29 novembre 2016

L’arte contro Putin e Trump


- di Roberto Vivaldelli per Gli Occhi Della Guerra

L’arte rappresenta uno strumento genuino di critica indistinta verso il potere o un’arma efficace al servizio,consapevole o meno, di una fazione politica? Nel caso di Donald Trump quella che poteva essere una disanima legittima è diventata una vera e propria denigrazione a senso unico, dal momento che la candidata avversaria Hillary Clinton ha avuto un trattamento diametralmente opposto e, viceversa, ha ricevuto l’endorsement unanime dal mondo dello spettacolo e dello show business hollywoodiano, dalla cantante Madonna all’attore Robert De Niro, tanto per citare i nomi più famosi. L’elezione di Trump alla Casa Bianca ora non ha fatto altro che scatenare ulteriormente la “fantasia” di molti artisti, che hanno evidentemente individuato il loro bersaglio preferito da qui ai prossimi anni.

Come racconta Lizzie Crocker sulle pagine del Daily Beast, nei giorni scorsi l’artista Annette Lemieux ha chiesto al “Whitney Museum” di installare di nuovo la sua opera del 1995 intitolata “Left Right Left Right”, ma stavolta con i pugni rivolti verso il basso, in chiara risposta alla vittoria del tycoon. In una nota, il Whitney ha spiegato che “il gesto rappresenta il potere infinito della protesta, e la sensazione che il mondo si sia capovolto”. Ma il lavoro di Lemieux è molto più ambiguo di come le sole immagini possano suggerire: se uno dei pugni rappresentati nell’opera appartiene infatti all’ex presidente repubblicano Richard Nixon, un altro, per esempio, è di Martin Luther King Jr., a testimonianza del fatto che, nelle intenzioni dell’artista, la riluttanza verso Donald Trump è totale e indiscriminata. Tuttavia, oltre a rappresentare “il mondo a testa in giù della presidenza Trump”, il gesto di Lemieux è la prova lampante che l’arte “radical chic” e “colta” è tutta schierata contro il neo-presidente, come è già stato ampiamente dimostrato durante la recente campagna elettorale. Spesso si tratta di “opere” decisamente controverse e di pessimo gusto, che hanno l’unico obiettivo di denigrare l’avversario politico al fin e di ritrarlo come il “nuovo Hitler” e dare luogo ad ogni genere di stereotipo sul repubblicano: sessista, omofobo, razzista e via dicendo.

La lista di queste “opere” anti-Trump diventate virali grazie ai social network è lunga: dal ritratto di Donald Trump fatto con il sangue mestruale di Sarah Levy, a quello delmicropene dipinto da Illma Gore, passando per le statue che lo raffigurano nudo, erette a Los Angeles, San Francisco, New York, Seattle, Cleveland, e Miami, dal collettivo anarchico ‘Indecline’, vendute poi come action figure dal titolo “L’imperatore senza palle”a cifre esorbitanti. La scorsa settimana, il collettivo di sinistraBirch Reincliff Art Collective ha installato in giro per la Chicago delle sculture di elefanti in cartapesta, ognuna delle quali recanti la domanda “Come sarà la presidenza Trump?”. Più di 1.000 persone hanno scritto o illustrato le loro risposte sulle sculture, che i promotori hanno definito delle “bacheche pubbliche pensate per dare voce alla gente”. In un comunicato il collettivo ha poi reso noto che in “maggioranza schiacciante, le persone erano inorridite all’idea di una futura presidenza Trump”.

Lo scorso ottobre il collettivo aveva inoltre addobbato una zona della città con bagni pubblici d’oro aggiungendo la scritta “Putin è stato qui” e posizionando all’interno delle toilette dei finti escrementi raffiguranti “The Donald”; dei giocattoli ribattezzati “Donnie The Poo”, rivenduti con grande successo su internet a 5 dollari l’uno e il cui ricavato è stato destinato a Planned Parenthood e Human Rights Campaign, ong che rientrano nell’orbita della Open Society Foundations di George Soros. Un pessimo trattamento Trump lo ha ricevuto anche dagli ambienti musicali, a partire dalle star del grande firmamento del rock come Bono Vox degli U2 e il “Boss” Bruce Springsteen fino alle popstar amate dai Millenials come Miley Cirus, che ha apostrofato il neo-presidente come “uno stupido sessista” ed è persino scoppiata in lacrime su twitter alla notizia della sua vittoria. Contro il tycoon sono state pubblicate una lunga serie di canzoni, di cui parla anche il più famoso magazine musicale online Pitchfork, in un articolo dello scorso 13 ottobre dall’inequivocabile titolo “9 canzoni che spiegano perché Donald Trump fa schifo”.

Dal gruppo rock indipendente Death Cub for a Cutie e alla loro “Million Dollar Loan” (“Prestito milionario”) passando alla più diretta “Untochable”del noto rapper Pusha T, il quale invita il tycoon repubblicano senza troppi complimenti ad “andare al diavolo”, fino al gruppo metal Brujera che, in “Viva Presidente Trump!”, chiede provocatoriamente al neo-presidente di “ salire sul ring e a combattere, visto che vuole la guerra”, nei confronti di “The Donald” c’è solo odio e un rancore profondo: da qui si denota quanto il mondo della musica underground a 360 gradi si sia schierato in modo così risoluto contro il repubblicano, come non si vedeva dai tempi di George W. Bush.

Se negli Stati Uniti Donald Trump è solo l’ultima vittima di un’arte piegata agli interessi politici di una parte, quella “progressista” e “democratica”, anche in Russia Vladimir Putin ha dovuto fare i conti suo malgrado con il collettivo delle anarco-femministe Pussy Riot. Era il 21 febbraio 2012 quando le attiviste Marija Alëchina, Ekaterina Samucevič e Nadežda Tolokonnikova inscenarono un’oltraggiosa e blasfema protesta anti-Putin all’interno della Cattedrale ortodossa di Cristo Salvatore a Mosca. In quell’occasione cercarono di esibirsi con una canzone, prima di essere scortate fuori dalle guardie. Le riprese dell’esibizione sono state poi usate per creare un video clipdella performance che le ha rese famose in tutto il globo. Il successivo processo giudiziario e la condanna a due/tre anni di reclusione – prima dell’amnistia concessa dalla Duma il 19 dicembre 2013 – scatenarono tuttavia un caso mediatico e politico internazionale contro la Russia e in particolare contro il presidente Putin.

Le Pussy Riot avevano ottenuto in un certo senso quello che volevano, ossia screditare Putin grazia alla complicità dei media e dell’opinione pubblica occidentale che, in larga maggioranza, appoggiò la causa delle attiviste. Un atteggiamento ipocrita che ha ben sottolineato Mike Whitney su Counterpunch: “Supponiamo che una band punk-rock di ragazze faccia irruzione nella Cattedrale di St. Patrick o in una Sinagoga ebraica nel centro di Manhattan e requisisca l’altare per fare una performance blasfema che derida i credenti e Barack Obama. I media avrebbero dato loro lo stesso appoggio come hanno fatto con le Pussy Riot? Certo che no”. La stessa ipocrisia che scorre nelle forme artistiche impiegate per denigrare e insultare l’avversario politico e dipingerlo come la rappresentazione di tutti i mali e al contempo tacere sui difetti – spesso molto pesanti, come nel caso di Hillary Clinton – delle élite progressiste.

Dopo aver preso di mira Putin e abbandonato le asprezze musicali di un tempo, ma non il gusto per la provocazione iconoclasta, il collettivo femminista, poche settimane fa, ha pubblicato sul web un nuovo videoclip dal titolo “Make America Great Again” un cui si scaglia con veemenza proprio contro Trump, accusato di essere un “maschilista” e un “omofobo”. Un video a dir poco offensivo che, se avesse al contrario preso di mira Hillary Clinton, avrebbe certamente attirato le ire dei benpensanti.

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