20 gennaio 2017

Nuova guerra nel cuore dell’Africa



- di Mauro Indelicato per Gli Occhi Della Guerra -

Una nuova crisi africana, una nuova miccia in una regione che sembra destinata a non trovare mai pace; questa volta il pericolo per la stabilità dell’Africa arriva dallo Stato più piccolo dell’intero continente: grande poco più dell’Umbria e conosciuto in occidente per le sue spiagge e per la quantità enorme di arachidi che esporta ogni anno, il Gambia rischia adesso di subire una guerra che andrebbe ulteriormente a ledere la sua fragile economia, oltre che a causare importanti conseguenze sul piano regionale. Tutto nasce dalle elezioni dello scorso dicembre, che hanno visto la sconfitta del presidente Yahya Jammeh e la vittoria del rivale, l’imprenditore del settore immobiliare Adama Barrow; dopo l’iniziale ammissione della sconfitta, il leader del Gambia ha fatto marcia indietro annunciando la verifica dei voti e la dichiarazione dello stato di emergenza, oltre ad una proroga di ulteriori tre mesi del suo mandato.
Chi è Yahya Jammeh

Per capire le origini della nuova crisi africana, bisogna in primo luogo osservare una cartina geografica: il Gambia è una lingua di terra che circonda l’omonimo fiume e che interamente confina con il Senegal, sia a nord che soprattutto a sud, con la regione senegalese Casamance in cui opera da anni un gruppo indipendentista che trova appoggio proprio nel governo gambiano. Uno Stato piccolo quindi, che però si differenzia da Dakar per via delle diverse origini coloniali: mentre il Gambia è stato un possedimento inglese, il Senegal è stato invece francese ed attualmente è ancora un paese francofono, è da qui che nel corso dei decenni si sono venute a creare due distinte identità nazionali a dispetto del più classico e banale tratto di penna sulla carte geografica che contraddistingue i quasi impercettibili confini tra i due paesi.

Nel 1965 questo lembo di terra anglofono diventa indipendente e da quell’anno fino al 1994 la presidenza è in mano a Dawda Jawara, il quale viene spodestato da un colpo di stato di Yahya Jammeh, all’epoca ventinovenne. Da allora, il Gambia non ha mai più cambiato leadership fino alle recenti presidenziali; personaggio controverso, Jammeh legittima il suo potere con diverse elezioni giudicate da molti però soltanto come dei meri plebisciti senza validità, pur tuttavia a spaventare maggiormente i propri vicini e l’occidente è l’autonomia con la quale il presidente gambiano agisce in politica estera. La vita privata di Jammeh ad un certo punto si unisce con le proprie posizioni politiche: sul finire degli anni 90, egli infatti si converte all’Islamed attua delle scelte conservatrici sul piano interno, mentre a livello internazionale si posiziona sempre di più al fianco dei paesi arabi e viene ritenuto essere molto vicino alle posizioni di Muhammar Gheddafi.

E’ soprattutto negli ultimi anni che Jammeh si discosta sempre più dall’occidente: nel 2013 fa infatti uscire il Gambia dal Commonwealth, nel 2014 toglie l’inglese dal novero delle lingue ufficiali e per le scuole ed i documenti istituzionali sceglie invece l’arabo, infine nel 2015 proclama la nascita della Repubblica Islamica del Gambia. Un affrancamento a tutto tondo dal periodo coloniale, con richiami alla volontà di tutelare l’identità nazionale soprattutto dalle velleità, mai segrete e mai sopite, del Senegal di creare con il paese una federazione; un progetto questo, che in ambito occidentale e continentale avrebbe non poche benedizioni, ma contro cui Jammeh si è sempre opposto, arrivando a dare appoggio, dall’altro lato, anche agli indipendentisti della Casamance. Ma, come detto, una situazione economica solo in parte migliorata negli ultimi anni ed una percezione di corruzione elevata tra i cittadini, oltre che a dispute etniche mai tramontate nel paese, hanno determinato la sconfitta elettorale e dicembre per Jammeh a favore del rivale Barrow.

L’ultimatum del Senegal

E’ una guerra degli estremi e ‘dei paradossi’ quella che potrebbe sorgere nelle prossime ore in Africa: prima l’ok alla transizione da parte di Jammeh, poi l’improvviso dietrofront al riconoscimento della sconfitta, poi il paradosso di un presidente eletto che giurerà come capo di Stato nella capitale del paese confinante (la cerimonia di insediamento di Barrow è infatti prevista nelle prossime ore a Dakar), infine il paradosso di minacce di interventi armati da parte di due nazioni, come il Senegal e la Nigeria, che al proprio interno hanno non pochi problemi tra povertà e contrasti poco efficienti all’estremismo islamico (pochi giorni fa l’aviazione nigeriana ha bombardato profughi in fuga scambiandoli per una colonna di miliziani di Boko Haram). Al rifiuto di Jammeh di lasciare il potere, il Senegal ha imposto un ultimatum al presidente uscente del Gambia, scaduto la mezzanotte del 18 gennaio: da quel momento, truppe senegalesi hanno iniziato ad ammassarsi presso il confine e risultano già alcuni interventi diretti in territorio gambiano.

Non solo il Senegal, come detto, sta pensando ad una vera e propria guerra per deporre Jammeh: con Dakar è schierata la Nigeria, ma anche gran parte degli eserciti dell’ECOWAS, l’organizzazione di stati centrafricani. In generale, sembra esserci una grande spinta internazionale a favore di un intervento di terra del Senegal e questo per almeno un duplice motivo: da un lato, si potrebbe assistere all’ingresso di Dakar nel novero delle potenze regionali (e questa è una circostanza molto gradita all’occidente ed a diversi paesi dell’area), dall’altro lo stesso Senegal potrebbe dare parecchio impulso al progetto di federazione con il Gambia, eliminando anche un governo ostile ad esso e che supporta gli indipendentisti interni. Attualmente la situazione è tesa, anche se appare chiaro come l’esercito di Jammeh difficilmente ostacolerà un’eventuale decisa avanzata senegalese.

Sul conflitto e sul futuro della regione gravano però alcune incognite: da un lato, c’è in ballo il sacrosanto diritto di un presidente eletto di insediarsi e garantire il rispetto della volontà popolare, dall’altro però vi è l’esigenza di rispettare la sovranità del Gambia e ad accompagnare il paese verso una risoluzione pacifica dei propri problemi interni. Se Jammeh risulta un personaggio controverso, l’intromissione con la minaccia delle armi del Senegal, con il via libera di parte della comunità africana ed internazionale, appare però strumentale per il raggiungimento di scopi e fini diversi da quelli dal rispetto della democrazia nel piccolo paese africano. Per di più, la crisi in atto sta già compromettendo seriamente la fragile economia del Gambia, con il rischio del collasso dei settori turistici e primari, spina dorsale della società gambiana.
Turisti occidentali intrappolati

All’aeroporto di Banjul, capitale del Gambia, sono centinaia i turisti occidentali presi di sorpresa dalla situazione; giorno 17 il governo gambiano ha proclamato lo stato d’emergenza e, in vista di una possibile escalation militare, ha dato ordine di evacuazione per tutti gli stranieri presenti. Olandesi, inglesi, ma anche tedeschi e francesi, le spiagge calde e miti affacciate sull’Atlantico attraggono ogni anno gli europei che vogliono evitare le temperature rigidi del vecchio continente in inverno; sono previsti voli speciali, ma è corsa contro il tempo: diverse foto mostrano l’aeroporto della capitale invaso da centinaia di cittadini stranieri che fremono per potersi imbarcare nel primo volo utile a disposizione.

Fonte: Gli Occhi Della Guerra
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