27 gennaio 2017

STRASBURGO CONFERMA: “FABBRICARE” BAMBINI NON È UN DIRITTO


Lo Stato italiano aveva tolto la bambina a una coppia molisana recatasi in Russia per avere un figlio attraverso la maternità surrogata. Ma la Corte europea dà ragione alla nostra giustizia poiché non ha leso nessun diritto umano ma ha giustamente punito il “fai da te” delle tecnologie riproduttive.

Nel mondo “normale”, cioè non travolto da ubriacature ideologiche che fanno a pugni con il reale e da deliri di onnipotenza tecnocratica che pretendono che tutto ciò che è possibile fare sia ipso facto legittimo, ci sarebbe poco da commentare. Semplicemente, la Grand Chamber (cioè la massima istanza) della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha ristabilito con la certezza del diritto quello che già la logica nonché il rispetto dell’essenziale di ciò che ci contraddistingue come umani avrebbero dovuto farci comprendere, e cioè che “fabbricare” bambini attraverso le moderne tecniche procreative, pretendendo poi che questo venga riconosciuto come una “normale” filiazione non è di per sé un diritto assoluto.

La vicenda è abbastanza nota: una coppia italiana ha fatto ricorso alla Corte europea perché, dopo essersi recata in Russia per avere un bambino attraverso la maternità surrogata, non hanno vista riconosciuta la loro genitorialità dal tribunale italiano, che aveva anzi tolto loro il figlio dandolo in adozione. Dopo una prima sentenza a loro favorevole della seconda sezione della Corte, che aveva comunque stabilito che essi avessero diritto ad un risarcimento e non al ricongiungimento con il bambino, ora la Grand Chamber ha messo la parola fine alla questione, stabilendo che i giudici italiani con il loro operato non avevano leso nessun diritto della coppia.

La sentenza di cui stiamo parlando presenta comunque nelle sue motivazioni notevoli profili di interesse. I giudici europei, infatti, scrivono che se i giudici «avessero accettato di lasciare il bambino con la coppia, dandogli la possibilità di divenirne i genitori adottivi, questo sarebbe equivalso a legalizzare una situazione creata dalla coppia in violazione di importanti leggi nazionali». Per questo, è del tutto legittimo «il desiderio delle autorità italiane di riaffermare l’esclusivo diritto dello Stato di riconoscere una relazione genitori-figli solo in presenza di un legame genetico o di un’adozione legale».

In sostanza, viene affermato da un lato che lo Stato italiano ha ragione quando stabilisce che una coppia non può riconoscere come suo un figlio generato attraverso una maternità surrogata e senza alcun legame biologico con i due coniugi, e dall’altro che l’adozione è un’altra cosa. Peraltro, per aggiungere un tocco dolorosamente grottesco all’intera vicenda, pare che la mancanza di legami biologici del bimbo con entrambi i membri della coppia sia dovuta ad un “errore” della clinica russa in cui è avvenuta la fecondazione assistita, cosa che dovrebbe far riflettere sui rischi che queste pratiche che “giocano” con le basi stesse della vita umana, spesso se non quasi sempre per profitto, inevitabilmente comportano.

Infine, i giudici europei argomentano anche perché i giudici italiani non hanno calpestato alcun diritto togliendo il bimbo alla coppia e dandolo in adozione, invece che riconoscere gli eventuali legami già instauratesi. Essi affermano che «vista l’assenza di qualsiasi legame biologico tra il bambino e i ricorrenti, la breve durata della loro relazione con il bimbo e la mancanza di certezze circa i legami tra di loro dal punto di vista legale, non esiste un legame di tipo familiare tra i ricorrenti e il bambino».

Per questo, la Corte europea riconosce che è diritto proprio ed esclusivo dello Stato – e non del “fai-da-te” più o meno selvaggio che qualcuno vorrebbe far passare per altruismo – riconoscere una relazione legale genitori-figli, proprio allo scopo di “proteggere i bambini”, che non possono diventare la mera proiezione dei desideri e delle frustrazioni degli adulti.

Fonte: Famiglia Cristiana
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