19 luglio 2016

Nell’era postmoderna quant’é brutto essere madre



Mi viene segnalato un articolo di pochi giorni fa, pubblicato dell’Huffington Post, intitolato Alle mamme sulla trentina.

“Mi ha messo una tristezza incredibile”, scrive la mia amica, che aggiunge “c’è quasi un’assenza di sentimenti di gioia per i bambini, a parte qualche riga in cui si dice che rimpiangeremo i dolci gesti dell’infanzia ormai andata”.

A scrivere il brano sembrerebbe una mamma trentenne che parla rammaricandosi di non poter più svagarsi come una ventenne.

Subito capisco che mi sta sfuggendo qualcosa: intende che non si possano fare figli a vent’anni?

So che oggi la normalità è fare il primo figlio dopo i trenta, ma mi sfuggiva esistesse una clausola.

Cara Catherine, non so la tua esperienza, ma il tuo articolo mette tristezza anche a me: non tanto per ciò che scrivi, quanto per la superficialità con cui affronti un tema così bello, delicato e -perché no- anche complicato, che è la maternità.

Mi chiedo se tu sia davvero una madre: perché a trent’anni, salvo che non si sia affette dalla sindrome di Peter Pan, certe cose le abbiamo superate.

A trent’anni si comincia a fregarsene del paragone con le altre. Si inizia a entrare in contatto con l’essere propriamente donna e non ragazzina. A maggior ragione quando si sperimenta la gravidanza e l’essere mamma.

Certo, possiamo avere delle piccole parentesi di nostalgia dei tempi passati (come può averla qualsiasi persona a prescindere da sesso ed età), ma qui tu parli di rimpianti: di vivere la maternità come una galera che, compensata da un po’ di magia, alla fine si sopporta bene.

“I bambini sono belli, ti donano momenti magici, sensazioni stupende…” frasi tra le righe che mostrano esattamente il cardine del discorso: l’emozione. Il fantomatico sentimento.

Lo slogan della nuova era è il “fai ciò che ti senti”, “conta l’amore” (ma quanti sono confusi sul suo significato?). E via col continuo bombardamento mediatico che ci va a pungolare sul sentimentalismo, sul romanticismo, sul pucci-pucci.

Non è cinismo il mio, si tratta di razionalizzare un capellino sulla differenza della sensazione che ci trasmette (o ci vuole trasmettere) qualcosa ed il suo contenuto, valore effettivo.

Allora: ha più spessore una notte insonne, in cui culli tuo figlio che cerca consolazione, arrivare al mattino sfinita magrata per la piccola vita che hai tra le braccia; oppure è più carica di sensazioni la notte da sballo con gli amici a farsi i selfie da postare su face book, condita con chiacchierata prima di andare a dormire?

Con ciò no nsi intenda che una cosa neghi l’altra, ma che ognuna abbia il suo tempo.

Eccoci poi al rimpianto della tonicità e freschezza della ventenne cadendo in un luogo comune: il fisico sciupato dalla gravidanza.

Potrei portare moltissimi esempi di mamme ultraquarantenni con due o più figli che hanno ancora un bel fischino, e che non penseresti mai abbiano partorito quei giovanotti alti o quelle belle ragazze.

Ho varie amiche e conoscenti che dopo la gravidanza sono ritornate anche più in forma di prima, con un’ottima parete addominale, per giunta.

Qual è il punto, allora?

Oggi qualsiasi progetto di vita fa paura (a meno che non sia lavorativo, stranamente): fidanzarsi, convivere, sposarsi, fare figli…perfino l’amicizia è considerata uno sfruttarsi a vicenda per farsi compagnia o qualche favore. Per non parlare dei trombamici.

Nessuno vuole impegnarsi.

Nessuno vuole amare. Se per amare intendi qualcosa di diverso dal sesso, ovvio.

Paradossalmente tutti vogliono provare sensazioni ma queste non devono essere “vincolanti”.

Siamo adulti in perenne crisi adolescenziale. Concentrati sul proprio ego come dei ragazzini, alla ricerca di stimoli che ci facciano provare qualcosa senza prenderci responsabilità.

Qualcuno la chiama adultescenza: tutto ruota intorno alle emozioni e si scorda della loro transitorietà.

Tipico dell’adolescenza.

Ma torniamo all’articolo in questione.

Chi legge sembra trovarsi innanzi a una mamma scontenta, sopraffatta, azzarderei a dire poco capace, che rimpiange i tempi in cui madre non era perché poteva… poteva…poteva cosa?

Vivere nell’irresponsabilità tanto cara all’era postmoderna?

Navigare nella spensieratezza dello “sfogliar riviste, chiacchierare cogli amici, “Facebookare” e farsi i selfie cogli iPhone” ?

Dove vive chi scrive?

Non è certo questione di 20,30 o 50 anni. Qui sono in gioco due aspetti principali: maturità e organizzazione.

Una mamma non può sfogliare riviste?

Non va su facebook?

Non chiacchiera più con gli amici?

Lo scrive una che essendo diventata madre mediamente presto, ha continuato ad avere rapporti sociali con buona parte di amici e conoscenti senza figli. Lavorando, pure.

Vedi, cara Catherine, è vero che essere madre può essere a tratti effettivamente stancante, realmente estenuante; che a momenti ti verrebbe la voglia di scappare anche solo tre giorni e concederti una vacanza.

Ci sono aspetti assai più belli di quelli che tu descrivi nella conclusione del tuo articolo, che sembra piangere troppo sulla fettina di torta mancante anziché pensare alla gran parte rimasta.

Non voglio essere scorretta: alla fine provi una ripresa, di poco effetto, con un inno alla quarantina (perché probabilmente dai per scontato che una abbia chiuso le tube compiuti i trentacinque) e sul quanto sia bello essere madre e godersi l’infanzia dei propri figli; ma resti ancora sul piano delle emozioni.

Un figlio non è un’emozione. Un figlio è una persona a cui tu e il tuo compagno avete dato la vita.

C’è qualcosa di fondamentale nell’essere madre: perché (se lo vuoi) un figlio ti insegna cosa è l’amore vero.

Quello per cui ti doni, ti spendi, senza chiedere nulla in cambio.

Quello che amerai anche quando non andrà come immaginavi.

Quello per cui non vivi (o non dovresti) vivere in apnea, per poi correre a prendere quell’ossigeno che ti manca. Perché è quell’Amore l’ossigeno.
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