03 giugno 2016

I tremila pasti dei frati senza un cent dal Comune


Mentre la micidiale Gelmini lancia l’atomica call center e bombarda di telefonate il potenziale elettore barricato in casa, la mia ultima settimana cerca-voti si apre con una mail agli amici di riflessione sull’esperienza e, peccato per i nubifragi dello scorso week-end, chiamata ai mercati. «Ebbene, questa mattina, dopo aver affrontato con tre pie donne con in mano il mio depliant rosso a fisarmonica il mercato del Giambellino (e perdiana, nonna Sirianni ha affrontato in solitaria anche piazza Napoli!), mi sono persuaso che l’ultima settimana bisogna trascorrerla al mercato. Dove la percentuale degli anziani è 8 a 10, e dei 2 giovani o quarantenni incrociati prevale 2 a 0 la totale indifferenza/estraneità/neppure conoscenza che il 5 giugno si vota. Degli 8 anziani su 10 in cui ti imbatti, un buon quarto ti sputa metaforicamente in un occhio. Sono in prevalenza maschi e: o sono incattiviti dalla vita grama (“vaffa”, “la politica è uno schifo”, “ma non ha di meglio da fare?”) o sono completamente andati (malanni dell’età, demenza senile, ignoranza becera), ti guardano come si guarda un beota e filano via brutti a vedersi. Dei rimanenti 6 abbiamo una sicura prevalenza di orientati verso Parisi, sono soprattutto donne e hanno solo bisogno di facce toste e gentili che dicano “buon giorno” e offrano il depliant rosso».

Nel frattempo succedono altre cose, sempre a causa dell’affettuosa inventiva degli amici. Madda ci offre una birrata in zona Famagosta, dove non c’è un bar nel raggio di dozzine di casermoni e decine di migliaia di milanesi che Pisapia deve aver scordato per dedicarsi ai famosi “eventi” Expo e agli happy hour sui Navigli. Stesso pensiero mi sorprende visitando con Fabio e Maurizio le mense francescane di via Piave e via Fratelli Fossati. Dove frati e suorine servono oltre tremila pasti al giorno a vagabondi, senzatetto, matti, migranti, padri separati con bimbi al seguito. E centinaia di volontari vestono gli ignudi. A domanda, segue sempre la stessa risposta: «Tutto viene dai benefattori. Dal Comune? Neppure un cent». Molto bene. Se questa è la sinistra, ok, io sono di destra.

L’Essere, la morale, la politica
Intanto fioccano gli inviti. A casa della Lela. In appartamento dalla Ceci. Nella magione di sua maestà Giovanna. Al mercato dell’altra periferia sud, via Neera, battuto con la Gianna. Cristina si offre per Niguarda. Elisa si prende in casa per una notte Olivier. Pensa te, il corrispondente da Roma del Les Échos (equivalente del nostro Sole 24 Ore), che per raccontare le elezioni a Milano si trova a pane e salamella in un compound dell’ex Scalo Farini, investito dalla festa con i favolosi Taylor.

«Il secondo evento decisivo per la mia vita fu l’incontro con Emilia, la donna che sarebbe diventata mia moglie. Da subito mi accorsi di un carattere assolutamente originale. Aveva un giudizio chiaro su cose e persone, ma paradossalmente senza misura. Il giudizio, cioè, non terminava mai nella definizione, ma nella dedizione. Ho avuto questa compagnia per venticinque anni, in cui mi sono reso sempre più conto del fondamento affettivo, amoroso, dell’intelligenza vera. Sono stato concretamente aiutato a comprendere che anche la fede è un affetto intelligente, perché non può essere calcolo. Come mi disse una volta don Giussani, mia moglie era come una stufa: dove c’era lei l’ambiente si scaldava». Rubo daEmilia e i suoi ragazzi il pensiero di Giancarlo Cesana, che ha dato il “la” a questa mia avventura in politica («te l’ho sempre sconsigliata, questa volta no, vai», disse quando insieme incrociammo a Tempi capitan Parisi), perché in questo mese, nel nostro piccolo, è andata proprio così. Betta, Chiara, Peppino, Giorgino, Paola, Marinella e il resto della compagnia che mi ha tenuto la campagna elettorale sono stati una stufa. Esempi di dedizione. Non a una causa. Ma a una persona. Mi sono chiesto: e un amico come Cavallari che cosa avrà visto di tanto speciale? La risposta è nei fatti, non nei pensieri. In ciò che viene trasmesso, non nel trasmettitore.

E mi torna in mente don Giussani, le cose che diceva le ultime volte che l’abbiamo sentito parlare. Battevano sempre lì. Sul tasto dell’Essere. «L’amore è così la formula partecipativa a quello che resterebbe un puro effimero. Spiritus est Deus, lo Spirito è Dio, ma lo Spirito di Dio è amore: Deus charitas est (l’essenza della Trinità sono i tre che si amano). L’essenza dell’Essere è l’amore, questa è la grande rivelazione. Perciò tutta la legge morale è totalmente definita dal termine carità». Allora capisci che Paolo VI non sbagliava. «La politica è la più alta forma di carità».


Fonte: Tempi
Posta un commento

Facebook Seguimi