04 gennaio 2017

SFRUTTA ZERO: LA SALSA DI POMODORO CHE DÀ UNO SCHIAFFO AL CAPORALATO

SFRUTTA ZERO: LA SALSA DI POMODORO CHE DÀ UNO SCHIAFFO AL CAPORALATO


- di Dominella Trunfio per GreenMe -

Quando lavori con 30 gradi all’ombra, per otto consecutive e vieni pagato una miseria, i pomodori non ti sembrano più una grande ricchezza naturale del Sud Italia.

Nonostante esista una legge sul caporalato, ad oggi sono oltre 400mila i lavoratori agricoli sfruttati e nell’80% dei casi sono stranieri arrivati nel Belpaese in cerca di fortuna.

Per fortuna però, qualche cattedrale nel deserto esiste. C’è infatti chi crede ancora che realizzare una filiera pulitadel pomodoro, dalla semina alla trasformazione, sia possibile. C’è chi vuole cambiare il concetto stesso dell’oro rosso divenuto nel meridione ormai simbolo di sopraffazione.
Sono tre realtà: Diritti a sud di Nardò (Lecce), Netzanet-Solidaria di Bari e l’Osservatorio Migranti Basilicata/Fuori dal Ghetto di Palazzo San Gervasio e Venosa (Potenza) che hanno creato ‘Sfrutta zero’, un progetto di tipo cooperativo e mutualistico che mette al centro migranti, contadini, giovani precari e disoccupati che vogliono avviare o continuare un’attività lavorativa, attraverso la produzione di prodotti locali e conserve per costruire sul territorio relazioni ed economie solidali.


“Ci siamo conosciuti nel corso delle nostre esperienze assieme ai migranti,i quali rivendicano la libertà di circolare senza dover subire espulsioni e respingimenti, senza dover sottostare a continui ricatti. Molti di noi, italiani e migranti, ogni giorno vivono nelle difficoltà di percepire un reddito, accedere ai diritti basilari come la casa e ad un lavoro dignitoso.
Così abbiamo pensato di sostenere le nostre progettualità le une con le altre, affinché queste pratiche diventino sostenibili e replicabili, contribuendo ad incidere sulle filiere agro-alimentari, oggi nelle mani dell’agro-business e delle mafie. Per provare a cambiare le relazioni non solo tra datore di lavoro e dipendente ma anche tra produttori e consumatori, tra campagna e città”, si legge.



Ed ecco in pratica cosa fanno: acquistano o coltivano diversi quintali di pomodoro, garantendo che i lavoratori e le lavoratrici, contadini e braccianti, migranti e non, siano retribuiti dignitosamente.

Trasformano poi il pomodoro in salsa con le necessarie attrezzature e idonee condizioni igienico-sanitarie, affiancati da contadini e contadine competenti che coordinano le fasi della trasformazione e lavorazione. Pensando anche all’ambiente, grazie alle bottiglie riciclate laddove è permesso.



I prodotti vengono poi distribuiti in autogestione, all’interno dei gruppi di acquisto solidale, in mercatini locali, presso ristoranti e mense popolari, negli spazi sociali, all’interno della rete Fuori Mercato e di Genuino Clandestino.

Il pomodoro diventa così simbolo di emancipazione, riscatto e speranza di un futuro diverso racchiuso nell’etichetta con il logo Sfrutta zero.

Il progetto sperimenta poi una forma particolare di autocertificazione partecipata, ispirata alle pratiche costruite da varie realtà contadine in tutta Italia che garantisce a chi sostiene e consuma la salsa il monitoraggio sui temi e la qualità del lavoro.

E’ il caso di dirlo, per fortuna qualcosa si muove.

Dominella Trunfio

Fonte: GreenMe
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