07 maggio 2016

La cilecca del libero mercato americano Usa: Nazione ad alto profitto e bassa prosperità, scivolata nella finanza, ha perso la cultura industriale


Secondo Grove, la grave perdita di posti di lavoro è stata mal interpretata dalla Silicon Valley anche per «una fede mal riposta da parte degli Stati Uniti nel potere delle start-up di creare posti di lavoro». La fase di start-up dell’azienda, ovvero quando vengono identificati gli utilizzi della nuova tecnologia, per l’icona di Intel è importante tanto quanto la fase di scala della produzione, cioè quando dal prototipo si passa alla produzione di massa. Solo quella di scala rappresenta, però, il motore di sviluppo per il lavoro e l’aumento di scala ma, in generale, questa non si verifica più negli Stati Uniti.

Senza un ridimensionamento non ci limitiamo solo a perdere posti di lavoro, ma anche a perdere quella leadership nelle nuove tecnologie che appartiene da sempre agli Stati Uniti, i quali vedrebbero danneggiata, infine, anche la loro capacità di innovare.

Un pensiero condiviso. Un’innovazione fatta a decine di migliaia di chilometri di distanza dall’industria è impossibile. L’innovazione nasce dal confronto e dall’interazione continua tra quello che si sogna di fare e quello che si può fare nella realtà. Un centro di ricerca o un laboratorio che non comunica con la fabbrica in tempo reale non sta in piedi. Tanto più se ci sono problemi di intellectual property.

Un impegno a tutto campo per la produzione con base in America non è mai stato all’ordine del giorno nell’agenda degli affari della Silicon Valley o nell’agenda politica degli Stati Uniti. Una mancanza, secondo Grove, che sarebbe il risultato di un’altra molto diffusa e ‘lapalissiana verità’, ovvero che «il libero mercato è il migliore di tutti i sistemi economici». Una convinzione viziata. Il trionfo dei principi del libero mercato, nel corso della pianificazione economica del XX Secolo, non ha reso quei principi infallibili e immutabili. Lo spazio di miglioramento ci sarebbe stato per ciò che lui definiva un’economia e una politica ‘lavoro-centrica’.

In un sistema ‘lavoro-centrico‘, la creazione di occupazione dovrebbe essere il primo obiettivo di una Nazione il cui Governo abbia stabilito tale priorità. Le forze necessarie per raggiungere l’obiettivo devono contribuire all’interesse non del profitto immediato, ma piuttosto dei «dipendenti e di coloro che devono ancora essere assunti».

Grove era ragionevolmente preoccupato per gli effetti sociali ed economici corrosivi provocati dall’alto tasso di disoccupazione, quando era attorno al 9,7 per cento. Il tasso è sceso considerevolmente da allora, ma i problemi persistono. Prevale la presenza di lavori precari, part-time a bassa retribuzione e senza prospettive. Giocoforza durante la campagna elettorale, i grandi gruppi di americani vengono motivati ​​e manipolati sulla base delle reali disuguaglianze sociali ed economiche. Una situazione che continua a peggiorare.

Un’altra tesi piuttosto diffusa era che il lavoro esportato non fosse importante, fintanto che i profitti aziendali rimanevano negli Stati Uniti. Ma, fu proprio quando le aziende americane iniziarono a vedere aumentare i loro guadagni, che iniziò anche l’esodo dei profitti verso l’estero. Con l’evasione fiscale.

Il risultato è che siamo di fronte a una Nazione ad alto profitto, ma a bassa prosperità. «Tutti noi del mondo degli affari», scriveva Grove, «abbiamo la responsabilità di sostenere l’attività industriale americana da cui dipendiamo e la società, la cui capacità di adattamento e la stabilità, abbiamo forse date per scontato. La Silicon Valley e gran parte delle aziende americane devono ancora raggiungere e capire questo principio».

E dell’America cosa resterà? Se non inverte la rotta, vi sarà un grande aumento della povertà e la devastazione di interi Stati. Uscire da questo loop è molto complicato. Non è solo colpa dei trattati commerciali. La vocazione industriale degli Stati Uniti è scivolata verso servizi e finanza, e si è persa la cultura industriale. Oggi i giovani laureati che escono dalla Business School vanno dove si guadagna di più, cioè nelle start up. La ragione per cui la Apple preferisce spostare la sua produzione in Cina non è solo perché i costi sono contenuti, ma è anche perché solo in Cina riesce a concentrare in una stessa location 150mila operai di cui 30mila sono ingegneri. Non sarebbe facile fare un impianto di assemblaggio Apple negli Usa, semplicemente perché l’America non ha quella densità e quella disponibilità di risorse tecniche senza le quali l’industria non può nascere né sopravvivere.

Che l’America possa perdere il suo primato di patria della tecnologia è un fatto, assodato e confermato dai crescenti problemi di bilancio che obbligheranno il Governo americano a tagliare le spese della ricerca sanitaria, militare e spaziale. La convergenza di questi fattori, ovvero budget che si riducono, tassazione che non aumenta, bassa vocazione industriale e basso numero di laureati, oltre al desiderio di controllare e contingentare i visti dei professionisti esteri che entrano nel Paese, sono sufficienti a fermare la crescita americana.

I laureati in ingegneria negli Stati Uniti sono molto pochi, più o meno 80mila l’anno, mentre in Cina sono 2-3 milioni e, nonostante, l’industria richieda la liberalizzazione dei visti per poter importare figure tecniche estere necessarie, i numeri restano molto limitati con un contingente di 15mila l’anno. Bisognerebbe ribaltare la situazione. Ma il cambiamento cozza contro le perverse ideologie del partito repubblicano. Nel 70% dei casi gli Stati Uniti hanno avuto un Presidente di un partito diverso da quello del congresso, per cui nel 70% della storia americana, il sistema democratico americano è stato ‘disfunctional’.

Che si possano stravolgere i meccanismi repubblicani è dubbio. In Italia questa è una cosa che non ci sorprende, visto che siamo abituati a essere maltrattati, ma la situazione degli Stati Uniti ci consola e ci fa capire che non siamo gli unici ‘cretini’ al mondo.

Redazione
Posta un commento

Facebook Seguimi