20 febbraio 2017

Chi sarebbe De Benedetti senza aiuti di Stato



DE BENEDETTI, BURATTINAIO DI RENZI, MILIONARIO CON I SOLDI DEGLI ITALIANI. CONOSCI LA STORIA DELLE SUE “AVVENTURE” IMPRENDITORIALI? SAI QUANTO SONO COSTATE AGLI ITALIANI?

In questi giorni l’Ingegnere ha attaccato tutti, da Google all’avvocato Agnelli, con tanto di immancabile affondo al Cav. Lui però non è certo un esempio di imprenditoria: dall’Olivetti a Sorgenia, piccola galleria degli orrori consociativi.

Nei giorni scorsi Carlo De Benedetti ha sparato su tutti. Da Google, a cui ha dedicato un editoriale sul fedelissimo (è suo) Huffington Post, a Gianni Agnelli che ha criticato in occasione del festival della tv di Dogliani, vicino al gruppo L’Espresso. E poi ovviamente il Cav. che, ha detto con mezza ironia, nelle sue cliniche (il gruppo Kos) «non sarebbe uscito vivo». Una dichiarazione da far dubitare della qualità delle sue cliniche private, se solo non conoscessimo la cura e l’attenzione che l’Ing. dedica alle sue aziende, come Sorgenia. Aziende che, a differenza di Google (che lui ha definito simbolo del «monopolio privato dell’accesso digitale alla conoscenza è uno strumento di omologazione senza precedenti nella storia»), nata in un’università da due giovani spiantati ma geniali come Larry Page e Sergey Brin, hanno beneficiato di continui auti e sussidi di Stato. Ecco dunque che di seguito abbiamo deciso di raccontarvi chi sarebbe stato (o meglio cosa non sarebbe stato) Carlo De Benedetti in un Paese che al contrario dell’Italia…

Tempo fa, su Facebook, girava un post che chiedeva cosa sarebbe stato Steve Jobs nell’Italia delletasse, della burocrazia, dei controlli e – in una frase – dell’omicidio sistematico della creatività individuale. La risposta, dopo una lunga analisi, era semplice: sarebbe fallito o rimasto un uomo qualunque. E di sicuro non avrebbe creato la Apple.

L’idea del post di qualche bontempone ci dà lo spunto per porci noi una domanda a rovescio: che imprenditore sarebbe stato Carlo De Benedetti fuori dall’Italia? Chi sarebbe diventato l’Ingegnere di Ivrea, in un Paese liberista come gli Stati Uniti, la Svizzera o la Gran Bretagna o anche socialdemocratico come Svezia e Norvegia dove – al contrario di noi – il consociativismo fra impresa e politica è ridotto ai minimi termini? Quei luoghi in cui l’imprenditore investe i suoi soldi, rischiando, se va bene guadagna e se va male perde, dove lo Stato non si occupa delle imprese, non le costringe ad andar male (con imposte troppo alte) o bene (coi sussidi). Lande dove un capitano di azienda può avere successo come Jobs o fallire per poi magari tornare di nuovo alla ribalta, come il re dei giocattoli Harold Mattson, della Mattel.

De Benedetti è ricco di famiglia. I suoi anni di gioventù, in uno dei Paesi sopracitati, non sarebbero stati molto diversi: gli studi in un’università prestigiosa (al Politecnico di Torino negli anni ’50 ci andavano in pochi), il lavoro nella società del padre e poi la fondazione di un’azienda propria insieme al fratello Franco (Debenedetti, per un errore dell’anagrafe). La vita di De Benedetti fra gli anni ’70 e oggi, però, non sarebbe probabilmente andata allo stesso modo. Che dire di Olivetti? La società di cui l’Ing. è stato presidente per molti anni e che gli ha permesso di far molti soldi pur senza prodotti particolarmente all’avanguardia (non è mai stata la Apple). La chiave erano le commesse pubbliche, come quella delle Poste che – non lo diciamo noi, l’ha ammesso lo stesso De Benedetti con un memoriale durante Mani Pulite – fu comprata con una tangente di dieci miliardi di lire. In America una cosa del genere non sarebbe stata possibile e, in ogni caso, una volta scoperta avrebbe dato vita a un processo ai danni dei protagonisti. In Italia, invece, il processo fu lentissimo tanto che alla fine De Benedetti fu prosciolto perché i termini erano prescritti.

Negli anni ’80 Olivetti venne salvata di nuovo dall’obbligo per i negozianti di introdurre iregistratori di cassa (prodotti da Olivetti). Una legge che portava la firma del ministro delle Finanze Bruno Visentini, guarda caso membro del board di Olivetti. Ma l’azienda non riuscì ad andare bene lo stesso. Così – come riporta Libero – De Benedetti tentò di rifilare 1.500 cassintegrati allo Stato (gliene riuscì di piazzarli solo 414) con l’aiuto di Andreotti, per poi chiedere un altro aiuto a Giovanni Goria nel 1993. Però, sia chiaro, l’Ingegnere è un editore imparziale che di politica non s’interessa.


E che dire della vicenda Sme, l’azienda statale gestita dall’Iri di Romano Prodi (futuro leader del centrosinistra) che doveva andare proprio nelle mani di De Benedetti (futura tessera n°1 del Pd). Casi della vita, così come casuali sono i ripetuti tentativi del centrosinistra di inserire nella legge distabilità una clausola “salva-Sorgenia”, sempre di De Benedetti.

A conti fatti De Benedetti all’estero sarebbe stato lo stesso un’imprenditore, magari anche grosso grazie ai soldi di famiglia, ma non sarebbe certo diventato uno dei pesci più grossi dell’imprenditoria italiana. Sempre che di imprenditore italiano si possa parlare visto che dal 2009 ha preso la cittadinanza svizzera. Paese da cui invoca la patrimoniale per chi è rimasto qui.


Tratto da: Basta Casta
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