17 settembre 2016

Diktat Usa: votare “Sì” al referendum


Gli Usa dettano la linea per il referendum costituzionale e senza troppi equilibrismi diplomatici, scendono in campo per il “Sì”, al fianco di Matteo Renzi. “Il ‘no’ al referendum sulla riforma costituzionale sarebbe un passo indietro per gli investimenti stranieri in Italia.

Queste le parole pronunciate dall’ambasciatore Usa in Italia John Phillips nel corso di un incontro sulle relazioni transatlantiche organizzato oggi a Roma all’istituto di studi americani. Poi un passaggio ancora più chiaro che riduce al rango di barzellette i discorsi di chi vede uno smarcamento da Washington di Renzi e la riconquista di un margine di manovra e di autonomia per l’ex Belpaese: “Il referendum è una decisione italiana” ma il Paese “deve garantire stabilità politica. Sessantatrè governi in 63 anni non danno garanzia”, ha aggiunto Phillips.

“Il voto sulle riforme costituzionali, ha insistito l’ambasciatore, offre una speranza sulla stabilità di governo per attrarre gli investitori”. Parole al miele, infine, per il fido premier italiano che andrà negli Stati Uniti il 18 ottobre prossimo in occasione della cena di Stato offerta alla Casa Bianca dal presidente Usa Barack Obama.

“Renzi, ha detto Phillips, ha svolto un compito importante ed è considerato con grandissima stima da Obama, che apprezza la sua leadership”. Trascorre appena qualche ora ed arriva il secondo avvertimento, questa volta dai vertici europei della società di rating Fitch.

“Ogni turbolenza politica o problemi nel settore bancario che si possano ripercuotere sull’economia reale o sul debito pubblico, potrebbe portare a un intervento negativo sul rating dell’Italia”, afferma il responsabile rating sovrani per Europa e Medio Oriente di Fitch, Edward Parker, nel corso di una conferenza a Londra. La colonia è avvertita. In caso di esito negativo del referendum, scatterà la rappresaglia politico-finanziaria d’Oltreoceano.

Dure le reazioni nel centrodestra. “Quella dell’ambasciatore Usa in Italia, più che un auspicio, è un’entrata a gamba tesa ingiustificata negli affari interni dell’Italia eseguita su delega di un presidente alla fine del suo mandato”, tuona il senatore di Forza Italia Altero Matteoli.

“Il signor ambasciatore Usa si faccia gli affari tuoi e non interferisca, come troppe volte è già accaduto in passato”, attacca il leader leghista Matteo Salvini che poi rincara la dose: “Spero che a novembre vinca Trump che ha già garantito che si occuperà delle questioni di casa sua. Se a votare Sì al referendum sono i massoni, i banchieri e i poteri forti allora ancora più convintamente ci schieriamo per il No”.

Il capogruppo di Fi alla Camera, Renato Brunetta, invoca l’intervento del capo dello Stato: “Ricordiamo all’ambasciatore americano Phillips l’art. 1 della nostra Costituzione: la sovranità appartiene al popolo… italiano”.

Pesante la replica di Maurizio Gasparri: “Siamo convinti che oggi come oggi Putin valga mille volte Obama e riteniamo che l’Italia non sia una colonia e che non sia compito dell’ambasciatore americano in Italia pronunciarsi sul referendum costituzionale”.

Caustica Giorgia Meloni: “Renzi pretenda le scuse dall’ambasciatore”.

Reazioni stizzite anche da sinistra. “Dopo Marchionne residente in Svizzera oggi arriva anche il Sì dell’ambasciatore statunitense nel nostro Paese. Tutto naturalmente per l’interesse degli italiani. #noidiciamoNo”, ribadisce Nicola Fratoianni, componente dell’esecutivo di Sinistra Italiana.

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