16 dicembre 2016

Aboliti “lui” e “lei”: a Oxford si usa il pronome neutro per non offendere i trans


- di Davide Di Stefano per Il Primato Nazionale
Londra, 15 dic – Oxford, l’università inglese divenuta il paradigma della cultura accademica e del linguaggio forbito. Da oggi (da un po’ più di tempo a dir la verità) avanguardia del politicamente corretto, o meglio del linguaggio “gendericamente corretto”. Se da noi, italiani retrogradi e maschilisti, da poco si discute in merito all’utilizzo del femminile per le cariche pubbliche, con l’introduzione boldriniana di termini cacofonici come “assessora” e “sindaca”, in Inghilterra stanno decisamente avanti: al punto di reinventare la lingua per non offendere i transgender. Niente più “He” (lui) o “She”, ma una forma neutra di pronome: “Ze”. Un pronome buono per tutti, maschi e femmine, ma soprattutto adatto si trans e a tutti coloro che si considerano “gendericamente non identificabili”. 

Un evidente passo in avanti per l’affermazione dell’ideologia gender, ottenuto grazie all’impegno di una importante associazione studentesca. “La questione non è di essere politicamente corretti. Si tratta di rispettare il diritto delle persone a definirsi come né maschio né femmina“, ha spiegato al Times il rappresentante studentesco Peter Tatchell. L’augurio di Tatchell e dei suoi sodali è che il pronome “Ze” possa affermarsi nel più breve tempo possibile come uso corrente per lezioni e seminari universitari. Un’ulteriore passo in avanti per Oxford, che nel suo regolamento già prevede sanzioni per chi utilizzi un pronome “sbagliato” per definire una persona transgender, o faccia persistente riferimento alla storia della loro identità di genere.

Una situazione dai connotati sempre più orwelliani, che trova però il supporto di altri importanti atenei britannici come Cambridge, le cui associazioni studentesche si sono dette interessate all’utilizzo del nuovo pronome gendericamente corretto. L’ideologia gender nel Regno Unito si sta affermando molto rapidamente e sempre con maggiore forza, come dimostra il programma di una organizzazione sostenuta dal governo britannico che sta diffondendo in 120 scuole del Regno Unito un testo dal titolo “posso parlarti della diversità di genere?”, in cui si racconta la storia di un’ipotetica ragazzina di 12 anni che decide di cambiare sesso. Il libro è rivolto ai bambini dai 7 anni in su. Sempre all’interno dello stesso programma si invita ad utilizzare la parola “cisgender” per le persone che si identificano nel proprio sesso (definirli etero o peggio “normali” sarebbe una grande discriminazione). Noi ci lamentiamo per la nomina della sostenitrice dell’ideologia gender Valeria Fedeli a ministro dell’Istruzione, ma c’è chi sta messo molto peggio. Un quadro a dir poco inquietante.


Davide Di Stefano


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