28 maggio 2016

L’America è sempre più povera e diseguale Classe politica mai così ricca


Sono passati 50 anni dal discorso con cui il presidente Lyndon Johnson annunciò al Congresso l’inizio della grande “War on poverty”, la guerra alla povertà, in un America in cui, come disse poeticamente, troppe persone vivevano alla “periferia della speranza”. Cinquant’anni dopo, la povertà, nella maggiore superpotenza mondiale, è lungi dall’essere sconfitta. Sarebbe sbrigativo e semplicistico affermare, come fece Ronald Reagan negli anni ’80, «abbiamo combattuto una guerra contro la povertà, negli anni ’60, e la povertà ha vinto», ma di certo la fascia di popolazione che vive nell’indigenza è assai ampia.

Nel 2012, secondo i dati del rapporto Supplemental Poverty Measure, 49,7 milioni di famiglie erano poveri secondo la definizione ufficiale, che prevede un reddito per il nucleo familiare (coppia più due bambini) minore di 23.283 dollari. Di questi, più di venti milioni vivevano in “estrema povertà”, con un reddito inferiore a 12.000 dollari per mantenere 4 persone. Altri cento milioni di persone galleggiano appena al di sopra della soglia di povertà.

La cosiddetta Grande Recessione, il cui inizio, negli Usa viene fissato agli ultimi mesi del 2007 e che, sempre negli States, ufficialmente si considera conclusa dall’estate 2009, continua a mietere vittime, sopratutto perché il mercato del lavoro, pur avendo fatto registrare una ripresa, non è mai tornato ai livelli pre-crisi. Ci sono meno posti di lavoro, e pagati peggio. In tutto, circa metà della popolazione americana è «povera o quasi povera». Gli unici o quasi, a non doversi preoccupare troppo del reddito, sono i membri del Congresso.

Come ha rivelato il sito Open Secrets, specializzato nel documentare i legami fra lobby industriali e parlamentari, la classe politica non è mai stata così ricca: lo scorso anno per la prima volta nella storia più della metà dei rappresentanti eletti era composta da milionari Dei 534 congressisti, 268 avevano dichiarato nel 2012 un reddito netto uguale o maggiore di un milione di dollari. Secondo Sheila Krumholz, responsabile del Center for Responsive Politics (che gestisce Open Secrets), il fatto rappresenta «uno spartiacque in un momento in cui i legislatori discutono di questioni come i benefici per chi non ha un impiego, i buoni per il cibo e il salario minimo, che hanno un effetto su persone con risorse molto minori».

Come sottolinea sempre Krumholz, rimane il fatto che, malgrado la profonda insoddisfazione e disaffezione di molti americani verso la politica, i politici eletti continuano ad appartenere ai circoli più benestanti. Ma è il sistema stesso a incoraggiare tale fenomeno: «Nel nostro sistema elettorale – spiega la direttrice – i candidati devono aver accesso alla ricchezza per poter condurre delle campagne finanziariamente sostenibili e i più bravi a raccogliere fondi sono quelli abituati a muoversi nei circoli che contano, tanto per cominciare». A questo si aggiunge il fatto che, come raccontano le ultime statistiche, le fasce economicamente più deboli sono anche quelle meno inclini ad andare a votare.

Solo il 47% degli aventi diritto con un reddito annuo inferiore a 20.000 dollari è andato a votare nelle elezioni del novembre 2012, stando ai dati dello United States census bureau, contro l’80% di chi dichiarava più di 100.000 dollari. Problemi ad accedere ai seggi, impegni lavorativi, malattie, mancanza di staff adeguato nei seggi collocati nelle zone più disagiate, sono solo alcuni dei motivi che scoraggiano o impediscono del tutto ai poveri di esercitare il proprio diritto di voto. Questo, unitamente al fatto che milioni di altri cittadini, di solito appartenenti a minoranze povere, sono privati dell’elettorato passivo, per aver subito in passato condanne penali. Malgrado la Costituzione americana non dica niente al riguardo, in positivo o negativo, diversi Stati hanno scelto di ricorrere a tale soluzione.

Nel 2010, secondo un report del Sentencing project, quasi 6 milioni di cittadini che dimoravano in 48 Stati- molti dei quali avevano già regolato i propri conti con la giustizia - erano stati dichiarati ineleggibili a causa della fedina penale non immacolata, con percentuali particolarmente alte fra ispanici e afro-americani (in Florida, Kentucky e Virginia, un afro-americano su 5 era ineleggibile).

L’insieme di questi ed altri fattori, ha portato intellettuali “dissidenti” come Noam Chomsky, ad affermare che gli Usa non sono ormai da tempo «una democrazia funzionante, bensì una plutocrazia» e testate di approfondimento come l’Atlantic a chiedersi se la povertà non stia «minando alla base» la democrazia americana, allargando oltre la soglia di rottura il divario fra chi ha troppo e chi niente, per parafrasare il titolo di un recente libro di Emanuele Ferragina, giovane sociologo italiano trapiantato a Oxford. Il libro di Ferragina è dedicato all’Italia, Paese dove anch’esso dove le disuguaglianze di reddito stanno avanzando di gran passo, anche se non ancora ai livelli di Oltreoceano. In questo senso, l’America ci può servire da specchio per capire quale potrebbe essere il nostro futuro. E magari invertire rotta. Se siamo ancora in tempo.
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