20 maggio 2016

Le multinazionali gay-friendly fanno affari dove si perseguitano i gay


Non è il morso del cane al postino a fare notizia, ma quello del postino al cane. Eppure, come abbiamo già documentato, in North Carolina a riempire la prima pagina di tutti i quotidiani è una legge che impone ai maschi di usare il bagno dei maschi e alle femmine quello delle femmine.

Un’ovvietà, viene da pensare. Ed invece è stata definita anti-Lgbt da chi vorrebbe concedere a chiunque si “senta” dell’altro sesso di frequentare il bagno pubblico che preferisce. A schierarsi dalla parte della lobby arcobaleno sono arrivate le solite subrette dello spettacolo, affiancate dalla principali multinazionali come PayPal, Facebook, Google ed Apple ecc. Interessate a dimostrarsi sensibili alla tematica e pronte a tutto per contrastare le discriminazioni, anche a costo di rimetterci, tanto che i responsabili di PayPal hanno rinunciato all’apertura di una sua sede in questo Stato sbandierando, con chiaro intento moralmente ricattatorio, la perdita di 3,6milioni di euro e oltre 400 posti di lavoro.

Peccato che, come è stato fatto notare dal Washington Times (notizia ripresa anche in Italia dagli amici di Zenit.it), queste multinazionali fanno volentieri del moralismo se fiutano la possibilità di sponsorizzare la loro immagine, ma non si pongono paletti etici quando invece c’è da generare profitti in Paesi che non sono propriamente “aperti a chiunque”. PayPal, ad esempio, ha aperto un centro di operazioni globali in Malesia, il cui codice penale prevede punizioni severe nei confronti di chiunque abbia una “condotta omosessuale”. Si va dalle 20 frustate alla detenzione fino a 20 anni. La sede internazionale di PayPal si trova a Singapore, dove i rapporti tra persone dello stesso sesso sono puniti con due anni di carcere. L’azienda ha poi un centro di sviluppo software a Chennai, in India, dove senz’altro ci sono tanti informatici preparati, ma dove al tempo stesso esiste l’articolo 377 del codice penale, che punisce i rapporti sessuali “contro natura”.

Apple, invece, possiede molti stabilimenti in Cina, dove gli omosessuali fino al 2001 erano considerati malati mentali a cui era necessario destinare una “terapia di guarigione” con scariche elettriche. Terapia che – come rivelato da alcune inchieste – è in uso ancora oggi in certe cliniche cinesi. Diversi negozi sono stati attivati recentemente inArabia Saudita, dove le persone omosessuali vengono direttamente eliminate anche senza provare che l’omosessualità sia praticata. Anche Mark Zuckerberg, creatore di Facebook, non ha avuto grossi problemi morali ad aprire il suo ufficio in India e non lo ha chiuso quando, nel 2014, la Corte Suprema indiana, ha confermato il reato di omosessualità. Tanto meno lo hanno fatto Googlee Microsoft, già presenti da anni sul territorio indiano.

La stessa ipocrisia del nostro Ivan Scalfarotto, sottosegretario italiano e attivista omosessuale, autore del famigerato ddl sull’omofobia che avrebbe introdotto in Italia il reato d’opinione. Mentre scriveva infuocati tweet contro gli omofobi italiani, contemporaneamente si trovava in Iran, dove è ancora oggi prevista la pena di morte, tramite impiccagione, per le persone omosessuali (come accaduto nel 2005). Ma c’erano affari da portare avanti con il governo iraniano e Scalfarotto non si è tirato indietro dal definire il presidente iraniano Hassan Rohani un“riformatore” (ricevendodura reprimenda su gaypost.it).

Altro che diritti, è lo sfruttamento dell’omosessualità in quanto moda attuale che smuove un colossale giro d’affari, tra cui potenziali profitti derivanti dalle biotecnologie applicate alla riproduzione umana, alla vendita di ovociti, all’affitto di uteri e alla tecnoscienza. Infatti, nella parte del mondo dove l’arcobaleno non è proprio di tendenza, le stesse multinazionali non si fanno remore ad entrare in affari con chi sventola dollari con la mano destra e reprime gli omosessuali con la sinistra. In quei Paesi, come in Indonesia (o in Uganda, in Nigeria ecc.), lontano dal plauso mediatico, soltanto la voce della “omofoba” Chiesa cattolica si alza in difesa di queste persone. Come sempre è avvenuto, secondo l’interessantedocumentazione fornita da Lucetta Scaraffia, docente di Storia contemporanea presso l’Università La Sapienza di Roma.

Fonte: UCCR
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