04 giugno 2016

CAMBIARE


Tutti sanno che avere una giusta informazione è un diritto fondamentale.
Infatti, avere la possibilità di consultare più fonti informative indipendenti dovrebbe servire a formare un’opinione libera, in quanto frutto non di manipolazioni ma di un’indipendente riflessione e autonome considerazioni.

Perché il gruppo egemone teme così tanto il formarsi di una libera opinione, a tal punto da pagare cifre astronomiche per impedirlo? 
Il problema fondamentale consiste nella possibilità di cambiamento. Utilizzare le proprie risorse per emettere un giudizio o per valutare fatti e persone, significa anche acquisire fiducia nelle proprie potenzialità, credendo che si possa (o si debba) trovare in se stessi un punto di riferimento, nelle proprie esperienze, nei propri pensieri, o anche nelle proprie intuizioni.
Al contrario, un sistema oppressivo ci vuole completamente dipendenti dall’esterno, inclini a credere a Tizio o a Caio, piuttosto che utilizzare autonomamente le nostre capacità di pensiero.

Perché è ritenuto così pericoloso pensare con la propria testa?
Perché se si crede in se stessi si può cambiare. 
La parola “cambiamento” ci piace: la associamo alla freschezza del nuovo. Per questo viene usata o strumentalizzata spesso in politica e nella pubblicità: il prodotto pubblicizzato è sempre “nuovo”, e i candidati politici si propongono come “facce nuove” o dicono di voler cambiare le cose. 

Cambiare significa crescere, evolversi, non rimanere in una situazione stagnante ma essere capaci di affrontare paure, insicurezze, vincere blocchi, diventare più liberi.
Quando la vita rimane statica si produce sofferenza, si può andare in depressione o ci accadono cose spiacevoli che potrebbero scrollarci dal torpore, indurci a conoscerci meglio, per capirci di più e modificare quello che produce disagio. 

Cambiare però non è semplice. Diventare veramente autonomi può significare affrontare le problematiche più profonde di se stessi, quelle che sono collegate alle emozioni, che a loro volta sono collegate ai vissuti originari della nostra esistenza, quelli di cui non abbiamo ricordo o ne abbiamo un vago ricordo.

Nel profondo di noi stessi cambiare significa ammettere che c’è qualcosa che non va, qualcosa da affrontare. 
Ci piace pensare di essere perfetti o quasi, e che quando un rapporto non va significa che c’è qualcosa di sbagliato nell'altro, mai in noi. 
Per cambiare, dunque, il primo scoglio da superare è il nostro narcisismo, che ci fa vedere bene i difetti degli altri, ma assai meno bene i nostri.

Pensare di dover cambiare non significa non accettarsi ma, al contrario, significa vedersi come un’energia sempre in movimento, in cammino verso una maggiore realizzazione. Una maggiore capacità di esprimersi e di fare esperienza deriva proprio dal vedersi in una condizione non statica ma dinamica. 
Paradossalmente, più ci si accetta e ci si ama e più si è disposti a cambiare.

Perché crescere è così difficile? Tutti vorremmo evitare di ristagnare nelle nostre nevrosi, ma molti di noi lo fanno. 
Per crescere bisogna superare paure: paura di non farcela, di scoprire cose spiacevoli o di soffrire. 
Il sistema attuale si regge sulla paura, e dunque ha interesse a che le persone rimangano statiche, bloccate nella paura, e che di conseguenza sviluppino nevrosi o altre malattie. In molti modi viene potenziato un eterno infantilismo, che non è avere la purezza e la vitalità di un bimbo, ma avere paura di crescere, di far maturare la propria emotività.

E’ più facile asservire persone attanagliate dalla paura, che non credono in se stesse e che cercano appoggi esterni.

Crescere è difficile perché toccare la vita affettiva ed emotiva provoca un “movimento” che può fare emergere sofferenze, portando a galla contenuti a cui abbiamo associato disagio, rifiuto o dolore. 
Crescere significa elaborare e fare esperienza nel rapporto con noi stessi, con la realtà e con gli altri. 
Per crescere occorre essere attivi, volerlo. In caso contrario si rimane sempre uguali, e nella mancata elaborazione dell’esperienza si può accumulare rancore, rabbia e frustrazione, che condizioneranno negativamente le esperienze future.
Alcuni, piuttosto che cambiare preferiscono farsi del male, e farne anche agli altri.

Per cambiare bisogna amarsi a tal punto che ci si vuole fare del bene, oltrepassando quelle tragiche ideologie coercitive che ci hanno inculcato sin da piccoli. Ci hanno detto di non valere granché e di essere dunque costretti a seguire autorità a noi esterne, che talvolta hanno confuso in noi l’amore con il pietismo, l’altruismo con l’opportunismo, il legame affettivo con l’aggancio emotivo immaturo.
Come sostiene lo psicoanalista Sturmius Wittschier: “Un essere umano che fa valere i suoi diritti… attribuisce valore a se stesso… si pone come un vaccino contro la costrizione dell’amore verso il prossimo: un vero e proprio amarsi”.
Se non si è capaci di amare se stessi non si può nemmeno essere capaci di amare gli altri, rispettando la loro crescita e sapendo evitare di creare rapporti emotivi non costruttivi.

Crescere esige il provare una certa sofferenza – per il distacco dal vecchio, o per l’elaborazione del vecchio vissuto – non si tratta di sacrifici o sofferenze gratuite, ma di un passaggio che sfocerà nella gioia di essere migliori, di avercela fatta. La vita non deve essere per forza dolore e privazione, come ci insegnano le religioni. Se si utilizzano le risorse interiori per crescere e si fanno esperienze per esprimere le proprie potenzialità non possono mancare momenti di gioia. 

La giusta sofferenza è passeggera e ci induce ad essere migliori. Si tratta della sofferenza di vedere aspetti di noi che non ci piacciono, o di accorgerci che il mondo non è come vorremmo. E’ anche la sofferenza, accompagnata da una profonda compassione, dovuta al vivere su un pianeta in cui la maggior parte delle persone vive in miseria o muore di fame. In cui molti vivono in stato di guerra e vedono il proprio paese distrutto e i propri cari morire. Questa sofferenza ci avvicina ai nostri simili, creando una vicinanza fra popoli di cui il mondo di oggi ha tremendamente bisogno. 
Essere sensibili alla sofferenza altrui ci rende più disponibili a fare qualcosa, nel nostro piccolo, per rendere la realtà migliore.

La nostra esistenza è un unicum “interno-esterno” e dunque quello che mostriamo all’esterno è quello che emotivamente siamo all’interno, e quello che viviamo dentro di noi può derivare da quello che attingiamo dall’esterno.
Ad esempio, una persona che ha vissuto in un ambiente in cui si provava soggezione verso l’autorità, se non affronta i contenuti relativi a questo modo di essere, sarà restìo ad accettare alcune cose negative legate a personaggi di potere. Per questo motivo potrà diventare servo del potere. Dunque, questa persona sarà incline a credere alla propaganda, anche quando sarà di fronte a prove inoppugnabili che la smentiscono.

Più facciamo maturare la nostra vita emotiva e più probabilità abbiamo di sfuggire al condizionamento del sistema. Più cresciamo interiormente e più diventiamo capaci di capire la realtà e di migliorarla. 
Per questo il sistema di potere attuale desidera vederci in balìa delle nostre stesse emozioni negative, stimolando la paura e il senso di insicurezza per indurci alla sottomissione.

Dunque, il nostro livello di crescita emotiva incide notevolmente su ciò che critichiamo, che ignoriamo o che riteniamo importante. 
Tutti abbiamo ricevuto condizionamenti al fine di adattarci alla realtà, e uscire da questi condizionamenti vuol dire lavorare sulle nostre emozioni. 

Crescere emotivamente significa anche essere capaci di voltare pagina. Cambiare spesso richiede il “perdere”, è un po’ come morire, perché parti di noi se ne vanno, a volte portandosi dietro persone, situazioni o cose.

Essere morbosamente attaccati a persone o cose talvolta significa avere molta paura del cambiamento. Ci sono persone che hanno rapporti sociali non costruttivi, stagnanti, che nascondono un certo livello di sofferenza.
Nessuno deve rimanere per forza emotivamente legato a qualcun altro. Diventare emotivamente maturi significa anche poter sceglie rapporti che migliorano la vita, che sentiamo positivi. Significa non essere schiavi dell’illusione infantile che ci fa credere che bisogna tenere in piedi rapporti anche quando c’è un alto grado di sofferenza o distruttività.

Crescere significa avere il coraggio di allontanarsi da situazioni o da persone che non sono più positive per noi. Il cui rapporto originariamente costruttivo si è esaurito o in cui è l’illusione ad avere la meglio.
L’illusione di credere che le cose debbano rimanere sempre uguali, che tradisce la paura del cambiamento.
Mantenere rapporti stagnanti o addirittura distruttivi significa temere che la perdita di quel rapporto possa riportarci ad una parte di noi che non vogliamo vedere. A volte si razionalizza: si dice che quella persona è “speciale” per noi, o che dopo tanto tempo non è facile interrompere un rapporto. Razionalizzando si vuol continuare a vivere in una situazione non più costruttiva, in cui è ormai alto il livello di incomprensione o di reciproco rigetto. Nel profondo di noi stessi vorremmo rimanere bambini, e come i bambini vivere in una improbabile simbiosi con gli altri. Non vogliamo che nel tempo quel determinato rapporto si dimostri diverso da come lo credevamo, e per questo razionalizziamo, pensando che i legami emotivi debbano per forza restare sempre uguali. Ma quando il legame fra le persone diventa una sorta di “aggancio” emotivo dovuto alla paura di cambiare ci troviamo di fronte ad una situazione che può produrre sofferenza, anche in forma di illusione o idealizzazione. E prima o poi l’illusione è destinata a diventare delusione.


Dunque, cambiare significa crescere, e crescere significa “movimento”, che è il contrario della pigrizia.
Pigrizia a volte è sinonimo di egoismo: razionalizzando crediamo di essere indispensabili all’altro, non vedendo che se offriamo un rapporto di “aggancio emotivo” l’altro rimane incagliato e non si può evolvere come potrebbe se lo lasciassimo andare.
Movimento significa avere rapporti sociali “vivi”, in cui c’è comunicazione emotiva e cognitiva. 
Per crescere è necessario rinunciare al narcisismo e al desiderio di simbiosi originari. Essere narcisisti significa anche pensare di non aver bisogno di alcun cambiamento, come se l’esistenza umana dovesse essere statica. 

Si tratta di un falso amore per se stessi, che nasconde la paura di essere incapaci di accettarsi a tal punto da viversi in modo dinamico. 
Cercare simbiosi significa temere di non essere capaci di stabilire un vero rapporto con l’altro, chiedendo dunque una conferma nell’aggancio emotivo morboso o privo di un vero e proprio dialogo emotivo-affettivo.

Appare romantico pensare che il legame con le persone possa rimanere sempre uguale anche se passano molti anni, come se nulla cambiasse veramente. Le persone che vivono rapporti in modo simbiotico di solito credono di viverli in modo profondo, più degli altri, e che i rapporti debbano rimanere sempre uguali. In realtà esse non hanno ancora affrontato le sofferenze del distacco dall’oggetto affettivo originario, di solito perché hanno vissuto un rapporto col materno eccessivamente frustrante oppure morboso. 
Molte di queste persone credono di avere moltissimi rapporti di amicizia, non sapendo distinguere fra la vera amicizia (rara) e i rapporti emotivi “di aggancio” che possono crearsi fra le persone. 
L’amicizia vera e propria richiede, oltre al legame affettivo, reciproca conoscenza, reciproco sostegno e un alto livello di comunicazione e comprensione. I legami emotivi, invece, possono stabilirsi anche fra persone assai diverse per età o per caratteristiche di personalità. In questi rapporti potrebbe non crearsi un alto livello di comunicazione e di reciproca comprensione. 
Paradossalmente, alcune coppie si sentono legate ma non comunicano, non si comprendono. Possono litigare per motivi sciocchi, e desiderare un partner diverso. Ma in alcuni momenti possono grogiolarsi nell’”unicità” del loro rapporto, scambiando il vecchio desiderio di simbiosi emotiva con un desiderio di vero rapporto. E’ come se confondessero l’illusione con la realtà, e considerassero l’illusione al di sopra della “banale” realtà. Ma se si rimane allo stadio dell’infantile illusione simbiotica e narcisistica non si potrà giungere allo stadio in cui le proprie emozioni saranno scandagliate al fine di renderle più mature, mettendo alla prova anche i nostri rapporti umani. 
Molte persone rimangono allo stadio narcisistico e simbiotico ritenendo troppo arduo andare oltre, e razionalizzando la loro scelta. Ma se si rinuncia alla crescita si rinuncia anche ad avere potere sulla propria esistenza, e si diventerà inclini a vedere all’esterno la forza propulsiva degli eventi. Si sarà indotti a credere che l'esistenza possa essere determinata da eventi creati da altri o da forze non controllabili.

Il sistema attuale, anche attraverso le teorie scientifiche, ci inculca l’idea di essere incapaci di autodeterminarci e di essere vittime della realtà esterna, incapaci di vivere liberamente sulla base di ciò che desideriamo. L’idea che l’uomo sia impotente verso la realtà esterna, intesa come destino o come forze a lui superiori, è molto antica, ed è stata riproposta in tempi moderni attraverso diverse filosofie, teorie scientifiche e religioni. 
Le religioni ufficiali ci educano ad abbracciare un Dio a noi esterno, che esige sacrificio e obbedienza, e dunque tiene l’uomo sottomesso al suo potere. E’ implicita l’idea di non poter fare ciò che si vuole, di non poter essere liberi, dovendo sottostare ad un’autorità esterna che guiderà verso la “salvezza”. 

Secondo molti autori sono le nostre emozioni a creare la realtà. 
Negli ultimi anni molti autorevoli studiosi ci dicono che la nostra realtà è nelle nostre stesse mani e credere diversamente significa rinunciare al potere sulla propria esistenza.
Alcuni studiosi, come Joseph Dispenza, Gregg Braden e Nader Butto, sono convinti che quello che esiste e che vediamo, ovvero la materia, è “pensiero condensato”. In altre parole, esisterebbe uno stretto legame fra pensiero e materia, e non sarebbe la materia a determinare il pensiero, ma viceversa. Più alta è la vibrazione della materia e più essa è modificabile dal pensiero. 
La realtà sarebbe creata dal pensiero, e dunque cambiando il pensiero può essere cambiata anche la realtà. 
Una vibrazione bassa del pensiero umano, dominata, ad esempio, dalla paura e dall’ansia, produce una realtà di problemi materiali e spirituali, mentre una vibrazione alta, in cui domina l’amore, crea una realtà di armonia e di benessere. 
La vibrazione più alta è quella dovuta all’energia detta “amore”, ovvero un’energia pura, prodotta dal cuore, che può incidere sulla materia. Le emozioni di paura e di insicurezza sarebbero dovute ad un blocco dell’energia dell’amore.
Ci sarebbe dunque energia bloccata o squilibrata, creata dalle emozioni spiacevoli, che produce malattie o altri problemi, mentre l’energia equilibrata, creata dalle emozioni positive, determinerebbe salute, fiducia e azione efficace. 
Dunque, non sarebbe vero quello che la Scienza ufficiale ci induce a credere, ossia che la realtà psicologica o di pensiero non possa creare la realtà esterna e che i singoli esseri umani sarebbero impotenti di fronte agli eventi esterni. 

Lo studioso Gregg Braden, durante la conferenza titolata “Matrix divina”, spiega come le emozioni modificano la realtà e come il DNA determina effetti sulla realtà esterna: “E’ la nostra ricerca, è l’atto del cuore e della mente umana che osservano l’universo aspettandosi di vedere qualche cosa, e questo crea qualche cosa che alla fine vedremo. E’ la nostra azione di guardare con l’aspettativa che ci sia qualcosa, è questo l’atto di creazione di per sé stesso… guardare con l’aspettativa che esista qualche cosa, è quello che crea quel qualche cosa che vi aspettate… la… coscienza… crea il nostro universo fisico”.(1) 

Secondo Braden, le emozioni umane cambiano il DNA, che a sua volta può cambiare la realtà.
Già Max Planck aveva dichiarato che non esiste il concetto di “materia” tipico della cultura occidentale, poiché la realtà è determinata da un flusso non “corporeo”, ovvero energia che fluisce attraverso la coscienza. 
Secondo Plack esiste un campo universale da lui chiamato “Matrix divina”. La Matrice divina, detta anche “Ologramma quantistico” sarebbe un campo che riflette quello che viene creato all’interno. Come in un ologramma, ogni piccola parte rispecchia il tutto.
L’atomo quantistico è costituito da energia, che può essere modificata. Se viene modificato il campo magnetico o il campo elettrico, anche l’atomo viene modificato. L’organo che produce un campo elettrico più forte è il cuore, e dunque sulla base di ciò che il cuore sente, le emozioni e i sentimenti, possono prodursi effetti sul corpo e sulla realtà esterna. 

Secondo il neurofisiologo e ricercatore Joseph Dispenza, le emozioni producono “un’impronta chimica” (neuropeptide) prodotta dall’ipotalamo che la trasmette all’ipofisi, che la immette nel gruppo sanguigno, che a sua volta la trasmette alla cellule. Dunque, le emozioni negative, la rabbia, l’avidità o l’invidia, possono favorire le malattie. 
Osserva Dispenza: 
“Chi guida quando controlliamo, rispondiamo alle emozioni? Fisiologicamente, le cellule nervose si connettono scaricando tra loro. E se si pratica ripetutamente uno stesso pensiero, le cellule nervose stabiliscono tra loro delle solide relazioni a lungo termine. Se ti lamenti quotidianamente, se soffri quotidianamente, dai corpo alla vittimizzazione nella tua vita. I pensieri fissi stabiliscono solide relazioni tra cellule nervose e danno corpo a ciò che viene chiamato ‘identità della persona’. Se interrompiamo consapevolmente certi pensieri consentiamo alle cellule nervose di interrompere le relazioni precedentemente instaurate ed ovviare alla conseguente risposta chimica del corpo. Più rigorosamente lo faremo, più rapida e definitiva sarà la disconnessione. Se proviamo ad interrompere dei processi di pensiero e non badiamo agli stimoli esterni ma soltanto agli effetti che tale pratica produce, potremo essere consapevoli che l’ambiente si adeguerà automaticamente alla nuova realtà… C’è una parte del cervello che si chiama ipotalamo ed è come una piccola fabbrica. E’ un luogo dove vengono assemblate le sostanze chimiche che danno vita alle emozioni che sperimentiamo. Tali sostanze sono delle proteine dette peptidi. Sono piccole sequenze di amminoacidi. Fondamentalmente il corpo è una unità di carbonio che si struttura fisicamente fabbricando 20 diversi amminoacidi. Il corpo produce proteine e l’ipotalamo ne elabora alcune sequenze, chiamate neuropeptidi o neuroormoni, che producono gli stati emozionali. Così ci sono sostanze chimiche per il dispiacere e la tristezza e ci sono sostanze chimiche per la vittimizzazione. Ci sono sostanze chimiche per la lussuria e per ogni altro stato emozionale. Pertanto, se sperimentiamo uno stato emozionale è perché l’ipotalamo ha prodotto i corrispondenti peptidi e li ha liberati nel sangue grazie alla ghiandola pituitaria. Dopo esser stati immessi nel sangue, raggiungono le varie parti del corpo reagendo con le cellule per mezzo dei recettori esterni… Sulla superficie della cellula i recettori sono soggetti alla ricezione di moltissime informazioni”.(2) 

Un recettore che contiene un peptide apporta modifiche alla cellula, attivando una serie di processi biochimici che possono cambiare il nucleo stesso della cellula. 
La cellula è considerata da molti studiosi come una minuscola unità di coscienza, la più piccola. Noi siamo fatti di emozioni e il nostro organismo è condizionato da esse. Tutte le cellule sono influenzate dai peptidi delle emozioni e se sono alimentate le emozioni negative troppo intense, di disagio, sofferenza o blocco, l’organismo ne può risentire e per reazione può produrre sintomi somatici. La cellula riceve i segnali dal cervello, e se i recettori di emozioni vengono sommersi da intensità troppo elevate a lungo andare possono degradarsi o distruggersi. 
Dispenza ritiene che anche la salute fisica dipende da noi stessi, da come gestiamo la vita emotiva: 

“Io creo la mia realtà: mi sveglio e creo coscientemente la mia giornata nel modo in cui voglio che accada. Ora, spesso, poiché la mia mente esamina tutte le cose che devo fare, ci vuole un po’ di tempo affinché si rilassi e arrivi al punto dove intenzionalmente io creo la mia giornata. Ma qui è il punto. Quando creo la mia giornata cominciano ad accadere, come dal nulla, piccole cose che sembrano inspiegabili. So che sono la conseguenza del processo o il risultato della mia creazione. Più faccio questo, e più costruisco nel mio cervello una rete neuronale che mi fa accettare che ciò è possibile. Mi dà il potere e l’incentivo di farlo anche il giorno dopo. Dobbiamo formulare ciò che vogliamo, ed esserne talmente centrati, talmente focalizzati, e talmente consapevoli da perdere persino il senso di noi stessi, il senso del tempo, il senso della nostra identità. Nel momento in cui diveniamo così coinvolti nell’esperienza, da perdere il senso di noi stessi e del tempo, questa diventa la sola immagine reale. Chiunque ha avuto l’esperienza di gestire la propria mente per raggiungere ciò che si desidera. Questa è la Fisica Quantistica in azione. Questo è manifestare la realtà… Siamo delle macchine produttrici di realtà. Attiriamo a noi stessi situazioni che appagheranno le voglie biochimiche delle nostre cellule corporee… Noi creiamo continuamente gli effetti della realtà”.(3) 

Non si tratterebbe però di un percorso esclusivamente intellettuale. Ad esempio, secondo molti studiosi nel momento della meditazione avvengono importanti processi, che permettono di “percepire” la realtà come un “tutto” e di produrre effetti psico-fisici. 
Chi pratica di frequente la meditazione può raggiungere l’obiettivo di avere un controllo cosciente sulle funzioni mentali e sul suo organismo, alzando la qualità della sua vita. 

La meditazione non sarebbe una pratica “esoterica” o mistica priva di effetti concreti, al contrario, essa può dare una maggiore consapevolezza di se stessi e della realtà e fa emergere che l’essere umano non è soltanto il suo corpo o la sua mente, ma molto di più. 
Negli ultimi decenni anche il settore scientifico ha appuntato l’attenzione proprio sulle pratiche di meditazione. Nel 1976 lo psicologo Daniel Goleman pubblicò i risultati di diverse ricerche sugli effetti benefici della meditazione, e nel 1984 la meditazione fu persino raccomandata dall’Istituto Nazionale della Salute Statunitense come trattamento terapeutico all’ipertensione leggera. Oggi molti specialisti del settore psicologico la consigliano per attenuare l’ansia e per migliorare la salute. 
Secondo lo psicoterapeuta Gianpaolo Buzzi la meditazione è molto utile sia per il corpo che per la mente: “La maggior parte delle persone di cui mi occupo come medico agisce inconsapevolmente, senza essere cioè consapevole del pensiero che sta dietro all’azione, con effetti devastanti, che impediscono il rapporto sociale: tuttavia modificando il pensiero si modifica anche il proprio modo di agire… La meditazione mi aiutava nello sport: mi serviva a concentrarmi e ad aumentare la mia energia. In seguito ho studiato le diverse tradizioni spirituali e terapeutiche (come la medicina tradizionale cinese) e l’antropologia, che mi hanno aperto orizzonti diversi, aiutandomi a comprendere il malato e la malattia, che non può essere legata a un concetto univoco… In effetti la condizione normale fisiologica della mente è un fluire ininterrotto dei pensieri, che si susseguono come fotogrammi di un film. Chi invece si aggrappa a un pensiero ansiogeno o depressivo e lo blocca, impedendogli di fluire, di scaricarsi, diventa triste o ansioso… Dopo aver imparato a diventare l’osservatore segreto della propria mente, si inizia a concentrarsi su un’immagine specifica, come un ambiente sereno, che favorisce il rilassamento, o a meditare su un oggetto, come il respiro, un’immagine, un mantra, un simbolo, un’idea). Mentre nella prima fase (quella dell’osservazione dei pensieri) lo stato di coscienza non è molto diverso da quello della veglia, qui è come quello del training autogeno avanzato, l’ipnosi, la trance, in cui compaiono a nel cervello le onde alfa e theta”.(4) 

Agli anni Settanta dello scorso secolo risalgono i primi studi scientifici sulle variazioni cerebrali e fisiologiche che si hanno durante la meditazione. Il fisiologo Robert Keith diresse il primo studio presso l’Università della California, a Los Angeles. Egli potè constatare che durante la meditazione si crea uno stato di profondo rilassamento, che attenua stress e ansia. La meditazione diminuisce il consumo di ossigeno e la frequenza cardiaca, e aumenta la resistenza della pelle. Questi risultati furono confermati da centinaia di studi successivi. 
Spiega Buzzi: 
“Da un punto di vista neurofisiologico, quando si medita c’è prima di tutto un’inversione della dominanza cerebrale. Di solito, in stato di veglia, noi utilizziamo l’emisfero sinistro, legato al pensiero logico, razionale, mentre quando si cambia stato di coscienza (come avviene durante la meditazione, il training autogeno avanzato, il rilassamento profondo, l’ipnosi) lavora quello destro, legato al pensiero irrazionale e all’intuizione. Ma soprattutto cambia il metabolismo cellulare: infatti vi è un minor consumo di ossigeno e di glucosio (e quindi di energia) da parte delle cellule cerebrali. Ancora, vi è una modificazione del sistema neuroendocrino: si abbassa il cortisolo (l’ormone dello stress) e l’adrenalina, anch’essa legata allo stress e aumenta il Dhea, l’ormone che favorisce il benessere. Inoltre nel sistema nervoso autonomo diventa prevalente l’attività parasimpatica. Queste variazioni influiscono determinano sul sistema neuroimmunitario: infatti, anche se i dati sono ancora discordanti, sembra che la meditazione aumenti le difese (i linfociti T-killer). Infine chi medita è meno suscettibiler alle infezioni delle vie respiratorie. Tuttavia dobbiamo prendere atto che siamo solo agli albori di una nuova era: la medicina i sta aprendo a nuovi orizzonti e dobbiamo continuare a studiare ed essere così umili da riconoscere che siamo solo agli albori di una nuova era”.(5) 

Possiamo avere diversi stati di coscienza, che ci possono vedere rilassati, lucidi e più o meno coscienti. Ciò dipende dalla frequenza delle onde cerebrali.
Gli scienziati hanno individuato quattro fasce di onde cerebrali, che corrispondono a quattro bande di frequenza, a cui corrispondono diverse attività del cervello:
Le Onde delta sono quelle che producono sonno profondo, hanno una frequenza tra 0,1 e 3 Hz e sono associate al più profondo rilassamento psicofisico. Sono le onde della mente inconscia, del sonno senza sogni, dell'abbandono totale. 
Le Onde theta producono sonnolenza e determinano il primo stadio del sonno. La loro frequenza è tra i 3 ed i 7 Hz e sono proprie della mente impegnata in attività di immaginazione, visualizzazione, ispirazione creativa. Producono il sogno ad occhi aperti, la fase REM del sonno (cioè, quando si sogna). Nelle attività di veglia le onde theta possono produrre conoscenza intuitiva e capacità immaginative. Sono dunque fonte di creatività e favoriscono l’apprendimento. 
Le Onde alfa danno un rilassamento vigile, hanno una frequenza che varia da 7 a 13 Hz e creano uno stato di coscienza vigile e rilassato. Favoriscono l’introspezione e sono dominanti durante la meditazione.
Le Onde beta sono quelle dello stato di allerta e di concentrazione. Hanno una frequenza che varia da 13 a 30 Hz e sono associate alle normali attività di veglia.

Dunque, il pensiero e le emozioni produrrebbero effetti chimici ed elettromagnetici, che influiscono sulla realtà. Credere di non avere potere sulla realtà significa non averlo. Sarebbe proprio questo stato di impotenza la condizione di esistenza di un potere oppressivo, che si nutre di emozioni negative e produce sofferenza e povertà al solo scopo di continuare a sopravvivere. Per uscire da questo stato di oppressione basterebbe potenziare le “armi” del cuore, ovvero la capacità di credere nelle proprie potenzialità di evoluzione emotiva e cognitiva. Credere di poter cambiare se stessi, e cambiando se stessi cambiare il mondo.


Di Antonella Randazzo
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