08 dicembre 2016

Il dopo Renzi si chiama Troika?


Secondo il quotidiano La Stampa, il Ministro Padoan chiederà l’intervento del fondo Esm per un prestito di 15 miliardi di euro per salvare il sistema bancario ed evitare una crisi di sistema. Il prossimo governo potrebbe quindi essere emanazione della Troika.

- di Marco Muscillo per L’Opinione Pubblica

Dopo la vittoria del No al referendum costituzionale di domenica scorsa, gli Italiani hanno scoperto che quando si vuole, le leggi si possono posso approvare velocemente anche in un sistema di bicameralismo perfetto. Infatti, dopo l’annuncio delle dimissioni da parte del Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, e il conseguente incontro al Quirinale con il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, quest’ultimo ha deciso di congelare le dimissioni del Premier uscente per “rispettare le scadenze” e approvare la legge di bilancio nel più breve tempo possibile. La Legge di Stabilità, già passata alla Camera, giungerà oggi in Senato e passerà con un voto di fiducia.

Intanto in Europa le reazioni sono state variegate, ma il clima di incertezza sembra essere svanito subito, complice anche l’andamento del mercato che ben tenuto. Infatti, il tanto temuto aumento dello Spread non si è assolutamente verificato, tenuto a bada dall’intervento della BCE sul mercato secondario: come ormai tutti sanno, la Banca Centrale svolge un ruolo fondamentale e lo Spread diventa un problema solamente quando questa, per scelta politica, decide di ritirare gli interventi di acquisto dei titoli di stato.
Così, accompagnato dalle parole di circostanza di Pierre Moscovici, secondo il quale “Renzi è stato un buon premier che ha fatto importanti riforme sociali e economiche”, l’Eurogruppo ha diramato una nota ufficiale con cui chiede all’Italia “misure aggiuntive” per rispettare il patto di stabilità:


“Italy – We agree with the Commission’s assessment that the budget is at risk of noncompliance with the requirements of the SGP. We note that according to the latest Commission assessment, Italy’s structural fiscal effort in 2017 will be -0.5% of GDP, whereas +0.6% of GDP is required under the preventive arm. On that basis, significant additional measures would be needed. We also note that an ex post assessment of overall budget execution, encompassing additional costs related to the refugee crisis, security measures and costs arising from recent earthquakes, may result in Italy being able to have a smaller though still significant deviation from the adjustment path towards its MTO. We invite Italy to take the necessary steps to ensure that the 2017 budget will be compliant with the rules of the preventive arm of the SGP. The high debt level in Italy remains a matter of concern. We recall the commitment to use windfall revenues or unforeseen expenditure savings in 2017 and step up privatisation efforts to bring the debt ratio on a declining path. We take note that in light of prima facie noncompliance with the debt reduction benchmark, the Commission will issue a new report under article 126(3) TFEU.”

L’Eurogruppo nota che “in base alle ultime valutazioni della Commissione lo sforzo strutturale dell’Italia nel 2017 sarà -0,5% del Pil, mentre è richiesto uno +0,6% nel braccio preventivo. Su questa base, misure addizionali significative sarebbero necessarie” e aggiunge: “Ricordiamo l’impegno ad utilizzare le entrate eccezionali o tagli di spesa non previsti nel 2017 e intensificare gli sforzi delle privatizzazioni per portare l’indice del debito su un percorso discendente”. In pratica serviranno circa 16 miliardi per riportare i conti pubblici al livello richiesto dalle Istituzioni europee. Se questo non si farà nella Legge di Stabilità, sarà uno dei compiti del prossimo governo. L’Eurogruppo monitorerà l’attuazione delle misure aggiuntive a marzo 2017.

Vi chiediamo di tenere ben in considerazione quello che abbiamo appena detto, mentre passiamo a trattare il prossimo problema, cioè quello che riguarda le banche. Stranamente e in contrasto con tutte le previsioni, da dopo il referendum, i titoli bancari stanno avendo in borsa riscontri positivi. Eppure, la situazione delle banche italiane è assai critico: con la vittoria del No, e quindi della sconfitta di una riforma chiesta espressamente da JP Morgan, la più grande banca d’Affari del mondo si starebbe ritirando dal piano di ricapitalizzazione di Mps. Ricordiamo che il piano constava di due step: la prima era la conversione “volontaria” delle obbligazioni subordinate in azioni per un totale di 1-1,5 miliardi di euro e la seconda con una “soluzione di mercato”, un intervento di ricapitalizzazione da parte di un fondo composto da vari gruppi finanziari, tra i quali JP Morgan, Mediobanca e il fondo del Qatar QIA. Il totale dell’operazione doveva aggirarsi intorno ai 5 miliardi di euro.

Se Monte dei Paschi costituisce il problema più evidente del nostro sistema bancario, non va dimenticato che ad un anno dal decreto Salva-banche, le quattro banche “salvate” coi risparmi degli azionisti e degli obbligazionisti, ripulite dalle sofferenze, sono di fatto rimaste invendute. Inoltre, la situazione di Veneto Banca e Popolare di Vicenza, dopo l’intervento del fondo Atlante, resta ancora in bilico. Il problema dei crediti deteriorati investe molte delle banche del nostro Paese.

Per questi motivi, nella giornata di ieri, è giunta la notizia che dall’Europa avevano dato il via libera a un intervento diretto dello Stato per ricapitalizzare le banche in difficoltà. Le borse, come era prevedibile, sono andate in fibrillazione. Con tutta probabilità, però, dovrebbe trattarsi di un intervento statale mascherato, volto all’acquisto delle obbligazioni subordinate e rimborsare così i risparmiatori.

Invece, stamattina è stato un articolo de La Stampa che ha fatto sobbalzare tutti dalle sedie, anche se era già tenuta in conto. Secondo l’autorevole quotidiano nazionale, “il decreto a cui sta lavorando il Ministero del Tesoro, vale ben di più dei tre-cinque miliardi invocati al mercato per Siena, e al momento non prevede l’intervento diretto dello Stato, bensì quello dell’Europa attraverso il fondo Salva-Stati Esm. La cifra in ballo indicata da due fonti concordanti del Tesoro è di 15 miliardi di euro”.

E ancora:

“Lo schema è quello applicato dalla Spagna nel 2012 per evitare il crac degli istituti iberici e che il governo Monti rifiutò, preoccupato di non dare fiato alle trombe del grillismo. Allora l’Europa sborsò quaranta miliardi che furono trasferiti a un Fondo nazionale. La richiesta italiana vale meno della metà di quello spagnolo, e di per sé conferma la delicatezza della scelta. I fondi dell’Esm sono formalmente un prestito e per questo comportano la firma di un accordo con l’Europa che impone quelle che nel gergo tecnico si chiamano «condizionalità»”

Noi sappiamo bene cosa sono queste “condizionalità”: chiedere l’aiuto al fondo Esm significa commissariare (direttamente o indirettamente) il Paese alla Troika. Il fondo metterà a disposizione il denaro per i salvataggi ma saranno le Istituzioni sovranazionali a decidere come impiegare il denaro e quali “riforme” il governo dovrà fare in cambio dell’aiuto.

Insomma, il referendum costituzionale italiano potrebbe avere conseguenze molto simili a quelle accadute in Grecia dopo il referendum con cui il popolo greco aveva rigettato l’austerità europea. Ma a differenza della Grecia, l’Italia è un Paese economicamente più solido, con un PIL molto più alto. L’esperimento Troika potrebbe avere conseguenze e reazioni ben peggiori.

Rinnoviamo il nostro appello al Presidente Matterella a non piegarsi agli ordini di organismi sovranazionali. Se si darà retta a loro e non al popolo italiano, le cose peggioreranno e finirà davvero male. Confidiamo nel suo buon senso.

Marco Muscillo.

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