31 maggio 2016

Riforma delle pensioni: ecco l’ultima polpetta avvelenata del governo


Roma, presso il ministero del Lavoro, si è svolto l’incontro tra governo e Cgil, Cisl e Uil sulla modifica della legge Fornero sulla previdenza e sulle politiche del lavoro. Il governo sembra essere ben disposto nei confronti delle parti sociali. Per il ministro del Lavoro Giuliano Poletti: “C’è un clima molto positivo”. Il confronto prosegue con due distinti incontri su pensioni e politiche del lavoro”. Poletti ha spiegato che al momento non è entrato nel merito nè sugli interventi nè sulle risorse, ma che l’obiettivo è arrivare a soluzioni condivise. L’obiettivo è quello di modificare la legge Fornero introducendo maggiore flessibilità. Il ministro del Lavoro ci tiene a precisare che: “I vincoli di bilancio restano i nostri paletti”.

Partiamo dal tema che rappresenta il cardine della riforma: la flessibilità in uscita, ossia favorire il prepensionamento per liberare nuovi posti di lavoro. Il primo ministro Matteo Renzi ne aveva già parlato in uno dei suoi monologhi via social. Renzi aveva detto: “Abbiamo già il nome si chiamerà Ape (acronimo che sta per anticipo della pensione), ma ancora ci manca il logo”. Come sempre, il nostro premier è molto attento al marketing. Vediamo, però, nel concreto cosa prevede questa proposta.

Il governo propone un’uscita anticipata dal lavoro con penalizzazione differenziata in base alla categoria. Per dirla con le parole di Poletti: “Non possiamo trattare nella stessa maniera un disoccupato che ha perso il lavoro, ha usato tutti gli ammortizzatori sociali e non arriva a raggiungere i requisiti ed un lavoratore che teoricamente potrebbe arrivare alla pensione avendo un suo reddito da lavoro. Se lo Stato deve metterci dei soldi, io credo che in primo luogo li debba mettere per il disoccupato”. Per il governo, l’Ape è uno strumento di equità che darebbe la possibilità ai più sfortunati di andare in pensione prima di aver maturato i requisiti. Purtroppo, le cose non stanno affatto così. A legger bene la proposta, infatti, l’Ape si configura come una sorta di prestito che erogheranno banche e assicurazioni (l’Inps non dovrà scucire nemmeno un euro) e che i pensionati dovranno restituire a piccole rate una volta raggiunti i requisiti richiesti dalla legge per la vecchiaia. Con una penalizzazione tra l’1 e il 4 per cento in base al reddito e probabilmente anche alla categoria a cui appartiene il lavoratore.

Ad essere interessati dalla riforma in prima battuta saranno i nati tra il 1951 e il 1953 e solo in un secondo momento la riforma verrà estesa negli anni successivi.

In sintesi, il diritto alla pensione si matura con un prestito che verrà pagato di tasca propria dal pensionato in comode rate. Il diritto a riscuotere l’assegno previdenziale si matura con le stesse modalità con le quali si compra un televisore a schermo piatto. Chi pensava che con la Fornero si fosse toccato il fondo si sbagliava, Poletti può fare anche peggio.

I sindacati, per il momento, si oppongono a questa iniziativa. In fondo si tratta di una proposta, vedremo come andrà a finire. Al momento, le ricette possibili sono diverse. Ma, si capisce già in questa fase chi comanda. Sulla riforma della previdenza pesa, soprattutto, il monito del Fondo monetario internazionale che chiede di “non compromettere la sostenibilità del sistema pensionistico”.

E qui veniam alle dolenti note: mancano i soldi. Fa discutere, infatti, il piano di dismissioni immobiliari dell’Inps guidato da Tito Boeri. Boeri segue il dogma della scuola liberista: privatizzare .per risanare. Fortunatamente non tutti la pensano così. Degne di nota, in particolare, le parole di Luigi Scardone, rappresentante della Uil nella Civ (Consiglio di vigilanza dell’Inps) in un articolo pubblicato su Il Giornale. Secondo Scardone: “Il patrimonio Inps è dei lavoratori, costruito con i loro contributi in busta paga e con quelli delle aziende. Il patrimonio dell’istituto è essenzialmente composto con i soldi delle imprese e dei lavoratori”. Carmelo Barbagallo, segretario della Uil, rincara la dose: “I proventi delle dismissioni degli immobili dell’Inps andranno nel calderone delle privatizzazioni, non a rimpinguare le casse sempre più in rosso della previdenza italiana. Il rischio è che come sta succedendo ormai da tanti anni, è che l’Inps resti il bancomat dei governi un bancomat generoso, ma collegato ai conti di lavoratori e aziende”.

Il contesto, dunque, in cui viene fatta questa riforma non è dei migliori. Ma, come accade in questi casi arriva ilBonus. Matteo Renzi, infatti, già sta studiando un piano per dare ai pensionati ottanta euro, si tratta solo di capire quali fasce coinvolgere.

Sui tempi, però, è facile fare previsioni. La cabala degli ottanta euro accompagna ogni campagna elettorale che vede in prima fila il Pd di marca renziana. Quindi, i pensionati sono già avvisati: solo se vince il Sì al referendum Boschi, avranno il bonus. In caso contrario, il governo cadrà e loro rimarranno a bocca asciutta. Pensionato avvisato, mezzo salvato.

Salvatore Recupero
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