il pronome con cui inizia la maggior parte degli articoli della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Matteo e Dario hanno una visione dei diritti umani molto simile alla mia, che inquadra l’impegno a tutela delle minoranze perseguitate come una strategia nonviolenta, ma direttamente sul campo, accanto alle vittime di abuso.

Il nostro gruppo basa ogni azione a difesa dei diritti di un individuo o di un gruppo sociale colpiti da violazioni su un’analisi preventiva degli aspetti umanitari e giuridici che riguardano il caso e su un’indagine delle dinamiche che hanno condotto all’evento discriminatorio, che può essere violento, vessatorio o anche una forma di persecuzione poliziesca, politica o giudiziaria.

A noi tre fondatori si sono poi aggiunti numerosi difensori dei diritti umani di tutte le nazionalità, che hanno arricchito l’organizzazione con le loro diverse esperienze e competenze. I nostri attivisti corrono grandi rischi, ma studiano attentamente la tattica umanitaria da applicare di volta in volta, spesso implementandola in una strategia ad ampio raggio. Per quanto mi riguarda, mi occupo di diritti umani da quand’ero adolescente. Ricordo perfettamente l’anno 1980, quando Arcigay si costituì a Palermo, in seguito alla tragica morte dei giovani gay Giorgio e Toni.

Non vi era tutela per le persone Lgbt, a quei tempi, che venivano regolarmente pestate da fascisti, uomini in divisa e gruppi omofobi. Nella seconda metà degli anni ’70 e negli anni ’80 ho partecipato alle prime manifestazioni gay e ho conosciuto i più importanti attivisti, da Jean Le Bitoux ad Angelo Pezzana, da Toni Duvert a Beppe Ramina, dagli attivisti del Gay Liberation Movement a Pina Bonanno, fondatrice del Movimento Italiano Transessuali.

Il Gruppo EveryOne nasce con radici molto profonde, che affondano proprio nel terreno di quelle esperienze, e i suoi attivisti hanno affrontato innumerevoli sfide. Riguardo alle persone Lgbt, siamo intervenuti in decine di casi di discriminazione, violenza e abuso, salvando vite umane – specie nei casi riguardanti violazioni da parte dei governi del diritto di asilo dei profughi omosessuali – e interrompendo fenomeni persecutori, come il Trattamento Sanitario Obbligatorio, che colpiscono gay, lesbiche e trans in Italia e nel mondo. Come il razzismo, l’antisemitismo e la ziganofobia, anche l’omofobia è spesso sottovalutata ed è per questo che in molti paesi, anche nel mondo democratico, esistono ancora gravi discriminazioni contro le minoranze, discriminazioni gravi che permeano la cultura, la struttura sociale e le leggi. E’ per questo che EveryOne pone sempre in primo piano gli aspetti informativi, educativi e culturali connessi ai diritti umani.

Lavorate quasi esclusivamente in ambito internazionale. Come?

Operiamo sia in Italia che in àmbito internazionale.

Paradossalmente, siamo più conosciuti negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Francia, in Canada e in altre nazioni estere che in Italia, anche se siamo una delle organizzazioni per i diritti umani più attive, nel nostro paese, nel campo dei diritti delle persone Lgbt, del popolo Rom, dei profughi e dei migranti, delle vittime di TSO o di persecuzione nelle carceri.

Ogni anno collaboriamo, in questi delicati settori dei diritti umani, con l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, con l’Alto Commissario per i Diritti Umani, con il Parlamento europeo e con le principali Ong.

Nell’àmbito della cultura dei diritti umani, lavoriamo con la Lgbt Historical Society dei San Francisco, il Museo della Deportazione di Parigi, i musei Yad Vashem e Beit Lohamei Haghetaot in Israele e molte altre istituzioni internazionali. In Italia, però, siamo combattuti dalle istituzioni, da quando si è diffusa in tutto il paese una cultura razzista, xenofoba e omofoba sempre più violenta e priva di scrupoli.

E’ una cultura che ormai ha inquinato politica, informazione, giustizia e scuola, trasformandosi in un’atroce propaganda dell’odio che si pone di fronte ai difensori dei diritti umani con arroganza e ben pochi scrupoli. A causa delle nostre campagne nonviolente a tutela dei Rom, dei migranti e dei gay, noi fondatori del gruppo siamo stati colpiti solo negli ultimi due anni da ben otto procedimenti penali, gravi intimidazioni da parte di autorità, minacce e agguati da parte di gruppi neonazisti e intolleranti nonché da una stretta censura da parte dei media.

I nostri attivisti di etnia Rom hanno subito pestaggi, minacce e gravi forme di repressione che li hanno costretti ad abbandonare l’Italia. L’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani, il Parlamento Ue e l’organizzazione FrontLine – che tutela i difensori dei diritti umani soggetti a persecuzione e in pericolo di vita – hanno preso in carico il caso che riguarda il nostro gruppo, chiedendo al governo, alla magistratura e ad alcune istituzioni locali di interrompere la persecuzione nei confronti dei nostri attivisti e di consentirci di operare senza intimidazioni e vessazioni.

Noi teniamo duro e non arretriamo di un passo. Difendere i diritti umani è un aspetto fondamentale della nostra vita e continueremo a farlo. Nonostante le difficili condizioni in cui siamo costretti a lavorare, però, conduciamo decine di azioni a tutela di persone e gruppi sociali perseguitati e attualmente possiamo contare su una rete internazionale di Ong e difensori dei diritti umani che sostengono le nostre campagne e collaborano con noi.

Dal punto di vista culturale a quali discriminazioni è più o meno sensibile l’opinione pubblica e a che punto siamo con il rispetto dei diritti umani e la lotta contro le discriminazioni razziali in Italia?

Negli ultimi dieci anni il tasso di discriminazione verso i gruppi sociali di minoranza si è progressivamente innalzato, mentre le forze politiche si sono uniformate su posizioni di intolleranza, dopo aver constatato che la propaganda xenofoba, l’odio verso il popolo Rom e l’indifferenza verso i diritti delle persone Lgbt sono posizioni gradite all’elettorato di maggioranza.

Non a caso la Lega Nord, partito anti-immigrazione, anti-gay e antieuropeo è il più prezioso alleato del Pdl ed è già stato corteggiato dal Pd in vista del dopo-Berlusconi.

L’intolleranza consente di guadagnare consensi e la propaganda discriminatoria – che solo in Italia è consentita, praticamente senza limiti, durante le campagne elettorali – è un poderoso cavallo di battaglia per i politici. Sbattere il Rom, lo straniero o il gay in prima pagina è anche l’imperativo di quasi tutti i direttori dei media, perché nel clima attuale gran parte del popolo italiano si sente unito nell’ostilità nei confronti di chi è diverso.

Rispetto alla discriminazione dei Rom, i principali esperti in campo internazionale indicano l’Italia come il paese in cui vi è la più grave repressione. L’ex europarlamentare Rom ungherese Viktoria Mohacsi, dopo aver visitato gli insediamenti Rom e Sinti di tutta l’Unione europea, ha scritto in un dossier per il Consiglio Ue che la condizione dei Rom in Italia è di gran lunga la peggiore che abbia riscontrato nelle sue ispezioni.

Basti pensare che i Rom di nazionalità non italiana nel nostro paese sono 14 mila, secondo l’ultimo censimento della Croce Rossa, mentre nel 2006 erano 150 mila. Riguardo ai profughi e ai migranti dall’Africa o comunque da paesi poveri, l’Italia purtroppo si distingue per le politiche xenofobe, limitate solo grazie alle campagne lanciate da noi e da altre Ong e raccolte dalle istituzioni sovrannazionali. Per fermare i respingimenti in Libia, per esempio, siamo stati a Ginevra, presso le Nazioni Unite e abbiamo presentato denunce e dossier agli organismi europei deputati al rispetto della carta dei diritti fondamentali nell’Ue. Anche l’omofobia ha raggiunto proporzioni preoccupanti nel nostro paese e i casi di violenza contro persone omosessuali hanno toccato una quota preoccupante, se confrontata con i dati degli altri stati dell’Unione europea.

E nel mondo quali sono i paesi più problematici e perché?

La Francia di Sarkozy ha attuato politiche ostili verso i Rom romeni, ma non si può ignorare che accoglie 400 mila Rom. I Rom sono soggetti a discriminazione e apartheid anche nei paesi dell’Europa dell’est, in Grecia, Germania e Regno Unito. E’ un problema che l’Unione europea non ha saputo affrontare con efficacia, nonostante abbia stanziato per la loro integrazione miliardi di euro: denaro che è andato sprecato o impiegato per altri fini.


Profughi e stranieri provenienti dall’Africa o comunque da paesi poveri subiscono una grave discriminazione nell’Ue, dove la Convenzione di Ginevra è rispettata solo nel 20/30 per cento dei casi in cui vi sarebbe diritto alla protezione internazionale o all’asilo politico.

Il mancato rispetto della Convenzione di Ginevra è tuttavia un fenomeno che riguarda tutto il pianeta ed è alla base di fenomeni altrettanto gravi, come il traffico di migranti, il mercato degli schiavi, quello dei bambini e delle donne destinati alla prostituzione, il mercato nero degli organi umani. L’integralismo islamico – che è una componente molto forte e diffusa nel mondo arabo, perché fa leva sul desiderio del popolo di migliorare le proprie condizioni economiche – porta con sé gravi violazioni dei diritti umani e pone in stato di persecuzione e a rischio di pena capitale omosessuali, donne, dissidenti e liberi pensatori.

Riguardo alle persone Lgbt, se nei paesi fondamentalisti vengono perseguitate quali “nemiche di Dio”, anche in Occidente sono colpite da intolleranza ed emarginazione. Persino negli Usa, dove le battaglie per i diritti civili hanno consentito ai gay di ottenere leggi favorevoli, la parità è ancora lontana e nelle città in cui non vi sono comunità Lgbt molto forti, omosessuali e lesbiche tendono a nascondersi, temendo atteggiamenti ostili e aggressioni. L’influenza del cristianesimo è ancora notevole sia nel Nordamerica che in Europa, dove spesso si parla e scrive dello stile di vita Lgbt come di un comportamento che si pone in contrasto con la struttura-famiglia, che è considerata il fondamento della società umana, minacciandone la posizione dominante.

Obama, per fortuna, sta andando in controtendenza e ha posto in rilievo la grave differenza sociale che esiste, ancora oggi, fra persone omosessuali e persone eterosessuali, essendo negato alle prime un diritto fondamentale dell’essere umano, che è quello di veder tutelata e riconosciuta la propria scelta di unione affettiva. Amare e sentire la propria unione amorosa come un valore difeso dalla società è un diritto primario, come il diritto a respirare, a nutrirsi, ad avere una casa, a spostarsi da un luogo all’altro, a godere di piena libertà di espressione. Ecco perché Obama ha detto la sola cosa giusta, sull’argomento: “Le leggi che vietano i matrimoni gay sono incostituzionali”. E’ importante sensibilizzare su questo tema l’opinione pubblica. E’ importante che si torni a parlare e scrivere di diritti umani, perché parlarne e scriverne contro è – parimenti – incostituzionale, incivile, immorale.

Le vostre campagne web sono molto efficaci. Come lavorate?

Di volta in volta, secondo le caratteristiche del caso, studiamo accuratamente il fenomeno persecutorio e le condizioni sociali e giuridiche che l’hanno prodotto.

Quindi elaboriamo documenti che dimostrano l’abuso in base alle leggi internazionali e a quelle che vigono nel paese in cui il fatto si è verificato. Quindi cerchiamo di coinvolgere gli organismi preposti alla tutela del diritto violato, sia all’interno della nazione in cui risiede la persona perseguitata, sia negli àmbiti internazionale e sovrannazionale.

E’ facile denunciare una violazione dei diritti umani, mentre è molto difficile indurre magistrati e governi a modificare decisioni già prese: un asilo negato, la deportazione di un essere umano o di un gruppo sociale verso un paese in crisi umanitaria o un regime persecutorio, una detenzione o una pena ingiuste, la sottoposizione a trattamenti inumani o degradanti, gli abusi psichiatrici, la sottrazione di un minore a una famiglia in condizioni di esclusione ecc.

Internet, se usato con intelligenza, è lo strumento ideale per creare un movimento di opinione, una rete di organizzazioni e attivisti, una manifestazione in piazza su scala internazionale.

Un’azione documentata, originale ed efficace, diviene ben presto mediatica e tanto più lo diviene, tanto più si aprono spiragli importanti per salvare vite umane o evitare ingiustizie irreparabili.

La Campagna dei Fiori con cui salvammo la lesbica iraniana Pegah Emambakhsh, insieme ai nostri partner (fra cui Arcigay) e l’attuale Campagna delle Mani Rosse per tentare di evitare la deportazione del giovane gay Alvin Gahimbaze, a rischio di trasferimento coatto dal Regno Unito al Burundi, sono esempi del nostro modo di agire nel campo dei diritti umani.

Quali successi avete ottenuto?

Navigando nel sito www.everyonegroup.com si possono vedere le nostre principali azioni e le diverse fasi che hanno condotto al risultato positivo. Naturalmente abbiamo ritenuto di divulgare solo alcuni casi, mentre molte altre campagne sono state condotte in segreto, a tutela delle vittime di violazione e delle loro famiglie.

Nel campo del diritto all’asilo, riportiamo nel sito almeno una decina di casi, da Pegah Emambakhsh a Mehdi Kazemi, da Annociate Nimpagaritze a Kiana Firouz, da Vahid Kian Motlag a Saba Gdey.

Contemporaneamente, in base ai nostri dossier, il Parlamento europeo e le Nazioni Unite hanno emanato importanti risoluzioni e alcuni governi, in primis il Regno Unito, hanno modificato le leggi sull’accoglienza dei profughi o rivisto le loro posizioni riguardo ad alcune nazioni in cui avvenivano deportazioni.

Nelle campagne a tutela dei Rom e delle minoranze etniche e razziali abbiamo – sempre in sinergia con i nostri partner – evitato sgomberi ed espulsioni da paesi dell’Unione europea, fermato o limitato politiche di espulsione di massa o respingimento di profughi, ci siamo opposti con successo a gravi abusi giudiziari o psichiatrici e abbiamo effettuato importanti interventi umanitari, mettendo in salvo persone e famiglie in pericolo di vita. Ma siamo ugualmente orgogliosi dei casi singoli, come i due più recenti che abbiamo condotto insieme alla Croce Rossa Italiana: l’inserimento in lista trapianti di una giovane ucraina, cui era stato negato il trapianto di fegato a causa del suo status di “clandestina”, nonostante le fossero state diagnosticate due settimane di vita, qualora non avesse ricevuto le cure adeguate; l’intervento agli occhi che ha restituito la vista a una bambina Rom romena, altrimenti condannata a trascorrere nel buio l’intera esistenza.

A vostro parere come si sta muovendo Arcigay in Italia nella battaglia per i diritti umani?

Il lavoro di Arcigay è fondamentale e non a caso l’associazione è un punto di riferimento per tutto il popolo Lgbt italiano. Trovo molto valida la scelta, che risale al 2002, di articolare le azioni in specifiche aree sociali: giuridico, salute, esteri, immigrazione, comunicazione, giovani.

Ho molta fiducia nel nuovo presidente, che rinverdisce le radici siciliane del primo Arcigay. Patané è un attivista nel vero senso della parola e ha dimostrato di non sottovalutare aspetti forse un po’ trascurati dall’associazionismo italiano che si occupa di diritti umani, a partire dalla necessità di fornire alle persone Lgbt un supporto legale serio e preparato e non più generico.

Mi sembra che gli obiettivi possano finalmente diventare più ambiziosi, in linea con le conquiste che le recenti parole di Obama fanno intuire come finalmente raggiungibili. Se il nuovo presidente sarà circondato dal consenso che merita, Arcigay potrà crescere ancora.

Alcune ambasciate, sollecitate da Arcigay, hanno stigmatizzato dichiarazioni omofobe di politici italiani. Che altro si può fare?

Arcigay può essere ancora più forte e propositivo se perfezionerà una rete di collaborazioni, sia a livello nazionale che internazionale.

Bisogna tornare ad alcune delle intuizioni che furono alla base della costituzione stessa di Arcigay, che nacque con il proposito di avvalersi delle esperienze diversificate dei principali circoli di cultura e azione gay italiani.

Ne parlai con Beppe Ramina, tanti anni fa, poco prima della storica assemblea di Bologna e fummo d’accordo: la forza del movimento poteva dipendere solo dalla coesistenza di culture e strategie diversificate, con grande attenzione alla nascita di fenomeni culturali o artistici e un’attenzione privilegiata ai casi singoli, perché ogni gay, lesbica o trans percepisse l’associazione come un luogo protetto, dove i diritti dei singoli contassero ancora più delle ambizioni politiche o di sviluppo.

Quell’anno partecipai alle Giornate dell’Orgoglio di Bologna insieme al mio gruppo di poeti e musicisti (in cui vi erano anche Dario Bellezza, Christopher White, Paola Astuni e il maestro Aldo Bernardi).

Lessi di fronte alla folla che gremiva piazza Maggiore una poesia che iniziava con questi versi: “Questi giorni d’orgoglio passeranno / come un carnevale di maschere bianche / se non ci lasceranno dentro / una traccia anche lieve / e nella traccia un seme. / Un seme grande come un desiderio, / grande come un’idea, forse l’idea / di una nazione di coscienze da fondare (…)”.

Sono convinto che, nonostante la lunga strada già percorsa da allora a oggi, quella “nazione di coscienze da fondare” rimanga una priorità, se non vogliamo accontentarci di limitare la discriminazione, ma desideriamo conseguire l’esatta parità sociale e la piena libertà di espressione per le persone Lgbt.

Nella foto, Roberto Malini al Gay Pride 2010 di Milano

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