06 maggio 2016

I paradisi fiscali: il buco nero dell'economia mondiale


Dove vengono nascosti i tesori miliardari frutto dell' evasione fiscale internazionale, della corruzione e del crimine organizzato.

Dalle isole Cayman alla City di Londra, dal Lussemburgo a Singapore, da San Marino al Vaticano... i paradisi fiscali sono una realtà in continua crescita, divenuti negli anni i principali artefici dell'economia finanziaria, ma anche il rifugio preferito per chi desidera nascondere i profitti internazionali derivanti dall'evasione ed elusione fiscale, dalla corruzione e dalle attività criminali. Anche detti paesi offshore, letteralmente “in mare aperto”, tecnicamente esperti in servizi finanziari per non residenti, in pratica porti franchi in cui i controlli sono laschi o nulli. Un recente libro-inchiesta, il primo mai pubblicato in Italia, fornisce numerose informazioni e dati molto interessanti. Si tratta del libro “Caccia al tesoro”, edito da Ponte alle Grazie nel 2014, e opera della giornalista romana Nunzia Penelope, collaboratrice del “Foglio” e del “Fatto Quotidiano”. 

l'articolo che segue si basa, perciò, sulle informazioni contenute nel libro sopra citato. 

DESCRIZIONE E DIMENSIONE DEL FENOMENO 

Secondo le fonti più autorevoli, citate dalla giornalista nel suo libro, il tesoro nascosto nei paradisi fiscali ammonterebbe oggi a circa 32 mila miliardi di dollari: il doppio dell'intera ricchezza prodotta ogni anno dagli USA o dall'Europa, 20 volte il PIL annuale dell'Italia. E secondo l'OCSE, ogni anno l'Europa perde mille miliardi di tasse a causa dei paradisi, l'America altrettanto. Questa massa di denaro, sottratta alle casse di tutti i paesi, appartiene soprattutto a quattro soggetti: le grandi multinazionali, le banche, gli evasori e le organizzazioni criminali. Il mondo offshore è' il buco nero dell'economia, e dentro c'è di tutto: le tangenti della corruzione, il traffico d' armi e di droga, ma anche le plusvalenze delle multinazionali e, soprattutto, i soldi della grande evasione internazionale. 

I paradisi fiscali possono essere di tre tipi: il paradiso fiscale in senso stretto, dove vi sono tasse bassissime o inesistenti: sono la location preferita dalle grandi multinazionali, da imprese e gruppi industriali di ogni Paese. Grazie a questi paesi le grandi multinazionali finiscono per non pagare tasse in nessun luogo, o di pagarne in percentuali ridottissime pari all'uno, due per cento dei profitti. In questo caso si parla più di elusione piuttosto che di evasione. Il paradiso societario, dove si possono aprire società fantasma e trust senza alcun controllo: vere e proprie società schermo o scatole profonde dove si può nascondere di tutto, a cominciare dall'identità del loro proprietario. Attraverso un' adeguata rete di trust e società offshore, si può evadere il fisco, pagare o riscuotere una tangente, riciclare denaro sporco, occultare patrimoni o nascondere proprietà immobiliari. Infine, il paradiso bancario, composto da paesi in cui vige il segreto bancario più assoluto sui titolari e i contenuti dei conti correnti, il che ne fa un rifugio sicuro sia per gli evasori sia per ogni altro genere di capitali, puliti o sporchi. Ma sempre più spesso queste tre tipologie s' intersecano e si sommano tra loro, moltiplicando la gamma di servizi offerti da ogni singolo paese offshore. 

Quando si afferma che nel corso dei decenni, le disuguaglianze tra ricchi e poveri sono aumentate vertiginosamente, e che una notevole percentuale di ricchezza si è spostata dal lavoro e dall'economia reale alla rendita finanziaria, bisogna aggiungere che ciò è avvenuto grazie ai paradisi fiscali, perchè è li che si nascondono i soldi. 

Oggi la capitale mondiale dei traffici finanziari esentasse (e del riciclaggio di denaro) è Londra, e fanno parte della Gran Bretagna una ventina di location offshore tra le più famose (es. Isole Cayman, Isole Jersey e Guernsey). 
Gli USA costituiscono il più esteso paradiso fiscale del pianeta, grazie alle leggi permissive di stati come il Nevada, il Delaware, il Wyioming, la Florida. 
In Svizzera sono nascosti oltre undicimila miliardi di euro, prevalentemente di cittadini non residenti, e in gran parte statunitensi e italiani. l'Irlanda, Cipro e Malta consentono facilitazioni fiscali perfino superiori a quelle delle Cayman. La Francia ha rapporti stretti con Monaco e Andorra, l'Italia ha legami fortissimi con San Marino e il Vaticano dello IOR. Ma ancora, l'Olanda è sede di 23 mila società fantasma nonchè rifugio molto amato dalle multinazionali americane in fuga dal fisco, e il Lussemburgo dove hanno la sede fiscale quasi tutti i grandi gruppi e istituti bancari italiani. Lichtenstein, Austria e perfino Germania, attraverso una rete di piccole banche locali - l'equivalente delle nostre casse di risparmio - sono una sorta di porto franco. Alle isole Vergini americane stanno di casa alcune famose multinazionali americane, come Boeing, General Motors, e Coca-Cola.Nei paradisi fiscali, complessivamente, hanno sede 10 mila banche (di cui oltre 300 italiane), milioni di società fantasma, e le maggiori aziende del settore shipping, quelle che mobilitano navi superiori alle 100 tonnellate. 

Dal sistema offshore passa l'85% delle emissioni bancarie e obbligazionarie internazionali. Fanno base in un paradiso tutti gli hedge fund che controllano il sistema mondiale dei derivati, un mercato che vale 10 volte la ricchezza prodotta annualmente sul pianeta: 600.000 miliardi di dollari, sempre pronti a speculare sulle monete nazionali o su qualunque altra cosa. Anche le più delicate infrastrutture per lo svolgimento delle operazioni economiche e finanziarie mondiali sono in paesi sostanzialmente offshore per agire in totale segretezza, per es in Belgio, dove ha sede lo SWIFT (il sistema di telecomunicazioni finanziarie più grande al mondo) e nel Delaware, dove ha sede lo IASB (l'organismo responsabile dell'emanazione dei delicatissimi principi contabili internazionali). Anche le grandi società di revisione o di rating, quelle che valutano le economie dei singoli Paesi, indirizzando di conseguenza la speculazione internazionale, sono tutte società con sede in paesi offshore. 

Il mondo "offshore", insomma, è di fatto un' industria globale molto redditizia e ingegnosamente strutturata, progettatta e gestita in primo luogo dalle più grandi banche del mondo, da una miriade di studi legali e società di revisione contabile dai nomi prestigiosi, con base a New York, Londra, Ginevra, Francoforte. 

Sta di fatto che nel 2014, secondo diverse fonti, i paradisi attivi sarebbero tra i 60 e gli 80, a seconda dei principi scelti per catalogarli. Nel 2013 il quotidiano francese Le Monde ne ha contati addirittura 96, pienamente operativi. Altri paesi offshore, non ancora citati, sono: Andorra, isole Marshall, isole Seychelles, Liberia, Nauru, Monaco, Vanuatu, Costa Rica, Malaysia, Filippine, Uruguay, Antille olandesi e Panama. La concorrenza è fortissima, e sempre al ribasso: se i paesi che da più tempo fanno parte del sistema offshore possono offrire condizioni di favore a società e capitali, gli ultimi arrivati sulla piazza devono per forza offrire condizioni ancora più competitive. E' il caso, tra gli altri, del Gambia, di Porto Rico e Gibilterra. C'è poi l'Armenia, dove con il contributo della Russia è stata creata, recentemente, una zona free tax destinata agli investimenti high-tech. C'è il Kenya che si sta attrezzando per copiare le attuali condizioni fiscali offerte dall'Irlanda. E c'è il Tibet, che la Cina sta attrezzando per diventare un paradiso fiscale. 

LA PLATEA DEI PROPRIETARI DEL TESORO 

Solo un terzo dei 32 mila miliardi sono proventi del crimine organizzato, mentre il grosso, cioè poco meno del 70%, arriva dall'evasione e elusione fiscale internazionale. Una quota fra il 3 e il 5%, infine, sarebbe riconducibile ai frutti della corruzione. 
Secondo TAX JUSTICE NETWORK (TJN), una delle più importanti organizzazioni indipendenti che dal 2002 studia e combatte i paradisi fiscali, la vasta platea dei proprietari conta circa 10 milioni di soggetti. Di questi, in 91.000 (circa lo 0,1%) possiedono la metà di tutta la ricchezza nei paradisi: una elite composta da ricchi rentier e grandi multinazionali, dittatori e signori della droga, broker e speculatori finanziari, oligarchi russi e sceicchi del petrolio. Tutti con le stesse esigenze: l'anonimato in primo luogo, e di conseguenza la possibilità di evadere il fisco, investire in attività economiche restando nell'ombra, accedere alle proprie ricchezze da qualunque parte del mondo senza lasciare traccia, completamente al sicuro dalle indagini delle autorità fiscali e giudiziarie. Anonimato, sicurezza, forti guadagni: sono esattamente questi gli elementi che fanno di un paese un paradiso fiscale, e sono sempre più richiesti. Infatti, il giro dell'economia offshore vanta oggi un tasso di crescita annuale del 16% 

IL PRIVATE BANKING 

Il motore principale del sistema è il private banking, cioè quelle sezioni degli istituti di credito che gestiscono i patrimoni privati dei clienti. Il private banking dà lavoro a circa un milione di persone: non moltissime, ma assolutamente cruciali perchè costituiscono, in pratica, gli architetti del sistema. Circa 200 mila di questi operatori stanno in Svizzera, il Paese al mondo col maggior numero di dipendenti diretti nella gestione di patrimoni. In Italia lo stesso settore mobilita appena 200 operatori, che gestiscono però qualcosa come 800 miliardi di euro. l'industria offshore attira anche la domanda di altri servizi: studi legali, società di revisione contabile, servizi di ufficio e di viaggio. Un esercito di persone il cui compito specifico è far viaggiare i soldi altrui, perchè il capitale non sta mai fermo: è continuamente reinvestito e fatto fruttare, per incrementare ulteriormente la base di partenza. Ma non viene investito nelle isole caraibiche, quelle sono solo la prima tappa. Perchè dopo essere approdato nelle isole e adeguatamente trattato, il denaro torna indietro, per essere investito a Londra, New York, Tokyo, Parigi, Berlino, Milano,... 

A gestire tutto questo sono essenzialmente le prime 50 banche private mondiali, cui farebbe capo circa il 70% di tutti i movimenti della richezza offshore: da UBS a Credit Suisse, da Morgan Stanley a Deutsche Bank, e ancora Bank of America Merrill Lynch, JPMorgan-Chase, BNP Paribas, HSBC, Goldman Sachs, ABN AMRO, Barclays. 
Ognuna di queste banche, negli anni scorsi, ha ottenuto dai propri governi aiuti per centinaia di miliardi, a spese dei bilanci pubblici e dei contribuenti. E tuttavia sono le stesse che contribuiscono all'evasione fiscale mondiale. Oltre il danno, la beffa. 

IL SISTEMA OFFSHORE E IL CRIMINE ORGANIZZATO 

Il sistema offshore è opaco e segreto e, nello stesso tempo, offre servizi bancari e finanziari di buon livello. Uno dei migliori veicoli per il reimpiego finanziario di denaro sporco è stata, negli anni Novanta, l'apertura al mercato globale dei paesi dell'ex blocco sovietico. Dietro l'ex cortina di ferro i capitali mafiosi hanno comprato di tutto: industrie, proprietà immobiliari, fondi di investimento, assicurazioni, banche. E poiché la finanza e l'economia sono vasi comunicanti, un capitale mafioso investito, ad es. in Bulgaria, prima o poi te lo ritrovi a Milano, Roma, Parigi, Londra. 

Secondo il magistrato della DDA Gianfranco Donadio: il meccanismo è semplice. Un capitale depositato in una banca offshore non ha bisogno di muoversi: la sua sola presenza, sia pure dall'altra parte del pianeta, fornisce la garanzia che consente di ottenere in Italia il credito necessario a qualunque iniziativa imprenditoriale. 
Anche il sistema finanziario che nasce dal traffico di droga si è a sua volta spostato su canali praticamente irrintracciabili. Tanto che, racconta Donadio, le intercettazioni rivelano esclusivamente il movimento della droga, mai quello del denaro che ne deriva. Un vero paradosso: “Sembra quasi che la droga circoli gratuitamente, perchè le intercettazioni ci fanno capire che esiste una rete di trasportatori, di intermediari, di depositari. Ma non abbiamo idea di dove finisca il denaro, e questo ci fa capire sempre più che si è creato un sistema finanziario separato dal traffico fisico delle droghe”. 
E ovviamente proprio i paradisi fiscali sono la base di questo sistema finanziario parallelo e inafferrabile. Il crimine, del resto, usa senza problemi gli stessi sistemi usati dalle imprese legali, per accumulare nero e trasferire quattrini, in primo luogo quello delle fatture false: giocando sulle esportazioni e importazioni attraverso diversi paesi. 
E del resto, ogni organizzazione criminale dispone ormai di una notevole quantità di validi tecnici, esperti in materia fiscale e societaria, in grado di svolgere qualsiasi operazione in qualsiasi Paese. 

Un bell'aiuto ai movimenti di denaro sporco lo ha dato anche lo scudo fiscale italiano del 2009-2010, che ha consentito a grandi masse di capitale di simulare una collocazione estera per poi usufruire della sanatoria che garantiva l'anonimato. E poi, una volta ripulite, fingere di rientrare in Italia, anche se, in molti casi, nemmeno un cent aveva mai veramente varcato il confine. Anche in questo caso, i paradisi fiscali hanno giocato un fondamentale ruolo di sponda, perché la complicità degli intermediari e degli istituti bancari offshore, in questa partita è stata decisiva: stava a loro, infatti, emettere la falsa certificazione che quei capitali erano depositati effettivamente nei caveau esteri. 
Un servizio che le banche si sono fatte pagare a caro prezzo, si intende: ma poiché per sanare i capitali lo Stato italiano chiedeva come obolo appena il 5% della somma scudata, alla fine dei conti è stato un grande affare. 

IL SISTEMA OFFSHORE E LE MULTINAZIONALI 

Un' indagine condotta da TJN su 97 tra le più grandi società del mondo ha dimostrato che, nel 2010, avevano tutte almeno una sede in un paradiso fiscale. Inutile chiedersi in cosa consista l'attività delle multinazionali in questi paesi. Il sistema consente di mantenere la riservatezza perfino su alcuni elementi basilari: che tipo di commercio svolgono, quante persone impiegano in loco, che profitti registrano, quante tasse pagano (o non pagano), il valore complessivo delle attività che svolgono nei diversi paesi, ecc. 
Ancora più interessante è la dettagliata analisi compiuta da un' altra ONG, ActionAid, sulle maggiori società quotate alla borsa di Londra, che rappresentano, come valore, 
l'80% di tutto il mercato finanziario della City. Dall'indagine emerge che quasi il 40% di questi giganti ha società estere in paradisi vari. La sola banca Barclays risulta avere 174 collegate alle Cayman; la WPP, il principale gruppo di pubblicità e pubbliche relazioni del mondo (162.000 dipendenti e 3000 uffici in oltre 100 paesi) arriva addirittura a controllarne 611. Non sono da meno i big del petrolio BP e Shell, che possono vantare, complessivamente, quasi 1000 controllate in paradisi fiscali; di queste, un centinaio sono nei Caraibi, zona dove molto difficilmente qualcuno cercherà mai il petrolio. 
I paesi mediterranei non sono da meno. Un rapporto dell'osservatorio spagnolo sulla Responsabilità Sociale d' Impresa rivela che oltre l'80% delle aziende quotate alla Borsa di Madrid opera direttamente o indirettamente attraverso giurisdizioni considerate opache, mentre l'altro 20% ha azionisti che si basano o detengono quote in paradisi fiscali. 
Per esempio, la società estrattiva Repsol ne ha 38, la Banca Santander 34, la collega BBVA 23, la Abertis 8. Tutte sparse tra Olanda, Delaware, Lussemburgo, Cayman, Porto Rico, Svizzera e Panama. 

l'ORGOGLIO DEI CAPITALISTI 

Tante sono le multinazionali che fanno di tutto per non pagare nulla o pagare il meno possibile. Per esempio, nel 2011 la Apple, grazie al fatto di avere la propria sede fiscale in Irlanda, ha pagato tasse negli USA per 2,5 miliardi e ne ha elusi altri 3,5; e nel 2012, a fronte dei 6 miliardi dichiarati, si è tenuta in tasca addirittura 9 miliardi. In un solo anno ha sottratto al fisco americano 25 milioni di dollari al giorno, più di un milione l'ora. 
l'elenco degli evasori eccellenti include l'intero Gotha del nuovo e vecchio capitalismo americano, senza eccezioni per nessuno. Tra il 2009 e il 2012 almeno 30 delle principali multinazionali americane non hanno pagato nemmeno un dollaro di tasse al loro Paese, pur avendo macinato profitti nello stesso periodo per ben 160 miliardi di dollari. 
Google, grazie al giochetto irlandese, nel 2012 ha potuto trasferire nelle Bermuda quasi 9 miliardi di dollari, e al fisco irlandese ha pagato appena 17 milioni di tasse, contro ricavi per 15,5 miliardi di dollari, al fisco USA sono andati solo 55 milioni. Il capo di Google, Erich Schmidt, messo sotto accusa dalla commissione del Congresso americano, ha risposto: “E' il capitalismo, ragazzi. E noi siamo orgogliosamente capitalisti”. 
Amazon, il colosso delle vendite online, che ha fatturato nel 2010 ben 4,2 miliardi di sterline, ha pagato tasse per soli 3 milioni al fisco americano. 
General Electric, la più grande compagnia americana, che nel 2010 ha registrato profitti per oltre 14 miliardi di dollari, ha versato zero dollari al fisco americano. 
Facebook, che nel 2012 ha dichiarato utili per 1,3 miliardi di dollari, non ha pagato agli USA nemmeno un centesimo di tasse. In pratica, tra il 2008 e il 2011 colossi come General Electric, Mattel, Wells Fargo, Facebook, Verizon non hanno quasi pagato tasse, altre hanno pagato solo una aliquota del 3% (invece del previsto 35%), e quelle a cui è andata peggio sono arrivate a versare il 10% del dovuto. 

LE TASSE LE PAGANO SOLO I POVERI 

Poichè ogni risparmio fiscale di una grande azienda si traduce in aumento delle tasse per le masse popolari, le tasse pagate dalle multinazionali americane nel loro Paese, nel 2012, sono state di soli 242 miliardi complessivi, mentre le tasse sui redditi pagate dai cittadini comuni sono schizzate a 1100 miliardi di dollari.. 
Se nella prima metà degli anni Cinquanta, le imposte delle grandi imprese rappresentavano il 30% dei versamenti allo Stato; oggi costituiscono meno del 10%. 
Nello stesso periodo, il peso delle entrate fiscali sui profitti delle imprese equivaleva al 6% del PIL statunitense; mentre, dagli anni Ottanta a oggi, il rapporto ha oscillato tra un massimo del 2,7% e un minimo pari a circa l'1%. 
Tutto questo non è solo un problema americano, anzi. Riguarda anche l'Europa, Italia compresa. Nel nostro Paese, Apple, Google e gli altri colossi del web hanno applicato esattamente lo stesso modello di business “esentasse” di cui sono accusate in USA. E ogni tentativo di ostacolarlo si è risolto in un nulla di fatto, a causa delle pressioni da parte delle tante lobby al servizio delle multinazionali (con mazzette al seguito). 

FATTURE FALSE, SPALLONAGGIO E TRUST 

l'Italia risulta in testa alle classifiche europee quanto a ricchezza sommersa: e ad affermarlo è la stessa Banca d' Italia, che in un dossier dal titolo “Alla ricerca dei capitali perduti, una stima delle attività all'estero non dichiarate dagli italiani”, vi si legge: 
“l'incidenza del sommerso tende in Italia a risultare significativamente maggiore rispetto agli altri paesi sviluppati, in particolare in ambito OCSE. Ciò può comportare una propensione superiore a quella della media dei maggiori paesi a costituire patrimoni clandestini all'estero”. 
I sistemi per portare all'estero, in modo clandestino, il proprio patrimonio sono numerosissimi e piuttosto semplici da realizzare. E' sufficiente l'aiuto di una banca, di una fiduciaria, o anche solo di un commercialista o di un notaio. Inoltre il reato di esportazione clandestina è poco perseguito e le sanzioni comminate per questo reato ammontano appena a qualche migliaio di euro. Troppo poco per disincentivare. 
La meta attualmente preferita dagli italiani per occultare patrimoni privati è la Svizzera, mentre le imprese scelgono soprattutto il Lussemburgo, dove è facilissimo aprire una società “scatola” attraverso cui controllare altre società, pagando tasse infinitamente inferiori a quelle italiane. Sui 104 miliardi rientrati con lo scudo fiscale del 2010, ben 68 miliardi provenivano dalla Svizzera, 8 miliardi dal Lussemburgo. Il resto provenivano da Austria, Lichtenstein, Germania, Francia, Jersey, Regno Unito, Irlanda e USA. 
Dalle imprese il sistema base usato per accantonare soldi in nero è quello della sottofatturazione delle esportazioni e la sovraffatturazione delle importazioni. 
In pratica: fatture false. In questo modo è possibile abbattere i ricavi, attraverso il trasferimento di una parte dei profitti ad altre società estere, collocate in paesi con forti benefici fiscali. Oppure consente di aumentare falsamente i costi, abbattendo le tasse. 
Si utilizza, inoltre, il metodo dei falsi finanziamenti a società fittizie, che subito dopo dichiarano fallimento e si inabissano con tutto il tesoretto, o col metodo dei falsi pagamenti tra due società estere (giustificati con fatture false), sistema questo praticamente irrintracciabile dall'Italia. 
Le fatture false, a loro volta, possono essere acquistate da vere e proprie società specializzate, le cosiddette società cartiere: vendono per l'appunto carta, cioè fatture di ogni tipo e importo in base alle esigenze del committente. 
Il risultato finale sarà un buon margine di denaro in nero, da collocare in qualche paradiso fiscale. Ma non solo. Dalle indagini, risulta che negli ultimi anni, quelli della crisi, sono frequenti i casi in cui le aziende approfittano di queste false perdite (di capitale) per presentare bilanci in rosso e procedere quindi ad apparentemente giustificate riduzioni di personale. In realtà i soldi ci sono, ma sono stati sottratti all'azienda e trasferiti al sicuro. 

C' è poi il sitema classico dello spallonaggio: un servizio svolto da società ben organizzate, dotate perfino di regolare polizza di assicurazione, caso mai le cose dovessero andare storte e il denaro perdersi. I costi sono dal 3 al 5% delle somme trasferite. 
Questo tipo di traffico è stato reso più semplice dall'introduzione dell'euro. 
A parte l'indiscutibile vantaggio di una valuta che prevede tagli da 500 euro, consentendo così di infilare somme enormi nello spazio di una borsetta, la moneta unica ha soprattutto abolito la necessità di recarsi presso gli uffici di cambio, dove comunque veniva registrato il passaggio del denaro da una valuta all'altra: una traccia che si poteva seguire. 

Infine, è in forte espansione il sistema del trust. Il trust è uno strumento del diritto anglosassone che prevede tre soggetti: il “disponente”, l'amministratore e il beneficiario. Il primo intesta al trust una serie di beni che sono poi gestiti dall'amministratore per conto del beneficiario, il quale può restare, grazie alle leggi di alcuni paesi, del tutto ignoto e anonimo. In poche parole: il trust è una cassaforte virtuale nella quale depositare beni di ogni genere, le cui chiavi non sono nelle mani del proprietario dei beni ma di un amministratore, a sua volta controllato da un terzo soggetto. Insomma, il massimo della riservatezza che ha reso questo sistema lo strumento prediletto da super ricchi, imprenditori e grandi rentier. 

SAN MARINO E SINGAPORE, CHI SALE E CHI SCENDE 

Una volta San Marino era il rifugio prediletto dagli italiani, oggi, invece, è una piazza in declino, e gli affari sono in caduta. Tuttavia, nelle sue banche si contano ancora una somma di circa 7 miliardi di euro, di cui il 20%, circa 1 miliardo e mezzo, proviene dall'Italia. Di questa somma, circa la metà, 700 milioni di euro è costituita da capitali trasferiti illegalmente. Renzo Giacobbi, presidente dell'Associazione delle banche di S.Marino (ABS), in un' intervista rilasciata ad una tv sammarinese il 28 Gennaio 2014, è incorso in un maledetto lapsus: nel tentativo di difendere il sistema creditizio che rappresenta, ha affermato testualmente che “il 50% dei patrimoni nelle nostre banche sono detenuti legalmente”. Non rendendosi conto che in questo modo stava ammettendo ufficialmente che l'altra metà dei capitali è illegale e clandestina. 

Secondo gli esperti, entro il 2020 Singapore sarà il maggiore centro offshore del mondo. Una nuova Svizzera in Oriente. Già oggi tutte le società finanziarie più importanti al mondo hanno aperto qui, e da tempo, una propria sede. 
La Svizzera, oggi al primo posto nella top ten dei paradisi, movimenta secondo le stime ufficiali 3 mila miliardi di dollari l'anno, cioè oltre un terzo del “private banking” mondiale. Ma è sotto attacco del fisco di molti Paesi, Italia compresa, ed è quindi destinata a subire una notevole contrazione degli affari a partire dal 2015, quando dovrebbe scattare la fine del segreto bancario. Singapore, invece, negli ultimi dieci anni è cresciuta silenziosamente, passando da 50 miliardi di dollari movimentati a dieci volte tanto. Oggi è già la quarta realtà offshore del mondo (dopo Regno Unito al secondo posto, Panama e le isole caraibiche al terzo) e si prepara a quadruplicare i movimenti di denaro entro il 2016, diventando così la regina incontrastata del settore prima che scatti la tagliola del 2017, data dell'inizio (forse) dello scambio automatico di informazioni tra paesi. 

I CAPITALI ITALIANI ALl'ESTERO 

I capitali italiani nei paradisi fiscali sono in continuo aumento, ad oggi (2014) ammontano a 180-200 miliardi di euro (fonte Bankitalia). I capitali sanati con lo scudo fiscale nel 2010 sono stati di 104 miliardi di euro (fonte Ministero del Tesoro). Ad usufruirne sono stati 206 mila soggetti, l'equivalente della popolazione di Trieste o Brescia. 
Secondo un censimento dell'Agenzia delle Entrate, nel 2009 gli italiani residenti in uno Stato a fiscalità privilegiata erano circa 30 mila, sparsi tra Svizzera, Montecarlo, Uruguay, Liechtenstein, Bermuda, e altri paesi esentasse. 
Nel 2011, secondo l'ISTAT, gli espatriati erano già saliti a 50 mila, per diventare quasi 70 mila nel 2012. Solo in Svizzera vi sono circa 40 mila italiani residenti con il permesso “B”, quello concesso a chi ha un reddito di almeno 2500 euro mensili. 
Si tratta, per lo più, di professionisti, imprenditori e artigiani di un certo livello, ma non solo. Nel 2013, nella sola Lombardia, la regione più ricca di soldi e di imprese, la Guardia di Finanza ha scoperto 3246 evasori, per un corrispettivo di ben 20 miliardi di soldi non dichiarati. Inoltre sono state intercettate quasi 6 mila persone che cercavano di trasferire illegalmente contanti, titoli e valuta per 123 milioni di euro, oltre a 150 chili d' oro per l'equivalente di altri 5 milioni. 
La mancata reintroduzione del reato di falso in bilancio (cancellato dal governo Berlusconi nel 2001) favorisce questo cattivo andazzo. E non a caso, in 13 anni questo reato non è mai più stato ripristinato, da nessun governo di destra o di sinistra. 

Secondo i dati ufficiali del Ministero dell'Economia, aggiornati al febbraio 2014, le tasse si prendono il 44,3% della ricchezza prodotta ogni anno in Italia. 
In Svezia il prelievo fiscale è del 55%, in Danimarca il 50%, in Francia il 45%, in Germania il 46%. Se, però, si considera il cosiddetto “total tax rate”, cioè il complesso della tassazione sulle imprese: secondo la Banca Mondiale, in Italia è il più elevato d' Europa, arrivando ormai al 68% , contro il 65% della Francia, il 56% della Spagna, il 48% della Germania e il 21% del Lussemburgo. Però, solo in Italia, gli imprenditori riescono regolarmente a dichiarare meno guadagni, e a pagare meno tasse rispetto ai lori dipendenti. 

Non a caso, in Italia da troppi anni non si investe più a sufficienza nella ricerca e nell'innovazione tecnologica. Dal 2000 al 2007, cioè negli anni immediatamente precedenti alla crisi, la produzione industriale italiana era già scesa del 4% e gli investimenti in ricerca erano inferiori a quelli degli altri paesi sviluppati: non per colpa dello Stato, il cui volume di spesa è in linea con l'estero, ma proprio a causa della latitanza delle imprese private, che investono la metà di quelle inglesi e olandesi, un quinto di quelle giapponesi. 

Alcuni esempi di famose famiglie imprenditoriali che hanno la propria sede economica all'estero (per lo più in Lussemburgo) sono: Agnelli, Bulgari, Del Vecchio, Pesenti, Prada, Dolce e Gabbana, Riva, Montezemolo, Della Valle, Ferrero, De Longhi, Rocca e Marzotto. 
Nel 2008, i ricercatori di NENS (organizzazione di ricerca specializzata in materia fiscale, fondata dagli ex ministri del PD Vincenzo Visco e Pierluigi Bersani) hanno tracciato una vera e propria mappa delle galassie offshore che, direttamente o indirettamente, fanno capo ai principali gruppi industriali italiani. Per es. l'ENI nel 2008 risultava possedere 12 società offshore, di cui 3 in Lussemburgo, 3 alle Bahamas, 3 alle Bermuda, 2 a Saint Helier (isola del Canale, paradiso fiscale britannico) e una Singapore. ENEL aveva 13 società offshore, da Panama alle Cayman, al Lussemburgo. Finmeccanica ne aveva 8, sparse tra Lussemburgo, Svizzera, Jersey e Mauritius. l'IFIL, oggi Exor (la holding degli Agnelli che controlla il gruppo FIAT) ne aveva ben 25: in Lussemburgo, Svizzera, ma anche Cayman, Mauritius, Singapore, Hong Kong e Maldive. 

I campioni sono però le banche. Dalla ricerca di NENS, Unicredit, il primo gruppo bancario italiano, è risultata avere ben 54 società in paradisi fiscali: 14 alle Cayman, le altre tra Filippine, Singapore, Hong Kong, Guernsey, Jersey, isole Vergini britanniche, Lussemburgo e Bermuda. Intesa Sanpaolo, secondo gruppo bancario, ne aveva in bilancio addirittura 80: quasi tutte in Lussemburgo, ma anche due in Svizzera, una in Jersey e una alle Cayman. 

Non va dimenticato, tra l'altro, che c' è un paradiso fiscale dietro tutti i grandi scandali finanziari di questi anni. Dal crac dell'ospedale S.Raffaele di don Verzè, un miliardo e mezzo di debiti, e della Fondazione Maugeri, a quello della Parmalat, 15miliardi di buco, quasi 100 mila azionisti truffati, a quello del gruppo di moda Mariella Burani. Ma non solo. La stessa miscela si trovava dietro tutti i grandi scandali che hanno scandito la storia economica italiana dagli anni Settanta in poi: ENI-Petronim, Ambrosiano, Sindona, Banco di Napoli, Cirio, SIR, Montedison, IRI, FIAT, Fininvest, Monte dei Paschi di Siena (salvata nel 2012 con 4 miliardi di soldi pubblici), fino ai più recenti scandali dell'ILVA e di Finmeccanica-Selex. 

LE RESISTENZE DEL SISTEMA OFFSHORE 

Scardinare il mondo offshore non è facile: troppo denaro, troppi interessi, troppi poteri sono in gioco. Sta di fatto che ad oggi di fatti se ne sono visti pochi. 
In tutti i Paesi, in tutti i parlamenti, sono costantemente al lavoro lobbisti di ogni genere, che tengono d' occhio le legislazioni, i decreti, i testi di ogni singolo provvedimento, cercando di evitare, o quanto meno di limitare, eventuali danni al sistema offshore. 
La sola arma che veramente potrebbe avere efficacia non è ancora stata usata sul serio. E' un' arma giuridica che si chiama “scambio automatico d' informazioni”: in pratica, ogni Paese è obbligato a scambiare con le autorità fiscali degli altri Paesi tutte le informazioni sui movimenti di capitali che avvengono nel proprio territorio, in modo automatico, cioè senza che sia necessaria una specifica richiesta. In questo modo non vi sarebbero più zone opache dove nascondere i propri soldi. 
Attualmente, ogni Stato fornisce le informazioni richieste solo se formulate attraverso un puntiglioso format, riservandosi di respingere le domande che non corrispondono ai criteri definiti. Per di più, non si possono inoltrare richieste “generiche e non circostanziate”, ma solo su contribuenti nei confronti dei quali ci siano già fondati sospetti. Ogni risposta deve poi fare i conti con la privacy: dunque, è fornita solo se non ci sono rischi che leda i diritti di un singolo, o danneggi il business di un' impresa. 
Inoltre, da uno studio condotto dai ricercatori di ben tre università, due americane e una australiana, è emerso che basta pagare e si può fare di tutto: evasione, corruzione, proventi di droga o traffico d' armi, perfino finanziamenti al terrorismo, nulla è troppo sporco, illegale o pericoloso per non essere accolto a braccia aperte in certi Paesi. E anche le regole in teoria meglio strutturate, se messe alla prova, si rivelano piene di pericolose falle. 


LO SPIONAGGIO 

Negli ultimi anni, alcuni ex dipendenti di banche si sono prestati a svolgere un ruolo di vero e proprio spionaggio: hanno sottratto dagli archivi delle banche i nomi dei clienti e poi li hanno ceduti, spesso a pagamento, ai governi interessati. 
Il più celebre si chiama Hervé Falciani, ex dipendente della HSBC, una delle più grandi banche del mondo. Nel 2009 Falciani ha copiato su un dischetto i dati dell'archivio della sua banca: nomi, conti, cifre, un elenco di tutte le attività finanziarie di circa 400 mila clienti HSBC, di varie nazionalità, tra cui i nomi di 7 mila italiani. Il giovane informatico ha poi ceduto questi dati, in cambio di una sostanziosa ricompensa di vari milioni di euro, prima alla Francia poi ad altri Paesi. l'Italia li ha acquisiti per rogatoria. Ma, alla fine, risulteranno essere inutilizzabili: infatti verranno considerati dai giudici come dati rubati e, pertanto, acquisiti illegalmente. Stesso esito in altri Paesi, tra cui la Francia. Inoltre, usare i dati di Falciani è complicato anche dal punto di vista strettamente fiscale, perchè in fondo si tratta “solo di un elenco di nomi su un pezzo di carta”, privo di un logo o di una sigla che ne dimostri la provenienza dagli archivi informatici della banca a cui sarebbe stata rubata. Una vera barzelletta. 
Negli anni, ai primi 7 mila nomi di evasori italiani se ne sono aggiunti altri 10 mila, contenuti in una “lista Falciani B”, rimasta segreta fino all'inizio del 2014. 
Altro nome noto è quello di Heinrich Kieber, ex dipendente di una banca del Lichtenstein, che nel 2008 ha consegnato alle autorità tedesche la lista completa dei correntisti, in cambio di 5 milioni di euro. Ma, subito dopo, è finito sulla lista dei ricercati dall'Interpol per aver violato le leggi sulla privacy, ed è stato così costretto ad entrare in un programma di protezione testimoni. 
Vita dura anche per Rudolf Elmer, ex dirigente della filiale alle Cayman di una banca elvetica. Per aver osato denunciare la sua banca per complicità in alcune frodi fiscali, nel 2005 Elmer è stato arrestato per violazione del segreto bancario in Svizzera e si è fatto sei mesi di cella in isolamento. Il caso va avanti ancora oggi per le aule di tribunale. 
Tre anni di detenzione in un carcere americano sono toccati a Brad Birkenfeld, banchiere di UBS. Arrestato e condannato a 40 anni di galera per aver frodato il fisco americano, era subito sceso a patti, aiutando l'IRS (il fisco americano) a beccare un notevole numero di evasori statunitensi. In cambio ha ottenuto una ricompensa di 104 milioni di dollari e un forte sconto di pena. In questo modo l'IRS è riuscita a inchiodare la banca elvetica e a farsi consegnare la famosa lista dei 4 mila nominativi, ottenendo anche l'autodenuncia di quasi 15 mila cittadini statunitensi, al fine di mettersi in regola. 

E nuove liste di nomi sono in arrivo. La più recente, e colossale, è la superlista Offshore Leaks: 260 gigabyte di dati, contenuti in un hard disk di provenienza anonima, recapitato nella primavera del 2012 a un consorzio internazionale di giornalisti investigativi, con sede a Washington, che riunisce 38 testate di tutto il mondo. Nell'hard disk ci sono 2 milioni e mezzo di documenti, riguardanti 130 mila titolari di conti correnti e 122 mila società offshore sorte nell'arco temporale di 30 anni, tutti provenienti dagli archivi di due “aziende” specializzate in paradisi: una alle isole Vergini britanniche e l'altra a Singapore. 
Dietro la fuga di dati, ci sarebbero, anche in questo caso, alcuni dipendenti delle due società. Francia, USA e Germania, grazie ai dati comprati sottobanco, in soli due anni hanno messo le mani su 30 mila nomi di evasori. 


IL SISTEMA OFFSHORE E IL CONTESTO ECONOMICO MONDIALE 

Il problema che si tende a dimenticare è che la maggior parte dell'economia mondiale è opaca esattamente come il sistema offshore. Ed è, peraltro, un' economia in cui a decidere sono sempre meno soggetti: così concentrati da essere ormai più forti di qualunque governo; così ricchi da potersi comprare il pianeta svariate volte. 
Secondo uno studio rigoroso del Politecnico di Zurigo, esisterebbe una sorta di “cupola” composta da 147 multinazionali, le quali, attraverso una intricatissima serie d' incroci, governano l'intero pianeta. Si tratta di un gruppo ristretto di multinazionali che esercitano un totale controllo sulla finanza del pianeta, attraverso formule di presenza azionaria e partecipativa che sfuggono a qualsiasi regola; una entità unica, in pratica, che condiziona l'economia e dunque, a cascata, le scelte politiche dei governi e i destini delle popolazioni. A queste 147 compagnie fa capo il 94,2% dei ricavi mondiali. 
Ma il ponte di comando sta nel nucleo centrale, dove agisce una vera e propria “supercupola” composta da appena 50 nomi, di questi ben 40 sono alcune tra le principali banche e società finanziarie mondiali: 24 su 50 sono società americane, 8 britanniche, 5 francesi, 4 giapponesi, 2 tedesche, 2 olandesi, 2 svizzere, 1 canadese, 1 cinese e 1 italiana (la banca Unicredit). Al vertice della classifica, ci sono la banca inlglese Barclays, e le due banche americane Capital Group Companies e FMR Group. Al quarto posto c' è la francese AXA, che risulta più potente dell'americana Goldman Sachs (Al 18esimo posto). Ecc... 
E ancora: circa i 3/4 della proprietà di imprese del nucleo centrale rimane nelle mani di aziende del nucleo stesso: in altre parole, si tratta di un affiatato gruppo di imprese che detengono cumulativamente la quota di maggioranza di ogni altra. 

Un' analoga concentrazione di poteri l'ha individuata anche l'OCSE, analizzando il settore dei derivati. Il meccanismo è simile: a forza di acquisizioni, fusioni e interconnessioni di vario genere, oggi sono rimasti in tutto una decina di soggetti – puntualmente con sedi in paradisi fiscali – che governano il mondo dei “derivati”: un mercato da 632.000 miliardi di dollari, quasi 10 volte il PIL mondiale. 
Ai primi posti ci sono le maggiori banche americane: JP Morgan, Bank of America, Goldman Sachs e Merril Lynch, che da sole controllano il 93% dei derivati made in USA. 
Un settore tanto opaco quanto importante, e in continuo aumento: secondo i dati della Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) ad oggi vi sono in circolazione contratti di derivati per un valore complessivo di circa 600.000 miliardi di dollari. 

C' è poi il sistema dello shadow banking. Letteralmente significa “sistema bancario ombra“, vale a dire un sistema finanziario parallelo, che si muove fuori dai circuiti regolamentati del credito e della finanza. Secondo il Financial Stability Board di Basilea, nel 2011 lo shadow banking valeva 50.000 miliardi di dollari, nel 2012 era già salito a 71.000 miliardi, cioè ben più del PIL mondiale. 
Anche in questo caso, nessuno è in grado di sapere cosa combina questa massa di miliardi, chi la manovra; malgrado molti annunci bellicosi, ogni tentativo di metterci il naso si è infranto contro un muro. 

E poi ci sono gli hedge fund, i fondi d' investimento ad alto capitale. Dieci sono quelli più grandi al mondo. Il più potente è l'americano Black Rock, che gestisce per conto dei suoi clienti un patrimonio complessivo di oltre 4000 miliardi di dollari, il doppio del nostro debito pubblico. La sua clientela comprende fondi pensione, governi, compagnie assicurative, fondi comuni d' investimento, fondazioni, enti di beneficenza, aziende, istituzioni, fondi sovrani, banche, professionisti della finanza e investitori privati. 
Tra i suoi azionisti, invece, ci sono Merrill Lynch, oggi controllata da Bank of America, e Barclays; Black Rock, a sua volta, è nell'azionariato di tutte le principali banche del mondo: Barclays, JPMorgan, Bank of America, ecc... Gira e rigira, i protagonisti sono sempre gli stessi. 
Tra le altre cose, Black Rock è anche quel fondo che ha già investito in Italia 20 miliardi di euro. l'ultima operazione è stata l'ingresso nel capitale della Banca Popolare di Milano, e poco prima era toccato a Monte dei Paschi. Ma Black Rock è anche il primo azionista di Unicredit e il secondo di Intesa Sanpaolo, e detiene importanti quote azionarie di Telecom, Fiat, Generali, Mediaset, ENI, ENEL. 

Infine: la metà delle transazioni finanziarie mondiali si svolge attraverso il trading ad alta velocità, High Frequency Trading (HFT). Un sistema di comunicazione a laser, che si muovono al millisecondo. Si tratta della stessa tecnologia laser usata dai cacciabombardieri americani per comunicare tra loro; a produrla per il mondo del business sono varie società che impiegano, non a caso, ingegneri provenienti dall'esercito. 
Tutta questa velocità per uno scopo ben preciso: bruciare i concorrenti sul tempo, sfruttando al massimo il potenziale delle sia pur minime oscillazioni dei mercati. 
Gli esperti dicono che è possibile realizzare fino a 600 milioni di operazioni per millisecondo: praticamente impossibili da controllare. 

l'estensione del sistema offshore s' inserisce perfettamente in questo contesto, e propone intrecci sbalorditivi. Ad esempio la Cina, che si appresta a diventare la prima economia mondiale, scavalcando gli USA, è anche la prima creditrice del debito americano, e tra i suoi primi investitori ci sono le isole Vergini britanniche. Spiega Gian Maria Milesi Ferretti, ricercatore del Fondo Monetario Internazionale: “ Le British Virgin Island sono il secondo maggior investitore in Cina dopo Hong Kong, davanti al Giappone, a Singapore, agli USA. Parliamo di investimenti diretti, non di portafoglio, cioè della creazione vera e propria di società produttive in Cina. Cosa c'è dietro questo dato? Chi è che veramente ha investito? Non è una mera curiosità statistica: come Fondo Monetario dobbiamo saperlo per valutare la mappa dei rischi, sapere cioè chi si è esposto in un determinato Paese e per quanto”. 

Ma c' è dell'altro. Se la Cina è il primo proprietario del debito americano, con circa 1300 miliardi di titoli di Stato USA, nei primi posti della classifica, dopo Giappone, Regno Unito e Paesi OPEC, compaiono anche i cosiddetti “centri finanziari dei Caraibi”: cioè isole Bahamas, Cayman, Antille olandesi, isole Vergini britanniche, Panama e Bermuda. Sarebbe interessante sapere chi sono i misteriosi soggetti che dai paradisi fiscali comprano a man bassa i bond del Tesoro statunitense, sostenendo così il valore del dollaro e l'economia americana. E sarebbe altrettanto interessante sapere cosa sono in grado di fare per difendere, a loro volta, il proprio investimento in dollari. 

LA GUERRA AI PARADISI FISCALI, TRA SOGNO E REALTA' 

Il venir meno del sistema offshore, ammesso che sia politicamente realizzabile, appare improbabile soprattutto dal punto di vista economico: sono proprio quei soldi nascosti nei paradisi, infatti, a tornare indietro per essere reinvestiti nei paesi occidentali. In perfetta simmetria, i due vasi comunicanti dell'economia globale, il mondo offshore e l'“altro” mondo, quello legale, si riempiono e si svuotano a turno. Anche per questo gli sforzi dell'OCSE e i proclami dei governi sembrano destinati ad avere scarso successo. l'economista Giorgio Ruffolo, sull'Espresso dell'8 Novembre 2010, già scriveva: “ l'impegno solenne dei governi alla lotta contro i paradisi fiscali è una menzogna […]. I governi non possono permetterselo, perchè inaridirebbero una parte imponente dell'accumulazione capitalistica. Pertanto la cosiddetta lotta contro i paradisi fiscali è un combattimento con una mano legata dietro la schiena […]. Questa contraddizione non potrà essere eliminata finchè esisterà un varco tra la libertà dei mercati e la sovranità politica a livello mondiale: insomma, finchè non ci sarà una qualche forma di governo mondiale capace di imporre la piena trasparenza dei capitali “liberati”. 

Per Vincenzo Visco, ex ministro delle Finanze del governo Prodi nel 1996 e nel 2006, e uno dei pochi a studiare i paradisi fiscali attraverso il centro studi NENS che dirige: 
“Da 30 anni tutto si gioca sul conflitto redistributivo, […] illudersi di vincere la partita contro i paradisi è, per l'appunto, un' illusione: fanno ormai parte integrante del sistema finanziario mondiale, anche di quello italiano. Chiusi quelli, sarebbe finita per tutta la classe dirigente economica mondiale. Lo sviluppo di questa economia nera, del resto, va di pari passo con la crisi della politica mondiale: nel momento in cui la politica smette di contare, si fa avanti il potere del denaro. Da qui deriva anche la disuguaglianza della ricchezza: i ricchi portano i soldi sottratti ai paesi nei paradisi, e i loro beni aumentano in quanto vengono anche sottratti al fisco”. 

Paradossalmente, osserva ancora Visco, il mondo andava meglio negli anni Settanta, quando non c' era la libertà di movimento dei capitali, la vigilanza era strettissima, l'intera economia era regolamentata, le banche erano tutte pubbliche. 
Oggi, dopo le liberalizzazioni, abbiamo un' economia modello anni Trenta. Bolle speculative, disuguaglianze, disequilibri finanziari. Crisi come nel '29. 

Ma l'ex ministro ricorda anche che in passato un serio tentativo di arginare il sistema dei paradisi si arenò per l'opposizione della Gran Bretagna, intenzionata a difendere le sue molte giurisdizioni offshore; oggi si oppongono Cina e Russia, due paesi con alti tassi di corruzione cui occorre un rifugio sicuro nel quale nascondere i proventi delle tangenti. 

Il grosso dell'economia mondiale non è più controllato da nessuno, tanto meno dai governi. Figuriamoci se qualcuno potrà mai davvero controllare i paradisi fiscali. 
Per farlo realmente, occorrerebbe prima di tutto mettere in campo una strategia di riorganizzazione del sistema finanziario globale. Ma si tratta di una partita quasi impossibile, che richiede tenacia e costanti adattamenti alle mosse degli avversari, ed è giocata contro alcuni dei più potenti interessi costituiti del mondo, con eneormi fortune in gioco. Move your and fuck the system, Fai circolare il tuo denaro e fotti il sistema. Questo è il principio che governa oggi il mondo, alla faccia di tutte le belle dichiarazioni ufficiali e dei vari summit internazionali sul tema della lotta al sistema offshore. 

COMBATTERE IL SISTEMA CON LA LOTTA DI CLASSE 

Conoscere tutte queste, e altre ancora, informazioni contenute nel ben documentato libro di Nunzia Penelope, di certo, non può che far arrabbiare tutti i comuni cittadini, di ogni Paese, tanto più in tempi di crisi economica come quelli attuali. Ed è bene prenderne coscienza al più presto: perchè siamo di fronte ad una vera e propria rapina fiscale-economica, più o meno legalizzata - ma di certo protetta da coperture istituzionali a tutti i livelli - alle spalle delle masse popolari, dei loro diritti e condizioni di vita. Le quali vengono costrette, da governi e partiti politici collusi con il sistema capitalista, a pagare di continuo tasse sempre più pesanti per compensare i “buchi” di chi non ne paga affatto (o ne paga meno del dovuto), e ad accettare i continui tagli ai servizi pubblici essenziali, come Scuola, Sanità, Trasporti, Servizi agli anziani, ecc. 
Ma, se non vogliamo cascare in illusioni senza speranza, bisogna capire e far capire che il sistema offshore non si potrà mai stroncare fino a quando esisterà il sistema economico capitalista, perchè ne costituisce il suo prodotto, evoluzione degli elementi che costituiscono la base del capitalismo stesso: ovvero la proprietà privata dei mezzi di produzione, l'accumulazione e la libera circolazione del capitale, la libera azione dei mercati, l'internazionalizzazione di essi, e la divisione della società in classi sociali, con sfruttati e sfruttatori. Inoltre, il continuo prosperare del sistema offshore, costituisce una prova in più del grado di irresponsabilità che caratterizza la classe sociale oggi dominante, la borghesia, una classe unicamente interessata ai propri profitti. Una classe minoritaria sul piano numerico e parassitaria sul piano sociale. 
l'obiettivo da raggiungere, quindi, non può che essere quello di organizzare una rivolta di massa contro la dittatura di questa piccola, ma potente, minoranza; per costruire poi su basi nuove un altro sistema politico-sociale. 
Che consenta di far trovare l'inferno a chi invece cerca il paradiso (offshore)!

Redazione
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