30 aprile 2016

Obama contro tutti i muri, meno che i suoi


Si stanno svolgendo ad Hannover i lavori del G5 “informale”. Durante gli incontri con la Merkel, Renzi, Cameron e Hollande, il presidente degli Stati Uniti d’America, Barak Obama, ha rilanciato il suo invito a non erigere barriere per fermare il flusso di migranti in Europa.

“I muri non servono” per frenare l’immigrazione, ha detto Obama parlando di “management di controllo del confine” a proposito della decisione dell’Austria di ripristinare i controlli alla frontiera con l’Italia al Brennero.

Il presidente Obama si è guardato bene dal dire che, nel suo paese, di muri con lo stesso scopo ne esistono molti. A cominciare da quelli al confine con il Messico. Tra Stati Uniti d’America e Messico esiste da anni una “barriera di sicurezza” che negli USA è chiamato muro messicano o muro di Tijuana (ma in Messico viene chiamato Muro della vergogna, in ricordo di quello di Berlino). L’obiettivo è sempre lo stesso: impedire ai migranti di oltrepassare il confine.

La costruzione di queste barriere negli USA è iniziata oltre un ventennio fa, nel lontano 1994, con il progetto “Gatekeeper”, in California, il progetto “Hold-the-Line”, in Texas, ed il progetto “Safeguard” in Arizona. Barriere fatte per gran parte di lamiera metallica sagomata e fino spinato, alte dai due ai quattro metri. Un “muro” quasi insormontabile che si snoda per migliaia di chilometri lungo la frontiera tra Tijuana e San Diego, dotato di sensori elettronici e di strumentazioni per la visione notturna connessi via radio alla polizia di frontiera statunitense, oltre ad un sistema di vigilanza permanente, effettuato con veicoli ed elicotteri armati. Altri tratti di queste barriere si trovano in Arizona, Nuovo Messico e Texas.

Una barriera sulla quale sono affisse molte, moltissime croci. Negli ultimi quindici anni, si stima che siano morte oltre 5mila persone lungo i 3.145 km di frontiera fra il Messico e gli Stati Uniti. “Siamo stati noi, ancora negli anni Novanta, a cominciare a mettere le croci con i nomi dei migranti morti al confine con gli Usa, per sensibilizzare l’opinione pubblica su questo dramma” ha detto padre Gioacchino Campese, missionario scalabriniano attualmente docente presso il Simi (Scalabrini International Migration Institute), a lungo missionario in Messico, a Tijuana, ai confini con la California.

Anche oltre oceano i migranti non provengono da un solo paese, il Messico: spesso i più disperati giungono da Honduras, Guatemala, El Salvador e altri paesi. E anche lì esiste un numero altissimo di persone che specula su questi traffici. Come i “coyote”, ovvero gli equivalenti degli “scafisti” che sfruttano economicamente i migranti promettendo di aiutarli a varcare la frontiera.

Da qui la decisione degli americani di dotare i propri confini con barriere fisiche. Una decisione che è stata confermata più volte dal Congresso: come nel 2005, quando venne approvata una misura che prevedeva la costruzione di un muro di 1.123 km; e poi l’anno dopo durante la presidenza Bush (con la H.R. 6061).

Ma le analogie non finiscono qui. Molti di quelli che riescono a passare la frontiera finiscono per essere sfruttati come schiavi nel lavoro nero. Altri, secondo molti, finiscono in una sorta di centri di raccolta a metà strada tra i centri di prima accoglienza e veri e propri campi di concentramento. Nel 1978, sotto la presidenza Carter, venne creata la Fema (Federal Emergency Management Agency), un’agenzia governativa nata per la gestione di emergenze umanitarie. Scopo ufficiale della Fema era quello di ridurre “la perdita di vite e di proprietà e proteggere la nazione da tutti i rischi, compresi disastri naturali, atti di terrorismo e altri disastri causati dall’uomo, conducendo e sostenendo la nazione in caso di pericolo, comprendendo il sistema di preparazione, protezione, risposta, recupero e mitigazione della gestione delle emergenze”.

Ma quella che avrebbe dovuto essere una sorta di Protezione civile sotto la supervisione del Dipartimento per la sicurezza nazionale, cambiò radicalmente dopo l’attentato alle torri gemelle del 2001. Fu allora che il procuratore generale John Ashcroft annunciò “il desiderio di avere dei campi per i cittadini statunitensi che egli reputava essere ‘nemici combattenti’,” e che questi campi gli avrebbero permesso “di ordinare la detenzione a tempo indeterminato di cittadini statunitensi e spogliarli sommariamente dei loro diritti costituzionali e l’accesso ai tribunali, dichiarandoli nemici combattenti” (come scrisse il Los Angeles Times). In breve, furono in molti a pensare che le centinaia di campi Fema sparsi in tutti gli USA (sarebbero circa 800) in grado di ospitare fino a 2 milioni di persone, potevano diventare qualcos’altro. Nel 2006, il Congresso approvò il Military Commissions Act, la legge che si applica anche ai cittadini non statunitensi, che permette di imprigionare individui considerati ‘combattenti nemici’ a tempo indefinito e senza capo d’accusa ufficiale.

Oggi negli USA ci sono centinaia di campi Fema di diversi tipi: alcuni sono attrezzati con vere e proprie tendopoli (come quelli nel New Jersey) altri con roulotte o baracche (come il centro di detenzione degli immigrati di Villawood). Luoghi apparentemente “ospitali”, ma tutti uniti da un unico denominatore comune: quello di essere circondati da alte recinzioni e protetti con filo spinato. Un aspetto insolito per dei centri di prima accoglienza da utilizzare per far fronte a disastri ambientali.

A chiarire senza possibilità di dubbio quale sia uno degli scopi di questi campi fu lo stesso presidente Obama. In un discorso del 2009, riportato dal NYT parlò di “detenzione preventiva” (“a preventive detention system that would establish a legal basis for the United States to incarcerate terrorism suspects who are deemed a threat to national security but cannot be tried,…..”).

“In altri paesi, come in Israele o in India, la legge prevede la detenzione a tempo indeterminate per i sospetti colpevoli di atti terroristici” ha detto Monica Hakimi, professore di diritto all’Università del Michigan. “Ma pochi prevedono una detenzione a tempo indeterminato, e molti paesi europei hanno ristretto la detenzione preventiva a giorni o settimane. La decisione di Obama, ha detto Hakimi, sembra essere “un approccio aggressivo che non è comune trovare nei paesi occidentali più sviluppati”. “Se non possono essere condannati, è giusto rilasciarli” ha dichiarato Jameel Jaffer , avvocato alla American Civil Liberties Union, “Questo è ciò che significa avere un sistema di giustizia”.

Tornano in mente le parole di monsignor Elizondo, in occasione della visita del pontefice in America. In quell’occasione il prelato parlò di persone “che sono morte o vengono deportate quotidianamente”. Fu allora che una sua frase finì su tutti i giornali: “La frontiera tra Stati Uniti e Messico è la nostra Lampedusa”.

Forse, prima di lanciare affermazioni mediatiche come “i muri non servono” e pretendere di spiegare agli altri paesi come risolvere i problemi legati agli sbarchi dei migranti sulle coste italiane o quelli dei migranti che cercano di entrare in Europa dalla Turchia o dalla Grecia, sarebbe meglio che “qualcuno” facesse un esame di coscienza e ripensasse a come, negli ultimi decenni, gli USA non sono stati capaci di risolvere questo problema a casa propria.

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